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  • Hai cambiato idea su Pablo Larrain? Ricordo che lo definisti "noioso".

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    • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
      Hai cambiato idea su Pablo Larrain? Ricordo che lo definisti "noioso".
      no, ti confondi, ho visto solo 2 film di larrain, club e tony manero, bello pure questo

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      • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
        Ieri sera ho visto questo (A film for friends, opera seconda di Radu Jude), un esercizio di realismo folle, geniale e difficilissimo da realizzare. Dura solo 56 minuti, per chi vuole vederlo.

        Ma è un unico piano sequenza con inquadratura fissa? Il cinema rumeno sa stupire davvero in questi anni.

        Per quanto riguarda i giudizi di Sensei: concordo sul film di Welles, l'ho visto l'anno scorso grazie a Rai3 (dato però a notte fonda, ti pareva ) e pur tagliato rimane un grande film, e che peccato per il finale! l'altro sarebbe stato decisamente migliore. A proposito di home video mi pare l'anno scorso sia uscita per il mercato europeo l'edizione Criterion del film, che ha una ricca parte di extra su alcuni aspetti del film (fotografia, montaggio). Su Lettere da Iwo Jima è un capolavoro nel genere del cinema bellico, bello nelle parti d'azione e profondo nel senso morale del messaggio, e l'ho trovato anche molto rispettoso per il punto di vista sulla fazione nemica; Flags of our fathers l'ho visto ormai decenni fa, lo ricordo pure quello molto buono, ma del dittico sulla battaglia forse il film sui giapponesi è il migliore.

        E a proposito di cinema sudamericano, mi è capitato di vedere Una mujer fantastica di Lelio, molto interessante per la tematica. Mi è piaciuto come la sceneggiatura sveli lentamente il tema centrale del film, quasi in maniera pudica e per darci un senso di una normalità che invece viene non percepita e distorta dall'occhio altrui. Di Lelio qualcuno consiglia qualcos'altro, tipo Gloria?
        Per puro caso poi, dopo qualche giorno, mi è capitato Lola pater, dove il tema viene sviluppato all'interno di un nucleo familiare. C'era qualche guizzo registico (specie nelle sequenze di flashback, chiamiamole così) ma il grosso lo svolge una brava Fanny Ardant. Due visioni interessanti, ma il film cileno mi è rimasto di più.

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        • The Nightingale di Jennifer Kent

          Se prima avevo dei dubbi riguardo la vittoria "politica" al Festival di Venezia dello scorso anno, adesso non ne ho più. Il film della Kent a malapena può essere considerato un film da concorso, figuriamoci da palmarès, in un'annata dove Guadagnino e Reygadas sono rimasti a secco tra l'altro (e ci metto anche Nemes e Tsukamoto anche se non ho ancora visto Tramonto e Zan).
          Del film salvo solo le interpretazioni e la fotografia e l'idea di fare un qualcosa di essenziale, con pochi elementi alla volta sullo schermo. Per il resto, è un rape & revenge normalissimo, con dei cattivi cattivissimi che nemmeno i nazisti nel film più manicheo possibile, una scrittura intrisa di banalità e cliché ed un finale anticlimatico all'inverosimile.
          Un film inutile. Complimenti a Del Toro e soci per il premio della giuria.
          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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          • Me lo sono già procurato anch'io, ma hai appena ridotto la mia fretta di vederlo, considerata anche la durata importante.
            Non ricordarmi che film come Suspiria e Tramonto sono rimasti fuori dal palmarés, mannaggia.

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            • Suspiria fuori è stato scandaloso. Maledetto Waititi (due premi a La Favorita e due alla Kent...non potevano equilibrare un po' i premi? -.-)

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              • Harakiri di Masaki Kobayashi (1962).

                Non ricordo quando tempo fà su Badtaste ci fu una discussione in merito a questo film, iniziata se non sbaglio da parte di un utente che poi successivamente sembra essersi venduto al sistema, fatto sta che il suo consiglio seppur letto di sfuggita mi aveva colpito, così quando mi sono ritrovato innanzi ai miei occhi alla Feltrinelli il dvd di Harakiri di Masaki Kobayashi, l'ho comprato a scatola chiusa e dopo la visione non me ne sono pentito affatto.
                Tra gli stereotipi del Giappone, conosciuto da tante persone è il seppuku (titolo originale del film tra l'altro), il suicidio rituale posto in essere dal samurai spesso per salvaguardare il proprio onore; in effetti mi aspettavo un film celebrativo ed invece Kobayashi sfruttando intelligentemente l'ottima sceneggiatura di Shonobu Hashimoto (collaboratore di alcuni film di Akira Kurosawa tra cui Rashamon), sfrutta questo rito come mero Mcguffin per parlare in realtà della società Giapponese, ritraendola spietatamente in quello che dovrebbe essere il rituale che ne celebra la purezza, ed invece dietro l'apparenza si disvela un paese profondamente ipocrita ed ancorato a delle tradizioni di facciata prive di qualsiasi senso pratico.
                Nel 1630, il Giappone è unificato dalla casata dei Tokugawa da circa 30 anni dopo la battaglia di Sekigahara, le guerre sono terminate ed i samurai si sono riciclati per la maggior parte come burocrati all'interno delle amministrazioni dei potenti clan e finchè la famiglia prospera non ci sono problemi; purtroppo per Hanshiro Tsugumo (Tatsuya Nakadai) la rovina e l'esilio del suo del suo signore lo hanno portato da un giorno all'altro in miseria e a diventare un ronin, un samurai senza padrone.
                Cercare un nuovo clan per mettersi al servizio dovrebbe essere facile, purtroppo in tempi di pace i guerrieri non servono più e così Tsugumo dopo anni di miserie e stenti chiede al potente casato degli Iyi, di poter compiere un onorevole seppuku all'interno della loro dimora.

                Dietro un film che in apparenza dovrebbe celebrare la fine più onorevole che possa fare un samurai tramite il suicidio rituale se gli risulta impossibile la morte in battaglia, Kobayashi in realtà muove un forte attacco alla società Giapponese contemporanea ad ai potenti che gestiscono le leve del potere, imponendo un insensato status quo sociale ed insensibili ad ogni istanza di cambiamento, trincerandosi dietro una presunta quanto vacua difesa delle tradizioni più pure.
                Il film si dipana attraverso numerosi flashback scaturiti dalla narrazione degli avvenimenti della propria vita da parte di Tsugumo nel giardino interno del casato degli Iyi, così una scelta radicale seppur gloriosa come quella di compiere seppuku da parte di questo samurai, in realtà diventa un percorso di di uomo che era rimasto ancorato a stupidi simboli di un passato oramai tramontato ed incapace di vedere un presente, cadendo così nella totale rovina sia personale che familiare, Tsugumo capirà la vacuità delle proprie convinzioni intraprendendo un percorso di ricostruzione della propria persona alla luce di questa traumatica maturazione.
                I flashback mostrano un nuovo modo di vedere la realtà, tanto che quello che dapprima sembrava una mera digressione dal racconto principale incentrata all'apparenza su un ronin approfittatore di nome Motome Chijiwa (Akira Ishihama) ed il suo maldestro seppuku all'apparenza fin troppo onorevole per un volgare imbroglione come lui, il quadro completo svela i retroscena della sua tragica figura che finiscono per trasformarlo in vittima di un sistema ipocrita di cui il casato Iyi si fà ipocrita portatore, risultando imbalsamato in tali brutali e militariste convinzioni, proprio come i resti statuari del fondatore della casata su cui Kobayashi si sofferma ad inizio film.

                Harakiri è un'opera dalla forte libertà non solo narrativa ma anche stilistica, infatti Kobayashi sfrutta appieno l'ampio bagaglio tecnico e di inquadrature di cui fa ampio sfoggio nell'arco delle oltre due ore del film, dimostrando una conoscenza del mezzo registico molto profonda. Il casato Iyi e la figura di Tsugumo prima della sua tragica decostruzione, sono inquadrate spesso con campi totali atti ad esaltare la rigidità delle loro convenzioni, in questo il regista è aiutato dalle notevoli doto alla fotografia di Yoshio Miyajima, che con l'uso della profondità di campo regala composizioni visive di notevole pregio, specie negli interni della dimora del casato Iyi con quelle stanze ampie e vaste, delimitate da quei numerosi rettangoli infiniti e sconfinati il cui numero si perde a vista d'occhio. Se per i membri del casato il piano fisso resta l'inquadratura più adoperata dal regista, per Tsugumo dopo la conversione (sancita da un teatrale mutamento della fotografia che inquadra il personaggio con una sorta di occhio di bue, scurendo tutto il resto), Kobayashi sfrutta primi piani, inquadrature sghembe e zoom improvvisi che sembrano anticipare Sergio Leone, senza contare le carrellate che si spostano da Tsugumo al primogenito del casato, per sottolineare la differenza netta di vedute nel loro scontro dialettico.
                Harakiri denuncia un codice d'onore oramai totalmente privo di valenza pratica, poichè viene usato dai potenti al solo scopo per ribadire il loro dominio sulla massa; totalmente messo a nudo da Tsugumo tale ipocrisia rigida, il casato Iyi resterà sordo a qualsiasi vento di possibile cambiamento e per questo si arriverà ad un crescendo finale che porterà un ineluttabile scontro tra chi viene lodato pubblicamente per rispettare i valori sociali, quando in realtà si fà portatore di un sistema rigido e disumano (e neanche rispettato da coloro che tanto lo decantano) ed un anziano samurai, figura reazionaria e conservatrice all'apparenza, e che invece in tarda età è stato capace di liberarsi da tali sovrastruttura sociali per mettere finalmente in primo piano la fragilità dei sentimenti, dei legami e delle emozioni umane. Harakiri è un film progressista che usa la storia per parlare dell'universalità del presente; vincitore del Premio della Giuria a Cannes, oggi si può annoverarlo tra i capolavori assoluti della storia del cinema.
                Ultima modifica di Sensei; 31 ottobre 19, 00:10.

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                • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                  Harakiri di Masaki Kobayashi (1962).

                  Non ricordo quando tempo fà su Badtaste ci fu una discussione in merito a questo film, iniziata se non sbaglio da parte di un utente che poi successivamente sembra essersi venduto al sistema, fatto sta che il suo consiglio seppur letto di sfuggita mi aveva colpito, così quando mi sono ritrovato innanzi ai miei occhi alla Feltrinelli il dvd di Harakiri di Masaki Kobayashi, l'ho comprato a scatola chiusa e dopo la visione non me ne sono pentito affatto.
                  non so di chi parli ma ti rispondo perchè sono abbastanza sicuro di essere stato io uno dei primi a parlarne qui dentro, 8-9 anni fa. E io sono sicuro di non essermi "venduto al sistema"

                  "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                  Votazione Registi: link

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                  • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

                    non so di chi parli ma ti rispondo perchè sono abbastanza sicuro di essere stato io uno dei primi a parlarne qui dentro, 8-9 anni fa. E io sono sicuro di non essermi "venduto al sistema"
                    Non sei te ovviamente , perchè non partì da te la discussione (stranamente... di solito sei te a recuperare i film vecchi e a parlarne), poichè ti aggregasti dopo aver letto il commento al film. Comunque l'utente in questione prenda le prime 2 righe in modo bonariamente scherzoso .

                    Mi spiace di non aver parlato dei duelli presenti nel film, però mi premeva focalizzarmi maggiormente sulla denuncia civile presente nel film che mi ha colpito maggiormente.
                    Ultima modifica di Sensei; 31 ottobre 19, 00:19.

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                    • ma di che periodo stai parlando ? Io probabilmente mi riferivo a diversi anni prima
                      "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                      • Mi sembra uno o massimo due anni orsono, il fu outis81 che poi ha cambiato il nick in Tom, ne parlò e siccome mi colpì il titolo ed il suo veloce parere iper entusiasta volevo recuperarlo.
                        La riedizione recente in dvd mi ha permesso di farlo e quando l'ho visto alla Feltrinelli subito l'ho comprato.

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                        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                          Mi sembra uno o massimo due anni orsono
                          ah! quindi "ieri"

                          no, io mi riferivo a quasi 10 anni fa

                          "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                          • Sì infatti l'utente venduto al sistema sono io

                            Comunque ben contento che ti sia piaciuto Sensei , è un film davvero straordinario e mi fa piacere che il mio commento (potrebbe essere di un anno fa o giù di lì) ti abbia portato a comprarlo ​​​​​​​

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                            • Primer di Shane Carruth.
                              Film molto equilibrato, che nonostante non proponga grossa sostanza riesce a mantenere tensione dall'inizio alla fine, principalmente perché non abbiamo mai fiducia nei protagonisti. Una fantascienza profondamente reale, che porta avanti in parallelo il teorema scientifico, molto credibile e potenzialmente dagli sviluppi grandiosi, e l'elemento umano dagli orizzonti ottusi e inadeguati, che anche per questo ci suggeriscono possibili sviluppi pericolosi.
                              La trama non è facilissima da seguire, e la visione in lingua originale con sub Ita non aiuta, consigliata dunque una seconda visione e una ricerca on line di eventuali spiegazioni della linea temporale.
                              Elemento di interesse è anche la pluralità di ruoli del regista, che è anche attore (bravo), produttore, autore dello script, ha partecipato al montaggio ed è sua la colonna sonora, insomma se non ci piace sappiamo con chi prendercela, ma se ci piace abbiamo la certezza di una personalità affine senza mediatori.
                              Spero di poter vedere anche il suo secondo film, Upstream Color.
                              "It's so easy to laugh / It's so easy to hate / It takes strength to be gentle and kind"
                              The Smiths - I Know It's Over

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                              • Marie Antoinette (2006), di Sofia Coppola

                                Un film sicuramente molto bello e contrastante. Sofia Coppola abbandona l'approccio tipico del film storico-biografico per raccontare di fatto il lato intimo di una arciduchessa diventata regina di Francia per scelta non sua. La noia della vita di corte a Versailles è tratteggiata molto bene, come molto bene è descritta l'aspettativa della maternità e le incapacità di un consorte, Luigi XVI, quasi del tutto disinteressato a Marie Antoinette e più interessato ai chiavistelli.

                                La Coppola è interessata alle vissuto emotivo, alla noia, alle giornate tutte uguali, all'assenza di una dimensione privata, se non nello slancio vitale, ma fugace, di una festa a Parigi dove Marie incontra l'affascinante conte svedese Von Fersen, con cui poi avrà una breve storia d'amore (a quanto pare, l'unica attendibile da un punto di vista storico),

                                Il suo unico progetto alla fine sembra essere la sua dimensione di madre e la gestione di un podere bucolico, un finto angolo di ritorno alla natura dove Marie legge Rousseau con le sue dame-amiche. Il lato frivolo è raccontato con verve e con una certa sensualità, anche se saggiamente la Coppola non tratteggia Marie Antoinette come imbecille, e giustamente attribuisce alle maldicenze dei nemici la famosa frase delle brioches.

                                Bellissimo da vedere, con un ottimo cast su cui spicca la Dunst, qui eterea, sensuale e un po' naive. Ho apprezzato l'approccio molto intimista della Coppola, che di fatto non affronta quasi mai il lato politico della storia, se non l'appoggio di Luigi XVI alla rivoluzione americana.

                                In definitiva, un film molto bello, in cui la Coppola affronta la Storia dal lato umano e sentimentale, con un tocco molto raffinato e sommesso (anche la musica moderna extradiegetica è usata sporadicamente e con molto garbo).

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