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Angolo di reciproca consolazione

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  • totalmente d'accordo con Spidey

    però quel "tutte cose che non pare abbiano portato alcun risultato positivo" riassume bene il problema di Uomo secondo me, e cioè che tu tratti questi aspetti della tua vita come variabili di una funzione da risolvere.
    ti diverte fare il corso di teatro? ti appassiona la fotografia? e allora il risultato lo hai ottenuto, goditele e continuale


    Honour to the 26s

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    • Sembra che la tua vita sia una check list da spuntare.
      "Per me".

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      • Originariamente inviato da spiderman2707 Visualizza il messaggio
        Sembra che la tua vita sia una check list da spuntare.
        Il tempo passa e certe cose vanno fatte entro un certo range di età... quindi si, ho una lista da spuntare, ma soprattutto ho delle fisime da superare.

        Sul fatto che io abbia fatto "buone cose" in questo periodo... si e no......, vado nel dettaglio:

        - aver provato ad allargare le amicizie contattando ex colleghi dell'Università o organizzando serate al cinema con gruppi diversi (ma oramai i fidanzati fanno tutti vita casalinga, e fondere i gruppi diversi non ha funzionato) ---> Come accennato, la cosa non ha funzionato. Frequento sempre quindi le stesse persone - 2 di numero, principalmente - e, per quanto abbia molto legato con loro, finiamo per vederci una sera a settimana e a volte non abbiamo più di che parlare, se non di cose comunque "leggere" (ultimo libro letto... commento di un film che vorremmo andare a vedere).... io comunque cerco sempre di spostare le conversazioni anche su qualcosa di personale, perchè è da queste conversazioni che si cementano veramente i legami

        - ho scoperto un nuovo hobby (la fotografia), cerco di fare ogni giorno almeno un 20 minuti di sport (per mantenere alta la serotonina) ---> in effetti i miei amici mi hanno consigliato di usare questo hobby come ponte per fare nuove conoscenze (è un suggerimento che mi hanno dato da poco, da che mi sono spostato dalle nature morte e i paesaggi alla ritrattistica). Però davvero, c'è un botto di roba da studiare e il tempo è poco. Forse mi comprerò una camera digitale usata ma, di nuovo, mi sembrano tutti palliativi che mi distraggono dal vero obbiettivo mentre il tempo passa.

        - Seguo corsi online di management e programmazione per ottenere attestati di partecipazione ---> mi hanno fatto notare che questi attestati sono praticamente inutili e servono solo come infarinatura generale... non aiutano col cv e non aiutano ai colloqui... anzi, dovrei anche investire tempo a ripetere le lezioni che, in parte, ho già dimenticato. Ma, al contempo, mi servirebbe altro tempo per consolidare conoscenze con corsi a pagamento, in modo da avere un pezzo di carta che confermi le mie competenze in ambito test e Agile, dove ho lavorato per anni. Mio cognato inoltre mi consiglia i corsi Cisco in cybersecurity perchè è lì che si può svoltare come carriera...

        - mi sono iscritto ad un corso di teatro (che, causa pandemia, stiamo per ora facendo online) ---> lo scopo era di fare nuove amicizie, ma gli incontri online non aiutano (qualcuno ha anche mollato). Poi inizio a pensare che questo tipo di situazioni non portino facilmente a legare al di fuori del contesto in cui si creano. Come accade con i colleghi. Certo potrebbe incoraggiarmi nelle mie competenze sociali qualora dovessi ripartire nuovamente da zero. Con alcune persone quest'anno ho legato subito, in meno di un mese, ma erano tutte persone che mi sono state presentate da amici e in maniera anche molto "particolare".
        Una nuova amica, ora fidanzata di un mio amico, mi è stata presentata ad una cena dove la padrona di casa ha esordito così: "non siate timidi a vicenda, tanto tutti quelli in questa stanza sono reduci da qualche anno di terapia con lo psicologo". Sembra strano ma la cosa ha subito abbattuto dei muri e rotto il ghiaccio.

        - ho continuato la terapia (conti alla mano, sono quasi 4 anni e 5000 euro con lo psicologo di Torino...poi ci sarebbero quelli spesi a Nocera dove, purtroppo, pare la psicologa abbia sbagliato approccio) ---> qui il terapista dice che dovrei riconoscermi i progressi... io vedo la meta molto lontana e il tempo agli sgoccioli.

        - In famiglia litighiamo molto poco (anche perchè parliamo poco di cose private). ---> Resta il fatto che, quando si tratta di cose importanti, non comunichiamo.

        - ho mantenuto il mio lavoro come sviluppatore PLC (Settembre scorso, a Derby, ho avuto pure le mie soddisfazioni, seppur non economiche e limitate alla classica pacca sulla spalla dei colleghi e del manager), ---> molti vedrebbero questa cosa come un fallimento, dato che non cambiando sono rimasto nella mia zona di comfort. Avendo quasi 35 anni, c'è il rischio di rendere il cambiamento impossibile. Molti miei ex colleghi o amici o familiari oramai sono manager. Quindi a volte le mie possibilità economiche inferiori vengono sottolineate. Io specifico che il mio stipendio sia nella media, ma mi vengono fatte pesare a volte scelte fatte in passato in cui ho rifiutato, per varie ragioni, offerte più lucrative.
        C'è il rischio di finire in una gabbia, ossia nell'impossibilità di cambiare lavoro o città un domani, in quanto non più spendibile.

        - ho letto libri e articoli sull'automiglioramento, addirittura ora vengo contattato dai miei amici che, in ritardo rispetto a me, decidono a loro volta di intraprendere un percorso di terapia o mi chiedevano consigli su come superare lo stress del lockdown ---> Paraddossalmente però la gente inizia anche a chiedersi "se questa roba funziona, perchè sei in terapia dal 2011"?

        - ho smesso di frequentare persone di cui non gradivo molto la compagnia --> in un certo senso è un bene, ma in realtà sto solo allargando la confort zone tirando fuori non solo le persone tossiche ma anche quelle che possono portare a riflessioni spiacevoli ma costruttive...come tutti i colleghi che si lamentano del nostro ufficio.

        - Da buon ossessivo sono un accumulatore, quindi commercialista mi suggerisce di investire il mio patrimonio nel mattone. Il vecchio studio di mio padre, buonanima, ora adibito e affittato come alloggio verrà lasciato entro l'anno...da cui l'esigenza di venderlo e di reinvestire in una città che non stia morendo come Nocera...quindi o Roma o Torino. Io non me la sento di investire a Torino dato che non prevedo di morire a Torino....se vivessi altrove, effettuare delle visite temporanee per controllare l'immobile sarebbe un casino.



        Tocca quindi decidere dove stanziarsi, in modo da trovare lavoro lì, far passare un tot di tempo per inserirsi in quel contesto, e riuscire ad investire con gli affetti lì. Anche perchè inizio a sentirmi stranamente vecchio....molti prenderebbero le cose con maggior entusiasmo, ma onestamente l'idea di - eventualmente, dover affrontare un trasloco in una nuova città, combattere col mio ufficio per una dimissione, iniziare un nuovo lavoro, reimparare un mestiere, reimparare i meccanismi tra i vari colleghi, imparare a muoversi in una nuova città, trovare un nuovo appartamento, magari temporaneo per poi fare un mutuo... non so se ho le energie (soprattutto quelle emotive) per tutto. Mettiamo che poi ciò accada a ridosso di un lutto o una grave malattia familiare, e le energie sono ancora meno. Mettiamo poi che la soluzione non sia permanente ma che, causa contrasti vari, debba ricambiarla...ecco allora altre energie emotive...
        Ultima modifica di UomoCheRide; 11 febbraio 21, 10:42.
        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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        • Da un mese a questa parte, come sapete, non sono proprio al mio massimo. Oggi scrivo qui perchè ieri ho avuto un piccolo crollo in terapia, e in più stamattina ricevo l'ennesima lettera di addio di un collega.
          8 colleghi lasciano l'azienda da settembre ad oggi. Continuano ad arrivarmi mail di gente che abbandona la barca. Sto per diventare uno dei più anziani in azienda e la cosa mi spaventa, mi preoccupa l'impossibilità di rivendermi a terzi. Cosa che però forse è in contraddizione...se si rivendono questi colleghi, perchè non potrei rivendermi io?
          Mi sto muovendo troppo tardi? Rischio di ingabbiarmi in situazioni che vanno incontro all'obsolescenza?

          Confesso che ho paura.
          Mi spiace annoiare le persone, e sono consapevole di star scrivendo le stesse cose già scritte a Marzo 2019 (ho riletto il forum e i miei appunti personali).
          Non sto facendo progressi. Sto pensando di cambiare terapista. Ma ho paura a ricominciare da capo. Ho paura di aver sprecato tempo.
          Sono in terapia da 4 anni su Torino e da 2 a Salerno. In molte cose sono migliorato, ma ogni tanto ho ancora degli attacchi, specie di pianto. Non so dove orientare la mia vita, e forse non lo saprò mai. Il terapista attuale sembra anche preparato e gentile, bravo nelle spiegazioni. Ma io non miglioro. Già due anni fa pensavo di mollare ma credevo che probabilmente la colpa fosse mia, che non mi stessi impegnando nel modo giusto in terapia. Quindi, dopo una prova in EMDR, mantenni lo stesso terapista ma cambiai il mio approccio.

          Forse mi sforzo di cambiare ma poi lascio il lavoro a metà, perchè inizio a chiedermi se il cambiamento sia veramente qualcosa che io voglia o più qualcosa che io stia facendo per farmi accettare dagli altri (i miei colleghi che se ne vanno, i miei colleghi che restano, gli amici, la famiglia). Forse mollo a metà perchè ho paura. Forse mollo a metà perchè so che alla fine del percorso, passato un pò di entusiasmo iniziale, tornerò a sentirmi come prima. Forse mollo perchè ho paura di finire in una gabbia percorrendo una strada sbagliata.
          E intanto mi sento come George Gray, il personaggio dell'antologia di Spoon River.
          E mi sento stanco. Fisicamente. Al punto che a volte, in terapia, quando parlo o ascolto i fatti miei rischio quasi di addormentarmi (è una reazione emotiva).
          E nonostante i messaggi, le telefonate, gli appuntamenti, le passeggiate in luoghi affollati, le chiacchiere a vuoto col coinquilino, gli inviti e via dicendo, spesso continuo a sentirmi solo e fuori posto, come se fossi sempre ospite di qualcuno. Qualcuno che c'è, magari viene anche bene accolto, ma che non è parte di quel contesto, o di quella città.
          Non so perchè ma anche l'idea di prendere un auto a Torino, mi spaventa. Una responsabilità in più, magari la paura che te la rubino se non la parcheggi bene, per farne poi cosa? Per accettare lavori fuori Torino e poter fare il pendolare, aumentando il tempo della tua giornata dedicata al lavoro.

          E intanto ho quasi 40 anni. Frequento al massimo 2 persone a settimana nel mio privato. Mia madre è anziana e sola al sud in un momento di pandemia, mia sorella è in dolce attesa, i miei amici decidono di andare in terapia e mi chiedono consigli, altri sono cassaintegrati o comunque hanno i loro problemi. Io mi sento un privilegiato eppure certe volte mi chiudo in bagno o in camera e mi schiaffeggio.

          Scusate lo sfogo. L'ennesimo.
          Ultima modifica di UomoCheRide; 18 marzo 21, 11:21.
          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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          • scusa, ma io il problema del lavoro continuo a non capirlo..tu, immagino, avrai un contratto a tempo indeterminato, perchè sei così ossessionato dall'idea di dover cambiare e quindi essere costretto a reinventarti? solo per soddisfazione personale/economica o ci sono altre esigenze che non vedo?

            per quanto riguarda il resto, sicuramente la situazione pandemica non aiuta. Anche io, da single, frequento oramai solo un'altra coppia di amici selezionati e mi sento isolato dai miei veri contatti (che sono quasi tutti a napoli o comunque lontani) ma mi rendo conto essere una situazione eccezionale e bene o male temporanea.
            Poi mi par di capire che anche i tuoi amici non siano messi meglio. Il fatto di sapere di non essere l'unico ad avere delle difficoltà non ti rassicura? Non nel senso di "mal comune, mezzo gaudio" ma semplicemente sapere che forse le paranoie che hai sono bene o male fisiologiche, magari nel tuo caso accentuate da caratteristiche personali ma comunque condivise da buona parte del resto dell'umanità; senza quindi doverti per forza "colpevolizzare"


            Honour to the 26s

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            • Intanto, ti ringrazio come sempre per la tua risposta

              Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio
              scusa, ma io il problema del lavoro continuo a non capirlo..tu, immagino, avrai un contratto a tempo indeterminato, perchè sei così ossessionato dall'idea di dover cambiare e quindi essere costretto a reinventarti? solo per soddisfazione personale/economica o ci sono altre esigenze che non vedo?
              La verità è che non lo so. Anche se ci ragiono spesso.
              L'ambiente a Torino non è dei migliori, tutti che si lamentano e che fanno le cassandre su come il lavoro non li valorizzi o non permetta loro una crescita o come stia rovinando loro il curriuclum (dopo che passi tot anni in un settore e in una attività, poi cambiare diventa quasi impossibile). Per cui, vista la mia anzianità, mi sembra quasi di venire bollato come "condannato al non cambiamento" o come "povero fesso che non abbandona la nave". Non sto dicendo che queste frasi mi vengano dette in faccia, sono io che "leggo" queste frasi inconsciamente quando mi relaziono con gli altri. E mi rendo conto che sono mie proiezioni eh, ma a livello emotivo la cosa non cambia. Coi colleghi di Napoli (con cui collaboro in rete) l'ambiente è più allegro.... ragionano per "l'ambiente non è dei migliori ma lavoro vicino casa senza emigrare". I colleghi più "sistemati" sul lavoro ora sono o manager o lavorano per le grandi multinazionali (quindi molte ore di straordinario, giornate lavorative lunghe). Onestamente a me non preoccupa il lavoro (anzi, mi aiuta a passare il tempo). Mi preoccupa non avere tempo per una vita sociale dato che devo ancora riuscire a costruirmene una. E infatti un paio di questi miei amici, in pandemia, appena si sono ritrovati fuori dal loro ufficio sono crollati e mi hanno chiesto dei consigli. Quelli più "soddisfatti" sono quelli che hanno o avevano una vita sociale già costruita e l'hanno mantenuta durante il lavoro, quindi non hanno problemi di overtime.
              Quindi il punto è: cambio per assecondare inconsciamente gli altri? Non cambio per via della confort zone? Non cambio per assecondare gli altri (ossia i manager)?
              Sicuramente, da qui a 10 anni, non vorrei vedermi dove mi trovo ora. Ma non so se il problema sia il lavoro.
              Il discorso che mi faceva spesso il terapista era una roba tipo:"Ok, immaginiamo che lei cambi lavoro, e trovi quello dei suoi soldi. La sera torna a casa, ha guadagnato molti soldi che comunque non spenderebbe perchè fa una vita semplice, e poi si ritrova solo. A quel punto cosa fa?". Non potevo certo dargli torto.

              Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio
              per quanto riguarda il resto, sicuramente la situazione pandemica non aiuta. Anche io, da single, frequento oramai solo un'altra coppia di amici selezionati e mi sento isolato dai miei veri contatti (che sono quasi tutti a napoli o comunque lontani) ma mi rendo conto essere una situazione eccezionale e bene o male temporanea.
              Il punto per me è la non temporaneità della situazione. Anzi, spesso mi rendo conto di essere un privilegiato proprio perchè la mia vita non è cambiata con la pandemia. Anzi, con lo smart working ho anche più tempo per fare sport, quando ne ho voglia.


              Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio
              Poi mi par di capire che anche i tuoi amici non siano messi meglio. Il fatto di sapere di non essere l'unico ad avere delle difficoltà non ti rassicura? Non nel senso di "mal comune, mezzo gaudio" ma semplicemente sapere che forse le paranoie che hai sono bene o male fisiologiche, magari nel tuo caso accentuate da caratteristiche personali ma comunque condivise da buona parte del resto dell'umanità; senza quindi doverti per forza "colpevolizzare"
              Certi giorni mi rassicura. Altri, come ieri, ho un pò dei crolli.... allora cerco delle soluzioni e, come nella natura umana, mi viene da valutare le soluzioni che ho già visto intraprendere da altri per capire se possano applicarsi al caso mio. Ne consegue che ogni soluzione porterà ad altri problemi (cosa che è anche logico che sia).
              Onestamente quando i miei amici di Salerno mi hanno chiesto consiglio perchè mi hanno detto di voler andare in terapia, pur essendo dispiaciuto per loro, un pò devo ammettere.... mi abbia fatto piacere. Non tanto perchè si siano rivolti a me (o meglio, anche per quello....purtroppo quando avevano problemi con le ragazze o di altro tipo ne parlavano tra di loro e mi sentivo un pò "tagliato fuori"... come se non venissi ritenuto in grado di capire certi argomenti o come se, nonostante l'amicizia, loro non si sentissero di condividere certe cose con me...), ma soprattutto perchè da quel momento mi avrebbero visto più come "uno di loro" e non come "quello un pò strano del gruppo".
              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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              • Comprendo benissimo UomoCheRide sul discorso lavoro... Non conosco i dettagli del suo mestiere e dell'azienda per cui lavora, ma capisco benissimo alcune parti del suo discorso, quali la paura di trovarsi tra dieci anni praticamente immobile a dove sia ora.
                Non so quale sia poi la condizione di Uncle ma riferendomi a mie conoscenze so che molti di coloro che si barcamenano tra contratti a termine, collaborazioni a progetto o simili, con magari dei periodi di disoccupazione tra una cosa e l'altra vedono l'indeterminato come se fosse il non plus ultra e il punto di arrivo. Ebbene, posso assicurarvi che anche un lavoro a tempo indeterminato, come tante altre cose che nella vita uno desidera molto prima di ottenere, può stufare o dare poche certezze che non siano quelle economiche.
                Facendo riferimento alla piramide dei bisogni di Maslow il lavoro spesso permette di soddisfare solo le esigenze alla base, per cui credo che voler cambiare è naturale.

                Per corroborare quanto ho detto sopra io stesso tra poco cambierò lavoro dopo diversi anni nella stessa azienda, può darsi che mi stia prendendo un rischio, può darsi che andrà peggio ma iniziavo sempre più spesso anch'io a pensare che in dieci anni non mi vorrei trovare ancora nella stessa situazione e che avevo bisogno di un cambiamento, con tutte le difficoltà e le insidie che può comportare.

                Tra i 25 e i 30 anni credo che uno sia disposto a fare qualsiasi cosa giusto per l'esperienza e iniziare ad avere la propria indipendenza; dopo, a meno di non trovarsi veramente in difficoltà con le spese ogni mese, è naturale che si voglia assistere a una crescita del proprio io lavorativo. Credo che una delle cose più frustranti sia quella di accorgersi dei propri cambiamenti e della maturazione a livello umano mentre a livello lavorativo si è invece sempre allo stesso punto.

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                • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio
                  so che molti di coloro che si barcamenano tra contratti a termine, collaborazioni a progetto o simili, con magari dei periodi di disoccupazione tra una cosa e l'altra vedono l'indeterminato come se fosse il non plus ultra e il punto di arrivo.
                  hei ma parla di me
                  scherzi a parte, hai colto perfettamente il punto: io capisco benissimo che per qualcuno l'idea di stare per 10 anni a fare lo stesso lavoro possa risultare opprimente (specie se quel lavoro non piace), ma conosco anche altri coetanei - vedi gli insegnanti - che sono ben disposti a 30 anni a sapere che fino alla pensione le loro attività non cambieranno
                  per cui chiedevo a Uomo in quale delle due categorie rientra, perchè appunto, si dice spesso spaventato all'idea di doversi reinventare tardivamente, quando magari questa circostanza non si presenterà mai a meno che non sia lui stesso a deciderla


                  Honour to the 26s

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                  • Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio
                    hei ma parla di me
                    scherzi a parte, hai colto perfettamente il punto: io capisco benissimo che per qualcuno l'idea di stare per 10 anni a fare lo stesso lavoro possa risultare opprimente (specie se quel lavoro non piace), ma conosco anche altri coetanei - vedi gli insegnanti - che sono ben disposti a 30 anni a sapere che fino alla pensione le loro attività non cambieranno
                    per cui chiedevo a Uomo in quale delle due categorie rientra, perchè appunto, si dice spesso spaventato all'idea di doversi reinventare tardivamente, quando magari questa circostanza non si presenterà mai a meno che non sia lui stesso a deciderla
                    In realtà appartengo ad una terza categoria.
                    Sul lavoro mi faccio andare bene qualunque cosa (probabilmente per la mia continua ricerca di approvazione).
                    Non mi va molto giù l'ambiente. Tutti insoddisfatti, che si lamentano e se ne vogliono andare. E non hanno tutti i torti, visto che rischi di venire spostato da un progetto ad un altro senza preavviso. Sei solo un numero. Un elemento da vendere a terzi. Se provo a legare coi colleghi dopo un po' le discussioni diventano solo continue lamentele, o comunque dopo un po' se ne vanno e non ci si incontra più.
                    E quando li ricontatto anche solo per fare loro gli auguri mi sento in tremendo imbarazzo nell'ammettere di non aver cambiato.

                    Più in generale, fossi soddisfatto della mia vita, resterei dove sono o, al limite, cercherei semplicemente un altro lavoro a Torino. In realtà non mi sento parte di nulla. A volte penso anche di cambiare città ma non saprei dove andare. Mi spaventa la solitudine. Altre volte mi sento in colpa senza motivo.
                    In questi 5 anni e mezzo ho frequentato molte persone ma a livello di amicizia sono rimasto in contatto con poche. Ho rifiutato offerte economiche moooooolto più vantaggiose per non cambiare città e restare di nuovo da solo, o solamente per paura, per mancanza di fiducia verso chi me lo proponeva.
                    In sostanza, dopo quasi 6 anni, mi sembra di essere al punto di partenza, ma con molte meno opportunità e molte più delusioni e stanchezza. C'è chi chiamerebbe queste cose "esperienza", ovviamente.
                    Ma ho paura che i prossimi cinque anni siano uguali a questi cinque.

                    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                    • Uncle Scrooge, tu che sei un fan di Mellville, hai presente il racconto "Bartleby e lo scrivano"?

                      https://it.wikipedia.org/wiki/Bartle...di_Wall_Street
                      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                      • UomoCheRide ho letto il tuo sfogo.
                        Io, fossi in te, cambierei totalmente punto di vista. Eliminerei dai tuoi discorsi qualsiasi accenno al lavoro. Il lavoro occupa mediamente il 70 o l'80% delle righe che scrivi. La vita non è il lavoro, tu non sei il tuo lavoro, i tuoi colleghi non sono tuoi amici, anche quelli che pensi lo siano. Io cambierei totalmente approccio. Non credo tu abbia mire da diventare un apicale, e col tuo carattere staresti in ansia h24 se lo fossi, quindi non pensare continuamente a livello in cui ti trovi ora e a quello in cui sono gli altri. In fin dei conti la tua occupazione è buona, hai un buon stipendio e una sicurezza data da un tempo indeterminato. Io credo che dovresti abbandonare l'ossessione del lavoro e pensare unicamente al tuo futuro di vita, una casa, un progetto di crescita personale.
                        Ripeto, il tuo lavoro non è la tua vita!!!!!!!
                        "Per me".

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                        • Originariamente inviato da spiderman2707 Visualizza il messaggio
                          UomoCheRide ho letto il tuo sfogo.
                          Io, fossi in te, cambierei totalmente punto di vista. Eliminerei dai tuoi discorsi qualsiasi accenno al lavoro. Il lavoro occupa mediamente il 70 o l'80% delle righe che scrivi. La vita non è il lavoro, tu non sei il tuo lavoro, i tuoi colleghi non sono tuoi amici, anche quelli che pensi lo siano. Io cambierei totalmente approccio. Non credo tu abbia mire da diventare un apicale, e col tuo carattere staresti in ansia h24 se lo fossi, quindi non pensare continuamente a livello in cui ti trovi ora e a quello in cui sono gli altri. In fin dei conti la tua occupazione è buona, hai un buon stipendio e una sicurezza data da un tempo indeterminato. Io credo che dovresti abbandonare l'ossessione del lavoro e pensare unicamente al tuo futuro di vita, una casa, un progetto di crescita personale.
                          Ripeto, il tuo lavoro non è la tua vita!!!!!!!
                          Ma il problema non è la carriera. E infatti nei miei precedenti messaggi non ho mai parlato di carriera.

                          Il problema è che il lavoro (che non sarà la nostra vita ma influenza dalle 9 alle 11 ore giornaliere della nostra vita, a seconda di quanto tempo si impiega a raggiungere il posto di lavoro) ha una forte influenza sulle nostre vite. Il lavoro influenza la città in cui viviamo, e quindi il luogo dove decidiamo di comprare una casa, e il tipo di persone che riusciamo a frequentare. Il numero di ore dedicate al lavoro influenza la quantità di tempo libero e di energie rimanenti e quindi quanto possiamo dedicarne a costruirci una rete sociale. Il tipo di lavoro che stai svolgendo caratterizza il tuo curriculum e quindi la tua capacità di rivenderti se decidi di cambiare. Mettiamo che passi 10 anni in un settore. Poi decidi di cambiare città per inseguire la famgilia, una fidanzata, degli amici, o banalmente perhcè hai litigato con tutti in azienda. Cosa fai? Necessariamente devi cercarti un nuovo lavoro. Cosa accade se non sei più rivendibile? O se non sei rivendibile nella città dove sono collocati i tuoi affetti?

                          Nei miei post precedenti, infatti, lamento una mia personale mancanza di crescita personale. Quello che accade sul lavoro è principalmente uno dei tanti campanelli di allarmi che mi spinge a mettermi in discussione.
                          Ultima modifica di UomoCheRide; 22 marzo 21, 17:26.
                          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                          Spoiler! Mostra

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                          • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio

                            Ma il problema non è la carriera. E infatti nei miei precedenti messaggi non ho mai parlato di carriera.

                            !) Il problema è che il lavoro (che non sarà la nostra vita ma influenza dalle 9 alle 11 ore giornaliere della nostra vita, a seconda di quanto tempo si impiega a raggiungere il posto di lavoro) ha una forte influenza sulle nostre vite. Il lavoro influenza la città in cui viviamo, e quindi il luogo dove decidiamo di comprare una casa, e il tipo di persone che riusciamo a frequentare. Il numero di ore dedicate al lavoro influenza la quantità di tempo libero e di energie rimanenti e quindi quanto possiamo dedicarne a costruirci una rete sociale.



                            2) Il tipo di lavoro che stai svolgendo caratterizza il tuo curriculum e quindi la tua capacità di rivenderti se decidi di cambiare. Mettiamo che passi 10 anni in un settore. Poi decidi di cambiare città per inseguire la famgilia, una fidanzata, degli amici, o banalmente perhcè hai litigato con tutti in azienda. Cosa fai? Necessariamente devi cercarti un nuovo lavoro. Cosa accade se non sei più rivendibile? O se non sei rivendibile nella città dove sono collocati i tuoi affetti?

                            Nei miei post precedenti, infatti, lamento una mia personale mancanza di crescita personale. Quello che accade sul lavoro è principalmente uno dei tanti campanelli di allarmi che mi spinge a mettermi in discussione.
                            Sulla prima parte della tua risposta potrei concordare, ma diciamo che tu hai un lavoro abbastanza "normale", non sei turnista di notte, o lavori sulle piattaforme eoliche del mare del nord, o per un'immobiliare londinese che deve vendere una proprietà ad un lugubre conte che vive in Transilvania. Quindi sono "problemi" di tutti, e a dirla tutta non sono nemmeno problemi.
                            Sulla seconda parte della tua risposta, vedo il solito tentativo di auto sabotarsi, elencando problemi, illustrando dei "what if?", analizando delle eventualità (quasi sempre negative).
                            Ultima modifica di spiderman2707; 23 marzo 21, 09:39.
                            "Per me".

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                            • Ciao UomoCheRide. Provo a darti i miei 2cents anche se non ci conosciamo. Visto che il lavoro che fai a tua detta definisce enormemente la tua vita anche sul piano personale, a questo punto credo sia necessario per te attivarti con decisione e cambiare. Tutte le perplessità del caso sono sensate e comprensibili e puoi tenerne conto nel momento in cui inizi a guardarti in giro ma credo che a questo punto cambiare ambiente possa darti nuovi stimoli per affrontare con maggiore entusiasmo e serenità la vita (anche perché potresti aver modo di conoscere una persona con cui legare sentimentalmente, che può essere fondamentale per farti trovare quella tua dimensione che tanto cerchi e che al momento non trovi). Valuta eventualmente anche lavori meno remunerativi ma magari più stimolanti o che ti lascino più tempo libero per te (tanto voglio dire è inutile prendere un bello stipendio se poi stai da schifo e non ti godi la vita).

                              Credo che il primo passo per provare ad affrontare una crescita personale sia questo. I se e i ma possono aiutarti a non compiere decisioni totalmente stupide ma non farti bloccare dalle perplessità e prova in tutti i modi a sbloccarti innanzitutto da questo punto di vista.


                              Ps: un altro paio di consigli:

                              -appena riaprono le palestre iscriviti ad un corso di pugilato
                              -ascolta tanta musica metal e hard rock

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                              • Originariamente inviato da spiderman2707 Visualizza il messaggio

                                Sulla prima parte della tua risposta potrei concordare, ma diciamo che tu hai un lavoro abbastanza "normale", non sei turnista di notte, o lavori sulle piattaforme eoliche del mare del nord, o per un'immobiliare londinese che deve vendere una proprietà ad un lugubre conte che vive in Transilvania. Quindi sono "problemi" di tutti, e a dirla tutta non sono nemmeno problemi.
                                Sulla seconda parte della tua risposta, vedo il solito tentativo di auto sabotarsi, elencando problemi, illustrando dei "what if?", analizando delle eventualità (quasi sempre negative).
                                Premesso che apprezzo la citazione a Stoker
                                Non capisco bene la parte del tuo discorso in cui dici che "costruirsi una rete sociale" nel tempo libero sia un falso problema. Tu stesso mi hai precedentemente suggerito di lavorare su un progetto di crescita personale, e una crescita personale è imprenscindibile dagli affetti.
                                Concordo sull'ipotesi dell'autosabotaggio, ragion per cui negli ultimi tempi mi stavo documentando sulla "Sindrome di Cassandra": (linko da wikipedia solo a titolo di esempio, è la prima voce che ho trovato https://it.wikipedia.org/wiki/Sindro...di%20Cassandra.). Nel mio caso potrebbe essere dettato dalla paura e dalla voglia di non assumere responsabilità.
                                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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