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    TOKYO REVENGERS 2. Divino!
    Edizioni BD_ J-Pop. 180pp., b/n. 6,50€.
    Testi e Disegni_ Ken Wakui.
    Mettendo alla porta ogni spoiler, compreso l’espediente _semplicissimo e funzionale_ con cui Takemichi Hanagaki fa’ la spola tra il suo presente del 2017 e l’esatta corrispondenza giornaliera però 12 anni prima (!!), in cui è se stesso ai tempi delle medie , riassaporando momenti che aveva ormai rimosso dalla memoria e che gli sembrano ulteriormente preziosi sapendo cosa potrà succedere alle persone a lui più care; diamo conto di questo secondo volume, di golosa leggibilità ed affastellato di avvenimenti, da cui il protagonista cerca di districarsi _ quasi e perfino sgamato nella sua sospetta “maturità” di Takemichi versione “senno del poi”_ , per altro rendendosi conto di aver già interferito nella crescita biografica dei suoi amici (… per come la conosce nel 2017); oltre al fatto che le informazioni di cui dispone “a posteriori” non sono poi così graniticamente veritiere e precise. Qui l’autore sembra quasi suggerirci di “andare a vedere di persona” ciò che si pretende(rebbe) di conoscere dall’esterno , da dati raccolti e sedimentati in una presunta narrazione “ufficiale” che sconta invece punti di vista personali e partigiani, scaturendo una parzialità che come minimo semplifica volgarmente l’esistente. Ciò pare valere anche per i “teppisti”, mostrati (anche) in tutta la loro aggressività bulla e fascistoide ma pure nell’orgoglio cameratesco dell’appartenenza ad un gruppo che “ti guarda alle spalle” e ti accetta identitariamente , evitando quanto possibile di non trascinare “i civili” nelle loro “inevitabili” beghe e rivalità sovraniste, per così dire. Le gang si assommano ma non si mischiano , il resto perlopiù è menare le mani, per motivi neanche affatto futili. Continuamente Takemichi deve soppesare ciò che dice e fa’ il lui quattordicenne avendo a disposizione una traduzione di massima , dodici anni nel futuro, di come è andata (la vita), rimanendo tuttavia spesso spiazzato e parimenti spiazzando i suoi interlocutori senza poter rivelare apertamente il meccanismo d’origine delle sue fonti informative. Problemi incalzanti, giacché qualcuno “sta per morire” ;-) .
    I disegni sovente indugiano al grottesco delle forme da cartoon , come volendo concedere pause di commedia ai cupi propositi del soggetto della storia, anche se in questo segmento della serie viene puntualizzata la fase preparatoria di uno scontro che comunque appare imminente ( per la disperazione di Takemichi, che ne conosce, al lordo dei paradossi temporali, i ferali sviluppi). Ken Wakui disegna il dritto ma anche il rovescio della medaglia, per cui un leader teppista super cool nel 2005 può essere diventato un umile , umiliato e sciatto operaio nel 2017; ed al contrario un ragazzetto acqua-e-sapone nel 2005, al 2017 te lo ritrovi farcito di tatuaggi , lavoro in palestra e faccia truce. Magari c’è in giro qualcosa di più sciccoso del suo stile, con residuali rigidità ed un montaggio delle vignette sulla tavola che a me _va’ detto, lettore più che occasionale di manga_ pare ancora non oliatissimo , pure perché insiste ad inserire dialoghi in formato lillipuziano (imho).


    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      TOKYO REVENGERS 3
      Edizioni BD_ J-Pop. 180pp., b/n. 6,50€.
      Testi e Disegni_ Ken Wakui.
      Il terzo volume (sempre sovracopertinato , e da leggere da dx a sx) è totalmente incentrato sul macro evento già annunciato su TR_2 e qui cristallizzato secondo una norma tipica dei racconti sui viaggi nel tempo (;-) ) in cui il protagonista, tornato nel passato (nell’agosto del 2005, anche questo avvenuto in TR_2)pensa di aver deviato il corso (della catena) degli eventi funerei intercorsi sulle linee temporali, ma poi se li ritrova allo stesso punto critico con modalità diverse ma comunque coincidenti , tradenti le aspettative che aveva accumulato grazie alle informazioni desunte nel suo presente (2017). Lo sbattimento _che ogni volta gli costa botte, letteralmente, ed umiliazioni_ che ci mette gli vale, per altro, l’ammirazione della sua girl Hina(ta),ma il destino pare correre ineluttabile a dispetto di ogni mendace interpretazione.
      Un episodio dove “I Ragazzi di via Pal” rischiano di splittare ne “I Ragazzi della 56ma strada”, ossia dove si rischia ci scappi il morto, indice di un limite tragicamente ed irreversibilmente valicato, capace di spaccare le gerarchie di comando delle “bande di teppisti” ed in definitiva perciò le formazioni stesse, lasciando tensioni (ri)vendicative assetate (e poco assennate) di rivincita. Uno scisma che la sceneggiatura enfatizza, come del resto tutta la serie si è finora spesa a descrivere i codici comportamentali e saldamente camerateschi insiti nelle organizzazioni giovanili “borderline”, strutture verticistiche in cui capi e capetti controllano a raggiera una porzione dei loro effettivi; e guai se per qualche motivo arrivano a collidere. Questi giovani maschi s’impongono con la capacità di fare a botte; poi qualcuno alza la posta , ovvero il livello dello scontro, passando alla “lama”, secondo un percorso che ha del dramma shakespiriano nel suo cucinare intrighi e maneggi sotto traccia ( ed ad un certo punto salta fuori un mestatore finora sconosciuto , per un colpo di scena forse un po’ meccanicamente furbetto…) che appunto sembrano riportarci _gancio ovviamente per il tomo IV_ all’irreparabile…
      Dribblando gli eccessi , seppure in commedia, di Mamma McFly che s’innamora del “futuro “ Figlio Marty, è abbastanza evidente che Hina prova una maggiore attrazione per il protagonista Takemichi infuso della sua versione young adult, sebbene quest’ultimo sconti la sua cronica insicurezza da “presunto” inetto, ma ciò concorre a tenere il manga affatto spinto nell’esplicitare la carica ormonale di ragazzi/e abbastanza ed apparentemente frenati ( a parte il tormentone di un amico di T. compulsivo onanista…) nell’esplorazione dell’eros.
      Come un Modigliani, un Boldini od un Parmigianino, il disegnatore deraglia dal realismo creando figure ( quelle dominanti…) sproporzionate come giraffe e dalla postura altrettanto innaturalmente obliqua , come certificazione immediata di una loro alterità , destinata a “destarsi” con fulminei colpi (di boxe e/o arti marziali) in cui il disegno in realtà è più che altro suggerito/sostituito dai tracciamenti delle linee cinetiche. Per quanto concerne T. invece, la sua versione “teen” si scalmana a destra e a manca sempre sul filo della deformazione grafica, in contrasto della più soavemente composta (…ma non è il caso di farla incazz…) Hinata. Non paiono mancare “aiutini” informatici nel comporre sfondi e prospettive complicate . Continua(imho).

      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        ROSSO E’ IL PERDONO_ Redenzione di una brigatista
        Rizzoli-Lizard. 192pp., a colori. 20,00€.
        Testi_Gonzague Tosseri / Disegni e Colori_ Nicola Gobbi.
        Tradotto dal francese , un GN che torna sulla figura di Anna Laura “Lalla” Braghetti , autruice materiale e morale dell’omicidio del Prof. Vittorio Bachelet, Vicepresidente del CSM, trucidato da un commando delle Brigate Rosse secondo “autorizzazione” del comitato strategico, dopo una lezione universitaria , il 12/02/1980; e già basista e carceriera nel rapimento Moro. Tratta in arresto nel maggio sempre dell’80 si spoglia della sua corazza di “prigioniera politica” e “rivoluzionaria comunista” divenendo perfino amica (in galera) della fascista Francesca Mambro e soprattutto intrecciando un rapporto di frequentazione dietro le sbarre con Padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio (e di Don Paolo, sacerdote)che le porta il suo perdono e l’occasione dialettica per ripensare alle proprie azioni ed alla pena inflitta pure a se stessa ed ai suoi pochi ma qualificati affetti nella tragica contravvenzione delle norme vigenti di una società (democratica) che lei voleva riplasmare per farvi aderire una concezione ed una prassi, addirittura agognata ,di stampo marxista.

        Un libro “friendly”, piuttosto accomodante della biografia della terrorista , che ha agio di sciorinare il suo punto di vista, incalzata più che contraddetta dall’anziano sant’uomo e stretto parente di una sua vittima, che gli si offre come tramite redentore (…in coda al volume un breve saggio scritto da Alessandro Orsini che ragiona sul carattere settario ed assolutista dell’organizzazione brigatista , con riferimento particolare ai militanti in clandestinità).
        Un’esplosione di emotività in cui Lalla Braghetti inonda le pagine di lacrime e viene un po’ “estraniata” dalle sue responsabilità, anche a dispetto delle sue scontate prime dichiarazioni da incarcerata . Ben presto capirà e godrà di un trattamento più rispettoso di quanto si fosse aspettata dallo Stato –Imperialista e purgherà le sue “mancanze” tramite un dialogo interiore in cui emerge (graficamente) ‘na specie di Armadillo di Zerocalcare (!) però infido e luciferino che la aizza a scaricare undici colpi sull’inerme Bachelet od a recitare la parte dell’insospettabile, che tiene le chiavi della “prigione del popolo” in cui è costretto l’altrettanto mite Aldo Moro. E pure di quest’ultimo viene in pieno sposata la tesi della “linea della fermezza” come valido pretesto per lasciare lo statista DC al suo infausto destino. Pudicamente _ma già tornata in libertà_ Lalla “nostra”affida i suoi ultimi pensieri ad una lettera di commiato ed elogio ancora a Padre Adolfo che l’ha lasciata col corpo (male incurabile) ma la sostiene nello spirito, dopo averla laicamente confessata (lasciandola parlare anche di quando veniva indottrinata a letto dai morosi…) ma innanzi tutto posta cristianamente in remissione.
        Liberati da dialoghi neppure troppo insistenti, i disegni sperimentano soluzioni grafiche piuttosto vistose ( c’è del De Luca, del Ware e suggestioni Escher-iane) , mentre i colori pastellati caratterizzano persone e cose adottando un’unica tinta per soggetto, un total look su uno stile che parrebbe guardare a Trudeau, Punch e Franzaroli. In sintesi un’opera abbastanza estetizzante nella forma e_tenuto conto che è uscita a Feb. 2020_ senz’altro opinabile nei contenuti (imho).
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          TOKYO REVENGERS 4
          Edizioni BD_ J-Pop. 180pp., b/n. 6,50€.
          Testi e Disegni_ Ken Wakui.
          Questo quarto volume chiude sostanzialmente un primo arco narrativo ribadendo delle consuetudini narrative e drammaturgiche proprie delle storie immaginifiche sui viaggi del tempo. Il portato delle modifiche di destini infausti intervenute nei “salti” indietro nel 2005 consegnano per inerzia un 2017 a sua volta modificato , anche specularmente, in diversi aspetti della vita del protagonista, evidentemente sollecitato a nuove e drammatiche sfide ( ;-) ) da concretizzare nel suo “passato” da quattordicenne. L’andirivieni temporale del “diversamente” giovane Takemichi gli fa’ almeno risparmiare l’analista (xD) dato che ormai il suo dialogo interiore _reso comunque fluidamente_ ha preso i contorni di sedute di autocoscienza , improntate allo sforzo ( gravosissimo date le circostanze…) di lui medesimo , teppista (cit.) di terza media di NON diventare/essere il remissivo “perdente” che (soprav)vive il suo presente ventiseienne. Si cerca di diventare ciò che si è ; ma chi il coraggio non ce l’ha non se lo può dare eccetera in salsa manga/anime giapponesi, in cui sbarbati adolescenti affrontano prove psicofisiche al limite della sopportazione umana. Tale orlo del precipizio d’altronde poi si presta ad un ulteriore carico melodrammatico invece tipico delle soap opera : al giovine Takemichi gliene dicono e gliene fanno di ogni , ma lui virilmente incassa beandosi infine del rispetto dei suoi degni compari: un bullizzato aspirante bullo (sic!) che si dispiace di dover svestire i panni del suo “alias” del 2005, mettendo in conto anche che nel 2017 avrà (ha…) perso parecchio di vista la sua fidanzatina Hinata. Salvo il fatto che …
          Quasi fosse ( magari lo è , in originale…) un romanzo a puntate Wakui sente il bisogno di ribattere graficamente alcuni passaggi della trama a mo’ di flashback riassuntivi come capiterebbe in una serie tv, serrando quindi il montaggio delle vignette sulla tavola , complici pure i sovraeccitati passaggi di scontro fisico tra bande; altrimenti distende e semplifica la gabbia , pompando però lo spettro espressivo dei suoi ritratti , che possono avere l’imperturbabilità di una Gioconda fino a scalmanarsi in un furore da Jack Torrance invasato, passando dagli ammiccamenti “kawaii” , qui più sacrificati dalle esigenze della trama (imho).
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            LE LEONESSE DI MONTELEONE
            Hazard Edizioni. 48pp., a colori. 10,00€.
            Testi_ Marco Gastoni / Disegni e Colori_ Luciano Ceglia.
            Affondata nella perdurante crisi della stampa periodica ,“La Gazzetta del Mezzogiorno” compiva comunque centotrent’anni nel 2017, festeggiati portando in edicola una serie di graphic novel ambientate e riferibili a territori del nostro Meridione. In forma parzialmente romanzata qui si narra di un fatto di cronaca giudiziaria maturato nel luglio del ’42 e deflagrato il 23 agosto in quel di Monteleone di Puglia (FG) e protratto _anche assurdamente e con perdite di vite umane_ fino al maggio 1950, con la doverosa amnistia delle Leonesse. Le donne di Monteleone , giacché perlopiù gli uomini “validi” puntellavano i fronti della sciagurata Guerra fascista. Ma anche in loco si soffriva : il regime, per supportare lo sforzo bellico , centralizzava (ossia requisiva…) le derrate alimentari , concedendo una quota di sostentamento ai contadini assolutamente da fame nera ed indennizzi aleatori e sempre tardivi. E il Podestà, da una posizione ovviamente avvantaggiata, sproloquiava di adesione inderogabile alla legge, mentre le Monte-Leonesse imploravano semplicemente di potersi sfamare macinando una porzione di frumento che già _coltivata e raccolta_era loro. Sua _si fa per dire_eccellenza gli mobilita contro i carabinieri ; le povere ma orgogliose cittadine , temprate dal duro lavoro collettivo in campagna e dalle più che stringenti necessità personali , prendono il palazzo comunale e d’assedio i loro affamatori. Saranno soverchiate soltanto da camionate di camicie nere inviate dal fascistissimo Prefetto foggiano e messe (insieme ad alcuni uomini che ne avevano condiviso la sollevazione…)agli arresti carcerari. Un evento battezzato da “Radio Londra”come il Primo atto di aperta ribellione contro il fascismo in Italia!
            Soggetto lineare nel suo svolgimento ( sebbene graficamente siano ben resi i momenti di caotica intemperanza delle valorose signore e la rabbiosa controffensiva dei galoppini del regime), che paga _come in altre opere d’impostazione storica rispettosa_ una certa impostata verbosità “da spiegone” per acclimatare il lettore dandogli conto degli antefatti. Un pizzico di approfondimento psicologico viene ritagliato per due giovani ed opposti protagonisti ,, messi poi in prospettiva (conciliatoria) nel dopoguerra. Per dire che anche i “cattivi” hanno lasciato qualcosa d’importante alla sporca guerra e si sono in qualche modo ravveduti.
            Pregevole la composta colorazione ( che tuttavia intravvede e “spara” la solarità estiva pugliese ) ed eccellenti i disegni , che non sbracano nell’autoreferenzialità stilistica ma sono improntati ad un dignitosissimo realismo , con doviziosa applicazione anche nel rendere il borgo e le adiacenti zone rurali di Monteleone avamposto di Resistenza (imho).
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              BAKUMAN 6 Eccessi e forza di volontà
              Panini/Planet Manga. 190pp., b/n. 3,90€.
              Testi_ Tsugumi Ohba / Disegni_ Takeshi Obata.
              Appena raggiunto un agognato traguardo, le implacabili rotative dell’industria editoriale dei manga assorbono ulteriori forze ed energie creative per soddisfare la volubile fame di pagine/tavole dei lettori ,e puntare ad una stabilizzazione remunerativa del prodotto. Altrimenti si cassa , e avanti un altro! A 17 anni dunque Mashiro & Takagi si massacrano per tenere in equilibrio gli impegni scolastici col rispetto delle fameliche date di consegna che, perfino a prescindere dal riscontro della pubblicazione ,i due mangaka considerano un punto d’onore di comprovata professionalità il rispettare scrupolosamente le scadenze pattuite. Ma un serio imprevisto stravolge ogni loro ponderata certezza…
              La sublimata (anche troppo…) e caramellosa relazione tra Mashiro e la morosa Azuki (Miho) ,ed il franco e costruttivo rapporto di lavoro con l’editor Miura (Goro), successore del non dimenticato Hattori (Akira), congela il manga alla già sua intrinseca mancanza d’azione _dato il ,soggetto della serie e dello stesso episodio corrente _ ; delegando la risorsa del ritmo e la rincorsa degli eventi ad una gravida ed ininterrotta cataratta di dialoghi. Questi (ancora) ragazzi ( nell’episodio intervengono al completo anche i giovani colleghi “sensei”coi rispettivi ligi redattori …) ruminano un costante flusso di coscienza in cui s’interrogano sul presente e sul futuro , in bilico tra la possibilità di avere un clamoroso successo o la probabilità di vedersi bruscamente stoppare il lavoro, tenendo comunque altissime aspettative di vendita e la necessità di mantenere a studio uno staff di talvolta ambiziosi o pure mezzi innamorati (;-) ) assistenti. E sullo sfondo il mesto ricordo dello zio di Moritaka Mashiro schiattato di stress da superlavoro (?), applicato con una cocciutaggine e senso del doverreche il nipote pare pienamente e marzialmente aver ereditato . Sono pazzi questi giapponesi ! (xD).
              Non credo appunto di esagerare ribadendo che i testi talvolta annichiliscono i disegni, alle prese con la necessità di “sfinare” dei personaggi che “crescono a vista d’occhio” (fino ai 18 anni, forse per accelerare il “tormentone” della loro carriera zavorrata dagli impegni liceali?) facendoli però “recitare” in maniera vivace, quasi sguaiata in qualche frangente. Soccorre la modulata pulizia dello stile di Obata , sempre disinvolto a cogliere le sue variegate figure umane da ogni punto di vista prospettico, mantenendo un gradevole senso di naturalezza e fluidità coerente dei corpi (anche) di concerto all’impressione orientata dal suo modo (elegante) di disegnare (imho).
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                NICK RAIDER_ Jimmy e Juanita
                SBE. 96pp., b/n. 4,40€.
                Testi_ Claudio Nizzi / Disegni_ Ivo Milazzo.
                Quasi Natale a NYC . Non mancano gelo, neve ed omicidi. Quello di un pregiudicato, legato agli ambienti dello spaccio fornisce un indizio particolarmente distintivo per inguaiare l’assassino, ma per una serie di pilotate circostanze i sospetti cadono su Jimmy Garnett, apprezzato collega investigativo di Nick Raider , ma obtorto collo invischiato nella faccenda; e nel tentativo di cavarsene da solo , col risultato opposto di apparire ulteriormente compromesso. Nei limiti della legalità sostanziale i suoi amici (poliziotti) non smetteranno di credere in lui, anche se la ricostruzione dei fatti gli dà contro.
                Capità in un lavoro seriale che in almeno un episodio , un personaggio comprimario fisso, in genere ligio a poche ed efficienti mansioni assuma un ruolo di protagonista, magari svelando tratti inediti della sua biografia e personalità; per poi rientrare nei ranghi , affidabile ( e prevedibile) come solito. Candidato ideale di una di queste identificazioni è il Jimmy di “Nick Raider”, biondo ma smilzo quattrocchi più nerd e topo d’archivio che elemento d’azione (di norma e regola è infatti assegnato alla…Scrivania), il ritratto di una quieta predisposizione ai freddi dati ed alle spassionate risultanze che, cotto e cucinato per secondi fini dalla seduttiva chica latina Juanita, piomba in un pozzo di guai in cui gli elementi principi potrebbero, alla lontana, ricordare un troncone di trama di “Presunto innocente” di Scott Turow. Lui ci casca con tutti gli scarponi invernali, pentendosi , ma _dato che non è fatto di legno, evviva_ grato del tangibile ,sebbene fuggevole, rapporto intercorso con la focosa ragazza ( la cover fa’ da spoiler in modo imbarazzante…).
                Ad essere del tutto onesti la vicenda di Juanita prende dei contorni melodrammatico morbosetti che , sentiti altrove avremmo stigmatizzato , ma che tuttavia fanno da innesco ad una storia che si dipana in maniera vivace, complicandosi in maniera avvincente e non caotica o troppo discostata da una plausibilità di massima, che lascia “respirare” il personaggio di Jimmy concedendogli qualche spigolosità ( le panzane in serie rifilate ai colleghi od una certa rudezza nell’affrontare il giro di malviventi che lo hanno messo sotto scacco), bilanciata dal Nizzi con uscite ironiche da sit-com e la finale e conciliante atmosfera natalizia.
                Milazzo fa’ il Milazzo, e dunque ogni linea è una sentenza e le spalmate d’inchiostro fanno “noir” e pure disegno al risparmio. E mentre i personaggi anziani sembrano talvolta un ‘accozzaglia di grinze sfarinate , Nick paga somiglianze da bisnipote di Ken Parker ma moretto. Eppure tutto o quasi è miracolosamente pregnante ed espressivo. Numero 22 della serie regolare (imho).
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                  NICK RAIDER_ Le Nuove indagini 2. Agguato al porto
                  SBE. 96pp., b/n . 4,40€.
                  Testi_ Davide Rigamonti / Disegni_ Mario Jannì.
                  Rettifico il mio precedente vaticinio: anche questo secondo episodio si svolge in gran parte nella forma di narrazione in flashback; e solo il prologo e l’epilogo è ambientato “trent’anni dopo”, comunque forieri di comunicazioni inedite oltre che dalla curiosità di ritrovare un altro personaggio cardine della serie invecchiato di tre decenni . Qui è Marvin , il “socio” di Nick subentrato alla morte (violenta) del collega ed amico Richard (Varelli). Una “bromance” che inizia con musi lunghi ed attriti verbali, anche poiché attraversatadall’imbarazzo di Nick per la relazione in fieri con la più che amica Linda ( un personaggio che appariva nel primo numero della testata però in forma di amante occasionale; per altro nella stagione calda, mentre in questa storia nevica copiosamente…). Proprio nel mezzo di una cena al ristorante dove Linda e Nick vanno a tubare irrompe un sovraeccitato rapinatore che, a mal parata, ha deciso di sfuggire dagli sbirri concedendosi come possibilità il sequestro (dei clienti) del locale. Mal gliene incolse doto che trova sì Nick che si adopera per ammansirlo ma anche una squadra della S.W.A.T che organizza a stretto giro un’irruzione perentoria. Ma anche la rapina di cui è stato complice il gaglioffo cela a sua volta un rapimento…
                  Sbrogliare la matassa di questo caso poliziesco , non privo di nessi logici da sciogliere, non è il dato saliente di una sceneggiatura che invece ben si concede ad una buona “chimica” tra scene action e lavoro di “materia grigia”per soppesare gli indizi , lasciando un margine di volatilità ed ambiguità che immagino vogliano essere proprie dell’umanizzare “l’imperfezione” dei protagonisti e non sterilizzarli in un ruolo automaticamente eroico . Ed in questo rientrano pure le bolle didascaliche che Nick “vecchio” dedica al cambiamento della sua città .
                  Jannì opta per una inchiostrazione pregnante e quasi metallica nei lustri contrasti tra luci ed ombre, giocando virtualmente con la temperatura colore del manto nevoso ,che non appanna una certa ricchezza nel particolareggiare l’insieme del contesto metropolitano. Sul piano dei ritratti Nick Raider richiama un “Lukas”, ma anche altri comprimari hanno facce “conosciute”con una caratterizzazione forte , quasi debordante a là G.Casertano , direi portando a casa il risultato (imho).
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                    NICK RAIDER_ La Valigia insanguinata
                    SBE. 96pp., b/n. 4,40€.
                    Testi_ Claudio Nizzi / Disegni_ Aldo Capitanio.
                    Una cariatide dei borseggi con destrezza in metropolitana ,si vede letteralmente cadere tra le braccia (accoppato!)uno sconosciuto con in mano una valigetta. Il maturo scippatore la preleva e scappa , trovandovi una discreta somma in contanti. Ma il gruzzolo e la ventiquattrore stessa sono pertinenza di mafiosi dediti al traffico di stupefacenti, che lo vanno a cercare. L’unica risorsa che sovviene al ladruncolo è di mettere al corrente della cosa l’amico Alfie, ovvero il soffia ( addetto alle soffiate, ossia informatore della polizia…), che gira immediatamente il “caso” al suo referente fiduciario : Nick Raider. Certamente dimentichi delle garanzie legali e costituzionali i picciotti vanno per ripigliarsi la valigia a loro
                    “rubata”, con un così violento fervore che legittima sospetti sul reale peso rivestito dall’anonimo oggetto. Ed infatti…


                    Presto sciolto il mistero sulla portata del possesso della valigia, la trama poliziesca non sciorina altre complicanze narrative , fluidificando piuttosto una dinamica di “guardie e ladri” che spettacolarizzano l’albo con ruggenti sparatorie e premurosi inseguimenti automobilistici. Paga l’occhio dunque l’apparato grafico, dotato di un ottimo scaglionamento prospettico della spazialità, estremamente filante anche su soggetti difficili (macchine, aerei, treni…), resi al meglio nella distribuzione volumetrica anche di “semplici” doppie vignette orizzontali. La cura del dettaglio , i tratteggi ed una tecnica talvolta vicina a spingersi alla massa estrema possono ancora rimandare ad un G. Freghieri. Tuttavia, e forse per paradosso, l’attenzione certosina nel catturare visivamente le pur minime ombreggiature sui volti dei soggetti genera ritratti quasi stranianti, cioè danno perfino la sensazione di essere fuori posto, di appartenere ad una illustrazione a se stante piuttosto che essere armonizzati all’insieme del fumetto . E’ un albo degli albori di “Nick Raider” : inizialmente Nick fu pensato come un giovane Robert Mitchum; qui sta sbozzando invece (nel)la sua versione quasi definitiva , al pari del collega Marvin Brown , piuttosto liberamente interpretato rispetto al riferimento imposto. C’è una bionda di contorno nuda ( ma il disegnatore omette i capezzoli…) che pare la sosia di Nancy Allen, in una fase iniziale come detto ,dove Nick faceva l’impenitente playboy da ogni lasciata è persa . Si “tranquillizzerà” parecchio , :-p (imho).

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                      JULIA n.ro 280 I Gioielli di casa Varley
                      SBE.116pp., b/n. 4,50€.
                      Testi_ Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza / Disegni_ Ernesto Michelazzo.
                      Attivo, con invidiabile e consolidato successo, nel commercio dei gioielli, il patriarca Varley piega al suo carattere intransigente ed accentratore in varia misura la figlia, il genero, i dipendenti e collaboratori. Anche sull’unico nipote, il piccolo Nicholas , ripone gravose aspettative. Il ragazzino viene rapito a chiaro scopo di estorsione, sebbene con modalità non eccessivamente coercitive e brutali (…per lui). La mamma, con il benestare di massima del genitore, si reca a casa di Julia,implorando un aiuto che precluda l’intervento della polizia. Irritualmente , da “donna a donna/madre) la criminologa acconsente ad un sopralluogo alla tenuta Varley per rendersi conto _data anche la dinamica particolare dell’azione criminosa_ di chi potrebbe aver realizzato (o facilitato)il sequestro. Insieme a Leo Baxter si prepara anche a registrare l’inevitabile comunicazione (telefonata) ricattatoria ,dei rapitori. Un problema di salute di Nicholas e le avvertibili divergenze comportamentali dei suoi carcerieri congiurano per stringere drammaticamente i tempi, mentre l’elenco dei sospetti vagliati da Julia e Leo pare addirittura espandersi !

                      Il rigido attempato riccone può ben rimandare al Paul Getty sr. di un recente film di Ridley Scott, ma è tutta la sceneggiatura nel suo insieme che è un po’ una combinazione di pezzi narrativi già argomentati e sviscerati su “Julia”, non ultima la Varley’s family con peccatucci ed altarini; la stessa giovane vittima ,che è un modello da dibattito sull’ipertrofia degli imput somministrati già in età pre-puberale per sollecitare i giovanissimi a primeggiare in ogni ambito loro adibito; fino alla dicotomia tra delinquenti di professione e sciagurati occasionali (sic!). Ed il finale ci conferma che il frutto non cade lontano dall’albero, specie se è “ammaccato”, secondo una consuetudine probabilistica che d’altronde attinge dalla nuda cronaca del reale…
                      Dal canto suo, ovvero i disegni , anche il Michelazzo torna ad un segno (almeno apparentemente) più istintivo, che trova la sua misura nelle ribattiture a mano sciolta ed a memoria (mia supposizione passibile di smentite :-p ), mantenendo una spiccata uniformità delle bordature verso una sottigliezza che giova alla definizione degli sfondi. Controverso il giudizio sulle ombreggiature , in diverse occasioni ben calibrate ma in altre piuttosto rigide e meramente filler. Un episodio così così (imho).

                      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        ERRATA CORRIGE_ Una Storia di Carlo Negroni
                        Manfont Comics. 128pp., b/n. 13,00€.
                        Testi_ Ivan Pelizzari / Disegni_ Simona Capovilla.
                        Avvocato e giurista di chiara fama, legislatore parlamentare, già sindaco di Novara , bibliofilo e traduttore Carlo Negroni decide di ritirarsi dalla vita attiva nel 1880, onde dedicasi esclusivamente ai suoi interessi culturali. Tuttavia il riposo auto-imposto e sorvegliato dalle pur amorevoli cure di una cugina “governante” smorza i suoi entusiasmi ed appanna la sua vena progettuale. Perciò , quasi per svago , si accolla un’ultima contesa giudiziaria civile curata dallo studio di un amico : un possidente ( anche Negroni lo è…) ha querelato il vicino di casa ( ottenendo medesimo e speculare trattamento!) accusandolo di rubargli l’acqua per le irrigazioni agricole. Facendo i debiti sopralluoghi nell’azienda del suo assistito , Negroni ,in una maniera “insolita” , si renderà conto pure delle drammatiche condizioni di vita dei salariati dei campi , e di come ciò sia collegato al “furto” oggetto della sua indagine.
                        Basato su una storia biografica vera ( compresa la disciplina delle acque irrigue accolta ancora oggi nell’ordinamento giudiziario italiano) che ha tramandato fino anche nel presente (il fumetto è del 2019)una fondazione per l’assistenza all’infanzia bisognosa, è il racconto di una vicenda gentile con al centro un personaggio “burbero-ma-bonario” attempato , coi suoi “tic” (…c’è una presenza fantasmatica…),scostante, eccentrico ma colto, e volendo risoluto senza meno. La pendenza passibile di pronunciamento tribunalizio diviene un piccolo cadeau di taglio “giallo”, ma è più un pretesto per illustrare la sociologia dell’indigenza del contado , come presa di coscienza del Negroni , che vi si immerge in termini squisitamente laici prima ancora che caritatevoli.
                        Il modello di riferimento , esplicito anche per la parte grafica (diretto l’omaggio a pag. 14 sotto la dida “Piazza delle Erbe”) è palesemente “Mercurio Loi”, con una sceneggiatura che si risolve carinamente sebbene non faccia sforzi titanici (vogliamo dire spiccatamente bonelliani?) per essere empatica a facilitazione del lettore. D’altra parte i disegni , qui invece fondati su un bianco e nero di suo refrattario alle sfumature, ma affatto così in termini generali , dati gli sfondi timidamente accennati ( mi riferisco alla pregnanza del segno, non alla lavorazione minuta dei dettagli, che non mancano…) ed una certa cura espressiva nei ritratti, equilibrati considerando come sia pericolosamente facile sovraccaricarli di linee rugose ( vero Ivo Milazzo ? :-p ) . Il dinamismo del protagonista torna ancora a”Mercurio Loi” _e per i comprimari alla scuola Disney_ ma denunzia ancora qualche incertezza armonica e d’interpretazione delle pose (imho).


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