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  • Riso Amaro di Giuseppe De Santis (1948).

    Riso Amaro di Giuseppe De Santis (1948), è il primo film neorealista ad avere successo di pubblico ai botteghini, poiché fonde l'aspetto realistico (luoghi e comparse), con elementi narrativi che fanno da sfondo alla vicenda.
    Perfettamente fruibile anche da un pubblico internazionale, che viene introdotto alla storia e al mestiere della mondina, tramite una sequenza di stampo giornalistico ad inizio film.

    La pellicola è sospesa tra una sentita denuncia civile sul duro lavoro a cui sono sottoposte le donne lavoratrici per tutto il giorno nelle risaie, soggette alle vessazioni dei padroni e dalle pessime condizioni lavorative; ed una vicenda narrativa di impianto melodrammatico che ha come protagonista Francesca (Doris Dowling), giovane ragazza succube del fidanzato manipolatore Walter (Vittorio Gassman), viebe costretta ad infiltrarsi tra le mondine per nascondere la refurtiva consistente in una collana rubata ad un'anziana e ricca signora. Lungo il tragitto nel treno, Francesca farà amicizia con Silvana Melita (Silvana Mangano), una veterana del mestiere, che l'aiutera' a trovare un posto.

    Il fallimento commerciale dei film di stampo neorealista, derivava dalla loro impostazione cronachista-documentarista, che finiva con il tagliare fuori grossa parte del pubblico meno incline a certe soluzioni radicali. Giuseppe De Santis, decide allora che lo spettatore deve anche essere intrattenuto, allora decide di innestare all'interno di una pellicola di stampo civile-cronachistica, un impianto narrativo tipico dei film americani, in modo da attirare più spettatori. Nulla di male in questo, mescolare l'autorialita' con meccanismi tipici del genere, può aiutare ad arrivare presso nuove tipologie di pubblico, che probabilmente un film neorealista puro non l'avrebbe mai visto. Il problema sta nel fatto che se De Santis padroneggia molto bene il linguaggio cronachistico, non si dimostra altrettanto abile nel fonderlo in una storia narrativa, che oggi mostra qualche limite di troppo e che già all'epoca, incontrò l'ostilità di una certa critica italiana che in effetti vide nel film un passo indietro rispetto ai lavori precedenti del regista.

    Il regista è abile nel ritrarre con dovizia di particolari il duro lavoro nelle risaie, con un sentito elogio alla dura fatica capace di redimere un'anima persa come Francesca, che di errori nella vita ne ha commessi molti, ma il sergente Marco Galli (Raf Vallone) sostenendo l'inutilità di un sistema carcerario che non cambia le persone, le vuole dare una seconda possibilità, decidendo di non denunciarla.
    Riso Amaro è un elogio didattico al lavoro come possibilità di redenzione e l'unità del gruppo come rimedio all'individualismo e unica possibilità di poter sconfiggere i sopprusi dei padroni, rivendicando così i propri diritti.

    Francesca e Silvana, sono due differenti possibilità di approcciarsi alla vita, tanto che il regista in un momento di reciproche confidenze intime, fa scambiare di posizione ai due personaggi. Francesca parte come ladra, ma a poco a poco grazie al lavoro si emancipa sempre più da Walter e impara a guadagnare i soldi con il sudore della fronte senza promesse di facili guadagni, mentre Silvana è vittima dei suoi sogni sull'America, vista da lei come un Eden di felicità, mentre dal suo spasimante Marco, è vista come un luogo di corruzione morale e materiale.

    Il film è penalizzato nella parte narrativa, forse frutto anche del fatto di essere stato sceneggiato da ben 6 persone differenti (compreso De Santis) e diretto da un regista non troppo a suo agio nei meccanismi del melodramma (e nella parte finale mostra vari limiti di messa in scena). Se Gassman ha un carisma ed un fascino animalesco, che lo fanno svettare su tutti e Doris Dowling già ammirata in un piccolo ruolo in Giorni Perduti di Billy Wilder (1945), riesce a dare un tangibile percorso evolutivo al suo personaggio; Silvana Mangano al suo debutto come protagonista, mostra evidenti limiti recitativi quando deve costruire la sua discesa verso la degradazione morale per via di Walter e nella sequenza finale della sparatoria, mettendo in mostra in questo film prettamente le sue doti fisiche (abbiamo trovato un misto tra Rita Hayworth e Marylin Monroe come bellezza... in effetti è uno schianto di donna, forse troppo per una Mondina che svolge da anni il lavoro nei campi).
    La pellicola fu un grande successo ai botteghini sia in Italia che in America, con tanto di nomination agli Oscar per il miglior soggetto. Oggi resta un ottimo film, anche se il giudizio eccezionale di 4 stelle di Mereghetti, sono eccessivi.

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    • Senza un attimo di tregua di John Boorman (1967).

      Il montaggio cinematografico ha subito nel corso della sua storia una lunga evoluzione, ma sicuramente negli anni 60' con le verie avanguardie, ha trovato soluzioni nuove ed originali, subito riprese poi dai film americani della Nuova Hollywood.
      Senza un attimo di Tregua di John Boorman (1967), avrebbe meritato sicuramente una candidatura agli oscar come miglior montaggio e la possibilità di giocarsi la vittoria in tale categoria (Ma non solo) contro i coevi Due per la Strada e Gangster Story, due pellicole che della frammentazione, scomposizione e ricomposizione hanno fatto la loro forza, ma aventi con il film di Boorman un'altra cosa in comune; l'essere state incredibilmente ignorate in tale categoria in quell'annata a favore di pellicole come il Dottor Dolittle o Indovina chi viene a Cena, che in confronto alle sperimentazioni innovative nella costruzione delle immagini di tali tre film, risultavano indietro di 20 anni nella costruzione della narrazione.

      Il debutto americano di Boorman, è una sorta di gangster-noir che si basa di un uomo di nome Walker (Lee Marvin), finito in prigione dopo essere stato truffato e quasi ucciso dal suo compagno di rapine. Walker sopravvissuto, riesce ad evadere e aiutato da un misterioso complice di nome Yotz (Keenan Wynn), dà la caccia al suo vecchio amico per ottenere indietro i 93.000 dollari rubati, che gli spettavano come parte della rapina.

      I punti di forza del film risiedono senz'altro nel suo protagonista, interpretato da un Lee Marvin taciturno, solitario e sentitamente maliconico, il quale però insiegue disperatamente i propri soldi sottrattagli; forse una mera scusa per giustificare la propria sete di vendetta celata a fatica e ritratto come un anti-eroe moderno con la sua ossessione nel raggiungere un qualcosa che secondo la sua logica, gli spettava e che il suo ex-compagno Reese (John Vernon) invece ha rubato, prendendosi con sè anche la moglie di Walker, che ha scelto scientemente di tradirlo.

      Il ritmo del film è sincopato, basandosi su lunghissimi momenti di stasi, che improvvisamente esplodono in una forte carica di violenza distruttiva che dura appena un minuto al massimo, per poi riassestarsi su ritmi molto più calmi e sostenuti, seguendo in questo l'indole comportamentale del suo protagonista.

      L'elemento di maggior forza del film, riguarda sicuramente l'elemento del montaggio, si cui il regista fà ampiamente uso di molte delle potenzialità offertagli da esso. Flashback e flashforward abbondano, un'azione a cui assistiamo in un momento, ci verrà spiegata e chiarificata poco più avanti, lasciando lo spettatore in preda ad un flusso di immagini, che si affastellano nella mente di Walker come dei continui Deja vu che improvvisamente emergono dal passato.

      L'influsso di alcuni film della Nouvelle Vague è evidente sotto tale aspetto, così come l'utilizzo talune volte di ellissi, che combinato con l'uso di una regia straniante e allucinta nell'inquadrare superficie di vetro e le geometrie verticali e spaziali degli edifici dell'organizzazione, fusa ad lavoro anche sugli effetti sonori, contribuiscono a dare un'armosfera onirica e rarefatta all'intera vicenda, che non può che concludersi con un bel finale enigmatico in cui ci si rifugia nella totale oscurità di enorme ammasso di cemento.

      Tale tecnica però non è sempre gestita alla perfezione, nelle primissime fasi di film l'affastellamento di immagini di diversificata collocazione temporale, risulta essere troppo caotico e non sempre gestito con adeguata e sapiente costruzione, finendo con lasciare dei "buchi" nella costruzione narrativa (tipo l'inspiegabile sequenza in cui Reese convince Walker a partecipare al colpo, perchè quest'ultimo è a terra?).

      Se l'indefinitezza gioca a favore della costruzione del protagonista, non presenta adeguati vantaggi quando viene adoperata nel descrivere tutti gli altri personaggi di contorno, che a dirla tutta risultano essere abbastanza evanescenti nella scrittura, così come la vicenda risulta essere tutto sommato abbastanza esile e semplicistica nei risvolto e negli snodi narrativi (anche troppo).

      All'epoca tale pellicola fu un flop al botteghino; evidentemente anche se la pellicola non disegnava qua e là tocchi improvvisi di violenza e un nudo (anche se non proprio marcato) di Angie Dickinson, a respingere il pubblico ci pensava il montaggio frammentato nella primissima parte di film, le ellissi ed una certa indeterminatezza ed evanescenza della vicienda, che contribuisce a non far empatizzare con alcun personaggio. Nel corso del tempo è stata rivalutata dalla critica e una porzione di essa specialmente in america, considera tale film un vero e proprio capolavoro senza mezzi termini.
      Diciamo che è un ottimo film ancora oggi affascinante, sicuramente forse "troppo di genere" per alcuni (non è un Gangster Story che si propone come riflessione della società contemporanea), ma è una pellicola da tirare fuori dall'oblio in cui sembra essere stata confinata.

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      • Lontano dal Paradiso di Todd Haynes (2002).

        Il cinema sentimentale è ridotto alla spazzatura, così come l'intero cinema americano degli ultimi 20-30 anni, quindi Todd Haynes decide di guardare al passato con il suo Lontano dal Paradiso (2002), in special modo ai melodramma anni 50' di Douglas Sirk, nello specifico a Secondo Amore (1955), che funge da base concettuale dell'intera pellicola.
        L' operazione compiuta dal regista risulta essere intelligente, poiché non decide di rifugiarsi in uno sterile quanto stantio classicismo, ma sceglie di ricostruire quell'epoca con le potenzialità espressive odierne, ciò che all'epoca non era consentito di portare in scena, a cominciare dell'omosessualità e da un rapporto interraziale.

        La ricostruzione d'epoca è perfetta, non solo nei costumi o dell'arredamento delle case, ma specialmente nella resa fotografica che richiama esplicitamente lo stile visivo dei melodramma di Sirk, volutamente inverosimili nelle fonti di luci, ma dal forte impatto visivo e carichi di significati nell'esternare lo stato psicologico dei personaggi. Quelle foglie d'autunno caricate di un'arancio irreale e quel blue che avvolge gli interni della casa, esprimono più di tante parole il forte contrasto tra una messa in scena perfetta, pulita e sistemata, come in apparenza sono la coppia borghese Cathy (Julianne Moore) e Frank (Dennis Quaid) e la realtà dietro la facciata dei fatti.
        La cittadina di Hartford è un tipico aggregato urbano immerso nel profondo della provincia americana degli anni 50', dove dietro i rituali sociali, si cela una forte odio contro qualunque cosa possa turbare lo status quo; quindi i rossi (comunisti) e le persone di colore.

        Cathy è ammirata a rispettata da tutto il vicinato; ha una bella casa, un marito di successo, due figli ed uno spirito "liberal" (a parole), ma in realtà dietro tale facciata si cela una donna ipocrita, falsa e costruita, poiché ogni suo gesto ed azione risulta finalizzato al conformismo sociale e molto presto sarà destinato ad essere messo alla prova dei fatti. Il suo mondo perfetto e regolato rigidamente crolla non appena scopre che tutta la relazione con suo marito Frank è stata una messa in scena, per via dell'omosessualità che l'uomo le ha celato.
        Cathy invece di dare un appoggio al marito, inizialmente ha un totale rifiuto del problema e cerca di proseguire la sua esistenza come se nulla fosse successo, avvicinandosi al contempo a poco a poco, al suo giardiniere di colore Raymond (Dennis Haysbert), al quale si aprirà nelle sue confidenze a poco a poco.

        Non c'è un vero e proprio amore tra i due (o forse si?), né amicizia, ma un rapporto sfumato basato sul bisogno di una reciproca comprensione, specie da parte della donna che da un giorno all'altro ha visto l'intero sistema di certezze crollarle addosso.

        Perse delle certezze, possono trovarsene altre, specie cambiando modo di vedere la realtà grazie alla visione di un quadro di arte moderna, che con il suo astrattismo non concede alcun punto di riferimento se non il dare delle emozioni che una donna come Cathy non è in grado di descrivere, ma risulta essere in grado sicuramente di provare. Nemico dei due, risulta essere l'ipocrisia bigotta del paese, incapace di comprendere come un bianco ed un nero possano essere in sintonia e in amicizia ed è pronto ad ostracizzare chi altera lo status quo. Neanche Frank, che in quanto omosessuale é sicuramente discriminato quanto Raymond, alla notizia del pettegolezzo di una relazione tra i due, non esita a scagliarsi contro la moglie, dimostrando di non saper superare i pregiudizi razziali nei fatti, anche quando è cosciente di essere "minoranza" e "non-normale".

        Merito enorme và agli attori, in primis a Julianne Moore, non tanto perché reciti bene o perché risulta essere una Jane Wyman aggiornata ai giorni nostri, ma per via del fatto che imposta la sua perfomance su un modello recitativo tipico del melodramma anni 50', annullando così la distanza attrice-personaggio, dove l'essere borghese da parte di Cathy, coincide con il pensare ed esprimersi in modo borghese, tanto che Julianne Moore fa' sembrare che Lontano dal Paradiso non sia una pellicola ambientata negli anni 50' ma uscita nel 2002, ma proprio un film fuori dalla contemporaneità che sembra appartenere ad un'altra epoca e questo mi fa' propendere per il fatto che la coppa Volpi sia stata giusta per l'attrice.

        Rispetto a Sirk, il paradiso è lontano per la nostra Cathy, tanto che Haynes conclude il film con una scena classica (treno alla stazione), messa in scena in modo poco appariscente, ma dove emergono tutte le sfumature sottese al rapporto tra Cathy e Raymond. Il regista sfrutta il melodramma, per tirare fuori un'analisi della borghesia provinciale americana chiusa nei suoi sterili rituali e nel suo conservatorismo più ottuso e retrogrado.
        Ottimo successo di critica all'epoca, coppa Volpi per Julianne Moore e 4 nomination agli Oscar (stranamente hanno nominato la sceneggiatura e non la regia, perché questo è un film di regia) ma grande insuccesso di pubblico. Oggi è un film totalmente ignorato dai più (in effetti è passato troppo in sordina) e che può dire a molti (come leggo in varie recensioni) poco all'apparenza, risultando visivamente d'impatto ma vuoto di contenuti.
        Ultima modifica di Sensei; 16 marzo 19, 11:03.

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        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
          Una domanda te la devo fare. Il terremoto ho capito il significato, invece gli aerei che scaricano il pesticida ad inizio film come li interpreti?
          difficile dirlo ma non credo vada necessariamente interpretato come fatto a sè stante, penso che vada letto nell'ottica complessiva della pellicola ed in relazione al terremoto dell'epilogo. Di certo Altman intende aprire e chiudere i suoi "short cuts" (non dimenticare che è questo il titolo originale del film) con due eventi "straordinari" e sicuramente simbolici, che fanno da contraltare alla triste banalità del quotidiano delle varie sottotrame, che però contengono intrinsecamente la medesima valenza tragica, raccontata però ad un livello più intimo e sottile. Per come la vedo io, conoscendo il regista, il senso è questo: apro e chiudo un film lungo, tragico ed anti-spettacolare, con due eventi tragici e "spettacolari". Come a stabilire una linea di confine, come a voler sottolineare la differenza di approccio narrativo. Forse (ma questa è sicuramente una mia forzatura) quello che sta in testa ed in coda è ... Hollywood, invece tutto quello che sta in mezzo è ... Altman
          Ultima modifica di David.Bowman; 16 marzo 19, 13:18.
          "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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          • A me pare di ricordare che il film di Altman si intitolasse Short Cuts perché era una sorta di contenitore di storie tratte da altrettanti racconti di Raymond Carver.

            E il fatto che si apra e concluda con due eventi che in qualche modo rimandano a circostanze “cataclismatiche” ha molteplici significati ma non mi pare che tra questi spicchi più di tanto l’interpretazione anti-hollywoodiana. In realtà, quei due momenti “forti” (ma non più forti di altri momenti cruciali e drammatici interni al film), servivano ad Altman a dimostrare l’imperturbabilità dell’umanità di fronte alle proprie bassezze morali, che vengono lavate, sciacquate, appena spruzzate o lambite da questi eventi. Proprio come l’insetticida all’inizio che non purifica nulla, così non cambia lo status quo il terremoto finale, che, pur avendo i potenziali connotati di un intervento dall'alto, un evento quasi biblico (se ne ricorderà Anderson in Magnolia che citando Altman ce ne darà proprio una simile interpretazione), diventa perfino l’“alibi” per lo squallido delitto finale. Come dire, nemmeno "l'insetticida di Dio" può nulla di fronte alla capacità dell'uomo di convivere con le proprie bassezze.

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            • Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio
              A me pare di ricordare che il film di Altman si intitolasse Short Cuts perché era una sorta di contenitore di storie tratte da altrettanti racconti di Raymond Carver.
              si, esatto. Da nove differenti racconti brevi di Raymond Carver, Altman ha tratto questo enorme film corale che si compone, per l'appunto, di nove diverse linee narrative, che si intersecano tra loro, e più di venti personaggi, tutti gestiti e diretti in maniera sontuosa dal grande regista americano.

              Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio
              E il fatto che si apra e concluda con due eventi che in qualche modo rimandano a circostanze “cataclismatiche” ha molteplici significati ma non mi pare che tra questi spicchi più di tanto l’interpretazione anti-hollywoodiana. In realtà, quei due momenti “forti” (ma non più forti di altri momenti cruciali e drammatici interni al film), servivano ad Altman a dimostrare l’imperturbabilità dell’umanità di fronte alle proprie bassezze morali, che vengono lavate, sciacquate, appena spruzzate o lambite da questi eventi. Proprio come l’insetticida all’inizio che non purifica nulla, così non cambia lo status quo il terremoto finale, che, pur avendo i potenziali connotati di un intervento dall'alto, un evento quasi biblico (se ne ricorderà Anderson in Magnolia che citando Altman ce ne darà proprio una simile interpretazione), diventa perfino l’“alibi” per lo squallido delitto finale. Come dire, nemmeno "l'insetticida di Dio" può nulla di fronte alla capacità dell'uomo di convivere con le proprie bassezze.
              concordo. Anche questa interpretazione è valida e condivisibile: i grandi eventi, i cataclismi "esplosivi" in testa e in coda all'opera passano quasi inosservati nella deriva esistenziale dei personaggi, che sono figure emblematiche allo sbando, afflitti da solitudini, psicosi, drammi irrisolti, conflitti interiori, miserie morali, problemi di relazione con il prossimo. C'è un fertile contrasto narrativo tra queste tragedie "esplosive" e quelle "implosive", silenti, ineluttabili che affliggono l'umanità nel quotidiano confrontarsi con la vita.Tra l'altro la connessione "mistica" si sposa perfettamente con la biblica pioggia di rane di Anderson, che ha ripreso il concetto rafforzandolo con enfasi più vigorosa. Va però detto che Magnolia, rispetto a Short Cuts, apre una luce (divina) di speranza alla tragica disperazione esistenziale umana (la pistola che cade dal cielo). Altman è invece più sottilmente pessimista e più asciutto nella diegesi, ma anche più vicino emotivamente ai suoi personaggi. Non li giudica mai ma si pone idealmente al loro fianco.
              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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              • Altman non giudica nessuno perché nella sua grandezza, a mio avviso sapeva benissimo che anche lui in quanto essere umano era come loro. Per me dei tre film suoi che ho visto è il migliore.

                Magnolia non l'ho visto, anche se credo sia molto difficile fare meglio del film di Altman.

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                • Mad Max: Fury Road di George Miller

                  Ebbene sì, abbiamo un capolavoro. Un film dal ritmo forsennato, una fotografia dai colori sgargianti e con personaggi che si dimenano senza sosta: ciò che usualmente associamo al massimo della vitalità qui è volto ad esprimere il massimo dell'animalesco, cioè di morte del proprio lato umano, perché l'unico desiderio è l'istinto imperativo di sopravvivere. Ed infatti questa storia di redenzione è una storia di recupero della propria umanità, con entrambi i protagonisti (Furiosa off-screen che poi fa da ispirazione per Max) che compiono un gesto che va contro l'istinto primordiale di sopravvivenza, perché ormai non riescono più a sopportare la propria coscienza.
                  Il capolavoro è riuscito anche perché ho avuto la sensazione che tutti (da Hardy, alla Theron, fino all'ultima delle comparse) ci hanno creduto duro in questo progetto. Roba che sarebbe risultata facilmente come trash (il chitarrista appeso per dirne una) è realizzata e portata avanti con tanta convinzione da essere bellissima.
                  Poi vabbé, è girato divinamente...tutt'ora mi chiedo come siano riusciti a realizzare la parte finale coi tipi sulle aste pieghevoli...follia. Unico appunto la colonna sonora, anonima, Junkie Xl proprio non mi piace.


                  Ma la versione in bianco e nero com'è? Me la consigliate? Così su due piedi credo che il b/n impoverisca il film.
                  Spoiler! Mostra

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                  • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                    Altman non giudica nessuno perché nella sua grandezza, a mio avviso sapeva benissimo che anche lui in quanto essere umano era come loro. Per me dei tre film suoi che ho visto è il migliore.
                    quali sono gli altri due che hai visto di Altman ? Credo M.A.S.H. e poi ... ?

                    Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                    Magnolia non l'ho visto, anche se credo sia molto difficile fare meglio del film di Altman.
                    di Magnolia ho discusso a lungo in passato qui nel forum con il buon ericrap

                    è un buon film, girato, diretto e recitato divinamente. Ma paga un pesantissimo dazio a Short Cuts di cui per me resta inevitabilmente una "brutta copia" o un innocuo omaggio, fate voi
                    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                    • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                      difficile dirlo ma non credo vada necessariamente interpretato come fatto a sè stante, penso che vada letto nell'ottica complessiva della pellicola ed in relazione al terremoto dell'epilogo. Di certo Altman intende aprire e chiudere i suoi "short cuts" (non dimenticare che è questo il titolo originale del film) con due eventi "straordinari" e sicuramente simbolici, che fanno da contraltare alla triste banalità del quotidiano delle varie sottotrame, che però contengono intrinsecamente la medesima valenza tragica, raccontata però ad un livello più intimo e sottile. Per come la vedo io, conoscendo il regista, il senso è questo: apro e chiudo un film lungo, tragico ed anti-spettacolare, con due eventi tragici e "spettacolari". Come a stabilire una linea di confine, come a voler sottolineare la differenza di approccio narrativo. Forse (ma questa è sicuramente una mia forzatura) quello che sta in testa ed in coda è ... Hollywood, invece tutto quello che sta in mezzo è ... Altman
                      Uh, premesso che il film non lo rivedo dai tempi delle VHS; come nota accessoria di colore "sociologico" farei notare che nei nostri bar sport l' espressione gergale " fare su un cinema..." ha una connotazione dispregiativa in rapporto al reale quotidiano percepito\ interpretato.Mentre è piuttosto l' evento affatto comune che, nell' iniziale smarrimento, fa' dire "...sembra un film". Ti rigano la portiera della macchina " hai fatto su un cinema( di ridondanti rimostranze); ammazzano Una con " un mix radioattivo!" sembra" un film".
                      Ultima modifica di henry angel; 17 marzo 19, 08:03.
                      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                      • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                        quali sono gli altri due che hai visto di Altman ? Credo M.A.S.H. e poi ... ?


                        di Magnolia ho discusso a lungo in passato qui nel forum con il buon ericrap

                        è un buon film, girato, diretto e recitato divinamente. Ma paga un pesantissimo dazio a Short Cuts di cui per me resta inevitabilmente una "brutta copia" o un innocuo omaggio, fate voi
                        Ho visto MASH, Nashville e America Oggi. Tutti e tre capolavori. Nashville molto particolare, é il più "americano" dei tre, un film rivolto molto più a loro che al mondo intero. Tra l'altro è un musical particolare.

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                        • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                          Mad Max: Fury Road di George Miller

                          Ebbene sì, abbiamo un capolavoro. Un film dal ritmo forsennato, una fotografia dai colori sgargianti e con personaggi che si dimenano senza sosta: ciò che usualmente associamo al massimo della vitalità qui è volto ad esprimere il massimo dell'animalesco, cioè di morte del proprio lato umano, perché l'unico desiderio è l'istinto imperativo di sopravvivere. Ed infatti questa storia di redenzione è una storia di recupero della propria umanità, con entrambi i protagonisti (Furiosa off-screen che poi fa da ispirazione per Max) che compiono un gesto che va contro l'istinto primordiale di sopravvivenza, perché ormai non riescono più a sopportare la propria coscienza.
                          Il capolavoro è riuscito anche perché ho avuto la sensazione che tutti (da Hardy, alla Theron, fino all'ultima delle comparse) ci hanno creduto duro in questo progetto. Roba che sarebbe risultata facilmente come trash (il chitarrista appeso per dirne una) è realizzata e portata avanti con tanta convinzione da essere bellissima.
                          Poi vabbé, è girato divinamente...tutt'ora mi chiedo come siano riusciti a realizzare la parte finale coi tipi sulle aste pieghevoli...follia. Unico appunto la colonna sonora, anonima, Junkie Xl proprio non mi piace.


                          Ma la versione in bianco e nero com'è? Me la consigliate? Così su due piedi credo che il b/n impoverisca il film.
                          Mai visto b/n ma con la fotografia pazzesca che si ritrova per me è da folli guardarselo in quel modo.
                          Comunque la colonna sonora io l'ho trovata parecchio figa, forse non ti piace proprio l'artista.

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                          • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                            Ho visto MASH, Nashville e America Oggi. Tutti e tre capolavori. Nashville molto particolare, é il più "americano" dei tre, un film rivolto molto più a loro che al mondo intero. Tra l'altro è un musical particolare.
                            bene! ti consiglio vivamente di recuperare quanto meno tutti i capolavori dell'autore, così ad occhio e croce te ne mancano altri 5-6

                            ad esempio puoi partire da I protagonisti che tra i capolavori di Altman è uno dei più "semplici", te lo dico giusto perchè mi rendo conto che la visione ravvicinata di Nashville e di America Oggi potrebbe anche risultare "impegnativa" dal punto di vista della fruizione
                            "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                            Votazione Registi: link

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                            • Nashville in italiano ce l'avevo in vhs allegato all'Unità di Veltroni, si parla degli anni '90!! Poi più niente, manco il dvd: assurdo. E pure America Oggi. Comunque mi accodo all'entusiasmo. Tra l'altro il racconto originale di Carver (quindi più lungo, senza i tagli della prima edizione) che riguarda il bambino e la torta di compleanno è tra le letture più angoscianti mai fatte, atroce!
                              Circa lo smarrimento che pervade l'intero film, ricordo come parziale eccezione la bella coppia Tomlin & Waits. Un amore un pò svagato da ebbrezza alcolica ma struggente perché è un momento di vicendevole calore sballottato tra le correnti d'aria glaciale di noncuranza nei rapporti, aridità interiore e morte.

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                                Per chi non dovesse entrare nel topic apposito riporto anche qua.

                                Non ero particolarmente informato del film, ma mi era parso di capire che potesse essere interessante.
                                Dietro l'aspetto tamarro e la revenge story messe lì per accontentare il pubblico action si nasconde, a mio parere, una perla dello sci-fi.
                                Mi sentirei di affiancare quest'opera a Ex-machina (seppure avessi preferito quest'ultima per come la ricordo) come emblema della vitalità di un certo cinema di fantascienza. Peccato che nessuna delle due abbia avuto particolare successo di pubblico e se consideriamo che anche un "blockbuster" come Blade Runner 2049 ha praticamente floppato è segno che non sono tempi buoni per il genere al cinema, ma l'importante è che film simili continuino a farli, prima o poi coniugheranno la qualità all'impatto culturale e alla definizione di un nuovo canone.

                                Ad ogni modo il film è molto attuale nel descrivere la dipendenza dalla tecnologia, ma soprattutto come deleghiamo a questa cose di cui non siamo capaci o di cui non vogliamo prenderci la responsabilità, fino a lasciarle prendere il sopravvento. Probabilmente un po' tirato per i capelli il piano che ci porta al finale, ma il film funziona comunque.

                                Noto a non essere assolutamente l'unico ad avere notato la somiglianza con Tom Hardy.

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