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  • Un'altra brutta abitudine di alcuni é quella di commentare qui i film in sala per cui esiste un topic apposito.
    Ho provato a reindirizzarvi sulla retta via, ma non é servito a molto per ora.

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    • Rivisto Ex Machina (2014) di Alex Garland

      ex-machina.jpg

      Una fantascienza (inflazionata) futuribile o perlomeno ipotizzabile quella di Ex Machina che fin dall'inizio fa percepire piccole sensazioni di deja-vu di altre pellicole di genere, ma un deja-vu inteso come nuove appendici e approfondimenti di tematiche già affrontate.
      C'è il novello dottor Victor Frankestein avvinazzato e le sue aspirazioni quasi divine, il giovane dai buoni propositi e moralmente inattaccabile, tra loro si staglia il potenziale futuro sotto i lineamenti di una bella ragazza (Alicia Vikander) con buona pace di una razza probabilmente destinata a diventare mero reperto archeologico.
      I motori di ricerca danno una subdola illusione di indagine attiva, chiaro invece che siamo noi ad essere costantemente cercati e trovati. L'idea che un giorno questo immenso patrimonio di informazioni venga usato per la creazione di intelligenze artificiali che sentano, pensino, agiscano al pari di noi non è campata per aria. Temibile o auspicabile è che sentano, pensino, agiscano imitando la nostra direttiva, ma ad un livello altro, frutto di una lievitazione creativa impropria: sarebbe uno straordinario effetto collaterale.
      Colonna sonora azzeccata, eleganza vagamente gelida. Un mostrare mai disgiunto dal senso. Vedi la prima uscita di Ava, come previsto, in una strada affollata, nella grammatica del film è un'inquadratura capovolta: persone a testa in giù. Una visione dell'umanità spietata, così come spietata deve essere la mente che l'ha prodotta. Spietata, incapace di amare, quindi assolutamente libera. Deus ex machina che non scioglie le sorti dell'umanità, ma ne supera e schernisce le contraddizioni. Le stesse che ci rendono fragili, prigionieri e visionari, in balia di un programmato destino.


      Voto: 8

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      • Annientamento (2018) di Alex Garland

        anh-ff-020r2.jpg

        Il lavoro di Garland prende spunto dal materiale cartaceo di Jeff VanderMeer, il primo capitolo di una trilogia, per riadattarlo in una veste fortemente personalizzata che tanto toglie ma allo stesso tempo dona. Dona alla sua creature la possibilità di respirare in piena autonomia, trovando un giusto compromesso tra cinema commerciale e la volontà di imboccare percorsi inusuali, proponendo una fantascienza che rimanda al passato, un tipo di cinema a cui piace mostrare tanto ma a cui importa poco spiegare, con meccanismi che diremo quasi antisociali, non avezzi ad un tipo di pubblico ormai assopito poichè abituato ad essere imboccato dal regista cicerone di turno nel decifrare a tutto tondo forma e contenuto di un opera artistica. Artistica che per definizione dovrebbe essere libera. E questa libertà qui si palesa nel momento in cui l'autore dispensa materia prima (dettagli da cogliere) e poi lascia che sia il suo fruitore a metterci del proprio se intenzionato a modellarla con lo scopo di ottenerne un prodotto finito. La concessione del libero arbitro su cosa farne di determinati spunti ci da quindi la possibilità, ma io lo chiamerei il lusso, di decidere cosa sia realmente accaduto in questa parabola esistenziale in salsa fantascientifica.
        Sta dunque a mio personale avviso che il fulcro del film ruoti intorno all’idea di cambiamento e di crescita, in tutte le sue forme, che essa investa materia organica o inanimata, un essere vivente o un luogo soggiogato dai contraccolpi del tempo che scorre incessante. La tensione all’autodistruzione è la matrice che indirizza verso questo percorso di cambiamento e di crescita, che è anche una rinascita. Da questo precetto si sviluppano gli snodi narrativi di questa avventura, a rimarcarlo ci pensano le digressioni biologiche sul processo di scissione cellulare, apoptosi cellulare, ma anche un emblematico scambio ideologico tra la protagonista (biologa appunto) e una psicologa intorno alla natura dell’autodistruzione e di come essa stessa sia, oltre che una tensione innata dell’uomo, un procedimento naturale non da scongiurare.
        I personaggi del film, le cinque studiose che si addentrano nell’area X, una zona esposta ad una ambigua metamorfosi di origine radioattiva/aliena, cercano estrinsecamente delle risposte su un fenomeno inspiegabile, ma presto sarà chiaro che questa ricerca vada indagata più che altro su un livello interiore. Le donne del film agognano altri significati alla propria esistenza, nuova linfa vitale, tutte cercano modi per rinascere in qualcosa di differente (un albero, un orso), bramano nuove vite. Nella loro evoluzione, l’autodistruzione assume i connotati di passaggio fondamentale, che può condurre verso un nuovo inizio così come trascinare a fondo nell’oblio. Volente o nolente l’autodistruzione verrà innescata da tutte le personalità coinvolte nella missione: da chi racchiude in se un passato tempestato di abusi ed è incline all'autolesionismo, e da coloro che pur non avendo una propensione autodistruttiva sono ben consci che contrariamente alla propria volontà comunque il loro corpo assolverà prima o poi a tale compito, avendo ad esempio contratto una forma tumorale incurabile (la metafora del cancro applicabile sull’intero film è calzante).
        Cruciale non di meno in tal senso è pure il rapporto instabile della protagonista con il marito e il conseguente cambiamento a cui devono andare incontro per tornare a stringersi. L'arruolamento di lui nella precedente missione sull’area X e il successivo ritorno tra le mura domestiche come uomo nuovo, talmente trasformato da essere avvertito come un estraneo, provoca in lei il primo passo verso l’autodistruzione col compimento di adulterio. Non bastando, capisce che ora è lei che deve assecondare questa ricerca e necessità di cambiamento, la consapevolezza la motiva a seguire le orme del marito, oltrepassare il confine dell’area X e attraversare lo stesso calvario in un luogo dove tutto è soggetto a mutazione fenotipica e interiore. Al suo rientro anche lei avrà vissuto la propria personale crescita, fatta di distruzione di vecchi significati, redenzione e perdono. I due finalmente si abbracciano alla fine del film. Entrambi sono consci di aver intrapreso un viaggio importantissimo e il luccichio del fuoco che hanno attraversato è ancora acceso nei loro occhi, letteralmente; c’è chi invece potrebbe pensare a qualcosa di più inquietante e di carpenteriana memoria (La Cosa). In ogni caso, qualunque cosa abbiano dovuto affrontare prima, quella condotta violenta e autodistruttiva, li ha resi le persone che sono ora. E presumibilmente sono migliori per questo. Nuovamente insieme.
        Annientamento si svela essere un esperienza intensa nei contenuti e sottotesti che mettono alla prova lo spettatore più distratto (incassando uno dei finali più grossi e vividi visti nel cinema recente), quel tipo di fantascienza densa, specchio oscuro che riflette verità che ci appartengono ma che spesso rimangono celate sottopelle, rivelandosi ancora una volta uno dei generi cinematografici più consoni atto a raccontarci chi siamo.


        Voto: 8
        Ultima modifica di MrCarrey; 20 novembre 19, 15:53.

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        • Belle le parole su Ex Machina, anche a me era piaciuto molto, penso col tempo diverrà uno dei cult della fantascienza di questi anni. Ma già Garland mi aveva convinto, ai tempi, come soggettista e sceneggiatore di Boyle (spesso ho visto bistrattato Sunshine e un po' mi dispiace sempre).

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          • Alice T. - Radu Muntean (2018)

            Su Mubi dal 12 novembre e per tutto il mese successivo.

            Dieci anni dopo 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni il cinema rumeno torna a raccontare una storia di aborto, ambientandola stavolta nella contemporaneità e non in epoca ceauceschiana. Di quel film (e del suo regista) Radu Muntean sembra anche mutuarne lo stile (lunghi piani-sequenza perlopiù a macchina fissa) deviando dalla matrice (?) originale solo per uno sfruttamento molto più intensivo (e forse eccessivo) dei tempi morti.*
            La storia è quella di Alice, sedicenne ribelle e problematica che dopo essere rimasta incinta (non si sa bene di chi), comunica alla famiglia (o meglio, alla madre) di voler portare avanti la gravidanza, pur non avendone in realtà nessuna intenzione. Comprerà infatti su internet, di nascosto, dei farmaci per abortire e, tra crampi ed emorragie, attenderà di espellere il feto (avverrà sul divano di un’amica, davanti alla televisione, in una scena centrale, meravigliosa, del film). Attorno a questo macro-evento (e alla bugia clamorosa di Alice) Muntean imbastisce una narrazione fatta di piccole cose quotidiane (i litigi con la madre – interpretata dall’ottima Mihaela Sirbu, già vista in Everybody in our family di Radu Jude – i problemi a scuola con tanto di paventata espulsione, i pomeriggi con le amiche, i flirt occasionali) in cui Muntean ha modo di far emergere tutta la personalità di Alice, la sua aggressività, il suo egoismo, la compulsione a mentire, ma anche l’estrema fragilità. Un personaggio a tratti sicuramente respingente ma alla quale lo spettatore pian piano comincia anche a voler bene.
            E nel finale del film - che sembra quasi una riedizione chissà quanto consapevole del Vive l'amour di Tsai - il dolore di aver ferito chi la ama, la consapevolezza di aver creato dolore, non possono che farci empatizzare con lei, stare dalla sua parte, amarla.

            Voto 7

            * Cristian Mungiu ma viene da pensare anche a Cristi Puiu (o Calin Peter Netzer o Adrian Sitaru) per la ricerca di un realismo minuzioso, più spinto rispetto alla norma (i cui esiti però, a dire il vero, risultano meno sorprendenti di quelli ottenuti dai colleghi coevi, vuoi per scrittura vuoi per performance attoriali).
            Ultima modifica di Fish_seeks_water; 21 novembre 19, 01:07.

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            • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
              Alice T. - Radu Muntean (2018)

              Su Mubi dal 12 novembre e per tutto il mese successivo.

              Dieci anni dopo 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni il cinema rumeno torna a raccontare una storia di aborto, ambientandola stavolta nella contemporaneità e non in epoca ceauceschiana. Di quel film (e del suo regista) Radu Muntean sembra anche mutuarne lo stile (lunghi piani-sequenza perlopiù a macchina fissa) deviando dalla matrice (?) originale solo per uno sfruttamento molto più intensivo (e forse eccessivo) dei tempi morti.*
              La storia è quella di Alice, sedicenne ribelle e problematica che dopo essere rimasta incinta (non si sa bene di chi), comunica alla famiglia (o meglio, alla madre) di voler portare avanti la gravidanza, pur non avendone in realtà nessuna intenzione. Comprerà infatti su internet, di nascosto, dei farmaci per abortire e, tra crampi ed emorragie, attenderà di espellere il feto (avverrà sul divano di un’amica, davanti alla televisione, in una scena centrale, meravigliosa, del film). Attorno a questo macro-evento (e alla bugia clamorosa di Alice) Muntean imbastisce una narrazione fatta di piccole cose quotidiane (i litigi con la madre – interpretata dall’ottima Mihaela Sirbu, già vista in Everybody in our family di Radu Jude – i problemi a scuola con tanto di paventata espulsione, i pomeriggi con le amiche, i flirt occasionali) in cui Muntean ha modo di far emergere tutta la personalità di Alice, la sua aggressività, il suo egoismo, la compulsione a mentire, ma anche l’estrema fragilità. Un personaggio a tratti sicuramente respingente ma alla quale lo spettatore pian piano comincia anche a voler bene.
              E nel finale del film - che sembra quasi una riedizione chissà quanto consapevole del Vive l'amour di Tsai - il dolore di aver ferito chi la ama, la consapevolezza di aver creato dolore, non possono che farci empatizzare con lei, stare dalla sua parte, amarla.

              Voto 7

              * Cristian Mungiu ma viene da pensare anche a Cristi Puiu (o Calin Peter Netzer o Adrian Sitaru) per la ricerca di un realismo minuzioso, più spinto rispetto alla norma (i cui esiti però, a dire il vero, risultano meno sorprendenti di quelli ottenuti dai colleghi coevi, vuoi per scrittura vuoi per performance attoriali).
              Su Mubi questo mese sono stati distribuiti tre film inediti in Italia: M di Yolande Zauberman (Grand Prix a Locarno 2018), il qui recensito Alice T. di Radu Muntean (Premio Miglior Attrice a Locarno 2018) e La priere di Cedric Kahn (Premio Miglior Attore a Berlino 2018). Mi sono reso conto che di Locarno 2018 ho visto ormai quasi tutto, manca giusto il mammuth La Flor del grande Mariano Llinas (sempre su Mubi ho recuperato in queste settimane tutti i film di El Pampero Cine, collettivo (e casa di produzione) co-fondato proprio da Llinas, con il quale ha prodotto i suoi Balnearios e Historias Extraordinarias, due film geniali), e poi qualcos'altro, tipo il cinese A family Tour, il turco Sybel (era nel listone degli EFA, per i miglior film europei di quest'anno), l'italiano Menocchio.

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              • Terminator Genesys di Alan Taylor (2015).

                Sfruttiamo un po' Netflix per recuperare qualche blockbuster di questo decennio tanto per farsi un'idea di come vada al di fuori del genere supereroistico.
                Semplicemente imbarazzante, salverei i primi 20 minuti abbastanza Cameroniani e con un John Connor convincente ed interpretato bene da Jason Clarke, purtroppo attivano la macchina del tempo e diventa a poco a poco, scarsamente interessante, per i successivi 20 minuti liquidiano T-800 e T-1000 in pochi minuti ed addio alla loro aura l'invincibilita', complimenti per aver seccato un T-800 con un fucile a cecchino, mentre nel primo film gli avevano scaraventato contro il mondo, qua un buchetto e K.O.... vabbè è il T-800 vecchio che magari conosceva i punti deboli (ma il vecchio Kyle del primo Terminator aveva combattuto contro i Terminator non sapeva nulla? E vai di incongruenze). Il T-1000 viene distrutto dalla nana Sarah Connor, liquidato anche questo rottame, dopo circa 50 minuti dovrebbe partire la trama vera e propria; tenetevi forte, cobsiste nell'andare nel futuro con la macchina del tempo ed impedire a Skynet di essere caricata nel server.
                Praticamente si ritorna a Terminator 2 e non ci schiodiamo da lì, visto come si svolgerà il tutto.
                Un paio di considerazioni, Emilia Clarke scadente come sempre, almeno quando era nuda mi aspettavo il pornazzo ed invece siccome è PG-13, manco due tette... si ok le vediamo nel Trono di Spade, però Clarke senza tette in mostra non serve a nulla e siccome risulta impalpabile è un malus del film.
                Jai Courtnenay ha dei belli addominali e pettorali... fine... che dovrei aggiungere? Più che un guerriero provato dalla guerra e dalla fame, è un culturista, manco 2 cicatrici (sei un soldato dopotutto), ammacchi... nulla di nulla.
                Arnold scritto in modo troppo comico ed ironico senza un perché alla base come nel secondo film. Imbarazzante da vecchio che mena.
                Connor parte bene, poi paga una scrittura scadente ed un uso narrativo banale del suo personaggio.

                Alan Taylor si lamenta tanto, ma vale molto poco, zero empatia (ma hai la scusante degli attori) e nell'action praticamente mette in bella mostra tutti i cliché dell'azione (fracassamenti di pareti, pulman che si ribaltano, pulman sospesi, mega esplosione, rallenty qua e là piazzati a caso etc...), insomma tanta noia a pacchi.
                Flop giustificato, finale con la scena dopo i titoli di coda da cassare, ah! Ci sono cose non spiegate come chi manda Arnold da Sarah, demandato ad un seguito che non ci sarà mai.

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                • Visto ieri sera Marriage Story.
                  Non è precisamente la mia "cup of tea cinematografica", ma siccome apprezzo Baumbach, Driver e la Dern e il film si appresta a essere nominato in diverse categorie agli Oscar, dopo aver letto alcuni commenti positivi che mi hanno rassicurata ho voluto vederlo... e l'ho apprezzato.
                  Partiamo dalla sceneggiatura, considerata (a buon diritto) tra i suoi punti forti: la storia è ben scritta, ben gestita (ho apprezzato l'idea di dedicare la prima parte del film più a Nicole, il personaggio interpretato dalla Johansson, per poi spostare progressivamente il focus su Driver) e sa destreggiarsi bene tra toni seri e toni più leggeri, ma il suo maggior pregio è la scrittura dei personaggi.
                  I due protagonisti sono verosimili, tridimensionali e realistici; Baumbach è stato molto equilibrato nel dispensare equamente pregi e difetti, torti e ragioni, e nel gestire le dinamiche tra i due ha restituito un'idea di complessità che rende la vicenda concreta e credibile (immagino che il suo vissuto personale abbia aiutato in questo, anche se c'è quel minimo di "distacco" che impedisce che la storia prenda una piega troppo sbilanciata e melodrammatica).
                  I personaggi secondari sono tratteggiati in modo efficace e carismatico (grazie anche alle ottime interpretazioni di tutti: non importa quanto poco siano apparsi sullo schermo Ray Liotta e Alan Alda, in quelle due scene in croce riescono comunque ad essere incisivi), in particolare l'avvocato di Nicole Nora Fanshaw, impersonato da Laura Dern, che ha alcune delle battute migliori e sicuramente il miglior monologo di tutto il film (un discorso allucinante in cui tira dentro Gesù, dio e la Madonna in modo esilarante ). Siamo ai livelli del miglior Woody Allen, per quanto mi riguarda.
                  Per quanto concerne le interpretazioni, devo dire che ho trovato la Johansson (attrice che non stimo) inaspettatamente brava. Forse è perché partivo con aspettative molto basse, non saprei; sta di fatto che per una volta si scolla dalle solite due facce, regge bene la prima parte (che, come dicevo, è principalmente incentrata su di lei) e si dimostra all'altezza anche nelle scene più intense. Sicuramente la miglior performance della sua carriera (fino ad ora ho sempre considerato le sue prove migliori quelle nei film di Allen).
                  Devo dire però che, nel dialogo con Driver che costituisce il climax del film, viene mangiata viva dal suo collega. Driver, che è ottimo per tutto il film, mostra al 100% il suo talento in quell'escalation di tensione tra i due, facendo coincidere il culmine emotivo del film col finale di quello scontro verbale in cui domina la scena e si carica sulle spalle tutto il peso della situazione.
                  Fantastica anche Laura Dern in uno dei ruoli che le riescono meglio, quello della stronza falsa e opportunista (dico sul serio, i ruoli ambigui e un po' stronzi le riescono veramente bene!)
                  Un buon film dalla confezione impeccabile, ottimamente interpretato e ben scritto, che si lascia guardare con piacere
                  Qui ho aggiunto un paio di considerazioni in ottica Oscar

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                  • Ex Machina bellissimo. Un gioiellino davvero, visto tempo fa.

                    Invece in questi giorni ho visto Memento ma non mi è piaciuto proprio per niente. The Prestige dieci volte meglio per me.

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                    • Originariamente inviato da Andrea90 Visualizza il messaggio

                      Invece in questi giorni ho visto Memento ma non mi è piaciuto proprio per niente.
                      .....ytrHGyrtGhoufghtwelue...................

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                      • Originariamente inviato da MrCarrey Visualizza il messaggio
                        Annientamento (2018) di Alex Garland

                        anh-ff-020r2.jpg

                        Il lavoro di Garland prende spunto dal materiale cartaceo di Jeff VanderMeer, il primo capitolo di una trilogia, per riadattarlo in una veste fortemente personalizzata che tanto toglie ma allo stesso tempo dona. Dona alla sua creature la possibilità di respirare in piena autonomia, trovando un giusto compromesso tra cinema commerciale e la volontà di imboccare percorsi inusuali, proponendo una fantascienza che rimanda al passato, un tipo di cinema a cui piace mostrare tanto ma a cui importa poco spiegare, con meccanismi che diremo quasi antisociali, non avezzi ad un tipo di pubblico ormai assopito poichè abituato ad essere imboccato dal regista cicerone di turno nel decifrare a tutto tondo forma e contenuto di un opera artistica. Artistica che per definizione dovrebbe essere libera. E questa libertà qui si palesa nel momento in cui l'autore dispensa materia prima (dettagli da cogliere) e poi lascia che sia il suo fruitore a metterci del proprio se intenzionato a modellarla con lo scopo di ottenerne un prodotto finito. La concessione del libero arbitro su cosa farne di determinati spunti ci da quindi la possibilità, ma io lo chiamerei il lusso, di decidere cosa sia realmente accaduto in questa parabola esistenziale in salsa fantascientifica.
                        Sta dunque a mio personale avviso che il fulcro del film ruoti intorno all’idea di cambiamento e di crescita, in tutte le sue forme, che essa investa materia organica o inanimata, un essere vivente o un luogo soggiogato dai contraccolpi del tempo che scorre incessante. La tensione all’autodistruzione è la matrice che indirizza verso questo percorso di cambiamento e di crescita, che è anche una rinascita. Da questo precetto si sviluppano gli snodi narrativi di questa avventura, a rimarcarlo ci pensano le digressioni biologiche sul processo di scissione cellulare, apoptosi cellulare, ma anche un emblematico scambio ideologico tra la protagonista (biologa appunto) e una psicologa intorno alla natura dell’autodistruzione e di come essa stessa sia, oltre che una tensione innata dell’uomo, un procedimento naturale non da scongiurare.
                        I personaggi del film, le cinque studiose che si addentrano nell’area X, una zona esposta ad una ambigua metamorfosi di origine radioattiva/aliena, cercano estrinsecamente delle risposte su un fenomeno inspiegabile, ma presto sarà chiaro che questa ricerca vada indagata più che altro su un livello interiore. Le donne del film agognano altri significati alla propria esistenza, nuova linfa vitale, tutte cercano modi per rinascere in qualcosa di differente (un albero, un orso), bramano nuove vite. Nella loro evoluzione, l’autodistruzione assume i connotati di passaggio fondamentale, che può condurre verso un nuovo inizio così come trascinare a fondo nell’oblio. Volente o nolente l’autodistruzione verrà innescata da tutte le personalità coinvolte nella missione: da chi racchiude in se un passato tempestato di abusi ed è incline all'autolesionismo, e da coloro che pur non avendo una propensione autodistruttiva sono ben consci che contrariamente alla propria volontà comunque il loro corpo assolverà prima o poi a tale compito, avendo ad esempio contratto una forma tumorale incurabile (la metafora del cancro applicabile sull’intero film è calzante).
                        Cruciale non di meno in tal senso è pure il rapporto instabile della protagonista con il marito e il conseguente cambiamento a cui devono andare incontro per tornare a stringersi. L'arruolamento di lui nella precedente missione sull’area X e il successivo ritorno tra le mura domestiche come uomo nuovo, talmente trasformato da essere avvertito come un estraneo, provoca in lei il primo passo verso l’autodistruzione col compimento di adulterio. Non bastando, capisce che ora è lei che deve assecondare questa ricerca e necessità di cambiamento, la consapevolezza la motiva a seguire le orme del marito, oltrepassare il confine dell’area X e attraversare lo stesso calvario in un luogo dove tutto è soggetto a mutazione fenotipica e interiore. Al suo rientro anche lei avrà vissuto la propria personale crescita, fatta di distruzione di vecchi significati, redenzione e perdono. I due finalmente si abbracciano alla fine del film. Entrambi sono consci di aver intrapreso un viaggio importantissimo e il luccichio del fuoco che hanno attraversato è ancora acceso nei loro occhi, letteralmente; c’è chi invece potrebbe pensare a qualcosa di più inquietante e di carpenteriana memoria (La Cosa). In ogni caso, qualunque cosa abbiano dovuto affrontare prima, quella condotta violenta e autodistruttiva, li ha resi le persone che sono ora. E presumibilmente sono migliori per questo. Nuovamente insieme.
                        Annientamento si svela essere un esperienza intensa nei contenuti e sottotesti che mettono alla prova lo spettatore più distratto (incassando uno dei finali più grossi e vividi visti nel cinema recente), quel tipo di fantascienza densa, specchio oscuro che riflette verità che ci appartengono ma che spesso rimangono celate sottopelle, rivelandosi ancora una volta uno dei generi cinematografici più consoni atto a raccontarci chi siamo.


                        Voto: 8
                        Ottima analisi. Mi hai fornito degli spunti che alla prima visione non avevo colto
                        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                        Spoiler! Mostra

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                        • Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio

                          .....ytrHGyrtGhoufghtwelue...................
                          Eh oh...Che volete vi dica..io questo approccio di nolan a montaggi del genere non l'ho mai capito..molto meglio the prestige, per me è gestito alla grande. Pure in inception per me non è gestito così bene.

                          Diciamo che a parte rari casi preferisco film lineari ma con sottotesti importanti. Come appunto Ex Machina per citare un esempio.

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                          • Più giustificato di Memento come struttura narrativa non lineare si muore. Espediente geniale per come è usato. Un protagonista alla ricerca di un killer, che si basa su verità (presunte), tatuate sul proprio corpo, una serie di informazioni che sono la propria verità fasulla autocreatasi per andare avanti. D'altronde la frase cardine è "mento a me stesso per sentirmi meglio".

                            Un saggio molto pessimista sui meccanismi della psiche umana. Capolavoro.

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                            • Proverò a riguardarlo forse ad una seconda visione ci capisco di più.

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                              • Originariamente inviato da Enfad Visualizza il messaggio
                                Visto ieri sera Marriage Story.
                                Non è precisamente la mia "cup of tea cinematografica", ma siccome apprezzo Baumbach, Driver e la Dern e il film si appresta a essere nominato in diverse categorie agli Oscar, dopo aver letto alcuni commenti positivi che mi hanno rassicurata ho voluto vederlo... e l'ho apprezzato.
                                Partiamo dalla sceneggiatura, considerata (a buon diritto) tra i suoi punti forti: la storia è ben scritta, ben gestita (ho apprezzato l'idea di dedicare la prima parte del film più a Nicole, il personaggio interpretato dalla Johansson, per poi spostare progressivamente il focus su Driver) e sa destreggiarsi bene tra toni seri e toni più leggeri, ma il suo maggior pregio è la scrittura dei personaggi.
                                I due protagonisti sono verosimili, tridimensionali e realistici; Baumbach è stato molto equilibrato nel dispensare equamente pregi e difetti, torti e ragioni, e nel gestire le dinamiche tra i due ha restituito un'idea di complessità che rende la vicenda concreta e credibile (immagino che il suo vissuto personale abbia aiutato in questo, anche se c'è quel minimo di "distacco" che impedisce che la storia prenda una piega troppo sbilanciata e melodrammatica).
                                I personaggi secondari sono tratteggiati in modo efficace e carismatico (grazie anche alle ottime interpretazioni di tutti: non importa quanto poco siano apparsi sullo schermo Ray Liotta e Alan Alda, in quelle due scene in croce riescono comunque ad essere incisivi), in particolare l'avvocato di Nicole Nora Fanshaw, impersonato da Laura Dern, che ha alcune delle battute migliori e sicuramente il miglior monologo di tutto il film (un discorso allucinante in cui tira dentro Gesù, dio e la Madonna in modo esilarante ). Siamo ai livelli del miglior Woody Allen, per quanto mi riguarda.
                                Per quanto concerne le interpretazioni, devo dire che ho trovato la Johansson (attrice che non stimo) inaspettatamente brava. Forse è perché partivo con aspettative molto basse, non saprei; sta di fatto che per una volta si scolla dalle solite due facce, regge bene la prima parte (che, come dicevo, è principalmente incentrata su di lei) e si dimostra all'altezza anche nelle scene più intense. Sicuramente la miglior performance della sua carriera (fino ad ora ho sempre considerato le sue prove migliori quelle nei film di Allen).
                                Devo dire però che, nel dialogo con Driver che costituisce il climax del film, viene mangiata viva dal suo collega. Driver, che è ottimo per tutto il film, mostra al 100% il suo talento in quell'escalation di tensione tra i due, facendo coincidere il culmine emotivo del film col finale di quello scontro verbale in cui domina la scena e si carica sulle spalle tutto il peso della situazione.
                                Fantastica anche Laura Dern in uno dei ruoli che le riescono meglio, quello della stronza falsa e opportunista (dico sul serio, i ruoli ambigui e un po' stronzi le riescono veramente bene!)
                                Un buon film dalla confezione impeccabile, ottimamente interpretato e ben scritto, che si lascia guardare con piacere
                                Qui ho aggiunto un paio di considerazioni in ottica Oscar
                                Grazie Enfad, hai scritto proprio le stesse cose che ho pensato una volta uscito dalla sala. Come hai detto tu, ho gradito molto questo equilibrio nel dare uno spazio simile alle ragioni dei due coniugi. In questo mi sembra un po' più equo rispetto a un film che mi è venuto in mente dopo la visione, ossia Kramer contro Kramer.
                                Mi ha fatto piacere notare la sala, abbastanza piena anche se non come la settimana prima per il film di Scorsese, che rideva spesso (molto per le battute di Laura Dern sulla Madonna ). E a proposito dei monologhi, ce ne sono molto buoni lungo il film, ben interpretati appunto dal cast.
                                A proposito della patina Alleniana del film, mi ha fatto piacere rivedere Wallace Shawn.

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