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  • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
    The New Pope di Paolo Sorrentino

    Vi piace il Sorrentino di This must be the place, Youth e La grande bellezza? Allora The New Pope è ciò che fa per voi, ma non per me. Laddove The Young Pope sacrificava il più possibile svolazzi visivi e metaforoni plateali (che in parte erano comunque presenti) in favore di una maggiore solidità di scrittura, The New Pope fa l'esatto opposto. Nove episodi estenuanti, noiosi, sfilacciati, pretestuosi. Ho avuto la sensazione di un Sorrentino a corto di idee, con talmente poco da dire sui personaggi principali, da sentirsi obbligato a perdersi in sotto trame utili solo ad allungare il brodo. Ed ecco che tornano in tutto il loro splendore le frasi ad effetto cool e sentenzianti, le pose plastiche degli attori, le facce strane alla Fellini e i neon alla Refn senza avere né il senso dell'onirico del primo né l'intelligenza pop del secondo. E basta con 'sti carrelli in avanti e indietro, mi sa che ha messo il guinness dei primati nel loro utilizzo.
    Sono sostanzialmente d'accordo, anche se ammetto di non essermi quasi mai annoiato. In generale con l'ultimo Sorrentino ho un rapporto strano, guardo i suoi film in un certo senso "per vedere dove può arrivare", e quello che vedo spesso non mi fa impazzire, però mi intrattiene sempre. Mi è capitato anche con i due film che compongono Loro, avrei guardato volentieri pure un'ipotetica terza parte.

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    • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
      Animali notturni, di Tom Ford


      Davvero un film notevole. Una continua tensione tra patinato, formalismo estetizzante, bilancio esistenziale e noir. Se la parte reale forse è a volte un po' didascalica nelle dicotomie tra la borghesia e il "romanticismo" di Edward, va pur detto che la storia con Susan ha esisti tutt'altro che banali. Fantastico il modo in cui Edward sublima la vicenda nel romanzo, la cui lettura obbliga Susan a rivedere la sua vita.

      Il finale è davvero spiazzante e evita qualsiasi irrealistico finale edificante. Bello davvero. Cast eccellente, Shannon pazzesco.
      Fu uno dei miei film preferiti di quell'annata... Molto sottovalutato in generale. Diretto da un regista più esperto e 'malato' sarebbe stato un capolavoro... Così è "solo" un grande film.

      Ricordato per il golden globe più WTF della storia o quasi.


      Concordo anche sull'ultimo Sorrentino... Anche se come dice Admiral non riesco a smettere di seguirlo... Anche perché qualche sequenza che vale da sola tutta la visione c'è sempre... Come le parti che fan cascare le braccia da quanto son kitsch
      Ultima modifica di Omar; 07 febbraio 20, 12:04.

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      • Fino alla quarta puntata la serie si poteva pure vedere, anche se con eccessi troppo macchiettistici (la prima puntata, che comunque ha strappato qualche sorriso) o con momenti troppo estetizzanti e seriosi (la seconda puntata). Tutta la seconda parte è stata, personalmente, di una noia mortale, almeno fino agli ultimi due episodi. L'ultima puntata la definirei delirante.
        https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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        • Secretary di Steven Shainberg (2002).

          Tutti abbiamo le nostre perversioni personali, che facciamo di tutto per evitare di metterle alla luce per via della ritrosia nel mostrare al mondo cosa siamo veramente, poichè ne temiano il giudizio e la conseguente riprovazione morale.
          Le pratiche sadomaso sono cosa nota, eppure la recente trilogia letteraria e poi filmica di Cinquanta Sfumature ha generato molto seguito e chiacchiericcio, forse perchè la sessualità ed il modo in cui viverla viene percepita ancora come un tabù da parte di molti, perchè si sappia, siamo tutti chiesa e famiglia, eppure nel privato siamo molto peggio di ciò che pubblicamente da moralisti da strapazzo condanniamo. Fatto sta, che prima i libri e poi i film, hanno si descritto una realtà esistente ma lo hanno fatto molto male puntando quindi a creare un'aura da "grande evento di massa", che alla fine s'è dimostrata la fetecchia moralista che era in partenza, ma riuscendo nell'intento di generare un mucchio di soldi.
          Certe volte però dalle merdate si riesce a scovare il fiore nascosto, così tra i tanti film consigliati su quel tema nei tanti elenchi che vennero fatti in quei giorni, questo Secretary di Steven Shainberg (2002) venne fatto da più parti e finalmente ad inizio Febbraio Netflix lo ha proposto sulla sua piattaforma e finalmente ho potuto visionarlo sfruttando un pò più spesso questo streaming a pagamento che fino ad ora s'è mangiato molti soldi, ma ha dato poche soddisfazioni.
          Per carità, qualsiasi confronto tra la saga delle Cinquanta Sfumature e questo Secretary, sarebbe eccessivamente umiliante per il primo, anche perchè quest'ultimo è in tutto e per tutto un film indipendente costato appena 4 milioni, e con un incasso di meno di 10, quindi è una pellicola molto di nicchia, la quale però affronta le pratiche della dominazione, sottomissione e BDMS con fare schietto.

          Il tono prediletto dal film è quello della commedia nera procedendo con una trattazione semi-seria sull'argomento, che con il finisce giovare fortemente al film in questione, per evitare di scadere in sequenze di comictà involontaria.
          Le tematiche alla base comunque sono delicate ed affrontate con una certa profondità, a partire dalla triste vicenda della giovane protagonista Lee Holloway (Maggie Gyllhenhaal) affetta da pratiche autolesioniste, che derivano in tutta probabilità dalla sua inacapacità nello gestire lo stress generato da una situazione familiare abbastanza allo scatafascio per via di un padre alcolista ed una madre ossessiva quanto asfissiante nei suoi confronti.
          Non c'è spettacolarizzazione o modaiolo effetto in questo, i danni che la ragazza si auto-infligge sono ben visibili sulla propria pelle, arrivando ad un punto di non ritorno. Restare tutto il giorno in quella casa non le porterà altro che ad. autodistruggersi, così grazie ad un diploma in dattilograzia con il massimo dei voti, riesce a farsi assumere dall'eccentrico avvocato Edwards Grey (James Spader), segreto fautore di pratiche di BDMS.
          La cosa più rimarchevole di questo film è l'uso terapeutico delle pratiche di sottomissione e BDMS, Lee entrerà sempre più in contatto intimo con l'avvocato Grey (quello serio e non il budellone delle cinquanta sfumature), il quale nonsotante la sua indole perversa e lunatica, sarà a tutti gli effetti l'unica persona a comprendere il trauma interiore di Lee e il perchè delle dannose pratiche autolesioniste da parte della ragazza atte a portare in superficie il suo dolore interiore.

          Il dolore che sperimenterà Lee durante queste pratiche di sottomissione e dominazione, poteranno la ragazza a maturare in una donna auto-consapevole del proprio potenziale erotico, nonchè a godere di questo dolore percepito poichè frutto di piacere.
          Lo studio dell'avvocato è tutto un altro mondo rispetto al moralismo asfissiante imperante all'esterno con il suo sensazionalismo "vetero-borghese" su ogni cosa che vada contro le cose comuni, basta vedere il parallelismo tra Grey ed il fidanzato di Lee, Peter ex compagno di liceo, timido e di buona famiglia, insomma la normalità monotona che a lungo andare uccide la persona facendola diventare un mero ingranaggio del sistema, arrivando ad annichilirla e annientarla.
          Grey è altrettanto timido, però nel suo essere umorale e contorto nella sua perosnalità, che si batte tra il suo essere un tipico yuppie e nel privato un perverso, gli si deve riconoscere una certa schiettezza che manca sempre più nella società odierna, poichè ha il coraggio di dire quello che pensa e mettere in pratica sfacciatamente la sua natura.
          Da antologia la sequenza della prima sculacciata "punitiva" ad una confusa e sbadata Lee, la quale ne trae sentito piacere come testimoniano i suoi multipli orgasmi, così come la masturbazione della ragazza che sfocia in una sequenza visionaria di piacere dove finalmente Lee riesce ad avere una prima cosnapevolezza di sè e di una possibile vittoria contro i suoi problemi di autolesionismo.
          Sorretto da due interpreti in stato di grazia, un enigmatico Spader (che faccia che ha, un grande altro che Ultron merda) ed una sensualissma Maggie Gyllenhaal con la sue sexy calze che coprono le sue magnifiche gambe che strabordano dalla gonna che fatica a contenere le sue rotondità, rende credibile il suo personaggio in tutte le fasi della sua maturazione sino ad uno sguardo di sfida lanciata rivolto allo spettatore, che rompe la quarta parete. Una pellicola anti-moralista e che affronta l'argomento con sincerità, dando a tali pratiche un valore addirittura "terapeutico"; Secretary pur nei suoi scompensi ed i troppi finali che si affastellano, si pone come una pellicola sovversiva nei confronti della normalità borghese, per affrontare un argomenti interessanti e su cui c'è un ipocrita tabù moralista. Forse efficace o forse tutto una scemenza sta al singolo spettatore deciderlo, fatto sta che è sicuramente tra i prodotti più interessanti usciti dal panorama indipendente americano del nuovo millennio.
          Ultima modifica di Sensei; 07 febbraio 20, 19:14.

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          • I morti non muoiono di Jim Jarmusch

            Un film assolutamente inspiegabile. Ho provato a dargli un senso, a pensare che - nonostante non lo salvasse comunque - il film fosse volutamente banale, anche nei messaggi che tenta di veicolare nel modo più didascalico possibile. Poi ho letto le interviste a Jarmusch, e niente - leggendo che parla di ecologia, di outsider che meritano di salvarsi e di zombie come metafore del consumismo - non ho potuto farci niente. Jarmusch si è ufficialmente rincoglionito, almeno per questa volta.
            https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
              I morti non muoiono di Jim Jarmusch

              Un film assolutamente inspiegabile. Ho provato a dargli un senso, a pensare che - nonostante non lo salvasse comunque - il film fosse volutamente banale, anche nei messaggi che tenta di veicolare nel modo più didascalico possibile. Poi ho letto le interviste a Jarmusch, e niente - leggendo che parla di ecologia, di outsider che meritano di salvarsi e di zombie come metafore del consumismo - non ho potuto farci niente. Jarmusch si è ufficialmente rincoglionito, almeno per questa volta.
              a me ha dato la sensazione di una goliardica "presa in giro" nei confronti del genere horror, del pubblico e magari anche di sè stesso. Tutto è molto leggero, didascalico, auto-compiaciuto, un puro divertissement satirico pienamente voluto. Non mi ha convinto troppo, è scarsamente incisivo ma comunque gradevole nella visione. E poi Tilda è sempre Tilda, grande in tutto quello che fa.
              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


              Votazione Registi: link

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              • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

                a me ha dato la sensazione di una goliardica "presa in giro" nei confronti del genere horror, del pubblico e magari anche di sè stesso. Tutto è molto leggero, didascalico, auto-compiaciuto, un puro divertissement satirico pienamente voluto. Non mi ha convinto troppo, è scarsamente incisivo ma comunque gradevole nella visione. E poi Tilda è sempre Tilda, grande in tutto quello che fa.
                Bah. Io credo che i film non vadano girati con questo atteggiamento: va bene la satira, ma se l'ironia è infantile, e il risultato leggero, didascalico e auto-compiaciuto... se fossi quello che ha cacciato la pila per produrre la baracconata un po' mi risentirei E' giusto quindi che volino pernacchie e pomodori . E poi una domanda: quale sarebbe questo bisogno di "prendere in giro" l'horror? D'accordo su Tilda, è una fuoriclasse indiscutibile.

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                • Thelma, non ho visto discussioni aperte, comunque mi è parso forse incentrato un po' troppo sulla relazione tra le due ragazze e poi solo io l'ho trovato mancante di un pezzettino?
                  Ovvero:
                  Spoiler! Mostra
                  Invece è rimasto tutto lì con un finale monco, peccato.
                  Ultima modifica di Alex Murphy; 09 febbraio 20, 09:29.

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                  • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

                    a me ha dato la sensazione di una goliardica "presa in giro" nei confronti del genere horror, del pubblico e magari anche di sè stesso. Tutto è molto leggero, didascalico, auto-compiaciuto, un puro divertissement satirico pienamente voluto. Non mi ha convinto troppo, è scarsamente incisivo ma comunque gradevole nella visione. E poi Tilda è sempre Tilda, grande in tutto quello che fa.
                    A me era piaciuto, pur trattandosi di un filmetto svagato e minore.
                    La tirata sugli zombies consumisti mi è parsa quasi un macguffin (o comunque uno sfogo che nella sua rozzezza "senile" suona anche simpatico), più che altro Jarmush sembra voler dire che siamo ormai tutti assuefatti all'idea dell'apocalisse perchè pensiamo di avere già letto la sceneggiatura della vita, e che dunque non ci sia più modo di cambiare le cose - come suol dirsi. L'aliena T.Swinton, che ovviamente non era affatto "prevista dalla sceneggiatura", scende sulla terra per sondare la razza umana, e se ne va con un ghigno rassegnato e divertito.

                    Un bel personaggio, e un film leggero, quasi parodico, ma in fondo molto pessimista e amaro nel suo sfanculare tutto & tutti. Con un'atmosfera che alla lunga, crogiolandosi nel suo minimalismo anti-climatico a drammaturgia azzerata, diventa a suo modo piuttosto opprimente.
                    Ultima modifica di papermoon; 09 febbraio 20, 15:49.

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                    • Le donne e il desiderio

                      Terzo film del giovane (e, a quanto pare, gnocco, per chi interessano queste cose) polacco Tomasz Wasilewski e il primo suo che vedo.

                      Ambientato nella Polonia incerta dell'immediato post-crollo del muro del 1990, avvicenda le storie di quattro donne che vivono nello stesso condominio e sono in un modo o nell'altro vittime di desideri amorosi corrosivi e impossibili.

                      Lo stile è asciutto, alternato tra riprese fisse non distanti dal tipico approccio composto e distante di tanto cinema est-europeo contemporaneo e una camera a mano che tallona le protagoniste; la fotografia esangue che mette in risalto solo i colori dei beni superflui e di consumo e appiattisce i corpi umani (particolare lavoro sulla rappresentazione dei corpi nudi, che siano gradevoli o meno alla vista) sul bianco e nero dei paesaggi e delle costruzioni (il dop è lo stesso di alcuni film di Mungiu e molto attivo nel cinema est-europeo).

                      Non si salva nessuno, le donne sono schiave delle proprie passioni fino alla pericolosa irrazionalità, gli uomini sono freddi, o manipolatori o incapaci di comprendere le proprie mogli.
                      Le vicende delle protagoniste sono destinate al fallimento fin dal principio, inscritte in un percorso obbligato che, per scelta stilistica, fa sconfinare il tutto nell'ambito del programmatico al punto che se all'inizio sembra di vedere un lavoro realistico, ben presto ci si accorge dei binari comportamentali che imprigionano qualsiasi scelta e reazione dei personaggi, portandoli ciascuno ad un epilogo quasi dimostrativo che non ammette vie d'uscita (e questo potrebbe generare forse un eccessivo distacco rispetto a una visione critica in più di uno spettatore).

                      Le ambientazioni e il framing costringenti non fanno che rafforzare questo aspetto e quando ci si sposta in esterni, tutto quello che si vede sono desolate distese di antoniana memoria in cui lo sguardo si perde in orizzonti sfumati o viene ostruito da schiere di palazzine fatiscienti.

                      Nonostante a tratti abbia avvertito il limite di una visione "maschile" e della mano inesorabile dell'autore demiurgo, c'è talento da vendere.

                      -
                      Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 09 febbraio 20, 10:03.
                      Luminous beings are we, not this crude matter.

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                      • Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio
                        E poi una domanda: quale sarebbe questo bisogno di "prendere in giro" l'horror? D'accordo su Tilda, è una fuoriclasse indiscutibile.
                        beh, ammesso che la mia chiave di lettura sia quella giusta, questo lo dovresti chiedere al buon Jarmusch

                        se poi dovessi risponderti io ti potrei dire che una gran parte del genere horror (contemporaneo ma non solo) potrebbe "meritare" di essere preso un po' in giro per il suo essere terribilmente derivativo, ripetitivo, monotono, banale, senza idee o slanci, a volte anche serioso in maniera agghiacciante

                        ovviamente, prima che qualcuno magari si offenda, questo è solo il mio punto di vista
                        Ultima modifica di David.Bowman; 09 febbraio 20, 17:40.
                        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                        Votazione Registi: link

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                        • Qualsiasi cosa merita di essere presa almeno un po' in giro.
                          Luminous beings are we, not this crude matter.

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                          • Yi Yi. E uno... e due di Edward Yang (2000).

                            Secondo uno dei personaggi del film, il cinema triplica le emozioni rischiando quindi di moltiplicare situazioni come la malinconia e la solitudine, eppure visto da un altro punto di vista, ci permette probabilmente di vivere più intensamente per il poco tempo che ci rimane.
                            Edward Yang al suo settimo e purtroppo ultimo film, gira la summa di tutta la sua poetica con Yi Yi. E uno... e due (2000), in cui narra vita e morte nell'arco di quasi tre ore passando tra due estremi; un matrimonio ad inizio film e un funerale che chiude il tutto.
                            Se in Taipei Story (1985) il regista indagava su una società sospesa tra la Cina comunista, il Giappone ex-potenza coloniale e gli USA nuovi sfruttatori e in A Brighter Summer Day (1991) focalizzava sull'origine dei problemi odierni in una chiave storica, mettendo in scena una generazione adulta con il pensiero rivolto all'amata Cina da cui sono stati cacciati sperando un giorno di potervi fare ritorno e una prima generazione puramente "Taiwanese", che nell'aggregazione tra gang cercava di stabilire da sè delle nuove coordinate; nel suo ultimo film Edward Yang mette in correlazione le vite di una famiglia della classe media di Taipei, con la società liquida che tutto omologa causando con questo un'estrema massificazione sociale e conseguente alienazione.
                            I personaggi di Yi Yi non cercano più delle coordinate spaziali per trovare una ragione giustificante della loro presenza nel mondo, oramai sono cose passate, la Cina, Il Giappone e gli Stati Uniti non sono mai stati così a portata di mano, eppure questo scarto che il regista sentiva pressante nei suoi precedenti lavori, nel suo ultimo film non viene minimamente tratteggiato, poichè nel giorno più fortunato della propria vita, il matrimonio di A-Di, il fratello di Min Min, la madre di quest'ultima cade preda di un ictus rimanendo priva di sensi ed immobilizzata in uno stato di coma a letto, che lascia ben poche speranze sul decorso della malattia.
                            Partendo da questo mcguffin Yang indaga il male di vivere che attanaglia i componenti di tale famiglia, cominciando dal marito della donna, NJ, il quale gestisce una società informatica che attraversa un momento difficile la cui risoluzione potrebbe essere una fusione con un'azienda rivale, mentre i figli della coppia, l'adolescente Ting Ting protagonista di un triangolo amoroso e il piccolo Yang Yang di appena 8 anni, un indagatore attento della realtà con spiccati pensieri filosofici nella sua ingenuità infantile, sono lasciati in balia di sè stessi.

                            Per aiutare a guarire la nonna può essere d'aiuto la stimolazione dei sensi, che può derivare da sedute di dialogo unidirezionale accanto al suo letto, il problema è che una cosa così semplice all'apparenza poterà a galla tutto il malessere a lungo covato dai vari componenti della famiglia.
                            Da questo strambo confessionale emerge un ritratto di una società Taiwanese anaffettiva ed uguale a sè stessa nella su meschinità; A-Di neanche in questa situazione estrema riesce ad aprirsi alla verità continuando a mentire sostenendo che tutto và bene, NJ ammette candidamente che ogni giorno non riesce a capire neanche lui cosa lo porti a svegliarsi per affrontare sempre le solite insicurezze ed infine Min Min è l'essere al tempo stesso più inumano ma anche più sincero, in un attimo di acuta depressione in cui si sfoga con suo marito, ammette di non aver niente da dire a su madre e questo è angosciante, poichè le sbatte in faccia brutalmente di quanto sia vuota e squallida la sua vita. Gli adulti dei film di Yang non vivono ma sopravvivono, pensando di risolvere le cause del malessere in un altrove, su cui riversano ingenuamente le loro illusioni di riscatto che alla fine finiscono di essere tali per l'appunto.
                            Min Min spera di guarire affidandosi ad un santone durante una settimana in un ritiro spirituale in montagna, mentre NJ ritrovando casualmente Sherry, una sua vecchia fiamma, durante un viaggio d'affari in Giappone crede di poter dare una svolta alla sua vita cercando di cogliere una seconda occasione che aveva lui stesso mancato la prima volta 30 anni prima.
                            Si instaura un parallelismo tra NJ e sua figlia Ting Ting protagonista di una relazione con Fatty, ragazzo della sua migliore amica; pur vivendo tali momenti in due stati differenti e pur divisi da una considerevole differenza d'età, alla fine sono spettatori delle medesime situazioni arrivando infine ad un medesimo quanto squallido risultato.
                            Impossibilitati a raggiungere una verità che consentirebbe loro di uscire dallo scacco esistenziale, poichè vedono solo la metà della realtà che risulta visibile ai loro occhi, mentre l'altra risulta inafferrabile e non conoscibile, Yang Yang tramite le sue fotografie delle nuche altrui, può aiutare tali soggetti fotografati a raggiungere l'altra metà della realtà che non vedono perchè posta alle loro spalle.

                            Coerentemente con quest'ultimo assunto, la regia di Edward Yang sfrutta ampiamente i campi medi e lunghi in modo estensivo, per dare una visione quanto più chirurgica e distaccata dei suoi personaggi, proprio come fosse una videocamera di sorveglianza che mira tutto il tempo a filmare un determinato luogo in cui è posta catturando frammenti delle varie figure che entrano e fuoriescono dalla propria inquadratura, così come le infinite riprese dei personaggi tramite gli specchi o i vetri che riflettono la loro immagine, moltiplicando solo la sensazione di solitudine accentuata che li attanaglia, visto che il loro malessere individuale non trova valvola di sfogo alcuna rimbalzando su tali superfici riflettenti e ritornando al mittente. Tutti sono malati, ma la cura consistente nell'instaurare un sincero legame con l'altro nessuno riesce a metterla in pratica; la condanna dell'essere umano del nuovo millennio quindi è soffrire in totale solitudine senza che vi sia nessuno che possa far proprio il loro dolore per quanto meno lenirlo; ci sono influenze chiare dal cinema di Antonioni, la narrazione corale di stampo Altmaniano, i geometrismi e le citazioni divistiche al cinema americano tipiche dei film di Ozu (negli scorsi film era Marylin Monroe, adesso Cary Grant e Audrey Hepburn, che vediamo di sfuggita in due fotografie appese nella scena onirica nelle battute finali) e un uso marcato dei longtake e profondità di campo di stampo Mizoguchiano.
                            Il ritmo è blando e sostenuto, ma il ritratto familiare che emerge è poetico quanto profondo nel suo cinismo di fondo; gli adulti probabilmente sono oramai irrecuperabili e vittime della loro incapacità di affrontare il presente, gli unici che forse il regista salva sono proprio Yang Yang, che viene costantemente escluso dagli altri quanto incompreso dal suo burbero insegnante e Ting Ting, che essendo l'unica che si apre sinceramente nel suo monologo confessionale con la nonna assumendosi la colpa di tutto quello che le è successo, è protagonista della sequenza più toccante del film in cui troverà un sincero perdono interiore scaturito da un percorso di crescita e lenta maturazione nella redenzione che si lega con il simbolismo della pianta che cura e non sboccia nei germogli per via della troppa cura, sintomo nel voler velocemente cercare un perdono che può scaturire solo da una sincera apertura al prossimo, cosa lenta nello svilupparsi.
                            Vita, morte, colpa, redenzione, alienazione, paura, speranze e sconfitte sono solo poche delle molteplici sensazioni che Yi Yi di Edward Yang è in grado di donare allo spettatore pronto ad approcciarsi al suo cinema con sentito trasporto, altrimenti è facile essere come l'ottuso maestro che bolla le fotografie (ed il film di conseguenza) come cazzata avanguardistica. Non è una pellicola facile per la durata e i numerosi personaggi che s'intrecciano in questo affresco ad incastro, ma la sfida è molto più fattibile rispetto all'ancora più mastodontico ed ostico A Brighter Summer Day (1991). Premio per la miglior regia a Cannes e terzo capolavoro assoluto del regista Taiwanese, Yi Yi è il film finale di quello che ad oggi si può considerare un grande maestro del cinema che ci ha lasciato nel 2007 dopo una lunga malattia per via di un cancro. Autore di una filmografia unica al mondo, che nei suoi tasselli ha sempre dato ritratto amaro quanto cinico di una Taiwan priva di coordinate nell'affrontare il mondo, ma in quest'ultima pellicola il regista si apre ad una piccola speranza nella commovente chiusura che risulta molto profonda nella sua innocente ingenuità del piccolo Yang Yang.

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                            • Neon Bull

                              Visto qualche tempo fa (e mi è rivenuto in mente in questi giorni), secondo film del brasiliano Gabriel Mascaro, è un'opera sommessa, potente sul fronte figurativo che si articola interamente sul tema della compenetrazione e interscambio tra maschile e femminile.

                              Più che una narrazione a tutto tondo con sviluppi argomentativi, ha più il respiro di una mostra artistica che guida lo spettatore attraverso una serie di quadri a tema, sino a formare un grande affresco (lo dico in senso positivo ma c'è chi potrebbe non apprezzarlo proprio per via di questa impostazione).

                              A partire dall'ambientazione macha del mondo della corrida brasiliana, cito la figura delle donne danzanti alla luce dei neon con la testa di toro e di cavallo, la promoter incinta che vende profumi in mezzo al bestiame, il virile protagonista appassionato di moda femminile che sta cucendo un abito per la sua ragazza usando un manichino abbandonato per le misure e una rivista porno macchiata di sperma per disegnare l'abito, il protagonista che masturba uno stallone, e, ovviamente

                              Spoiler! Mostra


                              A tratti mi ha dato echi di Refn e Kechiche (non dal punto di vista stilistico) e sicuramente mi ha fatto subito segnare il nome del regista come una personalità da seguire in futuro.

                              Luminous beings are we, not this crude matter.

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                              • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
                                Neon Bull

                                Visto qualche tempo fa (e mi è rivenuto in mente in questi giorni), secondo film del brasiliano Gabriel Mascaro, è un'opera sommessa, potente sul fronte figurativo che si articola interamente sul tema della compenetrazione e interscambio tra maschile e femminile.

                                Più che una narrazione a tutto tondo con sviluppi argomentativi, ha più il respiro di una mostra artistica che guida lo spettatore attraverso una serie di quadri a tema, sino a formare un grande affresco (lo dico in senso positivo ma c'è chi potrebbe non apprezzarlo proprio per via di questa impostazione).

                                A partire dall'ambientazione macha del mondo della corrida brasiliana, cito la figura delle donne danzanti alla luce dei neon con la testa di toro e di cavallo, la promoter incinta che vende profumi in mezzo al bestiame, il virile protagonista appassionato di moda femminile che sta cucendo un abito per la sua ragazza usando un manichino abbandonato per le misure e una rivista porno macchiata di sperma per disegnare l'abito, il protagonista che masturba uno stallone, e, ovviamente

                                Spoiler! Mostra


                                A tratti mi ha dato echi di Refn e Kechiche (non dal punto di vista stilistico) e sicuramente mi ha fatto subito segnare il nome del regista come una personalità da seguire in futuro.

                                Condivido, regista interessante. Fino a qualche tempo fa si trovava in giro sottotitolato anche l'opera prima Ventos de agosto, niente male davvero

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