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  • Testimone d'Accusa di Billy Wilder (1957)

    Nell'anno domini 1957 il Dio dei registi ci regala due capolavori; Arianna, film sentimentale dal sapore mitteleuropeo e Testimone d'Accusa, un giallo processuale in cui Wilder mescola il genere con la commedia sino a dei tocchi noir addirittura. Del primo ora non ce ne importa nulla, quinfi passiamo al secondo, tratto da un'opera teatrale di Agatha Christie, scrittrice commerciale famosa per i suoi romanzi dell'investigatore Poirot, Testimone d'Accusa era poco più che un discreto prodotto letterario quando Wilder ne fece un adattamento cinematografico dando a quest'opera secondaria nella produzione dell'autrice l'immortalità eterna.
    La pellicola ruota intorno ad un delicatissimo caso penale in cui Leonard Vole (Tyrone Powel), a causa della sua amicizia con un'anziana vedova, viene accusato dell'assassinio di quest'ultima a causa di un testamento che lo nomina erede di ben 80.000 sterline, sua moglie di origine tedesca Christine Helm (Marlene Dietrich) potrebbe scaggionarlo con la sua testimonianza, ma lo scaltro ed esperto avvocato difensore sir Wilfrid (Charles Laughton) non vuole avvalersi della deposizione della donna per dei forti sospetti sulla sua persona.

    Il film inizia con un flashforward nell'aula di tribunale della Corte d'Assise di Londra, che riunitasi sta per pronunciare il verdetto sul caso in questione, la macchina da presa si avvicina al banco del giudice ed inquadra la spada appesa alla parete, arma simbolo di autorità, giustizia e potere; ma anche di violenza e strumento di giustizia fai da te; meglio di un Alfred Hitchcock quindi, Billy Wilder già con un semplice movimento di macchina in avanti, sin da subito ci ha fatto capire lo sbocco della vicenda che trovera' si una sua risoluzione, ma non per mano del giudice e della legge; subito dopo, a ritroso parte la vera e propria narrazione del film che ci mostra gli antefatti della vicenda.
    Wilder amplia notevolmente il ruolo dell'avvocato difensore sir Wilfrid, così come l'inserimento del flashback del primo incontro tra Leinard e Christine in Germania, nonché la notevole commissione tra giallo e commedia, mediante gli spassosi battibecchi tra l'avvocato Wilfrid e l'infermiera miss Plimson (Elsa Lanchaster), perché il primo di riposarsi e curare la propria salute proprio non ne vuol sapere.

    Sir Wilfrid viene da un periodo di degenza in ospedale per un infarto, starsene fermo e a riposo sarebbe una cosa saggia, però il nostro protagonista non è un tipo saggio e di accettare noiose cause civili, non ne può proprio sapere, così decide di a suo rischio e pericolo di accettare la difficile e stressante difesa di Leonard Vole.
    Il processo ed i suoi atti sono descritti con minuzia di particolari, non c'è spettacolarizzazione o ipersemplificazione eccessiva nella trattazione, però grazie ai magnifici dialoghi di Wilder non solo il tutto risulta coerente e facile da seguire, ma è anche appassionate nei tecnicismi dialettici che Wilfrid usa per smontare le testimonianze sfavorevoli e le accuse del procuratore ministeriale.
    C'è un'unica verità ed apparentemente ci si arriva in via processuale, ma la verità processuale come s'insegna a giurisprudenza non sempre coincide con quella reale; verità ed inganno s'intrecciano nel finale con un devastante doppio colpo di scena, il primo dei quali si potrà anche intuire perché stra-usato in molti film successivi (e coerente con la poetica di Wilder), ma ci penserà il secondo totalmente inaspettato a scombussolare subito il nuovo status quo formatasi.

    Non posso rivelare nulla di entrambi, perché lo stesso Wilder fece mettere un avviso nei titoli di coda del film, dove pregava il pubblico di non anticipare nulla della parte finale ad eventuali conoscenti, i quali si sarebbero rovinati il film in modo irrimediabile, quindi siccome rispetto il regista anche dopo oltre 60 anni, mi asterrò da qualsiasi accenno in proposito.
    Vi basti sapere che proprio per la parte finale, la campagna promozionale per il premio Oscar a Marlene Dietrich venne irrimediabilmente compronessa e vergognosamente non ottenne neanche la nomination, che per la cronaca furono ben sette tra cui miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista ed attrice non protagonista, ma siccome era l'anno del pigliatutto Pobte sul Fiune Kwai, non ottenne neanche un premio. Buon successo di pubblico per un film costato 3 milioni e al box office ne fece ben 9, ad oggi resta il miglior film processuale della storia del cinema ed il miglior adattamento di un'opera di Agatha Christie.

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    • Taipei Story di Edward Yang (1985).

      Immersi totalmente una Taipei di metà anni 80', la città riflette lo stato d'animo dell'isola di Taiwan, sospesa tra vari mondi; una Cina comunista con cui oramai la nuova generazione di Taiwanesi ha perso ogni legame a differenza della generazione precedente, la quale sperava di potervi ritornare un giorno e risolvere i conti con i comunisti e il continuo volgere lo sguardo verso il Giappone (ex potenza coloniale dell'isola) e soprattutto l'America capitalista, che per contrastare e contenere l'espansionismo comunista Cinese, ha importato nell'isola il capitalismo più sfrenato in modo da contrapporre Taiwan al "continente".
      Questo ha fatto si che i Taiwanesi conoscessero un espansionismo tecnologico, economico, urbano e sociale sfrenato, senza avere solide fondamenta su cui edificare questo nuovo futuro.
      Uno dei personaggi, Mr. Ke, un architetto, mentre contempla l'orizzonte dall'alto della sede della società per cui lavora insieme alla sua collega dirifente Chin (Tsai Chin), afferma in modo laconico che non saprebbe più distinguere quali sono gli edifici progettati da lui e quali no, perché ormai è tutto uguale a sé stesso in una Taipei che massifica ed omologa tutti i suoi abitanti.

      Negli scorci fissi della macchina da presa di Edward Yang, che sviluppa il film in senso fortemente anti-narrativo, focalizzandosi sui personaggi ed agendo di ellissi, assistiamo a dei ritratti di personaggi sospesi nel limbo del nulla, totalmente inadeguati nello stare al passo con le veloci trasformazioni sociali ed economiche del paese.
      Le immagini del cinema di Yang sono austere nella loro rigorosa fissità, eppure ci restituiscono degli stimoli audio-visivi, che consentono allo spettatore di penetrare da sé nell'universo di questi ritratti di varia umanità; una di queste figure risulta essere sicuramente Lung (Hou-Hsiao-Hsien, regista qui attore), ex giocatore di baseball sospeso tra il suo passato da atleta ed il suo presente di uomo ligio alla tradizione. Chin vorrebbere uscire dal labirinto della caotica Taipei con l'aiuto del suo fidanzato Lung, quest'ultimo in effetti ha una mezza idea di trasferirsi in America, un paese che dai racconti fatti all'uomo, semvra assumere connotati mitici, dove tutto sembra possibile, persino ammazzare una persona a proprio piacimento e farla franca... in effetti gli USA sono un bel posto in cui andare a vivere.
      Un passato distrutto ed un presente alienante, proiettano gli abitanti di Taipei verso un futuro indecifrabile; i personaggi sono tutti immersi una società totalmente colonizzata dalle potenze estere, la vecchia generazione guarda alla Cina e alla semplicità dei vecchi tempi, le nuove generazioni sono invece completamente invasi dalla cultura occidentale e Giapponese, tramite canzoni di Michael Jackson, calendari di Marylin Monroe, lattine meccanizzate della Pepsi Cola e spot e cartelloni pubblicitari al neon di grandi multinazionali straniere, che inglobano in controluce i nostri protagonisti.

      Se Lung nel suo status quo sospeso è destinato allo scacco esistenziale (devastante la scena con il televisore buttato in strada), Chin indossa per gran parte del tempo degli occhiali scuri, perché incapace di decifrare la realtà o forse semplicemente per proteggersi da essa o in un'ultima interpretazione ancora, perché tanto è impossibilitata come gli altri a vedere la realtà, dietro la falsità di una superficie riflettente.
      Alla fine la donna rompendo ogni tradizione, insieme alla propria ex-datrice di lavoro, troverà un nuovo incarico in una nuova società definita come un pezzo d'America a Taipei, è inutile qualsiasi immaginazione per questo paese lontano, tanto oramai l'America è arrivata ovunque, anche nell'estremo Oriente, quindi qualsiasi trasferimento è assolutamente inutile adesso.
      Edwards Yang costruisce un affresco umano immergendolo in un mondo che ha oramai perduto ogni innocenza e punto di riferimento. Taipei Story è un caposaldo della nascente new wave del cinema Taiwanese, che si sviluppa a metà anni 80', capace di innovare fortemente la settima arte e di parlare del presente come del futuro, con una lucidità rara a trovarsi; fa specie pensare quanto sia azzeccata la descrizione a parole dell'America fatta a metà anni 80' da parte di un regista straniero e avvulso alla realtà occidentale, quando i film statunitensi negli anni 80' avevano perso del tutto la capacità di analizzare il loro paese, perdendosi dietro stronzate d'azione tutto muscoli ed azione, cinema di propaganda Reganiana e blockbuster del duo Spielberg-Lucas. Non un film facile sia per stile che per contenuti, ma sicuramente un capolavoro assoluto.

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      • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
        Testimone d'Accusa di Billy Wilder (1957)

        Nell'anno domini 1957 il Dio dei registi ci regala due capolavori; Arianna, film sentimentale dal sapore mitteleuropeo e Testimone d'Accusa, un giallo processuale in cui Wilder mescola il genere con la commedia sino a dei tocchi noir addirittura. Del primo ora non ce ne importa nulla, quinfi passiamo al secondo, tratto da un'opera teatrale di Agatha Christie, scrittrice commerciale famosa per i suoi romanzi dell'investigatore Poirot, Testimone d'Accusa era poco più che un discreto prodotto letterario quando Wilder ne fece un adattamento cinematografico dando a quest'opera secondaria nella produzione dell'autrice l'immortalità eterna.
        La pellicola ruota intorno ad un delicatissimo caso penale in cui Leonard Vole (Tyrone Powel), a causa della sua amicizia con un'anziana vedova, viene accusato dell'assassinio di quest'ultima a causa di un testamento che lo nomina erede di ben 80.000 sterline, sua moglie di origine tedesca Christine Helm (Marlene Dietrich) potrebbe scaggionarlo con la sua testimonianza, ma lo scaltro ed esperto avvocato difensore sir Wilfrid (Charles Laughton) non vuole avvalersi della deposizione della donna per dei forti sospetti sulla sua persona.

        Il film inizia con un flashforward nell'aula di tribunale della Corte d'Assise di Londra, che riunitasi sta per pronunciare il verdetto sul caso in questione, la macchina da presa si avvicina al banco del giudice ed inquadra la spada appesa alla parete, arma simbolo di autorità, giustizia e potere; ma anche di violenza e strumento di giustizia fai da te; meglio di un Alfred Hitchcock quindi, Billy Wilder già con un semplice movimento di macchina in avanti, sin da subito ci ha fatto capire lo sbocco della vicenda che trovera' si una sua risoluzione, ma non per mano del giudice e della legge; subito dopo, a ritroso parte la vera e propria narrazione del film che ci mostra gli antefatti della vicenda.
        Wilder amplia notevolmente il ruolo dell'avvocato difensore sir Wilfrid, così come l'inserimento del flashback del primo incontro tra Leinard e Christine in Germania, nonché la notevole commissione tra giallo e commedia, mediante gli spassosi battibecchi tra l'avvocato Wilfrid e l'infermiera miss Plimson (Elsa Lanchaster), perché il primo di riposarsi e curare la propria salute proprio non ne vuol sapere.

        Sir Wilfrid viene da un periodo di degenza in ospedale per un infarto, starsene fermo e a riposo sarebbe una cosa saggia, però il nostro protagonista non è un tipo saggio e di accettare noiose cause civili, non ne può proprio sapere, così decide di a suo rischio e pericolo di accettare la difficile e stressante difesa di Leonard Vole.
        Il processo ed i suoi atti sono descritti con minuzia di particolari, non c'è spettacolarizzazione o ipersemplificazione eccessiva nella trattazione, però grazie ai magnifici dialoghi di Wilder non solo il tutto risulta coerente e facile da seguire, ma è anche appassionate nei tecnicismi dialettici che Wilfrid usa per smontare le testimonianze sfavorevoli e le accuse del procuratore ministeriale.
        C'è un'unica verità ed apparentemente ci si arriva in via processuale, ma la verità processuale come s'insegna a giurisprudenza non sempre coincide con quella reale; verità ed inganno s'intrecciano nel finale con un devastante doppio colpo di scena, il primo dei quali si potrà anche intuire perché stra-usato in molti film successivi (e coerente con la poetica di Wilder), ma ci penserà il secondo totalmente inaspettato a scombussolare subito il nuovo status quo formatasi.

        Non posso rivelare nulla di entrambi, perché lo stesso Wilder fece mettere un avviso nei titoli di coda del film, dove pregava il pubblico di non anticipare nulla della parte finale ad eventuali conoscenti, i quali si sarebbero rovinati il film in modo irrimediabile, quindi siccome rispetto il regista anche dopo oltre 60 anni, mi asterrò da qualsiasi accenno in proposito.
        Vi basti sapere che proprio per la parte finale, la campagna promozionale per il premio Oscar a Marlene Dietrich venne irrimediabilmente compronessa e vergognosamente non ottenne neanche la nomination, che per la cronaca furono ben sette tra cui miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista ed attrice non protagonista, ma siccome era l'anno del pigliatutto Pobte sul Fiune Kwai, non ottenne neanche un premio. Buon successo di pubblico per un film costato 3 milioni e al box office ne fece ben 9, ad oggi resta il miglior film processuale della storia del cinema ed il miglior adattamento di un'opera di Agatha Christie.
        Appena acquistato in dvd . Mi chiedo , senza voler slittare negli spoiler quanto e se lo "Star System" influisce sui ruoli (ovvero sulla trama...) assegnati. Cioè se un Tyrone Power è "tagliato" per fare il "cattivo", ossia se _proprio per questo_ veniva scelto per (eventualmente )spiazzare gli spettatori di 60 anni fa; come del resto se prendi un Gary Cooper per fare l'avvocato ( Anatomia di un nomicidio, 1959) poi non ti aspetti che sia eticamente menefreghista degli atti reali (...non ratificati necessariamente da una sentenza giudiziaria...) del suo cliente. O come ancora Richard Gere di "Schegge di paura", dove pure s'impanca a cinico ma lascia la bastardata finale all'esordiente E. Norton. Magari è uno stereotipo ed una mia congettura errata ma il carattere "Puritano" di fondo che ispira (?) la Giustizia Usa con il principio detto dell'albero avvelenato ( se un elemento di prova è inquinato allora, a cascata, lo sono tutti gli elementi probanti ad esso collegato, se ho inteso bene...), al fine "aiuta " a "scaricare" le coscienze di avvocati e procuratori che maneggiano pene finanche capitali.
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        • Solo Dio Perdona di Nicholas Winding Refn (2013).

          Gran Premio per la Regia a Cannes e oltre 80 milioni di incassi, avrebbero fatto impazzire ogni regista che per prima cosa sarebbe andato a fare l'ultimo blockbuster ad Hollywood, fortunatamente Refn ama la settima arte immolandolsi per essa, così fa' tutto l'opposto, armi e bagagli e và a Bangok e con soli 5 milioni si assicura il totale controllo della pellicola dando fondo al suo estro registico.
          Solo Dio Perdona (2013) quindi è un film estremamente personale e radicale; in un'unica parola estremo. È raro vedere tanto rosso in una pellicola, eppure di tale colore ne abbiamo tutte le sue tipologie e varianti, creando un'atmosfera lisergica in una Bangok iper-violente e totalmente infernale.
          La città é un degno palcoscenico di una storia cruda all'insegna della vendetta più spietata, dove l'uso della violenza è pratica abituale e solo individui come Julian (Ryan Gosling), sembrano riuscire a sottarsi alle refole del gioco, arrivando in questo ad assimere uno status "trascendentale", d'altronde solo Dio potrebbe perdonare l'assassinio del fratello lasciandolo andare e solo Dio vede la situazione nel suo quadro d'insieme e non da un misero quanto parziale punto di vista, come sua madre Crystal (Kristen Scott Thomas), la quale persegue ciecamente la sua vendetta per la morte del figlio Bill, causata anche dalla direttiva del poliziotto Chang (Vithaya Pansrigram), innescando una spirale distruttiva.

          Bill ha stuprato e ucciso una prostituta minorenne, Chang ha permesso al padre della ragazza di vendicarsi ed ucciderlo; la madre non perdona, il fratello invece si, ma nonostante il suo pensiero, essendo subordinato psicologicamente alla madre, anche colui che sembra aver raggiunto uno status di Dio, sarà tirato suo malgrado all'interno di questo vortice, constatato amaramente l'impossibilità di ricongiungersi alla madre e di poter ottenere una rinascita all'insegna di un'esistenza basata su altri paradigmi che non includano la violenza.
          Le inquadrature ravvicinate sulle mani sono ossessive e numerose, le mani hanno consentito all'uomo di evolversi, sono la manifestazione corporea del monolito nero Kubrickiano di 2001: Odissea nello Spazio (1968), tramite il pollice opponibile l'uomo ha potuto fare cose al di là della portata degli animali e quindi evolversi; ma alla fine Refn resta fedele a Kubrick, uomo o scimmia alla fine le mani vengono usate solo a scopi di violenza verso il prossimo (pugni chiusi, imbracciare un'arma etc...).

          Un uomo privo di mani, è un essere menomato ma anche impossibilitato ad usare violenza , raggiungendo in tal modo il vero status divino.
          È un film denso e pieno zeppo di significati, che vanno dalla tragedia greca, sino alle moderne forme della videoinstallazione portate poi all'estremo nel successivo The Neon Demon (2016).
          Solo Dio Perdona è una pellicola estrema nel vero senso del termine e volutamente anti-narrativa nel suo svolgimento, c'è tanta violenza ma non è messa per fare esibizionismo o effetto come qualche ignorante ha detto, ma ha un suo preciso scopo.
          È una violenza poco cartonesca e seppur stilizzata nel rituale omicida, molto fredda e glaciale, lontana quindi dalla violenza di plastica dei film blockbuster di Hollywood o quella Tarantinana, che per via dell'irronia esagerata e fumettosa, elimina ogni sensazione di brutalità in essa rendendola divertente.
          Refn odia queste due concezioni di violenza oggi sdoganate e la riporta al suo stadio primordiale di selvaggi brutalità.
          Ci troviamo innanzi quindi ad un capolavoro estremo e spiazzante, un messia cinematografico che ci sveglia dal torpore del 90% del cibemino innocuo moderno, però come ogni messia anche questo film é stato brutalmente respinto da uba massa ignorante che ha deciso di seguire il barabba di turno.
          Fischiato e contestato a Cannes dal pubblico e stroncato dalla critica, evidentemente il film spiazza e non ha accontentato coloro che stupidamente si aspettavano un Drive 2.0 a Bangok.
          Costato 5 milioni, ne ha incassati oltre 10, si tratta di introiti 8 volte inferiori a quelli di Drive, ma il vero artista persegue la sua ricerca a discapito del consenso del pubblico, d'altronde come dice il più grande regista della storia del cinema d'animazione, "Io faccio film per me stesso".

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          • delizioso, tra i più "crepuscolari" di sempre
            78/100

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            • EARTQUAKE BIRD (W.Westmoreland)
              Ritratto di ragazza straniera a Tokyo che mi ha ricordato un pochino il "Lost in translation" di coppoliniana memoria. Anche qui c'entrano le traduzioni, tra l'altro.
              Il film muove da una classica cornice investigativa e ripercorre gli eventi da poco occorsi a una giovane donna un po' inquieta e con qualche ombra sul capo, che intreccia una strana relazione con un locale, e pare turbata da qualcosa di indefinito: la perfetta padronanza della lingua, e la frequentazione delle donne giapponesi, la aiutano a mimetizzarsi nel nuovo ambiente, e dunque a vivere una sospensione esistenziale che decanta e anestetizza possibili memorie dolorose.
              Mentre la storiella procede e il dramma preannunciato s'addensa, il regista si sofferma curioso sul volto imbronciato della Vikansder (bravina) e sulla sua piccola cicatrice, e via via si incuriosisce, ne fa smottare le difese, ne incista il vissuto di ambigue parentesi oniriche, confonde sottilmente ai suoi occhi realtà e interpretazione, e va centellinando con grazia le rivelazioni: chi è il misterioso fotografo di cui latizia si è invanghita? E questo strano doppio che fa presto capolino, complicandole la vita? Quando le risposte arrivano, il film scade un po' nelle formule da giallo e da drammotto traumatico, perdendo molto del suo fascino. Ma intanto ha intrattenuto a dovere.
              Ovviamente un valore aggiunto sono le ambientazioni, cittadine ed extraurbane.
              Insomma, per me piuttosto carino.

              AFTERIMAGE (A.Wajda, 2016)
              E' la triste storia (vera) di un artista polacco d'avanguardia ostracizzato dal regime sovietico: la sua vita si farà sempre più amara e sempre più dura. Un po' come il connazionale Polanski, Wajda tratteggia la figura di un uomo in solitaria e sorda lotta col suo ambiente, ma a differenza di Roman, che sceglie una tantum un protagonista quasi "spielberghiano", lontano dal suo tipo caratteristico (ossia sceglie un uomo forte, capace di non farsi intimorire, e destinato a trionfare), qui di speranza ce n'è ben poca, e il film non fa altro che scandire le meste tappe di un miserabile calvario.
              Lo stile è prosciugato, severo, riarso, intonato con le malinconie locali e con l'amarezza che monta nel cuore del poveraccio, e lo spoglio incedere formale contribuisce a far montare la nostra, di angoscia. Molto triste e molto bello.
              Ultima modifica di papermoon; 02 dicembre 19, 23:03.

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              • Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah

                Capolavoro assoluto, credo lo inserirò nella mia top 3.
                La visione del mondo è nera, c'è solo miseria. Si sopravvive come animali ma si deve convivere col peso dell'esistenza, dei rimorsi, il peso del romanticismo nel cuore che si scontra col mors tua vita mea, con gli istinti animaleschi a cui non si può sfuggire.
                L'unica consolazione è affogare la coscienza in alcool e prostitute (si veda la terz'ultima scena che da sola riassume molti messaggi), per poi risvegliarsi col disgusto il giorno dopo. Gi unici momenti davvero solari sono quelli di cameratismo.

                La violenza colpisce ancora oggi. Non solo per il particolare montaggio "caduta in slow motion-stacco-kill-ripresa caduta in slow motion-stacco-kill-...", ma per l'insensatezza, il gusto dell'uccidere per l'uccidere, anche se ormai si è sicuri di morire (esempio: il tizio "lasciato indietro" nella rapina iniziale).
                Spoiler! Mostra

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                • 127 Ore di Danny Boyle (2010).


                  Fatico molto ad entrare in sintonia con Danny Boyle ed il suo cinema, a tutt'oggi tranne il bello e sottovalutato Sunshine (2007), i restanti film suoi da me visionati come Beach (2000), Milionaire (2008) e Trainspotting 2 (2013), mi hanno fatto abbastanza pena e questo 127 ore (2010), non si muove più di tanto dalla zona mediocrità nonostante l'esaltazione generale di mezza critica mondiale e ben sei nomination agli Oscar tra cui miglior film, sceneggiatura non originale, montaggio e attore protagonista. Sono candidature che mi hanno lasciato perplesso, perché tre di questi punti sono gli elementi deboli dell'opera.
                  Boyle non ha mai avuto molto da dire in termini di profondità a livello sostanziale nel suo cinema, per questo punta molto su una forma aggressiva, marcata e fortemente esibizionista, che non nasconde mai le sue influenze videoclappare o pubblicitarie.

                  Una storia vera come quella dell'escursionista Aron Ralston (James Franco) intrappolato in una gola profonda di un canyon dello Utha profondo 20 metri ed impossibilitato ad uscire poiché un grande masso gli blocca il braccio destro, dovrebbe aiutare maggiormente Boyle a raggiungere la sostanza, di cui spesso il suo cinema difetta.
                  I primi 3-4 minuti non sono malaccio nel descrivere Aron come un individuo solitario che tende ad estraniarsi dal flusso conformista della massa urbana, decidendo di andare in un luogo sperduto piuttosto che stare immerso un minuto di più nel caos metropolitano. Flusso continuo ininterrotto che avvolge anche un folto gruppo di ciclisti in cui Aron si imbatte in direzione opposta alla sua, gettando su di loro un'occhiata confusa e straniata. La compagnia non è il suo forte; la musica, la bicicletta, il culto della propria immagine e l'isolamento sono gli elementi fondativi della sua vita.

                  Non è quindi una persona dalla vita molto interessante, anche per via di un comportamento da sbruffone e di costante sfida alla natura. Boyle inserisce quindi split screen a manetta, inquadrature da tutte le angolazioni e distanze, con uno stile che vorrebbe emulare il documentario tramite l'asciuttezza del digitale, ma la sensazione è quella di guardare tanti mini-spot intervallati da inserti musicali e sonori, che cozzano pesantemente con il luogo in cui ci si trova.
                  Ci si aspetterebbe maggior sobrietà registica quando Aron rimane con il braccio intrappolato tra roccia ed un masso, l'emersione del dramma umano, il senso di totale solitudine ed un'attesa infinita verso una sorte che può sfociare solo nella morte, visto che Aron molto furbescamente non ha avvertito nessuno
                  della sua escursione; ed invece Boyle intervalla tutto con mini flashback scarsamente interessanti e visioni da delirio, che amazzano il senso del delirio stesso.
                  Nell'arco dei 90 minuti si fatica a capire il costrutto della regia di Boyle, troppo sparata anche per via di una fotografia poco convincente nel restituire l'atmosfera del canyon, sfociando appieno in una sorta di pubblicità da cartolina del posto.

                  Pubblicità che riaffiora costantemente, perché Boyle non riesce a dare un filo unitario al suo film, intervallato di continuo da trovate registiche di dubbio gusto e reiterate di continuo.
                  L'acqua quando si tratta di sopravvivere è elemento imprescindibile, possiamo sopravvivere giorni senza mangiare, ma non più di una giornata senza poter bere. Razionare l'acqua nella borraccia è prioritario per Aron, acqua che tra l'altro è parte essenziale di ogni essere vivente e elemento che ha contribuito nell'arco di milioni e milioni di anni, a formare e plasmare i vari paesaggi del pianeta.
                  La lunga gola del canyon in tempi lontani sarà stata un letto di un fiume, che nella sua attività di erosione ha creato tale affascinante luogo, eppure così ostile alla vita e ad Aron, il quale suo malgrado rischia di morire lì.
                  Il freddo disperde il calore e mantenere attivo il corpo umano consuma energia e liquidi vertiginosamente, per questo si anela qualcosa fa bere, ma anche una scena che dovrebbe sfociare nel baratro della sofferenza, con un movimento veloce di macchina in piano sequenza, si trasforma in uno spot cafone arrivando al traguardo a fossilizzarsi sul Gatorade (sbattuto in faccia in primo piano), per poi lanciare una pubblicità sulle bevande abbastanza oscena, per rappresentare una situazione in cui i limiti mentali stanno cominciando a venire a galla.

                  Boyle smuove la macchina da presa, puntando a mostrare a pubblico e critica le sue capacità istrioniche, con esiti purtroppo non sempre felici visto che lo sguardo del regista resta sempre superficiale, senza mai scendere in profondità se non una ripetuta sottolineatura del simbolismo dell'acqua, tramite li inquadrature dell'interno di una borraccia sempre più drammaticamente vuota, una pozza d'acqua dal sapore "iniziatico" e la sequenza finale in piscina per sottolineare una rinascita e una nuova vita del protagonista. Le 127 ore di trappola, hanno mondato e lavato via il vecchio Aron, a favore di una nuova persona. Sequenze crude e girate asetticamente, come l'amputazione del braccio, si scontrano fortemente con lo stile di Boyle che rende difficile appassionarsi alla storia, finendola tra l'altro con il renderla meno realistica di ciò che è stata. Praticamente il solito Danny Boyle verrebbe da dire, anche se Sunshine fu una bella sorpresa, che si spera prima o poi possa ripetere.
                  Ultima modifica di Sensei; 05 dicembre 19, 13:49.

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                  • Non ho visto questo Boyle qui, ma Sunshine, 28 giorni dopo, Shallow Grave e Trainspotting sono buoni/molto buoni.

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                    • Sunshine è bello. 127 Ore era tra i film considerati belli figurando nei consigli e la visione è stata quella riportata sopra.

                      La pubblicità del Gatorade il punto più basso poi, ho capito che ti hanno pagato, ma cavolo pubblicità spudorata.

                      Vedremo con gli altri in futuro.
                      Ultima modifica di Sensei; 05 dicembre 19, 14:03.

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                        Un'autoanalisi magistrale, malinconica, tenera, lacerante, piena di colore e luce e dei fantasmi di coloro che si ama. Almodovar a 70 anni è ancora uno dei pochi cineasti in grado di toccare in profondità le corde dell'animo umano. Banderas è straordinario, l'ultimo atto struggente.

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                        • L'ho visto anche io da pochi giorni. Bel film, con un Banderas magistrale. Fuori anch'esso dalla mia top ten annuale comunque.
                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • Finito di vedere Marriage Story, che dire... forse il film dell'anno.
                            Driver è grandioso come Scarlett e la Dern, partecipazioni di Alda e Liotta ottime. Serissimo candidato a tutti gli Oscar principali. Grande Cinema.

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                            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                              L'ho visto anche io da pochi giorni. Bel film, con un Banderas magistrale. Fuori anch'esso dalla mia top ten annuale comunque.
                              ennesimo film che dovrò recuperare.
                              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                              Spoiler! Mostra

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                              • Ho visto anch'io Marriage Story, mi è piaciuto molto e gli attori sono in effetti tutti in palla: mi ha stupito in particolare la Johansson, poi vabbè Driver è bravo come al solito ed emerge alla grande in due o tre scene fondamentali. Tra i film di Baumbach che ho visto direi che questo è a mani basse il migliore e quello con la scrittura più centrata, e lo si capisce già dai bellissimi primi minuti (impreziositi dalla musica di Randy Newman, non sapevo fosse sua la colonna sonora ma sin dalle prime note emerge la somiglianza con le musiche di Toy Story).

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