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Angolo di reciproca consolazione

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  • Comunque, anche conoscendo perfettamente i tuoi obbiettivi, dovresti considerare le probabilità di non riuscire a realizzarli o di realizzarli in modo incompleto, che esistono.
    Se, una volta chiari gli obbiettivi (per esempio, citando alcuni punti da te espressi, avere una relazione stabile, avere amicizie gratificanti, avere un lavoro appagante, stabile, ben retribuito, vivere in una città che ti piace,...) non dovessi realizzarne nessuno per te la vita sarebbe completamente finita?
    Mi spiego meglio: realizzare tutti gli obbiettivi con una certa contemporaneità legata alla scadenza dei 40 è ambizioso.
    Magari qualche obbiettivo potresti non realizzarlo proprio, e altri solo in parte e in tempi diversi, credo che sarebbe una possibilità realistica.
    Ultima modifica di violaverde; 14 maggio 19, 11:25.
    "It's so easy to laugh / It's so easy to hate / It takes strength to be gentle and kind"
    The Smiths - I Know It's Over

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    • forse non riesco a spiegarmi....il punto non è "spuntare" delle cose da una lista entro una certa età, il punto è migliorare la propria situazione attuale anche in vista di quella futura.
      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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      • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
        forse non riesco a spiegarmi....il punto non è "spuntare" delle cose da una lista entro una certa età, il punto è migliorare la propria situazione attuale anche in vista di quella futura.
        Perdonami, dalla tua frase che ho citato prima sui 40 e ricordando altri tuoi interventi ho frainteso l'interpretazione del tuo punto di vista.
        Avevo capito che tu non hai chiari gli obbiettivi, ma che vorresti averli, nella speranza che questa chiarezza ti aiuti a trovare una condizione che ti soddisfi. Io mettevo le mani avanti su questo.
        Ultima modifica di violaverde; 14 maggio 19, 14:29.
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        • Questa settimana due miei colleghi lasciano il lavoro. Andranno a fare altro. Sono entrati in azienda dopo di me e lasciano prima. La cosa mi perplime, come al solito.
          Ho due colloqui in settimana con aziende piccole, ma onestamente nessuna delle due posizioni mi interessa davvero. Per quanto magari uno potrebbe imparare cose nuove.
          Stavo pensando di studiare Machine Learning e Data Analisys, che dovrebbero offrire molte possibilità in tante città diverse. Ma forse è solo l'ennesimo autoinganno, per calmarmi la coscienza. Stavo pensando di cambiare città.

          Causa influenza, ho dovuto spostare gli appuntamenti col terapeuta. Non ci sarebbe nulla di male, non fosse che, e questo è grave, mi rendo conto sia l'unica persona con cui riesco ad aprirmi liberamente (nonchè l'unica con cui possa parlare apertamente di ciò che mi passa per la testa). Con gli amici non riesco ad aprirmi....so che molti non capirebbero (in passato qualcuno si è messo a ridere, o forse ho frainteso io le loro reazioni) ciò che mi passa per la testa, o comunque li vedo presi da altri problemi (turni di notte, lavoro senza stipendio, concorsi, lavoro in nero, fallimenti di attività proprie, etc...).
          Mia sorella è iper-stressata dal matrimonio e, comunque, ogni volta che ho cercato di parlarle mi è sempre sembrata con la testa altrove. Come se non le interessasse o come se cercasse una frase per chiudere la discussione quanto prima e magari trovando una soluzione pratica. E' fatta cosi. Non si fa domande. Non fa domande. Ha ereditato l'atteggiamento pratico da mia madre. Ad entrambe risulta difficile capire il lato decisamente poco pratico delle mie preoccupazioni.
          Capitava a volte, l'anno scorso, che mia madre mi telefonasse proprio mentre o poco dopo una mia crisi di pianto. Capiva dal tono della voce che stavo piangendo e iniziava a preoccuparsi, pensando a malattie o altre catastrofi. Per tranquillizzarla, non sapendo che scusa inventare, le dicevo la verità: è tutto ok, mi sento solo un pò triste e un pò solo. Dopo un paio di volte che la cosa è successa, mi ha poi chiamato mia sorella dicendomi che stavo facendo preoccupare inutilmente nostra madre. Per carità, mia sorella ha anche ragione. Ma già che eravamo al telefono poteva anche chiedermi come stavo e perchè mi sentissi triste.

          Coi colleghi ho smesso di legare....ci ho provato in passato, ma si finiva sempre per lamentarsi di lavoro, e alla fine anzicchè distarmi mi stressavo di più. Ho provato a invitarli spesso a uscire e a organizzare delle cose assieme, ma nulla di fatto...non ci siamo presi. Oramai non ci provo più, tanto poi finisce che lego e che li vedo cambiare lavoro o città. Idem con i coinquilini.
          Con mia madre le discussioni si limitano a cose frivole (cosa hai mangiato, come è il tempo) e quando provo ad aprirmi finiamo per litigare. Lei non ha fiducia nella terapia e pensa che io stia perdendo tempo per rimandare delle decisioni. Se provo a spiegarle le mie paure, mi risponde usando il suo sistema pratico (quello che ti fa imparare copiando gli altri) e dice "eh, ma gli altro come fanno!". E finisce per farmi sentire colpevolizzato.
          Tutto ciò mi fa sentire non capito, mi porta a chiudermi maggiormente in me stesso e, tocca ammettere le mie colpe, forse mi porta al vittimismo.
          Mia madre ora ha la febbre alta, scesa a 37. Mi spiace non poterla aiutare e, in questi casi, mi sento in colpa ad aver "autosabotato" certi colloqui a Roma. Altre volte mi chiedo se io non abbia fatto bene, se le posizioni per Roma davvero coincidessero con ciò che volessi fare o se stessi solo cercando di attuare le soluzioni proposte da altre persone, che mi suggerivano di riavvicinarmi ai vecchi amici e alla famiglia.

          Ho provato a frequentare palestre e corsi di lingue ma non ho legato con nessuno, a parte con un professore. Il quale forse lo fa per vendermi un corso di programmazione neurolinguistica. Chi lo sa.
          Ho qualche nuovo amico ma quando provo ad aprirmi con loro ho paura di annoiarli e di diventare pesante, e che questo possa portare loro ad allontanarmi. Mi sono dato una regola da "piccoli passi", ossia di aprirmi poco alla volta, per pochi minuti (max 10-20) e solo con persone che sembra mostrino anche loro delle debolezze (in modo da essere sicuro di non ricevere una reazione da "uomo forte al comando", come capitata in passato). Spesso queste persone "forti" se ne escono con consigli a mio avviso "blandi", tipo "mangia di più" o "trovati una ragazza". A queste soluzioni rispondo spesso con una domanda, del tipo "come potrei stare con una ragazza se non sto in pace con me stesso?", e queste domande li fanno incavolare, come se rifiutassi il loro aiuto. Altre volte, con gli amici che sento piu vicini, capita l'opposto. Dico che "sto pensando di cambiare città", e mi sento fare una domanda del tipo "sei sicuro che non ripeterai gli stessi problemi ma in una città diversa". Paradossalmente li apprezzo per questo, mi sembra un segno di profondità di pensiero.

          Questa chiusura verso gli altri mi fa però sentire sempre molto solo. Spesso anche quando sono in compagnia. Spesso anche quando torno in famiglia. E mina la mia autostima e la mia fiducia nel futuro e nelle mie capacità. E inoltre, visto che di carattere cerco sempre di accontentare tutti, credo che questa cosa mini anche la mia tendenza ad impormi agli altri, e a far valere certi miei diritti anche in ambito lavorativo. Tipo chiedere un aumento o licenziarmi.
          Ogni tanto, camminando per strada, oppure mentre sono chiuso in bagno in ufficio, o a casa, sento improvvisamente l'esigenza di piangere. Non so se sia autocommiserazione. O se sto solo cercando di attirare l'attenzione.
          Ultima modifica di UomoCheRide; 16 maggio 19, 09:31.
          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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          • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
            Questa settimana due miei colleghi lasciano il lavoro. Andranno a fare altro. Sono entrati in azienda dopo di me e lasciano prima. La cosa mi perplime, come al solito.
            Ho due colloqui in settimana con aziende piccole, ma onestamente nessuna delle due posizioni mi interessa davvero. Per quanto magari uno potrebbe imparare cose nuove.
            Stavo pensando di studiare Machine Learning e Data Analisys, che dovrebbero offrire molte possibilità in tante città diverse. Ma forse è solo l'ennesimo autoinganno, per calmarmi la coscienza. Stavo pensando di cambiare città.

            Causa influenza, ho dovuto spostare gli appuntamenti col terapeuta. Non ci sarebbe nulla di male, non fosse che, e questo è grave, mi rendo conto sia l'unica persona con cui riesco ad aprirmi liberamente (nonchè l'unica con cui possa parlare apertamente di ciò che mi passa per la testa). Con gli amici non riesco ad aprirmi....so che molti non capirebbero (in passato qualcuno si è messo a ridere, o forse ho frainteso io le loro reazioni) ciò che mi passa per la testa, o comunque li vedo presi da altri problemi (turni di notte, lavoro senza stipendio, concorsi, lavoro in nero, fallimenti di attività proprie, etc...).
            Mia sorella è iper-stressata dal matrimonio e, comunque, ogni volta che ho cercato di parlarle mi è sempre sembrata con la testa altrove. Come se non le interessasse o come se cercasse una frase per chiudere la discussione quanto prima e magari trovando una soluzione pratica. E' fatta cosi. Non si fa domande. Non fa domande. Ha ereditato l'atteggiamento pratico da mia madre. Ad entrambe risulta difficile capire il lato decisamente poco pratico delle mie preoccupazioni. Coi colleghi ho smesso di legare....ci ho provato in passato, ma si finiva sempre per lamentarsi di lavoro, e alla fine anzicchè distarmi mi stressavo di più. Ho provato a invitarli spesso a uscire e a organizzare delle cose assieme, ma nulla di fatto...non ci siamo presi. Oramai non ci provo più, tanto poi finisce che lego e che li vedo cambiare lavoro o città. Idem con i coinquilini.
            Con mia madre le discussioni si limitano a cose frivole (cosa hai mangiato, come è il tempo) e quando provo ad aprirmi finiamo per litigare. Lei non ha fiducia nella terapia e pensa che io stia perdendo tempo per rimandare delle decisioni. Se provo a spiegarle le mie paure, mi risponde usando il suo sistema pratico (quello che ti fa imparare copiando gli altri) e dice "eh, ma gli altro come fanno!". E finisce per farmi sentire colpevolizzato.
            Tutto ciò mi fa sentire non capito, mi porta a chiudermi maggiormente in me stesso e, tocca ammettere le mie colpe, forse mi porta al vittimismo.
            Mia madre ora ha la febbre alta, scesa a 37. Mi spiace non poterla aiutare e, in questi casi, mi sento in colpa ad aver "autosabotato" certi colloqui a Roma. Altre volte mi chiedo se io non abbia fatto bene, se le posizioni per Roma davvero coincidessero con ciò che volessi fare o se stessi solo cercando di attuare le soluzioni proposte da altre persone, che mi suggerivano di riavvicinarmi ai vecchi amici e alla famiglia.

            Ho provato a frequentare palestre e corsi di lingue ma non ho legato con nessuno, a parte con un professore. Il quale forse lo fa per vendermi un corso di programmazione neurolinguistica. Chi lo sa.
            Ho qualche nuovo amico ma quando provo ad aprirmi con loro ho paura di annoiarli e di diventare pesante, e che questo possa portare loro ad allontanarmi. Mi sono dato una regola da "piccoli passi", ossia di aprirmi poco alla volta, per pochi minuti (max 10-20) e solo con persone che sembra mostrino anche loro delle debolezze (in modo da essere sicuro di non ricevere una reazione da "uomo forte al comando", come capitata in passato). Spesso queste persone "forti" se ne escono con consigli a mio avviso "blandi", tipo "mangia di più" o "trovati una ragazza". A queste soluzioni rispondo spesso con una domanda, del tipo "come potrei stare con una ragazza se non sto in pace con me stesso?", e queste domande li fanno incavolare, come se rifiutassi il loro aiuto. Altre volte, con gli amici che sento piu vicini, capita l'opposto. Dico che "sto pensando di cambiare città", e mi sento fare una domanda del tipo "sei sicuro che non ripeterai gli stessi problemi ma in una città diversa". Paradossalmente li apprezzo per questo, mi sembra un segno di profondità di pensiero.

            Questa chiusura verso gli altri mi fa però sentire sempre molto solo. Spesso anche quando sono in compagnia. Spesso anche quando torno in famiglia. E mina la mia autostima e la mia fiducia nel futuro e nelle mie capacità. E inoltre, visto che di carattere cerco sempre di accontentare tutti, credo che questa cosa mini anche la mia tendenza ad impormi agli altri, e a far valere certi miei diritti anche in ambito lavorativo. Tipo chiedere un aumento o licenziarmi.
            Ogni tanto, camminando per strada, oppure mentre sono chiuso in bagno in ufficio, o a casa, sento improvvisamente l'esigenza di piangere. Non so se sia autocommiserazione. O se sto solo cercando di attirare l'attenzione.
            Ho notato che usi spesso l'incipit "sto pensando..." o "stavo pensando di..." o "pensavo che...". In molte delle mie letture recenti si evidenzia un uso disfunzionale del pensiero, pensiamo troppo. Racchiudiamo la nostra vita nel pensiero, che è solo uno strumento e che è limitato, mentre la vita e ciò che siamo sono molto più ampi del pensiero che li interpreta. Se l'infelicità è frutto di una disfunzione del pensiero non ti consigliano di cambiare pensiero ma di stare nel presente oltre il pensiero.
            Non c'è un modo unico per farlo, è un percorso personale. Spesso.una delle vie consigliate è la meditazione, che però, nella forma comune, è solo un metodo, uno strumento, che non dobbiamo essere tentati di sostituire al pensiero.
            Chissà, forse anche il tuo pianto è solo uno strumento per smettere di pensare, per liberare l'energia che tieni vincolata nel pensiero riportandolo nel momento presente in un azione che ti coinvolge in modo più ampio del solo pensiero. Se ti viene bene prova a restare dentro quel momento, sentilo e basta senza domande, senza interpretarlo come sentimento, come ad esempio tristezza, restarci dentro sentendo l'energia che c'è. Potrebbe essere un modo per andare oltre il pensiero.
            PS. Non devi esaminare l'emozione, anche le emozioni sono pensiero.
            Ultima modifica di violaverde; 16 maggio 19, 08:43.
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            • Originariamente inviato da violaverde Visualizza il messaggio
              Ho notato che usi spesso l'incipit "sto pensando..." o "stavo pensando di..." o "pensavo che...". In molte delle mie letture recenti si evidenzia un uso disfunzionale del pensiero, pensiamo troppo. Racchiudiamo la nostra vita nel pensiero, che è solo uno strumento e che è limitato, mentre la vita e ciò che siamo sono molto più ampi del pensiero che li interpreta. Se l'infelicità è frutto di una disfunzione del pensiero non ti consigliano di cambiare pensiero ma di stare nel presente oltre il pensiero.
              Non c'è un modo unico per farlo, è un percorso personale. Spesso.una delle vie consigliate è la meditazione, che però, nella forma comune, è solo un metodo, uno strumento che non dobbiamo sostituire al pensiero.
              Si. Dalle mie letture ne emerge che ho una matrice introversa, che mi porta ad analizzare le persone e le azioni prima di agire. La cosa ha dei vantaggi, ma anche degli svantaggi. Ad esempio, faccio meno esperienze perchè spesso mi metto da parte ad osservare.
              Un problema è anche la mancanza di confronto con un altra persona. Per cui spesso se sto male, cerco di "dialogare con me stesso" per cercare di uscirne.
              Ho provato anche ad agire di istinto, ma alla fine accadeva che mi facevo vincere dalla paura. Con la questione del lavoro a Roma, agii di istinto: Di istinto, non ci volevo andare. Ora penso che forse ho commesso un errore.
              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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              • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
                Mi sono dato una regola da "piccoli passi", ossia di aprirmi poco alla volta, per pochi minuti (max 10-20)
                guarda, forse c'entra poco con tutto il resto ma é la parte che mi ha colpito di piú: ma ti pare che uno debba "darsi una regola" per come relazionarsi agli altri? ma che é?
                se stai parlando con qualcuno e per puro caso scopri di trovartici ma stanno per scadere i 20 minuti che succede, interrompi la comunicazione?
                ca$$o, non puoi vivere la vita come fosse un'equazione - e non osare uscirtene con la storia del "sono molto razionale", non c'é nulla di razionale in questo, é grottesco e ossessivo; e come tutte le ossessioni sono autoillusioni che sottendono un grande caos di fondo

                il tuo terapeuta che scuola é? psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, adleriana, funzionale ecc ecc?
                secondo me a te servirebbe qualcuno in grado di scavare piú a fondo, di risalire alla radice dei problemi stessi piú che a un loro riconoscimento (che secondo me hai raggiunto)



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                • Perdonami, ho cambiato il commento scritto sopra aggiungendo qualcosa.
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                  • Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio

                    guarda, forse c'entra poco con tutto il resto ma é la parte che mi ha colpito di piú: ma ti pare che uno debba "darsi una regola" per come relazionarsi agli altri? ma che é?
                    se stai parlando con qualcuno e per puro caso scopri di trovartici ma stanno per scadere i 20 minuti che succede, interrompi la comunicazione?
                    ca$$o, non puoi vivere la vita come fosse un'equazione - e non osare uscirtene con la storia del "sono molto razionale", non c'é nulla di razionale in questo, é grottesco e ossessivo; e come tutte le ossessioni sono autoillusioni che sottendono un grande caos di fondo

                    il tuo terapeuta che scuola é? psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, adleriana, funzionale ecc ecc?
                    secondo me a te servirebbe qualcuno in grado di scavare piú a fondo, di risalire alla radice dei problemi stessi piú che a un loro riconoscimento (che secondo me hai raggiunto)
                    Uncle, probabilmente sono stato frainteso.
                    La regola dei 20 minuti (che non è una regola fissa, è piu una sorta di metodo, proposto da Giorgio Nardone, non dal mio terapeuta), non implica che se mi trovo con una persona debba parlarci solo 20 minuti. Semplicemente, se ho un problema e voglio parlarne ad un altro, non devo prendere troppo tempo, altrimenti accade che:
                    - Monopolizzo la conversazione e non lascio spazio all'altro per aprirsi
                    - L'aprirsi con qualcuno si trasforma in "piangersi addosso"
                    - L'altro si annoia e rendo la mia compagnia poco piacevole. (Questo si ricollega alla mia paura di venire allontanato).

                    Il mio terapeuta è un cognitivista, e spesso mi ha invitato ad aprirmi di piu con gli altri e a condividere i miei sentimenti e problemi con gli altri. A suo dire, condividendo ciò che ci preoccupa riusciamo a stabilire legami piu profondi (tipo come quando in Inside Out, è Tristezza a creare un legame con l'amico immaginario rosa). E spesso lavora sulle mie emozioni.
                    In sostanza spesso mi dice "Caro paziente - sto parafrasando - lei mi parla spesso dei suoi problemi col lavoro o a gestire le relazioni, ma dietro questi suoi racconti ci sono paura, solitudine, sfiducia in se stessi...o operiamo su questi ambiti oppure lei se li porterà sempre dietro, anche cambiando lavoro o città.
                    Lui sostiene che forse non dovrei limitare il modo con cui mi apro ma la scelta delle persone con cui farlo e le modalità (ad esempio usando il black humor)
                    E ne stiamo parlando da 2 anni.
                    Ultima modifica di UomoCheRide; 16 maggio 19, 09:04.
                    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                    Spoiler! Mostra

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                    • Uomo, mi associo un po' al post di Viola, che leggo sempre con piacere.
                      Io da domani cambierò lavoro; è un anno che sto progettando questa cosa e si è concretizzato tutto in pochi giorni (o dovrei dire poche ore). Ma ho deciso di non arrovellarmi troppo su dubbi ed incertezze, in primis perché l'ho voluto io, e poi perché le variabili sono tutte non ponderabili e in continuo movimento. Credo di aver fatto la scelta giusta e migliorativa per me, professionalmente ma anche personalmente, e tanto mi basta. Poi, quel che sarà sarà...l'importante è restare vivi.
                      "Per me".

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                      • Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio

                        guarda, forse c'entra poco con tutto il resto ma é la parte che mi ha colpito di piú: ma ti pare che uno debba "darsi una regola" per come relazionarsi agli altri? ma che é?
                        se stai parlando con qualcuno e per puro caso scopri di trovartici ma stanno per scadere i 20 minuti che succede, interrompi la comunicazione?
                        ca$$o, non puoi vivere la vita come fosse un'equazione - e non osare uscirtene con la storia del "sono molto razionale", non c'é nulla di razionale in questo, é grottesco e ossessivo; e come tutte le ossessioni sono autoillusioni che sottendono un grande caos di fondo

                        il tuo terapeuta che scuola é? psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, adleriana, funzionale ecc ecc?
                        secondo me a te servirebbe qualcuno in grado di scavare piú a fondo, di risalire alla radice dei problemi stessi piú che a un loro riconoscimento (che secondo me hai raggiunto)
                        Più che altro non dovrebbe essere chi parla a stabilire che è o sarà noioso a priori, dunque meglio abituare il prossimo con dosi omeopatiche.
                        Uno parla, poi dall'interazione con l'altro del momento si capisce come sta andando.

                        "It's so easy to laugh / It's so easy to hate / It takes strength to be gentle and kind"
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                        • Originariamente inviato da spiderman2707 Visualizza il messaggio
                          Uomo, mi associo un po' al post di Viola, che leggo sempre con piacere.
                          Io da domani cambierò lavoro; è un anno che sto progettando questa cosa e si è concretizzato tutto in pochi giorni (o dovrei dire poche ore). Ma ho deciso di non arrovellarmi troppo su dubbi ed incertezze, in primis perché l'ho voluto io, e poi perché le variabili sono tutte non ponderabili e in continuo movimento. Credo di aver fatto la scelta giusta e migliorativa per me, professionalmente ma anche personalmente, e tanto mi basta. Poi, quel che sarà sarà...l'importante è restare vivi.
                          Ricambio il piacere . In bocca al lupo per tutto!
                          "It's so easy to laugh / It's so easy to hate / It takes strength to be gentle and kind"
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                          • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
                            Il mio terapeuta è un cognitivista
                            immaginavo (anche io ho frequentato per un po' l'ambiente)
                            hai mai pensato di fare un percorso di vera e propria psicoanalisi invece?



                            Honour to the 26s

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                            • Originariamente inviato da spiderman2707 Visualizza il messaggio
                              Uomo, mi associo un po' al post di Viola, che leggo sempre con piacere.
                              Io da domani cambierò lavoro; è un anno che sto progettando questa cosa e si è concretizzato tutto in pochi giorni (o dovrei dire poche ore). Ma ho deciso di non arrovellarmi troppo su dubbi ed incertezze, in primis perché l'ho voluto io, e poi perché le variabili sono tutte non ponderabili e in continuo movimento. Credo di aver fatto la scelta giusta e migliorativa per me, professionalmente ma anche personalmente, e tanto mi basta. Poi, quel che sarà sarà...l'importante è restare vivi.
                              Si ma dipende da tante cose....quante cose cambiano della tua vita, a parte il lavoro?
                              E poi hai detto che ci pensavi da un anno....quindi comunque lo progettavi...
                              E poi...l hai voluto tu. Questa cosa del cambio, io la sento quasi imposta dalle circostanze...dal fatto che cambiano tutti, o che vorrei che la mia vita cambiasse...o perchè ho paura di finire spostato di città contro il mio volere o di finire ingabbiato con poche esperienze non rivendibili....

                              Infine...se lo fai, è perchè vedi un miglioramento. L'assenza di un obbiettivo chiaro non mi fa vedere il cambiamento come migliorativo ma mi fa vedere solo i lati negativi.
                              Per dire, per i due colloqui che mi aspettano questa settimana, mi spaventano anche le cose piu banali...tipo farmi 2 ore di pullman al giorno, tipo il restare a Torino, o il dover affrontare il mio capoufficio...
                              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                                immaginavo (anche io ho frequentato per un po' l'ambiente)
                                hai mai pensato di fare un percorso di vera e propria psicoanalisi invece?
                                Sono stato con una psicanalista infantile, mentre ero all'uni (pagavo poco). Ma credo di aver buttato 2 anni. Col cognitivista capisco meglio certe dinamiche.
                                Pensavo in realtà di investire 500 euro in terapia breve strategica mirata al cambiamento e a superare la paura del cambiamento...col prof di programmazione neurolinguistica....ma lui è stato chiaro: O fisso degli obbiettivi, o la cosa diventa inutile.
                                E allora, il mio obbiettivo qual'è? Cambiare lavoro? Per diventare cosa? Andare a Roma dove ho delle persone che conosco, tra cui mia sorella che metterà famiglia, e lavorare sul rapporto con loro?
                                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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