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  • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

    a me ha dato la sensazione di una goliardica "presa in giro" nei confronti del genere horror, del pubblico e magari anche di sè stesso. Tutto è molto leggero, didascalico, auto-compiaciuto, un puro divertissement satirico pienamente voluto. Non mi ha convinto troppo, è scarsamente incisivo ma comunque gradevole nella visione. E poi Tilda è sempre Tilda, grande in tutto quello che fa.
    A me era piaciuto, pur trattandosi di un filmetto svagato e minore.
    La tirata sugli zombies consumisti mi è parsa quasi un macguffin (o comunque uno sfogo che nella sua rozzezza "senile" suona anche simpatico), più che altro Jarmush sembra voler dire che siamo ormai tutti assuefatti all'idea dell'apocalisse perchè pensiamo di avere già letto la sceneggiatura della vita, e che dunque non ci sia più modo di cambiare le cose - come suol dirsi. L'aliena T.Swinton, che ovviamente non era affatto "prevista dalla sceneggiatura", scende sulla terra per sondare la razza umana, e se ne va con un ghigno rassegnato e divertito.

    Un bel personaggio, e un film leggero, quasi parodico, ma in fondo molto pessimista e amaro nel suo sfanculare tutto & tutti. Con un'atmosfera che alla lunga, crogiolandosi nel suo minimalismo anti-climatico a drammaturgia azzerata, diventa a suo modo piuttosto opprimente.
    Ultima modifica di papermoon; 09 febbraio 20, 15:49.

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    • Le donne e il desiderio

      Terzo film del giovane (e, a quanto pare, gnocco, per chi interessano queste cose) polacco Tomasz Wasilewski e il primo suo che vedo.

      Ambientato nella Polonia incerta dell'immediato post-crollo del muro del 1990, avvicenda le storie di quattro donne che vivono nello stesso condominio e sono in un modo o nell'altro vittime di desideri amorosi corrosivi e impossibili.

      Lo stile è asciutto, alternato tra riprese fisse non distanti dal tipico approccio composto e distante di tanto cinema est-europeo contemporaneo e una camera a mano che tallona le protagoniste; la fotografia esangue che mette in risalto solo i colori dei beni superflui e di consumo e appiattisce i corpi umani (particolare lavoro sulla rappresentazione dei corpi nudi, che siano gradevoli o meno alla vista) sul bianco e nero dei paesaggi e delle costruzioni (il dop è lo stesso di alcuni film di Mungiu e molto attivo nel cinema est-europeo).

      Non si salva nessuno, le donne sono schiave delle proprie passioni fino alla pericolosa irrazionalità, gli uomini sono freddi, o manipolatori o incapaci di comprendere le proprie mogli.
      Le vicende delle protagoniste sono destinate al fallimento fin dal principio, inscritte in un percorso obbligato che, per scelta stilistica, fa sconfinare il tutto nell'ambito del programmatico al punto che se all'inizio sembra di vedere un lavoro realistico, ben presto ci si accorge dei binari comportamentali che imprigionano qualsiasi scelta e reazione dei personaggi, portandoli ciascuno ad un epilogo quasi dimostrativo che non ammette vie d'uscita (e questo potrebbe generare forse un eccessivo distacco rispetto a una visione critica in più di uno spettatore).

      Le ambientazioni e il framing costringenti non fanno che rafforzare questo aspetto e quando ci si sposta in esterni, tutto quello che si vede sono desolate distese di antoniana memoria in cui lo sguardo si perde in orizzonti sfumati o viene ostruito da schiere di palazzine fatiscienti.

      Nonostante a tratti abbia avvertito il limite di una visione "maschile" e della mano inesorabile dell'autore demiurgo, c'è talento da vendere.

      -
      Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 09 febbraio 20, 10:03.
      Luminous beings are we, not this crude matter.

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      • Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio
        E poi una domanda: quale sarebbe questo bisogno di "prendere in giro" l'horror? D'accordo su Tilda, è una fuoriclasse indiscutibile.
        beh, ammesso che la mia chiave di lettura sia quella giusta, questo lo dovresti chiedere al buon Jarmusch

        se poi dovessi risponderti io ti potrei dire che una gran parte del genere horror (contemporaneo ma non solo) potrebbe "meritare" di essere preso un po' in giro per il suo essere terribilmente derivativo, ripetitivo, monotono, banale, senza idee o slanci, a volte anche serioso in maniera agghiacciante

        ovviamente, prima che qualcuno magari si offenda, questo è solo il mio punto di vista
        Ultima modifica di David.Bowman; 09 febbraio 20, 17:40.
        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


        Votazione Registi: link

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        • Qualsiasi cosa merita di essere presa almeno un po' in giro.
          Luminous beings are we, not this crude matter.

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          • Yi Yi. E uno... e due di Edward Yang (2000).

            Secondo uno dei personaggi del film, il cinema triplica le emozioni rischiando quindi di moltiplicare situazioni come la malinconia e la solitudine, eppure visto da un altro punto di vista, ci permette probabilmente di vivere più intensamente per il poco tempo che ci rimane.
            Edward Yang al suo settimo e purtroppo ultimo film, gira la summa di tutta la sua poetica con Yi Yi. E uno... e due (2000), in cui narra vita e morte nell'arco di quasi tre ore passando tra due estremi; un matrimonio ad inizio film e un funerale che chiude il tutto.
            Se in Taipei Story (1985) il regista indagava su una società sospesa tra la Cina comunista, il Giappone ex-potenza coloniale e gli USA nuovi sfruttatori e in A Brighter Summer Day (1991) focalizzava sull'origine dei problemi odierni in una chiave storica, mettendo in scena una generazione adulta con il pensiero rivolto all'amata Cina da cui sono stati cacciati sperando un giorno di potervi fare ritorno e una prima generazione puramente "Taiwanese", che nell'aggregazione tra gang cercava di stabilire da sè delle nuove coordinate; nel suo ultimo film Edward Yang mette in correlazione le vite di una famiglia della classe media di Taipei, con la società liquida che tutto omologa causando con questo un'estrema massificazione sociale e conseguente alienazione.
            I personaggi di Yi Yi non cercano più delle coordinate spaziali per trovare una ragione giustificante della loro presenza nel mondo, oramai sono cose passate, la Cina, Il Giappone e gli Stati Uniti non sono mai stati così a portata di mano, eppure questo scarto che il regista sentiva pressante nei suoi precedenti lavori, nel suo ultimo film non viene minimamente tratteggiato, poichè nel giorno più fortunato della propria vita, il matrimonio di A-Di, il fratello di Min Min, la madre di quest'ultima cade preda di un ictus rimanendo priva di sensi ed immobilizzata in uno stato di coma a letto, che lascia ben poche speranze sul decorso della malattia.
            Partendo da questo mcguffin Yang indaga il male di vivere che attanaglia i componenti di tale famiglia, cominciando dal marito della donna, NJ, il quale gestisce una società informatica che attraversa un momento difficile la cui risoluzione potrebbe essere una fusione con un'azienda rivale, mentre i figli della coppia, l'adolescente Ting Ting protagonista di un triangolo amoroso e il piccolo Yang Yang di appena 8 anni, un indagatore attento della realtà con spiccati pensieri filosofici nella sua ingenuità infantile, sono lasciati in balia di sè stessi.

            Per aiutare a guarire la nonna può essere d'aiuto la stimolazione dei sensi, che può derivare da sedute di dialogo unidirezionale accanto al suo letto, il problema è che una cosa così semplice all'apparenza poterà a galla tutto il malessere a lungo covato dai vari componenti della famiglia.
            Da questo strambo confessionale emerge un ritratto di una società Taiwanese anaffettiva ed uguale a sè stessa nella su meschinità; A-Di neanche in questa situazione estrema riesce ad aprirsi alla verità continuando a mentire sostenendo che tutto và bene, NJ ammette candidamente che ogni giorno non riesce a capire neanche lui cosa lo porti a svegliarsi per affrontare sempre le solite insicurezze ed infine Min Min è l'essere al tempo stesso più inumano ma anche più sincero, in un attimo di acuta depressione in cui si sfoga con suo marito, ammette di non aver niente da dire a su madre e questo è angosciante, poichè le sbatte in faccia brutalmente di quanto sia vuota e squallida la sua vita. Gli adulti dei film di Yang non vivono ma sopravvivono, pensando di risolvere le cause del malessere in un altrove, su cui riversano ingenuamente le loro illusioni di riscatto che alla fine finiscono di essere tali per l'appunto.
            Min Min spera di guarire affidandosi ad un santone durante una settimana in un ritiro spirituale in montagna, mentre NJ ritrovando casualmente Sherry, una sua vecchia fiamma, durante un viaggio d'affari in Giappone crede di poter dare una svolta alla sua vita cercando di cogliere una seconda occasione che aveva lui stesso mancato la prima volta 30 anni prima.
            Si instaura un parallelismo tra NJ e sua figlia Ting Ting protagonista di una relazione con Fatty, ragazzo della sua migliore amica; pur vivendo tali momenti in due stati differenti e pur divisi da una considerevole differenza d'età, alla fine sono spettatori delle medesime situazioni arrivando infine ad un medesimo quanto squallido risultato.
            Impossibilitati a raggiungere una verità che consentirebbe loro di uscire dallo scacco esistenziale, poichè vedono solo la metà della realtà che risulta visibile ai loro occhi, mentre l'altra risulta inafferrabile e non conoscibile, Yang Yang tramite le sue fotografie delle nuche altrui, può aiutare tali soggetti fotografati a raggiungere l'altra metà della realtà che non vedono perchè posta alle loro spalle.

            Coerentemente con quest'ultimo assunto, la regia di Edward Yang sfrutta ampiamente i campi medi e lunghi in modo estensivo, per dare una visione quanto più chirurgica e distaccata dei suoi personaggi, proprio come fosse una videocamera di sorveglianza che mira tutto il tempo a filmare un determinato luogo in cui è posta catturando frammenti delle varie figure che entrano e fuoriescono dalla propria inquadratura, così come le infinite riprese dei personaggi tramite gli specchi o i vetri che riflettono la loro immagine, moltiplicando solo la sensazione di solitudine accentuata che li attanaglia, visto che il loro malessere individuale non trova valvola di sfogo alcuna rimbalzando su tali superfici riflettenti e ritornando al mittente. Tutti sono malati, ma la cura consistente nell'instaurare un sincero legame con l'altro nessuno riesce a metterla in pratica; la condanna dell'essere umano del nuovo millennio quindi è soffrire in totale solitudine senza che vi sia nessuno che possa far proprio il loro dolore per quanto meno lenirlo; ci sono influenze chiare dal cinema di Antonioni, la narrazione corale di stampo Altmaniano, i geometrismi e le citazioni divistiche al cinema americano tipiche dei film di Ozu (negli scorsi film era Marylin Monroe, adesso Cary Grant e Audrey Hepburn, che vediamo di sfuggita in due fotografie appese nella scena onirica nelle battute finali) e un uso marcato dei longtake e profondità di campo di stampo Mizoguchiano.
            Il ritmo è blando e sostenuto, ma il ritratto familiare che emerge è poetico quanto profondo nel suo cinismo di fondo; gli adulti probabilmente sono oramai irrecuperabili e vittime della loro incapacità di affrontare il presente, gli unici che forse il regista salva sono proprio Yang Yang, che viene costantemente escluso dagli altri quanto incompreso dal suo burbero insegnante e Ting Ting, che essendo l'unica che si apre sinceramente nel suo monologo confessionale con la nonna assumendosi la colpa di tutto quello che le è successo, è protagonista della sequenza più toccante del film in cui troverà un sincero perdono interiore scaturito da un percorso di crescita e lenta maturazione nella redenzione che si lega con il simbolismo della pianta che cura e non sboccia nei germogli per via della troppa cura, sintomo nel voler velocemente cercare un perdono che può scaturire solo da una sincera apertura al prossimo, cosa lenta nello svilupparsi.
            Vita, morte, colpa, redenzione, alienazione, paura, speranze e sconfitte sono solo poche delle molteplici sensazioni che Yi Yi di Edward Yang è in grado di donare allo spettatore pronto ad approcciarsi al suo cinema con sentito trasporto, altrimenti è facile essere come l'ottuso maestro che bolla le fotografie (ed il film di conseguenza) come cazzata avanguardistica. Non è una pellicola facile per la durata e i numerosi personaggi che s'intrecciano in questo affresco ad incastro, ma la sfida è molto più fattibile rispetto all'ancora più mastodontico ed ostico A Brighter Summer Day (1991). Premio per la miglior regia a Cannes e terzo capolavoro assoluto del regista Taiwanese, Yi Yi è il film finale di quello che ad oggi si può considerare un grande maestro del cinema che ci ha lasciato nel 2007 dopo una lunga malattia per via di un cancro. Autore di una filmografia unica al mondo, che nei suoi tasselli ha sempre dato ritratto amaro quanto cinico di una Taiwan priva di coordinate nell'affrontare il mondo, ma in quest'ultima pellicola il regista si apre ad una piccola speranza nella commovente chiusura che risulta molto profonda nella sua innocente ingenuità del piccolo Yang Yang.

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            • Neon Bull

              Visto qualche tempo fa (e mi è rivenuto in mente in questi giorni), secondo film del brasiliano Gabriel Mascaro, è un'opera sommessa, potente sul fronte figurativo che si articola interamente sul tema della compenetrazione e interscambio tra maschile e femminile.

              Più che una narrazione a tutto tondo con sviluppi argomentativi, ha più il respiro di una mostra artistica che guida lo spettatore attraverso una serie di quadri a tema, sino a formare un grande affresco (lo dico in senso positivo ma c'è chi potrebbe non apprezzarlo proprio per via di questa impostazione).

              A partire dall'ambientazione macha del mondo della corrida brasiliana, cito la figura delle donne danzanti alla luce dei neon con la testa di toro e di cavallo, la promoter incinta che vende profumi in mezzo al bestiame, il virile protagonista appassionato di moda femminile che sta cucendo un abito per la sua ragazza usando un manichino abbandonato per le misure e una rivista porno macchiata di sperma per disegnare l'abito, il protagonista che masturba uno stallone, e, ovviamente

              Spoiler! Mostra


              A tratti mi ha dato echi di Refn e Kechiche (non dal punto di vista stilistico) e sicuramente mi ha fatto subito segnare il nome del regista come una personalità da seguire in futuro.

              Luminous beings are we, not this crude matter.

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              • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
                Neon Bull

                Visto qualche tempo fa (e mi è rivenuto in mente in questi giorni), secondo film del brasiliano Gabriel Mascaro, è un'opera sommessa, potente sul fronte figurativo che si articola interamente sul tema della compenetrazione e interscambio tra maschile e femminile.

                Più che una narrazione a tutto tondo con sviluppi argomentativi, ha più il respiro di una mostra artistica che guida lo spettatore attraverso una serie di quadri a tema, sino a formare un grande affresco (lo dico in senso positivo ma c'è chi potrebbe non apprezzarlo proprio per via di questa impostazione).

                A partire dall'ambientazione macha del mondo della corrida brasiliana, cito la figura delle donne danzanti alla luce dei neon con la testa di toro e di cavallo, la promoter incinta che vende profumi in mezzo al bestiame, il virile protagonista appassionato di moda femminile che sta cucendo un abito per la sua ragazza usando un manichino abbandonato per le misure e una rivista porno macchiata di sperma per disegnare l'abito, il protagonista che masturba uno stallone, e, ovviamente

                Spoiler! Mostra


                A tratti mi ha dato echi di Refn e Kechiche (non dal punto di vista stilistico) e sicuramente mi ha fatto subito segnare il nome del regista come una personalità da seguire in futuro.

                Condivido, regista interessante. Fino a qualche tempo fa si trovava in giro sottotitolato anche l'opera prima Ventos de agosto, niente male davvero

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                • Sì, prima o poi vorrei recuperare anche l'esordio.

                  Ho visto anche che l'anno scorso è uscito il suo nuovo film, Divino Amor, ed è stato accolto anche quello molto bene.
                  Dovrebbe essere una specie di sci-fi e dal trailer mi ha fatto pensare di nuovo un po' a Refn ma anche a Gaspar Noé.
                  Luminous beings are we, not this crude matter.

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                  • Rocketman di Darren Fletcher

                    Molto meglio rispetto a Bohemian Rhapsody (e non ci voleva molto) ma comunque nulla di particolarmente interessante. Alcune scelte visive e di regia sono belle, altre sono brutte, la sceneggiatura non riesce a tratteggiare dei personaggi con una reale profondità ma almeno cerca onestamente di ripercorrere la vita di Elton John attraverso le sue canzoni.

                    The Witcher - serie tv di registi vari

                    Sono abbastanza allergico alle serie tv, ma riguardo questa ero particolarmente curioso. Le aspettative erano basse. Ho apprezzato molto il videogame, ma non conoscevo i romanzi da cui è stato tratto. Bene, devo dire che la serie si è rivelata sorprendentemente buona. Funziona tutto, dagli attori alla regia. Per chi ama il fantasy di stampo medioevale è un appuntamento da non perdere. Ad Henry Cavill non davo due lire ed invece ha fatto un buon lavoro. Anya Chalotra è molto brava, un nome da tenere d'occhio.
                    https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                    • Vox Lux

                      Brady Corbet conferma il suo notevole talento e le sue sfrontate ambizioni con un'opera affascinante anche nella sua imperfezione.

                      Seguendo anche qua una struttura demarcata da atti, il giovane autore realizza un affresco antinaturalistico e smaccatamente metaforico, quasi una fiaba oscura sulla perdita dell'innocenza di una ragazzina al decadente e (s)folgorante mondo del pop contemporaneo in parallelo a una serie di eventi tragici che hanno segnato la storia violenta degli USA contemporeani e non solo.

                      L'apparenza è quella di una storia che urla i propri contenuti, volutamente, quasi ad imitare la materia che critica, la superficialità che contrasta e l'impoverimento dell'arte che denuncia.
                      E sebbene il film sia anche questo è chiaro che l'intento non sia assolutamente delineare una semplice correlazione diretta tra atti di terrore e influenza della cultura pop (la genesi della carriera della protagonista apparentemente legata all'assimilazione mediatica di una tragedia che poi si rispecchia 20 anni dopo nell'atto di giovani terroristi che sembrano mascherarsi come personaggi di un videoclip della protagonista), quanto mostrare un mondo in cui le persone vengono possedute dal bisogno di lasciare un'impronta forte, d'incidere sulle masse a ogni costo, di lanciare un punto di vista, superficiale o meno che sia, che si tratti di una sparatoria o di un mega-concerto pop.

                      Corbet prende la rischiosa strada dell'immergersi nella forma del bersaglio a cui mira, come anche di trovare una posizione di equilibrio critico in un contesto che di contro è fatto di eccessi, barocchismi, intepretazioni sopra le righe (istronica come non mai la Portman).
                      Se da una parte la parole della ragazzina che vuole fare musica pop per far smettere di pensare la gente, far dimenticare i problemi e farli solo divertire, suonano innocentemente sincere e inquietanti allo stesso tempo, dall'altra momenti come il "plot twist" di un elemento seminato nel prologo:

                      Spoiler! Mostra


                      sono così volutamente esagerati nel loro effetto tragico e teatraleggiante da ribaltare la critica (o, meglio, ampliarla) a tutto quel sistema mediatico che ingigantisce e crea narrazioni a posteriori, correlazioni causa/effetto arbitrarie o allarmistiche quando non apocalittiche su certi fenomeni.

                      E' un percorso funanbolico di un'opera che cerca di disinnescarsi da sola ricercando piuttosto l'implosione, che critica ma mostra anche affetto e fascinazione per la materia; una prova da cui Corbet non esce completamente vincitore, non sempre a fuoco nel cercare di restituire uno spettro così ampio, complesso e contraddittorio attraverso una narrazione tutto sommato così semplice e lineare, ma ci mette una passione e un'ambizione così sfrenati (supportati da un talento registico non comune) che mi risulta difficile non rimanerne catturato.
                      (A questo proposito leggo ora che se non fosse stato per e limiti di budget, Corbet avrebbe voluto fare un film più grosso, di due ore e mezza, per ampliare ulteriormente il discorso e dargli un respirto ancora più imponente).

                      La forma si adegua a sistema di contrasti della narrazione, mescolando pellicola e digitale, canzoni pop (scritte appositamente da Sia) a una potente, tanto centrata quanto parsimoniosa, colonna sonora del compianto Scott Walker, tutto unito da una regia immersiva, creativa e visionaria che riesce puntualmente a trascendere la realtà che mostra, a stare quasi sempre quel consapevole passo avanti rispetto al resto.

                      Anche stavolta, poi, il regista usa il cast in maniera particolare, assegnando all'attrice protagonista bambina il ruolo di figlia della protagonista adulta, creando quel cortocircuito di storia che si ripete ciclicamente e generazioni che si proiettano su quelle successive (il sogno del tunnel con i cloni morti lungo la strada); inoltre restano praticamente uguali a se stessi, nonostante il time-skip di quasi 20 anni, sia il manager (che, anzi, sembra ringiovanito) che la sorella della protagonista, in netta contrapposizione al cambiamento totale (anche caratteriale) della protagonista corrotta da un ventennio di abusi dello showbiz. E' quasi come se più che i personaggi reali vedessimo delle proiezioni che cercano di preservare l'aspetto del momento subito prima della perdita dell'innocenza, ma è un effetto che si limita alle apparenze e che viene smantellato dalla scrittura che ne ne rivela il crollo interiore e nei rapporti con la protagonista (soprattutto la sorella maggiore).


                      Per quanto ancora in fase di definizione, Corbet mi dà l'idea di uno che se e quando la imbroccherà davvero bene, potrà tirare fuori dei film grandi davvero, ma come inizio non c'è proprio male.


                      Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 13 febbraio 20, 09:37.
                      Luminous beings are we, not this crude matter.

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                      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                        Rocketman di Darren Fletcher

                        Molto meglio rispetto a Bohemian Rhapsody (e non ci voleva molto) ma comunque nulla di particolarmente interessante. Alcune scelte visive e di regia sono belle, altre sono brutte, la sceneggiatura non riesce a tratteggiare dei personaggi con una reale profondità ma almeno cerca onestamente di ripercorrere la vita di Elton John attraverso le sue canzoni.
                        concordo totalmente, a me Rocketman non è affatto dispiaciuto, ha i suoi difetti ma anche tanti pregi. A cominciare dall'approccio sincero e visionario, fino al alcune sequenze veramente notevoli. Manco a dirlo questo film non se l'è filato nessuno ed è passato in sordina, invece quella mezza boiata di Bohemian Rhapsody ha sbancato il botteghino e ricevuto consensi unanimi.
                        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                        Votazione Registi: link

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                        • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                          concordo totalmente, a me Rocketman non è affatto dispiaciuto, ha i suoi difetti ma anche tanti pregi. A cominciare dall'approccio sincero e visionario, fino al alcune sequenze veramente notevoli. Manco a dirlo questo film non se l'è filato nessuno ed è passato in sordina, invece quella mezza boiata di Bohemian Rhapsody ha sbancato il botteghino e ricevuto consensi unanimi.
                          Senza contare che Taron è stato di gran lunga più bravo di Remi.
                          "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire"

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                          • Ieri visto che dopo cena si era già fatta mezzanotte mi sono recuperato Marcia Nuziale di Ferreri. Film di 80 minuti a episodi tra il surreale e il grottesco come sempre, ma niente che non avesse già detto nelle opere precedenti. Per me i capolavori del Maestro sono ben altri.

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                            • La La Land di Damien Chazelle

                              Chazelle prosegue la carriera con un film ambizioso che punta a diventare un classico moderno.
                              La storia segue due aspiranti artisti (lui pianista lei attrice) che cercano di sfondare a Los Angeles. Il film ha una confezione (apparentemente) molto classica e favolistica (colori sgargianti, bei costumi, splendore che si spande). Una Los Angeles sì da favola ma che frustra le aspirazioni, e che quando concede il successo ai nostri protagonisti esige la loro abnegazione all'arte, al costo di sacrificare tutto il resto (una tematica moderna, ed in continuità col precedente Whiplash).
                              Il film ha un comparto tecnico eccellente ed è scritto molto bene (i dialoghi in particolare hanno un certo ritmo e musicalità incalzante). Quello che lo frena dal diventare un classico sono i numeri musicali. Le canzoni (esclusa City of Stars) me le sono scordate subito. Inoltre, premettendo che sui musical sono ignorante, anche le coreografie mi son sembrate modeste, nonstante la mdp sia molto mobile per vivacizzare, quasi a voler compensare.
                              Spoiler! Mostra

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                              • Amen di Costa Gavras
                                bel film ottimamente diretto e recitato, con molti degli attori de Le vite degli altri, solo il finale l'ho trovato un po' frettoloso
                                In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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