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Le STORIE_Bonelli ed.

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  • #16

    Ritorno del viandante cieco _se così è_ dalle insospettabili risorse, pellegrino nel Giappone feudale già incontrato ne “Le Storie #2 La Redenzione del Samurai”, come ora con i testi di Roberto Recchioni.
    Lo scrittore romano ha ormai il suo tratto distintivo nelle parti dialogate sempre ristrette all’essenzialità ed una spiccata fascinazione per i riti comportamentali nell’addestramento di guerrieri di ogni fatta.
    E tanto per (non) cambiare stavolta si tratta di avviare alla via della spada ed ad arti non solo propriamente marziali una nobile fanciulla di coorte ,depressa, di famiglia suicida porgendo L’Onore al Signore del feudo _a cui è stata promessa sposa_, volgare ed ingrato.
    Urge vendetta; ed il viandante ancora una volta non la incontra per caso…
    Abbastanza ozioso razionalizzare un fumetto in cui la Tipa si sottopone ad ogni genere di fatica ed angheria per temprarsi da “arma letale”, se serve pure da zoccola, per compiere inesorabilmente il suo intento personale; con coraggio e forza sovrumane e furente determinazione a livelli da squilibrata. Una disarmonia che non può che giungere alle orecchie dell’amareggiato saggio viandante, pronto a riprendere la sua strada.
    Tematiche classiche ( o se si vuole risapute, salvo parentesi saffiche /erotiche piacevolmente spiazzanti…) impaginate appunto con l’agilità di pochi “spiegoni” e lasciando il racconto alle illustrazioni sontuosamente cesellate da Andrea Accardi, eccellendo nella resa scenografica delle ambientazioni e coreografica dei combattimenti, lavora con classe sull’inchiostrazione per forse cedere qualcosa solo in taluni ritratti che tradiscono una mimica fin troppo esasperata.
    Storia dunque non per tutti ( nel senso che il soggetto può venire a noia ai non affezionati) che si legge in sveltezza e appaga nella resa dei disegni.
    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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    • #17
      Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
      Preso oggi. Legerò non prima di aver ripassato il precedente capitolo nipponico.

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      • #18
        Il cinereo grigiore spettrale della Berlino Est anni ’70 nella morsa ambientale della Polizia Politica.
        Lo zelo imperturbabile di un funzionario, F., che ha scambiato gli affetti e quasi la facoltà di provare (esternare…) sentimenti con la fedeltà al Partito-Stato avvitato nella paranoia implacabile di essere sovvertito e destabilizzato da cittadini in qualsiasi (!) modo infedeli, e dunque da spiare, sospettare e neutralizzare in anticipo. Una spirale che fatalmente macina controlli, e poi controllati e controllori, alla ricerca di una “purezza” che di per se stessa appare artefatta, dunque stonata e suscettibile di un’ulteriore livello di messa sotto esame. Generando tormenti che non hanno fine, se non spezzati da una fuga ad Ovest per la Libertà; comunque irraggiungibile se dentro le persone è definitivamente sopito l’istinto anticonformista alla lotta e discussione del Sistema repressivo e liberticida, magari in cambio di pochi benefit elemosinati dall’alto.
        Gli incroci del destino mettono F. sulle piste di una famosa non più giovanissima cantante, la sua preferita, verso cui _ contravvenendo ai doveri consegnati_ ha uno slancio di attrazione e protezione ; mettendosi in gioco, per amore, fino a disvelare i tarli della sua esistenza . Co-stretto dagli avvenimenti F. dovrà chiudere i conti col proprio passato prima di pensare a costruirsi un possibile futuro, comunque incompatibile con cosa e dove è stato, e sebbene la Stasi sembri riuscire ad indovinare ogni sua mossa, instillandogli con ciò un atroce sospetto…
        Sceneggiatura di Alessandro Bilotta, attento ai risvolti psicologici e sociologici che gravano sui protagonisti, senza affatto rinunciare a momenti movimentati di pura azione e trovando modo di esprimersi anche con diverse parti prive di dialoghi.
        La sostanzia i disegni Matteo Mosca, che pare attingere ad uno stile a là Bacilieri per cogliere e ritrarre persone perlopiù attempate, mentre le espressioni dolenti richiamano al make-up ed alla illuminazione del cinema espressionista muto tedesco, o per rimanere in tema di fumetto bonelliano alle atmosfere brumose di molti episodi di “Dampyr”. Il risultato ed il finale [SPOILER] lieto seppur differito [FINE SPOILER] concilia e lascia soddisfatti della sua resa professionale.
        Genere spionistico/drammatico. Buono.
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        • #19

          T esti e disegni di Gigi Simeoni. Fantascienza post-apocalittica in un medioevo prossimo venturo sconquassato dallo scontro tra due civiltà che si contendono l’approvvigionamento del petrolio e dei salassi, ovvero il prelievo di sangue umano indispensabile per contenere la pandemia della “ossidanza”, grave patologia che mina la salute psico-fisica dei soggetti colpiti, facendone dei reietti della società da esiliare nel deserto ,divenuto con ciò una terra per l’anarchia predatoria dei disperati che vi abitano, e pretesto di qualche signore della guerra per muovere sistematicamente alla distruzione definitiva del nemico. C’è chi invece bramerebbe solo una pacifica sopravvivenza…
          Racconto epico compresso in centodieci pagine, poche, con personaggi costumati come in una saga fantasy ( dovrebbero vestirsi più comodi sotto il solleone desertico…) che dispiega piuttosto una trama da telenovela , comprensiva di simil principesse , baldi guerrieri, Sovrani illuminati ma con delfini debosciati e qualche comprimario buffo a far da spalla comica. Come se l’autore fosse rimasto ostaggio del mondo da lui stesso concepito sentendosi poi in obbligo di popolarlo di caratteri riconoscibilmente esemplari, ma in definitiva soprattutto stereotipi. Di conseguenza l’apparato visivo, che risulta sovraccarico di ammennicoli e proteso a spasmi atletico-gladiatòri degni del peggior Recchioni. Finale aperto, o per meglio dire tronco.
          Albo deludente e dimenticabile, secondo me.
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          • #20

            Rivisitazione del romanzo “The Duel: A Military Tale” di Joseph Conrad accavallato al secondo conflitto mondiale. Disegnato da Paolo Raffaelli con propensione alla sintesi, chiazzando i neri e spesso non chiudendo le linee, su testi di Luigi Mignacco che sono quasi un bigino di scenari bellici planetari.
            Testimoniata in forma di resoconto giornalistico ( reso da didascalie nel tipico font da macchina da scrivere ) da un cronista terzo è la vicenda di una irriducibile rivalità tra due promettenti pugili inglesi, molto diversi nel dato caratteriale ed agli antipodi per estrazione sociale, che si danno la guerra (personale) nell’ambito della Guerra Mondiale cercando di prevalere l’un l’altro in un incontro di boxe all’ultimo round che per motivi contingenti sopraggiunti non riescono mai a completare. Finiscono ad inseguirsi per tre continenti, affrontando da alleati _ col sottile disprezzo della differenza di gradi e mansioni _ le battaglie su ogni tipo di campo, aiutandosi anche; ma col retro pensiero di trovare un qualche modo di riprendere il macth . Gli orrori della Guerra non li lasciano insensibili, ma finiscono col constatare che sono proprio i loro “bollenti spiriti” agonistici che li tengono “attaccati” alla vita, in attesa di riprenderla civilmente.
            A fronte di suggestioni filosofiche lasciate cogliere al lettore , un’avventura abbastanza telefonata di peripezie militari, linguaggio da “uomini veri” ,conseguente gara di coraggio e cameratismo virile. Metaforicamente intendendo, il viaggio è più importante della meta e dunque ci sta pure il finale non concluso. E la vita _ per chi è tornato dalla guerra _ continua.
            "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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            • #21
              In una cornucopia di grisaglie e merletti il bel mondo londinese di metà ‘800 si dà appuntamento alla “Great Exposition” di opere manufatturiere d’ingegno.
              Spicca all’attenzione dei convenuti un “apparecchio computazionale automatico”, un automa capace di elaborare calcoli logici immessi nella strategia del gioco degli scacchi, competitivi in maniera insuperabile. Accetta la sfida di fare una partita un dandy Prussiano, snob, irritante ed arrogante quanto però campione riconosciuto . Ma ogni volta che poi decide di sacrificare un pezzo sulla scacchiera avvengono disgrazie in maniera dolosa ,con omicidi che arrivano a lambire le più alte cariche del Regno. Al Direttore di Scotland Yard, subito ai ferri corti col Prussiano, il compito di scongiurarli _ ove ragion di Stato e la forsennata competitività del giocatore non contemplano abbandoni di sorta_ prevedendo le mosse della macchina che precedono le uccisioni.
              Come nell’albo precedente, un match che si srotola durante l’intero arco della storia mantiene la compattezza della progressione narrativa e traccia il trascorrere di avvenimenti piuttosto simili tra loro , fino allo scioglimento finale del mistero. La sceneggiatura dunque cattura l’interesse , con ritmo, capovolgimenti di fronte e dialoghi dalla coloritura brillante, anche imbastiti di note tecniche sul gioco degli scacchi. Strettamente indispensabile lo “spiegone” finale , senza scappatoie “soprannaturali”. Debutto Bonelli della disegnatrice Alessia Fattore , in tandem con Maurizio Di Vincenzo, non dissimile al tratto di altre prove di questa collana, ma obbligata comunque all’accuratezza sulla resa del periodo storico ed a ombre “aggressive”suggerite dall’ambientazione e dalla temperatura emotiva del racconto.
              Si lascia leggere.

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              • #22


                Unità di tempo e luogo con bizzeffe di citazioni filmiche per questo episodio, il suo terzo nella collana, di Paola Barbato.
                Tre rapinatori poco professionali e peggio assortiti assaltano una lussuosa clinica per lungodegenti di psichiatria per un loro preciso motivo…
                Immediatamente la situazione si complica ed il blitz si trasforma in una snervante odissea per conquistare un varco d’uscita nella blindatissima struttura ospedaliera e tenere a bada ricoverati, loro congiunti, il personale sanitario e l’imminente aggiunta di interventi dall’esterno.

                Una vicenda ritmata, che rilancia continuamente il susseguirsi ansiogeno degli avvenimenti, con il leader dei “rapinatori/sequestratori” che detta quasi managerialmente lo scenario dell’azione _totalmente in interni ma molto movimentata_ , organizzando la gestione degli ostaggi , in una situazione che continua inesorabilmente a sfuggirgli di mano. Lo segue il complice gregario, mentre il terzo diventa rapidamente ingestibile. E ci sono ospiti che _se non adeguatamente sedati_ potrebbero diventare anche più pericolosi.
                Non basta ancora: in un’ottica di aiuto terapeutico assistenti ed assistiti sono abbigliati volutamente in maniera indistinguibile. Chi è chi?

                Daniele Caluri è un premiato e sperimentato disegnatore satirico ( “Nirvana”; “Don Zauker”) che qui produce una robusta sterzata “espressionista” nel dare l’inchiostrazione , corroborando la durezza di ombre sinistre e notturne. L’impianto estetico tuttavia risente della sua predilezione orientativa per un segno piegato e consacrato alla deformazione grottesca (valga ad esempio il travestimento dei tre con maschere dei Presidenti Usa, che anche quando se le sfilano esibiscono faccioni sovraccarichi nei lineamenti e nella mimica facciale).
                Gli strappi vorticosi impressi alla vicenda avvincono alla lettura , senza probabilmente concedere di soffermarsi in un’analisi dei fatti meno stressata , che finirebbe ad evidenziare noiosamente le esagerazioni incongruenti del soggetto.
                Letto di getto le pagine si “divorano” godendo dei ribaltamenti della trama , attivi sino all’ultima vignetta.
                Da questo mese gli albi della serie costano 3,80 euro.
                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                • #23
                  Non mi paicciono, preferisco le vecchie storie di Dylan DOG

                  Micol
                  [URL=http://s03.flagcounter.com/more/ojF][/U

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                  • #24


                    Il contrasto desaturato , consunto e lattiginoso come da un arcaico filmato su pellicola detta unitariamente l’estetica dell’albo, passato da Sergio Gerasi in affinati toni di grigio su bianco, con bella resa di espressioni facciali e lodevole cura del dettaglio, sebbene il risultato finale lasci un vago senso di spazialità asettica , ovvero di pulizia formale e sostanziale che non ci si aspetterebbe da una logorante guerra di trincea. Ove tocca organizzare una squadra in mandato esplorativo di un fortino nemico, strategico e forse non del tutto abbandonato.
                    Dei “piccoli indiani” destinati ad incontrare un’avversità ambigua ed oscura , che rischiano di non saper decifrare. Metafora della incomunicabilità nella guerra e slancio motivatore della buona sceneggiatura di Giovanni Gualdoni, attenta ad aprirsi all’approfondimento psicologico dei protagonisti, senza mai annoiare grazie al contrappeso di continui e marcati avvenimenti , in un crescendo di angoscia, stress e rabbia irrazionale, che lasciano propendere anche interpretazioni “fantastiche “ dei fatti accaduti.Come se già la realtà non si prestasse a farli (soprav)vivere col peggiore ed ingestibile degli incubi ad occhi aperti.
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                    • #25
                      Marca male per un ex legionario , che nel 1954 cerca di mettersi alle spalle la terribile esperienza della guerra. Pur avendo propri inderogabili valori d’onore si arrangia smistando merci non del tutto legali in transito nel porto di Marsiglia; mentre il Paese vive gli ultimi atti della “grandeur” colonialista in Indocina, fibrillante punto di frizione di interessi confessabili e non della vecchia Europa e cantiere delle spinte indipendentiste della regione.
                      L’occasione di cambiare aria , dopo aver rotto con i suoi referenti malavitosi gli viene da un camerata, ora ufficiale dei Servizi, che lo persuade con argomenti ultimativi a prendere l’incarico in Vietnam di sistemare un ufficiale che conoscono bene, traditore della Francia e compromesso con i militari vietnamiti.
                      In Asia, preso contatto con i suoi informatori e stretta un’affettuosa amicizia con la nipote del reggente della colonia, comincia ad avere dubbi sullo scopo e la veridicità della sua missione.
                      Circostanze sfavorevoli lo costringono a non desistere, ma trova sulla sua strada un alleato insospettabile…
                      Ai testi Fausto Vitaliano che imbastisce una trama di inganni, doppi giochi e situazioni torbide e travisate, con l’(anti) eroe catapultato in situazioni di pericolo imminente e scosso dal dubbio di non saper decrittare i comportamenti di falsi amici che, filtrando le informazioni gli forniscono poi un quadro distorto della situazione in essere, per farlo agire in soddisfazione dei loro scopi.
                      Paolo Mottura punteggia i disegni con tratteggi insistiti ed ombre decise, creando per il protagonista una fisionomia dichiaratamente imparentata con “Mister No”.
                      Alcune pagine della mia copia sono sporcate tipograficamente da aloni d’inchiostro.
                      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                      • #26


                        SBE , 128pp., a colori, 6,00€.
                        Albo fuori collana, a periodicità annuale.
                        Artista riconosciuto in vita, nell’ Italia dei primi anni del 1600, Michele Angelo Merisi da Caravaggio, esprime la forza maiuscola del suo talento pittorico con la protezione e le prebende di nobiluomini timorati ed amanti del bello; mercanti e mecenati facoltosi. Ma è parimenti inviso da influenti membri del Clero, turbati dalla dirompente comunicativa scaturita dalla potenza espressiva e realistica dei dipinti, che esonda dagli steccati e dai limiti imposti alla differenziazione dei ceti sociali; e dai congiunti di un uomo che M. ha ucciso in duello, spinto da una tempra talvolta irruenta e scriteriata _ fiaccata peraltro da continue febbri malariche_,che vogliono una sanguinosa vendetta. Raggiunto da una condanna a morte che il solo Papa, se ben consigliato, potrebbe graziare, M. è costretto a dipingere scappando continuamente da due Cavalieri che con motivazioni e committenti opposti intendono ghermirlo, per una ricompensa veniale , avversandosi per antiche ruggini.
                        Giuseppe De Nardo ai testi affronta la materia di un (as)saggio storico, mai tedioso, in avvicinamento all’umanissimo artista sposando il punto di vista dei due “cacciatori di taglie”, perorando inoltre il punto di vista “progressista” degli estimatori del Caravaggio, sparpagliati nel centro sud della Penisola e pronti a dare quartiere a chi tanto li sta emozionando con le sue opere, già col sentore di custodire un tesoro immortale.
                        Nato per il bianco e nero il segno di Giampiero Casertano accoglie sì il colore _ in sé buono ( i dipinti sono resi in forma fotografica su carta ruvida pesante) e non invadente in cromie inutilmente squillanti_ ma si rabbuia nell’inchiostrazione, per invece emergere le raffigurazioni da quei tagli di luce obliqui da allora e sempre “Caravaggeschi”. Come nei dipinti del maestro d’altronde non si fa scrupolo di ingentilire tratti somatici ( come del resto il putridume degli ambienti plebei),pur se i suoi labbroni penduli fan tanto Sly Stallone xD.
                        Bella sceneggiatura che rende necessarie e dunque potabili le molte coreografie degli spadaccini; anche se la meccanica degli avvenimenti è fondamentalmente una reiterazione.
                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        • #27
                          Dalla nascita gravemente offeso nel fisico, un giovane uomo pratica in solitudine i sotterranei catacombali di una Londra tardo ottocentesca, che peraltro offre una vita assai grama anche ai borgatari in superficie , mentre gli aristocratici riparano nelle loro sontuose ed inaccessibili tenute.
                          L’infelice trasmette ad un diario il racconto della propria vita, ed il manoscritto finisce incidentalmente nelle mani di un giovane Ispettore , che lo gira al suo ex Capo, relegato a riposo per una gamba malconcia. Il burbero tutore dell’ordine, incoraggiato dalla moglie, prende interesse per l’insolita “autobiografia”, che svela un passato di angherie _subite ad iniziare dall’essere stato abbandonato in fasce presso un istituto religioso_ ed una fervente “fantasia” che lo aiuta a farsi scudo delle umiliazioni ,agognando una ricompensa finale dai torti patiti ma sembra anche metterlo su una strada su cui potrebbe aver calpestato vite umane, idealizzando platonicamente la virtù di una povera fanciulla , osservata solo da lontano.
                          Levandosi dall’apatia da pensionato indotto il maturo Ispettore Capo decide di verificare sul campo la veridicità dei fatti narrati nel diario, che la suggestione dell’autore si attribuisce come “…del Principe di Persia”.
                          L’attenzione per il “diverso” sembra essere mutuata da Paola Barbato ai testi, direttamente dalla sensibilità di Tiziano Sclavi nel suo fondativo lavoro su DYD. Il soggetto comunque abbraccia molti spunti classici ,procedendo di buona lena su un crinale melo-drammatico, con un accorto dosaggio della suspense ed uno sguardo fermo alle cupezze dell’epoca Vittoriana. Aiuta il pregnante bianco e nero di Nicola Mari , del tutto indicato per rendere profili provati da ogni abbruttimento, quanto i lineamenti eterei di bellezze nobili, almeno alla prova dello sguardo del protagonista, infine “liberato” dai suoi handicap in una forma accettata.
                          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                          • #28


                            Un Ufficiale dell’esercito inglese reduce dal fronte delle Ardenne ( seconda guerra mondiale, inverno del 1944), torna a casa per piangere la moglie e la figlioletta perite in un bombardamento su Londra . Subito dopo , con la sua squadra di incursori _a cui si aggrega un graduato dei Servizi Segreti _ viene assegnato ad una delicata missione: essere paracadutati in una zona della Germania per prendere possesso di una stazione radio , da cui una voce femminile “angelica” lancia dei messaggi di conforto ed incoraggiamento ai soldati tedeschi, ormai quasi ripiegati alla difesa del suolo patrio.
                            Le dediche della ragazza hanno tutte uno scioccante comune denominatore… E gli imprevisti sul campo porteranno gli inglesi a scontrarsi con il nemico.

                            Storia malinconica ed intrigante, superficialmente apparentabile nel soggetto al precedente episodio “La Pattuglia” , che lascia spazio a soluzioni grafiche non consuete ( si vedano le pp. 96-97 ) con i testi di Stefano Vietti , teso peraltro a descrivere numerose tavole quasi mute, minuziose e credibili nelle tattiche di combattimento per l’espugnazione della postazione radiofonica, a seguito della missione che _ sfruttando dei caratteri abbastanza pianificati_ devia su territori “altri” ( non voglio spoiler are), con balzo finale in avanti nel tempo e la sorpresa di conoscere i destini di due protagonisti che si erano incontrati in guerra, da nemici ma con la consapevolezza che si potesse in ogni senso guardare “oltre”, riconoscendosi nelle comuni umane ferite dei corpi e delle anime, cercando la forza per ricacciare indietro l’ostilità e facendo avanzare la prospettiva della Pace.

                            Ai disegni Alfio Buscaglia nell’ambientazione invernale trova terreno fertile per uno stile “alla francese” corposo nella linea e coprente nelle chine , lasciando comunque il retrogusto dell’assenza dell’elemento colorazione.
                            "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                            • #29

                              Nel brodo di coltura del decadentismo borghese a L’Avana a.d. 1958, pesca anche il malaffare della mafia italo-americana esfiltrata dalla Florida per prosperare in un clima di basso impero e ampia corruttela . Il quadro politico tuttavia è in rapida ebollizione : i “barbuto” di Fidel Castro ed Ernesto Guevara serrano le fila ormai non troppo lontano dalla capitale cubana, in attesa di sferrare l’offensiva Rivoluzionaria al dittatore Fulgencio Batista.

                              Case da gioco, prostituzione, estorsioni e loschi traffici non possono che risentire dell’instabilità governativa, a cominciare dai referenti messi a libro paga dai malavitosi, che rischiano di non poter controllare il territorio esercitando la necessaria complicità omertosa. Ne servono di nuovi, agganciati al potere che sta andando in costituzione.
                              Oliare l’ingranaggio è compito delicato, che può assumersi tra i pochi il genero di un boss italiano, che con accortezza si sta facendo strada, lui americano d’origine, nell’Organizzazione e nel rapporto fiduciario col suocero. Ma un giorno…

                              Mettendo in forma didascalica l’ideale voce narrante del suo protagonista, Pasquale Ruju calibra testi che ispirano un quasi cinico disincanto da copione noir e perfeziona un intreccio che, pur nell’afa di un capodanno cubano, punta ad una raggelante e “punitiva” crudezza, culminata in un finale sapientemente riconducibile ad una sottotrama lasciata partire come fosse un ameno riempitivo.
                              Le tinte drammatiche del soggetto, che si incista in fatti storici acclarati ( e lo stesso 31dicembre 1958 non è un giorno scelto senza cognizione di causa…), trovano il disegnatore Max Avogadro assai in palla nelle ricostruzioni prospettiche ambientali,efficace nei ritratti ma forse un poco disorientante nella gestione delle fonti di luce ovvero negli elementi lucidi od opachi ( le chine) che danno struttura a visi e corporature attraverso (troppe?) pieghe dei vestiti e lucentezze di capelli , spesso a contrasto con le ombre dure sui volti.
                              In sintesi un albo che d’atmosfera gangsters, che si lascia seguire per la curiosità di sapere come finisce la storia, beninteso che nessuno dei protagonisti si salva moralmente.
                              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                              • #30


                                1453 d.c. Cinte d’assedio dalle orde ottomane, che s’aprono la via con cannoni e catapulte , le mura di Costantinopoli sono sul baratro della capitolazione.
                                Con piena contezza dell’inevitabile, i dignitari dell’Imperatore cristiano dentro la città affidano ad un valoroso ufficiale la segreta missione di evacuare un “tesoro” _sigillato in un pesante baule_, portandolo al sicuro oltre le linee nemiche nella città d’origine del Cavaliere : Venezia. Sotto le mentite e mimetiche spoglie di semplici viandanti scortano l’inestimabile carico la guardia scelta del sovrano.
                                Dall’entroterra alla costa d’imbarco il viaggio riserverà drammatici impedimenti superabili solo con gesti di eroismo estremo…
                                Ai testi Giancarlo Marzano mette su un “cinema” di situazioni telefonatissime, spargendo fiotti di sangue, frutto di battaglie corpo a corpo con “gli infedeli” spesso infilzati o saccagnati con l’ascia di guerra(!) a mezzo di mosse coreografate degne dei Samurai di Recchioni. Il finale ******SPOILER “Rinascimentale” FINE SPOILER****** dovrebbe emendare la sovraesposizione di splatter , apparecchiato su uno svolgimento della storia mai circonfuso di guizzi originali.

                                Buona la prestazione del disegnatore Giovanni Lorusso, che si sobbarca il soggetto “in costume” appuntandolo di caratteristiche finemente distintive :armature, tuniche, fortificazioni ed armi varie; mentre i primi piani dei protagonisti pescano in una classicità scultorea modellata dall’incidenza di ombre compatte, a carico di un maggiore espressionismo drammatico.

                                Capitolo non infame, ma che non entusiasma, imho.
                                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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