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  • Get Out di Jordan Peele

    Film molo medio, tiene alta la tensione fino alla rivelazione sulla mitologia (telefonata) e l'umorismo funziona, nella mezz'ora finale la deriva splatter è abbastanza gustosa e permette di non pensare alla risibilità della vicenda. Osannato immeritatamente solo per l'idea tematica alla base, che è sì interessante ed incisiva ma da sola non fa miracoli. Comunque un buon prodotto tutto sommato.
    Ultima modifica di Cooper96; 06 agosto 19, 10:56.
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    • Creed 2.

      ​​​​​Buon film, molto godibile. Leggermente inferiore al primo che per me aveva più cuore, forse qui dovevano prendersi più tempo per certe situazioni. Buono a livello tecnico, regia e fotografia in primis. Spero in un creed 3 girato e scritto da stallone.

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      • Tarde para morir joven - Dominga Sotomayor (Locarno 2018 - Concorso)

        Serial killer morali, donne dominanti, neon colorati? Macché. Qui ci troviamo in Cile in una comunità vagamente hippy di inizio anni '90 abitata da musicisti, pittori e creativi vari. Centro della narrazione una ragazza adolescente (di inusuale sfolgorante bellezza) tra primi amori e desideri di fuga (di racconto di formazione, ebbene sì, si tratta).
        La narrazione, tuttavia, è moolto de-drammatizzata, succede veramente poco e niente di così interessante (un cane scappa, qualcuno si mette a rubare, un flirt - della protagonista - con un ragazzo più grande, un incendio), ma nonostante questo il film si lascia guardare e anzi, una volta abituatisi al ritmo, al suo andamento (anti)narrativo, risulta persino piacevole. La regista sa usare bene la macchina (e difatti a Locarno ha strappato via il premio per la miglior regia) e la fotografia devo dire è molto bella. Non so se rimarrà con me, ma al momento sono contento di averlo visto.

        PS: il film è stato prodotto da Rodrigo Teixeira (uno che troviamo ormai in ogni progetto, da A Ciambra ad Ad Astra) e con il supporto del fondamentale Hubert Bals Fund (cui dobbiamo tantissimo cinema del secondo o terzo mondo), assieme alla stessa regista.


        RAY & LIZ - Richard Billingham (Locarno 2018 - Concorso)

        Esordio alla regia del fotografo Richard Billingham, noto principalmente per la raccolta di foto Ray's Laugh, con il quale ha raccontato la vita della sua (disfunzionale? sì) famiglia tra gli anni '80 e '90. In questo RAY & LIZ Billingham mette in scena ancora una volta loro (ma con attori al posto dei veri genitori) cristallizzandone la storia in due momenti esemplari, due macro-sequenze che rievocano episodi verificatisi a pochi anni di distanza l'uno dall'altro: lo zio ritardato che viene abbindolato/bullizzato da un giovane balordo affittuario dei Billingham (prima di essere picchiato e umiliato dalla madre di Richard a colpi di scarpa); il fratello che dimentica la strada di casa e rischia di congelare al freddo (prima di essere dato in affido ad un'altra famiglia), cui va ad aggiungersi una "cornice" direttamente dal presente di Ray, vecchio e separato e dedito solo al consumo di alcol (non mangia neanche più, beve e basta).
        Il film è molto duro e amaro (e il sapere che questi personaggi siano realmente esistiti e abbiano fatto una vita così grama e oltre ogni soglia di miserabilità lo rende ancora più amaro).
        Ritorna anche qui come nelle fotografie di Billingham un'estetica del brutto, dello sporco, del laido ("realismo squallido" era stato definito il suo lavoro) ma il formato 4/3, la composizione attenta e il 16mm nobilitano un po' il tutto.

        PS: Se vi andate a cercare su youtube il real footage dei genitori di Billingham (estratti di un documentario che lui ha girato negli anni '90) potete valutare il lavoro di mimesi che hanno fatto gli attori sui personaggi (Ella Smith, in particolar modo, nel ruolo della madre obesa e violenta, è assolutamente perfetta).


        Diane - Kent Jones (Locarno 2018 - Concorso)

        Opera prima (di fiction) del direttore del New York Film Festival, Kent Jones; protagonista una donna di mezza età della provincia americana (Mary Kay Place) molto impegnata ad aiutare amici e parenti anziani o malati e alle prese con un figlio tossicodipendente.
        Ho cominciato a vederlo ma l'ho mollato, i film sulle malattie non riesco più a guardarli, mi fanno stare male, mi creano troppa ansia (e qui è pieno di ospedali, cugine malate di cancro ecc). Rinvio dunque ad altri il giudizio sul film (che comunque mi è sembrato, per quei 20-25 minuti che ho visto, un classico prodotto indie da Sundance).

        Piccola curiosità: il film è prodotto da Martin Scorsese, con il quale (scopro adesso) Kent Jones aveva co-diretto un documentario su Elia Kazan (A letter to Elia). Questo spiega un po' perché Scorsese abbia scelto quest'anno il NYFF per la prima mondiale del suo Irishman.


        A Land Imagined - Yeo Siew Hua (Locarno 2018 - Concorso)

        Veramente una bella sorpresa questo A Land Imagined, premiato lo scorso anno a Locarno niente meno che col Pardo d'oro (da una giuria, ricordo, presieduta da Jia Zhangke) e poi finito su Netflix ad aprile.
        Un film che inizialmente sembra muoversi sui territori del film sociale di denuncia (operai cinesi e bengalesi sfruttati nei cantieri di Singapore), con annessa detection poliziesca (i suddetti operai cominceranno a sparire), salvo poi prendere una piega strana e avvitarsi in una specie di nastro di moebius lynchiano in cui il presente e il passato, il reale e l'onirico (e forse qualche altra dimensione) non saranno più così facili da distinguere (è curioso come Lynch ultimamente stia influenzando molto cinema cinese, dopo i film di Bi Gan, che ho recensito qualche giorno fa, anche questo).
        Accenni di melò (tra l'operaio edile scomparso - Wang - e una ragazza che gestisce un internet cafè nei pressi del cantiere - Mindy -) amicizie segnate da pulsioni omoerotiche (ancora Wang e un suo collega bengalese - Ajit), connessioni virtuali from outer space (o forse no?) e, infine, l'avvitamento di cui si è detto prima (per cui non sarà chiaro se il detective che conduce l'indagine sia un prodotto del sogno del protagonista o appartenga invece alla realtà... e qui sembra proprio Twin Peaks).
        Molto bella, e squisitamente cinematografica, la transizione dal presente di Lok (il detective che indaga sulle scomparse) al passato, e alla quotidianità, di Wang. Molto bella tutta la parte melò, con la bonissima commessa dell'internet cafè (che oltre a gestire il locale, per arrotondare, fa anche dei "servizietti" ai clienti), tra flirt all'interno del negozio e fughe (dalla realtà?) in spiaggia.

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        • Collateral di Michael Mann

          Altro gran film di Mann. Uno dei suoi film più colorati (in contrasto con la Los Angeles asettica di Heat) in cui si aggira un grigio (leggi: morto dentro) ed animalesco (nel senso più puro del termine) sicario (un mostruoso Tom Cruise). Dall'altro lato un dimesso, anonimo taxista interpretato da Jamie Foxx (si impegna ma non è perfetto per la parte, ha una fisicità troppo cool, sarebbe stato meglio Adam Sandler, peccato quest'ultimo si sia tirato indietro).
          Come sempre Mann sa tenere alta la tensione, e ci regala una sequenza d'azione da antologia (la sparatoria in discoteca). Il tema principale è quello di tutta la sua filmografia: cosa significhi essere Uomini, come diventare un uomo. Il nostro tassista imparerà dal sicario a prendere in mano la propria vita, a correre rischi, il sicario suo complementare invece fallirà nell'ammettere il suo bisogno di connessioni umane, e rimarrà un animale fino alla fine.

          Se c'è un difetto è che c'è una quantità non indifferente di coincidenze e forzature di credibilità (una su tutte: la vittima finale del sicario è la donna con cui il taxista ha attaccato bottone all'inizio del film).

          Rimando a questo bel video che ne analizza la sceneggiatura: https://www.youtube.com/watch?v=S0QMxzEVuDI
          Ultima modifica di Cooper96; 10 agosto 19, 16:59.
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          • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
            Collateral di Michael Mann

            Altro gran film di Mann. Uno dei suoi film più colorati (in contrasto con la Los Angeles asettica di Heat) in cui si aggira un grigio (leggi: morto dentro) ed animalesco (nel senso più puro del termine) sicario (un mostruoso Tom Cruise). Dall'altro lato un dimesso, anonimo taxista interpretato da Jamie Foxx (si impegna ma non è perfetto per la parte, ha uan fisicità troppo cool, sarebbe stato meglio Adam Sandler, peccato quest'ultimo si sia tirato indietro).
            Come sempre Mann sa tenere alta la tensione, e ci regala una sequenza d'azione da antologia (la sparatoria in discoteca). Il tema principale è quello di tutta la sua filmografia: cosa significhi essere Uomini, come diventare un uomo. Il nostro tassista imparerà dal sicario a prendere in mano la propria vita, a correre rischi, il sicario suo complementare invece fallirà nell'ammettere il suo bisogno di connessioni umane, e rimarrà un animale fino alla fine.

            Se c'è un difetto è che c'è una quantità non indifferente di coincidenze e forzature di credibilità (una su tutte: la vittima finale del sicario è la donna con cui il taxista ha attaccato bottone all'inizio del film).

            Rimando a questo bel video che ne analizza la sceneggiatura: https://www.youtube.com/watch?v=S0QMxzEVuDI
            Non n avevo idea. Ma allora è proprio lui a non aver mai voluto fare il salto di qualità. Che pirla...
            "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire"

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            • Con P. T. Anderson ci ha lavorato.

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              • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                Con P. T. Anderson ci ha lavorato.
                Si ma di film più impegnati quello e poco altro...
                "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire"

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                • Quest'anno sarà nel nuovo film dei fratelli Safdie che verrà presentato tra poco al Tiff. Vediamo se farà il salto di qualità.

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                  • Collateral di Michael Mann (2004).

                    Il cinema di Michael Mann non è mai stato valutato pienamente, forse perchè ha debuttato nel decennio anni 80' dove si veniva dalla sbornia della New Hollywood e anche perchè fondamentalmente legato a generi come il thriller e l'azione, dove i pochissimi autori tenuti in considerazione sono i soliti noti come Fritz Lang od Hitchcock, praticamente registi per quanto importanti vecchi di decenni.
                    Fortunatamente il quadro critico sul regista sembra cambiare, complice anche il fatto che nonostante Mann sfrutti generi "commerciali", comunque sia sin da inizio carriera si è sempre fatto portavoce di un cinema estremamente personale e non allineato al sistema.
                    Collateral (2004) è l'ennesimo tassello di una filmografia non corposa, ma estremamente coesa di un'idea di cinema che nei registi americani degli ultimi 40 anni manca sempre di più, tanto che questa pellicola dopo 15 anni dalla sua uscita al cinema, la si può annoverare tra pochi capolavori del nuovo millennio e quindi tra i film cardini degli anni 2000.
                    Michael Mann si è sempre interessato alla città e il microcosmo che vi risiede al suo interno, divenendo di film in film un profondo innovatore del thriller metropolitano mutuandone così alcuni spunti che in precedenza erano stati seminati da Don Siegel e sopratutto William Friedkin nei loro film, ma il regista non si limita ad innovare narrativamente il genere, ma pellicola dopo pellicola sperimenta soluzioni di forma sempre nuove e con Collateral abbraccia con forza il formato digitale.

                    Il digitale di Mann è un artifizio formale immersivo nella messa in scena di una Los Angeles metropolitana dove desitni e persone causualmente s'incontrano, scontrano, diventano tangenti o collimano senza mai toccarsi; uno di questi anonimi puntini è il tassista Max (Jamie Foxx), il quale per puro caso scopre che il passeggero di nome Vincent (Tom Cruise) che gli ha offerto una grande somma per portarlo in giro tutta la notte, è un pericoloso sicario ingaggiato per uccidere nell'arco di poche ore cinque persone; nonostante la scoperta non può che assecondare le richieste di Vincent sotto sua minaccia.
                    Il soggetto quindi è un pretesto per imbastire una storia apparentemente di genere nelle mani di molti registi (il killer deve uccidere i bersagli e il tassista cercherà di fermarlo come può), ma per Mann è un mezzo per indagare a fondo sulla propria idea di cinema coadiuvato dalla sperimentazione digitale, che il regista non sfrutta per ammortizzare i costi o per essere agevolato negli effetti speciali in post-produzione, ma lo adopera insieme alla fotografia notturna di luci soffuse al neon (il film è stato girato di notte) con filtri granulosi accentuati per immergere lo spettatore nella vicenda che ha chiari contorni neo-noir crepuscolari.
                    Los Angeles, gente che và gente che viene, una massa di vite che si muovono secondo uno schema preciso fatti di ritmi precisi, veloci e calcolati e al contempo totalmente indifferenti l'uno nei confronti dell'altro; l'insignificante Max è il fiore all'occhiello di questo modo di vivere, Taxi pulito, professionalità garantita, una fotografia di un'isoletta in machcina in cui perdersi nei momenti di pausa e il classico sogno americano nel cassetto; aprire un giorno una compagnia di Limousine sperando di portare con sè ricchi clienti.

                    Vincent sembrerebbe il contraltare di Max, un individuo sicuro di sè, pienamente realizzato, insensibile a tutto ciò che lo circonda se non consiste nell'immergersi nel flusso di suoni ed immagini della metropoli e audace analizzatore della città di Los Angeles. Lo sguardo privilegiato della metropoli questa volta non è esterno ma interno al Taxi di Max, un mezzo confortevole, sistemato e pulito, un microcosmo dialettico che si contrappone al flusso esterno caotico e ritmatico della metropoli silente. Il sicario Vincent è una sorta di incarnazione umana della città di Los Angeles; una persona fredda e dalla forte filosofia nichilista, il quale s'è fatto carne per giudicare da sè il proprio elemento ed osservare da vicino il meccanismo di quest'agglomerato urbano di cui è giornalmente testimone silente. La città nonostante sia abitata da milioni di individui è ricolma si indifferenza ed ipocrisia a cominciare da Max, vittima di un sogno assurdo quando la realtà dei fatti ci dice che guida questo taxi da ben 12 anni senza nessuna prospettiva futura; è la vita che guida lui e non viceversa. Vincent inconsapevolmente mettendolo in faccia alla pateticità della sua esistenza, farà capire a Max di essere nulla e dall'abisso esistenziale in cui era caduto, spronando involontariamente in Max una forte autoanalisi sino a che il tassista innanzi ad una scelta, non dovrà compiere per la prima volta nella sua esistenza una decisione di rottura.
                    Collateral quindi prende il sogno americano e l'idea fisica abitativa tipica delgi Stati Uniti fatti di grandi città e palazzi slanciati, per farla a pezzi dall'interno, complice anche una perfetta quanto calibrata costruzione dell'atmosfera metropolitana sia grazie ad un uso eccellente di un montaggio che dosa i giusti tempi sia nelle sequenze dialettiche tra Vincent e Max, sia nella descrizione tramiti immagini della città nonchè il contrato tra essa ed il calore intimo degli interni del taxi e sopratutto nelle sequenze degli omicidi, destregiandosi tra uccisioni in fuori campo, contrasto tra il jazz e conversazione al tavolo, all'alienazione delle persone nella discoteca immersi in una società liquida dove conta solo la proiezione della propria immagine sullo schermo ed sino al dinamismo finale che giungerà ad una perfetta circolarità nella parte finale prettamente d'azione ed inseguimento.

                    Tom Cruise è alla sua miglior perfomance di tutta la carriera, reprime tutto il proprio ego per calarsi perfettamente nei panni di questo sicario spietato e con una forte idea nichilista del mondo (segue una filosofia determinista basata su una sorta di darwinismo sociale miscelata con idee di matrice orientale), mentre Jamie Foxx reprime tutto il proprio sex appeal per interpretare un modesto ed alienato tassista tanto precisino e perfetto, quanto vuoto dentro a livello di pensiero (per gran parte del film subisce le risposte di Vincent), prendendo coscienza di ciò ed evolversi poco a poco sino a dover scegliere se analizzarsi finalmente ad uno specchio o essere finalmente un individuo ben definito.
                    Costato 65 milioni, incassò oltre 210 milioni in tutto il mondo diventando insieme ad Heat la Sfida (1995), il maggior successo economico del regista e a tutt'oggi come detto in precedenza tra i pochi capolavori e film cardini del nuovo millennio per l'evoluzione del concetto di cinema di cui si fà portatore se si scava dietro la superficie.

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                    • Rivisto IL NASTRO BIANCO. Che si conferma un Capolavoro, film di inestimabile importanza. E' un cinema che è "letteratura" non tanto per la voce fuori campo o la struttura narrativa esemplare, ma perché durante quelle lunghe inquadrature fisse, di bellezza plastica e poderosa, hai tutto il tempo di scrutare per bene gli oggetti sullo sfondo o i movimenti delle mani o i battiti delle ciglia e ti figuri tutte queste cose come descritte in libro, uno scrittore ispirato che aggiunge aggettivi o analogie, quindi tutto nell'inquadratura ha una risonanza che però non causa dispersione tanto la tua concentrazione è assicurata, e nello stesso tempo non ti perdi una singola parola del dialogo. Si conferma il rispetto di Haneke per la musica non utilizzando ridondanti commenti di sorta (è uno di quelli che concordano con Fellini sulla musica per il cinema come "gran ruffiana", una toppa sovrapposta da tanti codardi per nascondere carenze di sceneggiatura, messinscena, recitazione), eppure il rigore non è disgiunto dalla poesia, del tutto libera da sentimentalismi. E sentendo l'urlo agghiacciante del ragazzino down torturato ti pare che il quadro di Munch abbia finalmente trovato un adeguato effetto sonoro... Mi pare che accusare il regista di segnalare cause semplicistiche per l'atteggiamento dei tedeschi durante il nazismo sia ingrato anche perché all'inizio la voce fuori campo precisa che nella storia raccontata si trovano "in parte" i germi del male, ma le implicazioni sono ben numerose, la ricerca di un capro espiatorio esterno, l'imposizione di una disciplina assurda e inefficace ma soprattutto la riluttanza dei padri di fare lucida autocritica e riconoscere il cancro che circola nel proprio stesso sangue. E allora, davvero un film del genere servirebbe a chi sbava per sindaci furbastri che non mancano mai di ribadire il banale concettino del cazzo "Noi Contro Loro", una linea tracciata sulla sabbia, e l'illusione di tanti di tenere in pugno la figliolanza grazie ad una cappa di perbenismo spacciato per moralità, ragnatelosa tradizione spacciata per cultura, sostanziale indifferenza per silenziosa obbedienza, e mai, mai mettere in discussione se stessi e la propria tribù! Come riflette di Dave Robichaux di James Lee Burke: "Crediamo nella legge e nell'ordine, ma crediamo anche che i Veri crimini vengano commessi da una classe separata di persone, che non ha niente a che fare con le nostre vite o con il mondo di comportamenti ragionevoli e rispetto reciproco a cui apparteniamo".

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                      • Ho visto Crawl-Intrappolati e mi è parecchio garbato. Ottime le trovate mentre le ambientazioni sono sublimate da un’ottima fotografia che rende il contesto quasi fiabesco. Tutto sommato la sottotrama familiare invade il giusto, temevo il peggio. È sicuramente un b-movie girato con grande mestiere e la convinzione nel progetto fa sì che non ci si limiti a un’anonima baracconata.

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                        • Parasite di Bong Joon-ho

                          Il miglior film di Bong. Un'opera di denuncia anti capitalista, in perfetta linea con la filmografia dell'autore. Bong riassembla le sue ossessioni visivo-metaforiche in quello che è il suo film più maturo, passando dalla commedia al thriller hitchcockiano, con spruzzate di horror e di grottesco, il tutto con grande padronanza del linguaggio cinematografico. Sinceramente, a mente ancora tiepida, faccio fatica a trovargli dei difetti, eppure, nonostante tutto, non riesco a definirlo con certezza un capolavoro. Ottimo, quello si, sicuramente.
                          Parasite oltre ad essere in linea con tutta la produzione del suo autore, è anche in linea con due dei film che più mi sono piaciuti negli ultimi 12 mesi, ovvero Un affare di famiglia e Noi. Le tematiche sono molto simili, ma sviluppate in maniera differente. Dei tre, il film di Bong è quello che mi è piaciuto meno. Parasite è un film impeccabile e probabilmente qui si parla solo di gusti personali, ma nella sua perfezione cinematografica l'ho trovato anche parecchio costruito, come se tutto si risolvesse in un abilissimo gioco di scacchi, in uno scambio di pedine. Nel capolavoro di Kore'eda mi sono commosso per come l'autore ha saputo trasmettermi l'umanità dei personaggi ed il loro dolore, in Parasite mi sono sentito intrattenuto a dovere (nonostante abbia "sentito" le due ore e passa di durata) ma non mi sono mai realmente emozionato.
                          In sintesi: un gran film, per me non un capolavoro in senso stretto, ma capisco chi arrivi a definirlo tale. Sarà il tempo a schiarirmi ulteriormente le idee (se servirà).
                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • Dove lo hai visto.

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                            • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                              Dove lo hai visto.
                              Si trova.
                              Anch'io non sono riuscito a resistere.
                              Non saprei dire se è il migliore film del regista, ma sicuramente è un film degno della Palma e che merita tutte le attenzioni avute.
                              Joon-ho Bong ha ormai vent'anni di carriera e questo è il suo settimo film, eppure non c'è alcun segno di ripetitività o manierismo, laddove altri aspiranti autori cascano in questo tranello al terzo o al quarto film nell'arco di sei o sette anni. Si dimostra autore a tutti gli effetti in quanto ci sono argomenti o caratteristiche centrali che ciclicamente fanno da perno (la famiglia, personaggi un po' strani, situazioni assurde, esistenza di microcosmi sotterranei o nascosti, lotta di classe, ecc,...) ma attorno a cui riesce sempre a creare una storia diversa che solo per alcuni aspetti marginali va ad assomigliare alle precedenti.
                              Come sottolinea Gidan la grande capacità del film è quella di essere una giostra di più generi perfettamente amalgamati. Trovo che il regista sia anche molto abile a descrivere e ad ironizzare sui tempi moderni, le scene della ricerca del wi-fi e quella in cui la minaccia dell'invio di un'immagine viene utilizzata come un'arma sono geniali e perfettamente esplicative in tal senso.
                              Ci sono tantissimi altri spunti nel descrivere ad esempio l'ingegno dei più disagiati per sopravvivere e la cecità dei benestanti di fronte a ciò che accade al di fuori dal loro ambiente.

                              Confermo le similitudini con Shoplifters e Noi, ma per me è il film del coreano il più riuscito dei tre.

                              Ne approfitto per dei brevi pensieri su altri film visti ultimamente.

                              The nest - Il nido

                              Ennesimo tentativo di rilanciare il cinema di genere in Italia, non è completamente riuscito ma regala sicuramente dei buoni momenti e alcuni spunti interessanti, seppur siano derivativi. Alla luce del twist finale credo ci siano anche diverse incongruenze e ancora non sono convinto se le immagini finali vogliano rappresentare la realtà o se siano semplicemente metaforiche.
                              Quella che per me è la migliore scena del film non ha nulla di horror, anzi... dimostra invece come il regista, magari inconsapevolmente, sia più capace a descrivere l'adolescenza e a creare un coming of age.
                              C'è solo un jumpscare e la cosa peggiore è che pare messo lì a caso, senza richiami o approfondimenti.
                              Credo stia incassando troppo poco perché ipotizzino prequel o sequel che amplierebbero l'universo.

                              The purity of Vengeance (Journal 64)

                              Uno dei tanti esempi di come la Danimarca (ma anche gli altri Paesi scandinavi ogni tanto fan qualcosa) stia emergendo come patria del thriller europeo. Questo film è abbastanza emblematico di come rovinino parzialmente dei buoni prodotti cercando di fare gli americani a tutti i costi, nelle svolte narrative o nella messa in scena. Al di là di qualche caduta di stile o di eventuali prevedibilità è un film molto attuale. Le didascalie sul finale fanno presumere che sia tratto da fatti reali e ciò ci ricorda che nessun paese è liberale fino in fondo e che i mostri del passato sono sempre presenti anche dove non te lo aspetti.

                              La strada verso casa

                              Trovo che questo film di Zhang Yimou sia un ottimo esempio di come fare un film sentimentale senza essere melenso o dare la parvenza di essere costruito a tavolino.

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                              • Left Behind - La profezia

                                Se nessuno ha mai sentito parlare di questo film, è perché semplicemente non valeva la pena di pubblicizzarlo.

                                Questa pellicola, diretta da un certo Vic Armstrong con protagonista Nicolas Cage e altri attori poco conosciuti, narra la vicenda di un pilota di aerei di linea, Rayford Steele, che invece di dare il benvenuto alla figlia che lo viene a trovare per il compleanno, preferisce restare al lavoro per stare insieme ad una Hostess, sua amante.
                                Ray, quindi, mentre pilota un aereo per condurre i passeggeri a destinazione, sente urla e schiamazzi nella cabina passeggeri: alcuni di loro infatti sono stranamente scomparsi lasciando i loro vestiti sui sediolini del velivolo. Stessa cosa accade a sua figlia Chloe in un centro commerciale, mentre abbraccia il suo fratellino piccolo, questo scompare tra le sue braccia lasciando solo i vestiti a terra.
                                È il panico dapertutto: per le strade la gente scompare improvvisamente, creando incidenti e caos ovunque. Rayford, insieme ad un passeggero, Buck (che prima di partire ha conosciuto proprio Chloe) dovranno cercare di portare l'aereo a terra senza l'ausilio della torre di controllo, che resta inspiegabilmente in silenzio.

                                Detta così la storia potrebbe risultare anche intrigante, e non voglio 'rovinare' il prosieguo della narrazione spoilerando il motivo per cui la gente scompare. Cercherò quindi di dare la mia opinione, conscio del fatto che chi non ha ancora visto il film al massimo lo vedrà per organizzare una serata "trash".

                                Diciamolo subito, il film è costata la relativamente esigua somma di circa 15 milioni di dollari, che paragonata ai blockbuster odierni risulta risibile. Non per questo film, che ha anche la presunzione di infilare effetti speciali (fatti male) per buona parte del film, quasi tutti destinati a seguire la vicenda di Ray sull'aereo. Ho come l'impressione che almeno 14 milioni di dollari siano andati a Nicolas Cage, visto e considerato che il regista è sconosciuto, gli FX sono terribili, il montaggio e la post-produzione roba che nemmeno i filmini fatti in casa e il cast che avrà probabilmente partecipato "aggratis" come opera di carità.
                                Per una buona mezz'ora il film parte con una serie di dialoghi che vanno dall'inutile al non-sense ammorbando già lo spettatore, che assiste inerme al nulla assoluto. Chiacchiericci tra parenti, incontri e scontri tra persone, ma senza costrutto, una sorta di preparazione psicologica a ciò che accadrà ma con il 90% dei dialoghi completamente scollegati dalla trama.
                                Per tutto il tempo che vediamo Cage seduto in cabina di pilotaggio con un green screen che si nota praticamente sempre, siamo per un attimo sollevati dal fatto che il regista abbia optato per una 'furbata', quella di ambientare tutta la storia sull'aereo. Eh già: fondamentalmente con pochi spiccioli si può fare tutto in una finta cabina di un aeroplano. E invece no! considerato che dobbiamo pur sapere il resto del mondo che fine abbia fatto, il simpatico Vic Armstrong decide di ambientare l'altra metà del film a zonzo per la città in compagnia della spaventatissima figlia, che vaga per le strade tra urla e disperazione, con qualche saltuario 'incidente' e qualche attore che si dimena in strada.
                                Il resto del mondo non viene praticamente calcolato: non ci sono scene ambientate in varie parti del mondo (troppo costoso), non ci sono notizie (se non riportate in modo confusionario dagli schermi delle tv sparse un po' qua e un po' là), ci sono solo le vicende del padre e della figlia, il resto a quanto pare non serve per il regista.
                                Sull'aereo però succede di tutto: qualcuno ha una pistola (su un aereo eh), qualcun altro ha il presentimento che stia avvenendo un attacco terroristico (che c'entra con la sparizione improvvisa delle persone?), qualcuno pensa siano i soliti UFO e per metà film c'è sempre qualcuno che afferma: "So io cosa sta succedendo!", ma non lo dice mai.
                                Alla fine si scoprirà cosa è accaduto (e qui trattengo le risate perché tutta la trama è stata creata appositamente per questo 'evento', quindi non è nemmeno un futile pretesto, era proprio volontà di chi ha messo in scena questo filmetto).
                                Il finale è finalmente 'action': immaginatevi le trashate più incredibili avvenire per mano delle persone meno adatte a fare ciò che fanno, una su tutte la figlia del pilota che con un'auto sgombra una strada per far atterrare il padre, non contenta fa esplodere una serie di barili infiammabili per comunicare al padre pilota dove atterrare mentre... si vede tutta la città bruciare. Ottimo modo di avvisare, complimenti.

                                Considerato che avevo già sentito parlare di questo film e avevo zero aspettative, alla fine mi sono divertito come un matto a vedere questo capolavoro del trash, diretto in maniera psicopatica e costellato di una serie di avvenimenti che ti fanno dire: "Ma perchè ora succede questo?".
                                Era un film drammatico.
                                Risate garantite.





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