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Dylan Dog - i fumetti

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    DYD 383 Profondo nero
    Tanto tuonò che piovve…Finalmente disponibile il molto preannunciato episodio scritto dal regista Dario Argento in collaborazione ai testi di Stefano Piani ( od il contrario, vai a sapere…): un mistery dove si “cerca la femmina” approdando ad atmosfere soprannaturali non prima di aver sviscerato un giallo-horror argentiano (…ovviamente; e mettiamoci anche un Brian De Palma. Sul fronte interno citerei anche Barbara Baraldi) piuttosto solido ed equilibrato nelle sue componenti, e perciò efficace quando piazza i colpi di scena o piuttosto i sotto finali ovvero le false piste . Motivato e non riempitivo il ruolo di Groucho , mentre la dimensione incubica ben permettere agli autori d’indirizzare Dylan a “pratiche” estreme. Qui l’indagatore dell’incubo è tramortito dal fascino di una modella BDSM intravista ad un vernissage a tema e _lasciando perdere la linearità desumibile degli eventi_ s’impone di ritrovarla. Ma è il fardello dei segreti di famiglia della tipa che rischia di raggiungerlo e metterlo ehm, sotto. Divertita ed insistita la citazione a Dan Brown e “Profondo rosso” pure come punto vendita gestito da Luigi Cozzi.
    Brutalmente materico nelle scene gore , Corrado Roi lascia la sua impronta non meno nei passi più onirici e cupi della storia ; sempre peculiare nel ritrarre le donne, anche su questa testata ha modo di scomporre i canoni più classici della tavola bonelliana, magari “rinserrandosi” in tagli verticali o scontornando la vignetta partendo dai quadri, intesi come i dipinti della mostra. Cover di Gigi Cavenago, anch’essa metallizzata-argento (imho).


    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      DYD 385 Perderai la testa
      Testi_ Barbara Baraldi / Disegni_ Emiliano Tanzillo.
      Mentre cerca di non farsi lasciare dall’ennesima fidanzata Dylan assiste ad una atroce decapitazione che lo porta, contro la sua volontà (!), a fare da “tutore” ad una “collega” che sta indagando col suo assistente assai somigliante a Groucho (!!) su una partita di preziosi attribuita niente meno che alla Regina Maria Antonietta sul baratro della rivoluzione , con base a Parigi (!!!).
      Regole d’ingaggio certo particolari , ma storia che _per quanto fantasiosa_ trova incastri narrativi piuttosto prevedibili, con una componente soprannaturale “banalizzata” dalla necessità di palesarsi il tempo di un lungo spiegone, a cui la francesina detective non può sottrarsi , e ti pareva, non solo per motivi professionali. Dylan, abbastanza scombussolato già dal senso di marcia dei veicoli in Continente si produce in inverosimili acrobazie ed assolve al suo ruolo protettivo , intimamente disinteressato ed altruistico, perdonando velocemente i torti subiti. Pesantucci i flashback anche sul piano retorico, esplicati in una architettura di racconto che tollera lo sleazy orrorifico per costruirci attorno una trama fin troppo satolla di incisi ed antefatti per viaggiare sicura e spedita.
      I disegni hanno, per me, la sgradevole caratteristica di alternare linee sottilissime ,che hanno la mollezza del ghirigoro e fanno scadere la solidità delle forme, a chiazze di neri impenetrabili ( e in aperto contrasto con la mezza tinta dei segmenti ambientati nel più o meno remoto passato), magari messi addosso ai personaggi (…nel senso dei loro vestiti…)per accentrare lo sguardo del lettore nello sbiadito quadro d’insieme circostante. Non si nega che alcuni primi piani abbiano una stilizzazione che paga l’occhio, ma sembrano piuttosto illustrazioni che si ambirebbe di avere a parte , su foglio a4 e dedica dell’autore ;-). Allegate figurine autoadesive, collezionabili in un album messo in abbinamento con il n.ro 695 di “Tex”. In sintesi ,un Dylan Dog in trasferta a Paris ma fin troppo uguale a se stesso (imho).
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        DYD 387 Che Regni il caos!
        Testi_ Roberto Recchioni / Disegni _ Leomacs e Marco Nizzoli.
        Inizia il “ciclo della meteora” che ci porterà alle viste del numero quattrocento di “Dylan Dog” con una macro-storia come non mai in stretta continuità narrativa, facente perno su John Ghost e promettente di attrarre molti degli spunti sospesi tra gli albi curati dal corso editoriale facente capo a Recchioni, che ritorna come sceneggiatore . La riconoscibilità tematica e stilistica dell’autore di “Orfani” non tarda a manifestarsi , con citazionismi pop a vagonate e viepiù col gusto di espandere all’eccesso i tratti della violenza grafica (salvo l’epilogo del primo atto, relegato fuori campo…),che come in “Orfani” funge da tragico esperimento sociale a cui l’infinita faccia tosta (eufemismo) di Ghost oppone un’ulteriore e massima criticità di cui Dylan, tra i pochi, viene messo a parte .
        Chiaro che di s*****lare l’irritante miliardario biancovestito non se ne parla.
        Un albo che pastura dunque il complottismo ,ed attraverso la figura iconica di Dylan cerca di puntellare valori , ovvero mettere all’indice disvalori secondo un’assunzione che potrà essere comunque tacciata di “buonismo”, opure di elitismo. Ne esce,al momento un mischione cerchiobottista a cui imputare varie paternità (o paternali…) socio-politiche. A torto o a ragione il “farsi tirare per la giacchetta” è quindi ancora un valido espediente per suscitare interesse. Vedremo se il fumetto saprà far parlare di sé anche fuori dagli ormai sempre più ristretti circoli degli appassionati.
        Piuttosto “tamarro”e fuori misura (anche nel senso delle proporzioni anatomiche…)lo stile di Leomacs a cui spetta la “macelleria” terroristica di Londra, ben oltre ogni appiglio realista; poi subentra il più “cartesiano” e sobrio Nizzoli, netto nei bianco (prevalente in generale :albo opzionato al colore?)e nero e con maggiore propensione armonica nei ritratti dei “neo-mostrificati" senza se e senza ma. Continua. (imho).
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          DYD 388 Esercizio numero 6
          Testi_ Paola Barbato / Disegni_ Giovanni Freghieri.
          Assolta l’incombenza di ricordarci il conto alla rovescia per l’arrivo della famigerata Cometa; messe in atto le contromisure per evitare isterie da panico collettivo e dato supposizione di eventuali influenze del corpo celeste sull’umore e sulla fisiologia dei terrestri, il numero può considerarsi tranquillamente fruibile come parte a se stante : ma purtroppo non è un bel leggere. Denunciata una parentela con “Village of the damned”, il soggetto drena un filone piuttosto sfruttato nei flussi della fiction seriale : ecco l’eterogeneo gruppo di giovani/giovanissimi dotati di “poteri speciali” che ne fanno dei semi reietti disadattati, raccattati e posti in un plesso scolastico da a loro volta ex bambini prodigiosi, che gli fanno da Professori e psicologi, ovvero svolgono il programma delle normali materie di studio e in più si adoperano per non lasciare avvizzire quelle loro capacità fuori dal comune, senza farli sentire “strambi” e non accettati. Ma la “chimica” che si crea tra loro evolve ulteriormente le singole attitudini, combinandosi nello sprigionarsi di energie vaste quanto arduamente controllabili. Dylan ci finisce in mezzo e…
          Dunque abbiamo un gruzzolo di tipi/e che sanno fare robe strane; quando li abbiamo inquadrati per quello incominciano a fare robe ancora più strane, da soli e in compagnia, ma qualcuno si perde nel bosco circostante la scuola, che a ben vedere sembra la cosa più verosimile di una baraonda di avvenimenti ameni, che non fanno minimamente palpitare d’emozione il lettore, salvo sporadicamente (con) la mediazione dell’indagatore dell’incubo, che ha la caratteristica di operare nel “suo campo”, senza spocchia alcuna. Ne ha viste d’altronde così tante da dover incassare ulteriori palesi citazioni di una sceneggiatura fumosa ,che è quasi un unico e continuo “spiegone” , spossante e sterile.
          La fine si avvicina (?) e la vita è dunque troppo breve per sprecarla dietro ad una storia tanto insipida, che il sempre maiuscolo Freghieri illustra con tagli di inquadrature enfatiche, spinti contrasti di luce ( ma anche un lavoro di mezza tinta) ed un segno di riconoscibilissima eleganza. In allegato un secondo pacchetto di tarocchi. Non mi è piaciuto (imho).
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            DYD 389 La Sopravvissuta
            Testi_ Barbara Baraldi / Disegni_ Luigi e Fabio Piccatto , Giulia Massaglia e Matteo Santaniello.
            Pagata la libbra di carne (cit.) alla continuity del ciclo “Della Meteora”( secondo un margine d’interpretazione non inequivoco, dovuto agli ancora undici “step” a venire, più s’avvicina alla Terra e più influenza la vita sul Pianeta; sebbene in pochissimi abbiano contezza del quadro generale di catastrofico pericolo globale innescato dalla rotta di collisione del corpo astrale…), in sostanza è un episodio godibile a se stante, con la tara (se si vuole con l’aiuto…)di appunto svariate citazioni , peraltro non velate o vaghe ma squadernate a bella posta (xD), in composizione di una trama che , assimilate le “mirabolanti” digressioni horror-splatter, può essere ricondotta a quel minimo di plausibilità logica che potremmo trovare nelle “urban legend’s”, innaffiate di situazioni limite da saga (filmica) di “Final Destination” che ruba qualcosa dei vari “Maniac Cop” e rimanda pure a “Il Fantasma di Anna Never”, per restare in territorio dylandoghiano.

            Una giovane attrice di film sleazy scampa ad una serie assurda di eventi luttuosi di massa, sentendosi sbalorditivamente miracolata ed insieme perseguitata, scorgendo sui luoghi delle tragedie la maschera tragicamente iconica_ e per questo contesa dai collezionisti del macabro_ di un serial killer fermato tre lustri addietro. Chiede aiuto a Dylan ,ben presto spinto a riconsiderare il suo iniziale scetticismo e (…).
            La “factory” coltivata dall’esperto Luigi Piccatto dà i buoni frutti del figlio Fabio , che ricompatta lo stile paterno _sempre riconoscibile_ con linee avviluppanti, decise ma anche modulate in concorso alla resa di dettagli e particolari ,concedendosi al virtuosismo di immagini fuori asse (orizzontale) o che “aggrediscono”il limite bidimensionale della vignetta con una preponderanza da effetto 3d. Le ulteriori collaborazioni “ammorbidiscono” il segno per levigare una sequenza ,nella sceneggiatura, cinematografica . Lettura fluida, passabile (imho).

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              DYD 390 La Caduta degli dei
              SBE. 96pp., b/n. 3,50€ (allegati tarocchi di Dylan Dog).
              Testi_ Paola Barbato / Disegni_ Giampiero Casertano.
              La Barbato “split-ta” in Ambrosini, dichiara verbalmente (e non) le sue fonti d’approvvigionamento letterario e cinematografico ed edifica, con ristretto spazio all’ironia, un suo pippone socio-filosofico catastrofista , ovviamente tarato sul “-10 alla Meteora”che sta già facendo friggere parecchi cervelli e diventando pretesto di sgangherati deliri , alla peggio scusa per far quadrare narrativamente _un po’ come in questo caso_ zopicanti premesse e frettolose conclusioni. Un tour de force per Dylan , che deve sbattersi all’estremo, mantenendo la sua integrità (peraltro , come tanti altri, già minata dal circo-lo tecnologico e mediatico in cui anche lui, per quanto riluttante in vari aspetti, è oramai assorbito)sia a livello fisico che deduttivo , letteralmente imprigionato in un rompicapo architettonico “millenarista” edificato sulle concezioni (assolutiste) del suo creator ( stranamente somigliante all’Agente Callaghan in “Julia”, xD ). E chi ci vuol vedere una tirata anti –populista…Probabilmente mica sbaglia :-p . Un episodio dunque destinato a “far discutere” oltre, forse, la validazione dei suoi opinabili meriti intrinsechi.
              La gente sta male e i pennelli di Casertano sono il meglio su piazza per esprimere la loro/nostra “mostrificazione”, l’abbruttimento morale che diviene ombra e rughe feroci . Anche i panneggi dei vestiti contribuiscono a dare un senso di stressata e sudaticcia pesantezza, nell’oppressione di ambienti violentemente contrastati tra buche oscure e pareti candidamente sterili , poco familiari nelle cubature delle labirintiche stanze, opprimenti di costante video-sorveglianza; dove d’altronde il (credere di ) vedere è la parte pseudo-scientifica del “piano”, trascinato dalla “insolita improvvisa scomparsa” di una divulgatrice scientifica peraltro saldissima nel respingere i campi d’indagini di Dylan, comunque ingaggiato per ritrovarla. La cosa gli è facile, il difficile piuttosto sarà non “perdersi”. Di pregio la cover di Gigi Cavenago, che forse gioca iconicamente con un classico di H.G. Wells(imho).
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                DYD 391 Il Sangue della Terra
                Testi_ Paola Barbato / Disegni_ Werther Dell’Edera.
                Meno Nove alla Meteora. Un senso di ineluttabile fine (del mondo) oramai serpeggia nell’intera popolazione, che tenta di dare “senso” al tempo (rimasto; ovvero alla mancanza di futuro a venire…) abbandonando gli ingranaggi _per quanto possibile_ della catena lavoro/produzione/consumo e consegnandosi più o meno passivamente all’inevitabile (?). Sconvolgimenti sociologici e pure climatici dovuti all’avvicinamento impattante del corpo celeste a cui un anziano e facoltosissimo magnate anglo-russo cerca di sottrarsi installandosi in una base satellitare spaziale sua privata (!); ma , avendo divorziato unilateralmente dalla moglie _ che è una Strega ( non per modo di dire…)e non l’ha presa bene_ deve chiedere a Dylan di “contenere” la consorte. Trovato l’insperato ingaggio l’indagatore dell’incubo scopre sfumature ben distinte dello strano e straordinario sodalizio sentimentale e “magico”…

                Posta l’accettazione delle norme esoteriche –stregonesche che stagnino l’accettabilità consequenziale dell’incredibile vicenda è un albo che restituisce un “distillato” dylandoghiano di prima (anche nel senso originario…)qualità, con un intreccio ingegnoso ( che pesca qualcosa da “Contact” fino a “Forrest Gump”, includendo toccate ironiche sul matrimonio e fors’anche una velata metafora , con Bloch e Jenkins, della senescenza che “non può” estinguere i legami affettivi…)con un senso di continuità del ciclo (…della Meteora)finalmente e compiutamente predominante. A mali estremi _ma senza fare schifo a se stesso_ Dylan ( non estraneo, naturalmente, al clima di “sbaraccamento” generale…) rimedia perfino imbracciando gli strumenti della tecnologia e perpetrando una autoconservazione che dovendosi dire di “natura” non vuole con questo porsi al di sopra di altre emanazioni , compresa la stessa Bruxa.

                Fortemente allampanato nella sua stilizzazione il segno (perlopiù sottile , improntato e monotono) di Dell’Edera rifugge e scavalla la proporzionalità anatomica ed i relativi panneggi per farsi evocazione spettrale ed onirica; dovendo anche però agganciarvi elementi di concreta materia tecnico- aerospaziale . Quasi un Fabio Visintin inchiostrato Stano : non è la mia tazza di thè (cit.), ma in un “Dylan Dog” Recchioni-zzato ed orientato a là “Orfani” ha il suo perché. Albo piaciuto (imho).
                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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