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  • Originariamente inviato da SE7EN Visualizza il messaggio
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    In linea di massima succede questo, non ho un ricordo molto lucido dato che mi stava calando un po’ la palpebra.

    Nelle solite didascalie finali dicono che il prete a oggi non può più esercitare le funzioni liturgiche ma non è stato allontanato dalla chiesa. Roba recente comunque, aggiunta dopo la prima del film a Berlino.
    Grazie mille!

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    • Loro 1 e 2
      Finalmente ho potuto recuperarli, li hanno trasmessi su Premium a una settimana di distanza e li ho registrati entrambi per guardarli quasi back to back. Di Sorrentino devo recuperare i primi tre film, ho visto solo quelli da Il Divo in poi (e The Young Pope), e devo dire che in ogni lavoro ho riscontrato sempre gli stessi pregi e gli stessi difetti, talvolta però più accentuati. Anche qui, in mezzo a tante buone idee (che non sempre sono però si traducono bene sullo schermo o sono amalgamate adeguatamente) ci sono i soliti scivoloni, tra qualche dialogo troppo didascalico e i metaforoni con tanto di CGI. Ho apprezzato che il film parta dal basso prima di arrivare a Berlusconi, per mostrare prima di tutto lo squallore di chi in un certo senso ha contribuito alla sua ascesa per poi venir plasmato definitivamente dall'approccio da self-made man criminale e guascone del Cavaliere, con La Grande Bellezza che incontra The Wolf of Wall Street (il film di questo decennio che Sorrentino preferisce, mi pare di aver letto). Alcune scene sono un po' ridondanti ma devo dire che il tutto è piuttosto volato, ne avrei visto ancora, anche grazie all'interpretazione di Servillo che con il passare dei minuti mi è sembrata sempre più convincente, dopo le riserve che avevo all'inizio. Mi sono piaciuti anche i momenti in cui il film sconfina nella parodia pura (non tutte però, ad esempio con "Menomale che Silvio c'è" si poteva fare molto di più), soprattutto il montaggio delle attrici raccomandate che si chiude con il trailer della fiction su Lady Diana. Sembrava una scena uscita da Boris e secondo me il punto di riferimento era proprio quello, Sorrentino in un episodio della serie interpretò se stesso.
      Comunque è un film che ritorna sulle tematiche di sempre, con il solito protagonista. Si fa guardare volentieri ma mi auguro che in futuro Sorrentino corregga quelle sbavature ormai tipiche e trovi la giusta misura.

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      • Ieri sera ho visto questo (A film for friends, opera seconda di Radu Jude), un esercizio di realismo folle, geniale e difficilissimo da realizzare. Dura solo 56 minuti, per chi vuole vederlo.

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        • Assassination Nation di Sam Levinson

          Un B-movie satirico coi controfiocchi. Un hacker divulga i segreti (corna, omosessualità nascosta, foto di nudo, ecc.) delle persone di una cittadina, inizialmente solo di figure di spicco (il sindaco, il preside) che finiscono alla gogna pubblica, e poi di tutto il fottuto paesello che precipita nel caos e nella violenza.
          Lo spunto è interessante e attualissimo, e declinato su grande scala, tuttavia non aspettatevi un trattato sociologico ne seriosità: è un B-movie di grana grossa nei contenuti (non che sia un male, anzi!), che non disdegna splatter e tamarraggine, girato davvero bene. Il caro Levinson infatti ha una regia ottima: mi ha colpito la rappresentazione della violenza, iperreale e anticlimatica (inusuale visto il tipo di film); inoltre c'è una home invasion narrata con un piano sequenza formidabile, coinvolgente, e per nulla gratuito.
          L'unico difetto è che la prima metà si dilunga troppo in una descrizione non molto ispirata della vita adolescenziale; quando poi i leak coinvolgono tutta la città il film ingrana e si ha un crescendo continuo fino ad un finale magnifico.


          Curiosità per chi ha visto la serie tv di Levinson, Euphoria: anche in questo film c'è "In my dreams" di Ahnonhi e ci sono un paio di attori che ricompaiono poi nella serie.
          Ultima modifica di Cooper96; 22 ottobre 19, 22:25.
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          • The Prestige.

            Tutto molto bello, bellissimo il colpo di scena finale, molto molto bello il montaggio, ottime anche le interpretazioni di Jackman e Bale che mi sia piaciuto davver tanto.
            Ma una domanda: Nolan non riesce a fare film senza questi tipi di montaggio e senza intricare il tutto in questo modo? Comunque lo preferisco ad inception, mentre TdK resta sopra. Dunkirk eccellente esercizio di stile ma mi ha preso molto meno, preferisco interstellar al suo ultimo film. Memento probabilmente lo recupero a breve.

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            • Mi risulta che abbia fatto almeno quattro film lineari, dove il montaggio “intricato” riguarda solo poche sequenze chiave. È una domanda comunque che da chi ha capito Nolan non mi aspetterei

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              • Qual è il tuo film di Nolan preferito Seven?

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                • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
                  Ieri sera ho visto questo (A film for friends, opera seconda di Radu Jude), un esercizio di realismo folle, geniale e difficilissimo da realizzare. Dura solo 56 minuti, per chi vuole vederlo.

                  Ho visto anche il successivo Everybody in our family. Bellissimo. Diciamo però che questo, rispetto ai successivi Aferim! e Scarred Hearts lavora molto ancora sul realismo, in linea con la "tendenza" dominante nel cinema rumeno contemporaneo. Da Aferim! in poi sviluppa invece un'idea di cinema più personale, più originale. Sono tutti belli i suoi film, sia chiaro, ma forse preferisco la seconda fase della sua carriera.
                  Ultima modifica di Fish_seeks_water; 23 ottobre 19, 13:51.

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                  • Originariamente inviato da Andrea90 Visualizza il messaggio
                    Qual è il tuo film di Nolan preferito Seven?
                    TDK, tallonato a breve distanza da The Prestige.

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                    • L'Orgoglio degli Amberson di Orson Welles (1942).

                      Il secondo ed il terzo film sono sempre i più difficili per un regista, specie per coloro che come Orson Welles hanno avuto la fortuna ed il talento di debuttare con un'opera prima eccezionale; la pressione aumenta, le aspettative sono alte e ammiratori e detrattori, attendono il regista al varco. Welles non si lascia scoraggiare, non è nella natura di un genio come lui del resto, così con L'Orgoglio degli Amberson (1942), il regista vira nuovamente l'ogetto della sua ricerca sui potenti, in questo caso la ricchissima ed influente famiglia degli Amberson, nonchè sull'ultimo suo rampollo George (Tom Holt), un nuovo titano Wellesiano dopo il Kane della sua opera prima.
                      Questa volta il soggetto è indubbiamente più classico rispetto a Quarto Potere, ma il regista resta comunque fedele al suo stile continuando con le innovazioni che hanno fatto grande la sua opera prima; piani sequenza estensivi e totali, vastissima profondità di campo valorizzata questa volta dalla fotografia di Stanley Cortez ed un certo fatalismo in questa ascesa e caduta dell'ultimo degli Amberson. George è un ragazzo arrogante quanto viziato, disprezza fortemente gli elementi del popolino e si oppone energicamente al progresso incarnato dall'invenzione dell'automobile considerata dal ragazzo una creazione senza futuro, preferendogli di gran lunga il trasporto a trazione animale.
                      Questo lo porta ferocemente a scontrarsi con Eugene Morgan (Joseph Cotten), ex-piccolo borghese che ora sta facendo una fortuna e vecchio spasimante di sua madre Isabel Amberson (Dolores Costello), la quale pur essendo innamorata di lui preferì sposare Wilbur. Pur essendo fortemente innamorato della figlia di Eugene, la dolce Lucy (Anne Baxter), George porta avanti la sua battaglia personale verso l'ex-amante della madre impedendo qualsiasi avvicinamento tra i due.

                      George è un titano destinato alla sconfitta, sia per i mutamenti storici a cui risulta cieco, che per il suo orgoglio aristocratico verso la classe borghese, la quale disprezza fortemente e il cui odio è ricambianto da costoro che sperano di vivere tanto a lungo da vedere George e la famiglia Amberson crollare miseramente.
                      Il film comincia con un'introduzione di tipo storico, ricollegandosi in un certo senso al cinegiornale con cui si apriva Quarto Potere (1941), che ci fornisce una serie di nozioni sui costumi e le usanze della società dela seconda metà dell'800', fatta di riti, vestiti e un certo lassismo nell'affrontare la giornata senza dover correre all'impazzata dietro i ritmi frenetici di una società come quella odierna dove tutto è veloce, ma resta per assurdo sempre meno tempo per l'uomo e ciò dalla voce narrante di Welles, viene comparato al tram a trazione animale che si fermava ogni qualvolta una persona dalla finestra chiedeva di fermarsi.
                      Ritmi che oggi sarebbero impossibili da mantenere, così come sempre più rare sono le abitazioni sullo stile sfarzoso come quella degli Amberson, con i suoi pianerottoli interni e quella scala a spirale in cui Orson Welles con dolly e pini sequenza, sale e scende di continuo con la sua macchina da presa che segue di continuo il salire e scendere di quelle scale da parte dei suoi personaggi, dimsotrando una magistrale gestione dello spazio della casa. Il regista non rinuncia a sperimentare nuovi artifizi come la profondità di campo sonora in sequenze come la festa, riuscendo tramite l'accavallamento delle voci a creare un effetto realistico alla messa in scena.

                      Il montaggio sicuramente è più classico rispetto a Quarto Potere, avvalendosi di dissolvenze incrociate o in nero, e quindi molto più classico nei raccordi, cosa che portò la critica ad apprezzare maggiormente L'Orgoglio degli Amberson all'epoca rispetto a Quarto Potere. Lo stesso Orson Welles lo considerava superiore al suo precedente film, però con questa pellicola inizia la prima di una lunga serie di opere manomesse dalla produzione ed acerrime battaglie tra il regista ed i produttori.
                      A quanto è riportato nei booklet della Dynit, Orson Welles riuscì a compeltare il montaggio del film pur trovandosi all'estero in Brasile per un film che poi non si riuscirà mai a realizzare, purtroppo gli screen test furono negativi a quanto sembra e la casa di produzione fortemente terrorizzata dal rimetterci i soldi, tagliò circa 50 minuti di film ed ordinò a Robert Wise (montatore del film), di girare delle sequenze di raccordo e di cambiare il finale.
                      I reshoot di Wise sono fortemente visibili poichè spesso vanno a spezzare la regia dei complessi carrelli di Welles, con dei frame che a volte servono a colmare i buchi narrativi per via dei tagli come per i due uomini che commentano la morte di Wilbur, oppure un primo piano messo a cavolo su Lucy quando Geroge le dice che sta per andare con sua madre all'estero (forse per una maggior empatia verso la sua sofferenza? Non è una cosa da Welles, non il primo Welles che è sempre molto indefinito quando deve tratteggiare i propri personaggi). Non sono questo esperto di cinema, men che meno di Welles, però se sono riuscito a notare delle palesi inquadrature inserite ex-post che cozzano con lo stile di Welles, immagino ve ne siano molte sparse nella narrazione e individuabili da coloro che sono più allenati del sottoscritto.
                      Il finale oltre che affrettato (ci saranno stati una marea di tagli anche qui), ha l'ultima sequenza nel corridoio dell'ospedale totalmente riscritta e rigirata da Robert Wise, con un tono molto positivo che và contro la cupezza e l'ostinazione che permeava la narrazione in precedenza. La pellicola venne disconosciuta da Welles per questo motivi che da quel momento in poi ebbe in odio Robert Wise e dovette combattere ogni volta tra budget risicati e post-produzioni scellerate, il film fu un flop al botteghino e nonsotante le quattro nomination agli oscar per miglior film, scenografia, fotografia e attrice non protagonista (Agnes Moorehead), non ottenne nulla.


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                      • Gli Amanti Crocifissi di Kenji Mizoguchi (1954).

                        Il denaro svela sempre la vera anima di una persona; partendo da un mcguffin di Hitchcockiana memoria (il bisogno da parte della signora O-San di procurarsi una somma di denaro per aiutare suo fratello spiantato e la propria madre a pagare degli interessi sulla loro casa), Kenji Mizoguchi costruisce l'ennesimo tassello della sua coerente quanto dolente filmografia dedicata alla figura femminile. Questa volta il grande regista abbandona la narrazione verso una spirale negativa come in Vita di O-Haru Donna Galante (1952), oppure gli elementi fantasy-onirici dei Racconti della Luna Pallida d'Agosto (1953), a favore di un melodramma più di stampo tradizionale nella narrazione, ma spietato nella sua analisi sociale verso i potenti e le regole della società Giapponese.
                        O-San (Kyogo Kagawa) è legata al marito Ishun, ricchissimo stampatore imperiale che gestisce tale professione in regime di monopolio e avente circa 30 anni di più, quest'ultimo è invaghito di O-Toma, una giovane donna della sua servitù, la quale per sottrarsi alle sue molestie, gli mente dicendo di essere fidanzata di Mohei (Kazuo Hasegawa), un lavoratore addetto alla stamperia al servizio di Ishun.
                        Un equivoco darà modo di far credere ad Ishun, che Mohei e O-San sono amanti, non riuscendo a chiarire tale fraintendimento, entrambi decidono di scappare poiché temono la morte per crocifissione, dando così via ad una catena di tragici eventi.

                        Mizogichi grazie alle doti del direttore della fotografia Kazuo Hiyagawa, valorizza appieno la profondità di campo e grazie ai piani sequenza, riesce a costruire dei quadri di uno spaccato di un Giappone ora sospeso tra, il lirismo del legame tra O-San e Mohei, destinato a sfociare in amore al momento in cui stanno per suicidarsi nelle acque del lago Bawa, in una sequenza carica di emotività e visivamente carica nella purezza delle acque del lago testimoni silenti di un amore che nasce, facendo così recedere i due dal triste proposito a favore di una fuga senza meta, ma con la consapevolezza di essere liberi dell'oppressione sociale e dalla differenza di classe che li separa, a cui fa da contraltare una rappresentazione da parte di un Mizoguchi, tramite una regia che accentua ancora di più la fissità delle inquadrature, di una società Giapponese invischiata in regole atte a salvare le apparenze per proteggere un vetusto concetto di reputazione.

                        A Doki (fratello di O-San) e a sua madre importa solo ottenere i soldi per non vedere la loro fama danneggiata negli affari, mentre Ishun è un'ipocrita a cui importa solo di non essere travolto da ciò, per salvare il proprio onore dal conseguente scandalo; in tutto questo i sentimenti e la donna sono le vittime predestinate di una società ottusamente conservatrice, per la quale il libero amore è un qualcosa in cui non solo lo Stato si deve intromettere in modo coattivo, ma deve anche ricevere la pubblica condanna, arrivando così a negare ogni intimità privata.
                        Si dice che la giustizia sia equilibrio, sicuramente alla fine del film né i due protagonisti, né O-Toma e né tantomeno Ishun sarebbero d'accordo, eppure il tutto alla fine proseguirà nel suo terribile status quo, in cui colui che ha il potere può anche farsi da parte, ma il concetto stesso di potere e norme che reggono il sistema, resteranno sempre al loro posto poiché sono elementi che nei secoli governano e muovono tutto ciò che hanno sotto il loro controllo. Presentato a Cannes nel 1955, il film non ottenne nessun premio, però dopo tutti questi anni lo si può considerare un capolavoro assoluto del cinema.


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                        • Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood (2006).

                          Con Lettere da Iwo Jima (2006), Clint Eastwood porta a compimento il dittico dedicato alla sanguinosa battaglia di Iwo Jima avvenuta all'inizio del 1945 durante le fasi finai della seconda guerra mondiale, completando così il discorso cominciato con Flags of the our Fathers uscito nel medesimo anno, ma con il punto di vista dalla parte degli americani.
                          Si tratta di uno dei più alti risultati mai raggiunti dalla settima arte e non solo quindi dal cinema bellico in generale; Clint Eastwood adopera un cast totalmente Giapponese (e non Cinesi o Coreani spacciati per tali) ed impone in tutto il mondo la distribuzione in lingua Giapponese con sottotioli della lingua del paese in cui è proiettato, l'unica concessione che il regista sceglie di fare è lo scegliere Ken Watanabe nella parte del generale Tadamichi Kuribayashi a capo delle forze disclocate nell'isola di Iwo Jima, per dare una speranza di incasso al film vista la fama dell'attore che all'epoca veniva dai successi di film come L'Ultimo Samurai, Memorie di una Geisha e Batman Begins, tutti successi di pubblico e critica che avevano reso l'attore Giapponese moderatamente conosciuto anche dal pubblico occidentale. Iwo Jima è un film sui fantasmi sepolti dalla cenere vulcanica dell'isola che a seguito di lavori di scavo in una grotta, venogono riportati alla luce e la storia fà luce finalmente anche sui vint e gli sconfitti; i circa 21.000 soldati Giapponesi quasi interamente annientati nel corso della difesa disperata ed impossibile dell'isola tra il Febbraio ed il Marzo del 1945.
                          Per la prima volta si sceglie di rappresentare una battaglia non solo dalla parte del nemeico ma anche da quello che volgarmente è definito "perdente" dalla storia, ma si sa, i libri sono scritti dai vincitori e la carta stampata tranne che dire che quei soldati si sono battuti sino all'ultimo, non ci dice nulla sulle loro storie o su chi siano, questo è il compito del cinema e di Clint Eastwood.

                          Iwo Jima è un isolotto di scarse dimensioni aspro, arido e brullo, la cenere vulcanica di cui l'isola è pregna in abbondanza ha impedito qualsiasi sviluppo della vita e complice anche un sole forte, su tale pezzo di terra non cresce nulla e manca totalmente l'acqua, in sostanza è un posto totalmente ostile alla vita. Perchè difendere a tutti i costi quindi questa anti-camera per l'inferno? Semplice, Iwo Jima è parte del sacro suol patrio Giapponese e non un territorio conquistato durante la guerra dall'esercito imperiale, quindi và difesa ad ogni costo sino all'ultimo uomo, anche se è un'impresa persa in partenza vista la totale mancanza di aviazione e la distruzione della restante parte della flotta nipponica nella recente battaglia delle Marianne.
                          Kuribayashi ha quindi un'intuizione, la difesa in profondità, è inutile schierare soldati sulla spiaggia in trincea a farsi massacrare dalla flotta americana e senza alcuna copertura, diamo loro la spiaggia e sfruttando la conformazione dell'isola e la consocenza del territorio, martoriare con l'artiglieria e le mitragliatrici i marines sbarcati, causando loro fortissime perdite poichè impossibilitati a contrattaccare un nemico trincerato in posizioni difficilmente conquistabili e aiutato da chilometri di gallerie sotterranee in cui far transitare armi, munizioni, provviste e ordini, totalmente al riparo dalle navi americane che non possono fare molto per distruggere gallerie situate in profondità.

                          Nella guarnigione ci sono soldati di varia estrazione sociale e temperamento; il soldato Saigo non ne vuole sapere della guerra, lui la odia e se dipendesse da lui, darebbe quest'isoletta del cavolo agli americani e se ritornerebbe a casa; un comportamento più da americano che da Giapponese secondo i detrattori del film, eppure Eastwood con tale scelta elimina decenni di propaganda sui Giapponesi visti come una massa di soldati pronti a sacrificarsi sino all'ultimo uomo a sprezzo del pericolo. Saigo era un fornaio, la guerra ha significato la fine di tutto e i continui sopprusi da parte dei membri della polizia militare che requisivano ogni tipo di cibo ed ingradiente perchè necessario all'esercito al fronte, poi non paghi di questo hanno portato via tutto il metallo poichè il paese essendo povero di materia prime, ogni oggetto di metallo era utile a fabbricare armi e proiettili necessari per l'esercito.
                          Se la propaganda è attuata ed eseguita da invasati che vedono la chiamata alle armi come un grande onore (tanto il culo non è mica il loro), per Saigo che era in attesa di una figlia è un qualcosa di devastante e secondo la moglie è destinato a non tornare più.
                          Kuribayashi è largamente inviso e visto con forte sospetto dall'establishment militare presente sull'isola per via del suo forte pragmatismo di fondo, arrivando durante la battaglia a negare gli inutili e dispendiosi attacchi banzai per un ripiegamento su posizioni più facilmente difendibili. La disciplina militare impone di eseguire gli ordini del comandante, ma la tradizione millenaria non scritta di cui gli ufficiali dell'esercito imperiale sono imbevuti, impone il rituale del suicidio per preservare l'onore.
                          Il risultato dei corpi devastati in Flags of our Fathers nelle grotte scavate dai Giapponesi, adesso c'è concesso di vedere l'origine di quel sinistro rituale suicida. Lettere da Iwo Jima azzera le differenze tra nemico e amico, siamo tutti esseri umani catapultati in questa assurda follia chiamata guerra, tutti i soldati hanno famiglie e madri ad aspettare il ritorno dei figli al fronte per poterli riabbracciare e assaporare finalmente la pace dall'inferno delle bombe, come il tenente Nishi che riesce ad azzerare qualsiasi barriera culturale ed ideologica con la lettera del soldato Sam.

                          La propaganda ci ha sempre mostrato un Giapponese spietato, eppure Eastwood ci mostra per la prima volta degli americani infidi senza pietà che ammazzano dei soldati Giapponesi oramai prigionieri (lì dove Spielberg non ebbe il coraggio in Salvate il Soldato Ryan di mostrare la rabbia degli americani con una sequenza abbastanza retorica che poi sfocia nel grottesco ritorno del tedesco sul campo di battaglia mostrando che il nemico è sempre infido). Clint Eastwood è oramai troppo maturo per far sfociare il suo cinema in uno sterile pacifismo abusato, il regista non può far altro che dare l'onore delle armi agli uomini di entrambi gli schieramente, che non hanno fatto che battersi per convinzioni in cui credevano manovrati da autorità più in alto di loro.
                          Lo stesso Nishi e Kuribayashi che per tutto il film hanno negato come follia gli attacchi banzai, alla fine sono pedine di un ingranaggio più grande di loro, arrivando con umana contraddittorietà a far uso dei loro valori del proprio paese nel momento finale.
                          Toccante l'epitaffio del generale Kuribayashi rivolto con lo sguardo al suo paese mentre poggia il suo capo in quello che è ancora il sacro suol patrio Giapponese, mentre Saigo nel finale vedrà quello stesso sole ora intriso di colore rosso tramontare definitivamente a simboleggiare la fine delle aspirazioni imperialiste di un Giappone che di lì a 5 mesi verrà devastato da due bombe atomiche e costretto ad arrendersi, mettendo fine alla più grande mattanza della storia dell'umanità.
                          Non un gran successo in america per via dell'ostacolo della lingua imposto da Eastwood, ma grandissimo successo in Giappone dove il film tutt'ora è la pellicola più amata del regista americano, risvegliando una coscienza nazionale e la riscoperta di queli antichi quanto contraddittori valori. Un capolavoro assoluto della storia del cinema che nonostante le 4 nomination agli oscar tra cui miglior film e regia, venne ingiustamente sconfitto da un film vecchio e stanco come The Departed di Scorsese. Iwo Jima allora un'isolotto dimenticato da Dio, oggi ha il suo posto nella storia che gli spetta grazie alla riscoperta di Clint Eastwood, il quale riporta alla vita e dignità fantasmi che furono inglobati dalle tenebre.


                          Ultima modifica di Sensei; 24 ottobre 19, 12:39.

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                          • Lettere da Iwo Jima è un bellissimo film ma definirlo "uno dei risultati più alti mai raggiunti dalla Settima Arte" mi sembra un pochettino esagerato.
                            https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                            • E vabbè Gidan, non ti soffermare sui superlativi adesso. Anche se indubbiamente è un film che si aggiunge ai grandi capolavori del cinema bellico e non.

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                              • per me Lettere da Iwo Jima è un film molto noioso, l'ho visto molti anni fa e non mi è rimasto niente dentro

                                ho visto the club di larrain, grandissimo film

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