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  • Vampires di John Carpenter

    Portatore di un cinema fantastico battendo spesso i sentieri dell'horror, le pellicole di Carpenter si sono sempre distinte dalla concorrenza sin dalla fine degli anni 70' per una loro attitudine "socio-politica" che non mancava quasi mai nei suoi film, seppur ha sempre dovuto lottare con le unghie e con i denti per produrre i film, poichè molto spesso essi non avevano successo ai botteghini.
    A metà anni 90' qualcosa si deve essere rotto defintivamente, tanto che il regista oramai distante dai gusti del pubblico odierno ed impossiiblitato ad avere libertà creativa dati i ripetuti flop al box office, per lavorare ha dovuto accettare di dirigere opere su commissione e Vampires (1998) è una di queste.
    Carpenter anche in un film tutto sommato discreto non si dimentica la sua poetica, così pur girando a conti fatti un horror, in realtà si rifà in tutto e per tutto ad un vero e proprio western classico alla Howard Hawks e John Ford.
    Vampires è una sorta di western dal vago sapore di road movie, dove al posto di sceriffi e pistoleri, abbiamo una squadra ammazza-vampiri al servizio della chiesa cattolica e capitanata da Jack Crow (James Woods) e un gruppo di vampiri capitanato dal loro gran maestro Valek (Ian Griffith), che cerca un modo di diventare totalmente immortale anche se esposto alla luce del sole.
    Siamo innanzi quindi ad un puro B-movie girato con più budget rispetto alla media (intorno ai 20 milioni), dove l'azione non manca e il sangue abbonda, tanto da ritrovarsi innanzi al film più violento di tutta la carriera del regista. Buono James Wood super caricato ed iconico, seppur non così riuscito come altri protagonisti Carpenteriani (Kurt Russell resta irraggiungibile), promosso anche Daniel Baldwin, mentre più sottotono Ian Griffith imprigionato in un personaggio piatto e Sheryl Lee che ha un bel corpo da urlo, ma le sue doti recitative ed espressive lasciano a desiderare e non è un caso che oggi ce la si ricorda solo per il ruolo di Laura Palmer dove infatti interpreta un personaggio morto.

    Gente squartata e trapassata in abbondanza, così come tante belle donne in tooples danno una buona miscela di sangue e sesso che quando c'è di mezzo il mito del vampiro non dovrebbe mancare mai. Vampires paga sicuramente il pegno di una sceneggiatura che non vuole soffermarsi troppo sui personaggi, tanto da partire a folle velocità sin da subito con Jack Crow e la sua squadra che arrivano in una casa ed ammazzano un gruppo di vampiri, più che la penna è la macchina da presa del regista che ci si sofferma cercando di dare un'inquadramento più marcato emoderno al ruolo dell'ammazza-vampiri che si muovono jeep e fugoni, armati con pistole e balestre. Il regista in controtendenza rispetto ad alcune pellicole sui vampiri come Intervista sul Vampiro (1994), riporta tale figura alle origini, tratteggiandole come belve scatenate mosse in virtù dalla loro sete di sangue.
    Questa ricerca veloce impedisce però di andare oltre ad una pellicola godibile, che soffre di un tratteggio troppo veloce dei personaggi e poco incisivo, non riuscendo a dare altro. La satira verso la Chiesa cattolica e critica verso la sua autorità non manca anche in un B-movie come questo, ed è incarnata da uno degli antagonisti che non dovrebbe cercare l'immortalità come Valek, poichè la morte dovrebbe essere il mezzo con cui ricongiungersi a Dio, solo che alla fine tale personaggio è facilmente intuibile chi sia ed è trattato sbrigativamente come tutti nel film. La magagna maggiore del film deriva quindi dalla sceneggiatura a cui il regista non ha potuto mettere mano sicuramente ed infatti il risultato è scontato. Anche Carpenter stesso comunque incepisca in un montaggio di dissolvenze incrociate che fà troppo demodè in alcune scene d'azione come idea artistica, ma qua e là quando può mostra il suo stile come ad esempio nel lirico e amaro finale che riesce a risollevare un film che sino a quel momento era per lo più su binari modesti.
    In sostanza non merita tutta questa rivalutazione come qualcuno sta cercando di fare, poiché obiettivamente ci si ritrova innanzi solo ad un discreto film con dei problemi di scrittura e gestione.
    Discreto successo di incassi in tutto il mondo ma non troppo, se non altro permette al regista di risollevarsi al botteghino dopo anni e anni di fallimenti, ma ciò non sevirà molto a Carpenter visto che alla fine i produttori lo emargineranno sempre più, tanto che per il cinema girerà solo altri due film.

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    • 21 Bridges aka City of Crimes

      Nonostante siano presenti una serie di cliché (il detective tormentato, la coppia di malviventi variegata, gli intrighi sotterranei) che ammazzerebbero un elefante la sceneggiatura riesce a costruire un intreccio credibile e soprattutto dotato di gran ritmo. E poi c’è la metropoli con i bar lerci, i graffiti sui muri e il fumo che esce dai tombini ma anche i palazzi del centro con design ultramoderni e il Grande Fratello delle telecamere che tutto osserva e al quale non si sfugge. Nulla di nuovo sotto il sole, per carità, ma il miracolo riesce e si lascia la sala soddisfatti e, perché no, divertiti.

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      • di film come City of crimes ce ne vorrebbe uno a settimana
        In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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        • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
          Continua il mio recupero della filmografia di Sion Sono e me ne sto completamente innamorando. Ho visto Strange Circus e Love Exposure.
          Tra quelli che sono riuscito a recuperare Love Exposure è senza dubbio il piò capolavorico e impressionante: una sorta di melò formativo enfiato a dimensione epica, ma con dentro davvero di tutto e di più. Molto belli anche Guilty Of Romance (la chiusura avrebbe reso fiero Bunuel), e Why Don't You Play In Hell, folle divertissment cinefilo con un memorabilissimo finale "killbilliano".
          Non mi sono piaciuti Strange Circus (incartapecorito e meccanico dopo un buon inizio) e Suicide Club, film indubbiamente interessante ma un po' immaturo e convenzionale rispetto ad altre cose.

          Ciò detto, qualche recupero/visione recente:

          LIGHT OF MY LIFE, Di C.Affleck
          Il film ricorda molto l'ultimo di D.Granik, ma questo è un vero e proprio racconto post-apocalittico, e con una premessa piuttosto curiosa, destinata comunque a restare sullo sfondo, e tanto vale per eventuali sovra/sottotesti femministi associati. Al centro del discorso c'è infatti una parabola sulla paternità o più in generale sulla genitorialità, sulla fatica di educare un pargolo dosando nel tempo amore e disciplina. Il rapporto specularmente formativo tra padre e figlia è tratteggiato con delicatezza e umorismo, con sentimento ma senza smancerie, mi è piaciuto molto.
          Mi sono piaciute tante altre cose: la regia sobria, nitida, pulita; l'abilità nel fare atmosfera ma senza ostentarlo; l'uso parsimonioso della musica per dare spazio ai volti e alle parole degli attori; la tendenza a costegggiare le routines di genere per poi eluderle; l'abilità nel generare tensione e inquietudine benchè pericoli e minacce restino quasi sempre nell'ombra, nel vago e nell'interlocutorio. Insomma, un piccolo/grande film, con un bellissimo finale che chiude splendidamente il cerchio narrativo.
          Non ho visto l'esordio, ma ho la sensazione che Casey sia il più dotato dei fratelli anche dietro la macchina da presa.

          LA CADUTA DELL'IMPERO AMERICANO di D.Arcand
          Il film funziona egregiamente sia come metafora di ampio respirto che come racconto di genere: da un lato è un discorso di stretta attualità su certi nefasti socio-economici odierni (avidità e grettezza diffuse, schiavitù lavorative, finanziarizzazione selvaggia, mostruose differenze di reddito, denaro come sterco demoniaco), e dall'altro è un classico polar/noir sull'onestuomo di turno che una tantum si lascia tentare dai soldi e dalle donne, finendo in grossi guai con la giustizia e una banda di gangster locali. Il genere tende a incorporare certe tematiche quasi di riflesso, spontaneamente, ma Arcand è comunque bravo nel lasciar filtrare al suo interno certa sensibilità contemporanea, e nel condurre in porto il racconto con ottima padronanza narrativa, discreta fantasia nel variare e condire le situazioni tipiche, e uno stile mai vezzoso, di adamantina pulizia.
          Lo sguardo su certe faccende e su certi personaggi è ironico, lucido, amaro, ma anche partecipe e contrappositivo, e infatti il film prende pian piano le distanze dal disincanto fatalista tipico del genere dando modo ai vari figuri di sottrarsi ai relativi stereotipi, e al racconto di sfociare - buffamente e genialmente - in una sorta di neo-favola alla F.Capra. Molto godibile.

          LA RAGAZZA D'AUTUNNO di K.Bagalov
          Gran bel romanzone storico, crudo e e realista ma obliquamente visionario (il giallo-verde e il rossastro sembrano quelli di un corpo sociale ferito e convalescente, ancora imbrattato di sangue rappreso), con due ottime attrici dalle facce febbrilmente espressive che non hanno alcun timore dei piani fissi loro concessi dal regista. Almeno un paio di scene non si dimenticano (tremenda quella col bambino).
          Ultima modifica di papermoon; 16 gennaio 20, 14:30.

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          • anche se siamo solo a Gennaio, per me La ragazza d'autunno è già un serio candidato al miglior film dell'anno
            In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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            • Mi avete messo curiosità e già
              Fish_seeks_water ne ha parlato molto bene nel topic di Cannes se ricordo bene.

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              • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio

                Ciò detto, qualche recupero/visione recente:

                LIGHT OF MY LIFE, Di C.Affleck
                Il film ricorda molto l'ultimo di D.Granik, ma questo è un vero e proprio racconto post-apocalittico, e con una premessa piuttosto curiosa, destinata comunque a restare sullo sfondo, e tanto vale per eventuali sovra/sottotesti femministi associati. Al centro del discorso c'è infatti una parabola sulla paternità o più in generale sulla genitorialità, sulla fatica di educare un pargolo dosando nel tempo amore e disciplina. Il rapporto specularmente formativo tra padre e figlia è tratteggiato con delicatezza e umorismo, con sentimento ma senza smancerie, mi è piaciuto molto.
                Mi sono piaciute tante altre cose: la regia sobria, nitida, pulita; l'abilità nel fare atmosfera ma senza ostentarlo; l'uso parsimonioso della musica per dare spazio ai volti e alle parole degli attori; la tendenza a costegggiare le routines di genere per poi eluderle; l'abilità nel generare tensione e inquietudine benchè pericoli e minacce restino quasi sempre nell'ombra, nel vago e nell'interlocutorio. Insomma, un piccolo/grande film, con un bellissimo finale che chiude splendidamente il cerchio narrativo.
                Non ho visto l'esordio, ma ho la sensazione che Casey sia il più dotato dei fratelli anche dietro la macchina da presa.
                Light of my life un po' boicottato in America, in Italia arrivato in tante copie ma senza buzz, quindi flop. Ma a me è piaciuto, il film è molto buono e il finale (tutta la parte finale, a partire dall'esplosione di violenza, girata benissimo, fino alla celebrazione del femminile, con tanto di titoli che mettono al centro il nome dell'attrice-bambina protagonista e ai margini tutti quelli maschili) è formidabile.
                L'esordio di Casey Affleck è il mockumentary con Joaquin Phoenix, I'm still here, molto bello anche quello (e secondo me, con la seconda miglior performance di Phoenix dopo The Master)


                Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio

                LA RAGAZZA D'AUTUNNO di K.Bagalov
                Gran bel romanzone storico, crudo e e realista ma obliquamente visionario (il giallo-verde e il rossastro sembrano quelli di un corpo sociale ferito e convalescente, ancora imbrattato di sangue rappreso), con due ottime attrici dalle facce febbrilmente espressive che non hanno alcun timore dei piani fissi loro concessi dal regista. Almeno un paio di scene non si dimenticano (tremenda quella col bambino).
                Bella riflessione, io non saprei essere così poetico.
                Confermo sulle scene-madri che non si dimenticano.
                Ultima modifica di Fish_seeks_water; 16 gennaio 20, 20:13.

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                • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio


                  L'esordio di Casey Affleck è il mockumentary con Joaquin Phoenix, I'm still here, molto bello anche quello (e secondo me, con la seconda miglior performance di Phoenix dopo The Master).
                  Bene, lo vedrò senza fallo, Affleck C. a questo punto mi incuriosisce (su imdb risulta come nuovo progetto una sorta di western in cui si va a caccia di Pancho Villa, fico)

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                  • Dico anch'io due paroline su La ragazza d'autunno:
                    puro e tipico cinema d'autore est-europeo, quindi con un ritmo e delle tematiche non adatte a tutti. Lascia sicuramente il segno per la fotografia e per le interpretazioni delle due protagoniste. Alcune recensioni lo accostano a Persona di Bergman per la relazione che intercorre le due e, per quanto azzardato, è un paragone che ci può stare.
                    Ambientato nell'ex-URSS del dopoguerra credo voglia in qualche modo parlare della Russia di oggi, perlomeno secondo quello che potrebbe l'ideale del regista: un passato da dimenticare e da ripudiare che ha ucciso le nuove generazioni, alla ricerca disperata di una nuova identità e un ruolo meglio definito nella geopolitica mondiale.

                    Ora sono alla ricerca di Tesnota per inquadrare meglio il regista.


                    Con tutto il parlare che ne avete fatto ultimamente, nel bene e nel male, mi prometto di vedere, nell'arco dei prossimi tre o quattro mesi, alcuni film di Sion Sono, probabilmente partirò dal più recente The forest of love.

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                    • Visto anche Guilty of Romance. Altro capolavoro, ma leggermente sotto a Cold Fish e Love Exposure. Che mi ero perso in questi anni! Sono è un genio. Chissà, forse è un bene che l'abbia scoperto solo adesso, probabilmente prima non sarei stato in grado di amarlo come oggi, ma non ne sono certo.
                      aldo.raine89 guarda, capisco che recuperare The Forest of Love possa avere un senso riguardo i Bad Awards, ma credo che non sia il film ideale per iniziare a seguire Sono. Da un lato, il film è in effetti una sorta di best of del regista (ma con un senso preciso) e potrebbe invogliarti ad approfondirlo, dall'altro ... sinceramente, per quanto sia bello (giusto per parlare un linguaggio da forum, gli darei un 7,5) è forse il suo peggiore che ho visto (ed è tutto dire). Secondo me, se vuoi farti un'idea abbastanza precisa, sparati i due film che ho citato nella prima riga. Sono molto diversi tra loro ma contengono tutto Sono (almeno per quello che ho visto fino ad oggi, sto a sette film).
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Visto questa notte Metti la nonna in freezer.

                        Film davvero delizioso e divertente, con alcune trovate registiche proprio niente male e "poco italiane" (frase che ultimamente possiamo dire finalmente spesso) .

                        Forse l'unico "difetto" che ho trovato è

                        Spoiler! Mostra


                        Detto questo, ottime prove attoriali ed alcune trovate divertentissime e quasi slapstick.


                        E nessuno mi toglie dalla mente il fatto che Miriam Leone sia la sosia italiana di Kristen Stweart ... e cmq sosia o non sosia, lei è STUPENDA
                        Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

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                        • Originariamente inviato da Matthew80 Visualizza il messaggio
                          E nessuno mi toglie dalla mente il fatto che Miriam Leone sia la sosia italiana di Kristen Stweart ... e cmq sosia o non sosia, lei è STUPENDA
                          Je piacerebbe! (A Kristen Stewart )

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                          • La Conversa di Belfort di Robert Bresson (1943).


                            Bresson nasce genio a differenza di molti altri maestri del cinema, che hanno dovuto anche macinare film su film prima di mostrare il loro talento. La Conversa di Belfort (1943), già dimostra di essere in tutto e per tutto un film adulto, rivelando e mostrando in modo già estremamente sviluppato, le caratteristiche fondamentali su cui si muoverà il cinema di Bresson.
                            Notevole non solo per essere stato girato in piena seconda guerra mondiale, ma anche per le notevoli doti della messa in scena capace di esplodere pura potenza cinematografica da una pellicola ambientata per il 95% in un convento di suore.
                            Il bianco e nero di Bresson acquisisce subito connotati unici ed originali, La Passione di Giovanna d'Arco di Dreyer (1928) è un modello di partenza per il regista, che applica la lezione del cineasta danese in modo estremamente inventivo, arrivando a ridurre la narrazione e le scenografie all'essenziale. La fotografia Bressoniana non predilige inutili orpelli o distrazioni, arrivando a rendere il tutto estremamente spartano e sobrio, eppure non ci si trova mai a pensare di stare assistendo ad un qualcosa di sciatto, poiché c'è tanta poesia che si può riscontrare nell'assenza.

                            Il togliere il superfluo è la cifra stilistica del film e del cinema di Bresson, così facendo qualsiasi elemento introdotto nella scenografia fossero anche dei fiori che la novizia Anne-Marie raccoglie nel giardino del convento, risaltano in tutta la loro umile potenza; in sostanza l'assenza dona forza a qualsiasi cosa che si discosti dal sobrio bianco e nero, facendone assaporare allo spettatore pienamente la presenza. L'elemento stilistico-formale più interessante del film è tutto qui, il poco che si esalta nel sobrio a scapito dei tanti film odierni che satirano e riempiono l'immagine di inutilità fine a sé stesse. In una tavolozza sobria e anti-spettacolare, risplendono così le figure delle suore, tra cui la novizia Anne-Marie e la criminale Therese. Redenzione, senso di colpa, espiazione e sacrificio per raggiungere la salvezza, sono i nobili temi di cui è pregna questa pellicola ricolma di vera spiritualità; il totale dono di sé verso l'altro che ne ha effettivo bisogno, può spingere quest'ultimo alla redenzione che potrà dare un'effettiva svolta alla propria vita.

                            Una pellicola quindi che nella spartana messa in scena, contrasta con una forte vitalità che trabocca da Anne-Marie, ragazza dal forte carattere che sente un forte impulso nel voler redimere un'anima persa come Therese, d'altronde molte suore lì presenti sono ex-criminali, le quali sono vera testimonianza del potere salvifico e benefico della conversione.
                            Obbligatoria la visione della pellicola nella sua versione integrale, che ripristina sequenze fondamentali come il giudizio delle suore verso Anne-Marie ed i contrasti tra costoro, infelicemente eliminati dalla versione italiana dell'epoca per questioni di censura morale e religiosa, tipica di uno stato bigotto e civilmente arretrato come il nostro. Non mancano eccessi schematici nel tratteggiare le suore e degli eccessi melodrammatici poco consoni, anche se non si può riconoscere che ci si trova innanzi ad un esordio maturo e deciso, di un regista che farà la storia del cinema.


                            El Mariachi di Robert Rodriguez (1992).


                            Sergio Leone e lo spirito indipendente delle avanguardie anni 60', sono le ispirazioni primarie per l'opera prima di un 24enne Robert Rodriguez, il quale con soli 7.000 dollari racimolati per lo più con i premi del primo cortometraggio e facendo da cavia per esperimenti in Texas, confeziona con El-Mariachi una storia di amore e vendetta.
                            Lo vidi anni orsono, ma l'occasione del Blu-Ray mi ha permesso di rivederlo per permettere anche di analizzare al meglio il comparto tecnico-registico tramite l'alta-definzione.
                            Il film è girato con una forte grana spessa da pellicola recuperata, che dona un'impronta polverosa e sporca al film, atta anche a mascherare il bassissimo budget, poichè Rodriguez per illuminare la scena poteva permettersi al massimo 2 lampade, ma tutto sommato questo dona un sapore old-style autentico e in fin dei conti azzeccato per una pellicola che è nello spirito un western, con una gradita impronta poco-ironica nei personaggi, smarcandosi così dalle nascenti pellicole post-moderne Tarantiniane.
                            Robert Rodriguez dimostra di saper gestire un set con pochi soldi e avocare a sè vari aspetti del film, poichè oltre alla regia, il cineasta ha scritto il soggetto, la sceneggiatura, curato la fotografia, montaggio, effetti speciali e la produzione, in pratica un esordio "totale" in cui ha curato ogni aspetto della pellicola anche ovviamente per esigenze monetarie, anche se và detto che è una caratteristica di Rodriguez quella di avocare a sè vari aspetti della produzione, che si riscontrerà in opere successive dove i budget sono ben maggiori.

                            Il ritmo è sostenuto per tutta la durata ed il montaggio è incalzante e dirompente; le inqaudrature sono frammentate senza però sfociare in derive alla shooter, ma sempre con una precisa idea in testa. Velocizzazioni, zoom e finti carrelli in avanti sono la cifra stilistica della pellicola, che però mostra anche dei difetti per quanto concerne la gestione del montaggio alternato tra due differenti storyline, che solo nel terzo atto arriveranno a collimare.
                            Sospeso tra intensi primi piani spesso descrittivi come i magnifici sguardi della barista Domino verso il protagonista del film che danno vita ad un rapporto interpersonale interessante e derive tecniche post-moderne, la pellicola ha dei problemi che risiedono grossomodo in uno script-raffozzonato e da un'intreccio che si focalizza principalmente sui due motori primordiali dell'uomo; l'amore e la violenza, peccando però nel costruire degli efficaci raccordi che leghino il tutto, che non possono consistere solo in scene d'azione gestite in modo ottimo dato anche il budget misero e claudicanti sequenze oniriche.
                            Grossomodo promossi tutti i componenti del cast, che sono quasi tutti non professionisti tranne qualcuno come ad esempio il protagonista che interpreta il Mariachi e che donano tutte un sapore realistico ed autentico al film, senza i soliti faccioni Hollywoodiani tutti perfetti e puliti. Buon successo di critica al Sundance Festival e come incasso fece oltre 2 milioni stabilendo il record di pellicola a più basso budget ad aver incassato oltre 1 milione di dollari , anche se oscurato nella fama dal contemporaneo Le Iene di Tarantino, il quale però và anche detto che costò circa 1.5 milione di dollari. El Mariachi lanciò la carriera di Rodriguez, venendo chiamato da una Hollywood che drizzò le antenne vedendo cosa sapeva fare il regista così così pochi soldi.

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                            • I Pugni in Tasca di Marco Bellocchio (1965).

                              Nel 1968 i pugni si alzarono minacciosi e fuoribondi per distruggere l'assetto sociale ingiusto ed obsoleto, ma all'alba della contestazione essi erano ancora in tasca seppur ben serrati in attesa del momento giusto per elevarli; questione di momenti dato che il sentore nell'aria era quello di una rivolta imminente, seppur nel 1965 ancora sotterranea e nascosta.
                              Negli anni 60' il cinema italiano toccava il proprio zenit arrivando al massimo del suo splendore artistico; proponeva le migliori pellicole della settima arte sin dall'immediato dopoguerra con un linguaggio però rimasto sostanzialmente inalterato sin dai canoni imposti dal neorealismo e le varie biforcazioni sorte da tale corrente. Elio Petri fu lungimirante nel sostenere come il cinema italiano dovesse superare la fase neorealista ed evolversi andando oltre facendosi strumento di indagine contemporanea; l'appello venne accolto da un giovanissimo regista di appena 26 anni di nome Marco Bellocchio, il quale formatasi negli studi a Londra, aveva recepito le avanguardie sorte in Francia, Germania e Gran Bretegna.
                              Con pochi soldi anche ottenuti tramite la sua famiglia, il regista (nonchè sceneggiatore del film), riuscì a farsi produrre la pellicola I Pugni in Tasca (1965), che alla sua uscita accese un notevole dibattito culturale nell'ambito della critica cinematografica e non.

                              L'influenza della nouvelle vague è evidente sin da subito, macchina a mano estensiva, bianco e nero caustico e montaggio ellittico colmo di jump cut, con cui Bellocchio si rifà esplicitamente a film come Fino all'Ultimo Respiro di Jean Luc Godard (1960), unendo il tutto con una forte critica anti-autoritaria tipica del cinema di Truffault e una scrittura irrequieta dei personaggi tipica del Free cinema inglese, guardando ad Albert Finney e Tom Courtenay come modelli espliciti nel costruire il personaggio di Sandro.
                              Rispetto ai coevi film francesi di tale movimento, Bellocchio adatta le novità stilitiche alla realtà italiana, costruendo una pellicola che è un duro attacco all'istituto della famiglia oramai da secoli immutabile nella sua conceazione e sempre più in putrefazione in una società italiana che sta radicalmente cambiando.
                              Lo stile adottato si lega egreggiamente alla sostanza e in special modo alla malattia dell'epilessia che affligge in modo ereditario la famiglia, che non è altro che uno strumento per sottolineare le nevrosi sottaciute tra i vari componenti del nucleo familiare, tenuti a forza insieme dal capofamiglia Augusto (Marino Masè), fratello maggiore, in un ambiente sempre più chiuso ed insopportabile per i vari Sandro (Lou Castel), Giulia (Paola Pitagora), Leone e la loro madre cieca.
                              Augusto sembra a tutti gli effetti l'unico componente "sano" di questa famiglia, nonchè l'unico che vuole aspirare alla normalità ed invece data la giovane età si ritrova a doversi sobbarcare la gestione della famiglia con le conseguenti spese e gestire la relazione con la fidanzata Lucia, la quale è fortemente invisa da Paola, membro apparentemente sano della famiglia ed invece ha un rapporto ambivalente con il fratello Sandro.

                              Per uscire dalla soffocante villa-prigione Sandro escogita l'idea di uccidere i membri del nucleo familiare che a suo dire pesano sul bilancio familiare ed impediscono a lui di potersi fare una vita; il gioco a massacro assumerà connotati sempre più neri e grotteschi con forse una sottaciuta approvazione di Augusto che da tale situazione ha solo da guadagnarci, visto il ruolo di capo famiglia, esercitato dal giovane in modo asfitico ed ottuso, che impedisce a sorella e fratelli di uscire dalla villa, mentre lui ha un giro di amicizie, una ragazza e una prostituta che va a trovare regolarmente.
                              Se la madre e Leone sono vittime inconsapevoli di tale situazione esasperata e Sandro non fà altro che portare a galla un qualcosa che Augusto probabilmente pensa, ma alla fine è incapace di applicare perchè chiuso in rigide ed ipocrite convinzioni, Giulia invece è animata da un forte spirito di competizione e da un forte narcicismo di fondo, arrivando ad avere una relazione incestuosa con il fratello, in modo da poterlo manipolare grazie alla sua bellezza corvina per poi divenire predatrice e attrarlo a sè. Giulia apparentemente ingenua e frivola, in realtà è portatrice di una cattiveria adulta e calcolata, così come le sue magnifiche gambe appoggiate alla ringhiera della terrazza mentre seduta su una sedie prende il sole, emanando una carica erotica difficilmente contenibile anche dalle austere e spesse mura della villa, le quali tentano invano di sopprimere un mutamento antoproligico oramai inarrestabile nella società italiana.
                              La vita di Sandro e Giulia è fatta di routine quotidiana, stasi e noia, in sostanza priva di valori che per loro sono percepiti come insignificanti, senza alcuno scopo ultilitaristico o altruistico, in questo modo il gioco dell'omicidio diventa alla fine un qualcosa privo di gravitas e di implicazioni etiche, poichè totalmente sottomesse all'esigenza di perseguire il proprio interesse particolare e personale.
                              I figli uccidono l'autorità percepita come estranea e lontana, per fare spazio però non ad una nuova costruzione sociale o ideologica su cui edificare un qualcosa di migliore, ma solo per lasciar spazio ad un continuo desiderio di auto-distruzione per mettere così sè stessi al posto dell' "autorità" che contestano e diventare così i nuovi padroni del domani.
                              Non avendo alcuna base che muove il loro agire per Bellocchio questo non potrà far altro che sfociare pessimisticamente in una distruzione che poterà solo ad ulteriore distruzione per poi sprofondare a lungo andare nel nulla, implodendo così su sè stessa, perchè puoi anche rimuovere le cause materiali del malessere, ma quelle esistenziali e sociali richiedono ben altre soluzioni.

                              Anticipatore del sentire sessantottino che eleverà il film ad emblema della rivoluzione contestataria, la pellicola ottenne un ottimo successo intercettando i gusti di un nuovo pubblico e ottenendo ottime recensioni specie dalla stampa straniera che la salutò come una ventata di aria fresca ed elemento di novità del nostro cinema, dimostrandosi più lungimirante della mostra di Venezia che invece rifiutò il film. Marco Bellocchio come un novello Orson Welles con appena un anno di più, esordì con un capoalvoro immortale e purtroppo come il regista americano pagherà per tutta la vita con ogni sua opera successiva l'ingombrante paragona con la sua opera prima. I Pugni in Tasca avrebbe potuto dare il via ad una nuovelle vague italiana, ma a conti fatti resterà sostanzialmente un caso isolato, così come i bravissimi attori in primis Lou Castel e Paola Pitagora, quest'ultima però non si gioverà di tale successo, restando sostanzialmente sottosfruttata dal cinema di qualità e relegata in produzioni minori. Forse i prodomi della crisi del cinema italiano furono gettati per l'assurdo da tale film, a conti fatti Marco Bellocchio fu l'ultimo maestro uscito fuori dal periodo aureo del nostro cinema che aveva dato delle basi per il rinnovamento della settima arte nostrana che invece perseguirà in modelli già battuti, sino ad esaurirsi in sè stessa nel corso degli anni.


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                              • Antonio Bido Early Years

                                Non pago della visione di 1917 in sala, mi sono visto questi medi e corti del regista veneto che fanno parte del suo abbrivio al mondo cinema, dal carattere fortemente sperimentale e avanguardista, che all'epoca circolarono parecchio in Italia e all'estero vincendo anche dei premi, per poi sparire nel nulla prima di riemergere dall'oblio. Antonio Bido è (stato) un regista cult del giallo italiano settantesco - a me non ha mai fatto impazzire ma tant'è, a Cesare quel che è di Cesare - ma vedendo questo materiale si capisce come davvero il percorso di un regista a quei tempi fosse davvero curioso e sorprendente.

                                Dimensioni (1968-70) ha un'impronta fortemente ideologica, pregna di riferimenti contro la religione cattolica e di istanze pacifiste. Seppur con una buona dose di ingenuità e velleitarismo, si ravvisano in questo mediometraggio in 8 mm interessanti soluzioni di montaggio alla Ejzenstein, monologhi brechtiani, dissonanze sonore, alternanza tra colore e b/n con grande libertà formale. Quel che sconcerta è che oggi una cosa del genere sia non dico irrealizzabile, ma proprio inconcepibile.
                                Con Alieno Da (1970-71), Bido passa al 16 mm e sperimenta ancora di più soprattutto col sonoro: per quanto si fatichi a giudicare un'opera del genere con canoni tradizionali, in certi momenti appare abbastanza tremendo il lavoro di sonorizzazione, soprattutto nella parte iniziale. Resta invece molto interessante l'aspetto della messa in scena, tra macerie e rovine, che simboleggiano (credo) la disillusione politica, la testimonianza del fallimento delle ideologie espletato in qualche dialogo molto significativo, roba per nulla banale agli albori dei Settanta. C'è anche una nuova attenzione al corpo femminile, in un segmento in cui una donna nuda combatte con un suo doppio vestito. Torna anche l'invettiva a Dio come nel precedente mediometraggio.

                                Tra gli extra anche due corti entrambi del '72, Moto perpetuo, una sorta di proto-videoclip astrattista davvero notevole, e Da riprendere, una scheggia meta-cinematografica piuttosto ruvida nella rappresentazione dell'industria.

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