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  • Ma infatti il film di Chazelle non c'entra assolutamente nulla con quelli di Nolan

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    • First Man inizia come Interstellar, con una scena di volo girata con tecniche che verranno poi riproposte in tutte le altre scene dentro le navicelle. Allo stesso modo, le scene domestiche sono tutte uguali, lasciano tutte piena libertà agli attori e la camera cattura solo quello che riesce della loro interpretazione. È tutto preso di peso da Nolan ma visibilmente più scolastico nella sua scarsa capacità di dosare il registro formale, dalla camera a mano alle focali esagerate, che combinate danno un eccessivo effetto shaky cam, al focus pull, fino agli zoom. Si avverte un'ostinazione a non dare respiro alla messa in scena, facendo sembrare la produzione incredibilmente meno costosa di quello che sembra. Il film è tutto così, fatto di immagini mosse e schiacciate, a parte nella scena dopo l'incidente dell'incendio - quando Armstrong guarda il notiziario in televisione - dove ricordo che parte a caso un carrello sul primo piano di Gosling, completamente ingiustificato. Quando alla fine, sulla Luna, c'è l'occasione di dare un tocco di visionarietà, di valorizzare la scenografia e conferire un solenne senso di sospensione alla messa in scena, Chazelle si trattiene e spreca le potenzialità dell'IMAX. L'unica cosa interessante di quella sequenza, oltre al braccialetto (per quanto discutibile), è il fatto che venga innestato l'audio originale di Armstrong e Houston. Dettaglio di cui mi sono accorto solo nella versione doppiata (LOL). Per il resto è l'uso dell'IMAX meno interessante che mi venga in mente, proprio perché sulla carta - per quanto accademico - poteva essere magniloquente, e invece è soltanto funzionale a un intento espressivo portato a casa a metà. I filmini delle vacanze con la figlia montati sopra poi sono roba da seggiolate nel muso.

      Il paragone non risuona tanto nello storytelling quanto nelle scelte di regia, nel punto di vista della mdp, ancorata alle pareti delle navicelle con lo spazio ricreato senza CGI ma con le retro proiezioni. Guardate la featurette di First Man e sembra di tornare sul set di Nolan negli studios di Londra. Anch'esso poi è una storia di fantasmi, di un rapporto padre-figlia, di un viaggio ai limiti delle possibilità umane per avvertire il senso di colpa e la mancanza dei propri cari, per elaborare il lutto della perdita e riscoprire la necessità di un contatto umano, come poi avviene nell'ultima scena, che fa molto Blade Runner 2049. Tuttavia si ha la sensazione che non siano i personaggi a portare avanti la narrazione con le loro scelte, ma la cronaca di fatti annunciati tramite didascalie.

      In tutto questo non voglio dire che il film non mi sia piaciuto. Ripeto, è un buon/ottimo film e un biopic che non accosterei mai ai peggiori esempi di biografie hollywoodiane uscite negli ultimi anni (tipo The Theory of Everything), e sono pienamente consapevole delle difficoltà dietro alla realizzazione di un film dedicato a Neill Armstrong nel 2018. Questo però non toglie che il film abbia dei limiti, che nel panorama contemporaneo lo rendono piuttosto trascurabile, e che tutto sommato sia nato da uno studio accademico della materia trattata, il che non è un male di per sé ma consente di arrivare fino a un certo punto, non oltre.

      Non si può dire lo stesso di La La Land, quando Chazelle era più a suo agio con il registro formale adottato, sicuro delle proprie aspirazioni, assimilate le ispirazioni a una consapevolezza meno tecnica e superficiale, rielaborando le influenze di genere con più inventiva e facendo un discorso meta che rifletteva sul mezzo e sul panorama mediatico contemporaneo.

      Badate, il fatto che il cinema americano sia legato a una chiarezza espositiva non significa che l'uso della shaky cam non possa essere una scelta scolastica, come nel caso di First Mandove viene utilizzata per il più convenzionale dei motivi - ovvero ricercare un feeling documentaristico - su stessa ammissione del direttore della fotografia Linus Sandgren, e non significa nemmeno che l'intento di annullare questa cosiddetta chiarezza espositiva - tagliando tra primi piani chiusi e dettagli stretti per creare un senso di calustrofobia e disagio - sia coraggioso o "autoriale" rispetto alla cifra estetica che un nome Nolan insegue da tempo, creando immagini intellegibili. Chazelle adopera questo stile in ogni contesto, che sia quello familiare, alla Nasa o nello spazio, uniformando il film a un registro unico, giustificato dal primo intento nelle scene sulla Terra (documentario) e dal secondo intento nelle scene nello spazio (claustrofobia). Allo sbarco sulla Luna emerge la necessità di immagini chiare e limpide, con lunga profondità di campo, come quelle dei documentari spaziali (torniamo sempre lì quindi). La scelta del large format 70mm orizzontale diventa quindi la più ovvia. Quello che ho appena descritto come può non essere definito un approccio "accademico" (ho usato questo termine in origine, non "scolastico") all'estetica cinematografica? Facendo un netto passo indietro in termini di eclettismo della messa in scena, in particolare pensando alla mappatura degli spazi e al rapporto tra attori e macchina da presa, faccio fatica a credere che Chazelle, confrontandolo con i nomi sopracitati, abbia dimostrato una padronanza del mezzo altrettanto consapevole e misurata nel tentativo di distanziarsi dallo stile di La La Landa Whiplash, evidentemente a lui più congeniale. E faccio fatica a credere che un uso così massiccio della shaky cam, abbiano una funzione diversa da quella che Nolan ricerca da anni applicandola con successo al blockbuster di fantascienza e al war movie (con una scelta di mezzi più oculata).

      Per Chazelle è un film di carriera, un progetto che gli ha consentito di cimentarsi con una storia profondamente americana, di confrontarsi con il classico e dare una prova di maturità (per me non del tutto superata), un'operazione alimentare che non gli appartiene tanto quanto i film precedenti, e non perché l'opera non fosse nata da lui. Tirando le somme non è nemmeno un biopic che va oltre la concezione standard di biopic. E sono convinto che nessuno avrebbe riconosciuto Chazelle se non ci fosse scritto il suo nome sulla locandina.

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      • Come i precedenti, First Man è la storia di un individuo che si butta in maniera ossessiva sul proprio lavoro a scapito degli affetti, ed anche se in questo frangente ha una risoluzione maggiormente positiva, si avverte tutta la fatica (il vetro, il gesto finale) di questo equilibrio precario. Dunque è un film estremamente coerente con la sua filmografia, macchina a mano o meno. L'obiettivo era chiaramente fare un film epico intimista, cosa riuscita benissimo, a me di come poteva sfruttare l'Imax frega pochissimo, direi nulla: i mezzi sono a disposizione della storia e della poetica, non viceversa.

        Le scene familiari sono fondamentali quanto quelle del suo lavoro, e riescono a trasmetterci il passaggio dalla paura totale della prima sequenza al quasi fatalismo che attraversa la sequenza dell'allunaggio, un pezzo che è da storia del cinema senza se e senza ma: Chazelle dopo un primo film ancora stile Sundance, mi pare si stia avviando a una riscrittura del cinema classico, dei generi, con uno sguardo nuovo, capace di parlare al pubblico di quest'epoca. Di tutto il film taglierei 2 secondi, il fantasma della bambina al funerale, perché bruttino come effetto e perché ridondante come significato - forse Chazelle non si fidava dell'effetto Kulesov del pp di Gosling - per il resto è un crescendo sensazionale. Negli anni verrà rivalutato. E Nolan, ribadisco, non c'entra nulla, né come poetica, né come stile, perché hanno finalità diverse sotto ogni profilo, uno cerca l'intimismo l'altro il massimalismo visivo, uno guarda al cosmo, l'altro guarda all'uomo.

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        • Un affare di famiglia di Hirokazu Kore'eda

          L'ho visto stasera al cinema, nell'ambito di una rassegna d'essai. M'ha fatto piacere vedere abbastanza gente, sia per l'orario (18 e 15) che per la tipologia di film.
          Che dire, film bellissimo, probabilmente un capolavoro. Kore'eda si mette al servizio degli attori (tutti bravissimi) e della storia, realizzando un film commovente e di rara sensibilità. Cinema umanista che sa essere caldo e tagliente allo stesso tempo. Una vera Palma d'Oro.
          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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          • Anche per me è un film che vola alto, fra quelli di Kore'eda che ho visto il più riuscito. In questo forum è stato abbastanza demolito.
            Palma meritata e fortunata: se Roma avesse partecipato a Cannes questo film sarebbe arrivato secondo.
            Invece uno ha vinto la Palma e l' altro il Leone.
            Una spartizione dei premi ecumenica.

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            • Pubblico il link della mia recensione del film del regista Giapponese.

              https://www.filmtv.it/film/155651/un...rfr:user-96297

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              • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                E Nolan, ribadisco, non c'entra nulla, né come poetica, né come stile, perché hanno finalità diverse sotto ogni profilo, uno cerca l'intimismo l'altro il massimalismo visivo, uno guarda al cosmo, l'altro guarda all'uomo.
                Va bè, io ho spiegato dove, come e perché invece sono simili, più di così non so cosa fare, perciò alzo le mani e me ne lavo pure.

                E la scusa del protagonista che si butta sul lavoro non basta a creare un collegamento coi film precedenti. Qui si vede che la scrittura di Chazelle non c’è, si vede che manca lo sviluppo di un rapporto che alimenta il conflitto interiore, oltre le differenti motivazioni alla base dell’obiettivo che i personaggi tentano di raggiungere.
                Ultima modifica di SE7EN; 06 dicembre 18, 00:35.

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                • mr.fred fortunatamente il film pare essere molto amato in tutto il mondo. Su Letterboxd ha una media di 4.3 su 5, mentre su Rotten Tomatoes ha il 99% di pareri positivi. Per quello che questi contenitori possono rappresentare ovviamente.

                  Sensei non sono d'accordo sul fatto che la parte finale sia debole o la più debole. Kore'eda deve far vincere la Società, è logico che sia così. Per tre quarti di film fa sentire lo spettatore quasi un membro della famiglia, facendolo affezionare ai vari personaggi. Nella seconda parte però, ribalta la prospettiva, facendo sì che lo spettatore TORNI semplice spettatore, facendo coincidere - giustamente - il punto di vista esterno/della società col nostro, perché noi siamo la Società, non siamo la famiglia. Chiunque li condannerebbe (furti, rapimenti, la pensione della nonna) a sentire le notizie sui notiziari etc etc. Kore'eda invece ci fa vedere e ci fa capire che la verità è ben più profonda e sfugge al nostro conformismo. Ed in fondo, la Società nel film vince fino ad un certo punto, perché tra i protagonisti si è venuto a creare un legame che non si potrà mai spezzare. L'unica vera vittima resta la bambina.

                  https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                  "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                  • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio
                    E non che voglia difendere Chazelle contro Nolan, anzi, per me lalaland è una roba pressoché insopportabile, il primo giusto un esordio carino.
                    Questo invece mi ha proprio colpito.
                    Whiplash non è il film d'esorido di Chazelle.

                    Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 06 dicembre 18, 09:24.
                    Luminous beings are we, not this crude matter.

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                    • 44mmmmm.jpg
                      <the_startup > Regia di Alessandro D’Alatri
                      Invinto della sua condizione borgatara romana _ forte comunque dell’affetto genitoriale_ , il fighetto in fieri Matteo riesce bene nel nuoto quanto negli studi superiori ma già tasta le ingiustizie nell’Italietta cinicamente barante e familista. Esperienze che perdìo carburano in un disegno di rivalsa che il giovine intraprendente concepisce nell’algoritmo di una nuova startup. Ricco di speranze, povero di soldi , Matteo prende da una buia cantina il malpagato programmatore Giuseppe e lo fagocita a bestia nei suoi sogni di gloria , nel contempo spremendolo per cavare una versione beta navigabile. Non saranno rose e fiori, sebbene lo start upper _ diventato nel frattempo Bocconiano e boccalone di una certa milanesità “da bere”_ già riesca a coagulare un discreto interesse ed un margine economico minimo per andare online. Ad ancorargli i piedi al suolo la morosa ballerina classica e tedesca.
                      Una drammaturgia rimasticata di ascese , cadute e risalite; amicizie ed inimicizie, od amori persi per smania di “arrivare” magari dando la paga e ai traffichini in nero e alle corporation asettiche e tentacolari ,fanno del buon Matteo ,se si vuole, una figura da destra liberale abbastanza inconsueta nel panorama cinematografico italiano , che in genere predilige giovani e finto giovani dai sogni nebulosi e poco pianificati che ingrossano, sul piano sociologico, la desolazione dei Rapporti Istat; ed al massimo cercano di mettere la testa “a posto” dopo aver figliato,con una certa incoscienza sbadata. Il competitivo protagonista del film invece ha una spinta motivazionale ed un egocentrismo che probabilmente andava servito da una scrittura più densa e puntuta, che non lo lasciasse in mezzo al guado tra i bagordi (moderati) a là “The Wolf of Wall Street” e la tigna proletaria di un “Will Hunting-genio ribelle”. L’irricevibilità di un paragone con “The Social Network” affiora definitivamente con la scelta registica di offrire immagini molto laccate , montate su un fitto tappeto musicale che sovrastano/sopperiscono (a)i dialoghi, con un effetto da “spottone” pubblicitario , complice la fotografia e le scenografie a corredo. Nel cast la più nota è Matilde Gioli, che pare direttamente calata dal set di “ Di Padre in figlia”, mentre Andrea Arcangeli (Matteo)c’ha l’occhio infossato di quello che si smazza troppe ore davanti al pc e l’eloquio di chi si sta allenando da para-guru dell’informatica, con i pettorali dell’ex nuotatore che gli tolgono l’aria di sfiga da nerd all’italiana, ovvero poco serio (?). Nel caso, non è mica colpa sua (imho).
                      Ultima modifica di henry angel; 08 dicembre 18, 06:26.
                      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                      • 48 ore:
                        film di Hill che paga il prezzo del tempo che passa e mostra dei rapporti fin troppo stereotipati, specie nella descrizione del poliziotto "duro e incarognito" e del capo della polizia sempre arrabbiato. Tuttavia Murphy offre una prova divertente (specie quando entra nel bar di razzisti) e fa le prove per certi suoi futuri personaggi. Hill mostra una regia solida, e l'inseguimento dell'autobus funziona.
                        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                        • Hollywood Party
                          Continua il mio recupero di Blake Edwards. Che dire, Sellers è un grande e Edwards capisce ciò che molti commediografi ancora ignorano: l'umorismo non è la azione ma la reazione. Un uomo che scivola sulla buccia di banana non fa ridere (azione), a far ridere può essere la sua reazione o ancora meglio la Nostra reazione, se le nostre aspettative vengono sorprese. Infatti ad un certo punto, quando diamo per scontato che Sellers cadrà in piscina, questi con soprendenti saltelli riesce ad evitare di bagnarsi e continua per la sua strada. Notevole, in tal senso, le doti di attore fisico di Sellers.
                          Comprensibile il successo del film che, in pieni anni 60, tra Woodstock e Hippies, racconta di una comparsa (quindi l'ultima ruota del carro) che sconvolge la serata a dei ricconi. Gli hippies faranno poi il loro ingresso nel finale, con tanto di elefante dai colori psichedelici, fino a diventare gli inventori dello Schiuma Party. Molto divertente il primo tempo, con varie gag azzeccate (quella dell'orologio, di nuovo, non è la gag in se ma il modo con cui regista e attore ne discutono per lunghi secondi senza che il secondo capisca il suo errore) e con un personaggio piacevolissimo: ennessimo personaggio bambino di Sellers, incarna il timido che è in tutti noi, perennemente fuori luogo ad ogni festa, intenti a vagaondare e ad "intromettersi" nelle conversazioni altrui, ridendo nei momenti sbagliati, o parlando a sproposito, ma mai con cattive intenzioni. Giocherellando con tutti gli oggetti e gli animali (come i bambini, appunto) combinerà guai a non finire. Peccato che il secondo tempo mostra la corda, e il film diventa inferiore alla sua fama. Bravo Edwards comunque a suggerire certe problematiche (la ricerca di un bagno) tramite associazioni hitchcockiane di immagini (capiamo che Sellers sta soffrendo per ragioni di vescica quando viene inquadrata la lettiera di un gatto!). Peccato che la battuta migliore sia del doppiaggio italiano e non sia presente in originale:

                          - "Perchè dovrei dare retta a lei che è indiano? Siete degli adoratori di Vacche!"
                          - "A proposito, come sta sua sorella?"

                          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                          • Che vita da cani:
                            una dei pochi film non pariodici di Brooks. Altalenante. Con spunti di riflessione sociale ma inferiore al lavoro di certi grandi come Chaplin. Si passa il tempo ma la favola capriana poco si addice ad un sovversivo come Brooks, per quanto la morale comunista sia presente nella sua filmografia sin dai tempi de Il mistero delle dodici sedie. Bravi tutti gli attori.

                            Cerasella
                            Film dei telefoni bianchi che racconta un mondo che non c'è piu e che ho visto solamente per tre ragioni 1) dovevo stirare, 2) inizialmente si inquadra quello che credo sia il golfo di Salerno 3) mi incuriosiva vedere il giovani Terence Hill (qui Mario Girotti) recitare insieme a Luigi De Filippo (che qui si dimostra un attore molto capace, addirittura in certi momenti vittimistici degno erede del padre Peppino). Storiella anni 50, di battibecchi amorosi tra ricchi e poveri...soliti stereotipi...i militari scontrosi, i vecchi saggi, i matrimoni organizzati in pochi secondi....robetta da antiquariato, da vedere per curiosità.
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                            • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
                              inizialmente si inquadra quello che credo sia il golfo di Salerno
                              è il golfo di Salerno! per chi lo conosce è riconoscibilissimo

                              si vede anche chiaramente la marina di Vietri sul Mare ripresa dai paesini alti di quel tratto iniziale di Costiera Amalfitana
                              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                              Votazione Registi: link

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                              • They live di John Carpenter

                                Solido B-movie con un paio di scene cult (l'ingresso in banca e la rissa), ma confesso mi aspettavo meglio. L'idea iniziale è buona e molto originale, peccato che la seconda metà del film non approfondisca ne dia spettacolo al pari della prima metà. Detto questo comunque mi è piaciuto molto.


                                Deadpool 2 di David Leitch

                                Buono, riproposizione para para degli ingredienti del primo impreziosita da dei comprimari molto migliori (leggi: Cable e la tipa super fortunata) che rendono anche l'intreccio un po' più articolato. Peccato appunto che Cable sia molto sottoutilizzato, specie visto che si vede che Brolin si è impegnato molto. Certo alla lunga la formula stanca e infatti un terzo capitolo dovrà essere molto diverso da questi due (magari provando a fare un ribaltone e proporre un film molto più serio?). Un po' deluso dalle scene di azione visto il nome dietro, alla fine sono sul livello del primo capitolo e ci si ricorda un po' solo dell'inseguimento in bus.
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