annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
    Rapina a Stoccolma

    Prodotto stramedio, privo di scivoloni degni di nota ma anche di qualsivoglia picco. Un Ikea movie, praticamente, funzionale e rassicurante per chi smuove i dvd nel cestone dell'ipermercato senza l'ambizione di porsi in un contesto di alto livello. Si esce dalla sala come dallo stadio dopo uno 0-0 senza sussulti: poteva andare peggio ma lo spettacolo non meritava comunque le migliori condizioni possibili di visione per lo spettatore. Una menzione per Noomi Rapace, incredibilmente inadeguata qualsiasi cosa faccia.
    Musica per i miei occhi. L'accostamento "film senza infamia e senza lode" = 0 a 0 calcistico credo sia uno dei migliori paragoni che abbia mai letto

    Commenta


    • Peggio di questo solo il film di Depp credo.

      Commenta


      • Ho rivisto Jurassic Park, film che non rivedevo da tantissimi anni (almeno una decina).
        Parto dalle cose negative: ci sono due scene che mostrano il fianco e sono invecchiate malissimo (il brachiosauro che mangia le foglie e la corsa dei dinopolli) e in quel momento, oggi, esci un pelo dal film.
        Per il resto è un filmone che unisce l'avventura, la commedia, il thriller e l'horror (davvero, non ricordavo questa deriva nel terzo atto) con la regia di Spielberg che non sbaglia un'inquadratura.

        Commenta


        • The Karate Kid di John Avildsen

          Feel good movie molto carino. E' ben ritmato e i dialoghi risultano molto naturali, gli attori non sono i bellocci standard di cui oggi siamo pieni, hanno chimica e ci credono. E c'è una colonna sonora accattivante che alterna hit anni '80 con degli ottimi temi originali. Certo la scrittura è piena di ingenuità e bianchi/neri (apprezzabile comunque il background militaresco dei sensei) , con anche personaggi (Kreese) cartooneschi ed impalusibili, ma gli si vuole bene comunque.


          The Karate Kid parte 2 di John Avildsen

          Piatto sequel che trascorre senza lasciare traccia. I difetti del primo (personaggi cartoonish ed implausibili) qui si ripresentano amplificati e manca la colonna sonora accattivante che esaltava il primo film. L'intreccio si trascina lento e ridondante e di karate se ne vede poco purtroppo. Le parti migliori, le uniche interessanti, sono gli allenamenti inventivi.


          Mi manca il terzo ma non so se e quando troverò la voglia.
          Detto questo, la serie tv "seguito" Cobra Kai è fantastica e la consiglio, ne parlerò nella sezione delle serie tv.
          Ultima modifica di Cooper96; 27 giugno 19, 17:34.
          Spoiler! Mostra

          Commenta


          • Rivisti su TV8 e li ho trovati molto datati rispetto a quel che ricordavo. Il primo uno può anche salvarlo, ma il secondo è piatto, ripetitivo nelle situazioni, gira a vuoto, la regia è ancora peggiore rispetto a quella del primo. L'ambientazione Giapponese è stata sfruttata male e Miyagi continua a sparare massime di vita abbastanza ridicole.

            Visto Vi Presento Joe Black, 3 ore lentissime di noia, eppure il film dopo 20 minuti stava ingranando con quel campo e controcampo in strada, ma tutto viene rovinato dalla messa in scena della morte di Brad Pitt veramente imbarazzante, sembra una pallina di ping pong sballottata qua e là al momento dell'incidente ed ho riso molto.
            In generale non so perché, la regia allunga i tempi nei campi e controcampi a dismisura, con un effetto comico involontario.
            Brad Pitt è un bambolotto impacciato, fuori parte ed imbarazzante per tutte le tre ore, vi giuro non si regge, lo scuso in parte per la regia e una direzione attori scadente ed un personaggio della morte scritto male, anche Hopkins risulta essere imbalsamato e mal diretto.
            Per il resto tre ore di nulla, cosa ha visto alla fine la morte della vita? Niente appunto.
            Se Bergman nel Settimo Sigillo aveva dato una raffigurazione della morte dubbiosa anche del suo lavoro, qua invece abbiamo una morte stile bambolotto impacciato che si aggira per le varie location del film e praticamente è il grado zero dell'intelligenza, che brutta fine.

            Commenta


            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
              Rivisti su TV8 e li ho trovati molto datati rispetto a quel che ricordavo. Il primo uno può anche salvarlo, ma il secondo è piatto, ripetitivo nelle situazioni, gira a vuoto, la regia è ancora peggiore rispetto a quella del primo. L'ambientazione Giapponese è stata sfruttata male e Miyagi continua a sparare massime di vita abbastanza ridicole.

              Visto Vi Presento Joe Black, 3 ore lentissime di noia, eppure il film dopo 20 minuti stava ingranando con quel campo e controcampo in strada, ma tutto viene rovinato dalla messa in scena della morte di Brad Pitt veramente imbarazzante, sembra una pallina di ping pong sballottata qua e là al momento dell'incidente ed ho riso molto.
              In generale non so perché, la regia allunga i tempi nei campi e controcampi a dismisura, con un effetto comico involontario.
              Brad Pitt è un bambolotto impacciato, fuori parte ed imbarazzante per tutte le tre ore, vi giuro non si regge, lo scuso in parte per la regia e una direzione attori scadente ed un personaggio della morte scritto male, anche Hopkins risulta essere imbalsamato e mal diretto.
              Per il resto tre ore di nulla, cosa ha visto alla fine la morte della vita? Niente appunto.
              Se Bergman nel Settimo Sigillo aveva dato una raffigurazione della morte dubbiosa anche del suo lavoro, qua invece abbiamo una morte stile bambolotto impacciato che si aggira per le varie location del film e praticamente è il grado zero dell'intelligenza, che brutta fine.
              Vi presento Joe Black non è un capolavoro, non ci passa nemmeno vicino, ma lo rivedo sempre con piacere. Il Pitt 'bambolotto' è parte voluta del film, credo. Infatti finché egli è vivo fa una parte normale, è consapevole di sé, resta colpito dalla ragazza conosciuta, entrambi diventano leggermente impacciati perché scocca qualcosa e finché vediamo che i due prendono le due strade opposte, Pitt regge la parte in maniera canonica. Lasciamo perdere l'incidente.
              Da questo punto in poi Pitt è l'incarnazione della morte. La morte non ha mai preso il corpo di un umano e si concede un periodo di tempo (la morte in vacanza) per vivere, apprendere e percepire i sentimenti di un mortale, tanto da rimanerne colpito fino all'irrazionale. Quindi vediamo il protagonista spaesato, strano, ingenuo e a volte imbranato, incapace di gestire la sua infinita esistenza, ma capace di esercitare un fascino nei confronti di una ragazza che letteralmente morirebbe per lui.
              che linterpretazione possa essere convincente o meno, che sia stata caricata più di quanto ci si aspettasse, credo sia materia di un dibattito basato sui gusti personali. Per me il film stranamente regge e il finale (morte e tasse) è la ciliegina sulla torta.

              Commenta


              • Stanotte sulla Rai (mi sembra su Rai 3) hanno trasmesso Popeye di Robert Altman. Ne ho visto solo un po' vista l'ora e l'imbarazzo. Pensavo fosse brutto, ma non così.


                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                Commenta


                • Gran Torino: finalmente sono riuscito a vedere questo film dopo tanto tempo, ne ero attirato ma per qualche motivo rimandavo sempre. L'altro giorno l'ho visto e...cavolo, Eastwood non ne sbaglia mai una.
                  Mi piace la sua regia, fredda, sempre asciutta, priva di fronzoli inutili, essenziale ma capace di trasmettere sempre grandi emozioni (è l'ennesimo film di Eastwood che alla fine mi fa scendere una lacrima).
                  Adoro la caratterizzazione dei personaggi, per me sempre molto importante perché da un personaggio ben delineato, che sia positivo o negativo, empatizzi, ne capisci il suo modo di ragionare, vivi il film anche attraverso i suoi occhi. Qui Clint Eastwood è Walt Kowalski (il cognome polacco più usato ad Hollywood) un ex soldato che ha combattutto la Guerra di Corea, e che trova naturale riferirsi alle popolazioni orientali come 'musi gialli'.
                  Walt è il classico americano dal comportamento grezzo e scostante, dalla lingua sgarbata, un uomo che dopo la morte della moglie ha tagliato quasi del tutto i ponti con i figli. Un uomo infine gravemente malato. Ma Walt è molto altro, è una persona che fino a quel momento ha perso il senso della sua esistenza. Cura il suo giardino e si fa i fatti suoi, non vuole interferenze esterne. Ma poi conosce una famiglia di etnia Hmong (di origini asiatiche) e qui comincia a comprendere che i 'musi gialli' hanno molto di più da dire e da donare e che non sanno solo imbracciare un fucile e andare a combattere, ma sanno regalargli il senso del dovere, della comprensione, del sacrificio nei confronti del prossimo.
                  Tralascio la mitica Ford Gran Torino del titolo, tralascio anche padre Janovich, probabilmente la molla che fa scattare in Walt il dovere di agire, e mi soffermo su Thao, il ragazzino maltrattato dalla gang di suo cugino, un ragazzino che vuole emergere dalla sua condizione lavorando sodo, grazie anche alla 'scuola di vita' che Walt, ormai un vero e proprio padre/nonno, gli impartisce.
                  Sarà infine Walt a commettere un sacrificio estremo per il bene di Thao e della sua onesta famiglia.
                  Bellissimo il contrasto con cui Eastwood passa dall'intolleranza al sacrificio, un film commovente che può insegnare davvero tanto (se qualcuno ha davvero voglia di ascoltare) cosa significhi immedesimarsi nel più debole, in chi ha bisogno di aiuto, di qualunque etnia sia appartenente. L'unica 'razza' è quella umana.




                  The Manchurian Candidate: film che ho recuperato giorni fa. C'è poco da dire, abbastanza deludente sotto ogni aspetto, dalla trama stiracchiata, ai personaggi tagliati con l'accetta, ad un film con tante star a mio avviso sprecate.
                  Non mi va nemmeno di raccontare la trama che a tratti risulta ridicola. Nonsense come se piovesse e una sensazione di noia mista ad una malsana curiosità di capire dove il film voglia andare a parare, rimanendo delusi di quanto visto.
                  Ultima modifica di Kadath; 29 giugno 19, 15:30.

                  Commenta


                  • Ho visto La mia vita con John F. Donovan e... a me sembra il solito Dolan, non meglio o peggio dei precedenti... forse più convenzionale, nella narrazione e nello stile... più commerciale (a un certo punto, quando entra in scena Micheal Gambon, mi sembrava di essere finito dentro uno di quei film che passano a Natale alle 4 del pomeriggio...), però c'è anche il Dolan che conosciamo... le canzoni pop di merda che si sposano malissimo con le immagini, le urla e gli strepiti (il melodramma caldissimo), la scena della farmacia di Magnolia rivisitata, le storie d'amore gay (la principale delle quali qui al limite dello scandalo: un amore epistolare tra un bambino di 10 anni e un attore televisivo senza talento... un'idea un po' balorda, a dire il vero). Però insomma, brutto brutto non è, i fan di Dolan credo lo apprezzeranno. Bene Natalie Portman, meno l'odiosetto bambino protagonista.
                    Ultima modifica di Fish_seeks_water; 30 giugno 19, 01:00.

                    Commenta


                    • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
                      odiosetto bambino protagonista.
                      "Odiosetto"??!! Ma se alla fine della proiezione noi si fantasticava sulle peggio morti, tipo un petardo acceso in bocca e la sua faccia che esplode al ralenti!!!!

                      Commenta


                      • La mia vita con John F. Donovan

                        Se si giudicasse questo film attraverso una visione d’insieme si farebbe molta fatica a esprimere qualsivoglia valutazione: un Frankenstein di cui si vedono le cuciture che frana a terra nel momento in cui gli viene chiesto di camminare, ovvero quando viene rivelato il rapporto epistolare tra l’attore e il ragazzino. Il che è paradossale perché se l’opera nel suo complesso non arriva a toccare le corde più profonde dello spettatore, lo fanno invece quei singoli momenti di grande intensità di cui vive il film, soprattutto quelli che vedono protagonista il personaggio interpretato da un grande Kit Harington. È lì che il Cinema di Dolan si annida, che si tratti di cene di famiglia isteriche o degli attimi in cui si palesa la fragilità dello sfortunato attore, persino le catarsi tra madri e figli (per chi non abbia in antipatia il ragazzino, si capisce). Momenti di puro lirismo sublimato dai “soliti” primissimi piani che mettono a nudo le emozioni dei protagonisti. Epperò il cinema viscerale di Dolan vive nel momento il cui non dà tregua dall’inizio alla fine anziché circoscriversi, elevarsi, azzerarsi e poi ripartire, frammentandosi in tanti piccoli microcosmi che insieme purtroppo non costituiscono un’unità. Ma sappiamo che la colpa è della post-produzione, sia mai che in futuro Dolan ci restituisca un prodotto definitivo anziché una bozza di cui si possono ammirare solo dei singoli paragrafi.

                        Commenta


                        • La parte degli angeli, di Ken Loach, film semi-sconosciuto in Italia, ma premiato dalla giuria di Cannes nel 2012, recuperato per curiosità. La trama è abbastanza semplice: Robbie,un ragazzo di Glasgow dall'estrazione sociale disagiata, con precedenti per rissa e consumo di stupefacenti, viene condannato dal giudice, insieme ad altri ragazzi, ai lavori socialmente utili, condanna resa meno grave dal fatto che egli aspetta un figlio dalla compagna. Il padre di lei lo 'invita' poco gentilmente a sparire dalla circolazione, arriva addirittura ad offrirgli una somma di denaro perché cambi città e non si curi più di sua figlia e del nascituro.
                          Il coordinatore ai lavori sociali prende a cuore il caso di Robbie, lo aiuta come può, finché in una gita ad una distilleria di Whisky Robbie scopre di avere grandi doti da degustatore, e scopre un mondo finora a lui sconosciuto. Quando apprende che in una distilleria sta per essere battuto all'asta un whisky di grandissimo valore, decide di fare il colpo della vita, aiutato dagli altri ragazzi dei servizi sociali che lo accompagneranno nel furto, che se messo a segno spalancherebbe a Robbie le porte dell'indipendenza finanziaria e di una chance di vivere in pace con la sua amata e con il suo pargolo.
                          Curiosità: il titolo si riferisce alla percentuale di whisky che evapora dalle botti durante la sua maturazione.

                          Sinceramente mi aspettavo di più da questo film, che parte con un piglio interessante, come interessante potrebbe essere il prosieguo della trama. Un po' Trainspotting, un po' un Heist movie, La parte degli angeli risulta un film dalla morale tronca, dal riscatto incompleto: Per sfuggire dal contesto sociale difficile e perseguire il sogno di una vita tranquilla e legale, Robbie decide di compiere un atto illegale. Se ne può capire la necessità, ma la morale dov'è? Il titolo stesso sembra suggerire una possibilità di redenzione, la parte buona di noi che emerge e che si batte per una vita migliore. Ma a che prezzo? Non c'è nulla di eroico in quello che fa, seppure Robbie appaia alla fine come un eroe contemporaneo, o almeno il regista lo dipinga come tale.

                          Commenta


                          • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
                            La mia vita con John F. Donovan

                            Se si giudicasse questo film attraverso una visione d’insieme si farebbe molta fatica a esprimere qualsivoglia valutazione: un Frankenstein di cui si vedono le cuciture che frana a terra nel momento in cui gli viene chiesto di camminare, ovvero quando viene rivelato il rapporto epistolare tra l’attore e il ragazzino. Il che è paradossale perché se l’opera nel suo complesso non arriva a toccare le corde più profonde dello spettatore, lo fanno invece quei singoli momenti di grande intensità di cui vive il film, soprattutto quelli che vedono protagonista il personaggio interpretato da un grande Kit Harington. È lì che il Cinema di Dolan si annida, che si tratti di cene di famiglia isteriche o degli attimi in cui si palesa la fragilità dello sfortunato attore, persino le catarsi tra madri e figli (per chi non abbia in antipatia il ragazzino, si capisce). Momenti di puro lirismo sublimato dai “soliti” primissimi piani che mettono a nudo le emozioni dei protagonisti. Epperò il cinema viscerale di Dolan vive nel momento il cui non dà tregua dall’inizio alla fine anziché circoscriversi, elevarsi, azzerarsi e poi ripartire, frammentandosi in tanti piccoli microcosmi che insieme purtroppo non costituiscono un’unità. Ma sappiamo che la colpa è della post-produzione, sia mai che in futuro Dolan ci restituisca un prodotto definitivo anziché una bozza di cui si possono ammirare solo dei singoli paragrafi.
                            ottimo commento che condivido

                            In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

                            Commenta


                            • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
                              La mia vita con John F. Donovan

                              Se si giudicasse questo film attraverso una visione d’insieme si farebbe molta fatica a esprimere qualsivoglia valutazione: un Frankenstein di cui si vedono le cuciture che frana a terra nel momento in cui gli viene chiesto di camminare, ovvero quando viene rivelato il rapporto epistolare tra l’attore e il ragazzino.
                              Io invece ho apprezzato che certi snodi (come appunto quello della scoperta del loro carteggio: dal trailer temevo che ci si concentrasse troppo sull'imbarazzante caso mediatico) siano stati lasciati irrisolti, anzi è probabile che dati i problemi al montaggio per Dolan una maggior ambiguità fosse l'unica buona opzione. Come se le due esistenze, di John e di quello schitto di Satana che l'adora, procedessero parallele in una sorta di What If dai bordi sfrangiati, o meglio un monito che riguarda sentimenti che in un caso restano inespressi mandando a male la vita di Donovan, nell'altro ci si viene a patti, e il dolore resta ma è condiviso. E nella polpa profonda delle due vulnerabilità ci stanno conficcate come capitelli le madri, e penso che l'intuizione che riesce nonostante tutto a compattare il film siano i due primi piani su Portman e Sarandon, lunghissimi e intensi (espediente già utilizzato da Dolan, mi pare), una che, dietro al sorriso che si spegne, esprime perplessità sul carattere in divenire del piccolo Rupert (mentre questi urla davanti alla tv come sull'orlo di un attacco di epilessia), l'altra che, seduta in bagno mentre i figli cantano, tracima rimpianto come avvertisse la catastrofe in arrivo. Una guarda verso sinistra, l'altra verso destra, una posta all'inizio e una alla fine del film, e la Sarandon con quegli occhi aperti un poco sporgenti e lancinanti sembra che glielo raccomandi alla giovane, da quell'altra dimensione: stagli vicino ma lascialo libero. Per il resto troppa roba farlocca, tipo la giornalista Thandie Newton, atroce, e i momenti che i fan definiscono lirici io li considero giocare con la mia pazienza, però non annoia. E c'è Susan Sarandon.

                              Commenta


                              • Originariamente inviato da Bone Machine Visualizza il messaggio

                                Io invece ho apprezzato che certi snodi (come appunto quello della scoperta del loro carteggio: dal trailer temevo che ci si concentrasse troppo sull'imbarazzante caso mediatico) siano stati lasciati irrisolti, anzi è probabile che dati i problemi al montaggio per Dolan una maggior ambiguità fosse l'unica buona opzione. Come se le due esistenze, di John e di quello schitto di Satana che l'adora, procedessero parallele in una sorta di What If dai bordi sfrangiati, o meglio un monito che riguarda sentimenti che in un caso restano inespressi mandando a male la vita di Donovan, nell'altro ci si viene a patti, e il dolore resta ma è condiviso. E nella polpa profonda delle due vulnerabilità ci stanno conficcate come capitelli le madri, e penso che l'intuizione che riesce nonostante tutto a compattare il film siano i due primi piani su Portman e Sarandon, lunghissimi e intensi (espediente già utilizzato da Dolan, mi pare), una che, dietro al sorriso che si spegne, esprime perplessità sul carattere in divenire del piccolo Rupert (mentre questi urla davanti alla tv come sull'orlo di un attacco di epilessia), l'altra che, seduta in bagno mentre i figli cantano, tracima rimpianto come avvertisse la catastrofe in arrivo. Una guarda verso sinistra, l'altra verso destra, una posta all'inizio e una alla fine del film, e la Sarandon con quegli occhi aperti un poco sporgenti e lancinanti sembra che glielo raccomandi alla giovane, da quell'altra dimensione: stagli vicino ma lascialo libero. Per il resto troppa roba farlocca, tipo la giornalista Thandie Newton, atroce, e i momenti che i fan definiscono lirici io li considero giocare con la mia pazienza, però non annoia. E c'è Susan Sarandon.
                                Lettura interessante sulle due attrici. Io l'ho visto giorni fa temendo il peggio, e non è girato così male dopo tutto, ma paradossalmente gli manca anche quella grandiosità epica che hanno certi film fallimentari. I problemi narrativi si scorgono tutti, a partire dalla cornice narrativa, con attori costretti a personaggi davvero disgraziati - povera Thandie Newton - e in fin dei conti dice cose davvero tremendamente banali sui lati negativi del successo. C'è qualche bel momento, ma in tutta onestà le due parti faticano a collimare - e non oso immaginare se ci fosse stata anche l'intera ora della Chastain: ma il film da proprio la sensazione di essere tagliato male - e alla fine risulta un film insipido, con tutte le cose che ti aspetti da Dolan ma che sembra abbia fato un suo emulo da 4 soldi. Ah pure io mi accodo a quanti hanno detestato il bambino, durante la visione mi sono venuti dei pensieri che il telefono Azzurro avrebbe richiesto il mio arresto preventivo.

                                La vera domanda a questo punto è se Dolan sia ancora da considerare un regista da portare in palmo di mano, oppure se si è bruciato definitivamente, vista anche l'accoglienza non proprio esaltante del suo ultimo a Cannes. Il timore è che sembra non abbia già più nulla da dire: solo un momento di crisi oppure è stato un fuoco (di paglia) che è bruciato con troppo ardore?

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X