annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
    Quanto dura questo documentario? Sembra interessante.
    Quasi due ore, ma se l'argomento interessa non pesano.
    L'aspetto magari prevedibile ma affascinante e paradossale del documentario è il mettere in evidenza come oggi come oggi siano gli ex-maoisti a insegnare il capitalismo "selvaggio" agli americani (orari prolungati, salari ridotti, poche ferie, sindacalisti boicottati e licenziati, etc.)

    Commenta


    • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
      Blackhat di Michael Mann

      Un gran film, come al solito.
      Riprende gli elementi tipici della poetica di Mann (l'uomo, l'innamoramento fatto di pochi gesti e sguardi, poche parole, il sentimentalismo estremo) ma fa un lavoro diverso sugli spazi. In questo film il mondo è vasto, globale, si viaggia molto, si parlano più lingue, gli eventi sono molto più grandi dei singoli individui. Ogni ambientazione da un senso di estraneità. E quindi per contrasto diventa ancora più importante la relazione sentimentale fra i due protagonisti, l'unica cosa che conta in un mondo estraneo e caotico.
      Le immagini dei circuiti durante gli hacking sono un po' da B movie senza stile. I personaggi sono un po' sottili, se vogliamo archetipici; è un film che vive tutto sulla regia. Ma sono piccolezze, sempre un gran film rimane. Al solito immagini e musica sono in perfetta sintonia.


      Mann torna fra noi, dacci un altro film
      A me é sembrato una puttanata infinita. E lo dico con tutto il rispetto per te come utente e per i tuoi interventi spesso acuti. Un film brutto, mal fatto e poco intelligente, girato senza interesse. Concordo con l'ultimo periodo del tuo intervento perché come te adoro Mann. Ma se si é rincoglionito pure lui, che vada in pensione.

      Commenta


      • Figurati ci mancherebbe. Anche io ho opinioni forti su certe opere (anche "intoccabili").
        Che ci sia qualche momento di sciatteria non lo nego: il già detto "mostrare i circuiti" che sembra uscire da un Saw qualunque (). Anche la sparatoria tra i container non è il massimo. Ma la resa globale per me rimane molto positiva.

        Per dire, Mann gira le scene di sesso con uno stile molto riconoscibile. Non sono erotiche ma nemmeno "favolisticamente" romantiche; sono sentimentali, e per come la vedo io più verosimili. La relazione sentimentale leggo che è stata massacrata per presunta frettolosità, io invece ci ho visto il classico innamoramento alla Mann, un'attrazione basata su sguardi e gesti, non su discorsi a parole come è invece solito vedere nei film. A costo di sembrare matto dico che qui la relazione sentimentale è la roba migliore del film, funziona e per me il film si regge su questa, e tante cose passano in secondo piano. Sicuramente è molto più indovinata di quella che era alla base di Miami Vice.
        Hemsworth e l'attrice asiatica poi hanno tanta chimica.


        Sarei curioso di sentire le opinioni di altri utenti.
        Ultima modifica di Cooper96; 23 febbraio 20, 23:12.
        Spoiler! Mostra

        Commenta


        • Visto qualche cosa di Jean Renoir .

          La Cagna di Jean Renoir (1931).

          Nè un dramma, nè una commedia perchè non si vuole dimostrare nulla, inoltre mancano del tutto i risvolti morali o un esempio da seguire per perseguire le virtù, come ci dice il burattino all'inizio del film quando ci presenta quella che sarà la storia ed i tre personaggi principali, che vengono presentati tramite sovraimpressioni di montaggio; tre persone come noi, non eroi o chissà cosa, ma "poveri come noi"; in sostanza Renoir sin dal programmatico inizio, mette in sccena la vita così com'è, senza troppe sovra-costruzioni artificiose. Legrand (Michel Simon) è un uomo attempato di 42 anni, un modesto impiegato di alta cultura ma dalla vita mediocre essendo vessato sul lavoro dai colleghi e nel privarto da una moglie dispotica; Lulù (Janie Marese) è una giovane prostituta sempre sincera e per questo mente sempre; Dedè invece è un semplice bellimbusto e basta senza altre qualità se non quella di sfruttare la ragazza per guadagnarci sopra.
          La Cagna (1931) è il secondo film sonoro per Jean Renoir, che trae lo spunto da un lavoro teatrale; il film è un'analisi impietosa della meschinità della piccola-media borghesia incarnata perfettamente dall'insignificante Legrand, un uomo patetico schernito dai colleghi e che conduce una vita privata insoddisfacente per via di un rapporto logoro con la moglie Adelè, la quale rimpiange sempre il primo marito morto in guerra confrontato con la mediocrità di quello attuale. L'unica valvola di scopo per Legrand è la pittura, che gli consente privatamente di poter esprimere qualcosa dalla sua vita insignificante; una svolta sembra poter derivare dall'incontro con Nanà, una giovane prostituta con cui finisce per intrecciare una relazione sentimentale per poi innamorarsene sempre più, arrivando a spendere sempre più soldi per la donna, inconscio inizialmente che lo sta solamente sfruttando e basta, poichè Nanà vorrebbe avere una storia normale con il suo protettore Dedè. Renoir ha un buono sguardo sociale sul mondo e la società in cui viveva, così come un'estrema abilità registica e nella costruzione della messa in scena che fà della Cagna un film ancora oggi un film vedibile per certe soluzioni cinematografiche dirompenti.

          Per smuovere una pellicola che data la sua derivazione teatrale sarebbe risultata troppo statica, il regista smuove la macchina da presa prediligendo punti di vista inediti quanto anomali, a cominciare dall'inizio in cui partendo la montacarichi, Renoir tramite un carrello inquadra i commensali ad una cena di lavoro, accentuando così tramite il dinamismo la solitudine e la pateticità dell'esistenza di Lagrand, scena che si ripete con un carrello laterale quando quest'ultimo entra nell'ufficio lavorativo e in sottofondo si sentono le chiacchiere maligne dei colleghi verso di lui. La condizione di Lagrand è comune anche a quella di altre persone che nell'arte cercano una possibilità di espressione personale, infatti mentre quest'ultimo dipinge, l'inquadrature ci mostra come enlla finestra di fronte all'appartamento dove abita l'uomo, c'è una ragazza che suona il pianoforte.
          Certo, è anche un film abbastanza figlio comunque dei suoi tempi in altre cose e la teatralità si percepisce spesso nell'uso di scene autusufficienti in un unico posto o luogo, che si concludono con una dissolvenza in nero, così come una certa impostazione teatrale nella recitazione dei personaggi come quello interpretato da Janie Marese e nella chiusura delle singole sequenze che fà troppo da "chiudi il sipario".
          Sfugge a tutto questo l'ottimo Michel Simon, abilissimo nella sua recitazione poco appariscente nel tono di voce e dei gesti nel raffigurare pateticamente la psicologia di questo essere meschino che seppur ritrova tramite l'immoralità una parvenza di vita, non può sfuggire alla sua vera natura borghese, il cui quallore viene messo a nudo nel confronto con Lulù; seppur accusato di misogenia il film e la prostituta venga definita cagna dall'uomo ad un certo punto, la condizione di Lagrand è solo e soltanto colpa sua.
          Non c'è quindi alcun moralismo di fondo, la pellicola infatti è un impietoso ritratto di un certo spaccato sociale, ma con venature ironiche che affiorano specialmente nel finale che evita un qualsiasi buoni vs cattivi, lieto fine e sopratutto una legge che porti una vera giustizia che non si avrà mai; in sostanza scordatevi la Hollywood classica con il suo codice Hayes, il realismo poetico di Jean Renoir, non ha pretese moraliste nè di dare una parvenza di giustizia, ma solo di mostrare uno scavo psicologico nei personaggi alle prese con una vita beffarda, ingiusta e che non ripara alcun torto.

          Commenta


          • Toni di Jean Renoir (1934).

            Antenato dei film neorealisti in un certo senso, questo Toni di Jean Renoir (1934), conferma il notevole eclettismo del regista alle prese non solo con vari generi nella sua filmografia, ma anche capace di mutare approccio nella messa in scena con idee originali, mai banali e sopratutto diversificando l'approccio al mezzo in base alla materia da trattare.
            Introdotto da una didascalia iniziale, il breve prologo di una decina di minuti circa poggia in effetti le basi portanti per quello che 10 anni più tardi con Visconti (assistente alla regia di questo film), De Sica e Rossellini diventerà uno degli assi portanti della corrente del cinema detta neorealismo; uso di attori non professionisti, predilizioni per le scenografie naturali a scapito delle ricostruzioni e una marcata attenzione verso gli aspetti sociali. I semi sono stati gettati da Jean Renoir, il quale confeziona un prologo di un'indubbia efficacia immergendo lo spettatore nell'atmosfera del sud della Francia, dove s'incontrano varie culture e nazionalità, creando una sorta di "babele" che in questo luogo però riesce a vivere abbastanza in armonia. La Francia anni 30' è un luogo ambito per gli immigrati sia italiani che spagnoli, i quali cercano di trovare un modo per migliorare la loro condizione sociale, affrontando viaggi sfiancanti in treno e lavori umili quanto massacranti, costretti a subire i pregiudizi altrui e la diffidenza di altri migranti venuti lì in precedenza, i quali temono che i nuovi arrivati gli rubino il lavoro.
            Certo; la Francia anni 30' non è l'Italia del secondo dopoguerra, quindi gli aspetti sociali inizialmente piantati e forieri di potenziali sviluppi interessanti vengono presto accantonati per ritornarvi solo nella bella scena di chiusura circolare, così come i costumi ed il trucco degli attori, se gli uomini hanno un aspetto trasandato e "vissuto" nel modo in cui sono vestiti e nel poco trucco di scena sui loro visi, le due donne invece sono truccate in modo eccessivo (specie nelle zone degli occhi), creando quindi una mancanza di tono nell'immagine. La pellicola sfocia, dopo il prologo e tranne in alcune scene ambientate nella cava, prettamente nell'ambito romanzesco, virando il la narrazione sui lidi di un melodramma, in cui Toni (Charles Blavette) intreccia una relazione sentimentale con la padrona della sua casa Marie (Jenny Helia), finendola poi con sposarla seppur il suo vero amore sia la giovane spagnola Josepha, la quale però viene sposata da Albert, il caposquadra di Toni.

            Gli attori non professionisti scelti per lo più tra gli abitanti del posto, insieme alle scenografie in "loco" e non ricostruite in studio, sono sicuramente la nota più dirompente ed originale della pellicola, alla quale conferiscono un sapore autentico, specie nelle sequenze musicali in cui si lasciano andare a canti tipici della loro tradizione.
            L'impatto neorealista prende sorpavvento nelle sequenze della cava, specie quando salta in aria una parete di essa e l'audio scatta qualche centesimo di secondo dopo l'esplosione poichè il regista registrava il suono contemporaneamente all'immagine, per donare autenticità ad essa. Non mancano notevoli composizioni figurative dal punto di vista della costruzione dell'immagine come il tentato suicidio di Marie nel lago, dove il cielo e l'acqua si perdono nell'orizzonte sino ad annullarsi l'uno nell'altro e creare una sfumatura di grigio che elimina le differenze a favore della fusione tra due elementi così diversi nella composizione e che il colore non avrebbe saputo di certo restituire. Il film incespica nel lato puramente romanzesco, con un melodramma che fatica a carburare anche per delle perfomance attoriali nei ruoli principali non sempre all'altezza della modernità della regia di Renoir, che fà uso di un montaggio e di uno stile di regia con scelte dinamiche come l'uso marcato dei carrelli, avanti per i tempi in cui venne girato.
            Alla sua uscita fu un flop sia di critica che di pubblico, costrigendo il regista ad effettuare dei tagli al film, i quali purtroppo sono ben visibili in alcuni punti per degli stacchi abbastanza netti e nel finale finiscono con l'accellerare troppo le dinamiche della narrazione, con il risultato che i destini di Josepha e Toni, sono gestiti in modo eccessivamente frettoloso e poco chiaro nelle motivazioni del loro agire. Tra i primi esempi di cinema realista, forse il primo in assoluto in ambito filmico di finzione (non un documentario ecco), anche se in alcuni punti smarrisce la strada, comunque s'è guadagnato il suo posto nella storia del cinema, risultando quindi un ottimo film nel complesso riuscito, seppur accostabile più come precursore del neorealismo puro e crudo, come anticipatore della contaminazione del cinema d'impianto narrativo-romanzesco con inserti realisti, più avvicinabile quindi ad un Riso Amaro di Giuseppe De Santis (1949).

            Commenta


            • Il Delitto del Signor Lange di Jean Renoir (1936).

              Stranamente i grandi registi si collocano sempre nel lato progressista-sinistra, mentre a destra si contano sulle dita di una mano i cineasti che sostengono tale ideologia, di fede anarchica ne conosco pochissimi e post-ideologico nessuno vuol dichiararsi. Jean Renoir non fa eccezione a tale assunto, tanto che nella sua filmografia si scorge un'analisi severa della classe borghese del proprio tempo e questo Delitto del Signor Lange (1935), risulta essere tra le pellicole più politiche ed esplicite del regista francese verso posizioni di sinistra, d'altronde il film si colloca nel pieno della stagione del Fronte popolare, con cui la Francia sarà insieme ai paesi scandinavi, un paese all'avanguardia nel mondo nel campo dei diritti sociali, giungendo addirittura alla fine degli anni 30' ad essere il primo stato al mondo ad imporre per legge le ferie retribuite ai lavoratori, peccato che con lo scoppio della seconda guerra mondiale, tale legge non conoscerà applicazione concreta estensiva fino al dopoguerra.

              Costruito tramite un lungo racconto flashback da parte di Valentine Cardes (Florelle), la quale fermatasi in una locanda con l'intenzione di pernottare, narra la storia del suo compagno di viaggio Lange, accusato di omicidio per spiegare i reali motivi. L'incipit narrativo risulta essere originale per l'epoca, così come lo sviluppo narrativo è corale, anche se a differenza della Regola del Gioco (1939), i personaggi secondari ed alcuni primari non sono così interessanti da giustificare tale tipo di narrazione che il regista vorrebbe asservire alle sue idee riguardanti l'uso della cooperativa come modello aziendale che pone al centro il benessere dei soci (che coincidono con i dipendenti qui) e non il mero scopo di lucro perseguito in precedenza dal precedente proprietario Batala (Jules Berry), il quale per sfuggire ai debiti, scappa via lasciabdo la casa editrice in balia di sé stessa.
              All'epoca la cooperativa era visto come un'organizzazione aziendale di "sinistra", mentre oggi è accettata e regolata anche nell'odierna società capitalista.

              Il film di chiara matrice teatrale, paga pegno dell'unica location adoperata per quasi tutta la narrazione che si svolge nell'edificio della casa editrice, accentuando troppo la teatralità dell'opera, da cui Renoir tenta di smarcarsi dando più dinamismo con i movimenti di macchina, aggirandosi in orizzontale ed in verticale per le stanze della casa editrice, così come qua e là affiora sporadicamente la profondità di campo, ma sono vezzi stilistici molto rudimentali che saranno sfruttati al meglio dal regista nella Regola del Gioco, di cui questo film sembra essere da un certo punto di vista la prova generale più marcata. Anche alcuni movimenti di macchina come questo a 360° nelle battute finali fuori l'edificio della casa editrice, molto lodati all'epoca, visti oggi sono eccessivamente rudimentali nell'esecuzione e troppo visibili nel mostrare il virtuosismo a scapito della situazione narrata, poiché la vera regia deve essere "invisibile" nel suo dispiegarsi e non palesarsi con movimenti di macchina che fanno sbalzare lo spettatore al di fuori della narrazione.
              Una pellicola progressista e molto diretta sul rapporto dipendenti-padroni, schematica certo, Batala d'altronde è ritratto come una patetica caricatura del padrone, ma le esigenze politiche hanno preso il sopravvento, quindi prendere o lasciare e visto comunque l'assenza di una riprovazione morale da parte del regista verso il signor Lange, a differenza dei coevi film americani verso la figura dell'assassino, questo buon film si può alla fine prendere e vedere.

              Commenta


              • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                Il Delitto del Signor Lange di Jean Renoir (1936).

                Stranamente i grandi registi si collocano sempre nel lato progressista-sinistra, mentre a destra si contano sulle dita di una mano.
                Chissà perché

                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                Commenta


                • La Grande Illusione di Jean Renoir (1937).

                  Una pellicola classica nello stile registico e sicuramente meno avanguardista e sperimentatrice rispetto al successivo La Regola del Gioco (1939), ma rispetto alle precedenti opere di Jean Renoir, La Grande Illusione (1937), abbandona finalmente l'impianto teatrale che aveva un pò limitato il talento del regista, per abbracciare una dimensione più ampia nelle location e sopratutto nei personaggi, mai così profondi e umani prima d'ora negli altri film del regista.
                  Renoir si prende i suoi tempi nel descrivere i personaggi e senza avere fretta nell'arrivare subito a conclusione, tanto che alla fine ciò che diranno il tenente Marechal (Jean Gabin) e il tenente Rosenthal (Marcel Dalio) alla visione della frontiera Svizzera, risulterà abbastanza superfluo per lo spettatore che nell'arco della durata del film, ha intrapreso anch'egli un percorso di maturazione come i protagonisti del film. Partendo da un prison-movie, essendo ambientato in un campo di prigionia, Renoir pur soffermandosi sulle figure dei tenenti Marechal e Rosenthal, nonchè del capitano De Boldieu (Pierre Fresnay), dà un ritratto abbastanza ampio e variegato della vita dei prigionieri francesi internati nei campi tedeschi durante la prima guerra mondiale; tra tentativi di scavare un tunnel per fuggire andati a vuoto, spettacoli teatrali e confuse notizie dal fronte tramite giornali di propaganda che da una parte e dall'altra sparano solo notizie altisonanti poichè soggetti a censura, ci si arrangia come può. La guerra è un momento di crisi, che in quanto tale dovrebbe appianare tutte le differenze sociali e di classe, per il cui superamento il regista si schiera apertamente a favore di una ritrovata solidarietà nazionale, non a caso Marechal ha origini umili, mentre Rosenthal è ebreo e figlio di una ricca famiglia di bachieri (quindi di origini borghesi) ed infine De Boldieu ha lontane ascendenze aristocratiche.
                  I tre nell'infausta situazione in cui si ritrovano, hanno modo di cementare il loro legame d'amicizia e siccome trovano che la prigione sia stretta per loro, tentano in tutti i modi di evadere e per questo tutti e tre verranno trasferiti nella fortezza di Wintersborn, luogo altamente sorvegliato e con mura alte ben 36 metri, insomma un posto dove la fuga è impossibile.

                  La fortezza è un luogo ricco di storia come sottolinea un divertito Rosenthal, ma anche un luogo in cui rinchiudere tutti i francesi che hanno tentato più volte di evadere; da contraltare all'asperità del luogo c'è la figura positiva del capitano Von Rauffenstein (Erich Von Streoheim), a dispetto delle sue nobili origini e dell'educazione prussiana rigida, è un uomo di grande sensibilità e rispettoso verso il nemico francese, nonostante per colpa della guerra abbia subito lesioni permanenti che hanno pregiudicato il suo servizio attivo nell'esercito e per questo si ritrova nell'ingrato compito di capo del castello.
                  Von Rauffenstein è divertito dagli strambi tentativi di fuga praticati da Marechal e Rosenthal, ma il legame più profondo lo stringe con De Boldieu, essendo quest'ultimo di origini aristocratiche tanto quanto lui e per questo un uomo degno con cui poter conversare a differenza degli altri due figli di una Francia "rivoluzionaria", che il capitano tedescoin virtù della sua formazione militarista tipica della nobiltà prussiana (la Germania all'epoca era una monarchia, quindi i titoli nobiliari avevano un valore) non comprende e guarda con sospetto, poichè ha amaramente compreso che dopo la guerra a prescindere da come essa finirà, l'aristocrazia sarà consegnata ai libri di storia e si avrà la definitiva ascesa della borghesia e del proletariato, autori di altri conflitti in futuro da cui loro saranno esclusi poichè sono figure superate dal tempo. E' un Renoir che scava a fondo nei personaggi per tirare fuori da ognuno di loro un barlume di sincera umanità, per questo magari può ricevere oggi accuse di dare un ritratto eccessivamente "cavalleresco" della prima guerra mondiale; però è anche vero che uno studio approfondito su tale conflitto ci sarà solo anni dopo, specie quando verrà messo in relazione con la più devastante seconda guerra mondiale combattuta si in scala industriale, ma con armi ben più micidiali e catastrofiche.

                  Le frontiere sono un qualcosa creato dall'uomo di cui la natura se ne frega, così come il sentimento di umanità appartiene a tutti anche a coloro che si considera come il peggior nemico da abbattere a tutti i costi; ne darà prova Von Rauffenstein raccogliendo l'unico fiore del castello per commemorare un uomo che ha rispettato profondamente; così come Marechal e Rosenthal dovranno fare conoscenza con una civile tedesca di nome Elsa (Dita Parlo) prima di comprendere a fondo la necessità di credere "alla grande illusione" che al termine di tale conflitto non ci saranno più guerre devastanti.
                  Tra Elsa ed i due francesi c'è una differenza linguistica insormontabile, una babele linguistiche d'altronde che è ben marcata sin dall'inizio del film; la donna mostra i ritratti dei suoi due fratelli e del marito morti durante le battaglie di Liegi, Tannenberg e Verdun, affermando con orgoglio misto a tristezza che sono vittorie tedesche (Verdun a me risulta che sia stata un'offensiva respinta, ma forse la propaganda tedesca all'epoca l'aveva dipinta come una vittoria), i due popoli quindi sono accomunati dale medesimo dolore, che può essere superato solo con una solidarietà umana che fà leva su dei valori comuni tra i due popoli come la religione con il tipico presepe natalizio o un gesto semplice come riempire il vuoto di una tavlora oramai diventata troppo grande da quando Elsa è sola con la figlia. La Grande Illusione è un film scevro da retorica e pregno di un pacifismo anti-militarista atto a voler trarre dai due popoli un'umanità ricercata per evitare un nuovo devastante spargimento di sangue (che purtroppo ci sarà dopo neanche due anni), seppur sia un pò contraddittorio, poichè comunque i personaggi non rinunciano al loro amore per la patria, verso la quale si sentono sempre in dovere. Grande successo di pubblico e critica, specie in Francia e in America, venne presentato alla mostra di Venezia non vincendo però il premio per via di una manifestazione sempre più controllata dal regime fascista, che non vide di buon grado un film che andava contro tutto ciò che la dittatura Mussolniana voleva per la grandezza dell'Italia, in altri paesi come la Germania nazista la pellicola venne addirittura proibita per il ritratto pacato e solidale del popolo tedesco dipinto come privo di odio, quindi contro i desideri revanscisti di Hitler e del Reich, non a caso il film venne bandito mano a mano in tutti gli stati occupati dall'esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale e potrà essere visionato in tali paesi solo dpo la fine del secondo conflitto mondiale, quando però l'intento che era alla base del film oramai era stato totalmente spazzato via dalla tragicità della storia.

                  Commenta


                  • La Regola del Gioco di Jean Renoir (1939).


                    Benvenuti signori e signore, alla lettura della recensione di Sensei dedicata a quello che è a tutti gli effetti l'apice della carriera del regista francese, nonché quello che è il secondo capolavoro assoluto di Jean Renoir ed il suo miglior film a tutti gli effetti; non ci sono regole speciali durante la lettura se non una; come dice Jean Renoir in modo ironico nella presentazione del film bisogna rispettare la "regola del gioco", pena essere stritolati dal meccanismo sociale perverso in cui viviamo.
                    La Regola del Gioco (1939) è un film all'opposto rispetto alla Grande Illusione (1937), perchè il regista abbandona qualsiasi speranza e ogni traccia di umanesimo insito nei personaggi che vi era in quest'ultimo film, per mettere in scena una sciarada nella villa di campagna del marchese Robert (Marcel Dalio), il quale organizza una grande festa comprensiva di spettacoli teatrali, banchetti fastosi e battute di caccia, in cui sono invitati tra le più importanti personalità in vista della Francia; aristocratici, generali, borghesia industriale e l'uomo del momento, l'aviatore Andrè Jurieux (Roland Toutain) ed il suo amico Octave (Jean Renoir regista stesso).
                    Al termine della Grande Illusione, i due personaggi sopravvissuti si chiedevano se dopo la "Grande Guerra", finalmente si possa sperare e credere in una illusione di pace e finalmente la fine di ogni conflitto bellico; la risposta di Jean Renoir due anni dopo è assolutamente negativa; non tanto per i venti di guerra oramai ben radicati e pronti a devastare in tutta la virulenza l'Europa di lì a qualche mese, ma per il fatto che la guerra è un qualcosa intrinseco alla società, senza distinzioni di sorta tra ricchi e poveri. La società francese è preda di un bisogno di praticare violenza verso qualcosa o qualcuno, questa loro esigenza psicologica troverà sfogo nella battuta di caccia dove dalle inquadrature inziali sui vari invitati con i loro fucili, si passa dal punto di vista delle vittime che consistono in fagiani e conigli abbattuti in numero sempre più copioso e brutale; una psicosi sociale che riesce a trovare unità solo nel desiderio di distruzione, d'altronde passare dall'animale all'uomo è questione di un attimo, basta vedere i numerosi tentativi di vendetta che Schumacher (pronunciato alla francese e non alla tedesca...), guadacaccia e marito della camiera Lisette (Paulette Dubost) al servizio della signora Christine (Nora Gregor) moglie del marchese Robert, tenta di ottenere a suon di pistolettate nei confronti di Marceau, bracconiere colto sul fatto mentre cattura un coniglio nella proprietà del marchese Robert e quest'ultimo affascinato dalle sue qualità lo assume come domestico nella propria tenuta.

                    Un film corale di stampo altamniano verrebbe da dire e con una mescolanza continua di registri che vanno dalla commedia al melodramma, con cui Jean Renoir ha l'ambizione di dipingere tutta la società dell'epoca e un'intera classe di persone, grazie all'espediente di radunarle tutte quante in un unico luogo. E' un'umanità gretta, arrivista, senza ambizioni particolari o ideali politico-nazionali elevati, ogni gesto da loro compiuto è per un tornaconto squisitamente personale. Renoir non compie distinzioni tra poveri i ricchi, sono entrambi classi soggette alle medesime pulsioni e alla medesima commedia, lo scontro tra Andrè e Robert per Christine, riflette allo stesso tempo quello di Schumacher e Maurice per Lisette; la dimensione teatrale tipica del regista qua acquistisce connotati meta, poichè al ricco spettacolo messo in scena sul palcoscenico, se ne sostituisce uno dove i personaggi stessi diventano a loro volta attori di un copione che funziona secondo le regole del mondo rette dall'ipocrisia e dalla decadenza; ci sono tante commedie in corso quanti sono gli esserei umani presenti nella villa, le quali a loro volta prendono ulteriori biforcazioni e sotto-trame che complicano ancora di più il quadro sino a farlo diventare un'enorme sciarada; infatti Robert a sua volta ha una relazione con Genevievè, donna dell'alta società disincantata.

                    Volendo ridurre il tutto al minimo comun demoninatore, Renoir sostiene che la società nel suo complesso si basa sulla tacita ipocrisia dei suoi componenti, tutti sanno tutto, comprese le immoralità a patto però che non vengano commesse alla luce del sole; dalla servitù agli invitati alla villa di campagna da Robert, ognuno conosceva la storia della relazione tra quest'ultimo e Genevievè e l'unica che era all'oscuro era Christine, la quale una volta scoperta la tresca, decide di perseguire altri suoi personali interessi.

                    Il ritratto seppur unitario nel complesso, nelle individualità dei singoli personaggi mostra un'estrema frammentarietà e un'animo contorto nelle loro psicologie, visto che nessuno di loro sà cosa carca o voglia di preciso, sballottando di qua e di là a seconda dell'umore e delle sensazioni del momento. Questo mondo singolarmente frammentato può essere ritratto solo con uno stile innovativo e senza eguali nella storia del cinema; la narrazioen coem già detto è corale, con ben 8-9 personaggi principali che s'intrecciano nelle loro storie, mentre a livello registico Renoir perfeziona i movimenti di macchina già adoperati in precedenza, per giungere alla creazione di rudimentali longtake se non veri e propri piani sequenza che si aggirano lungo le stanze della villa, ritraendo con fare imparziale situazioni che accadono in contemproanea, grazie anche ad un uso della profondità di campo di stampo Wyleriano, che verrà perfezionato poi da Orson Welles in Quarto Potere (1941) con esiti visivi più barocchi; in tal modo il regista riesce a mettere tutte le situazioni che accadono in un luogo sul medesimo piano, riservando a tutte esse la medesima importanza, l'unico che sfugge a tale tecnica stilistica è il personaggio di Andrè, non perchè sia umanamente migliore rispetto agli altri anzi; ma per il fatto che dall'inizio alla fine del film è l'unica figura coerente con le proprie idee e che sa cosa vuole (l'amore di Christine), quindi è fuori dalla regola del gioco che muove i meccanismi del mondo.

                    Chi si pone al di là delle regole non può durare e alla fine non si può far altro che ritornare allo status quo ante annunciando in modo teatrale di ritornare tutti nella villa perchè lo spettacolo è finito; naturalmente sempre secondo le regole.
                    Alla sua uscita fu un flop sia di critica che di pubblico, di cui riesco a spiegarmi solo parzialmente il perchè; certo la narrazione innovativa (Jean Renoir è anche sceneggiatore) può aver spiazzato molti spettatori e lo stile registico sperimentale non ha aiutato di certo, possono aver giocato a suo sfavore questa volta la necessità di una Francia unita contro un nemico esterno, cosa che il regista aveva mostrato nella Grande Illusione (1937) ed invece rinnegherà fortemente in questo film non salvando nessuna figura e nessun componente a prescindere dalla propria classe, ritraendo una Francia destinata alla decadenza e che la guerra incombente spazzerà via in modo drammatico sui campi di battaglia con l'invasione tedesca, che farà breccia proprio nelle divisioni in seno alla politica e società francese, proprio come Renoir aveva previsto in questo capolavoro asosluto, che verrà rivalutato solo dai critici dei Cahiers e compreso dopo una terza proiezione alla fine degli anni 50' in versione integrale e senza tagli.

                    Commenta


                    • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

                      Chissà perché
                      Altrimenti la critica rossa li massacra, ovvio no .


                      L'Uomo del Sud di Jean Renoir (1945).

                      Raggiunto l'apice della propria carriera con il dittico di capolavori assoluti La Grande Illusione (1937) - La Regola del Gioco (1939), Jean Renoir non aveva rivali ai suoi tempi e l'orizzonte nonostante l'incompresione del suo ultimo film presso pubblico e critica, gli era spianato; purtroppo per lui le contigenze storiche gli furono sfavorevoli per via dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. A seguito dell'invasione tedesca della Francia e dell'entrata in guerra dell'Italia, Renoir non ebbe altra scelta che sloggiare dall'inospitale Europa e tentare di raggiungere gli USA e lavorare ad Hollywood seppur non conoscesse all'epoca neanche una parola d'inglese.
                      La parentesi americana di Jean Renoir è tenuta in poca considerazione da parte della critica, d'altronde passare da un sistema produttivo europeo dove l'impronta dell'autore era molto più marcata anche per i costi più bassi dei film, ad un sistema industriale oramai codificato da decenni dove il pubblico ed il profitto sfrenato erano al primo posto, con produttori che esercitavano un controllo asfissiante sulle pellicole ed il regista era considerato un mero esecutore della volontà degli studios.
                      L'Uomo del Sud (1945) si può ad oggi considerare come sostiene la critica, il miglior film del periodo americano del regista, poichè questa volta oltre all'evidente influsso dei meccanismi del cinema narrartivo americano, come le gag tramite il personaggio della nonna ed un evidente ispirazione da Furore di John Ford (1940), Renoir torna alle atmosfere e ai temi dei suoi lungometraggi americani come i conflitti tra i membri della società e un certo realismo poetico nello stile registico, ripescando alcuni topoi che aveva sfruttato in Toni (1934), per poi abbandonarli nelle pellicole successive, facendo di quest'ultimo film un unicum nella sua filmografia.
                      Con l'uomo del sud, Renoir gira un dramma naturalistico, dove mette a confronto la famiglia Tucker con l'asperità della natura, la fatica ed il duro lavoro, dove non mancano i contrasti con i vicini, i quali contribuiscono a rendere la sfida del protagonista Sam Tucker (Zachary Scott), una lotta titanica nella speranza di poter ottenere un eccellente raccolto di cotone che gli consentirebbe di pagare l'affitto del podere e di divenirne un giorno proprietario costruendo una propria fattoria. Sam è uno scommettitore che mette in bilico il suo avvenire e quello dei propri familiari, facendo affidamento sulle proprie braccia, a scapito del suo alter "ego" Tim, che preferisce lavorare in città con uno stipendio sicuro in una fabbrica.

                      Una parabola del self made man tipica della cinematografia americana, un raccoglitore di cotone che con la sua famiglia, da dipendente tenta una scalata sociale per realizzare il suo sogno di diventare un piccolo proprietario terriero.
                      Il terreno è ottimo potenzialmente, ma incolto da svariati. anni e con una casa abbastanza malandata, c'è da lavorare duramente ma l'unità della famiglia visto l'appoggio incondizionato della moglie Nona Tucker (Betty Field) non manca di certo e anche i figli sopportano gli stenti e i digiuni serali, con la speranza di un ottimo raccolto primaverile che possa ripagarli del duro lavoro e dei loro sforzi, in modo da poter finalmente vivere da sè dignitosamente.
                      Non mancheranno le sventure tipiche dei film del genere; malattie, ristrettezze economiche, avversità della natura e un'ostilità forte da parte dei vicini; in effetti il tratto più Renoiriano e meno americano, è il ritratto gretto e rancoroso della piccola borghesia contadina del sud degli Stati Uniti. Il vicino Denvers, indurito dai molti sacrifici fatti per ottenere la sua misera fattoria, invece di sviluppare dei valori di solidarietà dettati dal suo triste passato, sviluppa un carattere scontroso e invidioso verso coloro che come Sam credono nella scalata sociale, volendo emanciparsi dalla loro condizione di lavoratore dipendente diventando infine proprietario.
                      Invecchiato bene e fruibilissimo anche oggi a distanza di oltre 70 anni, seppur appestato da risoluzioni semplicistiche nel rapporto tra confinanti, una religiosità che è estranea alla cultura laica del cineasta francese e nel finale ci si abbandona ad una certa retorica della speranza, che cozza con ciò che il regista aveva mostrato sino a poco prima, Jean Renoir mette in scena un confronto possente tra la volontà umana e quella della natura, la quale funge da ulteriore ostacolo per l'affermazione dell'uomo, lo stile registico sottolinea le dure prove e le privazioni materiali a cui Sam e famiglia sono soggetti, fino a girare sequenze di difficile realizzazione dal punto di vista della regia e messa in scena, come l'alluvione ed il fiume in piena in cui Sam deve addentrarsi per recuperare la mucca. Contraddittorio rispetto ai film precedenti del regista come Il Delitto del Signor Lange (1935) in cui si scagliava contro la proprietà privata ed i padroni, mostrandosi a favore del sistema della cooperativa, arrivando qui a glorificare Sam che vuole diventare proprietario, ci si trova comunque innanzi ad un ottimo film, di cui si segnala anche la presenza di Robert Aldrich come aiuto regista ed ennesimo cineasta formatasi alla "scuola Renoir" come Visconti prima di lui, un buon successo ai botteghini e presso la critica, prima di ritornare in Francia di lì a qualche anno.

                      Commenta


                      • Un ultimo sforzo, s'intravede la fine.

                        Il Fiume di Jean Renoir (1951).

                        E il fiume che scorre e tutte le cose del mondo...
                        Corre il fiume e ruota il mondo.
                        Albe e tramonti, notti e meriggi,
                        e il sole che arde e il vento, la luna, le stelle...
                        Muore il giorno e la fine ha inizio.» (Poesia scritta da Harriet)

                        Il fiume è eterno scorrere, come una ruota che gira di continuo nel suo moto incessante e simbolo più puro e diretto atto a rappresentare il ciclo infinito della vita e della morte. La vita come la conosciamo non potrebbe esistere senza l'acqua e d'altronde grazie ad essa ha avuto origine; elemento della natura che diamo per scontato eppure preziosissmo "oro blu" nelle sue varie forme in cui si manifesta, come ad esempio quella di un fiume, ha permesso lungo le rive di quest'ultimo di sviluppare la civiltà umana e tutta la cultura che ne deriva, cominciando dagli scambi con le altre comunità sorte intorno ad esso, sfruttarlo come mezzo di trasporto e usarlo come fonte per abbeverarsi e da cui ottenere cibo ed infine tramite la tecnologia usare le sue acque per irrigare i campi.
                        L'acqua custodisce quindi la memoria della civiltà umana, i grandi fiumi del pianeta hanno visto scorrere numerose persone stabilirsi lungo le proprie rive ed il Gange nel subcontinente indiano, è un fiume di oltre 2500 km di lunghezza che ha origine dalle alte vette dell'Himalaya per poi sfociare nelle acque del golfo del Bengala, oltre metà della popolazione dell'India vive nella fertile e prospera pianura del Gange, che per gli Indù ha anche un culto religioso personificato dalla dea Ganga.
                        L'India ed i suoi misteri hanno esercitato un fascino magnetico su generazioni di artisti occidentali, il cinema quindi non poteva non interessarsene, d'altronde sia Pasolini che Rossellini ne furono enormemente attratti, cercando di entrare in sintonia con il paese durante i loro soggiorni; Jean Renoir non poteva quindi sottrarsi e rispetto ai due cineasti prima menzionati seppur tra varie traversie produttive, riesce ad ottenere un piccolo finanziamento per girare Il Fiume (1951), pellicola tratta dal romanzo di Rumer Godden, il regista dovette rinunciare al progetto originario di girarlo con attori famosi poichè ad Hollywood il suo nome era oramai sinonimo di insuccesso ai botteghini e beghe con la produzione per l'integrità artistica delle sue opere.

                        Attori professionisti si mescolano con quelli non professionisti, così come la narrativa si miscela insieme al documentario, ottenendo un film d'impronta marcatamente sperimentale, specie per l'uso studiato e meditato del Technicolor, adoperato per la prima volta da Renoir e segna anche la prima pellicola a colore girata in India. Un intero subcontinente misterioso c'è da scoprire sotto la patina di un triangolo amoroso narrato dalla voce fuori campo di Harriet come fosse un diario postumo, che funge da sostrato superficiale su cui vediamo le prime esperienze adolescenziali vissute da parte di tre giovani ragazze in età tra i 14-15 anni, impersonate da Harriet (Patricia Walters), Valerie (Adrienne Corri) e Melanie (Radha Siri Ram), nei confronti del capitano John, cugino americano di Melanie, che ha perso una gamba durante la seconda guerra mondiale e preda della depressione che lo affligge, spera di ritrovare in questi luoghi una serenità psicologica che gli consenta di capire il proprio posto nel mondo.
                        Le prime cotte e turbamenti adolescenziali, fungono da base per quello che è in tutto e per tutto un film di formazione; Harriet è in pieno sviluppo, il colore della sua veste è l'azzurro, simbolo di purezza virginale, è una ragazza sensibile e con una marcata inclinazione per la scrittura di poesie e favole, figlia di un proprietario di uno Iutificio e ragazza più grande della numerosa prole di questa famiglia benestante inglese propeitaria di uno iutificio; la sua amica Valerie invece è più vicina ad essere una donna che una ragazza, il rosso è il colore della sua veste, simbolo di un'intraprendenza spergiudicata già molto marcata e consapevole della propria sessualità; infine Melanie la vicina di casa, ragazza metà inglese e metà indiana, già matura e saggia per la propria età, poichè alle prese con la decisione difficile a quale delle due identità voglia appartenere.
                        Il racconto di formazione si miscela con il melodramma e con inserti documentaristici evidenti nelle sequenze delle festività indù, e più discreti invece nel descrivere la vita, la morte e gli amori che sorgono lungo le acque del Gange, popolate da una moltitudine di persone di varia estrazione sociale.

                        Chiamarsi Renoir in Francia deve voler dire qualcosa e sicuramente il talento artistico ce lo devi avere nel sangue, d'altrone Pierre Auguste-Renoir fu uno dei maestri dell'impressionismo e uno dei più grandi pittori della settima arte, il figlio Jean Renoir a suo modo è un vero e proprio pittore della settima arte e con Il Fiume, mostra tutto il suo talento estetico nella costruzioni di immagini dai colori carichi di connotazioni simbolico-metaforiche, esaltando nei contorni netti il paesaggio esotico e tropicale Indiano, raggiungendo risultati toccati nella storia del cinema con il technicolor solo da Powel e Pressbruger, dai melodrammi di Douglas Sirk o dai musical di Vincente Minnelli e Stanley Donen.
                        I colori dell'India esplodono in una tavolozza sensoriale che dona gioia visiva agli occhi dello spettatore estasiato, è un film bellissimo da vedere, il quale si crogiola nella saturazione visiva mai di maniera e attentamente calibrata nel suo uso; non si può negare dopo l'ora e quaranta visione la felicità dell'esperienza immersiva in questo luogo così lontano eppure così ricco di tradizioni millenarie di stampo sociale e religioso, un mondo ignoto di cui Renoir ci fà sentire gli odori e le sensazioni che si provano, che siano reali o scaturite da un racconto diegetico come quello di Harriet dedicato alla dea Krishna con tanto di danza girata in modo sperimentale, un racconto che è la storia di tante ragazze indiane che si sposano obietta Valerie, eppure la vita è questa, un ciclo perpetuo senza inizio e senza una conclusione nello scorrere continuo del flusso, il fiume scorre sempre, così come le tre ragazze ed il capitano John sono sempre in costante movimento, figure irrequiete e mai statiche nel loro animo mutevole, sfuggenti come lo è il film e la sua intimità più profonda oltre il significato, questo è un elemento di frustrazione da parte dello spettatore per via di un Renoir che in taluni frangenti gioca troppo alla citazione di "quadri impressionisti" tramite i suoi personaggi, invece di penetrare ancor di più nella profondità misteriosa del subcontinenti indiano con il loro vero sentire e non quello proveniente da un'altra cultura estranea.
                        La metafora filmica comunque risulta chiara : l'esperienza della vita, la ricerca del senso di essa e le sperimentazioni di come l'esistenza ci riservi gioie ma anche accadimenti terribili; immersi in un paesaggio esotico ed inafferrabile nel suo essere misterioso forse l'India di Renoir ragala molto a livello sensorale, ma poco per quanto riguarda lo spaccato socale-colonialista in sè come ha accusato certa critica all'epoca, visto che tale aspetto non è per niente affrontato dal regista e la governante indiana Nan è perfettamente servizievole nei confronti della famiglia bianca coloniale della protagonista Harriet.
                        Un'esperienza metafisica inafferrabile e forse irrisolta, come lo è la vita e che spiazzò gran parte della critica dell'epoca e venne recepito dagli americani come una stravaganza esotica, tranne dai Cahier du cinemà, che lo giudicarono un capolavoro con l'analisi di Andrè Bazin. Uno dei film preferiti di Scorsese in assoluto, banco di prova come assistente alla regia per il futuro cineasta Satyajit Ray, altro nome formatasi alla "scuola Renoir", ad oggi sicuramente il Fiume lo si può considerare tra i più alti risultati raggiunti dal cineasta francese e tra i massimi risultati della settima arte.

                        Commenta


                        • La fine!!! Per chi è sopravvissuto al viaggio... poi c'è chi è morto durante la lettura delle precedenti recensioni, quindi ricordiamo anche loro.

                          La Carrozza d'oro di Jean Renoir (1952).

                          Come ci illustra la didascalia iniziale che apre la pellicola La Carrozza d'Oro di Jean Renoir (1952), la commedia rappresentata è una fantasia all'italiana che si scolve nel XVIII secolo nell'america latina, nello specifico in Perù.
                          Progetto dalla travagliata come ci viene detto nell'esauriente booklet presente nella confezione del film della Raro Video arricchita con vari extra, l'opera doveva essere originariamente diretta da Luchino Visconti, l'allievo di Renoir che aveva lavorato con il regista francese come assistente alla regia in alcuni suoi film, a quanto dice il produttore Alliata, Visconti era una persona molto contraddittoria, tralasciando le considerazioni politiche e la sua vita privata lussosa in netto contrasto con esse su cui il produttore spara a zero ma a noi ora poco interessano, pare che il regista italiano abbia fatto spendere alla produzione 140 milioni di lire di pre-produzione senza essere giunto a nulla, nè ad un copione definitivo e nè a decidere i set in cui girare il film (si parlava di girarlo in Sicilia inizialmente).
                          Stufi dell'attaggiamento fanfarone e colmo di sufficienza di Visconti, che nel frattempo durante tutto questo ebbe il tempo di girare Bellissima (1951), la produzione complice anche il fatto che il regista tranne con Ossessione (1943) non era una garanzia ai botteghini, decise di silurarlo e dopo aver valutato altri registi italiani, alla fine decisero di chiamare Jean Renoir, il quale fu entusiasta di riprendere i suoi legami con l'Italia bruscamente interrotti dopo appena quattro giorni di lavorazione del film La Tosca (1940), per lo scoppio delle ostilità del nostro paese con la Francia. Alla fine si optò per girare il film negli studi di Cinecittà ed in lingua inglese, per poi doppiarlo in italiano e francese, scegliendo come protagonista Anna Magnani, con cui Renoir finalmente potè intrecciare una relazione professionale a lungo inseguita visto la sua stima verso l'attrice; per agevolare ancor di più la sua perfomance, Renoir italianizzò ancor di più il copione.

                          Il cinema di Jean Renoir ha sempre avuto una forte componente teatrale, diventando mano a mano sempre più pensato sotto tale aspetto toccando l'apice con il capolavoro assoluto La Regola del Gioco (1939), dove teatro vero e la finzione cinematografica si mescolavano continuamente in una grande commedia corale in cui numerosi personaggi intrecciavano relazioni tra loro. La Carrozza d'Oro rappresenta l'apice della teorizzazione del rapporto cinema-teatro, su cui il regista aveva basato gran parte della fimografia; nel suo ultimo film Renoir si basa sulla commedia dell'arte italiana con le sua maschere ed un forte impianto barocco, la protagonista Camilla (Anna Magnani), interpreta in scena il personaggio Colombina, serva le cui attenzioni sono contese da Arlecchino e il suo padrone Pantalone nella finzione teatrale, la donna giunta nel nuovo mondo in cerca di fortuna, si ritrova al centro delle attenzioni amorose di Felipe (Paul Campbell), interprete a teatro di Arlecchino e che vorrebbe cornonare la loro unione anche nella realtà, Ramon un elegante quanto vanaglorioso torero ed infine il vicerè Ferdinando (Duncan Lmont), il quale colpito dalla rappresentazione teatrale della compagnia italiana a corte e sopreso dai modi spicci e poco codificati di Camilla, s'innamora di costei promettendo come pegno d'amore una carrozza d'oro che aveva ordinato precedentemente e simbolo dell'ossesione di Camilla, la quale vi aveva viaggiato per mesi insieme durante il suo viaggio per giungere in sudamerica.
                          Le aperture filmiche di Renoir sono sempre originali e nella Carrozza d'Oro il regista con l'apertura del sipario teatrale, fà avanzare con il carrello la macchina da presa in avanti sino ad annullare la finzione scenica e ad immergerci nel film, quindi nel mondo del cinema. La storia come detto in precedenza in effetti è una farsa barocca di poco conto, che al regista serve per sviluppare le proprie idee sul rapporto teatr-cinema e quando un attore o attrice, smette di essere tale nella vita reale e quando finisce il teatro ed inizia la vita, come si domanda verso la fine una sconsolata Camilla, alle prese con la gestione dei suoi tre spasimanti gelosi ed in lotta tra loro.

                          Seppur inferiore ai risultati toccati nel precedente Il Fiume (1951), il technicolor del nirpote Claude Renoir, offre uno spaccato barocco-decadente di questa aristocrazia nobiliare sempre più prossima al declino, con la sua ostentata opulenza nei costumi e delle location interne del palazzo reale; in effetti se inizalmente si scambia l'inizio del film per un artifizio meramente meta-teatrale, nel corso dello scorrere del film ci si rende conto come in realtà la finzione sia sbattuta in faccia allo spettatore e lo sviluppo delle sequenze, divisie in tre atti, si svolgano proprio come se fossimo immersi in una rappresentazione teatrale con le porte della casa di Camilla, che fungono da ingressi per dietro le quinte e movimenti di macchina che ricordano il precedente capolavoro assoluto del regista la Regola del Gioco, senza dimenticare il teatro nel teatro consisente nella rappresentazione tipica della commedia dell'arte italiana, fatta dalla compania nello spiazzale di una locanda, dove le maschere di Colombina, Allerchino, Pantalone e così via s'intrecciano in perfomance improvvisate e di popolana veracità, da suscitare il divertimento del popolo in contrasto con la fredda reazione dei nobili a corte, i quali disprezzano l'arte popolare e farsesca della compagnia teatrale, bollandola come volgare. Camilla nata e vissuta nella miseria, deve scegliere tra vita e realtà in quale delle due direzioni inprarese potrà essere finalmente sè stessa, con l'incombente ossessione della carrozza d'oro, elemento che rappresenta l'unica cosa posseduta da Camilla ed una possibile svolta in una vita condotta nella miseria sino ad allora; oggetto sulla bocca di tutti i personaggi la cui presenza in scena viene centellinata sino alla scelta inconsueta da parte di Camilla sua sua destinazione finale. Un film imporvvisato nel senso buono nel termine, grazie anche all'ottima recitazione spontanea ed esuberante di una Anna Magnani a suo agio con la "popolanità" del personaggio che interpreta, con una perfetta gestioent ra teatralità classica e drammaturgia romantica e differenza degli altri interpreti che oltre a soffrire il raffronto recitativo con la nostra connazionale, non trovano sempre un punto di quilibrio tra queste due anime. Dove un personaggio può vivere? Nella realtà o nelle due ore di teatro? Questa è la domanda di Renoir e cui si troverà una risposta. Scarso successo di pubblico e di critica ingiusto, con delle eccezioni come quella della stampa francese specie di Truffaut che considera la pellicola un capolavoro, anche se bisogna comunque dire che la Carrozza d'Oro soffre probabilmente di limiti di soggetto per un cinema come quello di Renoir forse divenuto eccessivamente teorizzante e le cui conclusioni in materia, avevano trovato risultati nettamente superiori nella Regola del Gioco.

                          Commenta


                          • Dopo Le Quattro Volte ho rivisto anche Il Dono di Frammartino... bellissimo anche questo.

                            Commenta


                            • Cattive acque di Todd Haynes, di film così ce ne vorrebbe almeno uno a settimana
                              In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

                              Commenta


                              • Originariamente inviato da trabant Visualizza il messaggio
                                Cattive acque di Todd Haynes, di film così ce ne vorrebbe almeno uno a settimana
                                Da una parte questo breve commento mi fa pensare che sia bello, dall'altra che sia allo stesso tempo una cosa preconfezionata e riproducibile in serie...

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X