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  • Va beh, ma puoi saltare di netto lo stereotipo per pensare di avere a che fare con l'archetipo? Non è come bombare Alba Parietti credendola ancora vergine? Nessuno si perita dell'accumulo di quello che c'è stato prima e si pone piuttosto come punto apicale di riferimento : che mi pare il massimo dello snobismo. Senza contare poi che pure cani e porci fanno lo stesso . Fosse poi vero che non si può giudicare la Storia in base ai parametri culturali ed etici di oggi ( questa l'ha detta recentemente Paolo Mieli, che a me sembra uno dei tanti ruffiani "...della sera", che poi lo danno come "autorevole"), allora nemmeno si può comprimere la produzione in vita di Shakespeare _per dirne uno_ dentro palinsesti 7gg. su 7e 24h su 24 in cui "tutti" gli autori possono avere velleità di auto-definirsi shakespiriani, o bibblici,o danteschi...
    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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    • Improvvisamente l'estate scorsa di Joseph L. Mankiewicz (1959).

      Il tema della follia mi ha sempre affascinato sin dalla lettura di alcune opere di Luigi Pirandello; il pazzo è colui che ha compreso la realtà per quella che è, quindi si estranea da essa (e come tale viene ritenuto pericoloso perché portatore di verità scomode), mentre i normali credono di aver capito tutto quando in realtà non vedono minimamente la loro pazzia. Tennesse Williams forse aveva letto le opere dell'autore siciliano quando decise di unire alla sua solita roba, il tema della follia anche se purtroppo non ha le capacità di Pirandello che gli era nettamente superiore in ogni campo della letteratura. La fortuna da parte del drammaturgo americano è aver ricevuto molte trasposizioni cinematografiche dei suoi lavori che lo hanno reso celebrato e riverito. A dispetto dell'isteria generale che lo vede come un grande, io invece tendo e ridimensionarlo e a vederlo un po' monotematico e anche invecchiato non troppo bene (al giorno d'oggi l'omosessualità è sdoganata ed accettata fortunatamente). Improvvisamente, l'Estate scorsa (1959), di Mankiewicz è l'ennesima trasposizione cinematografica di una sua opera teatrale e rispetto ad altri film come Un Tram che si chiama Desiderio (ancora da vedere come film, ma di cui ho letto l'opera teatrale mella collana Einaudi) e La Gatta sul Tetto che Scotta, questa pellicola non ha ricevuto molte attenzioni, né è stata rivalutata dalla critica in generale.

      La sceneggiatura di Vidal e Williams è molto teatrale sia nelle location che nei dialoghi troppo costruiti e troppo letterari nell'impostazione, con abbondante uso di digressioni narrative e simbolismi marcati più adatti alla pagina scritta che al cinema, ancora concepito come subordinato rispetto alla letteratura. Fortunatamente per lo spettatore c'è Mankiewicz che pur non sceneggiando il film, come regista ha fatto invece dei passi in avanti abbastanza importanti rispetto ai precedenti film; basta vedere l'intricato giardino volmo di ramificazioni e piante tropicali dove la messa in scena artificiosa della scenografia si lega perfettamente con il personaggio dell'anziana riccona Violet, interpretata da una calcolatrice e straordinaria Katherine Hepburn, che adopera le sue mani e i suoi artifizi retorici per incantare il dottor Cukrovicz (Montgomery Clift), per convincerlo a lobotomizzare la nipote Catharine (Elizabeth Taylor), apparentemente impazzita a seguito della morte di Sebastian, figlio della zia. La messa in scena volutamente artificiosa combinata all'atmosfera cupa e morbosa del giardino e poi dell'istituto psichiatrico, avvolgono come una fitta nebbia l'oscura vicenda intorno alla fine di Sebastian, il quale sicuramente non è morto per un mero attacco di cuore. Il clima e l'atmosfera è allucinata e fortemente ansiogena, con scene figurative molto malate e forti nel loro impatto, intervallate da un gran numero di dialoghi (anche didascalici e ripetitivi) e monologhi di Catharine, che tenta di rimuovere su insistenza del dottor Cukrovicz, ogni tentativo di inibizione dei ricordi che la giovane donna si è inconsciamente auto-inflitta per celare un orribile verità, che sua zia vorrebbe distruggere usando ogni mezzo. Il mistero troverà una luce sinistra solo nel giardino primordiale e selvaggio della residenza della ricca signora Violet. La rivelazione finale è da brividi con una costruzione figurativa del flashback molto allucinogena, solo che c'è un enorme problema; la parola non è all'altezza delke immagini per via della cesura. Non voglio svelare nulla del mistero intorno al cadavere di Sebastian, solo che censurare un tema cardine dell'opera teatrale relativa alla privacy del ragazzo, finisce poi per far venire in parte meno la costruzione triste a cui andrà incontro Violet e perché voleva mettere a tacere tutto (che ovviamente non riguardava di certo solo la mera fine di Sebastian). Peccato il ritratto negativo e caricaturale dei ragazzi Spagnoli, ritratti come se fossero un misto tra Messicani straccioni ed indigeni poco evoluti.

      La miglior perfomance della pellicola è di una Katherine Hepburn al suo primo ruolo negativo. Ebbe una marea di contrasti con Mankiewicz, perché il regista sul set demoliva ogni costruzione del suo personaggio che s'era fatta in precedenza. Inoltre il regista ed il produttore (Sam Spiegel) predevano in giro un sofferente Montgomery Clift post-incidente per via della sua omosessualità; comportamento che l'attrice ha sempre mal sopportato. Nonostante il carattere difficile, Katherine Hepburn non ha fatto mai mancare un aiuto anche meramente morale ai suoi colleghi in momenti difficili dal punto di vista professionale, anche con mere lettere d'incoraggiamento; al termine delle riprese del film diede un sonoro ceffone al regista e sputo' in faccia al produttore (grande Katherine). Elizabeth Taylor ovviamente ne esce oscurata dal confronto (anche se fortuna per lei, sono poche le scene a tu per tu nel film), complice anche un personaggio che non viene mai spinto sino in fondo emotivamente, tanto da far dubitare che non sia veramente pazza, anche se riesce ad emergere nel lungo monologo finale (con tanto di flashback in costume bianco dove ha il suo perché). Montgomery Clift ha un ruolo meno appariscente, ma nonostante fosse sofferente nelle sequenze di lunghi dialoghi, recita in modo sopraffino il ruolo di un dottore che non deve apparire, ma osservare per porre al momento giusto poche fomande per arrivare a scoprire la verità. Purtroppo data la preferenza del pubblico verso ruoli istronici e appariscenti, non viene mai sottolineata abbastanza la perfomance di questo attore oggi troppo dimenticato a favore di altri interpreti dell'actor's studio come Marlon Brando o Paul Newman, quando rispetto a costoro nulla ha da invidiare.
      Mereghetti gli dà 2.5 stelline e su imdb ha solo una media del 7.5 come voto, il problema è che risulta un film totalmente dimenticato e rimosso, sta a voi recuperarlo e riportarlo in vita.
      Ultima modifica di Sensei; 11 novembre 18, 21:40.

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      • Lo confesso, sono in imbarazzo. Non potevo immaginare che Notti magiche di Virzì fosse così brutto, non mi viene nemmeno voglia di scriverne. Dico solo che un paio di volte ho avuto la tentazione di alzarmi e andarmene, cosa che non mi succede MAI, nemmeno alle espressioni cinematografiche più escrementizie in cui mi imbatto in sala. Scritto e soprattutto recitato male, abbastanza inspiegabile per questo regista.

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        • ne parlano tutti molto male del nuovo Virzì, anche persone di cui solitamente mi fido.
          E quello che scrive adesso Medeis è il colpo di grazia definitivo. Mi sa proprio che passerò la mano aspettando l'uscita in home video
          "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


          Votazione Registi: link

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          • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
            Lo confesso, sono in imbarazzo. Non potevo immaginare che Notti magiche di Virzì fosse così brutto, non mi viene nemmeno voglia di scriverne. Dico solo che un paio di volte ho avuto la tentazione di alzarmi e andarmene, cosa che non mi succede MAI, nemmeno alle espressioni cinematografiche più escrementizie in cui mi imbatto in sala. Scritto e soprattutto recitato male, abbastanza inspiegabile per questo regista.
            Se lo dici te che hai sempre una parola buona per tutti deve essere grave. Non si salva neppure Giannini?

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            • Grazie di esistere Medeis. Anche io ho provato sincero imbarazzo, più che per il film - che rientra nei canoni di registi come Brizzi, Bruno, De Biasi - per Virzì. Come può un regista che anche con il da me odiato "Ovosodo" era riuscito a infondere una certa sensibilità nei personaggi e nella storia raccontata accontentarsi di una storia così stupida e dei personaggi così imbarazzanti. L'ho detto e lo ripeto, i tre protagonisti non suscitano alcuna empatia, solo tanti ceffoni. Giannini sembra divertirsi nei panni del produttore truffaldino ma è sprecatissimo (come in qualsiasi ruolo che ha interpretato)

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              • Non lo so mr.fred se ho sempre una parola buona per tutti, fondamentalmente dei film che reputo brutti o per nulla interessanti non scrivo né intervengo, a meno che non siano autori che amo o che comunque ritengo importanti che fanno roba non all'altezza del loro talento (tipo Eastwood o Polanski la scorsa stagione)

                David.Bowman : in genere non "sconsiglio" mai niente a nessuno, perché penso che ognuno debba guardare con i propri occhi, però... Sicuramente in sala puoi trovare di meglio ora come ora

                Che dire Atlantide ... A parte che oramai il cinema nel cinema è diventato tema insidioso, col rischio di essere ombelicale, ma poteva essere comunque una storia "esemplare", il racconto della fine di un'innocenza che si scontra con la dura realtà, il ritratto corrosivo di un'epoca dove si assisteva agli ultimi bagliori prima del crepuscolo... E invece non è niente, il film non è né amabile né cattivo, i protagonisti sono antipatici, i personaggi veri/finti/ rievocati del cinema nostrano men che bozzettistici, e il giochino del "chi è chi" si esaurisce dopo 5 minuti. Odio usare questo termine perché l'ho sempre ritenuto sinonimo di arroganza, ma questo è un caso manuale di "film sbagliato". Sì, imbarazzo per Virzì, e pure per la critica nostrana che si è sforzata di parlarne bene con buona dose di voli pindarici.

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                • Euforia di questa Golino veramente carino, andate a vedere questo invece del film di Virzì.
                  Evita tante trappole dei film che attanagliano la produzione italiana di film di questo genere, senza scadere in lacrima movie.
                  Tocco hipister qua e là, però funziona. Un buon film davvero. Scamarcio funziona.

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                  • Senza lasciare traccia di Debra Granik, buon film, non crudo come il precedente, ma ben realizzato e con personaggi e situazioni che proprio perché non sono così estreme risultano più "credibili"
                    In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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                    • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                      Lo confesso, sono in imbarazzo. Non potevo immaginare che Notti magiche di Virzì fosse così brutto, non mi viene nemmeno voglia di scriverne. Dico solo che un paio di volte ho avuto la tentazione di alzarmi e andarmene, cosa che non mi succede MAI, nemmeno alle espressioni cinematografiche più escrementizie in cui mi imbatto in sala. Scritto e soprattutto recitato male, abbastanza inspiegabile per questo regista.
                      Secondo me non è recitato male, sono tutti dal bravino al molto bravo (e Virzì è colui che ha fatto sembrare passabile anche la Braschi, non dimentichiamolo)... ma i personaggi sono così FINTI, stucchevoli, "programmatici", ANTIPATICI... che gli attori sembrano tutti cani, dal primo all'ultimo, compreso Giannini che pare la brutta copia di Pannofino! No, dico, Giannini!

                      E' proprio un film sbagliato, con alcune parentesi francamente imbarazzanti (la Muti, mamma mia, ma pure Roncato), e un omaggio al Cinema italiano che fu che mette tristezza per quanto è pretestuoso, oltre che fastidioso. Proprio un brutto inciampo, specie se si pensa che pure il precedente film "americano" mi era piaciuto poco o punto. Vabbè, amen, si riprenderà... Virzì mi piace comunque molto, e tre o quattro film suoi ce li ho nel cuore.

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                      • Originariamente inviato da ColonelBlimp Visualizza il messaggio

                        Secondo me non è recitato male, sono tutti dal bravino al molto bravo (e Virzì è colui che ha fatto sembrare passabile anche la Braschi, non dimentichiamolo)... ma i personaggi sono così FINTI, stucchevoli, "programmatici", ANTIPATICI... che gli attori sembrano tutti cani, dal primo all'ultimo, compreso Giannini che pare la brutta copia di Pannofino! No, dico, Giannini!

                        E' proprio un film sbagliato, con alcune parentesi francamente imbarazzanti (la Muti, mamma mia, ma pure Roncato), e un omaggio al Cinema italiano che fu che mette tristezza per quanto è pretestuoso, oltre che fastidioso. Proprio un brutto inciampo, specie se si pensa che pure il precedente film "americano" mi era piaciuto poco o punto. Vabbè, amen, si riprenderà... Virzì mi piace comunque molto, e tre o quattro film suoi ce li ho nel cuore.
                        Proprio perché Virzì è bravo a dirigere gli attori l'ho trovato sorprendente in maniera negativa, soprattutto i 3 ragazzi, ma anche gli attori di prima fascia onestamente fanno il minimo sindacale... Certo la scrittura non aiuta. A confronto di questo Ella & John sembra un film di Howard Hawks...

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                        • L' Ereditiera di William Wyler (1949).

                          Credo che William Wyler riuscirebbe a tirare fuori un filmone anche da un film girato nello sgabuzzino di casa mia collocato in cantina, che è un 3 metri per 4 metri in totale, e quindi quando il regista ha a disposizione una stanza enorme di una villa della metà dell'800', il capolavoro non può che essere scontato. Eppure i rischi erano elevatissimi, partendo dal fatto che abbiamo un'unica location per l'80% della durata della pellicola, i personaggi principali sono solo 3 e il dramma in costume può risultare facilmente una baroccata arida fine a sè stessa e facilmente soggetta ad invecchiamento.
                          Il cinema di Wyler non parte dalla regia o dalla sceneggiatura, ma trae l'origine della sua forza ed efficacia dagli attori nella cui direzione il regista eccelleva per poi costruire l'immagine tramite la scenografia e dei costumi, che subito esplicavano la classe e condizione sociale dei personaggi, grazie ad una macchina da presa etichettata come "invisibile" da alcuni critici, ma in realtà capace di gettare grazie ad un uso accorto della profondità di campo e cambi di angolazione uno sguardo tagliente sulla realtà e sulla psicologia dei personaggi (vedere il primo piano su Catherine in casa durante l'attesa sotto la pioggia e il conseguente campo lungo quando scoppia a piangere per il dolore). Questa volta l'onore di essere diretta da lui spetta ad Olivia De Havilland, attrice sulla cresta dell'onda da almeno un decennio, qui alle prese con il personaggio di Catherine, una giovane ragazza di vent'anni, figlia del dottor Austin Sloper (Ralph Richardson), il quale rifiuta di dare il suo assenso al matrimonio della giovane figlia con il giovane e affascinante Morris Townsend (Montgomery Clift).
                          La bellezza nel film sta nello sbozzare tre personaggi perfettamente credibili e cratterizzati profondamente nella loro psicologia. Catherine è una giovane ragazza che ha una rendita di 10.000 dollari annui (per l'epoca una grandissima somma), di aspetto normale e non troppo appariscente e che non eccelle in nulla, nè dimsotra di avere particolari qualità che possono far colpo su una persona, se non un'estrema timidezza che sfiora leggermente la sociofobia, per via di un enorme insicurezza di fondo. Ad aggravare il carattere di Catherine è la totale mancanza di stima da parte del padre nei suoi cofronti, visto che l'uomo ogni volta non manca occasione di denigrare la figlia.

                          Causa del comportamento del dottore è un'irrisolta accettazione della morte di sua moglie, tanto da fare continui quanto insensati paragoni con la figlia, che ovviamente ne esce sminuita, poichè non può minimamente comeptere con la rappresentazione figurativa del ricordo della donna. A peggiorare le cose, c'è l'ostinato rifiuto da parte del dottore nei confronti del giovane Morris Townsend, il quale dichiara di essere innamorato di Catheirne, ma il padre della protagonista invece crede di essere solo un mero ed infimo cacciatore di dote. Il giovane ragazzo con la sua gentilezza ed la sua retorica schietta e sincera, ha subito conquistato il cuore della giovane, ma non riesce a dissipare i dubbi del padre. Nessuno dei tre personaggi è perfetto, ma lungi dall'essere figurine monolitiche, sono credibili e giustificati nelle loro azioni. Il padre di Catherine può benissimo apparire senza cuore e ingiusto nell'avere poca considerazione della figlia e di credere Morris un mero cacciatore di dote, eppure nella sua percezione distora il dottore Sloper vorrebbe solamente dare una scossa al carattere remissivo ed introverso della figlia, solo che si pone nei suoi confronti nel peggiore dei modi, con il risultato solo di peggiorare la situazione.

                          Olivia di Havilland è molto lontana dai forti personaggi femminili che il regista aveva ritratto in precedenza (specie nella "trilogia di Bette Davis), mettendo in scena una ragazza psicologicamente fragile e timida con un leggero ma percettibile tocco di sociofobia, non sapendo come porsi in alcun modo con il prossimo, nè prendere l'iniziativa con i ragazzi per via della sua enorme insicurezza e della sua bellezza di certo non eccezionale. La donna tirerà fuori il carattere necessario per imporre la propria volontà ed il proprio io come avrebbe voluto il padre, ma lo farà nel peggiore dei modi possibili, anche se la vendetta finale risulterà spietata nel suo contrappasso quanto catartica, ma avrà un forte effetti psicolgico su Catherine; se prima la macchina da presa inquadrava una salita di scale da parte di un'affranta e piagente ragazzina scottata dalla brutalità della vita, nel finale la macchina da presa documenta una salita di scale che sancirà la morte della ragazzina, per lasciare posto alla defintiiva nascita di una forte donna, che ha risolto tutti i conflitti interiori che attanagliavano la sua mente.
                          Non da meno di Olivia De Havilland è Montgomery Clift, autore di una perfomance degna dell'actor's studio, costruendo un personaggio affascinante e dalla retorica trascinante, perennemente in bilico tra sincerità e falsità, tanto che anche se alcuni indizi farebbero presuppore ad un cacciatore di dote, i suoi sentimenti verso la ragazza sono sinceri e provati da atti concreti molto forti, tanto che lo spettatore alla fine non riesce a capire la vera natura delle intenzioni del ragazzo, finchè la sceneggiatura e la macchina da presa nella sequenza sotto la pioggia, faranno definitivamente luce sulla questione.
                          La pellicola non fece registrare enormi incassi, probabilmente anche a causa del tono fortemente cinico e di alcuni personaggi i cui comportamenti seppur biasimevoli, non erano per forza da condannare a priori, visto che comunque erano giustificati o da esperienze pregresse, oppure dalla ragione data dai fatti. Quello che non fece al botteghino, lo ottene criticamente con grandi recensioni e con be 8 nomination agli oscar, tra cui miglior film, regia, attore non protagonsita e attrice protagonista, vincendo l'oscar per quest'ultima categoria, mentre inspiegabilmente Montgomery Clift venne ignorato. Ad oggi a distanza di 70 anni, resta un grandissimo esempio di direzione attori e di uso della scenografia, fotografia e regia quando ci si trova a dover trarre trapsozioni filmiche da opere teatrali.

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                          • Originariamente inviato da ColonelBlimp Visualizza il messaggio

                            Secondo me non è recitato male, sono tutti dal bravino al molto bravo (e Virzì è colui che ha fatto sembrare passabile anche la Braschi, non dimentichiamolo)... ma i personaggi sono così FINTI, stucchevoli, "programmatici", ANTIPATICI... che gli attori sembrano tutti cani, dal primo all'ultimo, compreso Giannini che pare la brutta copia di Pannofino! No, dico, Giannini!
                            A parte come sono scritti, io di quello che diceva lo sceneggiatore toscano ho capito un 40% scarso. E stavo pure in un cinema dall'impianto e acustica buoni non in uno di quelli che pare di vedere il film dentro una piscina vuota, eppure quando parlava non si capiva un cazzo. È un problema di quello che recita ma pure di quello che si occupa della presa diretta.

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                            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                              L' Ereditiera di William Wyler (1949).

                              Credo che William Wyler riuscirebbe a tirare fuori un filmone anche da un film girato nello sgabuzzino di casa mia collocato in cantina, che è un 3 metri per 4 metri in totale, e quindi quando il regista ha a disposizione una stanza enorme di una villa della metà dell'800', il capolavoro non può che essere scontato. Eppure i rischi erano elevatissimi, partendo dal fatto che abbiamo un'unica location per l'80% della durata della pellicola, i personaggi principali sono solo 3 e il dramma in costume può risultare facilmente una baroccata arida fine a sè stessa e facilmente soggetta ad invecchiamento.
                              Il cinema di Wyler non parte dalla regia o dalla sceneggiatura, ma trae l'origine della sua forza ed efficacia dagli attori nella cui direzione il regista eccelleva per poi costruire l'immagine tramite la scenografia e dei costumi, che subito esplicavano la classe e condizione sociale dei personaggi, grazie ad una macchina da presa etichettata come "invisibile" da alcuni critici, ma in realtà capace di gettare grazie ad un uso accorto della profondità di campo e cambi di angolazione uno sguardo tagliente sulla realtà e sulla psicologia dei personaggi (vedere il primo piano su Catherine in casa durante l'attesa sotto la pioggia e il conseguente campo lungo quando scoppia a piangere per il dolore). Questa volta l'onore di essere diretta da lui spetta ad Olivia De Havilland, attrice sulla cresta dell'onda da almeno un decennio, qui alle prese con il personaggio di Catherine, una giovane ragazza di vent'anni, figlia del dottor Austin Sloper (Ralph Richardson), il quale rifiuta di dare il suo assenso al matrimonio della giovane figlia con il giovane e affascinante Morris Townsend (Montgomery Clift).
                              La bellezza nel film sta nello sbozzare tre personaggi perfettamente credibili e cratterizzati profondamente nella loro psicologia. Catherine è una giovane ragazza che ha una rendita di 10.000 dollari annui (per l'epoca una grandissima somma), di aspetto normale e non troppo appariscente e che non eccelle in nulla, nè dimsotra di avere particolari qualità che possono far colpo su una persona, se non un'estrema timidezza che sfiora leggermente la sociofobia, per via di un enorme insicurezza di fondo. Ad aggravare il carattere di Catherine è la totale mancanza di stima da parte del padre nei suoi cofronti, visto che l'uomo ogni volta non manca occasione di denigrare la figlia.

                              Causa del comportamento del dottore è un'irrisolta accettazione della morte di sua moglie, tanto da fare continui quanto insensati paragoni con la figlia, che ovviamente ne esce sminuita, poichè non può minimamente comeptere con la rappresentazione figurativa del ricordo della donna. A peggiorare le cose, c'è l'ostinato rifiuto da parte del dottore nei confronti del giovane Morris Townsend, il quale dichiara di essere innamorato di Catheirne, ma il padre della protagonista invece crede di essere solo un mero ed infimo cacciatore di dote. Il giovane ragazzo con la sua gentilezza ed la sua retorica schietta e sincera, ha subito conquistato il cuore della giovane, ma non riesce a dissipare i dubbi del padre. Nessuno dei tre personaggi è perfetto, ma lungi dall'essere figurine monolitiche, sono credibili e giustificati nelle loro azioni. Il padre di Catherine può benissimo apparire senza cuore e ingiusto nell'avere poca considerazione della figlia e di credere Morris un mero cacciatore di dote, eppure nella sua percezione distora il dottore Sloper vorrebbe solamente dare una scossa al carattere remissivo ed introverso della figlia, solo che si pone nei suoi confronti nel peggiore dei modi, con il risultato solo di peggiorare la situazione.

                              Olivia di Havilland è molto lontana dai forti personaggi femminili che il regista aveva ritratto in precedenza (specie nella "trilogia di Bette Davis), mettendo in scena una ragazza psicologicamente fragile e timida con un leggero ma percettibile tocco di sociofobia, non sapendo come porsi in alcun modo con il prossimo, nè prendere l'iniziativa con i ragazzi per via della sua enorme insicurezza e della sua bellezza di certo non eccezionale. La donna tirerà fuori il carattere necessario per imporre la propria volontà ed il proprio io come avrebbe voluto il padre, ma lo farà nel peggiore dei modi possibili, anche se la vendetta finale risulterà spietata nel suo contrappasso quanto catartica, ma avrà un forte effetti psicolgico su Catherine; se prima la macchina da presa inquadrava una salita di scale da parte di un'affranta e piagente ragazzina scottata dalla brutalità della vita, nel finale la macchina da presa documenta una salita di scale che sancirà la morte della ragazzina, per lasciare posto alla defintiiva nascita di una forte donna, che ha risolto tutti i conflitti interiori che attanagliavano la sua mente.
                              Non da meno di Olivia De Havilland è Montgomery Clift, autore di una perfomance degna dell'actor's studio, costruendo un personaggio affascinante e dalla retorica trascinante, perennemente in bilico tra sincerità e falsità, tanto che anche se alcuni indizi farebbero presuppore ad un cacciatore di dote, i suoi sentimenti verso la ragazza sono sinceri e provati da atti concreti molto forti, tanto che lo spettatore alla fine non riesce a capire la vera natura delle intenzioni del ragazzo, finchè la sceneggiatura e la macchina da presa nella sequenza sotto la pioggia, faranno definitivamente luce sulla questione.
                              La pellicola non fece registrare enormi incassi, probabilmente anche a causa del tono fortemente cinico e di alcuni personaggi i cui comportamenti seppur biasimevoli, non erano per forza da condannare a priori, visto che comunque erano giustificati o da esperienze pregresse, oppure dalla ragione data dai fatti. Quello che non fece al botteghino, lo ottene criticamente con grandi recensioni e con be 8 nomination agli oscar, tra cui miglior film, regia, attore non protagonsita e attrice protagonista, vincendo l'oscar per quest'ultima categoria, mentre inspiegabilmente Montgomery Clift venne ignorato. Ad oggi a distanza di 70 anni, resta un grandissimo esempio di direzione attori e di uso della scenografia, fotografia e regia quando ci si trova a dover trarre trapsozioni filmiche da opere teatrali.
                              Gran film e bella analisi. Postane qualcuna nel topic del cinema classico, e´un peccato che vadano disperse.
                              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                              Spoiler! Mostra

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                              • che bello Notti magiche, faccio fatica a capire l’astio qui espresso verso il film e verso i suoi personaggi, me lo spiego solo con il fatto che molti di voi sono dei giovani cineasti o aspiranti operatori del settore e quindi vi sentite presi in giro

                                ma è proprio un film sulla “magica” coglionaggine di essere giovani, contrapposta alla sterilità dei vecchi, che di questi giovani invidiano la forza creativa e cercano di sminuirla

                                ed i personaggi sono volutamente caricaturali, non come quelli del film della golino, che vorrebbero essere seri e invece finiscono per essere delle involontarie e grottesche caricature

                                perfetta anche l’ambientazione temporale, con il parallelo calcistico con la squadra di belle speranze che per una partita sbagliata ha visto sfumare il proprio sogno

                                in definitiva un vero gioiellino, sembra incredibile che dopo insulsi pastrocchi come il capitale umano, la pazza gioia etc. Virzì sia riuscito a sfornare un film praticamente perfetto come questo
                                In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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