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  • Il Prigioniero Coreano di Kim-Ki Duk (2016).

    Il cinema della Sud-Corea nel nuovo millennio è venuto alla ribalta internazionale grazie a delle pellicole ricche di originalità sia nello stile che nella sostanza, riuscendo ad entrare sempre più nel cuore dei cinefili di tutto il mondo nonostante le indubbie difficoltà dovute ad una cultura totalmente estranea a quella occidentale, eppure ugualmente degna di rispetto e colma di storia, nonchè tradizione alle spalle. Il nome più famoso per ora è quello di Bong, regista che oramai è sulla bocca di tutti e alla portata di ogni cinefilo che vuole fare il finto alternativo ma in realtà si dimostra solo un "borghesuccio" ideologizzato visto che il vero genio registico proviniente dalla Sud Corea è sicuramente Kim-Ki Duk, un cineasta attivo dalla fine degloi anni 90' e che ha sempre dovuto lottare con le unghie e con i denti per realizzare i suoi film che in patria sono stati sempre scarsamente considerati da un pubblico ottuso, il quale ha sempre enormemente faticato nell'entrare in sintonia con il suo cinema, sicuramente meno facile e piacione rispetto a quello di Bong, ma più incisivo, metaforico, astratto e sopratutto etereo.
    Dei suoi lavori di quest'ultimo decennio se ne sono lette di cotte e di crude, indubbiamente il suo cinema è calato un pò di qualità rispetto alla prima parte degli anni 2000 dove ci aveva regalato due capolavori assoluti come Ferro 3 - La Casa Vuota (2004) e Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e ancora Primavera (2003), roba che comunque Bong e Park se li sognano la notte, eppure nonostante qualche basso di troppo, ogni tanti Kim-Ki Duk mostra con film come questo Prigioniero Corano (2016), di avere tutt'altro che smesso di aver qualcosa da dire. Più diretto e meno astratto rispetto alla sua produzione, questa volta il regista mette in scena l'odissea kafkiana dell'umile pescatore nord-coreano Nam Chul (Ryo-Seung boom), che per via dell'avaria al motore della sua barca e spinto dalla corrente, finisce per attraversare il confine tra i due paesi finendo nel sud dove avrà luogo la sua odissea processuale per via della sicurezza sud-coreana, che lo accusa di essere una spia.

    Se a livello internazionale le terribili atrocità del regime comunista della Corea del Nord sono abbastanza note, i problemi del paese "libero" e capitalista della nazione della Corea del Sud, sono invece totalmente ignorati. Se il nord opprime Nam Chul penetrando pervasivamente in ogni attimo della sua vita, il sud si veste da diavolo tentatore che cerca prima di far ammettere all'uomo di essere una spia e poi successivamente di convincerlo a disertare il regime.
    L'incubo di un uomo conteso mediaticamente dal nord comunista e dal sud capitalista, che altro non sono che due facce della medesima medaglia che sopprimo l'uomo con la loro sporca ideologia. C'è un non so che di Ulisse nel personaggio di Nam, il quale deve affrontare le varie tentazioni (cibo, soldi, abbondanza e "libertà") per poter cercare stoicamente di far ritorno nella propria patria e riabbracciare finalmente la propria famiglia che lo aspetta e rischia seriamente visto che il regime nord coreano in caso di fuga di un uomo, è solito punire severamente i suoi parenti rimasti in patria come disincentivo alla fuga.
    La macchina fissa negli interni del centro di sicurezza, sottolinea le privazioni e le torture fisiche e mentali che Nam Chul deve subire da crudele ispettore paranoico, forgiato dalla sua indole anti-comunista che vede spie ovunque ed una giovane guardia di sorveglianza che nei fatti di dimostrerà il suo unico difensore; in sostanza la libertà del sud è fondata sull'oppressione e sopratutto sulla diseguaglianza sociale dettata dal soldo. La macchina a mano traballa molto quando l'uomo è costretto ad aprire gli occhi scoprendosi immerso nel pieno della metropoli di Seul fatta di rumori, colori e odori mai sentiti prima; in pratica il regno dell'abbondanza e dello spreco rispetto alla sobrietà spartana ed austera della povera Corea del Nord.

    Non può essere il regno della libertà un paese che ha troppo abbondanza da arrivare allo spreco totale, gettando una marea di roba anche utile in mezzo all'immondizia, che trabocca in certe zone della città.
    Confuso e stordito da tutto questo Nam Chul non può che rinnegare sdegnosamente un paese retto su queste basi, diventando così a tutti gli effetti un prigioniero coreano, senza distinzioni cardinali tra nord e sud, poichè vittima di due sistemi ideologici che hanno portato da decenni ad una separazione artificiale tra due paesi che fino agli anni 40' del 900, erano rimasti sempre uniti tra loro. A differenza di Bong che critica solo il capitalismo, Kim-Ki Duk và oltre con la sua critica, arrivando quindi a dimostrare come in realtà le artificiose ideologie, che siano capitalismo o comunismo, alla fine gettano l'essere umano in uno scenario da incubo arrivando a sopprimerlo della propria persona. L'unico modo per giungere alla felicità e realizzare la persona quindi, è quella di distruggere finalmente l'ideologia capitalista e quella comunsita, egualmente pericolose ed alienanti per l'essere umano, per giungere alla post-ideologia, dove l'uomo ed i suoi bisogni siano messi al centro di tutto.
    Con il Prigioniero Coreano Kim-Ki Duk gira indubbiamente il suo film più esplicito e politico, dove la libertà democratica è una mera illusione e la povertà comunista privano l'uomo dei propri diritti elementari; come sottolineato simmetricamente dalla pellicola, Nord e Sud non sono per niente diversi nella sostanza, ma finiscono con il rivelarsi la medesima cosa arrivando tutti e due i paesi a sopprimere i soggetti deboli. C'è sempre un sistema politico, di valori o tradizioni, che alla fine reprime l'essere umano lasciandolo annientato nel proprio dolore, come spesso accade nel cinema di Kim-Ki Duk, alla fine nord o sud, comunista o capitalista, il mondo è sempre un posto violenti, ingiusto e disgustoso.
    Ultima modifica di Sensei; 24 gennaio 20, 16:18.

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    • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
      Non pago della visione di 1917 in sala
      Ci lasci così? Neppure una riga di approfondimento?


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      • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio

        Ci lasci così? Neppure una riga di approfondimento?

        Formidabile nella realizzazione, inevitabilmente lacerante e divisivo dal punto di vista "filosofico". In ogni caso il suo spazietto nel grande libro della storia del cinema ce l'avrà di sicuro. Va bene così?

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        • Meglio di niente.

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          • Schindler's List di Steven Spielberg (1993).


            Con il passare del tempo la memoria si affievolisce sino a sparire del tutto nelle nebbie del tempo, servono quindi le testimonianze, resoconti, scritti e perchè no... anche il cinema può fare la sua parte in proposito per restituire un posto indelebile su una delle più grandi tragedie di tutta la storia contemporanea dell'umanità e forse la maggiore di tutto il 900' per via della spietata applicazione scientifica; l'Olocausto.
            Proiettato a ciclo continuo durante la Giornata della memoria in TV (senza pause pubblicitarie, evidentemente l'argomento è troppo scottante per subire interruzioni), Schindler's List (1994) a tutti gli effetti lo si può considerare il punto di arrivo del cinema di Steven Spielberg e del suo bisogno di essere finalmente riconosciuto dal sistema e dal circuito premi come autore maturo e profondo dopo che era stato snobbato con i vari blockbuster precedenti. La contraddizione che si percepisce vedendo il film, risiede in questo contrasto su cui però vorrei tornare più avanti per soffermarmi ora su questioni maggiormente di primaria importanza.
            L'Olocausto è una delle tante storie del fallimento totale dell'uomo; uno dei punti più bassi in assuluto dell'essere umano in tutta la sua esistenza, dimostrandosi capace di sfruttare, uccidere e financo occultare la morte di oltre 6 milioni di ebrei, senza escludere dal macabro conteggio l'annientamento di Testimoni di Geova, omosessuali, slavi (quest'ultimi oltre 3 milioni), prigionieri politici e disabili.
            Nonostante le posizioni di certa propaganda negazionista, oggi l'olocausto è divenuto patrimonio comune all'intera umanità che perpetra il ricordo perchè non avvenga mai più una cosa del genere e film come Schindler's List servono non solo da monito, ma anche come esempio di cinema "morale" che mostra che tra luce e ombra, un uomo scelse di seguire la prima salvando all'incirca 1100 ebrei. Indiscutibile quindi come film della memoria, bisognerebbe vedere se la pellicola merita altrettanto sotto il punto di vista cinematografico l'aggettivo di capolavoro, nonostante le voci di dissenso sempre maggiori, le cui più interessanti provengono dalla comunità registica, che ha dibattuto in lungo ed in largo sul valore di Schindler's List, con molti importanti autori come Kubrick, Godard, Gilliam, Haneke e Lanzmann tesi a sminuire fortemente il film, se non a demolirlo del tutto.

            La pellicola narra la storia del cecoslovacco di etnia tedesca Oskar Schindler (Liam Neeson), il quale con spirito rampante ed approfittatore, intravede a seguito della conquista della Polonia e le leggi anti-ebraiche, la possibilità di fare affari sfruttando la manodopera ebrea facendosi dare da costoro i loro beni di valore per avviare una fabbrica di pentolame ed oggetti smaltati da vendere all'esercito, in cambio di un lavoro che li rende necessari evitandogli l'epurazione e alcuni beni che potranno barattere nel ghetto, in tutto questo sarà aiutato sia dalle sue notevoli abilità oratorie e compiacenti con le alte sfere dell'esercito tedesco e sia dal contabile ebreo Stern (Ben Kinsgley).
            Un inizio oscuro e poco nobile per il protagonista del film, che non esita a sfruttare manodopera ebrea sottopagata (il loro stipendio và alle SS e non al lavoratore), per arricchirsi sempre di più e mostrando fieramente la spilla nazista, simbolo della sua iscirzione al partito. Il bianco e nero dai contrasti netti accentua le caratteristiche del cinema di Steven Spielberg, schiaramenti per lo più netti e zero sfumature, una visione dicotomia del mondo tra bene e male abbastanza puerilie, eppure verrebbe da chiedersi se essa è sbagliata nell'applicazione in questo film.
            Io sono post ideologico, quindi per la distruzione degli schieramenti e concepisco la realtà come frammentata e multiforme, insomma impossibile da razionalizzare in forme nette; Spielberg in quella che è la pià grande tragedia del 900', nella sua opera che dovrebbe sancirne lo status autoriale, invece persevera con la sua idea di cinema e la sua visione del mondo infantile; in questo punto debole però, si può dire che si nasconde l'idea del suo autore, l'Olocausto è stata una tragedia troppo grande per lasciare spazio a sfumature e ambiguità, in momenti di crisi apocalittica come il rastrellamento del ghetto di Varsavia o il diseppellimento dei cadaveri degli ebrei uccisi per incenerirli, si deve prendere una posizione, non a caso sono le sequenze più di piglio "documentaristico" dell'intera pellicola ad essere le migliori, dove la macchina a mano traballante la fa da padrona e il senso di scombussolamento nello spettatore è fortissimo, accentuato dall'urlo dissennato di un soldato tedesco preda della sua inebriante follia, perfetta immagine di cos'è l'Olocausto, la morte della ragione ed il primato della follia pura, l'immagine più bella di tutto il film, nonchè forse del cinema Spielberghiano, capace di scuotere e traumatizzare nel profondo dell'animo. Dapprima lo spettatore guarderà attonito dall'alto della collinetta come fa Oskar Schindler e poi maturarà definitivamente con il protagonista, tra le fiamme distruttrici di quello che sembra l'anticamera dell'inferno in terra, quando in realtà è la perfetta apocalisse scientifica pianificata dall'uomo.

            Una delle molte donne di Schindler che si affastellano durante il film e lo accompagnano a cavallo, chiede all'uomo di andare via innanzi alla vista del rastrellamento e l'uccisione di molti ebrei nel ghetto, Oskar invece persevera nello sguardo; qualcosa matura in lui, certo a qualche dipendente suo si è affezionato, ma è cosa forse normale in un rapporto di lavoro, qua è diverso invece, o si segue il principio occhio non vede cuore non duole oppure dallo scossone profondo dell'animo, matura un principio di cambiamento che lo porta a ragionare oltre gli schieramenti, ma come uomo.
            Dall'oscurità Schindler intraprende un percorso di redenzione per giungere alla luce, è l'immagine a parlare più che la sceneggiatura ed in effetti la scrittura non sarebbe riuscita a dare forza alla maturazione del protagonista verso l'umano.
            In un brillante dialogo sulla natura del potere tra uno degli alti membri delle SS Amon Goeth (Ralph Fiennes) e lo stesso Oskar, il primo sostiene che gli ebrei li temono per il potere di uccidere loro in qualsiasi momento, mentre il secondo afferma che il vero potere è quello quando si ha la possibilità di uccidere qualcuno e non lo fa e lo perdona.
            Amon cerca di seguire in modo pigro tale pensiero il giorno successivo con ridicole pose di prova innanzi allo specchio, arrivando a graziare per 2-3 volte dei malcapitati ebrei quella giornata, eppure subito dopo dopo un attento sguardo allo specchio che riflette la sua immagine, prende il fucile a cecchino e dall'alto della sua villetta, ammazza qualsiasi ebreo non esegua alla perfezione il lavoro, arrogandosi un potere pari a quelli di un dio onnisciente, che osserva e punisce dall'alto i miseri insetti mortali che non sono proni e celeri innanzi al suo volere. Oskar può ambire e giungere alla luce, Amon non può ed è destinato a rimanere nella sua oscurità nonostante come il primo sia testimone degli orrori della Shoah da un punto di vista elevato e "distaccato", eppure il primo matura il secondo no, forse perchè tutto ciò che è proprio della natura umana e qualsiasi rapporto con gli ebrei che non sia quello di dominato, manca totalmente nella persona di Amon; per questo motivo risulta essere il personaggio migliore del film, più dello stesso Schindler direi ed è un peccato che abbia uno spazio limitato, complice anche la notevole prova recitativa del'attore.

            Le notevoli doti tecniche e registiche del film non si discutono, così come l'intensa composizione fatta di archi e violini di John WIlliams e alcune riuscite intuizioni di sceneggiatura, in tutto questo ci sono dei però anche grandi che avevo lasciato in sospeso ad inizio recensione; Spielberg è finalmente un autore maturo? E Schindler's List è un film definitivo?
            Nelle parti puramente "documentaristiche" o anche citazioniste in modo macabro, come gli ebrei ad Auschwitz che vanno silenti giù per le scale in fila indiana e poi la macchina da presa alza lo sguardo inquadrando l'inquietante fumo nero che esce dalla ciminiera ricordando il sacrificio dei prigionieri al Moloch di Cabiria di Giovanni Pastrone (1914) o quello degli operai di Metropolis di Fritz Lang (1927), l'impatto visivo e delle immagini verso lo spettatore risulta molto forte, eppure nonostante Spielberg abbia descritto la lavorazione del film come matura, complessa e difficile a livello emotivo, non si possono non notare delle stonature barocche che fanno troppo Hollywood, se l'intuizione di colorare la fiamma della candela è felice, lo è molto meno quello del cappottino rosso della bambina poichè si traduce in un momento ricattatorio che danneggia in parte l'immersione dello spettatore dal film e individualizza troppo l'Olocausto in un unico soggetto, quando in realtà tutti i morti dovrebbero essere uguali.
            Concordo con Michael Haneke nel ritenere stupida e generare una suspance ambigua nella sequenza delle docce ad Auschwitz, dove al posto del temuto gas c'è acqua fonte di vita, è un elemento spettacolare che gioca sullo consocenza dello spettatore sulla soluzione finale ed il timore dei personaggi, che fa a cazzotti con gli intenti del film che giunge poi ad un pre-finale strappalacrime oggetto delle maggiori critiche rivolte al film, capisco come il regista sentisse il bisogno di rimarcare che questa di Schinder fosse solo una misera vittoria nella tragedia di milioni di persone che non ce l'hanno fatta, però era necessario scadere nella retorica spettacolare? Sono queste parti romanzate all'eccesso che fanno emergere le dannosità del cinema Spielberghiano.
            Ultima modifica di Sensei; 28 gennaio 20, 22:48.

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            • Parte 2....

              "L'Olocausto ha riguardato sei milioni di persone uccise. Schindler's List è sulle seicento che non sono state uccise" (Stanley Kubrick)

              La frase sopra frutto di un colloquio del regista con lo sceneggiatore-giornalista Federich Raphael in merito al film, sicuramente la pellicola di Spielberg è la piccola storia della vittoria del bene contro il male, un insegnamento sul fatto che anche il peggiore di noi, come un tedescro nemico, innanzi a delle atrocità può maturare un sentito percorso di cambiamento, quindi una pellicola non moralista, ma morale che è ben diverso e anche oggi necessaria, poichè sia gli stessi ebrei un termpo sterminati oggi ammazzano senza pietà i palestinesi; sia perchè oggi a livello politico in molti stati si è sostituito la figura dell'ebreo con quella del migrante percepito come nuova piaga del XXI dal sentire comune, poichè è colui che ruba il lavoro, delinque, costa allo stato e sopratutto porta problemi, quindi film così si dimostrano come assolutamente necessari anche con i loro difetti perchè intrigri sempre nel loro nucleo.
              Per Kubrick comunque, basterebbe la stessa visione del film in sequenze cardini come quando il protagonista all'ultimo momento riesce a salvare Stern dal treno della departazione e la macchina da presa da loro due che stanno andando via, passa con un carrello laterale all'inquadrare le innumerevoli valigie, vestiti, oggetti di valore e denti d'oro estratti (che fine avranno fatto i loro proprietari è facile immaginare...); uno si è salvato per pura fortuna mentre tutti gli altri sono morti, quindi direi che l'obiezione di Kubrick si possa respingere poichè il film mostra chiaramente l'Olocausto e non cito altre sequenze per non essere ridondante, ma vorrei ricordare per gusto cinematografico unito ad una notevole abilità di messa in scena, anche quella del diseppellimento dei cadaveri menzionata sopra.

              Liam Neeson dona sex appeal al suo personaggio inizialmente pienamente narcicista e vanesio, per poi innestare in lui comunque un filo di ambiguità necessaria ad evitare un manicheismo totale (anche se la sequenza in chiesa con Emily era da evitare) trovando il ruolo della sua vita e il film che lo lanciò nella sua carriera cinematografica, nonchè diventando per il sottoscritto fin dall'adolescenza in cui vidi questo film, un saldo baluardo di esempio morale, poichè al di là di ciò che si è al centro di tutto vi è sempre la persona ed un cambiamento è possibile anche da parte di certi nemici, che innanzi ai bivi della storia, scelgono la dignità umana ed il non distogliere lo sguardo, facendo la cosa giusta in un'epoca di morte dando la sopravvivenza ad oltre 1100 ebrei. Ottimo Ben Kingsley sommesso e accorto, ed immenso Ralph Fiennes molto alla Marlon Brando, il quale crea un personaggio di male puro di notevole spessore che avrebbe meritato di vincere l'oscar, purtroppo negatogli forse per via del personaggio sgradevole e controverso in un film che vuole essere memoria vivente sui crimini riguardanti l'Olocausto (ai BAFTA si sono fatti molti meno scrupoli morali e gli hanno dato il premio giustamente).
              Costato ben 22 milioni, la pellicola ne incassò oltre 300 nonostante la limitazione del bianco e nero trovando così un pubblico recettivo e disposto a superare la barriera dell'assenza del colore. Una marea di nomiantion agli oscar e vittoria in molte categoria importanti per miglior film, regia, sceneggiatura non originale, montaggio e fotografia, ampiamente prevista e prevedibile data anche la forte campagna delle "lobby ebraiche" secondo i detrattori (più che detrattori chi ha detto così mi sembra anti-ebrei e pure razzista, ma vabbè...), da ricordare in effetti un annoiato Eastwood che all'atto dell'annuncio del vincitore oscar miglior regia, disse con aria finto annoiata che con grande sorpresa il premio andava a Spielberg; una vittoria all'epoca ritenuta giusta oggi un pò messa in discussione ed in effetti c'era Robert Altman (che neanche si presentò alla cerimonia) che avrebbe meritato l'ambita statuetta per America Oggi, sicuramente a livello registico superiore al pur capolavorico film di Spielberg.
              Ammirazione incondizionata alla sua uscita e le poche voci di dissenso vennero represse, quest'ultime oggi pretendono di dire la loro e stanno trovando in effetti dei consensi maggiori.
              Un capolavoro non deve essere perfetto per essere tale, ed il film non lo è seppur Spielberg la cercasse ad ogni costo ed in fondo è giusto così; un piccolo capolavoro e ad oggi il miglior film di Spielberg mai più eguagliato nei suoi film successivi, anche se nei film a tema Olocausto Shoah di Claude Lanzmann (1985), Il Pianista di Roman Polanski (2003) e Il Figlio di Saul di Laszlo Nemes (2015), gli sono indubbiamente superiori.
              Ultima modifica di Sensei; 28 gennaio 20, 13:32.

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              • Sono commosso anche Sensei ha un cuore.

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                • Eh già , come vedi pure io ho un cuore e delle emozioni, anche se le esterno poco facilmente, men che meno con dei film, ma questa pellicola è speciale quanto significativa a suo modo.

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                  • Il Pianista e Il Figlio di Saul indubbiamente superiori a Schindler’s List non si può leggere, per quanto siano film pazzeschi.

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                    • Un complimento mai vero? Mi piacerebbe sentire il forum in merito comunque prima o poi.

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                      • La condizione umana, di Masaki Kobayashi


                        Sensei David.Bowman Medeis taggo voi in particolare perché so che la cosa vi farà piacere, ma è rivolto a tutti: il blu ray inglese della Arrow Academy è fantastico e vale assolutamente l'acquisto!


                        Straordinario capolavoro di Kobayashi, una trilogia sulla guerra e contro la guerra, lucida critica al Giappone imperialista, violentemente gerarchico e maschilista.

                        L'opera racconta soprattutto la storia di Kaji, dalla sua esperienza come supervisore in una miniera che usa manodopera cinese al suo arruolamento coatto, fino alla sconfitta dei giapponesi e all'esito ineluttabile del suo percorso.

                        Nel primo film, No Greater Love, Kaji accetta di spostarsi con sua moglie Michiko in questa miniera per evitare l'arruolamento. Come supervisore, cercherà non solo di migliorare le condizioni dei giapponesi, ma anche e soprattutto di trattare con umanità i cinesi. È questa la dialettica del primo film, l'umanesimo esistenziale di Kaji e la sua convinzione che l'umanità vada oltre i popoli e le nazioni. Kaji difenderà i cinesi anche quando questi non si fidano di lui, fino al potente finale dove c'è solidarietà reciproca. Per la sua costante messa in discussione della gestione giapponese, Kaji viene punito con l'arruolamento coatto.
                        Così si passa al secondo film, Road to Eternity, che racconta l'addestramento di Kaji e si conclude con una battaglia contro i russi, dove i giapponesi vengono sconfitti. Kobayashi racconta l'addestramento con inusitata crudezza, mostra tutta la violenza e i soprusi della gerarchia e l'assurdo fanatismo dell'imperialismo giapponese. Fanatismo che non impedirà comunque la sconfitta, in una battaglia davvero spettacolare.
                        Nel terzo, A Soldier's Prayer, viene raccontato il post-sconfitta, il peregrinare di Kaji e degli altri superstiti nel tentativo di sopravvivenza e nel desiderio di Kaji di raggiungere l'amata Michiko. Tra una foresta infernale e un piccolo villaggio giapponese, tra donne violentate e rappresaglie cinesi, alla fine Kaji viene comunque catturato dai russi e la sua speranza nel socialismo cade. Riesce ad evadere, ma andrà comunque incontro ad un destino ineluttabile.


                        Mirabile epopea, un capolavoro del cinema giapponese classico, un film che non sfigura al confronto con capolavori occidentali come Orizzonti di gloria. Kobayashi riesce a coniugare esistenzialismo, denuncia socio-politica, pacifismo, romanticismo e spettacolarità in una trilogia che può ricordare il David Lean migliore per il sapore classico e grandioso della messa in scena. Colpisce comunque il coraggio di essere così critico verso la sua madrepatria, considerando che l'opera è del 1959.

                        Ringraziamo ancora gli inglesi per questo blu ray a mio parere imperdibile.

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                        • Sul Giappone maschilista ci son stati sempre tantissimi film ma mai come quelli di Kobayashi. Una leggenda del cinema orientale. Tom, non se l'hai mai visto, ma ti consiglio con tutto il cuore Harakiri. Un capolavoro del cinema.

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                          • sherry Harakiri è il primo film che ho visto del regista, fantastico davvero

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                            • Grande recensione e consiglio Tom, si ne avevo sentito parlare, ma di recensioni poche in giro.
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                              • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                                Eh già , come vedi pure io ho un cuore e delle emozioni, anche se le esterno poco facilmente, men che meno con dei film, ma questa pellicola è speciale quanto significativa a suo modo.
                                Il quotidiano "La Provinvia" ( di Cremona) ha chiesto un intervento , un editoriale, ad un prete per la Giornata della Memoria ( qui un sunto : https://www.diocesidicremona.it/blog...7-01-2020.html), e questi è partito per la tangente con un pippone benaltrista ed in ogni modo antistorico , di quelli polemici a là "...e le Foibe? E Bibbiano? E allora il PD???", in cui la vittima sembra voler essere più lui dei disgraziati in oggetto della memoria. Verrebbe da scrivere che non ci sono parole...Ma piuttosto si dovrebbe dire che ce ne sono fin troppe. Come nel caso della cruenta morte dell'ex notissimo cestista...Che sta scatenando in molti la sindrone del "Grande Comunicatore" , con il povero Bryant "santo subito" che non si sa già più cosa inventarsi per celebrarlo iconicamente a futura memoria. Cioè è scomparso l'altro ieri ma stanno già individuando un "popolino" che ha bisogno di una rinfrescata plateale di "memoria" . Un po' come questo prete mentre ignora (?) che esistono partiti "Della Famiglia" iscritti ad ogni elezione, con modesti riscontri in verità...
                                Modi per notare come il manicheismo si nasconda pure peggio ove invece si ostenta un approccio proteiforme ed anticonformista.


                                Però.


                                Dato che penso che il medium sia il messaggio e lo strumento strumentale non sono tanto persuaso che la morale (come nei film) non sia moralista...Ed inoltre se è pur vero che al fronte non ti puoi portare un'attrezzatura cinematografica da teatro di posa non di meno lo stile, anche documentaristico, non penso possa prescindere da quello "classico" del suo tempo, ovvero : la mdp tutta sballonzolante mi pare una "licenza poetica" posticcia ;-) .
                                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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