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  • Originariamente inviato da outis81 Visualizza il messaggio
    È da un po' che non scrivo qui. Ecco le visioni degli ultimi giorni.


    Come in uno specchio, di Ingmar Bergman

    Efficace ritratto della malattia mentale di una donna e delle ripercussioni sulle persone che le stanno accanto. Non ai livelli dei capolavori del regista, con un finale francamente didascalico, resta comunque una elegante fenomenologia della malattia mentale, con una fotografia ottima.


    Luci d'inverno, di Ingmar Bergman

    Storia di una crisi esistenziale di un prete. Grande interpretazione di Gunnar Björnstrand, ma francamente l'ho trovato un po' fiacco. La crisi esistenziale è sorretta più dall'attore che non dalla scrittura e anche in questo caso c'è la sensazione di didascalismo. Formalmente poi, capisco che se ne elogia la semplicità formale, ma ai miei occhi non è che questo sia per forza un merito. A mio parere Come in uno specchio è molto più interessante sul piano formale e quindi, alla fine, anche in generale.

    Aspetto comunque di vedere il terzo capitolo della "trilogia del silenzio di Dio" per una valutazione complessiva.


    L'infernale Quinlan, di Orson Welles

    Francamente, so che per molti le mie parole sembreranno un'eresia (per David soprattutto asd), ma mi pare che la fama di questo film (legata anche alla fama del regista, chiaro), sia superiore alle sue reali qualità. Formalmente certo non è brutto (ma c'è bisogno di dirlo, su un regista che ha esordito con Quarto potere? ), ha un piano sequenza iniziale formidabile, qua e là delle soluzioni fotografiche tremendamente efficaci, ma anche un Charlton Heston (per me) poco convincente e in generale delle scelte più votate all'effetto facile che non a "reali" esigenze estetiche. Insomma, un bel film, ma per me inferiore non solo a Quarto potere, ma anche a L'orgoglio degli Amberson.
    evito di cadere nella "trappola" su Touch of Evil, per me capolavoro di Welles :sisisi:

    però voglio approfondire un po' il tema della così detta "trilogia del silenzio" bergmaniana, perchè merita dal punto di vista artistico e filosofico:

    come già detto dal buon outis il "silenzio" è inteso come silenzio di Dio. Nei tre film Bergman affronta nuovamente (ma in maniera indiretta, ellittica e reticente) la tematica religiosa, attraverso storie profondamente diverse tra loro, ed accomunate da uno stile più austero e criptico, dalla complessità psicologica dei personaggi, dall'attenzione all'amore in tutte le sue espressioni, da quelle sentimentali a quelle spirituali a quelle soprattutto sessuali. Sono indubbiamente film difficili, che rendono la lettura dell'opera complessiva del regista molto più controversa, moltiplicando le problematiche e le loro sfaccettature da un lato, e, dall'altro, gli angoli visuali di osservazione e le prospettive per lo spettatore.
    La concentrazione dell'autore su pochi personaggi ne fa dei veri e propri drammi da camera (con evidente riferimento ai Kammerspiel del cinema muto tedesco espressionista), di stampo teatrale, caratterizzati da una strenua attenzione al disegno psicologico, spesso contorto ed abnorme, dei pochi protagonisti, dei quali il regista sembra volere esplorare i recessi dell'anima, tanto che gli fu attribuita l'appropriata definizione di "speleologo delle coscienze", alla ricerca di una spiritualità nascosta tra i vizi e le passioni, che sono retaggio della carne e delle sue debolezze. In tal senso va riconosciuto, al di là dei gusti personali, che la trilogia del silenzio (di Dio) rappresenta uno dei vertici assoluti nello scandaglio psicologico dei personaggi nella cinematografia mondiale.

    Il primo film, Come in uno specchio (Sasom i en spegel, 1961), è ambientato sull'isola di Faaroe (dove il grande regista porrà anche la sua dimora), ed ha solo quattro personaggi. La protagonista è una ragazza schizofrenica, reduce da un ricovero in ospedale ed affetta da allucinazioni, che non trova aiuto né nel padre scrittore (egoista e freddo), né nel marito medico (condiscendente ma inadeguato). Nella sua disperata ricerca d'amore, la ragazza ha un rapporto incestuoso col fratello, prima di cadere nuovamente vittima delle sue visioni (vede Dio come un ragno che scende dal cielo, scambiandolo con l'elicottero in arrivo per portarla, forse definitivamente, in manicomio). Il film appare in grande sintonia con l'incomunicabilità di Antonioni (L'avventura è del 1960), tema particolarmente sentito dal cinema d'Autore europeo dell'epoca, e segna anche l'avvicinamento di Bergman a uno stile più ascetico ed ermetico (che richiama, ma non imita, quello di Bresson).

    Impressione che viene rafforzata dal successivo, e stilisticamente ancora più radicale, Luci d’inverno (Nattvardsgasterna, 1962), film di assoluta essenzialità, basato su solo due personaggi (i pochi altri sono di contorno) e sui loro, a volte lunghissimi, primi piani (il regista si concentra sui loro volti, quasi a voler vedere "oltre" gli stessi), girato quasi tutto in interni spogli e grigi. Narra la giornata di un pastore protestante, che ha perso la fede, tanto da non riuscire più ad essere di aiuto ai suoi pochissimi parrocchiani (non sa infatti sollevare dall'angoscia di un imminente conflitto nucleare un suo fedele, che si suiciderà). L'uomo respinge anche l'amore della fidanzata, e, alla fine del film, officia, senza più speranza che Dio gli parli, la messa della sera nella chiesa deserta in una scena di rara potenza evocativa. Luci d’inverno è uno dei film più rigorosi, ma anche più ostici, di Bergman, tanto da essere uno dei preferiti dei suoi fans più integralisti (come il sottoscritto ;D).

    Il terzo film della trilogia è il più noto, anche per lo scandalo che suscitò all’epoca. Il silenzio (Tystnaden, 1963), infatti, fu censurato dappertutto per le sue scene sessualmente audaci (ma il DVD ha fortunatamente reintegrato i brani tagliati), ed è il più affascinante ed ambiguo dei tre, anche se non ne possiede la medesima capacità di astrazione formale e di portata espressiva. Narra la storia, carica di suggestioni kafkiane e di valenza metaforica, di due sorelle, unite da un feroce rapporto di odio/amore, in viaggio in un paese straniero, probabilmente di tipo dittatoriale (si vedono carri armati trasportati da treni o che percorrono le strade come sinistri bestioni in cerca di preda). Costrette a fermarsi, per la malattia di una delle due, in un albergo popolato da inquietanti presenze, le due donne si dilaniano psicologicamente. Quella malata sembra nutrire un amore morboso per la sorella più giovane, che invece ricerca equivoche soddisfazioni erotiche attraverso rapporti occasionali con sconosciuti. Alla fine
    Spoiler! Mostra

    Il silenzio è concentrato su tre personaggi (le due donne e il bambino), ed è ancora più claustrofobico dei primi due film e scenograficamente più barocco (l'albergo della vicenda rinvia a quello, straordinario, di L'anno scorso a Marienbad di Resnais, del 1961). In generale i più considerano questo il film migliore della trilogia, anche per una sua maggiore "semplicità" (relativamente a Bergman, s'intende) di fruizione.

    In tutta la trilogia del silenzio, l'amore appare la via verso Dio indicata da Bergman. L'amore in qualsiasi forma: quello incestuoso di Come in uno specchio, quello sterile di Luci d’inverno, quello carnale e lussurioso de Il silenzio. Si noti l'evidente contrasto tra il fine (Dio) ed il mezzo (l'amore in forme poco "edificanti" secondo la morale comune), che dona all'intera opera una profonda e fertile ambiguità tematica. In seguito, nella sua carriera, il grande regista svedese non affronterà più temi specificamente religiosi, quindi questa trilogia ha un valore ed un significato definitivo nell'itinerario bergmaniano.
    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


    Votazione Registi: link

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    • Originariamente inviato da Ladida Visualizza il messaggio
      Amici di letto

      Rivisto al cinema, posso dire che il doppiaggio non è neanche così male, c'è un buon lavoro nel complesso, il duo risulta comunque abbastanza simpatico e l'intera sala ride. Però, a mio avviso, la versione originale prevale sempre e comunque. In tutto e per tutto, poco da fare. Moltissime sfumature dei dialoghi, dei botta e risposta, e delle battute vanno persi. (Il "pussy" che diventa "fifone", tanto per dirne una). In ogni caso film più che buono, che per me ha ancora il primato di commedia migliore del 2011.

      Voto : 7,5
      No dai, per favore. Il film è carino, i due attori sono bene affiatati (e pure bravi) ed ha comunque un ritmo molto "fresco", ma purtroppo è anche la fiera dei clichè, ed è la solita storia: all'inizio sembra prendere gli stilemi del genere per prenderli in giro ma a lungo andare ci casca con entrambe le scarpe. Se questa è davvero la commedia migliore del 2011, siamo messi male...
      Originariamente inviato da vale9001
      [FONT=Verdana]Ma poi parliamo tanto gli italiani gli italiani come se noi fossimo spagnoli. Qual'è l'ultimo film di Bellocchio che avete visto al cinema? O lo avete mai visto un film di bellocchio al cinema? Io no. Perché poi a dire come dovrebbero spendere i loro soldi e il loro tempo gli altri siam tutti bravi.
      Il mio album su Flickr: http://www.flickr.com/photos/[email protected]/
      Il mio blog: http://thepiggyinthemiddle.wordpress.com/

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      • Gli invasati

        Straordinario capolavoro horror. Cinquanta anni fa per inquietare non servivano effettacci, bastava un'ambientazione surreale, una fotografia fantastica, quattro ottime caratterizzazioni e una regia capace di inquietare senza di fatto far vedere assolutamente nulla di spaventoso per un'ora e mezzo.

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        • Road to "the Place that Must Be"

          Sorrentino è uno che sa di essere bravo. Gli dai un'occhiata in viso e glielo leggi nell'espressione. Può risultare un po' antipatico, ma se lo scotto da pagare per tornare ad avere un regista di assoluto spessore e personalità nel panorama italiano, faccia pure, non è un viso simpatico e amichevole di cui ho bisogno. I primi cinque minuti de Le conseguenze dell'amore sono un uno-due devastante per molti registi italiani in attività: un prologo che fa sfoggio di una tecnica mostruosa, movimenti di macchina delicati, non precipitosi e che rendono subito l'idea che, almeno la confezione, è qualcosa di ben diverso dal solito. Poi ecco che ci viene presentato il protagonista. A questo punto ancora non si sa, ma il personaggio è sorrentinano al 100%, perfettamente integrato nei suoi protagonisti. Titta Di Girolamo è un personaggio che ha scelto il Male nella sua vita ed è un personaggio piccolo e gretto in questo percorso, non certo un gigante. Tratti che hanno in comune anche Geremia de'Geremei e Giulo Andreotti (anche se quest'ultimo è forse più sfaccettato). Per presentare l'usuraio de L'amico di famiglia, Sorrentino spiazza lo spettatore: non rivela subito quale persona abbietta e laida sia il vecchio, ma inizialmente lo tiene per sé e mostra quasi un povero vecchino, la cui bruttezza lo rende solo più tenero, che fatica ad arrabattarsi per arrivare a fine mese. Poi, in poche scene, sbatte in faccia allo spettatore quale persona disgustosa sta raccontando. Due anni dopo dipinge, ne Il divo, un'altra figura emblematica che pronuncia un monologo sul Male (e sula consapevolezza di compierlo) letteralmente da applausi.
          Non abbiamo a che fare con film tutti sullo stesso livello. Le conseguenze dell'amore risulta superiore a L'amico di famiglia anche se a volta sembra che, nel Sorrentino sceneggiatore (lato dell'artista dove risiedono i suoi maggiori problemi), ci sia un certo compiacimento nella composizione dei dialoghi e le battute pronunciate da certi personaggi risultino quindi eccessivamente pompose, mentre il film del 2006 non riesce ad evitare l'errore, sul finale, di guardare con un occhio benevolo il suo protagonista disumano, invece di dargli una stoccata critica finale. Ben altra storia per Il divo, dove il regista campano centra il capolavoro. Riesce a controllare il suo stile registico calando il suo film "politico" in un mondo grottesco (ottima, in tal senso, la fotografia), lontanissimo dal film di denuncia alla Salvatore Giuliano o alla Petri, e costruendo un affresco straordinario sia di un uomo politico, sia dell'Italia della prima repubblica. E' un film davvero spettacolare se si pensa oltretutto in che modo perfetto coniughi il suo essere fortemente italiano (districarsi tra i vari politici presentati richiede una certa conoscenza della storia recente del nostro paese che neanche tutti i nostri connazionali hanno, figurarsi qualcuno che non vive la nostra realtà) calandolo in una confezione di ampio respiro, che fa uso di una tecnica mastodontica.
          In attesa di vedere come sarà la rockstar disegnata da Sean Penn, tre film che sono un chiaro esempio del perché si carichino tante aspettative sulle spalle del regista napoletano.

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          • Originariamente inviato da Socio Visualizza il messaggio
            Road to "the Place that Must Be"
            o più probabilmente to "This must be the place" xD

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            • Originariamente inviato da axeman Visualizza il messaggio
              o più probabilmente to "This must be the place" xD
              Parafrasavo asd

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              • Originariamente inviato da ilPet_91 Visualizza il messaggio
                No dai, per favore. Il film è carino, i due attori sono bene affiatati (e pure bravi) ed ha comunque un ritmo molto "fresco", ma purtroppo è anche la fiera dei clichè, ed è la solita storia: all'inizio sembra prendere gli stilemi del genere per prenderli in giro ma a lungo andare ci casca con entrambe le scarpe. Se questa è davvero la commedia migliore del 2011, siamo messi male...
                Non mi trovo d'accordo..
                Il percorso è quello, ma a mio avviso viene affrontato con intelligenza, ed evitando banalità varie. Tutto grazie sopratutto a loro due che compiono un lavoro più che buono. Tra i lavori visti quest'anno è quello che ho ritenuto più riuscito, in campo commedie..

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                • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                  evito di cadere nella "trappola" su Touch of Evil, per me capolavoro di Welles

                  Al di là della battuta su di te, non vedo come il mio parere possa essere considerato una "trappola", a meno che non si finisca nel solito discorso che siccome stiamo parlando di un film di Welles, allora non si può non parlarne bene. A me francamente sembra abbastanza palese che Touch of Evil ha un barocchismo un po' programmatico, almeno una scelta di casting abbastanza discutibile (Chalrton Heston) e a livello di sceneggiatura un personaggio introdotto a bella posta per fare il finalone ad effetto (Tanya/Marlene Dietrich). Se L'infernale Quinlan è un capolavoro di Welles, Quarto potere e L'orgoglio degli Amberson cosa sono? Ah sì, "i più bei film mai realizzati"... asd



                  Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                  Luci d’inverno è uno dei film più rigorosi, ma anche più ostici, di Bergman, tanto da essere uno dei preferiti dei suoi fans più integralisti (come il sottoscritto )
                  L'integralismo porta spesso a giudizi esagerati e fuori misura. Nel caso di Luci d'inverno, probabilmente, a scambiare "prolisso" per "ostico e rigoroso"...

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                  • Originariamente inviato da outis81 Visualizza il messaggio
                    Al di là della battuta su di te, non vedo come il mio parere possa essere considerato una "trappola", a meno che non si finisca nel solito discorso che siccome stiamo parlando di un film di Welles, allora non si può non parlarne bene. A me francamente sembra abbastanza palese che Touch of Evil ha un barocchismo un po' programmatico, almeno una scelta di casting abbastanza discutibile (Chalrton Heston) e a livello di sceneggiatura un personaggio introdotto a bella posta per fare il finalone ad effetto (Tanya/Marlene Dietrich). Se L'infernale Quinlan è un capolavoro di Welles, Quarto potere e L'orgoglio degli Amberson cosa sono? Ah sì, "i più bei film mai realizzati"... asd
                    ovviamente il termine "trappola" era scherzoso, è che non avevo troppa voglia di discutere adesso di questo film

                    non è che non si può criticare un film di Welles solo perchè è di Welles, non si tratta di pedante dogmatismo o di fanatismo cinefilo. Possiamo criticare La signora di Shanghai, Lo straniero o magari F come Falso, che non sono al livello dei capolavori del regista. Ma come si fa a criticare un noir così fosco, ambiguo e potente come Touch of evil ? :huh:

                    davvero non lo capisco :

                    il barocchismo è una componente tipica del cinema di Welles, ma vogliamo parlare dell'alta maestria registica ? delle geniali trovate stilistiche ? del personaggio di Quinlan (uno dei titani wellesiani megli riusciti) ? delle atmosfere ambigue ?

                    concordo su Heston, attore inamidato e monolitico assai sopravvalutato, del tutto inopportuno in questo film. Ma la breve apparizione della Dietrich, magnetica come sempre, è una ciliegina sulla torta :seseh:, anche perchè apre una crepa nella granitica scorza dello sporco e duro poliziotto dai metodi discutibili ma dal grande fiuto investigativo. A mio avviso si può essere critici verso questo film solo se si è visti la versione monca fatta a pezzi dalla Universal.

                    Originariamente inviato da outis81 Visualizza il messaggio
                    L'integralismo porta spesso a giudizi esagerati e fuori misura. Nel caso di Luci d'inverno, probabilmente, a scambiare "prolisso" per "ostico e rigoroso"...
                    ed ecco lì un'altra trappola xD

                    comunque mi sembra di aver già detto, e abbondantemente, la mia opinione sulla trilogia bergmaniana.
                    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                    Votazione Registi: link

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                    • xD David, ammetto che il commento di Luci d'inverno era una trappola. asd Ma sai che ti stimo, quindi non prenderla sul personale

                      A proposito de Il silenzio, ho letto che l'edizione italiana era censurata ed edulcorata in fase di doppiaggio. Confermi questa cosa?

                      EDIT: non avevo letto la frase in questione nel commento precedente. Quindi il dvd ripristina le scene tagliate.

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                      • outis, come già detto in passato, la stima è reciproca e totalmente ricambiata

                        si scherza, è normale che ognuno abbia le proprie opinioni ed i propri "vezzi" asd

                        Il silenzio fu censurato non solo nella versione italiana, perchè per l'epoca certe scene e certi dialoghi erano troppo audaci dal punto di vista sessuale. Per fortuna l'edizione dvd ha reso giustizia all'arte ed alla libertà espressiva :seseh:
                        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                        • Perfetto. Prossime visioni quindi Il silenzio, Il volto, Fanny e Alexander e la revisione de Il posto delle fragole.

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                          • The Passion, di M. Gibson.
                            Non l'avevo visto al cinema perché "sentivo" che non l'avrei sopportato, e con il senno di poi ho fatto la scelta migliore.
                            Si badi, per sopportazione non intendo il disturbo derivante dalle immagini, quanto una sensazione di vuoto, banale, fazioso, inutilmente grandguignolesco, autocompiaciuto ed irritante a livelli da orticaria.
                            Veramente ridicolo l'hype costruitogli attorno nei mesi antecedenti l'uscita. Cosa voleva dimostrare Gibson con questo obbrobrio?
                            In molte interviste il bigotto australiano ha affermato che trattavasi di un film di fede, non certo di colpe...ah sì?
                            Si guardi Pasolini e Scorsese per capire come va fatto un film sulla figura del Cristo...anzi no...tanto un coglione con due film in più visionati resta pur sempre un coglione.

                            Film consigliato ai timorati di Dio. Chi l'ha ignorato ha fatto bene. Robetta.

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                            • ma con una bella fotografia asd
                              comunque il miglior film cristologico è Jesus Christ Superstar, non si scappa xD
                              anche se Scorsese lo devo ancora vedere...

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                              • Originariamente inviato da outis81 Visualizza il messaggio
                                L'infernale Quinlan, di Orson Welles

                                Francamente, so che per molti le mie parole sembreranno un'eresia (per David soprattutto asd), ma mi pare che la fama di questo film (legata anche alla fama del regista, chiaro), sia superiore alle sue reali qualità. Formalmente certo non è brutto (ma c'è bisogno di dirlo, su un regista che ha esordito con Quarto potere? ), ha un piano sequenza iniziale formidabile, qua e là delle soluzioni fotografiche tremendamente efficaci, ma anche un Charlton Heston (per me) poco convincente e in generale delle scelte più votate all'effetto facile che non a "reali" esigenze estetiche. Insomma, un bel film, ma per me inferiore non solo a Quarto potere, ma anche a L'orgoglio degli Amberson.
                                Ok, mi permetto di rispondere riguardo Welles...

                                Posto il fatto che Touch of Evil fa parte della mia top 25 personale, cerco di risponderti spiegando le motivazioni che mi portano a giudicare grandioso il film in questione.

                                Innanzitutto credo che Welles abbia compiuto un autentico miracolo cinematografico con Touch of Evil, il suo ultimo film hollywoodiano. Originariamente il film era stato concepito dalla Universal come un b-movie per le masse, un titolo dal budget ridotto, dalla trama semplice e accessibile, che puntasse tutto sulla presenza e sulla notorietà di una star come Charlton Heston, e che incassasse una cifra abbastanza buona per garantirne un medio guadagno. Insomma, non un grande progetto, bensì un film commerciale di routine per una major, senza nessuna pretesa, come tanti altri. La luce arrivò quando lo squattrinato Orson Welles, che era rimasto a “vagabondare” in Europa per molti anni, venne scelto per la parte di Quinlan: quest’ultimo accettò la parte, ma la svolta avvenne quando Heston, figurandosi Welles non solo come interprete ma anche come regista, "ricattò" la Universal per ottenere questa garanzia. Se Welles non fosse stato regista, Heston avrebbe abbandonato il progetto, e la major, per non perdere un personaggio così popolare e mediatico, accettò.

                                Welles prese quindi la sceneggiatura, fondamentalmente un materiale di tipo pulp e ricco di topoi da b-movie, tratto dal libro Badge of Evil, e la riscrisse in meno di un mese, rivoluzionando il tutto e tirandone fuori un capolavoro del cinema noir. A mio modo di vedere, IL capolavoro del cinema noir. Un film dove la trama e l’azione contano meno delle caratterizzazioni, e dove l’atmosfera decadente conta ancora più degli stessi personaggi. Ho sempre pensato che la più grande qualità di questo genere risiedesse proprio nelle caratterizzanti atmosfere misteriose ed affascinanti, peculiarità che in Touch of Evil si impone con “magica” potenza, grazie anche alla novità della carica presenza “orientalista” ed esotica della chiromante. In secondo luogo, il film può vantare una delle presenze sceniche più mastodontiche e carismatiche che si siano mai viste, uno sporco poliziotto dall’indubbia e tutta personale morale di nome Hank Quinlan, che è tratteggiato come un tragico personaggio di stampo shakespeariano, del quale ne conserva il destino e la statura, trasfigurato nel campo d’azione sporco e deviato di una piccola cittadina di frontiera. Qui Welles dona al cinema la sua migliore interpretazione, in un personaggio che modellò chiaramente su sè stesso, tratteggiando la caratterizzazione più simile alla sua stessa (e disfacente) esperienza personale insieme a quella del successivo Falstaff.

                                Insieme a tutto questo, Touch of Evil vanta il punto di arrivo del barocchismo registico di Welles, che in questo film raggiunge una vetta artistica illuminata da un tour de force di piani sequenza geniali e di inquadrature tagliate in maniera ispiratamente insolita, il tutto coadiuvato da un utilizzo espressionista della luce e delle ombre di scena che la straordinaria fotografia in un bianco e nero eccezionale incornicia perfettamente, conferendo ancora più vigore allo stile e alle virtuose trovate registiche del genio americano. Certamente “l’abbronzato” baffetto di Charlton Heston non è molto credibile come messicano, come la vicenda stessa non è delle più originali, e come le tragedie della postproduzione, nonostante l’odierna ricostruzione, hanno sicuramente falsato il prodotto finale, ma la forma con la quale è stato realizzato questo film, e il fascino che ne permea tutta la durata lo rendono indubbiamente un capolavoro, magari imperfetto o non perfetto come Quarto potere, ma pur sempre un capolavoro artistico.

                                Tra l’altro, sono sempre stato dell’idea che generalmente i più grandi capolavori siano quelli che assomigliano solo a loro stessi, e questo straordinario film è certamente uno di questi.
                                La profonda mancanza di spiritualità di colui che non percepisce, ma giudica l’arte, il suo rifiuto e la sua mancanza di disponibilità a riflettere sul significato e sullo scopo della propria esistenza nel significato più alto del termine, assai sovente vengono mascherate con l’esclamazione primitiva fino alla volgarità: "Non mi piace!", "Non mi interessa!". Il bello è celato a coloro che non cercano la verità.

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