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  • Postiamo un pò di recensioni arretrate va:

    "Assolto per aver commesso il fatto"
    Ennesimo passo falso del Sordi regista, che mostra i consueti difettacci (ridondanza, lungaggini, narcisismo, doppiaggio fuori contesto, gente straniera che parla perfetto italiano anche tra i propri connazionali, eccessive semplificazioni, moraline da provinciale etc) per raccontare la parabola di un truffatore che arriva a fare le scarpe ad uno squalo della finanza come il Cavalier Serra (che è una esplicita parodia di Berlusconi...stempiato, milanese, ossessionato dalla televisione, addirittura il logo della sua azienda, la "esse" di Serra, somiglia al logo del biscione milanese). Se si sopravvive è per la simpatia dei personaggi come Sordi e la Finocchiaro.

    "Delitti e profumi"
    Baracconata ipetrash, che vidi una volta da bambino (ma mi addormentai prima di arrivare al finale!). Sostanzialmente si tratta di un giallo a tinte horrorifiche con venature da commedia, sullo stile di un albo alla Dylan Dog (tra gli sceneggiatori c'è l'Argentiano Franco Ferrini). Purtroppo ad incarnare il detective non c'è Rupert Everett ma....Jerry Cala'. E a fargli da spalla nello stereotipatissimo ruolo del commissario tutto d'un pezzo abbiamo Umberto Smaila. Al di là dell'antipatia naturale che si può provare per i due per via del fatto che sono stati il simbolo di quanto di più becero la televisione, il cinema e lo spettacolo italiano abbiano potuto produrre, spingendo verso un anacronistico machismo che sviliva il ruolo della donna e verso un umorismo da ragazzini di terza media, è proprio la storia a non funzionare...non funziona come parodia perche non fa ridere, non funziona come giallo perchè le soluzioni piovono dal cielo come deus ex machina, non funziona come thriller perchè il fisico imbolsito di Calà (che ovviamente ci viene spacciato come gran seduttore...mha...) rende involontariamente ridicola ogni scena. L'idea del profumo che prende fuoco con le luci dei fari era anche buona, seppur implausibile, e poteva avere una sua originalità. Solo per gli amanti del trash piu sfrenato.

    Creepshow
    Volevo recuperare questo film ad Halloween, ma in quel periodo stavo recuperando le pantere rosa. Che dire....Romero e King assieme offrono un sentito e appassionato omaggio ai vecchi horror ad episodi. Certo siamo lontani dai livelli dell'Operazione Paura di Bava, ma è chiaro che il target è piu adolescenziale che non adulto. Un classico, che farà felice chi è cresciuto, all'epoca, con lo Zio Tibia o chi, come me, macinava i cartoni di PelleeOssa su Bim Bum Bam. Il film si compone di 5 storielle un pò stiracchiate, non originali ma proprio per qesto valide nell'omaggiare i classici topoi del genere: famiglie disfunzionali, mariti traditi che si vendicano, amanti che ritornano, case in campagna isolate e colpite da eventi bizzarri, eredità maledette, spedizioni scientifiche misteriose, omaggi a classici letterari rivisti in salsa horror. Classico film che dimostra come la regia valga piu della sceneggiatura, dato che Romero si inventa soluzioni iperpo e baviane sia nel montaggio che nella colorazione del film, donando una particolare palette cromatica dominante a ogni episodio, e inventandosi ritagli al montaggio in stile fumetto che saranno poi ripresi piu volte da Raimi. Veloce panoramica sugli episodi:
    - Episodio cornice: Un classico padre dal pugno di ferro, distrugge il fumetto di Creepshow del proprio figlio, essendo contrario a quella robaccia a fumetti. Il figlio (in realtà Joe Hill, figlio di Stephen King e anche lui apprezzato scrittore horror) recita: "spero tu possa marcire all'inferno papà" (!!!) e riceve la visita dello Zio Tibia.
    - La festa del papà: Palette cromatica dominante è il rosa fucsia. Lo si nota nelle ombre e nella guarnizione di una torta. Un ricco detestabile che maltratta tutti, viene ucciso il giorno della festa del papà. Resuscitato l'anno dopo, tormenta tutti i suoi discendenti per avere la sua torta. Molto di effetto lo zombie che ripete incensantemente: "voglio la mia torta!"
    - Secondo episodio. Stephen King attore interpreta uno stereotipatissimo e al limite della parodia razzista red neck che, come nella fattoria degli orrori di fulci, si ritrova un meteorite nel campo. King va in overacting spinto e sfoggia una serie di faccette che manco Franco Franchi. Il film sembra anticipare le atmosfere di Leone il Cane Fifone, con l'elemento paranormale che si intrufola in campagna. Costumi un pò pataccosi (il mostro finale sembra un Grinch), ma può effettivamente disgustare data la naturale avversione di tutti verso funghi e muffe. Palette dominante è ovviamente il verde.
    - Terzo episodio. Leslie Nielsen in versione cattivone, vive in una super casa, piena di acquari e telecamere (e il regista insiste a inquadrare tutti passando per questi due elementi). Un marito geloso, sequestra la moglie e l'amante e li sotterra nella sabbia, con la testa fuori. Li collega ad un sistema di telecamere e televisori affinchè, con l alzarsi della marea, ognuno possa vedere la morte dell'altro. Forse il secondo miglior episodio del film, con Nielsen molto bravo che solo raramente fa involontariamente pensare a Frank Drevin. Palette dominante è blu
    - Quarto Episodio: il migliore. Palette dominante è di nuovo il rosa (presente nelle ombre e nel vestito della vittima). In un sottoscala si trova una scatola, destinata ad una certa Dott.ssa Carpenter (!!) contenente una orrenda scimmia cannibale (ottimo il trucco di Tom Savini). Uno scienziato userà la scoperta per vendicarsi della petulante moglie.
    - Ultimo capitolo. Una sorta di fastidioso Scrooge, fissato con l'igiene, vive nel suo bianchissimo appartamento vessando tutti i suoi dipendenti, con cui parla solo al telefono. Una serie di guasti causerà una invasione di scarafaggi che lo......soffocherà! Effetti speciali ottimi, e scene anche abbastanza raccapriccianti.
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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    • Creepshow 2
      Sequel piu compatto, che concentrandosi solo su tre episodi permetterebbe di sviluppare meglio trame e personaggi. Purtroppo il target si abbassa, e i troppi inserti a cartoni abbassano la qualità del film. Ottimo il trucco di Tom Savini truccato come The Creeper. L episodio migliore è quello della statua indiana che prende vita e vendica i gestori di un negozio. L'episodio la zattera è squallido e pruriginoso, mostrando nudi gratuiti. Il terzo episodio è buono ma è una versione rivista dell'episodio della torta nel primo episodio.

      Harry Potter e l'ordine della Fenice.
      Avevo smesso di vedere i film della saga con i miei amici potterofili a partire dal Calice di Fuoco (praticamente saltando gli sviluppi di interi personaggi come quelli di Bellatrix, o tutta la parte politica). Che dire...questi film spesso seguono tutti una struttura simile (inizio in città, elemento fantastico che si introduce, si arriva a Hogwards, anno scolastico a base di intrighi e relazioni, Potter non viene creduto, i professori e gli alunni si dividono sul credergli o no, un cattivo viene sconfitto grazie anche ad una invenzione introdotta a metà film). Se l'episodio precedente si concentrava sull'entrata nell'adolescenza, qui si parla molto di politica, cosa che reputo importante per illustrare alle nuove generazioni i pericoli della dittatura e, soprattutto, della dittatura velata da democrazia. La Umbrige è un personaggio quasi burtoniano, nel suo essere una fascista vestita da colori confetto. Sistematicamente, tutti gli elementi della dittatura vengono sviscerati (invito alla non cultura e formazione di un pensiero, ripetizione di slogan, uso degli ultimi nella scala sociale per dare loro un ruolo importante e quindi farli sentire importanti, uso di fake news per screditare il prossimo, giochi di poltrone, collaborazioni con chi non vuole lasciare la propria poltrona, epurazioni di membri scomodi come la maestra di divinazioni, uso dell'umorismo nell'arte retorica per ridicolizzare le idee avversarie etc etc). Col sennò di poi colpisce molto in positivo la recitazione in sottrazione del compianto Rickman....a metà tra la sofferenza e la misantropia, con poche variazioni di tono riesce a donare rispetto e ambiguità al suo personaggio. Bella l'idea di mostrare i lati negati vel padre di Potter, evitando gli errori di agiografia che solitamente colpiscono questi romanzi. Buona anche l'idea di "normalizzare" l'eroe il quale ammette che nei precedenti episodi è stato spesso aiutato, salvato da deus ex machina, o affiancato da qualcuno. Nota di merito della parte, in un personaggio a facile rischio macchietta, che riesce a caratterizzare Bellatrix con solo due scene e azzeccando una risata. Sempre un piacere vedere poi questa parata di bravissimi e sottoutilizzati attori inglesi: dalla camaleontica Thompson al carismatico Oldman.
      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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      • The woman who left (Lav Diaz, 2016)

        In un'ambientazione campestre, vediamo una donna insegnare grammatica e raccontare storie ad altre donne e bambini: lei è Horacia, e siamo invero in una prigione, dove la protagonista è finita dentro da 30 anni per un'accusa di omicidio. Omicidio di cui è innocente, e un giorno finalmente giunge la verità, riportando Horacia alla sua vita. Ma quale vita l'attende? E quale Paese? Le Filippine raccontate da Diaz sono un Paese smarrito e impaurito, preda di una violenza quotidiana efferata, ma dentro questa realtà si può ancora ritrovare il senso di solidarietà, di un'intima umanità che coinvolge gli ultimi della Terra. Per Horacia inizia un lungo viaggio alla ricerca dei suoi affetti, ma soprattutto per trovare la vendetta verso l'uomo che l'ha ingiustamente accusata.

        Regista deriso per la lunghezza dei suoi film soprattutto da chi non ha mai visto una sua opera, a causa di pseudo-critici da burletta come tal Federico Gironi di Coming Soon, Lav Diaz è invece uno dei più straordinari autori di questo tempo, creatore di un cinema oserei dire necessario, capace di stupire ed emozionare per la forza descrittiva nel tratteggiare i personaggi, nella ricerca di un punto di vista sulle vicende - e pertanto anche della collocazione della mdp - mai banale, ma anche da una sorta di verginità primigenia di chi ha uno sguardo autenticamente alieno alla cinefilia fine a se stessa, al metalinguismo divenuto oramai sin troppo convenzionale. Un celebre aforisma di Godard sostiene che il cinema è un attore e una cinepresa, e l'essenza più pura di ciò oggi lo si trova proprio nel cinema del regista filippino.

        Diaz si ispira ancora una volta alla letteratura, a un racconto di Tolstoij questa volta (ma io ci ho visto anche echi di Manzoni, forse perché il "cattivo" si chiama Rodrigo...), trasfigurandolo alla realtà del suo Paese, evitando qualsiasi compiacimento stilistico: il bianco e nero non è affatto estetizzante in Diaz, ma contribuisce a creare un universo simbolico, astratto e universale, a cui si aggiunge nel risultato per uno spettatore occidentale anche una lingua ipnotica, che mescola le vocalizzazioni tipiche del sud-est asiatico con la dolcezza fonetica dello spagnolo. Mi pare di poter dire che la radicalità del cinema di Diaz non stia nella sfida stilistica di piani-sequenza stremanti come altri autori contemporanei, ma invece nel ritorno a un'architettura narrativa complessa, ricca di personaggi e di vicende, e allo stesso tempo di una povertà della messa in scena (da non intendersi affatto in senso deteriore) che ingenera una visione unica nel suo genere, che mi ha ricordato i primi film del Cinema Novo brasiliano che vidi intorno ai 20 anni. Succedono tante cose in The woman who left, che giustificano pienamente la lunga durata - 220 minuti, per Diaz si può definire un corto - e ognuno dei personaggi anche minori, come il venditore gobbo, la prostituta transessuale epilettica, la senzatetto, diventano le tappe necessarie di un percorso catartico, di redenzione, della protagonista.

        Cinema morale come se non fa più da tempo immemore, The woman who letf è una delle massime meditazioni sulla necessità del perdono che abbia mai visto, un'esperienza cinematografica che oggi ha pochissimi eguali nella scena internazionale: Lav Diaz chiede allo spettatore solo un po' del proprio prezioso tempo, di staccarsi dalla propria fretta quotidiana, della visione dello smartphone ogni 5 minuti, per immergersi totalmente dentro la storia che racconta, e come per magia, ci si ritrova risucchiati dentro, dimenticandosi quasi che c'è una macchina da presa. Noi siamo lì, con Horacia, alla ricerca di requie, forse di un Dio che ci illumini, che dia un senso al nostro cammino esistenziale, che sia ancora in grado di restituirci fiducia nel prossimo. Leone d'oro sacrosanto.
        Ultima modifica di Medeis; 18 novembre 18, 17:14.

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        • Ho preso il dvd del film di Lav Diaz, chissa' se farà da apripista per altre sue opere.
          Credo di vederlo nelle vacanze di Natale.

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          • ottima segnalazione e recensione
            In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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            • intanto ieri ho visto Widows, come film è l'equivalente di certi film italiani di "interesse culturale" con 20 attori di richiamo, il cui unico scopo è partecipare alla mangiatoia dei finanziamenti pubblici

              almeno in america pagano i privati

              emblematica la partecipazione di Bernthal o come si scrive, che appare in un solo dialogo all'inizio del film e poi più nulla

              ci sono un paio di scene interessanti, come una nella quale Farrell e la sua assistente parlano in auto e non si vedono i volti ma solo il paesaggio esterno riflesso sui finestrini, e un'altra con un sermone del classico predicatore afroamericano

              ma il problema è che c'è troppa carne al fuoco, sia come personaggi che come situazioni, si ha l'impressione di una sceneggiatura rimaneggiata per infilarci dentro degli attori e fargli dire qualche battuta

              quindi per me giudizio negativo, di questo passo nonostante l'oscar l'avventura americana di Mcqueen corre il rischio di finire come quella di Muccino ...
              Ultima modifica di trabant; 19 novembre 18, 11:50.
              In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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              • Ops! Sul "Corriere della sera" Maurizio Porro ne ha fatto una recensione stringata ma stra ultra mega elogiativa, regia compresa.Subito dopo una paginata pubblicitaria del film. Casualmente.
                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                • Domenica 18 Novembre

                  - Widows


                  Sono al mio personalissimo 274° film.
                  Lo so, non dovrei contarli

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                    BESTIE DA MACELLO Regia di Mario Bonetti
                    Merita indulgenza, questo zero budget realizzato da un ventunenne della bassa bresciana, letteralmente girato sotto casa con gli amici del bar. Presa con beneficio d’inventario la sparata guascona di apparentarsi a Quentin Tarantino, si guarda piuttosto al primo Robert Rodriguez (“El Mariachi”), coordinato al Cosimo Alemà di “Brutti e cattivi”, fatte le debite tare.
                    I settanta minuti del lungometraggio sono zavorrati da un primo atto dilatato nel ritmo ed un po’ statico, con una verbosità che avrebbe sì ed altrimenti richiesto un piglio tarantiniano per non soccombere ad una ripetitività in nuce tediosa. Tuttavia , diamine , sceneggiatura e regia _ affinata in una buona scelta delle inquadrature e di una coerente e nitida armonia alla direzione fotografica_ dimostrano di avere polso nella padronanza delle regole narrative e tempistiche del genere, arrivando a serrare una storia che onora i topoi di riferimento e li restituisce nella concisa “morale” di uno stradario notturno e violento , temperato solo dalla speranza di una (ri)nascita; domani e rigorosamente altrove. Di caratura accettabile la recitazione e gradevole la resa del comparto audio, arricchito da musiche dedicate (imho).
                    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                    • Widows

                      McQueen tecnicamente non si discute (formidabile la resa dello stacco dai quartieri più poveri a quelli più agiati di Chicago attraverso il transito di Farrell) ma ai personaggi manca quel magnetismo necessario per rendere il film indimenticabile. Mann avrebbe fatto faville, per dire.

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                      • Commenti brevi.

                        Amiche della Sposa di Paul Feig.

                        Abbastanza carino questo film, si vede che la sceneggiatura è scritta da una donna (anche attrice principale del film) e forse è un limite per lo spettatore maschile, poiché mette in scena dinamiche femminili che per me significano poco, mentre per loro invece hanno grande importanza.
                        Abbiamo una protagonista a pezzi e distrutta dalla crisi economica, che le ha fatto chiudere il negozio di dolci. Annie è una donna patetica, in preda al rancore verso tutto e tutti, ma per questo più apprezzabile di tante altre eroine stucchevoli romantiche.
                        Il personaggio della ciccioba m'ha fatto schiantare dalla risate, ma anche la protagonista è veramente niente male.
                        Dietro tanta apparente convenzionalita', nasconde un certo disagio umano nelle inquadrature.
                        Fortemente indicato per un pubblico femminile poiché credo sia un film capibile solo da loro al 100%.


                        Passengers di Tyldum.

                        Il soggetto è interessante, sviluppo, regia ed attori invece affossano il tutto.
                        Il primo atto è il migliore (o comunque il più decoroso); Pratt non credibile come meccanico e sembra un culturista, ma vabbè fosse questo il problema si bypasserebbe la cosa ed invece è anche un cagnaccio a recitare, non si percepisce minimamente il disagio di essere solo per 90 anni e non poter mai più giungere a destinazione, non c'è peso esistenziale nel suo sguardo, né follia nella sua solitudine... praticamente è la barba incolta che lavora per lui e la regia non è pervenuta.
                        Jennifer Larence spaesata e alla frutta, oltre che in 3-4 momenti in over acting a manetta, comunque sia distrugge Chris Pratt recitativamente (non che ci voglia tanto), ma tra i due non c'è minimamente chimica.
                        La regia pecca di inutili estetismi e terribilmente asettica. Il terzo atto sprofonda nel catastrofismo assoluto con un Fishburne deus ex machina fastidioso... praticamente il film và avanti solo così. Finale iper buonista e illogico, come tutto il secondo e terzo atto.
                        Bocciato alla grande, peccato perché prometteva bene.
                        Ultima modifica di Sensei; 22 novembre 18, 00:25.

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                        • Yeah, bisognava mettere il culturista in mezzo ad un branco di ciccione ibernate, allora sì che si rompeva il c***o a starsene da solo.

                          ...
                          ...
                          D'altronde però a mettersi sempre ciccioni con ciccione e culturisti con gran f***e non c'è il rischio che mai si riduca il "gap" tra "sporche" élites e il buon popolo?
                          Te, per curiosità, sei grasso o magro?
                          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                          • Animali fantastici - I crimini di Grindelwald (2018) di David Yates

                            Secondo capitolo delle avventure di Newt Scamander ma soprattutto un nuovo ritorno nel magico mondo di Harry Potter e quindi ulteriore lucroso investimento per i produttori e la scrittrice J.K. Rowling. vera e propria factotum di questa nuova serializzazione.
                            Alla fine il film si può ridurre tranquillamente a questo perché di altro c'è ben poco.

                            In realtà il film ha perfino un buon inizio e si presenta con qualche novità potenzialmente interessante ma dura soltanto per la prima parte, di preparazione, ma quando ci si sposta a Parigi (ambientazione, tra l'altro, totalmente sprecata) e il film dovrebbe iniziare a fare sul serio la pellicola si inceppa, involvendosi su se stesso, e rivelando quanto sia costruita soltanto da una serie di situazioni ed eventi, spesso addirittura incoerenti o mal trasfigurati, con l'unico scopo di collegare nuove rivelazioni e segreti inerenti al proseguo dei nuovi episodi, anche arditamente quando non in modo totalmente avulso alla semplice logica o al buon senso.

                            Tra le cose migliori del film, invece, proprio il personaggio di Newt, ottimamente interpretato da Eddie Redmayne, e la presentazione del cattivo Grindelwald, ben interpretato da Depp.
                            Per il resto il NoMag Kowalsky fa solo da intrattenitore durante le pause, il personaggio di Tina praticamente scompare data la sua completa inutilità e la dolce Quinnie si trasforma in tutt'altro personaggio rispetto al primo episodio, chiaro segno di una sua evoluzione totalmente improvvisata rispetto al precedente capitolo. Apatico invece il Silente di Judd Law, irritante Leta Lestrege (e relativa storia familiare di cui a nessuno frega qualcosa e che, a conti fatti, finisce per non avere alcun rilievo nel racconto) mentre maggiori soddisfazioni, per il prosegue, potrebbe darne la new entry del fratello di Newt, almeno potenzialmente.

                            animali-fantastici.jpg

                            VOTO: 5

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                            • Hostiles

                              Bale si conferma un fuoriclasse e i paesaggi sono bellissimi ma il film non respira, tutto accade troppo rapidamente e finisce per deludere (a partire proprio dalla conversione morale del protagonista). Anche dal personaggio di Wes Studi mi sarei aspettato molto ma molto di più.

                              The Outlaw King

                              L’ho apprezzato moltissimo per il suo essere verace, senza fronzoli, neanche fosse stato girato mezzo secolo fa. La Scozia è vera, i castelli sono veri, persino le morti sembrano vere. Ma sarà che il giorno prima avevo portato la donna a vedere quella cazzata di Robin Hood, un film dallo stile esattamente opposto.

                              The Endless

                              Sicuramente tra i migliori film sulle sette religiose, presenta quel tocco lovecraftiano che lo eleva ulteriormente sopra la media. Peccato non aver ancora visto Resolution che vi è in qualche modo legato.

                              22 luglio

                              Mi potrebbe anche andare bene ma se ometti di dire financo nei titoli di coda che alla fine ha preso solo 21 anni perché in Norvegia hanno abolito l’ergastolo beh, ai miei occhi costruisci un falso di cui non se ne sentiva il bisogno. La vicenda vive anche di questo paradosso e negarlo per costruire la solita storia del cattivo che alla fine viene umiliato da questo e quello non mi trova interessato.

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                              • Sì ma tra 22 July e Outlaw King non c'è paragone, ci passa la differenza tra Schindler's List e Braveheart. Anzi, il film di MacKenzie è anche molto peggio.

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