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  • Una Vita Violenta (1962)
    Ennesimo "Accattone" interpretato da Citti su testi di Pasolini. Un film che merita la visione per 2 motivi: 1) la descrizione di un mondo romano fatto di baracche, di prati simil film-western in cui spuntano orrendi palazzoni popolari, di paesasggi nebbiosi stile Hammer in cui vagabondi e prostitute stagliano lunghe ombre contro ponti e pareti millenarie in pietra; 2) la dimostrazione di come il mondo contemporaneo non sia diverso da quello antico, mostrandoci una figura di ragazzo popolare attratto prima dal fascismo, poi dalla democrazia cristiana, poi dal comunismo...sempre alla ricerca di una figura carismatica in cui riconoscersi e da emulare; 3) Un racconto interessante di come un giovane, lasciato allo sbando, passa dal romanticismo piu smaccato (la serenata romantica) alle peggiori efferratezze (davvero pesanti da vedere le immagini dello stupro iniziale, per quanto non si veda nulla di cruento).
    Non graffia come nelle opere di Pasolini o di Citti regista, ma vale la visione. Breve ma ficcante contributo di Enrico Maria Salerno, e molte le scene azzeccate.
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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    • Nome di donna (M.T.Giordana, 2018)
      Tutti i difetti di Romanzo di una strage qui sono amplificati all'inverosismile.
      Manca tensione, manca veracità nel narrato, credibilità nelle interpretazioni e fluidità nella sceneggiatura.
      Se non altro c'è la solita enorme Adriana Asti che regala un senso alla visione.
      Meno che mediocre.

      Moschettieri del re - La penultima missione (G.Veronesi, 2018)
      Veramente ma veramente imbarazzante sotto tutti i punti di vista, peggio anche di buona parte dei vituperati cinepanettoni.
      Ma poi chi diavolo lo ha montato??
      L'unica cosa vagamente simpatica è il D'Artagnan di Favino... ma alla lunga stanca pure lui.
      Da evitare come la peste.

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      • Oh a me Pet Sematary è piaciuto. Voglio dire, merita sicuramente la sufficienza a dispetto del 90% dei remake horror, onestamente l’ho trovato ben girato e con un buon ritmo. Clarke e Lithgow sono una sicurezza, i bambini restano pochi (dal trailer mi pareva avessero inserito una banda di ragazzini in maschera intenti a trucidare gli adulti, felice di essermi sbagliato). Finale da un certo punto di vista romeriano, non so fino a che punto voluto.

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        • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
          Oh a me Pet Sematary è piaciuto. Voglio dire, merita sicuramente la sufficienza a dispetto del 90% dei remake horror, onestamente l’ho trovato ben girato e con un buon ritmo. Clarke e Lithgow sono una sicurezza, i bambini restano pochi (dal trailer mi pareva avessero inserito una banda di ragazzini in maschera intenti a trucidare gli adulti, felice di essermi sbagliato). Finale da un certo punto di vista romeriano, non so fino a che punto voluto.
          Come "stile" di horror a cosa lo paragoneresti? Qual è il film che gli assomiglia a livello estetico e come costruzione narrativa?

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          • Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio

            Come "stile" di horror a cosa lo paragoneresti? Qual è il film che gli assomiglia a livello estetico e come costruzione narrativa?
            Forse Sinister, in parte Oculus... pur essendo molto diverso nei contenuti ha sicuramente quell’ambizione a tratti ben riposta e una messinscena che quantomeno lo avvicina alle pellicole più riuscite degli ultimi anni, sebbene già mi pare di avvertire con fastidio alcune semplificazioni della sceneggiatura che potevano essere gestite meglio. Ma che non sia un capolavoro l’avevo specificato, almeno però si tiene alla larga sia da obbrobri conclamati tipo Poltergeist 2.0 che da roba piatta e insignificante come l’ultimo Halloween.

            Comunque se volete vedere roba davvero grossa sparatevi la settima puntata di Into the dark, garantisco personalmente.

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            • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
              Oh a me Pet Sematary è piaciuto. Voglio dire, merita sicuramente la sufficienza a dispetto del 90% dei remake horror, onestamente l’ho trovato ben girato e con un buon ritmo. Clarke e Lithgow sono una sicurezza, i bambini restano pochi (dal trailer mi pareva avessero inserito una banda di ragazzini in maschera intenti a trucidare gli adulti, felice di essermi sbagliato). Finale da un certo punto di vista romeriano, non so fino a che punto voluto.
              Visto ieri sera ed è piaciuto anche a me anche se il finale mi ha deluso un po.

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              • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio

                Forse Sinister, in parte Oculus... pur essendo molto diverso nei contenuti ha sicuramente quell’ambizione a tratti ben riposta e una messinscena che quantomeno lo avvicina alle pellicole più riuscite degli ultimi anni, sebbene già mi pare di avvertire con fastidio alcune semplificazioni della sceneggiatura che potevano essere gestite meglio. Ma che non sia un capolavoro l’avevo specificato, almeno però si tiene alla larga sia da obbrobri conclamati tipo Poltergeist 2.0 che da roba piatta e insignificante come l’ultimo Halloween.

                Comunque se volete vedere roba davvero grossa sparatevi la settima puntata di Into the dark, garantisco personalmente.
                Beh... Sinister è proprio buono, Oculus mi è piaciuto meno (anche se la serie TV dello stesso autore mi è piaciuta un casino...), di Poltergeist, che comunque ho visto, non mi ricordo un solo secondo,quindi qualcosa vorrà dire, e Halloween allo stesso modo l'ho trovato davvero molto piatto, moscio, inutile. Comunque ok, questi tuoi commenti mi tranquillizzano...me lo sparerò senz'altro.

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                • Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckimpah (1969).

                  Sam Peckinpah è un regista a me molto caro, il suo cinema visto nel tardo liceo, non solo mi ha avvicinato alla settima arte, ma ha contribuito anche a formare nel sottoscritto una coscienza politica, grazie alla suo spirito anarcoide-antisistema, il non scendere mai a compromessi con la produzione e una visione dei personaggi lontana da qualsiasi concezione manichea. Il Mucchio Selvaggio (1969) è la morte del western dal punto di vista dei valori; non è un caso che la pellicola è ambientata nel 1913 (un anno prima della Prima Guerra Mondiale), quando oramai la corsa verso l'ovest s'è conclusa ed i giorni in cui si poteva scorazzare liberamente per le vaste distese sono oramai tramontati del tutto. Non c'è poesia o lirismo nel cavalcare per questi luoghi infernali, nè le sparatorie sono viste come un atto eroico o d'onore; il vecchio West per Sam Peckinpah (autore anche della sceneggiatura) è uno stato di natura dove vige una continua guerra di tutto contro tutti, con i vari "mucchi selvaggi" che s'affrontano all'impazzata lasciando dietro di sè una mattanza di morti, sangue e pallottole.

                  Il film è in primis una densa meditazione sulla violenza; un'entità che risulta essere da sempre un tutt'uno con la storia degli Stati Uniti (i quali si fondano sul sangue degli Indiani e dei Messicani), ma in realtà secondo Peckinpah essa è parte integrante della natura umana.

                  Solitamente nei film western l'atto violento è un qualcosa praticato dai banditi a cui l'eroe pone rimedio; nel Mucchio Selvaggio invece la violenza è praticata da tutti, senza distinzione di ruoli tra banditi o cacciatori di taglie (quest'ultimi più dannosi dei primi a dire il vero), ma anche senza alcun confine tra adulti e bambini; la pellicola inizia con l'arrivo dei fuorilegge capitanati da Pike Bishop (William Holden), nella stasi prima della carneficina, assistiamo a dei bambini che spingono degli scorpioni in un nido di formiche, divertendosi della sofferenza che quest'ultime infliggono ai primi uccidendoli ed infine non paghi di ciò, prendono della paglia secca e danno fuoco al nido di formiche con tutti gli scorpioni; in sostanza l'uomo sin dall'infnazia è un essere portato per la violenza e progettato per godere della sofferenza di chi è più debole di lui.

                  Anche dal punto di vista della messa in scena è interessante come il regista rappresenti gli scontri a fuoco; nessun duello, nessun onore; ma solo delle confuse sparatorie praticate senza alcun ritegno per i civili che vi capitano per mezzo; proprio come un conflitto malavitoso dove i mafiosi si sparano tra loro ma nel mezzo capita che degli innocenti si beccano delle pallottole (vedere l'attualità).
                  Graficamente la violenza di Sam Peckinpah è devastante nella sua brutalità, non basta di certo un colpo per uccidere un essere umano; anzi, prima che quest'ultimo tiri le cuoia deve soffrire le pene dell'inferno per il dolore e sopratutto dovrà essere letteralmente fatto a brandelli dai proiettili che colpo dopo colpo, ne maciulleranno il corpo riducendolo a brandelli.

                  Niente più forellini rossi di stampo Hollywodiano; un proiettile quando colpisce un essere umano, lo penetra da parte a parte con un forti schizzi di sangue, lacerandone gli organi interni. Non c'è estetizzazione o compiacimento da parte del regista nell'uso della violenza, tra l'altro ripresa in modo innovativo grazie ad un montaggio frammentato (abbiamo oltre 3600 inquadrature), con brevissimi tagli (battendo il primato di due anni prima di Due per la Strada di Donen) di durata sotto al secondo (in pratica è come se il cervello recepisse un messaggio subliminale), atti a far percepire un forte nervosismo frenetico nell'atto violento, per poi controbilanciare con un uso accorto dello slow motion che accentua il lato contemplativo ed il processo catartico dello spettatore nei confronti della mrote e della sofferenza del personaggio quando viene colpito (purtroppo oggi tale tecnica è abusata all'inverosimile e non sempre con finalità stilistiche nobili).

                  Nel film abbiamo lo scontro tra vari mucchi selvaggi, quello capitanato da Pike contro quello comandato da Deke Thorton (Robert Ryan), ex membro della banda di Pike, catturato per permettere a quest'ultimo a sfuggire all'arresto e ora per non finire in prigione, controvoglia si ritrova al servizio della ferrovia, la quale pur di continuare con il capitalismo sfrenato messi in pericolo dai furti della banda di Pike, non ha esisitato nel far uso della feccia peggiore del west pur di togliere di mezzo defintivamente il problema, a costo anche di far morire decine di innocenti.

                  Un altro mucchio selvaggio è quello comandato dal messicano Mapache (Emilio Fernandez), il quale ha un esercito scalmanato di controrivoluzionari contro Pancho Villa e agisce con i suggerimenti di un consigliere militare tedesco di nome Mohr (la Germania aveva consiglieri militari sparis un pò in tutto il mondo all'epoca), il quale in cambio di 10.000 dollari propone a Pike e la sua banda di rapinare un treno americano carico di armi.

                  Brutalità, rozzezza e degrado sono le caratterissiche che permeano questa massa caotica umana senza punti di riferimento morali e sociali; per assurdo gli unici ad avere un codice d'onore è la banda di Pike; secondo il quale "quando ci si mette insieme si resta sempre uniti e se non ci si riesce, vuol dire che si è peggio di un animale".

                  Pike non ha seguito proprio alla lettera tale massima di pensiero e forse per questo motivo è un anti-eroe tormentato dai forti sensi di colpa tanto dal cercare una morte che possa contribuire a lavarne le colpe (William Holden è abilissimo nel ritrarre le sfumature di grigio di personaggi del genere). Pike e la sua banda hanno commesso ogni tipo di infrazione alla legge, però non sono peggio di tutti gli altri personaggi, visto che nella loro bassezza comunque hanno un codice d'onore fondato su una sorta di "catena sociale" di stampo Leopardiano, che gli consente di affrontare le avversità della vita, trovando nell'immolazione finale nell'epica e violentissima sparatoria, per riottenere indietro Angelo (Jaime Sanchez), un componente messicano della loro banda; non avendo alcun tirmore di essere fatti a pezzi o maciullati dalla marea di proiettili del raggruppamento di soldati capitanati dall'ignobile Mapache.

                  La pellicola all'epoca ebbe una ricezione contrastata seppur critici come Canby la difesero a spada tratta dalle polemiche di fascismo (no comment), razzismo (Peckinpah vede di buon occhio i messicani pro Pancho Villa, detesta i controrivoluzionari; l'avversione del regista è politica e non razziale) e misogenia (le donne in effetti non hanno grande importanza e molte sono viste come prostitute), e gli incassi non furono esaltanti. Molte critiche al film riguardavano la violenza, tanto che la produzione impose al regista dei tagli al film per circa 7 minuti, fortnatamente reintegrati nel 1997. Al giorno d'oggi Il Mucchio Selvaggio è un capolavoro assoluto della storia del cinema ed assolutamente innovativo per stile e grammatica filmica.

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                  • Gran Torino di Clint Eastwood (2008).

                    Con il monumentale Gran Torino (2008), Clint Eastwood gira la summa di tutto il suo cinema e l'essenza del suo pensiero artistico ed ideologico politico, con un racconto che indaga in profondità su cos'è l'america al giorno d'oggi e tramite il suo personaggio di Walt Kowalski, il quale è un ex-reduce della guerra di Corea di origine polacca, quindi sin da subito il tema dell'integrazione diventa elemento cardine del film. Il vecchio Kowalski vive in un quartiere alla periferia di Detroit, il quale oramai è preda della criminalità di varie bande asiatiche e l'anziano protagonista si può dire che sia l'ultimo degli americani (con tando di bandiera), che resiste in mezzo ad un simile degrado, essendo circondato intorno da case gi persone di etnia Hmong.
                    Kowalski vedovo dopo 50 anni anni di matrimonio, ha un rapporto inesistente con la famiglia (vista come in tutti i film del regista come un agglomerato di avidità e menefreghismo), un rapporto di insofferenza con padre Janovich (che vorrebbe confessare il protagonista per via del desiderio della moglie defunta) ed è colmo di razzismo verso i suoi vicini asiatici e le persone di colore, che considera un sintomo della decedenza dell'america odierna, rispetto all'età dell'oro degli anni 50'.

                    Kowalski quindi è un personaggio che vive di molte contraddizioni sin da subito; si considera americanissimo fino al midollo, ma odia i vicini stranieri quando è lui in primis ad essere di origini polacche (un discorso che in realtà andrebbe esteso a tutti gli USA, gli americani puri sono pochissimi). Kowalski riflette molto il personaggio di Clint Eastwood; fiero Repubblicano, sostenitore delle armi, dei simboli a cui attaccarsi (La Ford Gran Torino del 1972, che l'uomo ex-operaio di fabbrica ha costurito con le sue mani)una forte avversione verso le minoranze, un rapporto di sufficienza verso la chiesa cattolica, un forte rabbia verso la vita e dei rapporti inesistente verso la sua famiglia di sangue che vede come un coarcevo di negatività (tra figli e nipoti non ne salva neanche uno); eppure ha un forte rimorso verso un passato oscuro e tetro che lo tormenta e lo sta uccedendo a poco a poco sottoforma di tumore ai polmoni.
                    Kowalski è un uomo che consoce molto di più la morte che la vita, avendo partecipato alla guerra di Corea e ucciso un sacco di asiatici in quel conflitto così sanguinoso ma spesso dimenticato nella storiografia, oscurato dalla precedente Seconda Guerra Mondiale e dal ben più noto ed umiliante Vietnam.
                    La recitazione di Clint Eastwood ha sempre avuto al suo interno una forte carica rabbiosa quando và in scena, come se dovesse dovesse sempre spaccare tutto e tutti. Quando parla con gli altri alla meglio risulta essere irriverente, in altri casi apertamente offensivo e razzista come nel suo rapporto con il barbiere italo-americano Martin, verso il quale gli insulti e gli stereotipi si sprecano eppure Kowalski tramite l'offesa riesce a costruire dei ponti di amicizia che riescono ad unirlo con gli altri.
                    La macchina da presa rispetta il mito e lo tratta con i dovuti riguardi, regia traccia il primo ponte di unione tra Thao (giovane ragazzo Hmong vessato da quelli della sua razza, che vogliono farlo entrare nella loro banda) e Kowalski, tramite un movimento di macchina che con un dolly inquadra continuamente il terreno sino a soffermarsi sui piedi dell'uomo per poi alzare l'obiettivo e riprendere con tutta la sua carica mitologica Clint Eastwood con un fucile in mano.

                    L'america rappresentata in Gran Torino è divisa per etnie dove ognuno è chiuso in sè stesso, senza pensare minimamente di aprirsi verso il prossimo. L'oscurità e la soltudine sempre più nera (magnifica la fotografia con quei neri così profondi, tetri eppure lirici nella loro oscurità di Tom Stern) lo stanno uccidendo e l'uomo trova in Thao poco a poco un erede con cui instaurare un rapporto, anche se è un estraneo.
                    Kowalski è l'america deli anni 50', quella del sogno, della morale, dei valori e del maschio bianco eterosessuale in cima alla piramide sociale; Thao invece è il nuovo, uno straniero che cerca di trovare un posto nel mondo in questa america divisa per razze dove ognuno si aggrega in base all'etnia se non per "clan" familiari, il quale però come sarà costretto ad ammettere Kowalski, ha molto più cose in comune con lui che con la sua famiglia depravata.

                    Kowalski a suon di insulti razziali, offese e stereotipi riesce a fare di Thao un ragazzo ed un futuro uomo retto ed onesto, tramite questo percorso l'uomo si aprirà verso il prossimo, facendo proprie alcuni elementi della cultura altrui, facendo si che da questa fusione nasca il proseguimento di ciò che ha fondato gli Stati Uniti come paese che mescola popoli e razze di tutto il mondo, che facendo dei loro valori nazionali una sintesi, dovrebbero garantire la sopravvivenza ed un futuro all'america.
                    Kowalski dopo un lungo e difficile avvicinamento quotidiano verso Thao (quest'ultimo poco a poco msotrerà sempre più carattere e forza d'animo, rispondendo al vecchio), arriverà ad aprirsi verso il ragazzo a confessare i rimorsi di un passato oscuro, di cui non ha fatto cenno neanche alla sua famiglia, poichè riconosce in uno "straniero" un confidente oramai totalmente in sintonia con i suoi valori; un erede spirituale a cui affidare il suo lascito spirituale (ed un insegnamento morale a noi spettatori, che soprende alla luce di cos'era e com'era considerato Clint Eastwood sino a pochi anni prima) e materiale tramite la sua Ford Gran Torino, che Thao guiderà per il lungo mare con sguardo sicuro verso il futuro; l'america fondata sul sangue se prima calvalcava per le praterie con in sella un John Wayne, oggi capito che la violenza genera solo altra violenza in un circolo vizioso infinito (smontando quindi tutto ciò in cui l' Eastwood attore s'era fatto portatore sino a quel momento), può riconoscere in uno straniero di un'etnia differente, un erede spirituale dei vecchi valori che incontrano quelli nuovi, che in futuro saranno tramandati alle nuove generazioni.

                    Gran Torino quindi è un film monumentale ed il testamento artistico-spirituale di Clint Eastwood, il quale è arrivato a concludere un lunghissimo percorso non solo come artista, ma anche come uomo (rispetto a Callaghan, come pensiero il regista ha fatto un balzo in avanti straordinario). Una personalità di destra ha girato un film fortemente critico verso un'america razzista e che vorrebbe chiudersi in sè stessa nei propri standard, per invitarla ad aprirsi e a relazionarsi con lo straniero per superare le reciproche diffidenze culturali e sociali, in modo da favorire una piena ed effettiva integrazione sociale.
                    Un personaggio come Walt Kowalski è uno dei più belli della storia del cinema e Gran Torino è il miglior film americano dal 2000 ad oggi, nonchè uno dei capolavori chiave del nuovo millennio e accostabile senza alcun timore reverenziale ai classici senza tempo della storia del cinema.
                    Accusato da alcuni critici submani di razzismo negli USA, l'accoglienza critica europea è stata monumentale, tributando valutazioni altissime a questa pellicola, con tanto di 5 stelle del Morandini e di ben 4 stelle del Mereghetti. Purtroppo nessuna nomiantion agli oscar, dove avrebbe stravinto se il mondo fosse stato giusto, ma nonsotante questo, il film costato 30 milioni, ha incassato in tutto il mondo 270, dimostrando per una volta l'intelligenza del pubblico, che si spera possa trarre un insegnamento morale da questa opera d'arte.

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                    • Stray Dogs di Tsai Ming-liang (2013).

                      Un cinema proveniente dall'altra parte del mondo, che mette in scena la fine della vita. Come ammesso da subito dallo stesso regista, in Stray Dogs (2013), non c'è narrazione, o meglio il tutto si riduce ad un padre (Lee Kang-sheng) ed i suoi due figli, che si barcamena in una Taipei piovosa ed iperconsumista, cercando di sopravvivere giorno dopo giorno. Lo stile adoperato è radicale; una serie di riprese con macchina fissa (ho contato al massimo 3 movimenti di macchina), che creano una serie di quadri, i quali non hanno quasi mai una consequenzialita' nel montaggio, ma assumono un'autonomia visivo-concettuale propria ed aventi una durata di svariati minuti per arrivare delle volte a superare anche i 10 minuti di durata, come nelle due inquadrature finali.
                      La macchina da presa è posizionata nei luoghi più disparati ed inquadra in ogni momento, la sopravvivenza quotidiana dei componenti di questa famiglia, che ad inizio film, si è ritrovata abbandonata dalla madre.

                      Stray Dogs è un film anti-narrativo, molto vicino alla videoarte o ad un'installazione artistica secondo qualche critico americano, eppure nonostante sia una visione impegnativa, che farebbe scappare via a gambe elevate anche il cinefilo più duro e puro (le cronache di Venezia 2013 parlano di gran parte della sala abbandonata a metà proiezione), sarebbe un peccato soccombere perché Tsai Ming-liang sembra tornare al cinema delle attrazioni proprio degli albori della settima arte, dove i singoli quadri sono più autosufficienti e significativi rispetto ad uno sguardo d'insieme.

                      Il personaggio di Lee Kang-sheng è un essere sconfitto prima che dalla vita, dalla massificazione capitalistica che attanaglia Taipei. Egli è il proletario Marxista del nuovo millennio, che non-vive, ma sopravvive di stenti come un cane randagio, esercitando un lavoro di uomo sandwich di cartelli pubblicitari di immobili ed affitti di case, quando lui in primis non ha un'abitazione, vivendo come un vagabondo errante ai margini di una Taipei caotica, alienante e degradata.
                      I luoghi scelti sono complessi abitativi abbandonati, fatiscenti e corrosi dalle infiltrazioni d'acqua, che fanno lamentare anche le case per la sofferenza subita nel corso del tempo.

                      È una condizione disperata di eterno ritorno (così come il traffico cittadino che costantemente si ferma al semaforo per ripartire al verde, per poi riformarsi sempre uguale a sé stesso), dove le giornate passano da lunghe ore tediose con un cartello pubblicitario in mano sotto uno sferzante vento, per poi approfittare degli assaggi gratuiti al supermercato (luogo del consumo e del trionfo dell'industria) e la sera rimpizzarsi con un pasto preconfezionato consumato come meglio si può. Persone allo sbando vittime della società dei consumi quindi, tanto da sbafare per la rabbia e la disperazione un cavolo, che fungeva da surrogato materno.
                      L'evasione da tale realtà è rappresentata da una parete dove è rappresentato un paesaggio incontaminato, fatto di montagne e ciottoli verdi, ma è per l'appunto un'evasione mentale, poiché la vita fisica invece scivolera' via poco a poco giorno dopo giorno, per via dell'incomunicabilita'.

                      Stray Dogs è cinema democratico, dove il montaggio ed i movimenti di macchina soccombono alla profondità di campo e alla composizione colorimetrica accurata dell'immagine, Stray Dogs di Tsai Ming-liang sembra un William Wyler anti-narrativo ed estremizzato all'eccesso, dove il regista sceglie di eclissarsi per dare la massima fiducia allo spettatore nell'interpretare l'immagine e perdersi in ogni punto dei questi magnifici quadri e per questo rende la sua regia grandissima.
                      Un film a mio avviso proprio per questo motivo per tutti, anche se vi sono alcuni critici che lo hanno massacrato, vedere le sole 2 stelle del Mereghetti e vinse a Venezia solo il Gran Premio della Giuria e non il Leone d'oro, poiché in realtà siamo innanzi ad uno dei film chiave del nuovo millennio.

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                      • L'Uomo di Aran di Robert Flaherty (1934).

                        Più che un'isola Aran è uno scoglio in mezzo al mare dimenticato da Dio, situato nella zona nord occidentale dell'Irlanda e per questo flaggellato dalle impetuose correnti Atlantiche, che rendono la sopravvivenza in questo luogo brullo ed insospitale, una continua lotta giornaliera. Il segreto della vita umana su questo scoglio è l'adattamento, mostrando come la versatilità dell'essere umano consenta a quest'ultimo di adattarsi ad ogni posto, anche in un luogo angusto, colpito da onde altissime, sferzato da forti venti e con un terreno fatto solo di dura roccia.
                        Questo documentario di Flaherty diventa quindi un elogio verso l'ingegno dell'uomo, il quale si adatta alle circostanze del posto traendo da esso il massimo grazie anche ad una comunità isolana che fà squadra tra i suoi componenti, dove ognuno ha specifici compiti che deve eseguire al meglio e senza alcun margine di errore, pena la morte di tutti. Il regista sceglie di focalizzarsi in particolare su una famiglia composta da un padre pescatore, una madre e un figlio maschio, ritranendoli nelle loro attività quotidiane.

                        La pellicola inizia e si conclude nel medesimo modo, madre e figlio attendono con forte trepidazione il ritorno dalla pesca della barca a remi degli uomini che sono usciti nel procacciarsi del pesce, alimento indispensabile per gli isolani e per l'economia del luogo, visto che non c'è molto altro di cui sopravvivere.
                        Flaherty dedica spazzoni del suo documentario, alle varie attività quotidiane a cominciare dal lavoro di rammendo delle reti necessarie alla pesca, al complesso procedimento per ricavare olio combustibile da uno squalo catturato per alimentare le lampade, passando per una faticosa spaccatura delle rocce per immettervi della terra in esse per coltivare delle patate (non sapevo che con le tecnologie dell'epoca l'essere umano fosse riuscito a coltivare anche nella dura "roccia") ed infine ci si concentra sul bambino che ripara la barca forata con l'ausilio del catrame. C'è una social catena che lavora e s'industria per rendersi utile in questo luogo brullo e sfiancate, ma alcune volte s'è costretti a fare delle scelte incoscienti in apparenza, ma necessarie alla vita come andare a pesca ben sapendo che di li a poco arriverà una tempesta.

                        La sequenza quotidiana più d'impatto sicuramente riguarda la pesca da oltre un centiaio di metri d'altezza praticata dal bambino con l'ausilio di un sottilissimo filo. Il verticalismo frastagliato delle rocce scoscese, mette bene in risalto la precarietà dell'esistenza umana in un luogo che non concede il minimo errore, il quale potrebbe rivelarsi fatale.
                        Connotati epici assume la caccia allo squalo con rimandi quasi letterari, dove la sopravvivenza dell'uomo, dipende dalla sua vittoria contro forze arcane della natura. In verità l'"uomo" di aran, è un essere che vive in simbiosi con la natura e la rispetta, sentendone il battito ed andando a tempo con il ritmo imposta da essa, così riesce ad affrontare anche le imprese più titatiche, come il rientro sull'isola tra onde altissime (io li davo per morti) e scogli nascosti che se colpissero la barca, sancirebbero la fine di tutti.
                        Tutti i rematori sulla barca si muovono con medesimo ritmo nella vogata dei remi e i loro spostamenti sono calcolati al centimetro, in modo da arrivare sulla piccola piana che funge da riva con il giusto tempismo, per scendere prontamente prima che arrivi un'altra onda gigante a colpirli.
                        Un elogio alla capacità dell'uomo di riuscire ad adattarsi in ogni luogo e a sopravvivere anche nelle condizioni più avverse, L'Uomo di Aran ancora oggi a distanza di oltre 80 anni, riesce a colpire lo spettatore per il suo forte impatto visivo ed il suo sguardo su un luogo lontano nel tempo e nello spazio. Meritatamente vincitore della Coppa Volpi come miglior film straniero a Venezia.

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                        • ho visto sin city 2 e credo sia il peggior sequel della storia del cinema

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                          • Lo so ma le tette di Eva Green valgono da sole almeno tre punti in più

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                            • Originariamente inviato da - Rasputin - Visualizza il messaggio
                              ho visto sin city 2 e credo sia il peggior sequel della storia del cinema
                              anche peggio di highlander 2?

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                              • Originariamente inviato da - Rasputin - Visualizza il messaggio
                                ho visto sin city 2 e credo sia il peggior sequel della storia del cinema
                                No dai, non è peggio di S. Darko

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