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  • Dolor y Gloria di Pedro Almodovar (2019).

    La tavolozza variopinta di colori liquidi come se fossero mossi da una continua corrente, situati nei titoli di testa di Dolor y Gloria (2019), mette in scena l'eterno divenire dell'arte, in quanto entità dinamica come le cascate che il nostro protagonista Salvador Mallo (Antonio Banderas), acclamato regista, preferisce come elemento figurativo capace di coniugare in sè un eterno dinamismo grazie alla forza impetuosa della corrente. La fonte dell'arte e di conseguenza della vita Mallo la trova nel cinema, specie nei miti di celluloide impersonificati da due stelle Hollywoodiane; la giovane e fresca Natalie Wood dello Splendore dell'Erba di Elia Kazan (1961) e la sensuale e fiammeggiante Marylin Monroe di Niagara di Henry Hathaway (1953), due attrici che ci hanno lasciato sin troppo presto, ma grazie al cinema sono divenute icone immortali e ispiratrici per tutte le future generazioni future di attori ed attrici e di numerosi registi.
    E' una pellicola quindi dai rimandi autobiografici molto forti, dove ovviamente la figura incarnata da Banderass tende a sovrapporsi se non a coincidere totalmente con Almodovar, il quale dopo una serie di film poco riusciti secondo la critica e non esaltanti al botteghino, decide di mettere in scena il proprio 8 e 1/2, una mossa rischiosa e spesso anche autoreferenziale visto che dopo l'omonimo capolavoro di Fellini, molti registi si sono cimentati con questi testamenti autobiografici, che alla fine per il 90% finiscono per non interessare più nessuno alla lunga.

    Dolor y Gloria non aggiunge nulla di nuovo a questo filone sviluppatasi e oramai abbastanza saturo dopo oltre 50 anni; abbiamo il classico regista in crisi artistico-espressiva, il ricordo dell'infanzia tanto felice quanto forse mitizzata dal ricordo ed infine una risoluzione finale che spesso assume caratteri meta-cinematografici. Il film di Almodovar tocca tutte queste tappe, fondendo la crisi creativa con il gran numero di malattie di probabile origine psicomatica, visto che sembrano aver origine da irrisolte questioni che hanno a che fare con i rapporti con le persone da lui frequentate, come Alberto, attore con cui girò Sabor, suo primo film e con cui entrò in contrasto durante la lavorazione e sopratutto con sua madre, la morte della quale non è mai riuscito a superarla e con cui aveva diverse questioni in sospeso riguardanti soluzioni dolorose del suo passato, come lo studio in seminario ed il suo orientamento omosessuale verso il quale la donna sembrava delusa se non intimamente ostile.
    Lo scavo verso le radici della propria esistenza, dona ad Almodovar i mezzi per ricostruire la messa in scena, dapprima con un bianco brullo, corroso e sferzato dal sole cocente della sua prima casa a Patera, consistente in una sorta di caverna con una grata posta sopra di essa, dove viveva con la madre Jacinta (Penelope Cruz), per poi virare verso composizioni cromatiche a tinte forte virate sempre più sul colore rosso, con un arredamento interno ardito composto da una libreria a scaffali variabili con una grande quantità di libri di differenti argomenti, costruendo una tavolozza estetica di forte impronta pop.

    L'eroina sembra essere una soluzione per Salvador Mallo, con cui sembra trovare sollievo dai propri dolori fisici e al contempo una valida alleata per rimurginare sulle proprie esperienze passate, grazie a cui trovare un finalmente una risoluzione ai propri confltti interiori (tramite anche bagni immersivi nella memoria dell'acqua) e rinvigorire la fonte della propria ispirazione artistica che sembra oramai esauritasi da tempo.
    Antonio Banderas dopo aver dato prova di un talento recitativo mai espresso o forse danneggiato dalla troppa spazzatura Hollywoodiana a cui coscientemente ha preso parte, per poi svendersi in post pubblicitari tra galline ed uova, che gli hanno fatto perdere molta credibilità come attore. Questa pellicola quindi è l'occasione della vita che l'attore con una efficace recitazione per sottrazione e guidato dalla sapiente direzione impressa da Almodovar, sembra aver sfruttato appieno vincendo il premio come miglior attore a Cannes; se la fortuna lo assisterà potrebbe anche ottenere una nomination agli oscar come miglior attore.
    Quindi ci si trova innanzi ad una pellicola ben diretta e scritta, ma come detto sopra però anche se riesce a costruire sequenze interessante avvalendosi anche di flashback inseriti sapientemente e senza forzature nella narrazione, non presenta alcun elemento originale di innovazione rispetto ad altre opere di questo filone di opere.

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    • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
      Ho visto un capolavoro assoluto della storia del cinema: MIkey and Nicky di Elaine May (recentemente uscito in dvd e bluray in versione restaurata per Criterion Collection)... E niente, non credo di aver mai visto dei gangster così umani, così veri, come quelli raccontati in questo film (siamo dalle parti del cinema di Cassavetes, non a caso grande amico di May e co-protagonista del film, insieme a Peter Falk), un film dove morire significa davvero morire e non è solo un espediente come un altro di sceneggiatura.
      Ieri si commentavano gli Oscar alla Carriera... la May, ora novantenne, senz'altro lo meriterebbe... certo, sarebbe un gesto non meno ipocrita di quelli avuti negli ultimi anni, dal momento che l'industria, dopo l'insuccesso al botteghino proprio di Mikey and Nicky, la cacciò via e non la fece più lavorare. Ad ogni modo lei un riconoscimento (una riabilitazione) pur tardiva, la merita. Da parte della critica c'è stata, vediamo se arriverà anche dall'Academy.
      Bella segnalazione, non lo conoscevo proprio.

      Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
      Hai visto anche "
      Un maledetto imbroglio
      Di Germi??
      Te lo consiglio
      No, purtroppo non ancora. Di Germi ho visto, in aggiunta a quei tre già citati, Il ferroviere e Il cammino della speranza. Anche questo mi incuriosisce molto ovviamente (e pure la controparte cartacea dell'ottimo Gadda). Grazie del consiglio!

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      • Ieri ho recuperato 'Munich' di Steven Spielberg. Bah, devo dire che il film ha tante cose da raccontare (intanto avevo già visto un documentario della strage a Monaco e le ripercussioni seguenti). Mi pare, se non erro, che Spielberg si sia preso un bel po' di libertà (la bella spia/killer olandese è davvero esistita?) concentrandosi esclusivamente sulla rappresaglia israeliana nei confronti dei presunti colpevoli, e tralasciando il contorno politico rappresentato in grossa parte da Golda Meir (che compare si e no 30 secondi). Dovrei rivederlo per capire se ho tralasciato qualcosa, per ora il film mi è piaciuto ma non mi ha convinto del tutto.
        Bravi gli interpreti, regia solida e particolarmente "essenziale" in un film che non aveva ovviamente bisogno di effettazzi e circonvoluzioni di camera particolari.

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        • Qualcuno è andato a vedere Rocketman ? Com'è rispetto a Bohemian Rapsody ?

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          • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio
            Tornando in topic: ho visto ieri finalmente Divorzio all'italiana del grande Pietro Germi. Dovevo completare la "trilogia", avendo già molto apprezzato Sedotta e abbandonata e Signore e signori.Non sono rimasto deluso: mi è piaciuta la solita nota aspra di Germi, mescolata al riso, nel criticare i costumi di allora (be' ma molta ipocrisia direi che purtroppo sopravvive anche a cinquant'anni di distanza) e nel raccontare una situazione legislativa che si stenta a credere sia sopravvissuta per altri vent'anni dall'uscita del film. Mi è piaciuta l'interpretazione di Mastroianni che tratteggia un personaggio in bilico tra il tragico e il ridicolo, e degli altri attori del cast (anche se Leopoldo Trieste dà il meglio nel successivo Sedotta). Dal punto di vista tecnico interessante certi usi dello zoom e anche del montaggio per come mette in relazione diversi elementi (penso al voiceover dello stesso Barone Cefalù che commenta certi elementi di Agromonte).
            Notevole davvero, lo consiglio fortemente a quelli che come me hanno questa grave lacuna del nostro cinema.
            capolavoro! senza dubbio. Per me Divorzio all'italiana è il vero "padre" della grande "Commedia all'Italiana", più de I soliti ignoti di Monicelli, film in cui la maggioranza dei critici e degli studiosi di cinema è solita identificare le radici del genere. Da non perdere come quasi tutti i film di Germi.
            "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


            Votazione Registi: link

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            • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
              capolavoro! senza dubbio. Per me Divorzio all'italiana è il vero "padre" della grande "Commedia all'Italiana", più de I soliti ignoti di Monicelli, film in cui la maggioranza dei critici e degli studiosi di cinema è solita identificare le radici del genere. Da non perdere come quasi tutti i film di Germi.
              Beh, il termine commedia all'italiana lo si è coniata a partire proprio dal film di Germi, ma secondo me è sbagliato indicarlo come capostipite di un movimento cinematografico. Basti pensare che il film di Germi è uscito nelle sale nel 1961, assieme a Il federale, Una vita difficile, L'onorata società, A cavallo della tigre, Leoni al sole, I due marescialli e La ragazza con la valigia. A livello produttivo quindi la spinta c'era già stata.
              https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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              • Love Story di Arthur Hiller (1970).

                E dire che dopo un pò dall'inizio, mi stavo convincendo che il film Love Story (1970) non facesse così cagare come si dice in giro; certo per carità nulla di eccezionale, ma il fatto che che Oliver Barrett (Ryan O'Neal), ricco studente di Harvard, e Jennifer Cavilleri (Ali MacGraw), studentessa di musica, dopo 20 minuti di film subito si mettono insieme, vengono delineati nelle loro caratterizzazioni, si baciano e vanno subito a letto denota una ricerca più veloce del romanticismo da parte del regista Arthur Hiller e sottolinea anche l'intelligenza dei nostri due protagonisti che non si perdono troppo in chiacchiere o smancerie da quattro soldi, nel mezzo abbiamo anche un paio di partite di hockey girate con la macchina a mano e piacevoli da guardare; certo la regia non è nulla di che ed esteticamente risulta essere troppo spartano, ma il piano intimo sembra giovare al film.
                Il problema è che dopo la prima scopata che sancisce praticamente l'unione tra i nostri due protagonisti, il film ha smesso di dire qualunque cosa avesse da mostrare. Il cinema in generale, ma sopratutto Hollywood fatica moltissimo a descrivere il momento successivo allo stare insieme quando i personaggi diventano una coppia fissa se non il vero e proprio matrimonio.
                Descrivere l'unione tra un uomo e la donna è una cosa non facile, ma sembra che vi sia un certo timore nel narrare il rapporto di coppia nella sua evoluzione quotidiana, come se fosse un momento che rompesse la patina favolistica e si fosse costretti ad entrare troppo nei dettagli della realtà di tutti i giorni e questo evidentemente spaventa i produttori ed il pubblico; infatti basta vedere come la stragrande maggioranza dei film sentimentali si fermi al momento dell'unione e decida poi di non proseguire oltre, quando poi lo fà come in questo film, succedono spesso i disastri con l'unico risultato che se uno vuole vedere delle pellicole sul legame uomo-donna dopo l'essersi messi insieme, è costretto a rivolgersi al mercato europeo per trovare qualche film di qualità in proposito.

                Love Story dopo 20 minuti non trova altro di meglio da fare che perdersi tra giochini sotto la neve con la colonna sonora ruffiana di Francis Lai (vincitrice dell'oscar) e il conflitto generazionale tra Oliver ed suo padre (Ray Milland), quest'ultimo contrario alla relazione con l'intelligente ma povera Jennifer. Non c'è niente di interessante perchè il film è semplicistico nel risolvere tale questione; Oliver taglia qualsiasi legame con il padre sposando Jennifer e riesce a frequentare l'università mentre quest'ultima lavora (e nel frattempo ha rinunciato al suo sogno di andare a Parigi a studiare musica... ammazza che donna emancipata, la figura femminile in questo film non conta una mazza, basta anche vedere come la madre di Oliver nel film non abbia alcuna voce in capitolo), raggiunta la laurea, sarà Oliver a lavorare a New York mentre Jenifer viene mantenuta dal marito... fine. Ah! Poi alla fine improvvisamente si scopre che è malata terminale (tema buttato lì con la delicatezza di un elefante in una cristalleria) e schianta... sarebbe poiler, ma praticamente Oliver dopo 30 secondi ad inizio film in un paesaggio che più deprimente non si può, ci dice sin da subito che Jennifer è morta a soli 25 anni. Il sentimentalismo è veramente eccessivo ed i conflitti relazionali sono praticamente azzerati, poichè il tutto si supera grazie all'amore, d'altronde "amare significa non dover dire mai mi dispiace" (secondo me O'Neal venne preso così tanto per il culo per questo film che nel film di Bogdanovich, Ma papà ti manda sola?, piglia per il culo tale frase definendola la cosa più stupida che abbia mai sentito). Il film è bruttarello, ma non così brutto comunque, i primi 20 minuti si lasciano guardare, la partite di Hockey sono discretamente girate e la chimica tra i due protagonisti funziona comunque e sono anche bravini a recitare seppur nulla di troppo eclatante. Hollywood con film del genere ci campa da oramai quasi 50 anni, visto che Love Story ha l'ingrato primato di aver fondato il genere del cancer movie con tanto di storia romantica di sottofondo; solo che i film successivi ad esso faranno molto peggio come ad esempio Authumn in New York di Joan Chen (cazzo questo è tremendo dall'inizio alla fine).
                Costato appena 2 milioni, ne fece oltre 130 in tutto il mondo e lanciando la carriera dei nostri due protagonisti (strano a dirsi, ma Ryan O'Neal era veramente uno degli attori di punta nella Hollywood degli anni 70'...) e ricevendo ben 7 nomination agli oscar tra cui miglior attore ed attrice, miglio film, regia e miglior sceneggiatura. Oggi irrimediabilmente datato, ma da recuperare per chi volesse approcciarsi ad un fenomeno popolare dell'epoca.


                Una Notte da Leoni di Todd Philips (2009).

                Cazzatona americana che nel 2009 è stata capace di incassare oltre 460 milioni a fronte di un budget di soli 35 milioni, Una Notte da Leoni di Todd Phillips è un titolo divventato nostro malgrado uno dei pochi cult del nuovo millennio lanciando al contempo la carriera di vari attori come Zach Galifianakis e sopratutto di Bradley Cooper.
                Il canovaccio offriva comunque spunti interessante; come vi comportereste se durante un addio al celibato a Las Vegas dopo una notte di bagordi ed alcool, il giorno dopo svegliandovi sbronzi vi accorgereste di aver smarrito un vostro amico che deve sposarsi di lì a poco? Questo è ciò che capita a Philip (Bradley Cooper), Alan (Zach Galifianakis) e Stuard (Ed Helms), quando risvegliandosi nella suite dell'albergo si sono accorti loro malgrado di aver perso il loro amico Doug (Justin Bartha), che il giorno dopo deve sposarsi.
                Nulla di problematico se non fosse che nessuno di loro rammenta più nulla della serata e quindi devono intraprendere un percorso a ritroso per scoprire cosa hanno combinato durante la lunga nottata e sopratutto ritrovare il loro amico prima di guai seri.

                La commedia quindi si fonde con il giallo, abbiamo gli effetti e andando a ritroso dobbiamo scoprire la causa scatenante. Il problema del film è nella sua duplice anima, è una commedia demenziale ma alcune conseguenze per i nostri amici sono molto serie, quindi il problema principale è il dover credere che i nostri quattro mattacchioni nella lunga nottata a Las Vegas, da ubriachi hanno combinato di tutto e di più (furti d'auto della polizia, matrimoni a sopresa, tigri nel bagno, neonato spuntato da chissà dove e criminali a cui sono stati rubati dei soldi) senza che nessuno li fermasse, nonostante siano stati in ospedale (possibile che nessun dottore visto il loro stato dopo la visita non li abbia fermati? E' assurdo).
                Chiaramente la ricomposizione del giallo arriva a ricostruire un puzzle che non ha alcuna forma, catapultandoci in mezzo a situazioni o personaggi di cui sappiamo poco (perchè essendo il nostro punto di vista quello dei protagonisti, non li conosciamo) e dopo che le linee verranno a ricongiungersi tra loro, ci si accorge come i vari risultati non combacino per niente tra loro, per via del troppo eccesso spinto da parte degli sceneggiatori. Qualcuno ha parlato di Memento di Christopher Nolan (2000) in versione demenziale, ma manca comunque un'architettura che regga il tutto, anche perchè ci sono due toni che fanno a cazzotti tra loro, visto che il film ha si una comicità demenziale, ma le conseguenze delle loro azioni, risultano essere molto serie.

                I nostri protagonisti che erano partiti in modo tanto trasgressivo, cominciando da Philip che vuole spassarsela a più non posso lontano dalla famiglia per un paio di giorni ed invece appena sperimentano l'eccesso, fanno di tutto per ritornare allo status quo per presentarsi nel modo migliore possibile al matrimonio di Doug con abiti da cerimonia e capelli in ordine, nascondendo alle loro famiglia la notte di bagordi ed eccessi. Più che leoni, ci ritroviamo innanzi a dei cucciolotti senza denti che fanno finta di ruggire; parlano molto mentre e poi alla fin fine si dimostrano tutto fumo e niente arrosto, poichè la cosa più importante è l'happy ending che riporti il tutto allo status quo borghese.
                Non che non si rida qua e là, ma alla fine è comicità di grana grossa, purile e anche abbastanza volgarotta; siamo dalle parti di certa commedia greve nostrana (siamo sicuri che un Neri Parenti o un Vanzina a parità di mezzi e attori avrebbero fatto di peggio?), solo che costando 35 milioni, inserito all'interno dell'apparato cinematografico Hollywoodiano e la presenza di attori come Galifianakis e Bradley Cooper che ci credono con tutto loro stessi (certo che una una volta dall'actor's studio gli attori erano destinati a fare roba di ben altro spessore... i tempi sono cambiati evidentemente), il film "sembra" bello, quando in realtà è veramente poca roba nonostante si segua sino alla fine per via del senso del ritmo. Nonostante questo, comunque risulta inspiegabile il premio Golden Globe come miglior commedia.

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                • Animal House di John Landis (1978).

                  Raro esempio di commedia americana di alto livello in epoca New Hollywood, all'interno del periodo più problematico della storia degli Stati Uniti, Animal House di John Landis (1978) è un titolo che ha raggiunto lo status di culto, anche se al giorno d'oggi non è così famoso come meriterebbe presso le nuove generazioni, che spesso venerano i suoi epigoni scadenti come la saga degli American Pie e non l'opera di Landis che contiene invece tutti gli elementi di genialità, attribuiti spesso ai suoi cloni successivi.
                  Il film mette in scena lo scontro tra due confraternite dell'università Faber; gli Omega, composta dai ragazzi per bene ed inseriti nelle leve del potere del college e di indole conservatrice-reazionaria, mentre il gruppo Delta è composto da studenti non molto ferrati nello studio, scalmanati e dal comportamento ribelle e anarcoide.
                  Larry (Tom Hulce) e Kent (Stephen Furst) sono due matricole che vorrebbero essere ammessi nella confraternita degli Omega, il gruppo più in vista del college ma composto anche da membri snob, a cominciare dal militarista Niedermeyer (Mark Metcalf), che è il capo del gruppo e respinge la richiesta dei due nuovi arrivati. Chiusa una porta e si apre un portone, verranno accolti nel gruppo Delta, composto da studenti privi di qualsiasi regola sociale, dove spicca l'indimenticabile Bluto (John Belushi).

                  La narrazione assume un carattere corale, focalizzandosi sui vari membri del gruppo e vicende quotidiane, che spesso sfociano nei dispetti da parte dei membri del gruppo Delta nei confronti di quelli del gruppo Omega. Indimenticabili certi scherzi come il cavallo di Niedermeyer sparato a salve o la sbirciata di Bluto alla finestra delle ragazze dei membri del gruppo Omega.
                  Lo stile registico di Landis è classico, non ama i viruosismi con la macchina da presa, ma preferisce concentrarsi sulla potenza delle gag e dei tempi comici che in questo film risultano essere perfetti. Le influenze del cinema di Blake Edwards sono evidenti, non solo nell'uso classico della regia, ma anche nel fatto di focalizzarsi esclusivamente sui personaggi a discapito della trama in sè e nelle gag si stampo fisico; se Edwards aveva scoperto Peter Sellers, Landis fa di John Belushi l'invenzione comica del periodo tra fine anni 70' ed inizio 80'. Il personaggio di Bluto è l'icona dell'anarchia che non vuole farsi imbrigliare dalle regole; sgradevole a vedersi, molto in sovrappreso, faccia da porco, allegro sbevazzatore (beve tutto d'un fiato una bottiglia di Jack Daniels) e mangiatore incallito (si sbafa un panino enorme in 2 morsi); siamo quindi innanzi ad un corpo-personaggio che Landis sfrutta appieno, avvalendosi della fisicità recitativa dell'attore.

                  Influenze Edwardsiane sono rintracciabili nella sequenza del Toga Party, una lunga e scalmanata festa dove ci si diverte a più non posso, sovvertendo ogni regola. Quello che differenzia Blake Edwards da John Landis è il lato politico, non che nel primo sia assente, però la comicità dei personaggi di Edwards, aveva origine interna al personaggio stesso, in Landis invece la visione politica è molto più preponderante; i membri del gruppo Delta creano situazioni comiche per un loro netto rifiuto verso l'autorità del direttore del College e della disciplina fascistoide militarista del gruppo Omega (sono note le interviste di Landis di ambito politico dove esprime il suo disappunto verso le forze politiche di destra).
                  In Animal House alto e basso si incrociano di continuo trovando l'apice dello sberleffo nella sequenza della parata finale, simbolo dell'identità americana e che i nostri personaggi anti-sistema non possono non sabotare dall'interno nel modo più folle ed assurdo.
                  Il film costò appena 3 milioni e realizzò oltre 140 milioni di dollari, lanciando la carriera di John Belushi (purtroppo morirà presto), portando una boccata d'aria nuova nel genere della commedia che nella New Hollywood soffriva molto come genere, trovando i pochissimi picchi qualitativi o nell'operazione nostalgico-cinefila di Peter Bogdanovich o nell'intellettualismo nevrotico esistenziale alto-borghese di Woody Allen, così scoprendo in John Landis a tutt'oggi l'ultimo autore significativo della commedia americana.

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                  • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                    Beh, il termine commedia all'italiana lo si è coniata a partire proprio dal film di Germi, ma secondo me è sbagliato indicarlo come capostipite di un movimento cinematografico. Basti pensare che il film di Germi è uscito nelle sale nel 1961, assieme a Il federale, Una vita difficile, L'onorata società, A cavallo della tigre, Leoni al sole, I due marescialli e La ragazza con la valigia. A livello produttivo quindi la spinta c'era già stata.
                    caro Gidan 89

                    questa è una questione annosa e controversa, e la mia opinione in merito non è sicuramente quella più diffusa. Nota bene però che io ho usato il termine "padre" tra virgolette, quindi non intendo il capostipite in senso assoluto ma il primo che ne ha definito e consolidato i canoni in maniera compiuta, perentoria e con altissimi risultati artistici.
                    Non va dimenticato che il 1961 è l’anno della definiva affermazione della commedia come genere preferito dal pubblico italiano, e ciò avvenne proprio grazie all'enorme successo del capolavoro di Germi. Questo film è stato il primo che consapevolmente fissò e riassunse magistralmente le caratteristiche base della "Commedia all'italiana": corrosiva satira di costume, spietata critica degli aspetti più deteriori di una società ancora in bilico tra arcaici retaggi del passato e una modernità ancora da metabolizzare, feroce connotazione dei personaggi come campioni di vizi nazionali (cinismo, egoismo, opportunismo, maschilismo, radicati pregiudizi, acquiescenza alle storture sociali e un machiavellismo spinto fino all’attitudine criminale).
                    Non a caso questo tipo di commedia nostrana fu definita "all'italiana", prendendo pari pari la definizione dal titolo del film di Germi.
                    Film che ebbe anche una notevole influenza sui costumi e sulla società (mi riferisco all'antiquata legislazione concernente il delitto "d’onore" che costituì il bersaglio polemico della pellicola).

                    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                    Votazione Registi: link

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                    • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

                      caro Gidan 89

                      questa è una questione annosa e controversa, e la mia opinione in merito non è sicuramente quella più diffusa. Nota bene però che io ho usato il termine "padre" tra virgolette, quindi non intendo il capostipite in senso assoluto ma il primo che ne ha definito e consolidato i canoni in maniera compiuta, perentoria e con altissimi risultati artistici.
                      Non va dimenticato che il 1961 è l’anno della definiva affermazione della commedia come genere preferito dal pubblico italiano, e ciò avvenne proprio grazie all'enorme successo del capolavoro di Germi. Questo film è stato il primo che consapevolmente fissò e riassunse magistralmente le caratteristiche base della "Commedia all'italiana": corrosiva satira di costume, spietata critica degli aspetti più deteriori di una società ancora in bilico tra arcaici retaggi del passato e una modernità ancora da metabolizzare, feroce connotazione dei personaggi come campioni di vizi nazionali (cinismo, egoismo, opportunismo, maschilismo, radicati pregiudizi, acquiescenza alle storture sociali e un machiavellismo spinto fino all’attitudine criminale).
                      Non a caso questo tipo di commedia nostrana fu definita "all'italiana", prendendo pari pari la definizione dal titolo del film di Germi.
                      Film che ebbe anche una notevole influenza sui costumi e sulla società (mi riferisco all'antiquata legislazione concernente il delitto "d’onore" che costituì il bersaglio polemico della pellicola).
                      Tutto giusto, l'importanza del film di Germi è incriticabile, anche se, per quanto mi riguarda - ed è una valutazione puramente soggettiva - non lo metto tra i massimi capolavori del filone. Per me Divorzio all'italiana è un grandissimo film, ma ad esempio gli preferisco sia I soliti ignoti che Tutti a casa di Comencini. Ecco, questi due film sono usciti rispettivamente nel 1958 e nel 1960. Entrambi sono molto legati alla parentesi neorealista, ma sono già pienamente ascrivibili al genere della commedia all'italiana. Diciamo che la storia del cinema italiano individua addirittura Guardie e ladri (1951) come antesignano del filone, cosa vera anche se poi il film di Monicelli non riuscì a creare una vera e propria rivoluzione produttiva, cosa che poi avverrà sia con I soliti ignoti che col successivo La grande guerra, che personalmente non amo molto ma che indubbiamente - forte anche della vittoria a Venezia - diede una grande statura culturale alla commedia. Monicelli ha tracciato la via, tra grandi successi di critica e grandi successi commerciali. Gli altri poi sono stati abilissimi a seguirne le orme, con risultati stratosferici. Con la commedia all'italiana i registi e gli sceneggiatori dell'epoca riuscirono a trovare il mezzo migliore per raccontare l'Italia, era proprio una cosa nelle nostre corde.Per me comunque il massimo esponente del genere è Il sorpasso, un capolavoro da dieci e lode.
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

                        Tutto giusto, l'importanza del film di Germi è incriticabile, anche se, per quanto mi riguarda - ed è una valutazione puramente soggettiva - non lo metto tra i massimi capolavori del filone. Per me Divorzio all'italiana è un grandissimo film, ma ad esempio gli preferisco sia I soliti ignoti che Tutti a casa di Comencini. Ecco, questi due film sono usciti rispettivamente nel 1958 e nel 1960. Entrambi sono molto legati alla parentesi neorealista, ma sono già pienamente ascrivibili al genere della commedia all'italiana. Diciamo che la storia del cinema italiano individua addirittura Guardie e ladri (1951) come antesignano del filone, cosa vera anche se poi il film di Monicelli non riuscì a creare una vera e propria rivoluzione produttiva, cosa che poi avverrà sia con I soliti ignoti che col successivo La grande guerra, che personalmente non amo molto ma che indubbiamente - forte anche della vittoria a Venezia - diede una grande statura culturale alla commedia. Monicelli ha tracciato la via, tra grandi successi di critica e grandi successi commerciali. Gli altri poi sono stati abilissimi a seguirne le orme, con risultati stratosferici. Con la commedia all'italiana i registi e gli sceneggiatori dell'epoca riuscirono a trovare il mezzo migliore per raccontare l'Italia, era proprio una cosa nelle nostre corde.Per me comunque il massimo esponente del genere è Il sorpasso, un capolavoro da dieci e lode.
                        Diciamo che Germi in questa trilogia paga relativamente lo scotto di una messa in scena volutamente grottesca e caricaturale che, seppur realistica, a livello di valore storico può risultare un ad un passo indietro in un ipotetico podio, rispetto a commedie che, appunto, introducevano elementi farseschi in ambienti neorealistici (e che, anzi, trovavano il loro elemento farsesco proprio dal vedere personaggi italici "bassi" confrontarsi con situazioni al di sopra delle possibilità...la retorica del soldato eroe ne "la grande guerra" e in "tutti a casa", o il contrasto tra il gruppo di sbandati de "i soliti ignoti" col noir francese).
                        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                        • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                          Per me comunque il massimo esponente del genere è Il sorpasso, un capolavoro da dieci e lode.
                          e su questo sono assolutamente d'accordo, nessun dubbio al riguardo. Il sorpasso di Risi è la vetta assoluta di quel genere ed è forse il film che, meglio di ogni altro, rappresenta, identifica, cattura e ci restituisce lo spirito di quei tempi, meglio di qualsiasi documentario o servizio giornalistico. Mi sembra di capire che tu sei più "del partito" di Monicelli , invece io sono più di quello di Germi o di Scola. Per quanto sia molto riduttivo (e sbagliato) limitare Germi alla sola commedia.

                          A parer mio a Monicelli si deve la chiusura del periodo d'oro della "Commedia all'italiana" con Un borghese piccolo piccolo. Altro capolavoro, ovviamente.

                          "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                          • L'unico difetto di Scola era la tendenza al bozzettismo...difatti i suoi film migliori trattavano o grossi archi di tempo (La famiglia, C'eravamo tanto amati) o pochissimi personaggi (Una giornata particolare).
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                            • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
                              L'unico difetto di Scola era la tendenza al bozzettismo...difatti i suoi film migliori trattavano o grossi archi di tempo (La famiglia, C'eravamo tanto amati) o pochissimi personaggi (Una giornata particolare).
                              però i suoi film migliori sono pietre miliari, valgono da soli un'intera carriera.
                              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                              • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

                                che col successivo La grande guerra, che personalmente non amo molto ma che indubbiamente - forte anche della vittoria a Venezia - diede una grande statura culturale alla commedia.
                                Posso chiedere come mai, a livello soggettivo, non ti è piaciuto così tanto rispetto ad altre opere di questo filone? Lo chiedo perché l'ho visto ormai due anni fa e ce l'ho ancora in mente, un film indimenticabile, per me.


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