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  • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
    Ho visto anche io Storia di un matrimonio. Ero partito con aspettative non troppo alte, invece mi sono ritrovato davanti ad un film molto bello. Mai smielato, interessante per come sviscera le dinamiche del divorzio, situazione in cui tutti danno il peggio di sé ed i rapporti umani si mercificano. Attori in palla, sia Driver che la Johansson in odore di Oscar, ma non mi accodo alla schiera di chi preferisce quest'ultima, anzi, ho trovato Driver più raffinato e maturo. La Johansson recita troppo spesso con le lacrime agli occhi, urla da tutti i pori "si, sto facendo l'interpretazione da Oscar".
    Molto bella la fotografia e bella, seppur semplice, la colonna sonora. Questo entra nella mia top 10, ed anche abbastanza in alto.
    Ah, aldilà di tutto, l'Oscar lo merita Gioacchino.
    Sono abbastanza d'accordo con tutto

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    • Avrei voluto pubblicarlo alla fine del mese, ma a questo punto anticipo ad ora visto vhe la discussione c'è ora e sono stato tirato in ballo.

      Storia di un Matrimonio di Noah Baumbach (2019).

      Il vissero per sempre felici e contenti interrompe la narrazione sempre con l'unione dei due protagonisti, il dopo non c'è dato sapere e nonostante la morale dagli anni 50' sia profondamente cambiata, nelle produzioni americane si fatica molto a raccontare storie con delle relazioni coniugali che esporimo il secondo tempo dell'unione; Noah Baumbach và oltre e ci racconta direttamente la fine del legame con Storia di un Matrimonio (2019).
      I paragoni si sono sprecati, con la critica che ha tirato in ballo i più disparati da paragoni con opere di Woody Allen fino alle pellicole di Ingmar Bergman; nulla di tutto questo, il riferimento più prossimo è sicuramente Kramer contro Kramer (1979), soltanto che Baumbach nella sua sceneggiatura, dona medesimo spazio alle figure dei due coniugi Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson).

      I primi minuti narrati tramite sequenze e spaccati della vita quotidiana di ciascuno dei due coniugi mediante opposti voice over, sono molto freschi ed immersivi nelle vite di Charlie e Nicole, genitori con i loro pregi e difetti, sviscerati con sincero commozione e malinconia da ognuno dei due nei confronti dell'altro; due figure imperfette dal discreto successo professionale come regista ed attrice teatrale, con un figlio di nome Henry ed un avvenire felice. Qualcosa si spezza bruscamente e ci riporta alla realtà, siamo innanzi ad una terapia di coppia per evitare una separazione oramai conclamata ed evidente. Le cose non hanno funzionato, succede perché nella realtà il vissero per sempre felici e contenti, nonché il legame matrimoniale da decenni hanno perso l'indissolubilita', nulla di traumatico però; Charlie e Nicole hanno deciso di chiudere il loro rapporto amichevolmente e con un accordo che eviti il tribunale.

      Un divorzio rompe però il legame non solo tra i due coniugi, ma anche con le rispettive famiglie ed amici dell'uno e dell'altra parte che inopportunamente spesso danno consigli che finiscono con il peggiorare solo le cose.
      Baumbach non ha molta simpatia per la categoria degli avvocati, neanche io, specie per gente come Nora Fanshaw (Laura Dern), che in nome di una battaglia femminista condensata in un monologo fiume rivolto a Nicole, unisce cultura cristiana con la figura del patriarcato (discorso che ha perso senso da quasi 40 anni, ora anche al padre non vengono perdonsti i difetti e deve badare all'educazione dei figli), finendo così per andare allo scontro con Charlie, sempre più lontano ed invisibile per il piccolo Henry, costringendo l'uomo a cercare anch'egli un avvocato.
      Burattini teleguidati da un sistema che sul divorzio ci marcia sopra a livello sia sociale che economico, i difetti di Charlie e Nicole vengono esasperati ed ingigantiti all'inverosimile dagli avvocati per vincere la causa ed ottenere le migliori condizioni post-matrimoniali.

      I temi interessanti sono qui, anche perché a livello intimo-personale si percorre un sentiero sin troppo semplicistico ed abusato nello sviluppo, con tanto di sfogo ed invettiva risolutrice tra i due coniugi, che finirà con l'appianare il tutto su un sentiero malinconico, ma pacifico.
      In uno scontro competitivo dove si mira a vincere, del piccolo Henry frega a nessuno, se non al pluri-divorziato avvocato Bert Spritz (Alan Alda), ingaggiato da Charlie.
      Personaggio più originale di tutto il film, Bert vuole giungere ad una conclusione civile della controversia pensando in primis al bene e al futuro di Henry, piuttosto che alla vittoria totale nella causa. In un mondo che elogia la lotta aperta ed il risultato massimo, un perdente etico come Bert non ha spazio ed infatti non può che venir liquidato e fatto fuori dall'ottusita' del suo cliente.

      Certa critica ha scambiato un film del genere come progressista o di sinistra per motivi a me ignoti (il divorzio per me è il fallimento di una relazione, parole tra l'altro pronunciate anche da Nicole) ed elogia ad emblema del femminismo un personaggio patetico come Nora, le cui argomentazioni fanno acqua da tutte le parti, ma alla fine viene visto come figura non negativa dal regista, il quale tra l'altro chiude il film con raro equilibrismo cerchiobottista riuscendo ad dare un contentino ai protagonisti, al pubblico medio e al movimento Me too tramite il personaggio di Nora, il cui sviluppo toglie significato all'ellissi narrativa con cui in precedenza si era tolto il personaggio di Bert Spritz.
      In sostanza la regia equidistante da ogni personaggio evita furbescamente prese di posizione a favore di una canzone catartica cantata da Charlie, "Being Alive", il senso dell'intera operazione è racchiuso tutto nel titolo del brano musicale. D'altronde l'oscurità non piace a Baumbach, il quale innietta di luce ogni sequenza del suo film, dando una rassicurazione malinconico-borghese al tono delle sequenze.

      Un film di sceneggiatura e soprattutto di regia, Adam Driver conferma il suo talento recitativo in una performance abbastanza tecnica per la maggior parte del film, ma con i suoi due-tre picchi, Scarlett Johansson gli tiene testa se non lo supera addirittura, grazie ad una prova molto sentita, sofferta ed intima, che la valorizza come figura femminile in cerca di nuovo percorso di cambiamento, partente da una situazione in cui non si è mai sentita considerata arrivando a coltivare una tensione latente per sfogarsi poi varie volte ma senza eccessi.
      Bocciata la sopravvalutata prova di una Laura Dern costantemente esagitata ed invadente nella sua ostentata gestualità, colpa anche di un personaggio spot scritto con il sedere. Il migliore è sicuramente Alan Alda, capace di incidere lo schermo con poche sequenze e comunicare un'infinità di sensazioni, arrivando commuovere lo spettatore con la sua recitazione pacata e meditabonda.
      Probabile favorito per la vittoria agli Oscar e con sicure nomination per regia, i due attori protagonisti, sceneggiatura e attrice non protagonista; Storia di un matrimonio (2019) risulta essere un film carino, ma che non riesce a scuotere quanto dovrebbe, per via della sua indecisione programmatica di fondo, d'altronde non è un caso che Alan Alda sino ad ora non stia venendo considerato per nessun premio, a sfavore di altre componenti di tesi che in questo periodo storico sembrano far breccia nell'academy, ma non nel vero estimatore della settima arte.
      Ultima modifica di Sensei; 10 dicembre 19, 08:52.

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      • Sono d'accordo sul fatto che Baumbach prediliga le parti di luce a quelle d'ombra, ma non lo trovo un difetto. Come hai scritto anche tu, il film vuole raccontare come il divorzio (visto come mero business e pantomima) disumanizzi le persone. Non è solo una pratica legale insomma, ma una sorta di via crucis ridicola. Che poi alla fine il regista voglia dirci che aldilà di tutto il fattore umano resti, non venga annientato del tutto, non mi sembra una tragedia. L'avesse fatto Eastwood l'avresti elogiato, eccome
        Per quanto riguarda il personaggio interpretato dalla Dern, beh, credo che sia squallido a tutto tondo, altro che scrittura cerchiobottista. Anzi, per i miei gusti è anche fin troppo esasperato, ma vabbè, è un bellissimo film ma non un capolavoro. Dicendolo alla Cronenberg è "il business fatto carne". Nora è una sorta di vampiro del successo e della sopraffazione, non ha nulla di autentico e genuino, è tutta apparenza (l'insalata di avocado ...).
        https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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        • Evolution of a filipino family (Lav Diaz, 2004)

          È il film che segna la cesura netta nella filmografia di Diaz, lo spartiacque tra la sua prima produzione e quella che sarà la cifra stilistica del maestro filippino. Durata torrenziale - 540 minuti - uso "povero" non estetizzante del bianco e nero, immagini documentaristiche che si mescolano con la fiction, analisi storica e politica del proprio Paese, piani sequenza dove si arriva lentamente dal campo lunghissimo al primo piano, cercando di trovare la Vita oltre il Cinema: c'è tutto quello che troveremo nei film successivi. Una saga familiare che attraversa le rivolte sociali che portano alla caduta della dittatura, l'attaccamento alla terra, alle miniere, la storia di una famiglia che si fa sineddoche di un popolo intero: raffinata e complessa operazione di riappropriazione della memoria storica, in cui si capisce quanto il discorso sulla durata sia una necessità non solo estetica, ma filosofica ed esistenziale. Ci vuole pazienza per affrontare il cinema di Lav Diaz, ma amarlo diventa la cosa più facile del mondo una volta che si lascia andare e si abbandonano i propri pregiudizi, anche se in questo caso senza conoscere la storia delle Filippine qualcosa si perde in termini di comprensione. Ma filmare venti minuti l'agonia della morte e non risultare affatto gratuiti può essere solo il tocco di un Maestro, di chi possiede una sensibilità di sguardo fuori dal comune; avere l'impressione di essere lì, immersi nelle campagne filippine, accanto a personaggi che diventano come persone reali insieme a noi per ché viviamo con loro significa entrare letteralmente in empatia con qualcuno; le scene di canto che ogni tanto contrappuntano la visione, quasi una carezza di fronte a tanto dolore e disperazione; e nonostante tutto trovare ancora spazio per la felicità, una semplice corsa ridente tra i campi: sono queste le cose che fanno di Diaz uno dei più grandi registi di questo tempo, la purezza di uno sguardo primigenio di chi sembra scoprire la realtà come fosse la prima volta. Se è possibile reinventare ancora il Cinema, lo si deve in primis ad autori come lui, capaci di realizzare opere che sono un atto estremo di amore. Per il suo popolo, per noi spettatori, per la vita.

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          • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            Baumbach non ha molta simpatia per la categoria degli avvocati, neanche io, specie per gente come Nora Fanshaw (Laura Dern), che in nome di una battaglia femminista condensata in un monologo fiume rivolto a Nicole, unisce cultura cristiana con la figura del patriarcato (discorso che ha perso senso da quasi 40 anni, ora anche al padre non vengono perdonsti i difetti e deve badare all'educazione dei figli), finendo così per andare allo scontro con Charlie, sempre più lontano ed invisibile per il piccolo Henry, costringendo l'uomo a cercare anch'egli un avvocato.
            [...]
            Certa critica ha scambiato un film del genere come progressista o di sinistra per motivi a me ignoti (il divorzio per me è il fallimento di una relazione, parole tra l'altro pronunciate anche da Nicole) ed elogia ad emblema del femminismo un personaggio patetico come Nora, le cui argomentazioni fanno acqua da tutte le parti, ma alla fine viene visto come figura non negativa dal regista, il quale tra l'altro chiude il film con raro equilibrismo cerchiobottista riuscendo ad dare un contentino ai protagonisti, al pubblico medio e al movimento Me too tramite il personaggio di Nora, il cui sviluppo toglie significato all'ellissi narrativa con cui in precedenza si era tolto il personaggio di Bert Spritz.
            Sono all'oscuro di questa frangia della critica, se è vero che hanno interpretato così il personaggio della Dern mi spiace per loro, perché a me sembra evidente che gli intenti dietro a Nora siano totalmente agli antipodi: come dice Gidan 89 Nora è una falsa, una meschina e un'opportunista, un'arrivista con la parlantina sciolta che padroneggia abilmente l'arte della retorica (come Jay, il personaggio interpretato da Liotta) e sa come intortarsi Nicole. Il monologo in cui tira dentro dio e la Madonna è consapevolmente sconclusionato, si vede lontano un chilometro che non ci crede neppure lei (e tanto meno Baumbach che l'ha scritto), e infatti fa ridere: io l'ho visto al cinema e, durante quella parte, la sala era piegata in due dalle risate. Se Baumbach avesse avuto intenzione di veicolare un messaggio femminista/metooista/progressista, se avesse voluto far sì che emergesse un senso di verità dalle parole di Nora, avrebbe scritto quel monologo in modo diverso, l'avrebbe ripreso in modo diverso e avrebbe fatto comportare Nora in modo diverso

            Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            Bocciata la sopravvalutata prova di una Laura Dern costantemente esagitata ed invadente nella sua ostentata gestualità, colpa anche di un personaggio spot scritto con il sedere.
            Non concordo, la Dern è fantastica e interpreta in modo estroso ma mai esagerato un personaggio un po' sopra le righe, pur restando credibile (almeno, io di persone come Nora purtroppo ne ho conosciute veramente).
            Non concordo molto neanche col resto del giudizio sugli altri interpreti: in ogni scena in cui Driver e la Johansson sono insieme (e non parlo solo della lite, parlo di ogni singola scena in cui hanno a che fare l'uno con l'altra) lui la sovrasta nettamente, per quanto la Johansson sia stata sorprendentemente brava e per la prima volta nella sua carriera abbia sfoggiato una performance degna di questo nome (ma, ribadisco, per quanto mi riguarda si tratta di una interpretazione medio-alta, in senso assoluto)

            Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            I temi interessanti sono qui, anche perché a livello intimo-personale si percorre un sentiero sin troppo semplicistico ed abusato nello sviluppo, con tanto di sfogo ed invettiva risolutrice tra i due coniugi, che finirà con l'appianare il tutto su un sentiero malinconico, ma pacifico.
            Rispetto la tua critica, ma a questo punto perché non criticare anche l'escamotage nel finale in cui
            Spoiler! Mostra

            Sono ovviamente degli stratagemmi di scrittura per dare una struttura narrativa (cioè con un inizio, uno sviluppo e un finale coerenti e consequenziali, e che nel loro insieme veicolino un preciso messaggio autoriale) alla vicenda - vicenda che aveva già raccontato praticamente tutto ciò che c'era da dire e che si stava appunto avviando alla sua conclusione. Tra l'altro, per come sono stati scritti i personaggi di Charlie e Nicole e per tutto quello che ci è stato mostrato fino ad allora nel film, a me è sembrata una soluzione verosimile e non poi così forzata

            Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
            In uno scontro competitivo dove si mira a vincere, del piccolo Henry frega a nessuno, se non al pluri-divorziato avvocato Bert Spritz (Alan Alda), ingaggiato da Charlie.
            Personaggio più originale di tutto il film, Bert vuole giungere ad una conclusione civile della controversia pensando in primis al bene e al futuro di Henry, piuttosto che alla vittoria totale nella causa. In un mondo che elogia la lotta aperta ed il risultato massimo, un perdente etico come Bert non ha spazio ed infatti non può che venir liquidato e fatto fuori dall'ottusita' del suo cliente.
            Anche su questo abbiamo una lettura diversa: a Charlie importa del figlio, non lo vuole perdere non soltanto per spirito di competizione ma perché ci tiene davvero ("Deve sapere che ho lottato per lui": vuole continuare ad essere suo padre come ha sempre fatto, e dimostrare ad Henry che gli importa di lui); nel fare questo sbaglia e, anche dopo aver assunto Jay, va a finire come Bert aveva predetto, ma non per questo Charlie è ottuso. Lui fin dall'inizio aveva voluto sistemare la cosa in modo amichevole, lasciando fuori gli avvocati che sapeva avrebbero esacerbato la situazione; fin dall'inizio voleva porsi in modo ragionevole, tant'è che inizialmente rifiuta l'approccio troppo aggressivo di Jay; fin dall'inizio condivide la visione di Bert, che infatti assume non soltanto perché è l'ultima spiaggia, ma anche perché si trova in sintonia col suo modo di fare molto umano, tutto questo proprio perché non è un ottuso. Peccato però che Nicole (che ci viene presentata da subito come una che tende ad ascoltare troppo, e di conseguenza a lasciarsi influenzare) abbia assunto Nora, che al contrario di Bert è senza scrupoli, e Charlie si trova di fronte alla predizione di Jay: lui e Bert partono da un punto di ragionevolezza mentre Nora e Nicole partono da un punto di "pazzia", e quindi rischia di trovarsi a metà strada tra ragionevolezza e pazzia ("Mezza pazzia fa sempre pazzia!"). Ovviamente la cosa non è poi così drammatica, se avesse seguito il consiglio di Bert e ceduto su Los Angeles anche Nora sarebbe stata più accomodante (come poi difatti è successo), ma il punto era proprio che lui non voleva essere messo nella condizione di non poter più essere un padre come prima per Henry, per i motivi sopraccitati, e questo lo porta per optare a sua volta per una linea più dura. In tutto questo io però non vedo affatto ottusità: è stato un errore di valutazione perfettamente comprensibile nella situazione in cui si trovava Charlie, e che aveva i suoi motivi di fondatezza.
            Ho trovato da questo punto di vista molto più ottusa Nicole, che prima si fa convincere ad assumere un avvocato quando lei e Charlie avevano deciso di sistemare la cosa da soli e poi, accecata dalla rabbia (e non dico che avesse torto ) dopo aver appurato il tradimento del marito, se ne sbatte di lui e lascia gestire le cose a Nora come le pare, mentre porta il figlio dalla sua parte approfittando del fatto di avere il coltello dalla parte del manico e viziandolo all'inverosimile - salvo poi scendere a più miti consigli solo dopo essersi scontrata col contrattacco di Jay.
            Una delle cose che ho apprezzato di più del film è proprio quello che tu chiami "cerchiobottismo", che io invece chiamo "distanza equilibrata" - ma non nel senso che Baumbach guarda i suoi personaggi dall'alto e da lontano, senza partecipazione emotiva; al contrario, ammanta entrambi i protagonisti di una calda umanità e li riprende con sentimento e partecipazione, ma senza sbilanciarsi dal lato di nessuno dei due e distribuendo equamente torti e ragioni, che trovo sia un modo verosimile e complesso di trattare questo tipo di relazioni (troppo facile mettere in piedi una rappresentazione manichea, o anche solo propendere apertamente verso uno dei due lati)

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            • Noi, di Jordan Peele

              Mi stava piacendo molto, ma poi il plot twist ha rovinato tutto.

              Non riesco a dire altro, mi spiace.

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              • Il dottore mi ha detto che ultimamente soffro di carenza di ossigeno al cervello, perciò ho deciso di farmi venire il sangue alla testa guardando un documentario (di tale A.Winter) e un para-meta-documentario (The Laundromat di Soderbergh, carino e furbetto) sui Panama Papers e il meraviglioso mondo della finanza globale, che esporta capitali alle Tonga, alle Barbados o negli U.S.A. per fare marameo agli ispettori delle tasse.
                L'ossigeno è tornato in sede, ma non mi sento per nulla meglio.

                Per far calare l'ormai pericoloso livello di ossigenazione, ho visto anche il nuovo Zombieland, ebbene sì.
                E a fine corsa ho pensato i seguenti pensieri:
                - Tutto sommato non mi dispiacerebbe viverci, a Zombieland. Gli zombie mi son sempre stati simpatici, non so bene perchè.
                - E.Stone è invecchiatina e si vede.
                - R.Dawson è invecchiatissima e si vede, ma resta una sventola pazzesca.
                - Eisenberg è la quintessenza dell'insopportabilità, tifavo contro con tutte le forze ma niente.
                - Forse Elvis sta per rivivere, magari in forma di zombie. Gli indizi si accumulano. Di recente ad esempio ho scoperto il piacevole Finding Graceland, unica regia per il cinema di tale D.Winkler (perchè un'unica regia? perchè?), con H.Keytel che dice di essere Il Re redivivo e convince un tizio emotivamente a pezzi a portarlo a Graceland. W.Harrelson è ovviamente un fanatico di Elvis, e finisce a Graceland. La settimana scorsa ho visto in TV un servizio su Elvis e sul pellegrinaggio collettivo a Graceland. E da tre giorni mi sveglio con un motivetto di Elvis in testa (Suspicious Minds https://www.youtube.com/watch?v=zuupQFK9oP4). Gente, prepariamoci.
                Ultima modifica di papermoon; 12 dicembre 19, 10:26.

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                • Captive State di Rupert Wyatt

                  Uno dei flopponi dell'anno. Il perché è presto detto. L'idea alla base del soggetto è anche buona (gli alieni come metafora dell'America e gli americani invasi come i terroristi del Medio Oriente), ma il film è una sorta di battaglia d'Algeri anemica, senza ritmo, senza una forte impronta cinematografica. Mediocre.

                  Excision di Richard Bates jr.

                  Il film parte bene, con toni da commedia nera che flirta col grottesco e con l'horror. Le premesse da buon trash teen gore/splatter movie sembravano buone, ma vengono disattese completamente nella seconda parte del film. Sconsigliato.

                  Dolemite is my name di Craig Brewer

                  Il film del rilancio di Eddie Murphy? Probabilmente si, e chissà che non lo porti addirittura in cinquina agli Oscar. Il film è molto godibile, divertente, con un cast affiatato ed un Murphy sugli scudi. Niente di nuovo, niente di imperdibile, ma una buona commedia ampiamente sufficiente.



                  https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                  "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                  • SPOILEEEEEEERRRRRR


                    CHE FINE HA FATTO BERNADETTE?
                    , di R.Linklater
                    Carino e nulla più, direi.
                    Il personaggio blanchettiano è abbastanza interessante, e l'ambientazione (Seattle) fa da valore aggiunto, ma il film procede secondo schemini un po' troppo triti e formulari, e dei messaggi linklateriani, quello femminista (se la donna non crea impazzisce!) e quello, presumibilmente alter-egoico, sul lavoro libero e indipendente (anche il padre alla fine lascia la Microsoft e diventa freelance) mi è calato abbastanza poco.
                    Mi è piaciuto molto di più, invece, questo rapporto madre-figlia curiosamente tenero, solidale, affettuoso, privo di veri confltiti: la ragazzina è felice di cantare una canzone in macchina con la mamma, e non esita un secondo a catapultarsi in capo al mondo per recuperare la sua "migliore amica".
                    Per certi versi un simaptico film natalizio, insomma.

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                    • Casinò di Martin Scorsese

                      Ecco, questo è un capolavoro. Tre ore che volano come se fossero una fucilata. Incredibile come sia stato snobbato agli Oscar di quell'anno, specialmente vedendo chi è poi finito nella cinquina per il miglior film.
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                        Casinò di Martin Scorsese

                        Ecco, questo è un capolavoro. Tre ore che volano come se fossero una fucilata. Incredibile come sia stato snobbato agli Oscar di quell'anno, specialmente vedendo chi è poi finito nella cinquina per il miglior film.
                        Babe maialino coraggioso

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                        • Cinquina da mani nei capelli quell'anno. Hanno escluso Seven, Casinò, I Ponti di Madison County, Heat - La Sfida etc...

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                          • L'esclusione di Seven e Casinò è da denuncia...mi chiedo se nel corso degli anni abbiano provato un minimo di imbarazzo nel ripensarci

                            Dolemite is my name di Craig Brewer

                            Il film del rilancio di Eddie Murphy? Probabilmente si, e chissà che non lo porti addirittura in cinquina agli Oscar. Il film è molto godibile, divertente, con un cast affiatato ed un Murphy sugli scudi. Niente di nuovo, niente di imperdibile, ma una buona commedia ampiamente sufficiente.
                            Recuperato recentemente. Concordo in pieno, un buonissimo film. Murphy o Pryce? Mi chiedo chi la spunterà...
                            Ultima modifica di *Jyn*; 15 dicembre 19, 00:37.

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                            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                              Casinò di Martin Scorsese

                              Ecco, questo è un capolavoro. Tre ore che volano come se fossero una fucilata. Incredibile come sia stato snobbato agli Oscar di quell'anno, specialmente vedendo chi è poi finito nella cinquina per il miglior film.
                              Visto anche io di recente, in una sorta di "percorso d'avvicinamento" ad Irishman, facendo un rewatch di parte della filmografia di Scorsese. Sono passati tanti anni da quando lo vidi per la prima volta, e ricordo che allora non mi colpì così tanto come mi aveva colpito Goodfellas... a distanza di anni devo ammettere di essermi ricreduto e di averlo invece rivalutato parecchio, e davvero le 3 ore scorrono che è un piacere, cosa che onestamente non mi sento di dire per Irishman (specie nalla parte centrale), che comunque mi è piaciuto e non poco, con picchi di regia eccezionali e con una parte finale da antologia.
                              È sempre un piacere avere a che fare col cinema di Scorsese, c'è poco da fare.
                              I will not say "Do not weep", for not all tears are an evil.

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                              • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                                Casinò di Martin Scorsese

                                Ecco, questo è un capolavoro. Tre ore che volano come se fossero una fucilata. Incredibile come sia stato snobbato agli Oscar di quell'anno, specialmente vedendo chi è poi finito nella cinquina per il miglior film.
                                capolavoro senza dubbio, probabilmente fu snobbato dai più perchè "colpevole" di essere troppo ravvicinato (parlo del tempo) rispetto a Goodfellas, riproponendone la tematica gangster e gli stessi attori protagonisti. Quando uscì in sala ricordo perfettamente i commenti della gente sul fatto che fosse "sempre la stessa cosa". Questo pregiudizio superficiale ha ovviamente oscurato il gran valore del film che non è Goodfellas 2 ma si regge perfettamente sulle sue saldissime gambe. E' uno dei film di Scorsese che rivedo più spesso, tra le altre cose.
                                "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                                Votazione Registi: link

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