annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Ho visto Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri....
    e probabilmente ho colto il 5% di quello che c'è da cogliere e magari quel 5% l'ho capito male


    Il protagonista è lacerato dalla distanza che c'è fra la (apparente) superiorità morale che lo Stato (e quindi il suo ruolo di rappresentante della legge) gli richiede e la sua imperfezione umana (eufemismo), scaturita in un delitto. Non solo: lo Stato (cioè il protagonista) appunto per la sua supposta superiorità morale non è soggetto agli stessi criteri di giudizio morale; ed infatti nessuno sospetta di lui, e nessuno mai lo farà neppure di fronte a prove schiaccianti, portando a situazioni sempre più paradossali.
    Lo Stato è rappresentato come il Leviatano di Hobbes, enorme ed opprimente (così come sono opprimenti le inquadrature striminzite, a stringere strizzare ed ingabbiare, usate da Petri), un male (secondo i personaggi) necessario, laddove invece Petri nel finale sospende il giudizio senza sbilanciarsi esplicitamente.
    La messa in scena è progressivamente sempre più grottesca e surreale, intenzionalmente volta a creare disagio e "malessere" nello spettatore, tanto che nel finale ho provato repulsione alla vista dei burocrati in divisa, dell'apparato statale.


    Sicuramente interessante, tuttavia secondo me il discorso che vuol fare Petri è un po' datato se penso alla situazione italiana attuale.
    Spoiler! Mostra

    Commenta


    • Originariamente inviato da MrCarrey Visualizza il messaggio
      Annientamento (2018) di Alex Garland

      anh-ff-020r2.jpg
      [---]
      Personalmente questo film l'ho trovato terribilmente pasticciato e inconcludente, con alcune banalità imperdonabili (soprattutto nello sviluppo dei personaggi, semplicemente scontati e insopportabili). La tira per le lunghe senza concludere niente, sembra andare avanti per semplici suggestioni,soprattutto visive, che potrebbe non essere un male se poi non si cercasse di fare filosofia o di dare un po' di senso alla storia, peraltro senza riuscirci.
      E' stato come essere portati a spasso con la promessa di andare in un bel posto e passare una serata bellissima, per poi passare le ore a girare per locali , dove però non c'è posto (compresi quelli più dozzinali che avresti evitato da subito di visitare per non perdere tempo), per poi fare ora e dover tornarsene a casa.
      Poi vabbè, i discorsi su cosa significhi la Fine rispetto al Cambiamento e cosa sia l'Io, se sia la nostra vera identità o un limite verso un'essenza più grande, ecc.., ecc.., questi sono temi ormai di moda da parecchi anni, che credo anche il cinema dovrebbe approcciare in modo più credibile per non puzzare di moda e basta.
      Ultima modifica di violaverde; 22 novembre 19, 20:04.
      "It's so easy to laugh / It's so easy to hate / It takes strength to be gentle and kind"
      The Smiths - I Know It's Over

      Commenta


      • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio
        Grazie Enfad, hai scritto proprio le stesse cose che ho pensato una volta uscito dalla sala. Come hai detto tu, ho gradito molto questo equilibrio nel dare uno spazio simile alle ragioni dei due coniugi. In questo mi sembra un po' più equo rispetto a un film che mi è venuto in mente dopo la visione, ossia Kramer contro Kramer.
        Mi ha fatto piacere notare la sala, abbastanza piena anche se non come la settimana prima per il film di Scorsese, che rideva spesso (molto per le battute di Laura Dern sulla Madonna ). E a proposito dei monologhi, ce ne sono molto buoni lungo il film, ben interpretati appunto dal cast.
        A proposito della patina Alleniana del film, mi ha fatto piacere rivedere Wallace Shawn.
        Mi fa piacere che abbiamo avuto le stesse impressioni
        Nel mio caso la sala (che sarà stata da una novantina di posti) era piena per un terzo, quindi non proprio affollata (età media sulla cinquantina), ma anche da me i presenti sono stati abbastanza partecipativi nei vari siparietti comici, soprattutto durante quel mitico monologo della Dern e anche
        Spoiler! Mostra

        Commenta


        • Originariamente inviato da violaverde Visualizza il messaggio
          Personalmente questo film l'ho trovato terribilmente pasticciato e inconcludente, con alcune banalità imperdonabili (soprattutto nello sviluppo dei personaggi, semplicemente scontati e insopportabili). La tira per le lunghe senza concludere niente, sembra andare avanti per semplici suggestioni,soprattutto visive, che potrebbe non essere un male se poi non si cercasse di fare filosofia o di dare un po' di senso alla storia, peraltro senza riuscirci.
          E' stato come essere portati a spasso con la promessa di andare in un bel posto e passare una serata bellissima, per poi passare le ore a girare per locali , dove però non c'è posto (compresi quelli più dozzinali che avresti evitato da subito di visitare per non perdere tempo), per poi fare ora e dover tornarsene a casa.
          Poi vabbè, i discorsi su cosa significhi la Fine rispetto al Cambiamento e cosa sia l'Io, se sia la nostra vera identità o un limite verso un'essenza più grande, ecc.., ecc.., questi sono temi ormai di moda da parecchi anni, che credo anche il cinema dovrebbe approcciare in modo più credibile per non puzzare di moda e basta.
          bhè, ma la sola scena del mostro che urla "aiuto" vale il film!
          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
          Spoiler! Mostra

          Commenta


          • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
            Ho visto Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri....
            e probabilmente ho colto il 5% di quello che c'è da cogliere e magari quel 5% l'ho capito male


            Il protagonista è lacerato dalla distanza che c'è fra la (apparente) superiorità morale che lo Stato (e quindi il suo ruolo di rappresentante della legge) gli richiede e la sua imperfezione umana (eufemismo), scaturita in un delitto. Non solo: lo Stato (cioè il protagonista) appunto per la sua supposta superiorità morale non è soggetto agli stessi criteri di giudizio morale; ed infatti nessuno sospetta di lui, e nessuno mai lo farà neppure di fronte a prove schiaccianti, portando a situazioni sempre più paradossali.
            Lo Stato è rappresentato come il Leviatano di Hobbes, enorme ed opprimente (così come sono opprimenti le inquadrature striminzite, a stringere strizzare ed ingabbiare, usate da Petri), un male (secondo i personaggi) necessario, laddove invece Petri nel finale sospende il giudizio senza sbilanciarsi esplicitamente.
            La messa in scena è progressivamente sempre più grottesca e surreale, intenzionalmente volta a creare disagio e "malessere" nello spettatore, tanto che nel finale ho provato repulsione alla vista dei burocrati in divisa, dell'apparato statale.


            Sicuramente interessante, tuttavia secondo me il discorso che vuol fare Petri è un po' datato se penso alla situazione italiana attuale.
            film sempre attuale. Se ti è piaciuto lo stile kafkiano potrei consigliarti La proprietà non è piu un furto dello stesso autore.
            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
            Spoiler! Mostra

            Commenta


            • Ho visto per la prima volta Casino di Scorsese (in preparazione ad Irishman), mi è sembrato un po' troppo intricato, lungo ma senza il ritmo degli ultimi film (penso al Wolf di Wall Street, che durava tre ore ma volavano) ma comunque piuttosto bello. De Niro era ancora un grande attore e si vede, lui e Pesci quando recitano insieme sono uno spettacolo. Sharon Stone molto brava, ma ha un ruolo così passivo che mi ha fatto un po' storcere il naso (io che la ricordavo attiva e dominante in Basic Instinct). Peraltro è anche molto meno bella/erotica rispetto al film precedente (un po' colpa di quelle acconciature ridicole ma un po' anche perché stranamente - erano passati solo tre anni - invecchiata... con quelle inedite rughe vicino alla bocca...). Tema musicale che apre e chiude il film quello indimenticabile di Le Mepris (Scorsese ama le citazioni... in una scena del film fa anche dire alla bambina - la figlia del protagonista - di voler andare al cinema a vedere The Elephant Man).

              Su Mubi ho recuperato invece Carlos di Assayas, su un terrorista filo-palestinese attivo in Europa tra gli anni '70 e '90. Bello, avvolgente, girato con uno stile personale. Edgar Ramirez è una rivelazione, mi ha fatto venir voglia di vedere Wasp Network.
              Ultima modifica di Fish_seeks_water; 25 novembre 19, 23:33.

              Commenta


              • Ma di " Carlos" esiste una versione estesa che non è entrata nel BD italiano (?). Visto sul supporto mi ricordo una seconda parte abbastanza ripetitiva e poco approfondita sul lato psicologico; però magari è un po' anche la caratteristica del regista (...e sceneggiatore se non erro) reiterare delle situazioni ;-).
                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

                Commenta


                • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                  Ma di " Carlos" esiste una versione estesa che non è entrata nel BD italiano (?). Visto sul supporto mi ricordo una seconda parte abbastanza ripetitiva e poco approfondita sul lato psicologico; però magari è un po' anche la caratteristica del regista (...e sceneggiatore se non erro) reiterare delle situazioni ;-).
                  Io ho visto una versione (credo) cinematografica da 166 minuti, non le tre puntate da 110 minuti ciascuna. Forse il film, del taglio, ne ha beneficiato.

                  Commenta


                  • In preparazione ad Atlantics ho visto Touki Bouki, pietra angolare del cinema africano (di tutti i tempi) diretta dallo zio di Mati, Djibril Diop Mambety.
                    Film su una coppia di ragazzi di Dakar, Mory e Anta (lui perdigiorno, lei studentessa universitaria), che sogna di arrivare in Europa, a Parigi, per fare soldi e vivere una vita finalmente agiata (è il 1973 ma potrebbe essere tranquillamente il 2019). Tenteranno truffe, furti, raggiri per cercare di racimolare il denaro necessario alla fuga e, dopo una serie di tentativi falliti (una scommessa non vinta con un saltimbanco di strada, il furto di una valigia che doveva contenere dei soldi e che invece si rivelerà piena di teschi e altri oggetti voodoo) riusciranno a derubare un ricco omosessuale panciuto e comprare due biglietti con cui imbarcarsi su una nave diretta a Marsiglia. Alla fine lui rimarrà a terra (colto da improvvisa epifania) e lei prenderà la nave (o forse no? lo statuto delle immagini nel finale è molto ambiguo).
                    Il film si apre e si chiude su una mandria di buoi guidata da un bambino (Mory da giovane? non è chiaro) prima di esser portata al macello (lui in seguito guiderà una motocicletta con uno scheletro di testa di bue attaccato al manubrio, quindi forse sì è lui che guida la mandria), ha immagini, e personaggi, simbolici (quel simil-tarzan che vive sugli alberi e poi verrà investito da un’auto, è una specie di simbolo/auto-parodia dell’Africa come terra di selvaggi?) e un uso del montaggio (e del fuori campo) assolutamente rivoluzionario (influenzato, suppongo, dalle vague europee… anche se io ho pensato ad Eisenstein). Un montaggio straniante, dissonante, che accosta - attraverso un gioco di raccordi, di campo e controcampo – spazi, e linee narrative, differenti facendole credere appartenenti ad un’unica scena. Mi spiego meglio: in diverse scene, soprattutto all’inizio del film, abbiamo una sorta di montaggio alternato che accosta due azioni, due linee narrative (Anta che corre, degli uomini che sgozzano una capra, per fare un esempio) facendoli poi apparentemente (e solo apparentemente) convergere. Nell’esempio citato, al culmine della scena, avremo un PP di Anta che guarda fuori campo in basso, e il controcampo, dall’altro verso il basso, della capra sgozzata (più altri dettagli di difficile decifrazione e collocazione). Anta sta guardando lo spettacolo della capra sgozzata? Assolutamente no. Lei – ma questo il film lo chiarirà solo più avanti – sta fissando il suo fidanzato sdraiato a terra e, non a caso, si spoglia per fare l’amore con lui (togliersi i vestiti davanti a una capra sgozzata non avrebbe avuto senso infatti). Qui insomma Diop sovverte i codici del linguaggio cinematografico, cerca di proporre una nuova, una “sua”, grammatica filmica. A questo procedimento vanno poi aggiunti i momenti in cui frammenti irrelati vengono accostati tra di loro per produrre, eisenstianamente, pensiero. Montaggio intellettuale, insomma, in cui l’accostamento di due diverse immagini, dovrebbe suscitare un’idea nello spettatore (e a ben vedere, anche l’esempio sopracitato, oltre a smontare un codice del linguaggio, e disorientare lo spettatore, potrebbe essere letto anche in questa chiave… anche se, bisogna dire, cogliere tutte le metafore, i simboli, che Diop dissemina, le relazioni simboliche tra le immagini, non è sempre facile).
                    Restaurato nel 2008 da Martin Scorsese (che lo ha inserito anche in una delle sue tante liste di film preferiti), il film, e la sua legacy, sono stati oggetto di un documentario diretto proprio dalla nipote di Diop, Mati (di cui questo venerdì, su Netflix, vedremo Atlantics… e chissà quanto ci sarà di questo lì): Mille Soleils (attualmente irreperibile dentro e fuori la Rete).

                    Voto 8,5
                    Ultima modifica di Fish_seeks_water; 27 novembre 19, 18:13.

                    Commenta


                    • La Signora di Shanghai di Orson Welles (1947).


                      Orson Welles a meno di 30 anni a curriculum non aveva solo film come Quarto Potere (1941) o L'Orgoglio degli Amberson (1942), ma anche l'invidiabile posizione di marito della bellissima Rita Hayworth; se ai botteghini e parte della critica stentavano a riconoscere il suo genio artistico, quando tornava a casa aveva di certo la moglie a consolarlo e così tra una girata nelle lenzuola e notti di fuoco, negli attimi di pausa le nostre due anime tormentate avranno pensato di unire le loro forze per risolvere i loro problemi; Welles avrebbe sfruttato lo star power di Rita Hayworth nel suo momento di massima gloria, mentre l'attrice stanca di essere intrappolata in noir sullo stile di Gilda (1946), voleva qualcosa di nuovo. Orson Welles allora scrive, dirige ed interpreta come protagonista insieme a sua moglie un noir anomalo dal titolo La Signora di Shanghai (1947), spiazzando i dirigenti della Columbia, critica e pubblico.

                      Premessa, questo fu il mio primo film con Rita Hayworth ed il mio primo noir classico, ne capì la forza però non la rottura, dopo aver visto alcuni film del genere e soprattutto Gilda, capisco perché il film spiazzo' tutti.
                      Rita Hayworth fino a quel momento interpretava si personaggi sul filo della dissoluzione, ma sempre di buon cuore in fondo e il suo tratto estetico caratteristico era la sua lunga chioma rossa.
                      Orson Welles la trasforma in una femme fatal adultera e dai connotati negativi e le fa tagliare i capelli e tingerli di biondo, morte a Gilda, nuova vita e gloria a Elsa Bannister. La Signora di Shanghai è un noir dai chiari connotati classisti; Michael O'Hara (Orson Welles), è un marionaio di mondo dalla mentalità sempliciotta ed ingenua, non c'è malizia in lui o la sottile arte dell'inganno tipica delle classi agiate a cui appartengono la bellissima Elsa Bannister, il più anziano marito ed avvocato di lei Arthur Bannister ed il socio di quest'ultimo George Grisby.

                      "Sentite: un giorno, lungo le coste del Brasile, vidi l'oceano così pieno di sangue da sembrare quasi nero, mentre il sole tramontava in un cielo di fuoco. Ci ancorammo a Fortaleza, e alcuni di noi presero le lenze per pescare. Fui il primo ad afferrare qualcosa: era un pescecane, e poi ne venne un altro, e poi un altro ancora. In un momento, tutto il mare era pieno di pescicani, e ne venivano sempre altri, l'acqua ne era coperta. Quando il mio pescecane poté liberarsi dall'amo, aveva una larga ferita dalla quale perdeva sangue in abbondanza, e forse l'odore del sangue eccitò gli altri. Cominciarono a divorarsi fra di loro... e persino a mordere se stessi. Si sentiva nell'aria la follia del sangue che saliva fino a noi: un cupo alito di morte gravava tutt'intorno. Non ho visto mai cosa più orrenda, prima del picnic di questa sera... E badate bene, neanche uno dei pescicani di quel groviglio in furia sopravvisse. Tenetene conto."
                      Tramite questo racconto diegetico, inserito dal regista nella narrazione, c'è un'efficace metafora descrittiva le classi molto agiate con la loro sete di potere, nonché un'anticipazione di quello che avverrà nel corso della narrazione del film.
                      Molti si sono lamentati del carattere ingenuo del protagonista O'Hara il quale pur trovando comunque un precursore nel Walter Neff della Fiamma del Peccato di Billy Wilder (1944), forse è molto più sempliciotto e si distacca dai soliti stereotipi del genere.
                      La scelta è voluta, Welles voleva proporre un netto stacco tra il comportamento delle classi superiori e quelle inferiori.

                      La trama tenendo conto di questo divario è ingarbugliata, intricata e contorta, proprio come la mente dei tre personaggi agiati, trovare il bandolo della matassa è difficile e forse impossibile, lo stesso regista si arrendera' nel magnifico finale risolutivo tra scenografie allucinate, ombre marcatissime e specchi replicati all'infinito che simboleggiano una verità irraggiungibile quanto inafferrabile.
                      La Signora di Shanghai comunque segue per la maggior parte le regole narrative e stilistiche del noir classico, sia nella voce narrante fuori campo ed anche nello stile registico, un po' meno "aggressivo", però è anche vero che il noir è un genere che ha bisogno di classicità e rigore nella direzione (sarà un caso che con Jackie Brown, Quentin Tarantino confezionera' il suo film più trattenuto ed anomalo e per questo rigettato dal pubblico?), anche se non mancano inquadrature negli obiettivi riflettenti, il finale visionario e l'affascinante incontro tra O'Hara e Elsa in controluce all'acquario con i pesci sullo sfondo.

                      C'è anche una geniale commissione negli ultimi 30 minuti, tra genere giallo processuale con la commedia, con le inquadrature del pubblico curioso e dalle reazioni molto divertenti, per via dai continui ribaltamenti nel processo, visto tramite una dissolvenza di montaggio come una vera e propria partita a scacchi.
                      Praticamente cinema post-moderno decenni prima, quanto era geniale Orson Welles. Purtroppo anche qui si segnalano le manomissioni della produzione, come l'imposizione di girare dei primi piani e delle inquadrature negli studios e non tutto in esterna in Messico come voluto dal regista, tutto questo fece salire i costi a 2 milioni e allungò le riprese a ben 90 giorni sui 60 previsti (quindi la colpa non è stata del regista).
                      In post-produzione ci fu un ulteriore scontro, il montaggio voluto da Orson Welles fu di circa 2 ore e mezza, brutalmente accorciate di un'ora, specie nelle sequenze finali dalle elaborate scenografie. Lo stesso produttore disse di non aver capito nulla della trama (succede se un film pensato per durare 2 ore e mezza, lo riduci di oltre 1/3 della durata), così come sconvolto dal look di Rita Hayworth, fece ritardare la distribuzione del film di oltre un anno e mezzo dal completamento delle riprese. Negli USA fu un disastro ai botteghini e la critica fu mista nell'accoglienza ed incapace di riconoscere ancora una volta il genio di Orson Welles. Nonostante qualche passaggio sbrigativo specie nei 40 minuti finali e alcune imposizioni, ci si ritrova innanzi ad un piccolo capolavoro che ognuno deve riconoscere.
                      Quello che poteva essere un'occasione di ulteriore rilancio del regista dopo il successo dello Straniero (1945), fu un disastro per sé e sua moglie (qui alla miglior performance della propria carriera, tenera ed umana quanto cinica e bastarda), i quali poi divorziarono qualche mese dopo l'uscita del film.

                      Commenta


                      • Il figlio di Saul (2015), di László Nemes

                        Straordinaria opera prima del regista, dove un mezzo cinematografico molto semplice (la messa a fuoco e la profondità di campo) diventa un potentissimo strumento narrativo.

                        Nemes ci catapulta ex abrupto nell'inferno dei campi di concentramento e con il fuori fuoco ci mostra quegli orrori senza indulgere in un distaccato voyeurismo. Anzi. È evidente che il regista vuole mostrarci che persino negli orrori più inimmaginabili l'umanità resiste e persiste e cerca di trovare la sua strada. Così la parabola di Saul, che a tutti i costi vuole una degna sepoltura e una degna cerimonia per un ragazzino morto, è la parabola della difesa dell'umanità e della speranza. Come dice Hannah Arendt: i giovani sono neo-nati, nuovi venuti al mondo, e solo loro possono portare rinnovamento. Così Saul sorride carico di speranza e di dolcezza ad un altro bambino, nel bellissimo quanto straziante finale.

                        Un film stupendo e davvero durissimo, un'opera coraggiosa ed eticamente potente. Fantastico.

                        Nei prossimi giorni guarderò anche Sunset.

                        Commenta


                        • Sono indeciso se comprarlo. E' un film che mi terrorizza. Mi attira tantissimo e penso che lo amerei per il coraggio e la forza pregnante del messaggio e delle immagini, ma nello stesso tempo mi respinge, forse perché alla mia età, ormai papà da parecchi anni, preferisco guardare un film con mio figlio, e vedere la sua espressione stupefatta e felice, piuttosto che farmi violentare dalle suggestioni di un lavoro che scava nelle profondità oscure dell'animo umano.

                          Commenta


                          • Un po di recensioni di roba vista e rivista nell'ultimo mese. Spezzetto perché non mi fa pubblicare altrimenti.

                            L'Ultimo Samurai di Masaki Kobayashi (1967).

                            Squadra che vince non si cambia, così lo stesso team creativo di regista e sceneggiatori del capolavoro Harakiri (1962), ritorna confezionando un'altra pellicola a tema samurai.
                            Nell'Ultimo Samurai (1967), sono oramai passati oltre 100 anni dalla battaglia di Sekigahara, il Giappone è pacificato sotto il governo dello shogunato della dinastia Tokugawa e dei samurai non resta altro che un ricordo, visto che oramai sono tutti riciclati all'interno dell'amministrazione delle varie famiglie nobili come dei burocrati e l'arte della spada sembra essere divenuta un cerimoniale privo di qualsiasi valenza pratica.
                            Pace non vuol dire che non esistano dei conflitti latenti, anzi, per mentenere essa il potere necessita di dover sacrificare le aspirazioni dei singoli individui; Isaburo Sasahara (Toshiro Mifune), e' un samurai molto abile con la spada, godendo di molto rispetto presso il suo signore ed ha un'amicizia forte con Tatewaki Asano (Tatsuya Nakadai), con cui intrattiene proficue conversazioni; in un'esistenza apparentemente perfetta, Isaburo si accorge che nella sua vita gli è sempre mancata una cosa; la libertà di aver potuto scegliere e perseguire la propria felicità, infatti si trova da molti anni in un matrimonio insoddisfacente con la moglie poiché venne combinato, non vuole che suo figlio Yogoro debba seguire la sua stessa sorte con l'imposizione da parte del daimyo Matsudara di sposare la sua concubina Ichi (Yoko Tsukasa), con cui ebbe un figlio ed adesso la ripudia.

                            Secondo film a tema samurai per Kobayashi e ci si ritrova innanzi ad una nuova storia di ribellione, i soggetti fautori della rivolta verso il potere sono Isaburo, suo figlio Yogoro e la moglie di quest'ultimo Ichi.
                            Seppur imposto per fortuna di Yogoro, il matrimonio con Ichi è stato molto soddisfacente e si ritrova con una moglie brava, diligente e devota. La morte dell'erede naturale di Matsudara, fa diventare erede al trono il figlio avuto con Ichi, la quale adesso per salvare le apparenze, viene richiamata a corte, stanca di essere trattata come un oggetto e visto il netto rifiuto di Yogoro, inizia uno scontro tra costoro e le autorità.
                            Una vita di imposizioni ha fatto si che all'ennesimo ordine impartito dall'alto, Isaburo si schieri con forte determinazione con suo figlio Yogoro ed Ichi, andando contro tutta la propria famiglia che teme ripercursioni negative dal rifiuto, specie sua moglie Suga ed il suo secondogenito Bunzo.

                            Isaburo, Yogoro ed Ichi sono tre persone che nella vita hanno patito la medesima imposizione da parte delle autorità e che innanzi all'ennesimo cambio d'umore delle alte sfere, dicono fermamente basta a queste costruzioni che annichiliscono la loro persona. Isaburo (interpretato da uno statuario Toshiro Mifune) è il più determinato del terzetto, tanto da rafforzare il proposito di opporsi a tale ingrato ordine anche a suo figlio Yogoro, il quale dopo un teatrale cambio di luce marcato tipico dello stile di Kobayashi, diventa fiero sostenitore della scelta di andare fino in fondo allo scontro totale con l'autorità politica.
                            Ancora una volta delle figure che dovrebbero rappresentare la tradizione come i samurai, si fanno portatrici di un'istanza di cambiamento contro un sistema politico e di valori impermeabile ad ogni possibile rinnovamento e possibilità di venire incontro alla volontà dei governati; questa volta ai samurai si aggiunge anche Ichi, la quale fortemente innamorata di Yogoro, caparbiamente con quest'ultimo decide di perseguire fino in fondo la sua libera scelta.

                            La regia asseconda la ribellione di questi tre individui ed il loro percorso che indubbiamente potra' portare solo ad una conseguenza prevedibile.
                            In effetti se il film stilisticamente è ineccepibile poiché Kobayashi è un eccellente tecnico con la macchina da presa ed anche migliorato nel riprendere i combattimenti, nella scrittura il film risulta essere un po' derivativo da Harakiri e troppo marcato forse nel ritrarre le psicologie dei propri personaggi (Isaburo non è Hanshiro con la sua evoluzione di pensiero esplicata tramite flashback), senza contare la gestione del personaggio di Bunzo, che risulta totalmente assente per 1/3 di pellicola e manco menzionato da alcuno e poi improvvisamente compare in scena (Per la prima parte di film che stava facendo? Una partita a solitario?).
                            Seppur manchi la carica di originalità di Harakiri, comunque questa pellicola indubbiamente và collocata tra le vette della produzione di Masaki Kobayashi.
                            Ultima modifica di Sensei; 01 dicembre 19, 10:09.

                            Commenta


                            • Per il Re e la Patria di Joseph Losey (1964).

                              Il piano sequenza iniziale inquadra un monumento ai caduti partendo dalle raffigurazioni alla base di esso, rappresentanti la massa anonima dei soldati, mano a mano che avanza la macchina da presa si elevano rumori e frastuoni di armi sempre più forti, sino a che ci si focalizza sull'enorme cannone; improvviso stacco di montaggio e vediamo un enorme esplosione terrificante.
                              Per il Re e la Patria di Joseph Losey (1964), tratto da un'opera teatrale, pur mantenendo la povertà delle location e un impianto claustrofobico, si dimostra un film estremamente libero dal punto di vista formale, specie nel montaggio giocato sulle dissolvenze incrociate basate su sovrapposizioni figurative di immagini; fotografie degli alti ufficiali, cadaveri dei soldati immersi nel fango o la pioggia battente che corrode e consuma le trincee rendendo il terreno una poltiglia fangosa.
                              Per Arthur Hamp (Tom Courtenay), l'arruolamento volontario ha una duplice valenza; una sfida alla moglie e alla suocera e una difesa della propria patria contro coloro che l'hanno sfidata (parte anche qui una foto che raffigura se non sbaglio Guglielmo II, kaiser dell'Impero Tedesco), purtroppo per lui adesso le cose si mettono male per via del fatto che ha disertato ed ora è messo sotto processo, deve sperare nella difesa del Capitano Hargreaves (Dick Bogarde) per non rischiare la condanna a morte.

                              L'impianto teatrale è saggiamente aggirato dall'uso libero del montaggio e dall'obbligo delle location della trincea, giustificato dalla storia della prima guerra mondiale, dove i soldati stazionavano per settimane in uno spazio claustrofobico, costretti a camminare costantemente accovacciati per evitare i proiettili del nemico barcamenandosi tra il fango melmoso, la pioggia battente, condizioni igieniche disumane ed una situazione di costante stress psico-fisico dove i soldati erano capitanati da ufficiali che non tenevano in alcun modo conto della loro vita, costretti a sanguinosi assalti frontali per guadagni territoriali inesistenti.
                              Hamp da tre anni é in prima linea, ha una grande esperienza della guerra, molto più di tanti ufficiali superiori formatasi all'accademia, eppure non gli è mai stato riconosciuto nulla, neanche una promozione che avrebbe guadagnato per la sua enorme esperienza sul campo. La sua unica dote per l'ufficiale accusatore al processo è stata quella di sopravvivere (come se fosse poco), eppure nel racconto che Hamp fa al Capitano Heargraves, emerge il ritratto di un soldato affetto da shock da esplosione, che il medico militare ha beatamente ignorato per incuria e menefreghismo, così Hamp ha deciso di effettuare una "passeggiata" lontano dalla zona di guerra per non sentire più l'ossessivo ed incessante rumore perpetuo delle armi al fronte.

                              Hamp è incapace di mentire, risultando sincero in tutto ciò che dice, che tra l'altro risulta comune a molti soldati; con l'uso della parola descrive l'orrore di un assalto contro la postazione nemica, l'effetto distruttivo di una bomba su un corpo umano e la sensazione di annegare in una buca fangosa vedendo la morte in faccia.
                              Nella follia irrazionale della guerra, assurdamente si celebra un processo farsa dal verdetto già scontato per dare una parvenza razionale di legalità, in contemporanea a tutto questo, il resto della compagnia celebra un grottesco controprocesso ai danni di un topo molesto, sberleffo supremo verso le autorità con i loro riti ufficiali privi oramai di qualsiasi significato.
                              Il potere impone un trattamento esemplare per una semplice trasgressione, in modo da poter mandare a crepare altre migliaia di soldati inutilmente al fronte. Abbastanza vicino al film Orizzonti di Gloria di Stanley Kubrick (1957), seppur inferiore dal lato tecnico-registico, ha comunque un montaggio interessante, una fotografia più sporca e dura e delle facce meno "Hollywoodiane" come personaggi, per questo molto credibili, Tom Courtenay è perfetto come soldato semplice dall'indole schietta e sincera, vincendo per questo una meritata Coppa Volpi a Venezia, mentre Dick Bogarde ha la statura ed il portamento necessario ad impersonare una figura intermedia di comando.

                              Commenta


                              • The Neon Demon di Nicholas Winding Refn (2016).

                                Una grottesca fiaba crudele, morale ma senza moralismi di fondo da parte del regista Nicholas Winding Refn, che dopo Solo Dio Perdona (2013), prosegue con l'estremizzazione del suo cinema proseguendo tramite The Neon Demon (2016), il suo personale discorso sul potere del neon e sulla semiotica audio-visiva.
                                Non c'è nulla di originale in un film che mostra la storia di una giovane e bella Jesse (Elle Fanning), che dalla Georgia si sposta a Los Angeles sperando di intraprendere una carriera fortunata di modella, ci riuscirà, ma avrà contro l'invidia e l'avversione della truccatrice Ruby (Jena Malone) e delle modelle più anziane Gigi (Bella Heathcote) e Sarah (Abbey Lee); per questo motivo Refn punta tutto su una narrazione sviluppata tramite la forma, mettendo in scena delle immagini patinate, tirate a lucido come le pagine di una rivista di moda e dalla composizione geometrica degli elementi, per una trattazione visva del tema della bellezza.

                                La pellicola ha una struttura perfettamente circolare, iniziando e finendo nel sangue. Refn da uno spunto semplice, imbastisce una narrazione che fonde insieme il videoclip con la videoarte, che fungono da linguaggio cardine per decodificare il percorso di Jesse dall'innocenza e pudicizia, verso il suo cambiamento in una ragazza fortemente narcicista, poiché pienamente autoconsapevole della sua bellezza pura e dell'ammirazione che suscita da parte di tutti, a differenza di quella consumata di Sarah e quella artificiale di Gigi, perché piena di ritocchi chirurgici. Jesse è una bellezza innocente ed estranea ripetto a tutte le altre modelle, i cui sguardi, ripresi in modo splendido da Refn, la squadrano con aria di curiosità mista a profonda invidia.
                                Nulla ci viene risparmiato dal regista nel ritratto di una Los Angeles popolata da individui arrivisti, meschini e perversi a tutti gli strati sociali, dai piani alti fino a quelli bassi, come il gestore del motel Hank (Kenau Reves); chi sembra possedere una certa decenza dopo la cesura rappresentata dalla sfilata di Jesse, è destinato a sparire dalla narrazione.

                                È una Los Angeles multicolori dalla tavolozza ricolma di un'ampia gamma di colori pop ed accesi, degni delle pellicole di Mario Bava o di film come Suspiria di Dario Argento (1977), che vanno dal blu al rosso, dal bianco al nero, sino al viola e perennemente illuminati dalle invadenti ed ossessive luci al neon roboanti, di cui il film è completamente saturo, quasi come se fossero un'entità a sé stante, capace di forgiare e riplasmare a proprio piacimento i soggetti verso i quali irradiano la propria luce elettrica e consacrarli alla fama eterna, facendone dei veicoli per farli fruire alla massa conformista.
                                È un mondo lisergico fatto di sonorità elettroniche di stampo ipnotico (grande Martinez alla colonna sonora) e visioni accese psichedeliche, in cui ci si immerge a capofitto senza pudore tra simboli (triangolo, figura di perfezione), oggetti (specchi riflettenti) e metafore, magari si finisce volutamente nel kitsch, ma il viaggio resta un'esperienza autentica.

                                Una pellicola eccessiva sul lato estetico, disinibita nel suo approccio alla narrazione e con tocchi estremi sul lato visivo-viscerale per portare a compimento un proprio discorso intorno al concetto di bellezza, che non è tutto, ma l'unica cosa che conta. Refn per questo film si è avvalso di ben 7 milioni, il budget più alto della propria carriera dopo Drive, purtroppo la plebe è stata ben poco recettiva verso questo grande film portando in dote solo 3,5 milioni di incassi; questo si unisce al massacro critico inspiegabile avvenuto a Cannes e da parte della critica anglosassone, molto ostile al regista verso cui sembrava aspettarsi dopo Drive (2011), una serie di film su quella scia.
                                Refn fortunatamente sembra essere uno dei pochi registi professionali a fregarsene altamente dell'incasso e della commercialita', evidentemente gli 80 milioni di Drive, gli dovevano aver fatto schifo e per questo ha sentito la necessità di una catarsi tramite le due successive pellicole anti-convenzionali e anti-commerciali.

                                Se il rifiuto del popolino era comprensibile, difficile da capire è la chiusura mentale della critica che ha rigettato in toto questo film e poi esalta il cinema della violenza ironica post-moderna, le borghesate liberal, le scemenze politicamente corrette del cinemino americano degli ultimi anni e le stronzate dei cinefumetti della Marvel; di fronte allo smarrimento della critica ufficiale sempre più delegittimata, Neon Demon è il cinema estremo di cui abbiamo bisogno, una pellicola che ci scuote, magari non raggiunge l'equilibro apologo della violenza del capolavorico Solo Dio Perdona, ma segna comunque un avanzamento del regista verso la sua personale idea di cinema. Dato il flop ai botteghini, purtroppo sono oltre 3 anni che il regista è fermo perché è una persona evidentemente scomoda, questo è il prezzo da pagare per via di un pubblico e una critica miope; la morte del vero cinema e l'elogio della merda, che come la modella Gigi potrà anche essere carina per molti, ma non raggiungera' mai la bellezza naturale di Jesse a cui è impossibile resistere e totalmente ingestibile perché non controllabile, proprio come i veri profeti della Settima Arte.

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X