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  • per me Blow-up sta tra i capolavori migliori dell'Autore, insieme alla formidabile "trilogia esistenziale" costituita da L'avventura, La notte, L'eclisse
    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


    Votazione Registi: link

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    • Beh, sì. Parlando di finali potenti non si può non ricordare quello dell'Eclisse: è disturbante quasi, una cosa magnifica. Qui forse è l'apice della "crisi" di cui tu parli riguardo a Zabriskie Point.

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      • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

        Zabriskie Point è (ovviamente, visto l'Autore) un film enorme, di vasta portata e di grande importanza storico-artistica. Io però non lo colloco tra i migliori in assoluto di Antonioni, ma gli preferisco sicuramente altri suoi capolavori. Lo Zabriskie Point geografico è il punto di massima depressione geologica degli Stati Uniti, situato nella desertica “Valle della Morte” californiana. Un luogo ostile, lunare, inseminato, dove non può crescere la vita, che Antonioni ha scelto, emblematicamente, come affascinante ambientazione del suo primo film “americano”. Realizzato con un alto budget, con attori non professionisti ed una lunga e travagliata lavorazione, il film, indubbiamente pretenzioso, fu un flop assoluto al botteghino, venne distrutto dalla critica americana e lasciò perplessa quella italiana, trovando ben pochi estimatori. Il tempo gli ha garantito lo status di cult movie, concedendogli la meritata rivalutazione artistica. Ambizioso e provocatorio, Zabriskie Point è un’opera potente e psichedelica, che intende condensare, in meno di due ore, le utopie delle rivolte giovanili degli anni ’60 e gli ideali della controcultura: le contestazioni studentesche, gli scontri con la polizia, la fuga come idea mitica di rinuncia alle regole della società reazionaria, l’amore libero come atto supremo, e politico, di affermazione della propria indipendenza, i vagheggiamenti della rivoluzione pacifista ed il sogno di abbattimento delle barriere sociali. Probabilmente troppo per un film solo e per un regista come Antonioni, storicamente più a suo agio con tematiche inerenti alla crisi esistenziale, all’incomunicabilità tra esseri umani con relativo coinvolgimento dei rapporti sentimentali di coppia. Ma Zabriskie Point è anche un film sul vuoto, sulla sconfitta del modello capitalistico, sul fallimento delle repressioni civili di fronte al crescente disagio giovanile, tematiche politiche scottanti, affrontate però in maniera frettolosa, e con un farraginoso dogmatismo ideologico di base, dal regista ferrarese, che qui tende a smarrire la rotta creando una divergenza tra il sostrato psicologico e l’ingombrante sovrastruttura intellettuale. Chi ci ha voluto vedere un film sull’America non ne ha colto il senso reale, peccando della medesima superficialità contestata all’autore. Zabriskie Point è, ancora una volta, un film sulla crisi, applicata però ad un contesto sociale, politico e filosofico ben più vasto, di cui la desolata ambientazione desertica rappresenta il contraltare beffardo, oltre che il simbolo pregnante di una ricerca di purezza assoluta. Ma, al di là delle ellissi concettuali, questa surreale “favola” astratta, che vira nell’apocalittico nello stupefacente finale, possiede i suoi punti di forza nei memorabili momenti onirici, che ne riscattano la dignità formale, se non la piena legittimità teorica. Tra le scene di volo alto, che hanno reso il film indimenticabile, vanno sicuramente citate quella, eversiva, dell’amore di gruppo consumato nella desolazione del deserto, con lo sguardo registico metaforicamente “distante”, e l’epilogo anarchico, con la mega villa che esplode in mille pezzi, la visione della sconsolata Daria che immagina la distruzione di quei modelli consumistici responsabili del tragico destino di Mark. La sequenza dell’esplosione, ripetuta fino allo sfinimento, e filmata da ben 17 macchine da presa in simultanea, sulle splendide note dei Pink Floyd, è entrata nella storia del cinema e vale, già da sola il "prezzo del biglietto". Quest’opera dissonante, irrisolta, magniloquente e disomogenea, è uno dei manifesti di quel cinema, poetico e “maledetto”, che oggi sarebbe impossibile anche solo da immaginare. Una menzione speciale per la colonna sonora altisonante, che annovera tra i suoi crediti i Pink Floyd, i Kaleidoscope , i Grateful Dead , Jerry Garcia e John Fahey. Antonioni scartò alcuni temi appositamente composti dai Pink Floyd per il film, uno dei quali sarà poi usato dalla celebre band inglese per il celebre brano “Us and them” del leggendario album “The dark side of the moon”. Questa piccola nota musicale finale dovrebbe fornire ampiamente la dimensione delle altezze artistiche con le quali ci stiamo ci
        mentando
        Bellissima recensione! E concordo pressoché su tutto.
        In questi giorni ho visto un po' di film del periodo, e la costante che davvero mi sconvolge è la violenza, che come un fiume sotterraneo non è palesemente manifesta, per poi palesarsi in manifestazioni eclatanti (di cui la guerra è solo uno dei tanti volti) ma anche meno "scontate " ma più disturbanti (penso per esempio al finale di Easy Rider).
        "It's so easy to laugh / It's so easy to hate / It takes strength to be gentle and kind"
        The Smiths - I Know It's Over

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        • Originariamente inviato da Green Arrow Visualizza il messaggio
          Beh, sì. Parlando di finali potenti non si può non ricordare quello dell'Eclisse: è disturbante quasi, una cosa magnifica. Qui forse è l'apice della "crisi" di cui tu parli riguardo a Zabriskie Point.
          assolutamente SI. Quello de L'eclisse è IL finale. Il suggello definitivo, assoluto, apocalittico del percorso tematico concettuale sviluppato dall'Autore nella trilogia esistenziale. Potrebbe essere tranquillamente scelto come manifesto del cinema di Antonioni. In tal senso il successivo (e comunque notevole) Deserto Rosso sembrò giungere quasi dissonante, inatteso e fuori tempo massimo.
          "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


          Votazione Registi: link

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          • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio
            Museo - Folle rapina a città del Messico diAlonso Ruizpalacios (2018)

            Premessa: pur non vivendo in una grande città ho la fortuna che vi siano due sale d'essai che spesso programmano film con una distribuzione limitatissima. Nel caso in oggetto il film risulta distribuito in 27 sale su tutto il territorio nazionale e a maggior ragione mi sembrava giusto approfittarne in una giornata piovosa.

            Mi sento di dire che è un film capace, nel 2018, di reinventare il genere dell'heist movie, sfruttando in realtà il colpo semplicemente come perno per parlare di altre cose. In particolare il film si incentra sul valore delle cose e su come, chi e cosa attribuisca quel determinato valore, ma soprattutto sul valore delle esperienze, del tempo, dei contatti umani e delle proprie capacità, lasciando forse sottintendere che una forte disponibilità economica sia solo uno strumento per raggiungere il successo in senso più ampio.

            Il film stesso si presenta nei titoli di testa solo come una replica dell'originale, ma ricollegandomi a quanto dicevo sopra, rimane allo spettatore la facoltà di attribuire il valore a ciò che vede, soprattutto se lo applichiamo al contesto moderno dove in ambito tecnologico è tutto riproducibile.

            Laddove il focus sulla rapina rappresenta solo un terzo del film ne rappresenta forse la migliore espressione tecnica, con richiami a capolavori del genere come Rififi o I senza nome. Appare forse solo un po' surreale e inverosimile come il tutto venga compiuto per mano di due criminali improvvisati, di cui uno neanche troppo sveglio e convinto fino in fondo.

            Prima della rapina il film ci descrive i personaggi grazie anche ad alcune situazioni familiari tragicomiche, tra cui spicca una festa di Natale mandata all'aria per avere la scusa di allontanarsi da casa e pensare al colpo. Dopo di questo il film diventa un road movie fatto di imprevisti, o semplicemente di una realtà diversa da quanto pianificato, di un sogno che pian piano si trasforma in incubo: la fortuna e il genio criminale della singola occasione si vedono vanificare di fronte alla mancanza di veri contatti ed esperienza nel mondo della malavita, ma in tutto ciò i due protagonisti, senza rendersene conto, stanno comunque vivendo un'avventura che non ha prezzo e per cui allo stesso tempo rischieranno di pagare un prezzo troppo alto, il che li porterà, seppur diversamente dalle loro intenzioni, a distaccarsi dalla routine di tutti i giorni e da quelle vite prestabilite di cui non volevano sapere. In tutto ciò la scena clou è quella in cui il protagonista si ubriaca sulla spiaggia, vivendo ore emozionatissime e allo stesso tempo rischiando tutto, mentre il suo compare, seppur con la vaga speranza di potersi sistemare per il futuro, perde un momento che neanche tutto il denaro del mondo gli potrà ridare.

            Grazie anche alle interpretazioni di due dei più importanti attori della regione (Gael Garcia Bernal e Alfredo Castro) il film si rivela un altro ottimo prodotto proveniente dall'America Latina.
            un film con personaggi quasi coeniani, con la differenza che invece di essere spinti dalla follia lo sono dall'inettitudine, e prendono delle decisioni che li portano a conseguenze più grandi di loro senza sapere perché ad un certo punto hanno preso una certa strada

            molto interessante la realizzazione, i colori, alcune scene come la rissa nel bar e quella dei tuffatori - quest'ultima anticipata nel poster che si vede in una delle prime scene

            altra genialata il personaggio dell'attrice dei sogni

            una delle uscite migliori degli ultimi tempi, assieme a Le ereditiere

            In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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            • La moglie dello scrittore è stato visto da qualcuno?
              Da Berlino arrivano sempre buoni film senza che sia necessario andare a scomodare i grandi nomi di Cannes e Venezia.

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              • mi sono sparato 5 film in 4 giorni, tiriamo le somme.
                Millenium - quello che non uccide
                La classe registica di Alvarez c'è e si vede, così come le interpretazioni della protagonista e di Keith Stanfield, purtroppo la sceneggiatura non è allo stesso livello della regia e tutto l'intreccio viene spalmato per 115 interminabili minuti.
                Halloween
                Premesso che io ho anche apprezzato persino il remake di Zombie del 2007, questo film si cala perfettamente all'interno della saga. Dal momento che l'originale di Carpenter aveva creato tutta una nuova serie di codici del genere slasher - che lui stesso aveva inventato - questo sequel rispetta pedissequamente tutti i codici. Michael non fa più paura inteso come jumpscare e i realizzatori infatti si sono dimostrati intelligenti a non giocare su questo aspetto - tantè che gli omicidi più brutali sono lasciati fuori campo. Michael fa paura in quanto entità inarrestabile - tra l'altro bellissima la scena in cui accarezza la sua maschera poco prima di indossarla -. Nonostante questo il film riserva qualche gradito colpo di scena oltre all'ottimo dualismo tra predatore e preda pronto a ribaltarsi in qualsiasi istante.
                P.S. colonna sonora da urlo
                First Man
                Per quanto mi riguarda, il film dell'anno. Sarà che sono appassionato di luna park, ma tutte quelle soggettive all'interno delle navicelle spaziali mi hanno ricordato e trasmesso la sensazione che provavo quando salivo sulle giostre, anche se ovviamente non in modo così claustrofobico. Gosling per me fornisce un'ottima prova, non è vero che è monoespressivo come in Drive o Blade Runner, semplicemente è il suo Armstrong a essere un personaggio schivo e riservato, tuttavia basta vedere la scena in cui riceve la telefonata mentre è alla casa bianca per capire quanto sia bravo.
                Tutti lo sanno
                Influenzato dalle critiche fredde che lo avevano accompagnato, devo dire che questo film mi ha sorpreso in positivo. Sarà che gioca su idea che io apprezzo molto, cioè quella del cast corale che si trova chiuso in un posto a dover fare i conti con vecchi rancori sopiti (tipo Carnage o Compagni di scuola o il grande freddo), e che il film diventa presto un thriller che non ha alcuna intenzione di procedere sul lato investigativo ma che preferisce analizzare come la vicenda scatenante influenzi le persone toccate dalla tragedia. Forse un filino troppo lungo e il secondo atto in alcuni punti è un po' lento, ma nel complesso un ottimo film a differenza di….
                Notti Magiche
                Che fine ha fatto Paolo Virzì? Da quando si è trasformato in un epigono di Paolo Genovese, tratteggiando con occhio qualunquista una vicenda così interessante.
                Durante la semifinale dei Mondiali di Italia '90 tra i nostri azzurri e l'argentina, l'auto dii un noto produttore cinematografico finisce nelle acque del tevere. Accusati dell'omicidio sono tre ragazzi aspiranti sceneggiatori e ai quali vorresti riservare un'infinita dose di schiaffi.
                Virzì sbaglia totalmente i suoi protagonisti che invece che creare empatia col pubblico suscitano solo tanta voglia di prenderli a calci in culo. Abbiamo il solito meridionale, logorroico, colto e forbito - una parodia mal riuscita di Furio Zuccaro e Raniero di verdoniana memoria - la solita ragazzina figlia di papà ansiogena, isterica e impasticcata che viene sbattuta da tutti (tipo la lawrence de "il lato positivo", ma senza il carisma e la verve di Jenniferotta) e infine, dulcis in fundo, il toscanaccio, morto di figa, il simpaticone che invece che farti ridere ti fa cadere le braccia. Questi tre poveri cuccioli cercano di muovere i primi passi nello spietato mondo del cinema italiano, fatto di attempati sceneggiatori negrieri che schiavizzano decine di ggggiovani nuove leve, registi latitanti che vogliono combattere il sistema dall'interno e produttori truffaldini. Insomma, tutto quello che Boris ci aveva già detto con più cattiveria. La cosa grave è che ormai Virzì invece che tifare per i suoi giovani protagonisti, sembra ormai tifare per le vecchie cariatidi che ammorbano il cinema. La detective story - che si conclude come un giallo di Agatha Christie - viene recuperata di tanto in tanto, mentre tutto è focalizzato sulle vuote vite dei suoi protagonisti. Virzì, stavolta ha deluso di brutto

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                • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                  La moglie dello scrittore è stato visto da qualcuno?
                  Da Berlino arrivano sempre buoni film senza che sia necessario andare a scomodare i grandi nomi di Cannes e Venezia.
                  Sì, l'ho visto io... 'na sciocchezzuola, e loro abbastanza gigioni.

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                  • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
                    Tutti lo sanno
                    Influenzato dalle critiche fredde che lo avevano accompagnato, devo dire che questo film mi ha sorpreso in positivo. Sarà che gioca su idea che io apprezzo molto, cioè quella del cast corale che si trova chiuso in un posto a dover fare i conti con vecchi rancori sopiti (tipo Carnage o Compagni di scuola o il grande freddo), e che il film diventa presto un thriller che non ha alcuna intenzione di procedere sul lato investigativo ma che preferisce analizzare come la vicenda scatenante influenzi le persone toccate dalla tragedia. Forse un filino troppo lungo e il secondo atto in alcuni punti è un po' lento, ma nel complesso un ottimo film a differenza di….
                    Ok, buon film in valore assoluto, ma come lo collocheresti nella filmografia di Farhadi?

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                    • è il primo film che vedo del regista

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                      • Outlaw King, di David Mackenzie
                        sequel apocrifo di Bravheart, con più di un ammiccamento a Ridley Scott
                        si lascia guardare pur avendo un cast di protagonisti tra i meno carismatici che mi vengano in mente, e anhce a livello di approfondimento non c'è nessuno di loro a cui ci si affeziona davvero
                        la fedeltà storica viene mantenuta abbastanza bene per i primi 2/3, poi svacca
                        tuttavia l'approccio visivo non è male, e se piacciono quesi giocattoloni storici e si hanno due ore buche, lo consiglio comunque...tipo ad Andrea90 potrebbe piacere molto
                        le più belle mazzate medievali da un pò di tempo a questa parte
                        Ultima modifica di Uncle Scrooge; 09 novembre 18, 21:21.


                        Honour to the 26s

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                        • Margherita Gauthier di George Cukor (1937).

                          George Cukor è famoso presso gli appassionati di cinema, come regista di commedie brillanti, spesso tratte da opere teatrali. Durante la sua carriera però si è anche cimentato con musical (È Nata una Stella e My Fair Lady), dramma-thriller psicologici (Angoscia) e melodrammi come il riuscitissimo Margherita Gauthier (1937). Uscire fuori dai suoi soliti territori non l'ha danneggiato, poiché alla base dell'opera vi è il romanzo "La Signora delle Camelie" di Dumas, il quale ha ispirato numerosi adattamenti teatrali, e quando si tratta di letteratura e soprattutto palcoscenico, George Cukor non ha molti rivali poiché proveniva da quel mondo prima di dedicarsi al cinema.
                          Il regista non è certo un maestro della macchina da presa come Orson Welles o Alfred Hitchcock, ma dalla sua aveva due assi nella manica; una grandiosa abilità nel dirigere gli attori e la capacità di usare la scenografia non solo come mera location, ma anche come elemento narrativo.
                          Cukor durante la sua carriera ha diretto grandissime attrici, alle quali spesso ha regalato le migliori perfomance della loro carriera e stavolta l'onore di essere diretta da lui, spetta alla divina Greta Garbo. In un libro intervista del critico/regista Peter Bogdanovich ad Orson Welles, si lamentava della scadente qualità della filmografia di Greta Garbo riuscendo ad elevare sopra la media solo Margherita Gauthier e Ninotchka, il grade ed arguto Welles fece notare al suo discepolo che basta anche una sola grande opera per renderti immortale, facendo l'esempio con Don Chisciotte per Cervantes.

                          Margherita Gauthier è la summa di tutte le eroine tragiche da melodramma che Greta Garbo era stata costretta ad impersonare fino allo sfinimento. Cukor ne riconosce immediatamente il potenziale in questo genere, riuscendo però a correggere molti difetti; in primis tratteggia una figura di donna più positiva rispetto al romanzo e ai precedenti adattamenti, cosa non scontata data la natura accompagnatrice di alto borgo (non è una prostituta tout-court, anche se di umili origini) della protagonista, che si mantiene grazie alle attenzioni e ai regali dei vari uomini, così da permettersi di pagare le spese ingenti del suo stile di vita dedito al lusso senza però aiutare occasionalmente chi è in situazioni di difficoltà (vedasi il cocchiere anziano). Margherita non può non essere spiazzata innanzi alla figura di Armando Duvall (Robert Taylor), un uomo che è tutto l'opposto degli essere meschini che lei frequenta e che la ama sinceramente, solo che non possiede le risorse economiche adeguate. Il ritratto che Taylor conferisce al suo personaggio, è semplice, schietto, sincero e soprattutto umano (anche nell'ossessiva gelosia verso la donna), riuscendo a non scadere mai nella macchinetta fastidiosa del maschio idealista. Se ne resta tanto colpiti che in effetti ci si chiede se una donna come Margherita Gauthier che ha sempre "amato il lusso prima di ogni sentimento d'amore", si meriti una felicità perpetua con quest'uomo.
                          La forte passione del film si gioca tutta qui; tra il troppo che possiede Margherita Gauthier ed il poco di Armando Duvall.

                          Il contrasto lusso-austerità, è enfatizzato dalle scenografie della residenza della donna, ampie, spaziose e stracolme di immobili ed oggetti barocchi ed ampollosi che soffocano il sentimento. Mentre la campagna è un luogo più semplice ed austero, dove la magnifica fotografia di Karl Freud irronda di luce tale scenografia dove i nostri due protagonisti vivono felicemente un'intera estate d'amore, valorizzata nella loro intimità dai dolci primi piani di Margherita e Armando che si abbracciano e si scambiano baci. Il teatro e le feste invece sono ritratti abbastanza criticamente dal regista che conoscendo evidentemente il mondo delle classi elevate, ne disprezza i membri che ne fanno parte; specie Olympe, fastidiosa pettegola sempre pronta a dire maldicenze su Margherita Gauthier. Elemento originale è il personaggio di Prudence, una signora abbastanza anziana che combina gli incontri di Margherita con uomini facoltosi, ed è sfruttata da Cukor come elemento portatrice di comicità in momenti anche cupi, senza però distruggere l'atmosfera melodrammatica. Due parole infine sulla magnifica Greta Garbo mai cosi splendente e diviba; Cukor ne smussa tutti i lati più "teatrali" nella recitazione e nel modo di porsi con il suo partner maschile (pare che una volta tanto non rese difficoltoso il suo legame sul set con gli altri attori), traendo così dell'attrice una perfomance atta ad esprimere il forte contrasto dilaniante tra bisogni materiali e una fiamma ardente di un sincero sentimento mai provato prima; Greta Garbo risplende tra i suoi dubbi interiori ed i suoi slanci di passione, tratteggiando un personaggio profondo, appassionante, combattuta e fragile, eliminando ogni manierismo che si portava dietro nei suoi precedenti film e così da far struggere lo spettatore nel magnifico finale. Questa volta il suo magnetismo, la rende sempre più splendente sullo schetmo e di meglio farà solo in Ninotchka (1939) di Ernst Lubitsch. Purtroppo anche stavolta non vinse l'oscar, ma la Divina non ha bisogno di una statuetta per risplendere.
                          Margherita Gauthier in alcuni punti è un po' invecchiato (tipo qualche volta sarebbe stata gradita la profondità di campo per un maggior impatto visivo, ma forse non era possibile tecnicamente all'epoca), ma risulta essere un perfetto esempio di melodramma della vecchia Hollywood che non nasconde la sua natura letteraria, la quale viene piegata alla settima arte grazie al ritmo cinenatografico impresso del regista, due magnifici attori (anche se vince Greta Garbo) e una scenografia concepita come elemento narrativo.

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                          • Originariamente inviato da Uncle Scrooge Visualizza il messaggio
                            Outlaw King, di David Mackenzie
                            sequel apocrifo di Bravheart, con più di un ammiccamento a Ridley Scott
                            si lascia guardare pur avendo un cast di protagonisti tra i meno carismatici che mi vengano in mente, e anhce a livello di approfondimento non c'è nessuno di loro a cui ci si affeziona davvero
                            la fedeltà storica viene mantenuta abbastanza bene per i primi 2/3, poi svacca
                            tuttavia l'approccio visivo non è male, e se piacciono quesi giocattoloni storici e si hanno due ore buche, lo consiglio comunque...tipo ad Andrea90 potrebbe piacere molto
                            le più belle mazzate medievali da un pò di tempo a questa parte
                            Proverò a fare una occhiata grazie uncle. Epoca storica?

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                            • eh appunto, braveheart, è la storia di quello che successe dopo la morte di wallace


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                              • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio

                                Ok, buon film in valore assoluto, ma come lo collocheresti nella filmografia di Farhadi?
                                Provo a risponderti io, se ti interessa. Vista nell'ottica della filmografia di Fahradi è il suo film più convenzionale, meno sorprendente, e di certo c'è il rischio delusione per gli ammiratori dell'iraniano. Ma io credo che vada rovesciata la prospettiva, ovvero considerarlo un'incursione d'autore all'interno di un genere filmico molto codificato, il melodramma di tradizione latina, con il suo percorso di agnizioni, colpi di scena e piacevole prevedibilità, che ne ha fatto l'antesignano (nobile) delle telenovelas. Ho trovato interessante i tocchi del suo cinema all'interno del genere - l'elemento mystery che serve ad indagare più l'animo dei personaggi che il giallo in sé (anche se qui la risoluzione c'è al contrario di About Elly) - e il modo invece di gestire in maniera personale elementi tipici del melò, penso ad esempio all'elemento religioso che non è espediente salvifico ma al contrario getta una luce ambigua su uno dei personaggi, oppure come mette in allerta lo spettatore su uno dei "cattivi", in maniera tutt'altro che enfatica ma assai sottile.

                                Insomma a me è piaciuto perché amo il genere, ed anche la platea (soprattutto femminile) era ben soddisfatta. Più che un film minore lo potremmo considerare un film "laterale", una sorta di esperimento o di vacanza all'interno di un genere strutturato ma con qualche assonanza con la sua poetica per cui non appare snaturato. Certo non gli avrei mai fatto aprire Cannes, forse non era nemmeno da concorso

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