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Dylan Dog - i fumetti

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    DYD 395 Del Tempo e di altre illusioni
    Testi e Disegni_ Carlo Ambrosini.
    Il titolo e la salda reputazione dell’autore fanno vaticinio di un albo che,a -5 dalla Meteora ed in un clima apparente di inizio di fatalistica rassegnazione (…alla fine del mondo)prende a fare i conti col trapasso. Convergono le parole dell’Apocalisse con la ritualità pagana, in forma rappresentativa di un “capolavoro restaurato del cinema muto”, comunque mancante del rullo finale, con soggetto Stromboli (il vulcano attivo) “interpretato” nelle intenzioni degli Dei dalle genti che stanziano ai suoi piedi,che Dylan Dog torna volentieri a rivedere al cinema, trascinandovi pure Groucho. La singolare rispondenza tra un piccolo spettatore ed il bambino protagonista dell’archeologico film sembra ridestare nell’indagatore dell’incubo un turbinio di (effettivi?) ricordi che lo spronano ad “adattarsi” alla dipartita dei suoi cari, ma senza una tenuta cronologica ed un flusso esistenziale lineare degli eventi, perdendolo in un loop onirico che sbarca su Londra uomini d’altri tempi, letteralmente ; e che mobilita perfino la Grande Mietitrice , quasi a disagio se L’Uomo non percepisce l’incedere del tempo, ovvero la avvicinata preoccupazione della sua mortalità.

    Sotto il profilo grafico è un Ambrosini ultima maniera : pesante nei tratteggi, poco standardizzato nei ritratti e non incline a complicarsi la vita su trasparenze ed insediamenti immobiliari. Termino la lettura dell’episodio dando atto del carattere sperimentale di una storia di cui avrò banalizzato (frainteso? Non recepito?) intenti e contenuti. Sorry. (imho).



    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      DYD 396 Il Suo nome era guerra
      Testi_ Giovanni Eccher / Disegni_ Luigi Siniscalchi.
      Tre ex commilitoni di Tyron Carpenter, forse i suoi migliori amici , dai tempi in cui servivano l’Esercito della Corona in missione nelle zone più calde e conflittuali del mondo, in poco tempo escono di senno ed iniziano a trucidare gente, pescata tra le minoranze etniche di Londra. Lo stesso detective della Yard se ne dimostra sconvolto e coinvolto oltre la soglia della ragionevolezza; tanto da spingere Rania Rakim , di sua esclusiva iniziativa, a chiedere aiuto a Dylan…

      L’albo sostanzialmente si regge su un’unica idea ( peraltro destinata a condizionare chiunque tornerà a scrivere di Carpenter, ora col suo “bel”passato violento ;- ) ), prendendola larga ascrivibile alla Meteora ( countdown :-4)e farcita da quel tirare a fare i simpatici _anche auto denunciando per sottintesi la pretestuosità di parti in oggetto della storia_ che piuttosto irrita come palese e comprensiva assunzione di responsabilità della pochezza del soggetto. Un episodio dunque “filler”, non fosse per il sospetto che alcune allusioni della trama ( tali le definisco , nella loro attuale vaghezza indeterminata…) potrebbero incastrarsi più avanti nel disegno globale del ciclo , peraltro destinato a riverberarsi ( notizia recente rilasciata dallo stesso Recchioni…) oltre la quota editoriale quattrocento. Purtroppo anche in questa occasione il crescendo drammatico naturalmente innescato da previsioni della “Fine del Mondo” pare piuttosto fungere da tappabuchi delle implausibilità non fornite di spiegazione in sceneggiatura.

      Sempre pesantina la mano di Siniscalchi nelle inchiostrazioni , e tuttavia si mantiene più sobrio che in altre recenti occasioni nella superfetazione dei tratteggi : Talvolta Dylan /Rupert Everett gli viene un po’ Dylan / Matthew McConaughey (xD), comunque dinamico a sufficienza in tavole dove in pratica non fa altro che beccarsi _ non solo verbalmente_ con l’assai esagitato Ispettore sostituto di Bloch, con un conto alla fine ancora più aperto con l’indagatore dell’incubo (imho).
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        DYD 397 Morbo M
        Testi_ Paola Barbato / Disegni_ Corrado Roi.
        -3 alla Meteora. In avvicinamento…Alla fine del mondo , il corpo celeste in caduta sembra infliggere un nuovo ed esteso supplizio alle genti londinesi (e terrestri ), trascinando una società sfaldata , il cui senso etico e civico appare prostrato dal cinismo predatorio (ma a che pro?) come dall’inettitudine conseguente la più sorda rassegnazione : un morbo letale, che aggredisce, devasta e trasforma i corpi , in diverse e sempre infauste forme. Di una di esse ne è sofferente la fidanzata di Dylan, ad uno stadio che non incute (ancora) una psicosi da contagio , diventato l’affollata routine degli ospedali, dove la coppia si reca per un controllo e dove ritrovano S.H. Bloch , anche lui in veste di accompagnatore ( di Jenkins, non scalfito però dal Morbo). Un ulteriore incontro incidentale mette l’indagatore dell’incubo sulle tracce di una possibile “sperimentale” cura per “M”, che ancora con l’aiuto dell’ amico ex Ispettore , per la sua ragazza e per amore di verità, cercherà di stanare con la consueta_ ed anche di più_ determinazione.

        Non è atipico nelle sceneggiature di Paola Barbato un incedere narrativo che fa’ dei testi quasi tutto un continuo “spiegone”, ma qui ho trovato anche una eccellente misura nei dialoghi , che danno _con ironia_ proprio la sensazione di personaggi ancora un’ultima volta in procinto di descriversi ed accomiatarsi (dal mondo, cioè dal lettore. E chi non li conoscesse potrebbe iniziare da ora ;-) ), dentro una trama in rielaborazione di tòpoi apicali della serie e con aggiunte di sottotrama ( vedi appunto l’incontro in strada di Dylan…)per nulla riempitive o men che meno superflue. Ritorna prepotente ( e con una finezza sconosciuta, per dire , ad un Recchioni…) il macro tema del contenimento della disperazione collettiva , carburante di spinte emotive ,contrapposte a chi le sorveglia (anche in sé…) facendo appello ad una funzione (lavorativa) ed educazione razionalista, ed oggetto vivo di una “sintesi” pensata dalla Barbato come motrice della sua storia e forse della Storia stessa dell’umano sentire. Ciò le consente di impostare prospettive spiazzanti e di mettere in somma difficoltà i codici comportamentali di Dylan, riconfermandosi tra gli scrittori del fumetto credo la più “accanita” nello sfruculiare il totemico personaggio di Tiziano Sclavi. Alle circostanze avverse (;-) )non possiamo che elevare una preghiera laica per conservarci “Dylan Dog” anche grazie e dunque con Lei.

        Gli ambienti ospedalieri e diurni non sono magari il terreno d’elezione dell’Arte del Re grafico di DyD, che comunque ha modo e sapienza di “attirarci nel buio” con la pena di Creature a cui infonde una alienità affine a “Ut”, senza deflettere nell’amministrazione di spazi metropolitani (o periferici) consueti e con lui consunti da una incuria rivelatrice; magari assecondando un “undersatement” che in meno strani giorni apparirebbe meno assimilabile. Numero di elevato interesse : bravi tutti (imho).
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          DYD 398 Chi muore si rivede
          Testi_ Paola Barbato / Disegni_ Paolo Armitano.
          La sconsolata rassegnazione all’inevitabile(?) preme sulla cittadinanza che”si tiene occupata” recidendo ogni freno inibitori, oppure al contrario ostinandosi a proseguire “come nulla fosse” (ma) tendendo i sensi a qualche non verificata speranza di salvezza , oppure ancora non accettando di deperire in vista degli ultimi istanti, e dunque comprandosi , da una misteriosa Società, un dispendiosissimo “pacchetto di servizi” : uno scenario su misura , attraente ed appagante per il cliente, che vi si può immergere fino a che _senza preavviso_ viene abbattuto (!), anticipando così “in bellezza”un destino di morte comunque in stretta previsione. Una fuga (nichilista) dalla realtà che “affascina”la ragazza di Dylan , quasi costretto a condividerne l’estremo desiderio, certo _nonostante tutto_ estraneo alle sue corde…

          Escogitando un provvedimento governativo di indulto ponendo la scarcerazione di rei indefessi, la Barbato fertilizza l’episodio col ritorno in auge di vecchie sinistre conoscenze della serie e degli special dylaniati, intercalati in una storia già debitrice di robuste citazioni cinematografiche; anzi : cogliendo la trama ed il titolo ( del film) preminente nella sceneggiatura si darà d’intuire di necessario seguitolla sempre ingombrante presenza di John Ghost, il che equivale a pronosticare un oscuro disegno ma con ruolo centrale inflitto a Dylan in tutto il caos da -2 alla Meteora. Dentro un albo dalle pregnanti torsioni splatter i testi non perdono occasione di “schiaffeggiare” Dylan confutando con baldanzoso pragmatismo le basi ideali ed etico-comportamentali del suo vivere, con stilettate lapidarie che vanno sul personale; tuttavia la scrittura sembra rallentare nel complesso in un ingorgo dove converge la necessità di tirare la volata verso il clou della Meteora ed insieme gli “spiegoni” della complessa “operazione” orchestrata narrativamente nello specifico trecentonovantotto.

          Dai forti contrasti espressionisti ( tanto che i personaggi sembrano/sono truccati come stessero recitando nel cinema muto)i disegni si votano al tenebroso e all’incupito, scalmanati in una spigolosità materica che forse esonda in (alcune) posture “sgarzoline” contraltari (invece) di alcune soluzioni grafiche tozze e granitiche anzichenò. Morendo e furoreggiando siamo entrati nel rush finale a quota 400! (imho).
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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