annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
    Beh, il termine commedia all'italiana lo si è coniata a partire proprio dal film di Germi, ma secondo me è sbagliato indicarlo come capostipite di un movimento cinematografico. Basti pensare che il film di Germi è uscito nelle sale nel 1961, assieme a Il federale, Una vita difficile, L'onorata società, A cavallo della tigre, Leoni al sole, I due marescialli e La ragazza con la valigia. A livello produttivo quindi la spinta c'era già stata.
    caro Gidan 89

    questa è una questione annosa e controversa, e la mia opinione in merito non è sicuramente quella più diffusa. Nota bene però che io ho usato il termine "padre" tra virgolette, quindi non intendo il capostipite in senso assoluto ma il primo che ne ha definito e consolidato i canoni in maniera compiuta, perentoria e con altissimi risultati artistici.
    Non va dimenticato che il 1961 è l’anno della definiva affermazione della commedia come genere preferito dal pubblico italiano, e ciò avvenne proprio grazie all'enorme successo del capolavoro di Germi. Questo film è stato il primo che consapevolmente fissò e riassunse magistralmente le caratteristiche base della "Commedia all'italiana": corrosiva satira di costume, spietata critica degli aspetti più deteriori di una società ancora in bilico tra arcaici retaggi del passato e una modernità ancora da metabolizzare, feroce connotazione dei personaggi come campioni di vizi nazionali (cinismo, egoismo, opportunismo, maschilismo, radicati pregiudizi, acquiescenza alle storture sociali e un machiavellismo spinto fino all’attitudine criminale).
    Non a caso questo tipo di commedia nostrana fu definita "all'italiana", prendendo pari pari la definizione dal titolo del film di Germi.
    Film che ebbe anche una notevole influenza sui costumi e sulla società (mi riferisco all'antiquata legislazione concernente il delitto "d’onore" che costituì il bersaglio polemico della pellicola).

    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


    Votazione Registi: link

    Commenta


    • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

      caro Gidan 89

      questa è una questione annosa e controversa, e la mia opinione in merito non è sicuramente quella più diffusa. Nota bene però che io ho usato il termine "padre" tra virgolette, quindi non intendo il capostipite in senso assoluto ma il primo che ne ha definito e consolidato i canoni in maniera compiuta, perentoria e con altissimi risultati artistici.
      Non va dimenticato che il 1961 è l’anno della definiva affermazione della commedia come genere preferito dal pubblico italiano, e ciò avvenne proprio grazie all'enorme successo del capolavoro di Germi. Questo film è stato il primo che consapevolmente fissò e riassunse magistralmente le caratteristiche base della "Commedia all'italiana": corrosiva satira di costume, spietata critica degli aspetti più deteriori di una società ancora in bilico tra arcaici retaggi del passato e una modernità ancora da metabolizzare, feroce connotazione dei personaggi come campioni di vizi nazionali (cinismo, egoismo, opportunismo, maschilismo, radicati pregiudizi, acquiescenza alle storture sociali e un machiavellismo spinto fino all’attitudine criminale).
      Non a caso questo tipo di commedia nostrana fu definita "all'italiana", prendendo pari pari la definizione dal titolo del film di Germi.
      Film che ebbe anche una notevole influenza sui costumi e sulla società (mi riferisco all'antiquata legislazione concernente il delitto "d’onore" che costituì il bersaglio polemico della pellicola).
      Tutto giusto, l'importanza del film di Germi è incriticabile, anche se, per quanto mi riguarda - ed è una valutazione puramente soggettiva - non lo metto tra i massimi capolavori del filone. Per me Divorzio all'italiana è un grandissimo film, ma ad esempio gli preferisco sia I soliti ignoti che Tutti a casa di Comencini. Ecco, questi due film sono usciti rispettivamente nel 1958 e nel 1960. Entrambi sono molto legati alla parentesi neorealista, ma sono già pienamente ascrivibili al genere della commedia all'italiana. Diciamo che la storia del cinema italiano individua addirittura Guardie e ladri (1951) come antesignano del filone, cosa vera anche se poi il film di Monicelli non riuscì a creare una vera e propria rivoluzione produttiva, cosa che poi avverrà sia con I soliti ignoti che col successivo La grande guerra, che personalmente non amo molto ma che indubbiamente - forte anche della vittoria a Venezia - diede una grande statura culturale alla commedia. Monicelli ha tracciato la via, tra grandi successi di critica e grandi successi commerciali. Gli altri poi sono stati abilissimi a seguirne le orme, con risultati stratosferici. Con la commedia all'italiana i registi e gli sceneggiatori dell'epoca riuscirono a trovare il mezzo migliore per raccontare l'Italia, era proprio una cosa nelle nostre corde.Per me comunque il massimo esponente del genere è Il sorpasso, un capolavoro da dieci e lode.
      https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

      Commenta


      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

        Tutto giusto, l'importanza del film di Germi è incriticabile, anche se, per quanto mi riguarda - ed è una valutazione puramente soggettiva - non lo metto tra i massimi capolavori del filone. Per me Divorzio all'italiana è un grandissimo film, ma ad esempio gli preferisco sia I soliti ignoti che Tutti a casa di Comencini. Ecco, questi due film sono usciti rispettivamente nel 1958 e nel 1960. Entrambi sono molto legati alla parentesi neorealista, ma sono già pienamente ascrivibili al genere della commedia all'italiana. Diciamo che la storia del cinema italiano individua addirittura Guardie e ladri (1951) come antesignano del filone, cosa vera anche se poi il film di Monicelli non riuscì a creare una vera e propria rivoluzione produttiva, cosa che poi avverrà sia con I soliti ignoti che col successivo La grande guerra, che personalmente non amo molto ma che indubbiamente - forte anche della vittoria a Venezia - diede una grande statura culturale alla commedia. Monicelli ha tracciato la via, tra grandi successi di critica e grandi successi commerciali. Gli altri poi sono stati abilissimi a seguirne le orme, con risultati stratosferici. Con la commedia all'italiana i registi e gli sceneggiatori dell'epoca riuscirono a trovare il mezzo migliore per raccontare l'Italia, era proprio una cosa nelle nostre corde.Per me comunque il massimo esponente del genere è Il sorpasso, un capolavoro da dieci e lode.
        Diciamo che Germi in questa trilogia paga relativamente lo scotto di una messa in scena volutamente grottesca e caricaturale che, seppur realistica, a livello di valore storico può risultare un ad un passo indietro in un ipotetico podio, rispetto a commedie che, appunto, introducevano elementi farseschi in ambienti neorealistici (e che, anzi, trovavano il loro elemento farsesco proprio dal vedere personaggi italici "bassi" confrontarsi con situazioni al di sopra delle possibilità...la retorica del soldato eroe ne "la grande guerra" e in "tutti a casa", o il contrasto tra il gruppo di sbandati de "i soliti ignoti" col noir francese).
        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
        Spoiler! Mostra

        Commenta


        • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
          Per me comunque il massimo esponente del genere è Il sorpasso, un capolavoro da dieci e lode.
          e su questo sono assolutamente d'accordo, nessun dubbio al riguardo. Il sorpasso di Risi è la vetta assoluta di quel genere ed è forse il film che, meglio di ogni altro, rappresenta, identifica, cattura e ci restituisce lo spirito di quei tempi, meglio di qualsiasi documentario o servizio giornalistico. Mi sembra di capire che tu sei più "del partito" di Monicelli , invece io sono più di quello di Germi o di Scola. Per quanto sia molto riduttivo (e sbagliato) limitare Germi alla sola commedia.

          A parer mio a Monicelli si deve la chiusura del periodo d'oro della "Commedia all'italiana" con Un borghese piccolo piccolo. Altro capolavoro, ovviamente.

          "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


          Votazione Registi: link

          Commenta


          • L'unico difetto di Scola era la tendenza al bozzettismo...difatti i suoi film migliori trattavano o grossi archi di tempo (La famiglia, C'eravamo tanto amati) o pochissimi personaggi (Una giornata particolare).
            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
            Spoiler! Mostra

            Commenta


            • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
              L'unico difetto di Scola era la tendenza al bozzettismo...difatti i suoi film migliori trattavano o grossi archi di tempo (La famiglia, C'eravamo tanto amati) o pochissimi personaggi (Una giornata particolare).
              però i suoi film migliori sono pietre miliari, valgono da soli un'intera carriera.
              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


              Votazione Registi: link

              Commenta


              • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

                che col successivo La grande guerra, che personalmente non amo molto ma che indubbiamente - forte anche della vittoria a Venezia - diede una grande statura culturale alla commedia.
                Posso chiedere come mai, a livello soggettivo, non ti è piaciuto così tanto rispetto ad altre opere di questo filone? Lo chiedo perché l'ho visto ormai due anni fa e ce l'ho ancora in mente, un film indimenticabile, per me.


                Commenta


                • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio

                  Posso chiedere come mai, a livello soggettivo, non ti è piaciuto così tanto rispetto ad altre opere di questo filone? Lo chiedo perché l'ho visto ormai due anni fa e ce l'ho ancora in mente, un film indimenticabile, per me.

                  Nel corso dell'ultimo anno questi film della commedia all'italiana li ho visti e rivisti praticamente di fila, e con La grande guerra mi sono annoiato. Tra tutti i film del periodo, è stato l'unico che ho dovuto vedere con particolare occhio critico, pensando al contesto storico etc etc. Non ne nego l'importanza, ma l'ho trovato più costruito, meno sentito di altri. Tutti a casa ad esempio è uscito neanche un anno dopo e mi ha coinvolto molto, facendomi anche commuovere sul finale. La cosa impressionante di questi film è proprio questa: il saper essere scorrevoli, coinvolgenti, freschi anche a distanza di così tanti anni. Il sorpasso ad esempio, ma anche film come Straziami ma di baci saziami o Lo scopone scientifico sono scritti in modo talmente cristallino che danno parecchie piste, proprio come ritmo, a quasi tutte le commedie - italiane e non - che escono oggi.
                  UomoCheRide probabilmente su Germi è come dici tu.
                  David.Bowman guarda, mi mancano ancora tanti film della commedia all'italiana, e per adesso mi piace tutto. Se proprio devo dirti un nome che tendenzialmente mi piace di più, ti dico Dino Risi. Lo trovo di una precisione artistica incredibile. I suoi film non hanno tempi morti, scorrono che è un piacere e gli attori sono quasi sempre fenomenali (ma questo accade in quasi tutti i film di quel ventennio eccezionale). Monicelli ha delle vette altissime ma non sempre mi fa impazzire. Ah, una menzione particolare la devo fare per Nino Manfredi. Si parla di un periodo storico dove abbiamo raggiunto il massimo livello della recitazione cinematografica mondiale, ed erano tutti dei fuoriclasse mostruosi, ma l'interpretazione di Manfredi in Pane e cioccolata è miracolosa. Però qui si va veramente a gusti, perché dove caschi caschi, caschi benissimo. Il Sordi de Un borghese piccolo piccolo e di Detenuto in attesa di giudizio sono un altro tassello imprescindibile. Interpretazioni da rivedere con devozione religiosa.
                  https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                  "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                  Commenta


                  • Che grande regista era Germi, uno dei miei preferiti in assoluto tra gli italiani (e non solo). Per molto tempo è stato sottostimato, negli ultimi anni è stato rivalutato come merita. Limitante cmq considerarlo solo per la commedia, direi che il suo apporto è stato cruciale per sfrondare il nostro cinema dalla dicotomia neoralismo/commedia, nella sua filmografia si trovano molti elementi di cinema di genere puro, dal western al noir, dal giallo al melodramma. Billy Wilder era un suo grandissimo estimatore, a ragione.

                    Commenta


                    • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                      Che grande regista era Germi, uno dei miei preferiti in assoluto tra gli italiani (e non solo). Per molto tempo è stato sottostimato, negli ultimi anni è stato rivalutato come merita. Limitante cmq considerarlo solo per la commedia, direi che il suo apporto è stato cruciale per sfrondare il nostro cinema dalla dicotomia neoralismo/commedia, nella sua filmografia si trovano molti elementi di cinema di genere puro, dal western al noir, dal giallo al melodramma. Billy Wilder era un suo grandissimo estimatore, a ragione.
                      quoto totalmente!

                      E giusto per completare (e chiarire meglio) quanto ho detto nei post precedenti:

                      Ovviamente Germi non inventò la commedia all'italiana, fu soltanto l'autore che seppe magistralmente coagulare, in forma matura ed artisticamente compiuta, una serie di fermenti già presenti nel cinema italiano dell'epoca e lentamente sviluppatisi nel dopoguerra e nell'arco degli anni '50, tanto che molti critici cominciarono poi ad arzigogolare sull'inizio "ufficiale" della commedia all'italiana, individuandone ne "I soliti ignoti" il "vero" film di origine. Ma, per quella che è la mia idea e la mia conoscenza di quel periodo storico, sociale ed artistico, fu il capolavoro di Germi a porsi (e diventare consapevolmente) il modello e il punto di riferimento per una tipologia di commedia di costume caratterizzata da acri accenti satirici nei confronti dei vizi nazionali, e da una particolare capacità di coniugare umorismo e critica sociale, ironia ed impegno civile.

                      Tra i diversi precursori (che denotarono un evidente segno della maturazione che poi caratterizzerà il genere qualche anno dopo) ci sono i film che affrontano argomenti tragici con gli strumenti della commedia, come appunto "La grande guerra" di Mario Monicelli e "Tutti a casa" di Luigi Comencini.Dopo numerose pellicole celebrative e di modesto spessore sull'argomento bellico, questi due film ebbero il coraggio di operare una rilettura critica dei massacri di poveri proletari e della profonda ingiustizia della guerra come concetto (rimuovendo molti tabù patriottardi oltre che numerose resistenze censorie).In entrambi rifulge il talento di Sordi nel conciliare comicità, riflessione e dramma ma anch'io preferisco il film di Comencini a quello di Monicelli.

                      Nella forma di un grande racconto corale, questa perfetta fusione tra commedia e neorealismo, i cui toni oscillano costantemente tra il comico e il tragico, il farsesco e il malinconico, è il capolavoro assoluto della carriera di Comencini, uno straordinario ritratto di uno dei periodi storici più dolorosi e complessi del nostro paese. Sotto forma di viaggio simbolico di quattro sbandati attraverso la guerra, la crisi morale e la confusione ideologica di una nazione ormai in ginocchio, stremata dalla fame, dai lutti, dalla paura e dalle privazioni di un conflitto imposto dalla follia di pochi a danno di un popolo impreparato, generalmente pavido e poco incline alle gesta militari, questa splendida pellicola dell'autore lombardo, da lui anche scritta insieme ad Age & Scarpelli e Marcello Fondato, è essenzialmente un film sulla scelta, sulla crisi e sul caos che nel giro di pochi mesi stravolse l'Italia e gli italiani, dalla caduta di Mussolini all'avvento di Badoglio, dall'armistizio che trasformò rapidamente i nemici in amici e viceversa alle tante guerre che esplosero contemporaneamente sul nostro territorio già martoriato: quella tra alleati e tedeschi, quella civile tra fascisti e antifascisti, quella tra l'invasore nazista e gran parte della popolazione spesso inerme. Sempre lucida nella narrazione e avvincente nell'incedere degli eventi con la sua altalena tra ridicolo e poetico, umanità e cinismo, è un'opera ben più sottile di quanto potrebbe apparire ad una visione superficiale. Andrebbe obbligatoriamente mostrato ai più giovani, anche solo per scopo didattico e memoria storica, per capire che la libertà che oggi tutti diamo per scontato è figlia di lacrime, sudore e sangue che i nostri progenitori hanno dovuto versare, pagando a carissimo prezzo l'ingenua credulità.

                      Voglio sottolineare che la felicità espressiva e la spinta creativa che investirono il nostro intero cinema in quel periodo, produssero non solo film eccezionali, ma aiutarono il pubblico a riflettere su aspetti della storia (ma anche della cronaca, del costume e della società in genere), senza pesantezze seriose, ma con gli strumenti ad esso più graditi della satira e del divertimento (che peraltro, nella commedia "all'italiana", non è quello precipuamente incline all'evasione delle commedie "all'americana", e questa è una differenza sostanziale tra le due).

                      E infine, come ultima annotazione, voglio anche ricordare come il 1960 fu l'anno di svolta del cinema italiano (e dell'intera società) con la clamorosa affermazione del capolavoro epocale di Fellini "La dolce vita", autentico spartiacque tra due periodi storici diversissimi, quello dell'Italia del dopoguerra, della miseria e della speranza, e quello del boom economico e del raggiunto benessere. E non a caso nello stesso anno, a indicare la vitalità, la maturità e la ricchezza del nostro cinema di quell'epoca irripetibile, uscirono (al di là delle commedie) numerosi altri grandi film d'autore come "Rocco e i suoi fratelli" di Visconti, "L'avventura" di Antonioni, "La ciociara" di De Sica, "Adua e le compagne" di Pietrangeli, "Kapò" di Pontecorvo, "Il bell'Antonio" di Bolognini, "Lettere di una novizia" di Lattuada, "La lunga notte del '43" di Vancini, il "Tutti a casa" già citato, ma anche "La maschera del demonio" di Bava (confermando la propensione per i "generi" del nostro cinema, manifestatasi a partire dal 1958 con il Peplum e poi esplosa con risultati clamorosi per tutti gli anni '60 e '70).
                      "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                      Votazione Registi: link

                      Commenta


                      • Che bel post questo poco sopra, anche se viene il rammarico a ripensare a un anno fecondo dal punto di vista artistico come il 1960, con tutti quei grandi film usciti nel giro di un anno, in confronto ad oggi.
                        Ma bando alla nostalgia: molto interessante e giusta la notazione sul fatto che in quegli anni si iniziò anche grazie al cinema a ripensare criticamente il nostro passato nazionale, specialmente quello che era accaduto vent'anni prima in quell'immane tragedia. Ovviamente mi mangio le mani visto che colpevolmente Tutti a casa non l'ho ancora visto, mannaggia a me!

                        Comunque Gidan, capisco forse questa sensazione di costruito per La grande guerra, perché è notevole come Monicelli, Vincenzoni ed Age&Scarpelli siano riusciti a inserire gran parte di ciò che caratterizza il primo conflitto mondiale dal punto di vista italiano, c'è proprio tutto (la partenza, le esperienze dei soldati al fronte, il fronte interno, ecc.), quasi fosse uscita un'opera didattica!
                        E, da appassionato pure di storia, ho apprezzato molto trovare appunto nel film tante cose di cui la storiografia non s'era ancora resa conto o aveva riflettuto (e ci sarebbero voluti ancora una decina d'anni, penso).

                        Commenta


                        • È da tempo che non recensisco un film, forse l'ultima volta è stata con Roma di Cuaron, ma l'altro giorno ho visto un bel film è mi è venuta voglia di parlarne, anche perché credo sia passato un pò in sordina...
                          (mi scuso per il commento over-size)

                          Tramonto di L.Nemes

                          Screenshot_2019-05-28-01-31-43-1.png

                          L’ultimo film di Laszlo Nemes è ambientato negli anni ’10 alla vigilia della Prima Guerra Mondiale nell’Europa dell’Est, la trama, in breve, vede protagonista Irisz, una giovane ragazza che torna nella sua città natale a Budapest per lavorare come modista nella cappelleria proprietà un tempo dei suoi genitori, defunti in un tremendo incendio del negozio stesso. Sul posto Irisz dovrà scontrarsi con un oscuro presente e con i demoni di un passato irrisolto ma soprattutto mettersi sulle tracce di suo fratello dato per scomparso.

                          Oggi il cinema storico politico si trova di fronte a due strade possibili: o tradurre sullo schermo quanto scritto su documenti e libri storici con un taglio che diremo quasi accademico, o invece (re)interpretare i processi storici come spazi narrativi, in certi casi spiccatamente allegorici, messinscene di una forza oscura e ingovernabile che spesso si fa monito di un divenire profetico.
                          Nemes con il suo Tramonto sceglie questa seconda via, nel suo 1913 c’è un mondo spaccato in due: da un lato il potere dell’aristocrazia chiusa tra le mura dei suoi lussuosi palazzi dove sfarzosi abiti e cappelli sembrano celare azioni ben più losche; dall’altro i quartieri periferici malfamati dove ribollono moti rivoluzionari pronti a dare uno scossone allo status quo. La cappelleria di famiglia di Irisz Leiter non è altro che il simbolo di quel primo schieramento, emblema della sua bellezza apparente tanto quanto lo è della sua morale decadente , ma oltre questo la cappelleria Leiter è anche il centro nevralgico che attira a se le due fazioni divenendo la perfetta arena di uno scontro inevitabile.
                          Questo è quanto accade sullo sfondo, è l’ambiente in cui si muove Irisz, la nostra eroina, al centro di tutto ancora il tema della ricerca (come ne “Il figlio si Saul”), la ricerca della sua famiglia, suo fratello scomparso presunto responsabile di un crimine, e delle sue radici, radici che come un cancro si sono espanse in entrambe le direzioni, una bidirezionalità che va verso l’alto e verso il basso di quel tessuto sociale in conflitto.
                          La bidirezionalità la ricollegherei al tema del doppio che il film sembra richiamare più di una volta al suo interno: c'è questo momento bellissimo in cui improvvisamente con una scelta di montaggio ben precisa, un campo-controcampo, un viso riflesso su di uno specchio, la protagonista si sdoppia nella medesima stanza, appare da quel momento chiaro la duplice natura del personaggio di Irisz, racchiusa in un ambivalenza sgomitante, da un lato una protagonista attiva che agisce (devo ritrovare mio fratello), la sua presenza sembra mettere in moto gli eventi, Irisz è un’ energia che viene dal passato con l’intento di prendere per i capelli il presente e tirarlo prepotentemente accelerando i tempi verso un futuro incombente; dall’altro però anche una protagonista passiva, le cui azioni sembrano più delle reazioni all’ambiente esterno che la rimbalza da un contesto all’altro senza fornire risposte troppo esaustive. Appurata questa condizione di passività il regista pone lo spettatore di fronte al primo vero cortocircuito del film, a balenare improvvisamente è l’impressione che forse la trama principale sia nella realtà dei fatti solo un mero pretesto, forse il personaggio di Irisz e la sua vicenda di ricerca non sono i veri protagonisti del film, ma bensì quello sfondo sfuocato e fagocitante in cui lei brancola, forse è proprio quell’ambiente socio politico pronto ad implodere di cui si parlava prima ad essere il primo attore sulla scena, e quindi allo stesso tempo è l’umanità tutta al cospetto del caos della storia ad essere la vera protagonista.
                          Irisz non va però sottostimata a fronte di questa presa di coscienza, lei è comunque un elemento fondamentale nel disegno globale: è l’ago della bilancia e il tramite (inconsapevole) dei due mondi in opposizione (popolo e aristocrazia), ma non di meno, lei è il tramite tra noi spettatori/uomini e quella forza trascendentale e inafferrabile che è il caos storico, di cui è costante osservatrice. Irisz siamo noi oggi, Irisz è il cittadino del terzo millennio che vive in balia degli eventi, si lascia trasportare da essi senza troppa resistenza, con perenne stupore rassegnato, in attesa di un prossimo cambiamento inevitabile che potrebbe avere conseguenze drammaticamente irreversibili.
                          Nemes con Tramonto inscena tutto questo, il tramonto appunto di un epoca, l’ancien régime dell’Impero austro-ungarico, che va di paripasso con il crollo di ogni nostra certezza al cospetto della storia, la barca dell’utopia che annega con le sue belle speranze in un mare nero di confusione e imprevedibilità.
                          La regia è quanto di più funzionale si possa credere nell’assecondare tali meccanismi, servendosi di una sceneggiatura ricamata come un mystery atipico, più imparentato con i labirinti senza uscita e privi di soluzione Kafkiani che con le tipiche strutture di indagine della letteratura gialla, trova perfetta espressione nel linguaggio audiovisivo attraverso la semi-soggettiva, con primi e primissimi piani sul volto di una magnetica Juli Jakab (bellissima, la versione ungherese di Cara Delevingne), piani sequenza e long take.
                          La semi-soggettiva è propedeutica al fatto che Irisz è totale osservatrice del dipanarsi della Storia, è il nostro occhio su quel mondo, la camera è sempre a fuoco sul suo viso e il suo corpo mentre sfuoca l’ambiente circostante, Irisz incontra persone dai contorni indistinti, più delle ombre o presenze oniriche che persone vere e proprie, ma la camera fa di più, sfuma intere scenografie in cui Irisz si aggira stordita, deforma la realtà e tratta tutti gli elementi di contorno sacrificandoli in termini ottici al pari di percezioni allucinatorie. A fronte di questa deflagrazione visiva, il lavoro compiuto sul fuori fuoco in secondo luogo alimenta una tensione narrativa che diventa sempre più sinuosa e ansiogena. Queste scelte stilistiche sono pienamente motivate dal fatto che la regia oltre voler assumere interamente il punto di vista della sua protagonista ci tiene a sottolineare ed esplicitare concretamente tutto il discorso mosso precedentemente intorno alla “confusione” propria di quel demiurgo chiamato Storia, il gran detentore del caos politico e sociale.
                          In questo, non meno del comparto visivo, ad essere perfettamente funzionale è il lavoro svolto sul suono, un fuoricampo vivo brulicante di voci, rumori, persone, movimenti e dove grida e spari designano improvvise esplosioni di violenza a sottendere un annichilimento incombente.
                          Nei fatti l’incedere del film si traduce dunque in un continuo e asfissiante pedinamento ad altezza d’uomo camera a mano totalmente centrato sulla sua protagonista posta all’interno di una dimensione disorientante, l’mdp non si stacca mai da lei, sta appollaiata sulla sua spalla ad ogni suo spostamento, dipende da lei, non esistono campi lunghi, panormaiche, la regia è inerme e incapace di raccontare la storia senza la sua protagonista, emblematica una scena in cui la camera è posta in prossimità di una fermata pubblica, l’inquadratura è immobile, fissa, e rimane tale fino al momento in cui non arriva un treno e Irisz fa nuovamente il suo ingresso scena, solo allora la macchina da presa abbandona finalmente la sua staticità e si rimette in marcia al passo di lei.
                          La geografia della città è totalmente reinventata come fossimo in una bunueliana dimensione onirica, dove Budapest è grande quanto un paese di provincia e dove, nonostante l’ingombrante presenza ravvicinata della protagonista al centro dell’immagine e il fuori fuoco sull’ambiente circostante, il lavoro compiuto sulla dimensione spaziale, la geometria dei luoghi e l’orientamento interno ad essi è encomiabile; riusciamo sempre a creare nella nostra testa una mappa concettuale degli interni e degli esterni, sappiamo in quale direzione si sta spostando Irisz e anche in questo sta tutta la bravura del suo regista.
                          Tramonto come si diceva è un film in cui vivono tanti doppi: c'è una doppia società che si scontra, una doppia protagonista che è sia chiave di volta che osservatrice, attiva e passiva, una protagonista che è anche un nostro doppio, sono poi presenti due racconti che vivono insieme, uno estrinseco e un altro intrinseco, è esperienza sensoriale e cinema narrativo, e come se non bastasse doppio può essere l’approccio dello spettatore nella fruizione dell’opera. Tramonto è infatti un film sbalorditivamente dinamico e lo si puo’ guardare una prima volta a mente rilassata seguendone il fascino del dramma investigativo ricamato in superficie, perdendosi negli intrighi e nei labirinti di un’epoca assieme alla sua protagonista; per poi infine riassaporarlo con una seconda visione e un diverso sguardo nel tentativo invece di decifrarne i contenuti celati tra le trame di un impianto narrativo tanto stratificato concettualmente quanto formalmente, un impianto narrativo che in realtà è più un efficace pretesto atto ad imbastire un discorso ben più ampio veicolato attraverso un meccanismo allegorico lucidissimo e premonitore/ammonitore.
                          Il genere mistery è solo un cappello posto su di un capo che nasconde il vero volto di una terribile deflagrazione storica e quindi umana.
                          Bellissima la chiusa che omaggia Orizzonti di Gloria di Kubrick.
                          Capolavoro ? Poco ci manca.

                          Voto: 9.5


                          Ps. Credo proporrò il regista nella prossime votazioni dei registi nell'apposito topic, mi piacerebbe sondare l'indice di gradimento dell'opera in questi lidi.
                          Ultima modifica di MrCarrey; 06 giugno 19, 00:00.
                          tumblr_oc8g4uj7aK1sec0ywo1_1280.jpg

                          Commenta


                          • Visto anch'io Tramonto.
                            Promette tantissimo e continua a seminare per più di metà film, ma poi ho avuto la sensazione che non mantenesse fino in fondo, ma forse ero solo io che iniziavo ad essere un po' troppo stanco. Ciò nonostante ne sono rimasto affascinato per tutta la sua lunga durata.
                            Lo stile registico è lo stesso de Il figlio di Saul, così come la ragione profonda del racconto: un'ossessione per dare un senso alla propria vita quando si ha perso tutto.

                            Non capisco perché la critica gli sia parzialmente andata contro, così come trovo piuttosto grave che i giurati dell'ultima Mostra di Venezia non l'abbiano degnato di un riconoscimento. Ancora più scandaloso che non abbia avuto una distribuzione degna di questo nome (è uscito solo come evento in una manciata di sale esclusivamente in giorni feriali).
                            Ultima modifica di aldo.raine89; 05 giugno 19, 22:59.

                            Commenta


                            • Il Sorpasso di Dino Risi (1962).

                              Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) è un tipico studente universitario di origine borghese, che studia giurisprudenza cercando di raggiungere l'agognata laurea e di programmare così un giorno il suo futuro. E' un ragazzo timido ed un pò impacciato, uno sfigato secondo i canoni della generazione odierna, eppure a fine film ci si rende conto come questo ragazzo rappresentasse una certa Italia che non s'era scordata i sacrifici della precedente generazione e puntasse ad impegnarsi per ottenere un progresso personale e sociale, da mettere poi al servizio del paese.
                              Nel Sorpasso di Dino Risi (1962) l'Italia del boom economico è pienamente rappresentata da Bruno Cortona (Vittorio Gassman), un signore molto più grande di Roberto, che vive la vita a 130 km/h sfrecciando con la sua Lancia Aurelia B24 dal clacson truccato e da qualche modifica illegale, enfatizzata nel suo dinamismo dalla macchianda presa montata sull'automobile da parte di Risi in modo da costruire dei lunghi quanto articolati piani sequenza che mettono in scena l'evoluzione di un intero paese. Bruno è la rappresentazione di un paese che in pieno benessere economico corre all'impazzata nel godersi ogni beneficio senza fare nulla per dare concretezza al nostro miracolo economico ed infatti oggi se ne vedono le conseguenze; un paese che poteva investire quando stava in piena espansione ha preferito sfruttare tutte le risorse per soddisfare il proprio edonismo personale, quando si potevano impiegare parte di esse per altri progetti ed infatti oggi che siamo in crisi, ne paghiamo tutti lo scotto (sopratutto le giovani generazioni).

                              Non che Bruno Cortona sia da condannare, è giusto godersi la vita anche da adulti e sviluppare la propria persona, solo che lui rappresenta appieno il tipico cafone Italiano arricchito, che raggiunto il suo sogno di benessere, pensa solo a sfrecciare pericolosamente tutto il giorno in auto (uno status symbol), arrivando a coinvolgere il giovane Roberto in una due giorni di follie. Dietro tale benessere e spensieratezza, appena si devia dalla strada principale, assistiamo ad un paese più oscuro con il suo lato più retrograda ed ipocrita, specie tramite la doppia visita speculare prima ai parenti di Roberto (che assisterà alla demolizione di alcune belle convinzioni dell'infanzia) e poi alla ex-moglie di Bruno e sua figlia (Catherine Spaak) di soli diciassette anni, che frequenta un uomo molto più grande di lei.
                              L'Italia nonostante corra a folle velocità e con lei i suoi abitanti, resta un paese colmo di contraddizioni; tutti possono permettersi un automobile e una giornata di svago al mare, ma alla fine indagando più a fondo si ha il ritratto di un paese ancora ancorato a tradizioni antiquate e composto da figure ipocrite ed irresponsabili che non hanno fatto che mangiare tutto come cavallette e sistemare sè stesse, per poi lasciare dietro di sè il nulla.

                              Roberto poco a poco nonostante pensi che Bruno sia un totale incosciente (peccato affidarsi a dei ridondanti pensieri in voice over abbastanza banalotti quando s'era capito benissimo il contrasto tra pensiero e azioni da parte di Roberto), alla fine passivamente decide di seguirlo sino a lasciarsi plagiare dal suo modo di vivere la vita e dichiarare che questi due giorni con lui, sono la cosa più bella che abbia mai fatto.
                              L'introversione di Roberto si contrappone alla cafonaggine sfacciata ed esibita di Bruno, interpretato da un Vittorio Gassman al suo meglio, che riesce a fondere carpe diem ed edonismo sfrontato nel suo perosnaggio, arrivando ad attrarre uno spettatore che come Roberto a poco a poco si avvicinerà sempre più al suo modo di intendere la vita.
                              Tra un sorpasso in curva e l'altro, si arriverà ad un finale emblematico, che simboleggia la fine di una certa Italia a favore di un'altra nascente, che al bivio decisivo riesce a sopravvivere e condizionerà per sempre lo sviluppo economico e sociale di questo paese sino ad oggi. La commedia all'Italiana diventa il genere cardine a livello di incassi della nostra produzione e alcuni registi sfruttano essa come strumento di analisi sociale e strumento di satira di costume su un paese che nel giro di pochi anni muterà notevolmente.

                              Commenta


                              • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio
                                Visto anch'io Tramonto.
                                Promette tantissimo e continua a seminare per più di metà film, ma poi ho avuto la sensazione che non mantenesse fino in fondo, ma forse ero solo io che iniziavo ad essere un po' troppo stanco. Ciò nonostante ne sono rimasto affascinato per tutta la sua lunga durata.
                                Lo stile registico è lo stesso de Il figlio di Saul, così come la ragione profonda del racconto: un'ossessione per dare un senso alla propria vita quando si ha perso tutto.

                                Non capisco perché la critica gli sia parzialmente andata contro, così come trovo piuttosto grave che i giurati dell'ultima Mostra di Venezia non l'abbiano degnato di un riconoscimento. Ancora più scandaloso che non abbia avuto una distribuzione degna di questo nome (è uscito solo come evento in una manciata di sale esclusivamente in giorni feriali).
                                Quest' anno a Venezia si sono messi in testa di premiare solo film in lingua inglese e/o cotti e mangiati per l' Oscar come quello di Cuaron, looool.

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X