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  • Sono contenta che ti stia piacendo questo regista, Gidan. Antiporno è un film magnifico ma se posso vorrei consigliarti (se non l'avessi già visto) il suo film migliore -imho-: Suicide Club

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    • Originariamente inviato da sherry Visualizza il messaggio
      Sono contenta che ti stia piacendo questo regista, Gidan. Antiporno è un film magnifico ma se posso vorrei consigliarti (se non l'avessi già visto) il suo film migliore -imho-: Suicide Club
      Suicide Club l'ho visto, gran bel film, ma al momento non lo ritengo un capolavoro come Cold Fish ed Antiporno. Dovrei rivederlo comunque. Adesso procedo mano mano con altri suoi film, mi sta davvero conquistando. Qua si parla di un genio, c'è poco da fare.
      https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
        Antiporno di Sion Sono

        Vabbè ragazzi, Sono è un genio. Cinema libero, roba che noi in Italia - e non solo - ci sogniamo. Menomale che da qualche parte nel mondo si produce ancora il cinema vero.
        Visto al TFF nel 2016. Niente altro che irritante masturbazione visiva e concettuale fine a sé stessa, una greatest hits di cattivo gusto che non definirei nemmeno cinema

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        • Se non è cinema quello, faccio fatica a capire cosa lo è
          Antiporno secondo me racconta in un modo intelligente e sottile (sì, sottile, nonostante non lo sembri) la società giapponese. Cosa che ha fatto parecchie volte nei suoi precedenti film eppure riesce sempre a distinguersi prendendo questa volta la figura della donna raccontandola e costruendo un'opera che riesce sia a divertire che ad eccitare.
          Ma come per tanti altri registi, spesso noto che molti cercano una spiegazione da dare ai suoi film. Cosa sbagliatissima imho.

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          • Originariamente inviato da sherry Visualizza il messaggio
            Se non è cinema quello, faccio fatica a capire cosa lo è
            Antiporno secondo me racconta in un modo intelligente e sottile (sì, sottile, nonostante non lo sembri) la società giapponese. Cosa che ha fatto parecchie volte nei suoi precedenti film eppure riesce sempre a distinguersi prendendo questa volta la figura della donna raccontandola e costruendo un'opera che riesce sia a divertire che ad eccitare.
            Ma come per tanti altri registi, spesso noto che molti cercano una spiegazione da dare ai suoi film. Cosa sbagliatissima imho.
            Non è solo quello. È evidente che molti non considerano che eventuali canoni estetici e regole narratologiche non sono affatto degli universali, ma sono variabili di antropologia culturale. La stessa regola dei tre atti è una regola occidentale che deriva dalla Poetica di Aristotele (che la deriva dal teatro tragico) e che, per dire, non esiste nel teatro No giapponese (come le stesse regole di unità di tempo, di azione e di luogo non vengono più applicate nel teatro contemporaneo). Per cui per molti non si potrebbe definire teatro.

            Si fa ancora ostinatamente fatica a capire che gli universali estetici non sono, appunto, universali, e che ciò che si distacca dalle regole occidentali ha comunque la sua legittimità. L'etnocentrismo, questo sconosciuto.

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            • Tom, ma togliamo il fatto che una persona non conosca i tre atti cinematografici. In Antiporno secondo me anche solo dalla fotografia si può notare il discorso fatto da te (o, almeno per me, la fotografia è stata fondamentale come non mai in questo film). È una cosa che dovrebbe venire da se, ecco.

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              • Mi permetto di aggiungere nello specifico che Antiporno è un film profondamente politico, in quanto rovescia la visione maschile dominante sui pinku eiga che in Giappone occupano un ruolo anche sociale oltre che sul costume assai rilevante. Un film nato su commissione dalla Nikkatsu che voleva celebrare non ricordo quale anniversario sui roman porno - il sottogenere film erotici di carattere tragico/romantico - insieme ad altri 3 (uno l'ha girato anche Hideo Nakata), e che Sono ha "riletto" a modo suo. Tutto è tranne che mera masturbazione fine a se stessa. I film migliori di Sono sono tutti profondamente dolorosi, spesso messi in scena con un'euforia vitalistica nel linguaggio a contrasto. Cmq mi fa piacere questa scoperta di Sono da parte di alcuni utenti Io lo seguo da anni e attendo spasmodicamente ogni suo film, ma è difficile star dietro a tutto, è iper prolifico

                A tal proposito... Sir Dan Fortesque hai avuto per caso l'opportunità di vedere il film "perduto" e ritrovato Bad Film? Volevo conoscere la tua opinione visto che sei l'unico cultore che conosco qui dentro... se non ricordo male ​​​​​​​

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                • Per chi fosse interessato, posto un'analisi esaustiva e profonda di Antiporno.
                  Non è del tutto errato pensare al cinema di Sono come a un evento che rivendica la propria situazione in una società ben precisa (quella giapponese), passando quindi per inevitabili riferimenti a costumi e pratiche comunitarie o precise recriminazioni politiche o storiche. D’altra parte nelle sue immagini c’è una spinta che si serve di tali …
                  https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                  "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                  • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                    Sir Dan Fortesque hai avuto per caso l'opportunità di vedere il film "perduto" e ritrovato Bad Film?
                    No, quello mi manca



                    Luminous beings are we, not this crude matter.

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                    • I due papi. Buon film, il suo punto di forza è senza dubbio l'interazione tra i due protagonisti, Pryce e Hopkins bravissimi. Fila abbastanza senza annoiare, anche se forse avrei evitato qualche flashback di Bergoglio.

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                      • La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek (2019).

                        L'anno cinematografico 2020 non è iniziato sotto la migliore sorte nonostante il titolo La Dea Fortuna, nuovo film di Ferzan Ozpetek, di cui non sono per niente conoscitore del suo cinema avendo visto tempo orsono La Finestra di Fronte (2003), del quale ho scarsi ricordi.
                        La pellicole bisogna ammettere che parte bene con un piano sequenza che fluidamente ci introduce nella narrazione mostrando gli interni di un'antica villa sicialiana, un luogo custode di antichi che si vogliono recidere del tutto, poichè il solo riaffiorare di essi, finirebbe con il riaprire antiche ferite che si pensavano cicatrizzate.
                        Subito dopo il regista opta con un netto stacco di montaggio, di mostrare un matrimonio omosessuale con tanto di riprese tramite il cellulare di varia umanità di questa palazzina della Roma radical-borghese, popolata da eccentrici individui che nulla hanno a che fare con la normalità borghese, eppure la macchina da presa cattura la simpatia e la freschezza iniziale dei loro carattere e dei loro volti. Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorso), sono una coppia omosessuale che vive insieme da circa 15 anni e oramai da un pò di tempo in crisi, l'affidamento imprevisto di due bambini figli di Annamaria (Jasmine Trinca), migliore amica di Alessandro, sembra poter dare il colpo di grazia a due individui dalle differenze sempre più marcate; Alessandro, professione idraulico ma dalla forte propensione popolare è oramai sembre più taciturno, mentre Arturo, traduttore d'accatto e fallimentare in tutto il resto, si sente un'anima incompresa.
                        Ozpetek si gioca tutto il meglio che ha da dire nei primi minuti sia registicamente che a livello di sostanza; costruire un qualcosa a lungo andare senza scadere nelle sequenze in ospedale per via della malattia di Annamaria o con il coutè di soliti personaggi strambi se non proprio kitsch, gli riesce impossibile.

                        Più che altro sarebbe stato senz'altro meglio puntare sul tema della genitorialità omosessuale, che avrebbe potuto riservare delle cose piacevoli dal punto di vista squisitamente cinematografico, invece di andare ad impelacarsi nei soliti luoghi comuni di tanto cinema provinciale italiano.
                        In realtà il più grande difetto del film è che il tutto manca di vitalità reale, nonostante la pellicola sia tratta da un'esperienza vissuta del regista. La macchina da presa del regista indugia spesso sui fisici in forma e muscolosi dei suoi protagonisti, volendo sottolineare il loro carattere seducente e virile; peccato che a conti fatti manchi qualsiasi contatto fisico tra i due personaggi che non vada oltre un mano nella mano mentre l'altro è in uno stato di dormiveglia. Il fatto che i due personaggi siano in una situazione di crisi non può reggere per tutte le due ore al fatto che tra i due manchi qualsiasi componente sessuale; a conti fatti c'è più sessualità tra Alessandro e Annamaria che tra lui ed Arturo e questo per un film a tematica omosessuale è un grosso errore, poichè finisce per rendere assessuati i due protagonisti nonostante le numerose inquadrature a torso nudo o a letto.
                        Ci sarebbe anche da chiedersi come Alessandro con il suo lavoro di idraulico possa permettersi un appartamento con tanto di terrazzo in quella zona di Roma, visto che il suo compagno non lavora affatto; evidentemente è stato fortunato a differenza mia, oppure siamo all'ennesima incongruenza che rende questo film lontano dalla realtà e falsamente "vissuto", come molto cinema italiano.

                        Un certo occhio registico o bravura nel valorizzare certi luoghi come il santuario della Dea Fortuna, che da il titolo al film o l'antica villa della Sicilia non manca di certo al regista,eppure gli riesce impossibile non ricascare tramite la scrittura nel più becero provincialismo che appesta il nostro cinema; Ozpetek riesce a dare concretezza alla Sicilia con la location dell'antica villa, eppure manda tutto in vacca con la scrittura del personaggio della nonna strega (madre di Annamaria) intepretata ingnobilmente da Barbare Alberti, poi sprofondare nell'imbarazzante nella sequenza finale dove tra recitazione e scrittura non so quale tra le due componenti risulti peggio ed infine giungere ad un finale diascalico sia registicamente che a livello di voce fuori campo inserita in malo modo.
                        Ozpetek ha un bell'armamentario a sua disposizione ed invece in modo provinciale decide di usare solo la minima parte per sottolineare il carattere localistico di un cinema che vuole rinunciare ad essere esportabile e arrivare all'estero; non è possibile che in ogni cavolo di film nostrano per far capire e sottolineare all'infitio che si è in un determinato posto, se si è a Roma il personaggio deve dire semrpe "Daje", se a Napoli deve urlare "Jamme ja" e se in Sicilia deve fare "Minchia" lasciandosi andare poi in particolari mistici-localistici che sarebbe stato infinitamente meglio evitare, poichè si scade nel ridicolo involontario da parte del pubblico.
                        Ozeptek deve sostazialmente ripartire dalla sequenza iniziale, scena girata con il cellulare e scrittura del personaggio di Leo, perchè poteva dare molto di più con questa pellicola che mi spiace dare un punto di mediocrità, nonsotante la buona prova dei due attori, inficiata da uan scrittura e da una crisi scritta troppo a tavolino.
                        Nonostante tutto questo, il film è vicino ad incassare 7 milioni di euro, quindi ha il suo pubblico, dal canto mio mi dichiaro deluso e voglio comunque chiedere se conoscete dei film buoni del registi che potrei recuperare.



                        Ultima modifica di Sensei; 07 gennaio 20, 18:47.

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                        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                          La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek (2019).

                          L'anno cinematografico 2020 non è iniziato sotto la migliore sorte nonostante il titolo La Dea Fortuna, nuovo film di Ferzan Ozpetek, di cui non sono per niente conoscitore del suo cinema avendo visto tempo orsono La Finestra di Fronte (2003), del quale ho scarsi ricordi.
                          La pellicole bisogna ammettere che parte bene con un piano sequenza che fluidamente ci introduce nella narrazione mostrando gli interni di un'antica villa sicialiana, un luogo custode di antichi che si vogliono recidere del tutto, poichè il solo riaffiorare di essi, finirebbe con il riaprire antiche ferite che si pensavano cicatrizzate.
                          Subito dopo il regista opta con un netto stacco di montaggio, di mostrare un matrimonio omosessuale con tanto di riprese tramite il cellulare di varia umanità di questa palazzina della Roma radical-borghese, popolata da eccentrici individui che nulla hanno a che fare con la normalità borghese, eppure la macchina da presa cattura la simpatia e la freschezza iniziale dei loro carattere e dei loro volti. Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorso), sono una coppia omosessuale che vive insieme da circa 15 anni e oramai da un pò di tempo in crisi, l'affidamento imprevisto di due bambini figli di Annamaria (Jasmine Trinca), migliore amica di Alessandro, sembra poter dare il colpo di grazia a due individui dalle differenze sempre più marcate; Alessandro, professione idraulico ma dalla forte propensione popolare è oramai sembre più taciturno, mentre Arturo, traduttore d'accatto e fallimentare in tutto il resto, si sente un'anima incompresa.
                          Ozpetek si gioca tutto il meglio che ha da dire nei primi minuti sia registicamente che a livello di sostanza; costruire un qualcosa a lungo andare senza scadere nelle sequenze in ospedale per via della malattia di Annamaria o con il coutè di soliti personaggi strambi se non proprio kitsch, gli riesce impossibile.

                          Più che altro sarebbe stato senz'altro meglio puntare sul tema della genitorialità omosessuale, che avrebbe potuto riservare delle cose piacevoli dal punto di vista squisitamente cinematografico, invece di andare ad impelacarsi nei soliti luoghi comuni di tanto cinema provinciale italiano.
                          In realtà il più grande difetto del film è che il tutto manca di vitalità reale, nonostante la pellicola sia tratta da un'esperienza vissuta del regista. La macchina da presa del regista indugia spesso sui fisici in forma e muscolosi dei suoi protagonisti, volendo sottolineare il loro carattere seducente e virile; peccato che a conti fatti manchi qualsiasi contatto fisico tra i due personaggi che non vada oltre un mano nella mano mentre l'altro è in uno stato di dormiveglia. Il fatto che i due personaggi siano in una situazione di crisi non può reggere per tutte le due ore al fatto che tra i due manchi qualsiasi componente sessuale; a conti fatti c'è più sessualità tra Alessandro e Annamaria che tra lui ed Arturo e questo per un film a tematica omosessuale è un grosso errore, poichè finisce per rendere assessuati i due protagonisti nonostante le numerose inquadrature a torso nudo o a letto.
                          Ci sarebbe anche da chiedersi come Alessandro con il suo lavoro di idraulico possa permettersi un appartamento con tanto di terrazzo in quella zona di Roma, visto che il suo compagno non lavora affatto; evidentemente è stato fortunato a differenza mia, oppure siamo all'ennesima incongruenza che rende questo film lontano dalla realtà e falsamente "vissuto", come molto cinema italiano.

                          Un certo occhio registico o bravura nel valorizzare certi luoghi come il santuario della Dea Fortuna, che da il titolo al film o l'antica villa della Sicilia non manca di certo al regista,eppure gli riesce impossibile non ricascare tramite la scrittura nel più becero provincialismo che appesta il nostro cinema; Ozpetek riesce a dare concretezza alla Sicilia con la location dell'antica villa, eppure manda tutto in vacca con la scrittura del personaggio della nonna strega (madre di Annamaria) intepretata ingnobilmente da Barbare Alberti, poi sprofondare nell'imbarazzante nella sequenza finale dove tra recitazione e scrittura non so quale tra le due componenti risulti peggio ed infine giungere ad un finale diascalico sia registicamente che a livello di voce fuori campo inserita in malo modo.
                          Ozpetek ha un bell'armamentario a sua disposizione ed invece in modo provinciale decide di usare solo la minima parte per sottolineare il carattere localistico di un cinema che vuole rinunciare ad essere esportabile e arrivare all'estero; non è possibile che in ogni cavolo di film nostrano per far capire e sottolineare all'infitio che si è in un determinato posto, se si è a Roma il personaggio deve dire semrpe "Daje", se a Napoli deve urlare "Jamme ja" e se in Sicilia deve fare "Minchia" lasciandosi andare poi in particolari mistici-localistici che sarebbe stato infinitamente meglio evitare, poichè si scade nel ridicolo involontario da parte del pubblico.
                          Ozeptek deve sostazialmente ripartire dalla sequenza iniziale, scena girata con il cellulare e scrittura del personaggio di Leo, perchè poteva dare molto di più con questa pellicola che mi spiace dare un punto di mediocrità, nonsotante la buona prova dei due attori, inficiata da uan scrittura e da una crisi scritta troppo a tavolino.
                          Nonostante tutto questo, il film è vicino ad incassare 7 milioni di euro, quindi ha il suo pubblico, dal canto mio mi dichiaro deluso e voglio comunque chiedere se conoscete dei film buoni del registi che potrei recuperare.


                          Hai riassunto le problematiche di metà dei film di Ozpetek e di quelle del cinema italiano XD
                          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                          Spoiler! Mostra

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                          • Originariamente inviato da sherry Visualizza il messaggio
                            Se non è cinema quello, faccio fatica a capire cosa lo è
                            Parasite e Portrait de la Jeune Fille en Feu, tanto per citare due titoli che si trovano adesso in sala e sono indubbiamente tra i migliori usciti l’anno scorso.

                            Sono racconterà anche la società giapponese ma lo fa con un cattivo gusto, un senso del pacchiano e dell’eccesso che fatico a non trovare insopportabili. L’unico suo film recente che ho apprezzato un minimo è Tag, forse perché mi ha un po’ ricordato Inception. In ogni caso qualsiasi cosa esca al cinema può essere spiegata e capita razionalmente, invitare i detrattori a non farlo è sempre una bella scappatoia per difendere qualcosa che si apprezza senza però saperne il motivo

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                            • Hammamet

                              Un film vecchio, noioso, mal recitato a parte lo strepitoso Favino e con un’imbarazzante coda finale.

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                              • Piccole donne di Greta Gerwig

                                Passate le forche caudine, comunque previste, di un certo carico di leziosaggini (la faccia di Emma Watson quando vuol fare l'espressiva si tramuta in uno sconquasso di torsioni facciali pressoché insostenibile alla vista) e fervorini didascalici e un dinamismo che strozza il respiro di alcune scene (ma che non scade nella forzosità popeggiante di una Sofia Coppola, e l'abbraccio di Jo e Beth tra folate di sabbia è pacato e struggente), ci si sente calorosamente accolti in questa ronda di espansiva sorellanza in cui il maschio nel suo ruolo di secolare ineluttabilità è gustosamente ridimensionato ma pur in buona parte al centro dei pensieri delle protagoniste (laddove nel film della Sciamma il barcaiolo seduto a colazione incarnava solo il risveglio da un'onirica intimità, il maschio come retrogusto aspro del rimpianto, bella lì), di andirivieni temporali e fisici, di dipartenze e di ambigue riconciliazioni. Florence Pugh è una conferma, buffissima nei flashback e uno schianto da ventenne, quanto amo quella fanciulla, c'è un momento in cui piega gli angoli della bocca all'ingiù e per me quello sarà sempre il momento in cui al suo personaggio gli parte il berserk, non importa se avvolto in una cappa floreale o costretto nella crinolina.
                                Bravo Desplat (finalmente, dopo tanto algido mestiere) con quell'accordo fisso che non si limita convenzionalmente a coronare l'epilogo dell'opera ma si espande nel suono corposo a rinfrancare l'emozione di Jo March mentre assiste al parto della sua creatura.

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