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  • Ridatemi i 90 minuti che ho perso guardando THE VOID!!!
    Schifezza ignobile.
    "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire"

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    • Riflessi in un Occhio d'Oro di John Huston (1967).

      Elizabeth Taylor era una delle quattro dive del periodo tardo-classico della vecchia Hollywood (periodo anni 50-' metà anni 60'), che insieme a Marylin Monroe, Grace Kelly e Audrey Hepburn è rimasta nella memoria del pubblico e tra tutte queste quattro dive, non solo ha vinto ben due oscar, ma era quella i cui film incassavano cifre astronomiche, specie dopo il suo matrimonio con il talentuoso attore gallese Richard Burton. La specialità di Elizabeth Taylor erano i melodrammi, tanto celebrati all'epoca quanto oggi per la maggior parte tutti un pò invecchiati; specie quelli di origine teatrale tanto che parte della critica americana considera dei veri e propri capolavori esagerando come Una Gatta sul Tetto che Scotta di Richard Brooks (1958) e Chi ha Paura di Virginia Wolff di Mike Nichols (1966); ci sono senz'altro dei film dell'attrice che si stagliano al di sopra della media; oltre al Gigante di George Stevens (1956) e all'ottimo e sottovalutatissimo Improvvisamente l'Estate Scorsa di Joseph L. Mankiewicz (1959), finalmente vedo nella filmografia dell'attrice un titolo degno dell'aggettivo capolavoro; Riflessi in un Occhio d'Oro (1967), girato dal grande John Huston che da circa un quindicennio aveva una filmografia da montagne russe, passando da capolvori e ottimi film, fino a pellicole ben poco riuscite.
      Il film è un melodramma ambientato negli anni 40' in un campo militare che mette in scena i tradimenti, l'adulterio, l'omosessualità latente ed i sentimenti sottaciuti se non repressi dei vari protagonisti del film, le cui due famiglie analizzate sono vivisezionate nel profondo. E' un film complesso e stratificato, che si avvale di una complessa fotografia dal color oro che inzuppa di tale tonalità ogni fotogramma della pellicola, lasciando però ogni ogni singola scena un particolare elemento con il proprio colore in modo che si stagli dal resto; premetto questa cosa perchè è assolutamente indispensabile vedere l'opera come la concepì originariamente John Huston e non con l'arbitrario ripristino da parte dei produttori dell'originario Technicolor nel tentativo di rendere il film più appetibile commercialmente al pubblico; tentativo inutile poichè nonostante i nomi di Marlon Brando e Elizabeth Taylor, la pellicola fu un fiasco enorme ai botteghini, anche per la materia controversa visto che il film è tratto da unn libro di Carson McCullers, autrice anche della sceneggiatura.

      Il maggiore Penderton (Marlon Brando) è un militare tanto rigido quanto devastato sul piano personale; è un omosessuale represso che mal convive con la propria identità sessuale poichè contrasta in primis con la "viritlità" e la "mascolinità" che la professione militare richiederebbe, inoltre è continuamente irretito e sbeffegiato dalla moglie Leonora (Elizabeth Taylor), che sapendo dell'orientamento sessuale del marito lo provoca in continuazione e conduce una relazione con il colonello Langdon (Brian Keith), il quale a sua volta non vi si sottrae anche per via dell'instabilità mentale della moglie sessualmente repressa a causa della morte del loro figlio. Penderton invece ammira un giovane soldato di nome Williams (Robert Forster), il quale a sua volta di nascosto osserva spesso Leonora nella sua camera essendone attratto.
      Il Riflesso in un occhio d'oro oltre a riferirsi a quello del pavone disegnato dal servo filippino Anacleto e mostrato ad Alison (la moglie di Langdon), è la chiave di volta per decriptare la tensione dei personaggi rivolta con i loro sguardi sempre verso un altro ed esplicata anche nervosamente dalla macchia da presa nel finale che passa velocemente ed in continuazione tra i vari volti dei personaggi.
      Williams è invaghito probabilmente di Leonora, tanto da osservarla di nascosto mentre si spoglia e contemplarla nella notte intrufolandosi nella camera da letto, mentre Penderton a parole lo considera scarsamente, ma in realtà il suo sguardo ci comunica una segreta infatuazione verso il giovane che non fa altro che accenturare il conflitto interiore del maggiore dilaniandone sempre più l'animo, in un crescendo di situazioni e sensazione che vi si affastellano.

      L'andamento del film è volutamente lento, con una messa in scena negli esterni sempre più rarefatta e dilatata, puntando a dare così un percorso di graduale evoluzione emozionale ai propri personaggi.
      Huston mette alla berlina sia la borghesia americana che il militarismo, facendoli a pezzi in tutta la loro pomposa ipocrisia. Penderton è incapace di ammettere la propria omosessualità, la moglie lo provoca spesso anche spogliandosi completamente innanzi all'uomo perchè repressa ed incastrata in un matrimonio che non le dà alcuna gioia (dormono anche in camere separate), così la donna non trova altro modo che prendere parte ad una relazione extra-coniugale con il colonello Langdon, che risulta incapace di gestire la relazione con la propria moglie Alison, la quale per assurdo è maggiormente compresa dal Anacleto, perosnaggio dalle movenze effemminate; in sostanza la fiera della maschera in questa storia di sentimenti repressi, aridità affettiva e perversioni nascoste.
      Un film che mette in luce il talento più avanguardistico di John Huston, che in un film in teoria mainstream, sfrutta quanto maggiormente può il proprio talento registico calcando sulla morbosità con sequenze talvota troppo esagerate sul piano figurativo (Williams nudo che cavalca), ma riesce a mettere a nudo il potere e tutto ciò che vi gravita attorno.
      Marlon Brando sostituì Montgomery Clift morto poco prima dell'inizio delle riprese (avrebbe sicuramente dato moltissimo sul piano personale a tale personaggio), ma sicuramente non fa rimpiangere il collega, l'attore ci dona una figura di un maggiore ritraendolo in tutta la propria natura ambivalente, lacerato tra la rigidità del proprio ruolo e l'inquietudine neovrotica mista alla frustrazione per la propria sessualità, mentre Elizabeth Taylor fà a meno di certi manierismi ultra spinti tipici delle sue prove anni 60', per darci un personaggio perfido e conturbante, prigioniera repressa di una farsa verso la quale non ne può più, forse la sua migliore prova recitativa di tutta la carriera ed è un peccato che non venne nominata agli oscar in questo caso.
      Un John Huston praticamente dimenticato, anche perchè la critica dell'epoca etichettò come pretenzioso tale film e schernì l'interpretazione disperata di Marlon Brando ridendo dei tormenti e dei pianti soffocati dell'attore (come segnalato da Roger Ebert nella propria recensione al film a cui da 4 stelle meritate), che invece evidenziavano un nuovo ritorno in grandissima forma da parte dell'attore americano. Sicuramente un capolavoro e insieme a Gangster Story, Due per la Strada, Senza un Attimo di Tregua e Pianeta delle Scimmie, era tra i cinque migliori film in lingua inglese del 1967.

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      • Vivere e morire a Los Angeles di Friedkin

        Tanta roba. Narrativamente la storia rimane inquadrata nei topos e nelle svolte tipiche del genere (non so se per l'epoca fosse innovativo, non credo), ha comunque una sua atipicità visto che si parla di contraffazione di banconote e di U.S. Secret Service (che nulla hanno a che fare coi servizi segreti e gli altri corpi di polizia).
        In mano ad un mestierante qualsiasi ne sarebe uscito al massimo un buon film. Qui però non c'è un mestierante qualsiasi, c'è Friedkin, che gira da Dio. Il primo omicidio, le scene della danza in discoteca (forse debitrici di Blade Runner?), l'inseguimento contromano, tutto. La fotografia è crepuscolare e sublime.

        Leggevo che Friedkin girò le scene facendo credere agli attori che fossero delle prove, e in generale tenendo il primo ciak, e la lavorazione del film durò tempi brevi. Anche non sapendolo a priori si sente, nonostante la stilizzazione estetica comunque c' un senso di naturalezza, immediatezza e autenticità nei personaggi che li rende vivi e sentiti (e che sopperisce alle spigolosità della scrittura).
        Grandissimo Friedkin, ci tengo a ribadirlo, è un film che deve molto alla regia.

        Dovessi dare un voto darei 9.
        Ultima modifica di Cooper96; 27 settembre 19, 20:46.
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        • L'Uomo che Volle Farsi Re di John Huston (1975).

          Il mondo odierno è una fregatura monotona, poiché ha ucciso ogni spirito di avventura con la pretesa da parte di ogni stato di occupare ogni spazio disponibile dove non vi era sovranità per rinchiudere la vastità degli spazi sconfinati del nostro pianeta in angusti confini.
          Oggi uomini ambiziosi come i due commilitoni ottocenteschi dell' India britannica dell'800, Daniel Dravot (Sean Connery) e Peachy Carnehan (Michael Caine), non potrebbero assolutamente esistere visto che l'affermazione degli stati sovrani in ogni piccolo spazio del globo ha tolto ogni spazio verso qualsiasi tipo di avventura epica.
          Daniel e Peachy sono due ex-soldati che stufi di vivere le loro grame vite, decidono di prendere in mano le loro vite con un'impresa folle ma ambiziosa; tra gli altipiani dell'Afghanistan e il Pakistan (che all'epoca era parte dell'India britannica) vi è una regione poco conosciuta e raggiunta e conquistata anni addietro solo da Alessandro Magno; non vi è alcuna autorità statale tra le scatole, ma solo tante tribù frammentate ed in perenne lotta tra loro, il piano quindi è raggiungere la regione, schierarsi dalla parte di una tribù, addestrarli con armi da fuoco e tattiche di battaglia sofisticate così da sottomettere tutte le altre tribù e diventare re del Kafiristan, arraffando quante più ricchezze possibili, per poi fare ritorno.

          John Huston nell'avventura dei suoi personaggi dagli anni 50' in poi ha sempre voluto inserire un tocco da commedia nslla narrazione, che qui si fonde con l'assoluta convinzione di superiorità da parte del duo Daniel e Peachy di sottomettere tutte le tribù della regione, con la tipica mentalità coloniale inglese, la quale non tiene minimamente conto delle culture e tradizioni con cui viene in contatto, ma intetessa solo conquistare l'orizzonte infinito che si perde a vista d'occhio.
          Le battaglie data la netta superiorità delle armi da fuoco e delle tattiche adottate, sono poco più che annoiati scontri ritratti con un tono da farsa, data l'impossibilità assoluta da parte delle varie tribù nel poterli contrastare.
          Il Kafiristan trasforma questi due sbandati anonimi in qualsiasi stato del mondo, in uomini che compiono imprese grandiose, tanto che Daniel ad un certo punto per un fortuito caso viene creduto di essere un Dio e addirittura discendente di Alessandro Magno.

          Cosa può mettere i bastoni tra le ruote ai nostri due colonizzatori capaci di farsi strada in ogni condizione e avversità tra montagne alte ed innevate, persone ostili e terre inesplorate? Un potere irrazionale e sfruttabile che aiuta a soggiogare le masse più di ogni arma o battaglia; la religione ed i ministri di culto della casta sacerdotale.
          Il controllo sulle varie tribù del Kafiristan finisce con il poggiare sulle credenze antiche da parte di una popolazione vista da Daniel e Peachy come ignorante e stupida. Quando si diventa qualcuno però è difficile tornare all'anonimato di prima e Daniel sempre più alienato dallo scopo originario della missione, arriva a far coincidere la propria figura con quella delle antiche tradizioni tramandate dagli abitanti del Kafiristan, essendo oramai accecato dal grande potere raggiunto.

          Un uomo grazie alle proprie capacità può anche diventare re, ma non può trascendere la propria essenza umana.
          L'Uomo che Volle Farsi Re (1975) è probabilmente insieme al film La Bibbia (1966), la pellicola più costosa del regista ed ennesimo tassello dellla filmografia del regista atta a ritrarre dei perdenti che speravano di raggiungere un cambiamento, per poi ritrovarsi con nulla in mano e totalmente sconfitti, come emerge sin dalla prima scena del film che subito ci fa capire come si sono messe le cose. Un film di avventura, che bilancia l'epicita' del viaggio e dei paesaggi che fanno da sfondo alle misere battaglie, con una parabola sul potere avvalendosi dei massimi divi inglesi del tempo come Sean Connery logorato dall'ambizione e Michael Cane, più pragmatico e ironico con il suo umorismo tipicamente british.

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          • Fedora di Billy Wilder (1978).

            Il cinema è la settima arte ed in america Billy Wilder ne fu il massimo profeta che contribuì ad innalzarla a grandi vette. Siamo nel 1978, il cinema classico è morto da oltre 10 anni ed i film di Wilder non hanno un riscontro positivo al botteghino dai tempi di Irma la Dolce (1963), si potrebbe dire che quindi questo Fedora, ennessimo insuccesso di fila, è da considerarsi quindi come il definitivo testamento artistico del più grande regista americano della Vecchia Hollywood, nonchè prosecuzione di un discorso cominciato 28 anni addietro con il monumentale Viale del Tramonto (1950).
            Girato a fine degli anni 70', quando la New Hollywood sarebbe di a qualche anno collassata su sè stessa, questo Fedora esercita un forte fascino Calipsiano (come la villa in cui dimora Fedora), promettendo l'eterna immortalità come la dea fece con Ulisse sperando invano di trattenerlo con sè, dovuto anche al fatto che l'ambientazione greca esercita il suo notevole fascino con quel suo sole iper-luminoso, le isole affascinanti dove i picchi scoscesi a strapiombo incontrano il mare e l'antica mitologia ritorna in auge non più come elemento che ha contribuito a fare la Grecia la culla della cultura occidentale, ma essa stessa diventa realtà.
            Wilder veniva da una serie di insuccessi tanto che qualcuno osa dire che gli anni 70' sono stati il decennio della sua decadenza artistica cercando di sminuirlo al paragone di altri grandi; chi afferma questo evidentemente non ama e non ha capito niente della settima arte e del suo massimo profeta in america, Wilder ad oltre 70 anni di età ha bene in chiaro le proprie tesi e ciò che ha da dire sul cinema, il suo stato e tutta la società che vi gira intorno.

            Fedora emana oltre ad un tono funereo come sottolineato da tutti, anche un indubbio fascino mitteleuropeo con l'incontro di figure di varia provenienza da varie nazioni in un unico posto.
            Il cinema è in grado di rendere immortarli i suoi interpreti se vi sono registi ed attori in grado di sviluppare qualcosa di artistico che diventa poi eterno, il problema è che molte attrici ed attori rivedendosi eternamente giovai ed immutabili sul grande schermo sviluppano delle fisse mano a mano tanto da voler frenare l'invecchiamento; Fedora è una di queste dive, solo che lei và anche oltre, non solo frena l'invecchiamento, ma tenta in tutti i modi di invertire il processo con esiti sorprendenti quanto originali e spaventosi.
            La terza età non è un qualcosa di orribile, poichè si dovrebbe acquisire una saggezza ed un modo di vedere la vita mutuato dalle esperienze vissute, il problema è quando non si accetta il naturale processo delle cose e si vuole sfidare lo scorrere delle cose. Fedora è eterna, Fedora è immutabile, Fedora non invecchia mentre tutto il mondo che la circonda scorre nel flusso del tempo; ella invece è sempre come una volta, un qualcosa di irreale come sottolineato dalla sequenza di indubbio fascino della consegna dell'oscar alla carriera nella sua villa greca da parte di Henry Fonda, Wilder inquadra Fedora con il mare colpito da un sole accecante che dona un effetto flou e totalmente irreale alla messa in scena, il luogo in cui ogni diva sogna di essere eternamente immortale cristallizzandosi in una forma che affascina lo spettatore senza che quest'ultimo neanche si chieda da cosa effettivamente risulti affascinato.

            La critica di Wilder è spietata, non solo verso Fedora la cui arte coincide totalmente con la propria vita ormai, ma anche con il pubblico che non accetta le imperfezioni dell'età che avanza ed è pronto a sostituire il vecchio con il nuovo, incurante di cose fondamentali come l'abilità recitativa, l'importante è che non vi sia una ruga sul viso o un capello bianco in testa.
            Volete l'inganno? Fedora ci inganna tutti sino alla fine arrivando addirittura a scrivere il finale della propria vita; fare l'attrice non basta più, la donna è andata oltre; è diventata anche sceneggiatrice e sopratutto regista della gestione della propria persona; una diva di altri tempi che non sopporta i tempi odierni, il cui scorrere del tempo le ha privato di molte colleghe da tempo defunte ed il cambiamento del cinema l'ha lasciata totalmente insoddisfatta poichè oramai in mano a registi che cercano la bruttezza nell'immagine ed adoperano tutto il tempo zoom e macchina a mano (povero Robert AltmanXD).
            A differenza però di conservatori come Chazelle con La La Land o Tarantino con il suo ultimo esaltato film, non ci pensa minimamente ad esaltare la vecchia hollywood e il modo di fare cinema di una volta; Fedora è il perfetto prodotto vittima di quella grottesca "fabbrica dei sogni", che regala immagini idealizzate ma totalmente false, poichè costruite artificiosamente.
            Barry Detweiler (William Holden), ex assistente alla regia ora mediocre produttore indipendente (come Wilder per questo film... molto autobiografica la sua figura), comprende amaramente l'essenza della diva; zucchero e bontà esteriormente per celare al mondo la spietatezza interiore. Il nuovo non può coesistere con il vecchio, poichè chi appartiene a quest'ultimo non capisce i nuovi film e le nuove tecniche registiche e neanche vuole comprenderle, quindi non resta che superarlo in grandiosità e scaltrezza.

            Sviluppato classicamente in modo lineare nella prima parte come un mistero da risolvere, Wilder svela il tutto dopo metà film e d'altronde uno spettatore odierno che ha visto alcuni film con certe dinamiche, potrà benissimo intuire la soluzione perchè al regista mai come in questo caso non gli interessa il perchè della giovinezza di Fedora, ma lo sbattere in faccia l'analisi sociale corrosiva ed infatti nella seconda parte Wilder adotta numerosi flashback con una narrazione che si sviluppa sullo stile della Contessa Scalza di Joseph L. Mankiewicz (1954), per esprimere compiutamente le proprie idee, donando al mondo gli ultimi pezzi di un pensiero coerente e cinico sul mondo e la società.
            Fedora è il testamento artistico di Billy Wilder, da vedere assolutamente dopo Viale del Tramonto la cui visione prima di questo film è quantomeno consigliata; il film ci consegna un regista che ovviamente non è quello compiuto del ventennio metà anni 40' fino a metà anni 60', ma d'altronde nessuno è perfetto, neanche Wilder, eppure il regista con un film che oramai ha oltre 40 anni s'è dimostrato molto più avanti concettualmente e nella precognizione di certe mecaniche dello star stystem e fatte proprie dalle attrici odierne per essere eternamente giovani, non solo si anticipa la satira folle di Brazil di Terry Gilliam (1986) e le dive fabbricate grazie ad un programma come in Sim0ne di Andrew Niccol (2002), ma i tempi odierni grazie al computer, non sono solo in grado di ritoccare i visi delle star invecchiate donando nuova giovinezza e nuovo inganno agli spettatori, ma addirittura riescono a riportare in vita "coloro" che lo scorrere del tempo ha condannato a morte; come vedete molti registuncoli pensa di essere chissà cosa al giorno d'oggi, ma Billy Wilder era avanti 100 anni come pensiero rispetto a coloro che vivono oggi, peccato che solamente adesso ce ne stiamo accorgendo, ma d'altronde è il destino dei veri geni essere incompresi dai più che non sono all'altezza dei grandi uomini del loro tempo (e non solo).
            Ultima modifica di Sensei; 28 settembre 19, 17:30.

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            • Città Amara - Fat City di John Huston (1972).

              La vita è una fogna; avara di soddisfazioni, piena di sacrifici e colma di sofferenze, tanto che a poco a poco ti sfianca sino a metterti K.O., come fa con Billy Tud (Stacy Keach) ex pugile di 29 anni che non s'è mai rassegnato ad una sconfitta dalla quale non s'è mai ripreso poichè gli è costata molto cara, oppure se la vita vuole vedere l'essere mano soffrire prima ti regala la speranza di poter essere qualcuno in mezzo alla massa e poi improvvisamente ti gettà in faccia l'amara realtà di tale stupida illusione destinata a dissolversi alla prova dei fatti come accade al diciottenne Ernie Munger (Jeff Bridges).
              John Huston ha sempre narrato di personaggi che vogliono elevarsi dalla propria condizione che li rende indistinguibili tra la moltitudine informe di persone; molto spesso però le loro ambizioni sono frustrate e la sconfitta arriva a colpirli duramente; un cinema di perdenti e di vinti, i quali lottano tenacemente per raggiungere i loro obiettivi salvo fallire miseramente per le proprie incapacità personali o per le circostanze avverse. Raggiungere la Fat City, simbolo di perfezione è un qualcosa di utopico su cui la propaganda americana per anni e anni ha pontificato promettendo la realizzazione del cosidetto "sogno", salvo poi scoprire da sè che esso semplicemente risulta impossibile da raggiungere perchè non è mai esistito.
              Il regista segue due percorsi esistenziali, quello di una persona a 29 anni già sul viale del tramonto e quella di un giovane di 18 anni potenzialmente una stella nascente; ma entrambi scontano una sconfitta sia sul lato sportivo che su quello privato.

              La California ritratta da Huston non ha niente di mitico, ma in realtà sa molto di amaro, come cattura alla perfezione l'atmosfera cupa e sporca la fotografia iper-granulosa di Conrad L. Hall, che ci regala scorci realistici restituendoci un'immagine disperata di un'umanità destinata ad una muta rassegnazione del proprio fallimento. Billy passa il proprio tempo sperando di poter rientrare nel giro in cerca di una seconda occasione di riscatto, però l'uomo passa la maggior parte del proprio tempo tra lo spaccarsi la schiena nei campi a raccogliere cipolle e sperperare quel poco che guadagna tra i banconi di un bar e l'altro, osservando gente di varia umanità tra cui una prostituta di nome Oma (Susan Tyrrell) dedita all'alcool con cui pensa di poter costruire un qualcosa che giorno dopo giorno si rivelerà sempre più impossibile da portare avanti.
              Ernie Munger impressionato da un paio di complimenti di Billy, pensa di poter fare carriera nel mondo della boxe, 2-3 incontri in cui verrà messo innanzi alla dura realtà delle cose lo riporteranno con i piedi per terra, ritrovandosi a neanche venti anni già un adulto fatto e finito nonostante sia solo un ragazzo. John Huston conosceva il mondo del pugilato e ci offre uno spaccato perfettamente reale delle persone che popolano questo mondo, andando da presunti fenomeni che si rivelano schiappe ad approfittatori pronti a qualsiasi cosa pur di intascare qualche soldo in più.

              Sogni e speranze di giovani e adulti s'infrangono innanzi ad un destino che li vuole perdenti, è il circolo vizioso della vita ritratto senza pedanteria, spettacolarizzazione o compiacimento da parte di John Huston; abbiamo quindi a che fare con dei vinti di Verghiana memoria, dove ogni tentativo di modificare la propria condizione di partenza porta solo al peggio e alla distruzione di quel poco di decente che vi era prima.
              Billy e Ernie, come ci si tenta di cambiare ognuno di questi due fattori il risultato non cambia ed infatti otteniamo che entrambi si ritrovino seduti ad un bancone del bar muti nella loro tristezza, non avendo d'altronde nulla da dirsi perchè perfettamente coscienti di essere dei vinti e fissare con aria smarrita tramite i loro occhi persi nel vuoto cercando come mero palliativo di commentare qualcosa su chi sta peggio di loro, un'immagine degna del realismo sporco dello scrittore controcorrente Charles Bukowski.
              Il bello di John Huston è che lo puoi esaltare quanto massacrare vista la sua filmografia a mo di montagne russe, ma quando aveva la possibilità di dare il 100% delle proprie abilità, era un regista assolutamente secondo a nessuno e con Città Amara - Fat City (1972), il regista ci regala il suo miglior film dai tempi di Giungla d'Asfalto (1950) ed il secondo dei tre grandi capolavori assoluti della sua filmografia insieme a The Dead - Gente di Dublino (1987).


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              • Qualche giorno fa ho visto su Mubi un mediometraggio di Mati Diop (Snow Canon), ne ho approfittato per rivedere i lavori di lei che avevo già visto e scriverci qualcosa:

                Snow Canon - Mati Diop (2011)
                La tredicenne? quattordicenne? Vanina, in vacanza sulle Alpi, viene lasciata da sola a casa dai genitori, rientrati in Francia per un funerale di un parente. Di lei si occuperà una babysitter americana (Mary Jane), verso la quale la ragazza comincerà a provare una crescente attrazione erotica.
                Secondo mediometraggio di Mati Diop, Snow Canon mette in scena, come raramente si è visto al cinema, il desiderio sessuale femminile. Desiderio scandaloso se vogliamo (come si diceva anche per il film della Breillat, Vergine taglia 36, di cui si è discusso qui con Henry Angel), quello di una ragazza di, forse, quattordici anni per una persona molto più grande di lei (una trentenne).
                L'emergenza, e le varie fasi, dell'attrazione di Vanina per la babyistter, sono restituite con verità e sensualità: dalla prima, straordinaria, soggettiva in cui la protagonista guarda il culo, le gambe, i piedi di lei mentre pulisce i vetri di una finestra, alla schiena lavata in vasca (con masochistica devozione?), alla notte passata a dormire insieme (con la babysitter che si presenterà nuda a letto).
                Bella da un punto di vista narrativo l'ellissi che esclude, verso la fine del film, il momento in cui le due ragazze vanno insieme in discoteca (dopo un altro grande momento di cinema astratto ed erotico in cui la babysitter si prova dei vestiti), mostrandocele solo dopo, la mattina dopo, a letto, con Vanina sotto le coperte (forse nuda) e Mary Jane che si appresta ad andare via (hanno fatto l'amore?). Quello che succede nelle ultime inquadrature e sui titoli non lo spoilero perché rovinerei il piacere della visione a chi non l'ha visto.
                Bellissimo e imprescindibile. Voto 9.

                Big in Vietnam - Mati Diop (2012)
                Una regista vietnamita sta girando un adattamento de Le Relazioni Pericolose nei pressi di Marsiglia, ma l'attore protagonista scompare nella foresta. Lei abbandona il set, lasciandolo in mano al figlio assistente, e comincia a vagabondare per la città. Finisce in un locale karaoke (anche questo vietnamita) in cui fa la conoscenza di un uomo molto affascinante con il quale continuerà a vagabondare, fino al mattino successivo, ascoltandone la storia e il modo in cui si è ritrovato a vivere a Marsiglia.
                Ritorna anche qui l'erotismo che aveva contrassegnato il precedente lavoro della Diop, sia nelle scene quasi astratte dell'adattamento de Le Relazioni Pericolose (un romanzo erotico, ovviamente) sia nel modo in cui, nella lunga sequenza al karaoke, il volto bellissimo dell'uomo vietnamita viene insistentemente inquadrato (erotizzato, letteralmente, dallo sguardo di Mati Diop).
                L'ultima parte del film, oltre a declinare la romance (con finale sulla spiaggia) sembrerebbe quasi prendere una piega documentaria (ma forse già al karaoke lo era), con l'uomo che racconta la sua vita e il modo in cui, da clandestino, è finito prima a Tolosa e poi a Marsiglia.
                Filmato in un povero, anti-estetizzante, minidv (Snow Canon, invece, era girato in pellicola) anche questo è un film sorprendente ed estremamente personale. Voto 9.

                Liberian Boy - Mati Diop (2015)
                Ritratto (backstage videoclip?) di un bambino che danza alla maniera di, e vestito come, Micheal Jackson (ma sulle note elettroniche di Wilber Gavin), sullo sfondo di un green-screen.
                Quattro minuti visivamente accattivanti (e anche questi filmati in un anti-spettacolare, e ormai vintage, minidv) e anche abbastanza ambigui. Il titolo fa riferimento infatti a una smielata canzone d'amore di Micheal Jackson dedicata a una ragazza liberiana (Liberian girl). Ma in questo caso, il liberian boy chi sarebbe? Non il protagonista, bianco e francese. E dunque? Interpretazione libera. Voto 7,5.

                Olympus - Mati Diop (2017)
                Corpi maschili nudi (dalla cintola in su) per le strade di Parigi. Un ragazzo (il fratello modello di Mati, Gard Diop) che attraversa in bicicletta la città. Un gruppo di adolescenti che ascolta musica, fuma e ozia. Un accenno di romance (tra il ragazzo in bicicletta e l'unica ragazza di questo gruppo). Lo sguardo erotico/erotizzante di Mati Diop ritorna in questo fashion film diretto per Kenzo. Più documentario che fiction, ma evocativo e visivamente sfolgorante. Voto 8.
                Ultima modifica di Fish_seeks_water; 29 settembre 19, 23:18.

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                • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                  Fedora di Billy Wilder (1978).
                  Visto solo una volta quasi dieci anni fa, ma concordo nel considerarlo tra i più sottovalutati di Wilder. Sicuramente da riscoprire.

                  Comunque ho visto:

                  Yesterday di Danny Boyle

                  Il regista lascia da parte quasi tutte le riflessioni che sarebbe stato possibile fare sul mondo della musica in questo universo parallelo in cui, ad eccezione del protagonista, il resto del mondo si è scordato dei Beatles e delle loro canzoni, per incentrarsi maggiormente sull'intimità del protagonista a seguito dei cambiamenti che avvengono nella sua vita e sull'impatto datogli dal successo, trasformando il tutto in una semplice commedia romantica verso la fine. In tutto questo pesa sicuramente la penna dello sceneggiatore Richard Curtis (famoso per alcune delle commedie british più famose dell'ultimo ventennio come Love actually, The boat that rocked e About time, film tra l'altro da lui diretti).

                  Il concept è sicuramente molto interessante, cosa farebbe ognuno di noi, abilità canore e musicali permettendo, se si svegliasse in un mondo dove tutti gli altri non sono più a conoscenza dei Beatles o chi per loro? La risposta del film, tramite il suo protagonista, un cantautore amatoriale che in diversi anni è riuscito a scrivere una sola canzone decente da poter esibire esclusivamente di fronte ai suoi amici ma con una "manager" pronta a credere che prima o poi sfonderà, è quella ovvia di sfruttare quelle canzoni che hanno avuto successo cinquant'anni fa per diventare la pop star più famosa del momento.

                  Al di là di una presunta difficoltà nel ricordare i testi o gli accordi delle canzoni (e nessun elemento del film ci aveva presentato il protagonista come un fan o un grande conoscitore del gruppo), che viene comunque sempre poi superata, grazie anche alla visita di alcuni luoghi ispiratori a Liverpool, la strada del successo fila troppo dritta. Ovviamente ci sono dei produttori che vogliono accaparrarsi la maggior parte dei guadagni e che impongono alcuni cambi (Hey Jude diventerà Hey Dude su consiglio di Ed Sheeran che interpreta se stesso), ma è veramente possibile credere che in questo mondo, seppur immaginario, il protagonista non si trovi costretto a integrare la memoria dei testi delle canzoni con qualcosa di personale? Oppure che canzoni di cinquant'anni fa possano avere oggi il medesimo successo pur non essendo nate in quel determinato contesto culturale e con un pubblico completamente diverso. Su come possa essere poi cambiato il mondo della musica in assenza dei Beatles il film ci fa intuire che siano scomparsi anche gli Oasis dalla memoria collettiva, oltre ad altre cose tipo la Coca-Cola e, considerato che non c'è assolutamente (e giustamente direi anche) una spiegazione al blackout che avviene a inizio film, quest'ultima pare una cosa buttata lì a caso.

                  Come anticipato il film si concentra principalmente sul suo protagonista e la materia del successo immeritato viene trattata come se fosse la dipendenza da una droga: sai che è sbagliato ma non riesci a smettere, allo stesso tempo hai paura che qualcuno ti colga sul fatto. Il film gira un po' intorno a se stesso finché le svolte iniziano ad arrivare verso i tre quarti della sua durata, prima con un plot twist che legittima ciò che il protagonista sta facendo togliendolo dalla dimensione del furto o del plagio ma consegnandolo alla preservazione dell'arte, infine ad un incontro che permetterà al protagonista di capire che il successo non è fondamentale nella vita, ma al contrario all you need is love.

                  Da qui si va poi verso il finale che ci fa dimenticare che si stesse parlando anche di musica e diventa pure commedia.


                  A mio parere quindi è un'occasione sprecata, viste le tante cose di cui si sarebbe potuto parlare dato il soggetto di partenza, dall'altra parte è raro che mi metta a scrivere di un film dilungandomi, per cui guardate anche a ciò come un buon segno e sappiate che, anche se il film non vi dovesse soddisfare, vi lascerà comunque degli spunti di riflessione.

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                  • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
                    Qualche giorno fa ho visto su Mubi un mediometraggio di Mati Diop (Snow Canon), ne ho approfittato per rivedere i lavori di lei che avevo già visto e scriverci qualcosa:

                    Snow Canon - Mati Diop (2011)
                    La tredicenne? quattordicenne? Vanina, in vacanza sulle Alpi, viene lasciata da sola a casa dai genitori, rientrati in Francia per un funerale di un parente. Di lei si occuperà una babysitter americana (Mary Jane), verso la quale la ragazza comincerà a provare una crescente attrazione erotica.
                    Secondo mediometraggio di Mati Diop, Snow Canon mette in scena, come raramente si è visto al cinema, il desiderio sessuale femminile. Desiderio scandaloso se vogliamo (come si diceva anche per il film della Breillat, Vergine taglia 36, di cui si è discusso qui con Henry Angel), quello di una ragazza di, forse, quattordici anni per una persona molto più grande di lei (una trentenne).
                    L'emergenza, e le varie fasi, dell'attrazione di Vanina per la babyistter, sono restituite con verità e sensualità: dalla prima, straordinaria, soggettiva in cui la protagonista guarda il culo, le gambe, i piedi di lei mentre pulisce i vetri di una finestra, alla schiena lavata in vasca (con masochistica devozione?), alla notte passata a dormire insieme (con la babysitter che si presenterà nuda a letto).
                    Bella da un punto di vista narrativo l'ellissi che esclude, verso la fine del film, il momento in cui le due ragazze vanno insieme in discoteca (dopo un altro grande momento di cinema astratto ed erotico in cui la babysitter si prova dei vestiti), mostrandocele solo dopo, la mattina dopo, a letto, con Vanina sotto le coperte (forse nuda) e Mary Jane che si appresta ad andare via (hanno fatto l'amore?). Quello che succede nelle ultime inquadrature e sui titoli non lo spoilero perché rovinerei il piacere della visione a chi non l'ha visto.
                    Bellissimo e imprescindibile. Voto 9.

                    Big in Vietnam - Mati Diop (2012)
                    Una regista vietnamita sta girando un adattamento de Le Relazioni Pericolose nei pressi di Marsiglia, ma l'attore protagonista scompare nella foresta. Lei abbandona il set, lasciandolo in mano al figlio assistente, e comincia a vagabondare per la città. Finisce in un locale karaoke (anche questo vietnamita) in cui fa la conoscenza di un uomo molto affascinante con il quale continuerà a vagabondare, fino al mattino successivo, ascoltandone la storia e il modo in cui si è ritrovato a vivere a Marsiglia.
                    Ritorna anche qui l'erotismo che aveva contrassegnato il precedente lavoro della Diop, sia nelle scene quasi astratte dell'adattamento de Le Relazioni Pericolose (un romanzo erotico, ovviamente) sia nel modo in cui, nella lunga sequenza al karaoke, il volto bellissimo dell'uomo vietnamita viene insistentemente inquadrato (erotizzato, letteralmente, dallo sguardo di Mati Diop).
                    L'ultima parte del film, oltre a declinare la romance (con finale sulla spiaggia) sembrerebbe quasi prendere una piega documentaria (ma forse già al karaoke lo era), con l'uomo che racconta la sua vita e il modo in cui, da clandestino, è finito prima a Tolosa e poi a Marsiglia.
                    Filmato in un povero, anti-estetizzante, minidv (Snow Canon, invece, era girato in pellicola) anche questo è un film sorprendente ed estremamente personale. Voto 9.

                    Liberian Boy - Mati Diop (2015)
                    Ritratto (backstage videoclip?) di un bambino che danza alla maniera di, e vestito come, Micheal Jackson (ma sulle note elettroniche di Wilber Gavin), sullo sfondo di un green-screen.
                    Quattro minuti visivamente accattivanti (e anche questi filmati in un anti-spettacolare, e ormai vintage, minidv) e anche abbastanza ambigui. Il titolo fa riferimento infatti a una smielata canzone d'amore di Micheal Jackson dedicata a una ragazza liberiana (Liberian girl). Ma in questo caso, il liberian boy chi sarebbe? Non il protagonista, bianco e francese. E dunque? Interpretazione libera. Voto 7,5.

                    Olympus - Mati Diop (2017)
                    Corpi maschili nudi (dalla cintola in su) per le strade di Parigi. Un ragazzo (il fratello modello di Mati, Gard Diop) che attraversa in bicicletta la città. Un gruppo di adolescenti che ascolta musica, fuma e ozia. Un accenno di romance (tra il ragazzo in bicicletta e l'unica ragazza di questo gruppo). Lo sguardo erotico/erotizzante di Mati Diop ritorna in questo fashion film diretto per Kenzo. Più documentario che fiction, ma evocativo e visivamente sfolgorante. Voto 8.
                    Tarantino e Gray non li vedi?

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                    • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio

                      Tarantino e Gray non li vedi?
                      Gray dovevo andare a vederlo sabato, ma poi non ho potuto, recupero tra domani e mercoledì. Tarantino l'ho un po' snobbato, ma alla fine credo che lo vedrò comunque in questi giorni.

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                      • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio

                        La Voce della luna scade in un finale surrealista che non convince, oltre al fatto di certe sequenze reazionarie come quella dello discoteca a cui Fellini a Michael Jackson contrappone un Valzer, una critica superficiale atta ad esaltare i bei tempi andati senza rendersi conto che i gusti cambiano e la società si evolve e magari il vecchi durante l'infanzia di Fellini criticavano i giovani per il valzer.


                        Capolavori italiani degli ultimi 40 anni?

                        C'era una volta in America di Sergio Leone
                        Palombella Rossa di Nanni Moretti
                        Caro Diario di Nanni Moretti
                        La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana
                        Gomorra di Matteo Garrone
                        Il Divo di Paolo Sorrentino
                        Noi Credevamo di Mario Martone
                        Dogman di Matteo Garrone
                        E una menzione per Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi?

                        A proposito di cinema italiano mi è capitato di vedere L'intrusa di Leonardo di Costanzo (e vedo che, oltre a lui, è stato sceneggiato da Maurizio Braucci, che ha messo lo zampino su tanti film "meridionali" recenti, da Gomorra sino al recente La paranza dei bambini). Film asciutto, senza esagerazioni retoriche, ma che riesce lo stesso a offrire allo spettatore una storia forte eticamente e coinvolgente - che tensione guardandolo! -, con queste due donne (brave le due attrici) che incarnano bene il titolo del film, "intruse" in quel determinato ambiente in cui si svolge la vicenda. Lo consiglio vivamente.

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                        • Alcuni film visti nelle ultime settimane.

                          The nice guys | Shane Black, 2016. Nulla che non si sia già visto altrove, le gag non vanno sempre a segno ma tutto sommato il livello si mantiene buono per tutta la durata del film, anche grazie a una trama che piano piano riesce a farsi intrigante. Bravi gli attori protagonisti, anche se Gosling tende un po' all'overacting, e molto bella la coloratissima ricostruzione della L.A. degli anni '70. Un Inherent vice per quasi tutta la famiglia.

                          Conte d'hiver | Éric Rohmer, 1992. L'ossessione rohmeriana per gli intrecci fra amore e Caso culmina in questa apologia dell'istinto sulla ragione, della fede contro ogni probabilità. Da un punto di vista esterno le scelte della protagonista potrebbero tradire un'irresponsabilità ed una volubilità agghiaccianti, ma il fatto è che a Rohmer interessa raccontare questa storia da un punto di vista completamente diverso. Non necessariamente tutto questo ha senso, ma l'ho trovato a suo modo molto bello se preso per quello che è.

                          Incredibles 2 | Brad Bird, 2018. Visto un po' per caso facendo zapping, e quanto è vero che tenere le aspettative basse fa sempre bene. Una visione piacevolissima, con scene d'azione orchestrate alla perfezione ed una componente comico-drammatica sorprendentemente efficace. Costruisce un ritratto famigliare nel suo piccolo molto riuscito, con un arco narrativo convincente e perché no toccante quando alla fine il gruppo si riscopre più unito di prima. Certo: il primo aveva dalla sua la forza di un immaginario estetico che questo seguito si limita ad ereditare; e sì, forse sarebbe stato più interessante sfruttare i quattordici anni di distanza per mostrare la famiglia cresciuta, piuttosto che optare per un seguito direttissimo: ma per quello, volendo, c'è ancora tempo. Un bel modo di passare un pomeriggio.

                          Mission: Impossible – Fallout | Christopher McQuarrie, 2018. Pure questo visto a caso per passare una serata, pure questo scelta azzeccatissima. Stunt pazzeski, colpi di scena e battutine che funzionano anche quando non funzionano e tensione tenuta a livelli ridicoli per periodi di tempo ridicolmente lunghi. Si vedono posti, muore gente, esplodono cose. Non chiedevo altro.

                          Visto anche Once upon a time in Hollywood, che ho commentato nella discussione ufficiale all'uscita.

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                          • Intervista col vampiro di Neil Jordan

                            Non lo vedevo da eoni, anche se parecchie scene - avendole viste in tenera età - mi erano rimaste impresse. Che dire, una parata di star che però non si limita a fare il compitino. Le scenografie di Dante Ferretti sono magnifiche e fanno da sole il film, ma la regia di Jordan e la fotografia di Rousselot le accompagnano al meglio. Per quanto riguarda il cast, ottimi Tom Cruise e Kirsten Dunst, quasi insopportabile Brad Pitt ma non so fino a che punto per colpa sua. Banderas forse non era la scelta migliore per il personaggio.
                            Il film riesce bene nei suoi momenti più forti, in cui il regista è bravo a mixare le giuste dosi di violenza ed erotismo (molto bella la scena in cui Lestat cerca di far uccidere una prostituta al protagonista, così come è molto bella la scena del teatro dei vampiri) mentre in altri si arena un pochino.
                            Complessivamente si tratta di un film molto godibile.
                            https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                            • Ho visto anch'io un film coi vampiri

                              PER FAVORE NON MORDERMI SUL COLLO di Polanski
                              Niente, carino ma continua a dirmi poco. Un divertissement vampiresco dalle simpatiche atmosfere naif che però vengono presto a noia, e se un paio di scene divertono molto, altre si trascinano fiaccamente tra campitomboli, incastri, inseguimenti, macchiettismi un po' così, gag non eccelse. Carina invece la festa finale in costume, in cui Polaski manovra la mdp con grande virtuosismo passando con grazia da un danzerino all'altro (ma il nostro indossava la stessa giacca di "C'era un volta..."?).
                              Capitolo necrofilia, ossia S.Tate: recita coi capell rossi, non me lo ricordavo.
                              E ha una parte davvero minuta, ma nel poco tempo concessogli affascina e fa simpatia. Dubito che sarebbe mai diventata una seria attrice drammatica, ma aveva presumibilmente un buon futuro come commediante bislunga e allampanata, un po' alla Carole Lombard.
                              Anche qui il salvataggio riesce, ma con una brutta complicazione finale, molto polanskiana d'altra parte.
                              Ultima modifica di papermoon; 07 ottobre 19, 08:59.

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                              • Io invece, sempre grazie a Raistoria, ho visto Operazione San Gennaro di Risi. Non sapevo molto a riguardo e mi sono buttato nella visione, e devo dire che non mi sono pentito! Siamo dalle parti del filone caper-commedia alla I soliti ignoti però, se lì c'era un grande cast corale, e seppur qui vi siano buoni comprimari nella banda (Mario Adorf giganteggia, anche di stazza ), qui la fa da padrone uno splendido Manfredi. La sceneggiatura mi è sembrata buona, sebbene forse abusi un po' degli stereotipi partenopei, ma d'altronde qui l'ambientazione è strutturale alla comicità del film. Grande ritmo che ci conduce fino al rocambolesco finale. Mi ha divertito e, vedendo che nel topic dei registi lo hanno votato solo gli ottimi medeis e David Bowman, ne consiglio la visione anche agli altri.

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