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  • Originariamente inviato da Andrea90 Visualizza il messaggio
    Secondo voi Nymphomaniac è meglio nella versione integrale o theatrical?
    theatrical! Per me la versione integrale non aggiunge praticamente nulla alla sostanza (molto alta) dell'opera. Le scene in più sono o inutili o "pornografiche" o decisamente troppo disturbanti, ben oltre i limiti del morboso per me tollerabile. Ho visto le "peggio schifezze" sullo schermo in termini di atrocità e violenza, sono cresciuto (anche) con gli splatter liberi e feroci degli anni '70 e '80, e non pensavo che ci potesse essere ancora qualcosa di "insostenibile" per me a livello di cinema. Eppure una delle sequenze aggiuntive della versione integrale di Nymphomaniac mi ha fatto ricredere.

    Immagino che adesso, dopo le mie parole, la tua voglia di vedere la versione integrale aumenterà a dismisura. Ma io ti consiglio la theatrical, migliore sotto ogni punto di vista a parer mio.
    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


    Votazione Registi: link

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    • Why don't you play in hell? di Sion Sono (2013)

      Molto meglio questo secondo tentativo con il regista giapponese.
      Calderone di tantissima roba con citazioni che si sprecano da film apparentemente diversissimi come Kill Bill o i Goonies, ma se ne potrebbero menzionare a bizzeffe.
      Il risultato finale è comunque fresco, frizzante e grottesco oltre ogni limite, con l'amore per il cinema che la fa da padrone.
      Sconsigliato a chi cerca ad ogni costo la verosimiglianza e la plausibilità degli eventi narrati. Basandosi su quello sarebbe meglio interrompere la visione dopo 10 minuti. Per tutto il resto, grandioso.

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      • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio
        Why don't you play in hell? di Sion Sono (2013)

        Molto meglio questo secondo tentativo con il regista giapponese.
        Calderone di tantissima roba con citazioni che si sprecano da film apparentemente diversissimi come Kill Bill o i Goonies, ma se ne potrebbero menzionare a bizzeffe.
        Il risultato finale è comunque fresco, frizzante e grottesco oltre ogni limite, con l'amore per il cinema che la fa da padrone.
        Sconsigliato a chi cerca ad ogni costo la verosimiglianza e la plausibilità degli eventi narrati. Basandosi su quello sarebbe meglio interrompere la visione dopo 10 minuti. Per tutto il resto, grandioso.
        Il caso ha voluto che l'abbia visto anche io stasera. Divertente, a tratti molto, è un film di Sono e le chicche di genialità ci sono sempre, ma non è all'altezza dei suoi migliori lavori, imho. L'ho trovato un folle divertissment ma in fondo nulla più. Teoricamente, se questo ti è piaciuto molto, Love Exposure dovrebbe proprio farti impazzire
        https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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        • Blackhat di Michael Mann

          Un gran film, come al solito.
          Riprende gli elementi tipici della poetica di Mann (l'uomo, l'innamoramento fatto di pochi gesti e sguardi, poche parole, il sentimentalismo estremo) ma fa un lavoro diverso sugli spazi. In questo film il mondo è vasto, globale, si viaggia molto, si parlano più lingue, gli eventi sono molto più grandi dei singoli individui. Ogni ambientazione da un senso di estraneità. E quindi per contrasto diventa ancora più importante la relazione sentimentale fra i due protagonisti, l'unica cosa che conta in un mondo estraneo e caotico.
          Le immagini dei circuiti durante gli hacking sono un po' da B movie senza stile. I personaggi sono un po' sottili, se vogliamo archetipici; è un film che vive tutto sulla regia. Ma sono piccolezze, sempre un gran film rimane. Al solito immagini e musica sono in perfetta sintonia.


          Mann torna fra noi, dacci un altro film
          Spoiler! Mostra

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          • MADE IN USA - UNA FABBRICA IN OHIO (S.Bognart, J.Reichert)
            E' un documentario Netflix (vincitore dell'Oscar, scopro solo ora) sull'apertura di una fabbrica cinese di vetri per auto nell'Ohio, con conseguente importazione di mentalità e metodi di lavoro orientali in loco. Mi è parso davvero ben fatto, e aiuta tra l'altro a capire per quale motivo la gente da quelle parti vota Trump e derivati (inutile dire che razzismo e maschilismo, di cui non importa nulla a nessuno, non c'entrano un tubo).



            Un doveroso omaggio al simpatico coronavirus, che scorazza allegramente dalle mie parti.
            https://www.youtube.com/watch?v=3HdjthJek_M
            Devo dire che fa sempre ridere :-)
            (ora vado a lavarmi per bene le manine)
            Ultima modifica di papermoon; 23 febbraio 20, 15:59.

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            • Quanto dura questo documentario? Sembra interessante.

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              • È stato prodotto dagli Obama, quindi una certa impronta deve averla.

                ​​Sensei, dura quasi due ore (110 minuti).

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                • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                  Quanto dura questo documentario? Sembra interessante.
                  Quasi due ore, ma se l'argomento interessa non pesano.
                  L'aspetto magari prevedibile ma affascinante e paradossale del documentario è il mettere in evidenza come oggi come oggi siano gli ex-maoisti a insegnare il capitalismo "selvaggio" agli americani (orari prolungati, salari ridotti, poche ferie, sindacalisti boicottati e licenziati, etc.)

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                  • Originariamente inviato da Cooper96 Visualizza il messaggio
                    Blackhat di Michael Mann

                    Un gran film, come al solito.
                    Riprende gli elementi tipici della poetica di Mann (l'uomo, l'innamoramento fatto di pochi gesti e sguardi, poche parole, il sentimentalismo estremo) ma fa un lavoro diverso sugli spazi. In questo film il mondo è vasto, globale, si viaggia molto, si parlano più lingue, gli eventi sono molto più grandi dei singoli individui. Ogni ambientazione da un senso di estraneità. E quindi per contrasto diventa ancora più importante la relazione sentimentale fra i due protagonisti, l'unica cosa che conta in un mondo estraneo e caotico.
                    Le immagini dei circuiti durante gli hacking sono un po' da B movie senza stile. I personaggi sono un po' sottili, se vogliamo archetipici; è un film che vive tutto sulla regia. Ma sono piccolezze, sempre un gran film rimane. Al solito immagini e musica sono in perfetta sintonia.


                    Mann torna fra noi, dacci un altro film
                    A me é sembrato una puttanata infinita. E lo dico con tutto il rispetto per te come utente e per i tuoi interventi spesso acuti. Un film brutto, mal fatto e poco intelligente, girato senza interesse. Concordo con l'ultimo periodo del tuo intervento perché come te adoro Mann. Ma se si é rincoglionito pure lui, che vada in pensione.

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                    • Figurati ci mancherebbe. Anche io ho opinioni forti su certe opere (anche "intoccabili").
                      Che ci sia qualche momento di sciatteria non lo nego: il già detto "mostrare i circuiti" che sembra uscire da un Saw qualunque (). Anche la sparatoria tra i container non è il massimo. Ma la resa globale per me rimane molto positiva.

                      Per dire, Mann gira le scene di sesso con uno stile molto riconoscibile. Non sono erotiche ma nemmeno "favolisticamente" romantiche; sono sentimentali, e per come la vedo io più verosimili. La relazione sentimentale leggo che è stata massacrata per presunta frettolosità, io invece ci ho visto il classico innamoramento alla Mann, un'attrazione basata su sguardi e gesti, non su discorsi a parole come è invece solito vedere nei film. A costo di sembrare matto dico che qui la relazione sentimentale è la roba migliore del film, funziona e per me il film si regge su questa, e tante cose passano in secondo piano. Sicuramente è molto più indovinata di quella che era alla base di Miami Vice.
                      Hemsworth e l'attrice asiatica poi hanno tanta chimica.


                      Sarei curioso di sentire le opinioni di altri utenti.
                      Ultima modifica di Cooper96; 23 febbraio 20, 22:12.
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                      • Visto qualche cosa di Jean Renoir .

                        La Cagna di Jean Renoir (1931).

                        Nè un dramma, nè una commedia perchè non si vuole dimostrare nulla, inoltre mancano del tutto i risvolti morali o un esempio da seguire per perseguire le virtù, come ci dice il burattino all'inizio del film quando ci presenta quella che sarà la storia ed i tre personaggi principali, che vengono presentati tramite sovraimpressioni di montaggio; tre persone come noi, non eroi o chissà cosa, ma "poveri come noi"; in sostanza Renoir sin dal programmatico inizio, mette in sccena la vita così com'è, senza troppe sovra-costruzioni artificiose. Legrand (Michel Simon) è un uomo attempato di 42 anni, un modesto impiegato di alta cultura ma dalla vita mediocre essendo vessato sul lavoro dai colleghi e nel privarto da una moglie dispotica; Lulù (Janie Marese) è una giovane prostituta sempre sincera e per questo mente sempre; Dedè invece è un semplice bellimbusto e basta senza altre qualità se non quella di sfruttare la ragazza per guadagnarci sopra.
                        La Cagna (1931) è il secondo film sonoro per Jean Renoir, che trae lo spunto da un lavoro teatrale; il film è un'analisi impietosa della meschinità della piccola-media borghesia incarnata perfettamente dall'insignificante Legrand, un uomo patetico schernito dai colleghi e che conduce una vita privata insoddisfacente per via di un rapporto logoro con la moglie Adelè, la quale rimpiange sempre il primo marito morto in guerra confrontato con la mediocrità di quello attuale. L'unica valvola di scopo per Legrand è la pittura, che gli consente privatamente di poter esprimere qualcosa dalla sua vita insignificante; una svolta sembra poter derivare dall'incontro con Nanà, una giovane prostituta con cui finisce per intrecciare una relazione sentimentale per poi innamorarsene sempre più, arrivando a spendere sempre più soldi per la donna, inconscio inizialmente che lo sta solamente sfruttando e basta, poichè Nanà vorrebbe avere una storia normale con il suo protettore Dedè. Renoir ha un buono sguardo sociale sul mondo e la società in cui viveva, così come un'estrema abilità registica e nella costruzione della messa in scena che fà della Cagna un film ancora oggi un film vedibile per certe soluzioni cinematografiche dirompenti.

                        Per smuovere una pellicola che data la sua derivazione teatrale sarebbe risultata troppo statica, il regista smuove la macchina da presa prediligendo punti di vista inediti quanto anomali, a cominciare dall'inizio in cui partendo la montacarichi, Renoir tramite un carrello inquadra i commensali ad una cena di lavoro, accentuando così tramite il dinamismo la solitudine e la pateticità dell'esistenza di Lagrand, scena che si ripete con un carrello laterale quando quest'ultimo entra nell'ufficio lavorativo e in sottofondo si sentono le chiacchiere maligne dei colleghi verso di lui. La condizione di Lagrand è comune anche a quella di altre persone che nell'arte cercano una possibilità di espressione personale, infatti mentre quest'ultimo dipinge, l'inquadrature ci mostra come enlla finestra di fronte all'appartamento dove abita l'uomo, c'è una ragazza che suona il pianoforte.
                        Certo, è anche un film abbastanza figlio comunque dei suoi tempi in altre cose e la teatralità si percepisce spesso nell'uso di scene autusufficienti in un unico posto o luogo, che si concludono con una dissolvenza in nero, così come una certa impostazione teatrale nella recitazione dei personaggi come quello interpretato da Janie Marese e nella chiusura delle singole sequenze che fà troppo da "chiudi il sipario".
                        Sfugge a tutto questo l'ottimo Michel Simon, abilissimo nella sua recitazione poco appariscente nel tono di voce e dei gesti nel raffigurare pateticamente la psicologia di questo essere meschino che seppur ritrova tramite l'immoralità una parvenza di vita, non può sfuggire alla sua vera natura borghese, il cui quallore viene messo a nudo nel confronto con Lulù; seppur accusato di misogenia il film e la prostituta venga definita cagna dall'uomo ad un certo punto, la condizione di Lagrand è solo e soltanto colpa sua.
                        Non c'è quindi alcun moralismo di fondo, la pellicola infatti è un impietoso ritratto di un certo spaccato sociale, ma con venature ironiche che affiorano specialmente nel finale che evita un qualsiasi buoni vs cattivi, lieto fine e sopratutto una legge che porti una vera giustizia che non si avrà mai; in sostanza scordatevi la Hollywood classica con il suo codice Hayes, il realismo poetico di Jean Renoir, non ha pretese moraliste nè di dare una parvenza di giustizia, ma solo di mostrare uno scavo psicologico nei personaggi alle prese con una vita beffarda, ingiusta e che non ripara alcun torto.

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                        • Toni di Jean Renoir (1934).

                          Antenato dei film neorealisti in un certo senso, questo Toni di Jean Renoir (1934), conferma il notevole eclettismo del regista alle prese non solo con vari generi nella sua filmografia, ma anche capace di mutare approccio nella messa in scena con idee originali, mai banali e sopratutto diversificando l'approccio al mezzo in base alla materia da trattare.
                          Introdotto da una didascalia iniziale, il breve prologo di una decina di minuti circa poggia in effetti le basi portanti per quello che 10 anni più tardi con Visconti (assistente alla regia di questo film), De Sica e Rossellini diventerà uno degli assi portanti della corrente del cinema detta neorealismo; uso di attori non professionisti, predilizioni per le scenografie naturali a scapito delle ricostruzioni e una marcata attenzione verso gli aspetti sociali. I semi sono stati gettati da Jean Renoir, il quale confeziona un prologo di un'indubbia efficacia immergendo lo spettatore nell'atmosfera del sud della Francia, dove s'incontrano varie culture e nazionalità, creando una sorta di "babele" che in questo luogo però riesce a vivere abbastanza in armonia. La Francia anni 30' è un luogo ambito per gli immigrati sia italiani che spagnoli, i quali cercano di trovare un modo per migliorare la loro condizione sociale, affrontando viaggi sfiancanti in treno e lavori umili quanto massacranti, costretti a subire i pregiudizi altrui e la diffidenza di altri migranti venuti lì in precedenza, i quali temono che i nuovi arrivati gli rubino il lavoro.
                          Certo; la Francia anni 30' non è l'Italia del secondo dopoguerra, quindi gli aspetti sociali inizialmente piantati e forieri di potenziali sviluppi interessanti vengono presto accantonati per ritornarvi solo nella bella scena di chiusura circolare, così come i costumi ed il trucco degli attori, se gli uomini hanno un aspetto trasandato e "vissuto" nel modo in cui sono vestiti e nel poco trucco di scena sui loro visi, le due donne invece sono truccate in modo eccessivo (specie nelle zone degli occhi), creando quindi una mancanza di tono nell'immagine. La pellicola sfocia, dopo il prologo e tranne in alcune scene ambientate nella cava, prettamente nell'ambito romanzesco, virando il la narrazione sui lidi di un melodramma, in cui Toni (Charles Blavette) intreccia una relazione sentimentale con la padrona della sua casa Marie (Jenny Helia), finendola poi con sposarla seppur il suo vero amore sia la giovane spagnola Josepha, la quale però viene sposata da Albert, il caposquadra di Toni.

                          Gli attori non professionisti scelti per lo più tra gli abitanti del posto, insieme alle scenografie in "loco" e non ricostruite in studio, sono sicuramente la nota più dirompente ed originale della pellicola, alla quale conferiscono un sapore autentico, specie nelle sequenze musicali in cui si lasciano andare a canti tipici della loro tradizione.
                          L'impatto neorealista prende sorpavvento nelle sequenze della cava, specie quando salta in aria una parete di essa e l'audio scatta qualche centesimo di secondo dopo l'esplosione poichè il regista registrava il suono contemporaneamente all'immagine, per donare autenticità ad essa. Non mancano notevoli composizioni figurative dal punto di vista della costruzione dell'immagine come il tentato suicidio di Marie nel lago, dove il cielo e l'acqua si perdono nell'orizzonte sino ad annullarsi l'uno nell'altro e creare una sfumatura di grigio che elimina le differenze a favore della fusione tra due elementi così diversi nella composizione e che il colore non avrebbe saputo di certo restituire. Il film incespica nel lato puramente romanzesco, con un melodramma che fatica a carburare anche per delle perfomance attoriali nei ruoli principali non sempre all'altezza della modernità della regia di Renoir, che fà uso di un montaggio e di uno stile di regia con scelte dinamiche come l'uso marcato dei carrelli, avanti per i tempi in cui venne girato.
                          Alla sua uscita fu un flop sia di critica che di pubblico, costrigendo il regista ad effettuare dei tagli al film, i quali purtroppo sono ben visibili in alcuni punti per degli stacchi abbastanza netti e nel finale finiscono con l'accellerare troppo le dinamiche della narrazione, con il risultato che i destini di Josepha e Toni, sono gestiti in modo eccessivamente frettoloso e poco chiaro nelle motivazioni del loro agire. Tra i primi esempi di cinema realista, forse il primo in assoluto in ambito filmico di finzione (non un documentario ecco), anche se in alcuni punti smarrisce la strada, comunque s'è guadagnato il suo posto nella storia del cinema, risultando quindi un ottimo film nel complesso riuscito, seppur accostabile più come precursore del neorealismo puro e crudo, come anticipatore della contaminazione del cinema d'impianto narrativo-romanzesco con inserti realisti, più avvicinabile quindi ad un Riso Amaro di Giuseppe De Santis (1949).

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                          • Il Delitto del Signor Lange di Jean Renoir (1936).

                            Stranamente i grandi registi si collocano sempre nel lato progressista-sinistra, mentre a destra si contano sulle dita di una mano i cineasti che sostengono tale ideologia, di fede anarchica ne conosco pochissimi e post-ideologico nessuno vuol dichiararsi. Jean Renoir non fa eccezione a tale assunto, tanto che nella sua filmografia si scorge un'analisi severa della classe borghese del proprio tempo e questo Delitto del Signor Lange (1935), risulta essere tra le pellicole più politiche ed esplicite del regista francese verso posizioni di sinistra, d'altronde il film si colloca nel pieno della stagione del Fronte popolare, con cui la Francia sarà insieme ai paesi scandinavi, un paese all'avanguardia nel mondo nel campo dei diritti sociali, giungendo addirittura alla fine degli anni 30' ad essere il primo stato al mondo ad imporre per legge le ferie retribuite ai lavoratori, peccato che con lo scoppio della seconda guerra mondiale, tale legge non conoscerà applicazione concreta estensiva fino al dopoguerra.

                            Costruito tramite un lungo racconto flashback da parte di Valentine Cardes (Florelle), la quale fermatasi in una locanda con l'intenzione di pernottare, narra la storia del suo compagno di viaggio Lange, accusato di omicidio per spiegare i reali motivi. L'incipit narrativo risulta essere originale per l'epoca, così come lo sviluppo narrativo è corale, anche se a differenza della Regola del Gioco (1939), i personaggi secondari ed alcuni primari non sono così interessanti da giustificare tale tipo di narrazione che il regista vorrebbe asservire alle sue idee riguardanti l'uso della cooperativa come modello aziendale che pone al centro il benessere dei soci (che coincidono con i dipendenti qui) e non il mero scopo di lucro perseguito in precedenza dal precedente proprietario Batala (Jules Berry), il quale per sfuggire ai debiti, scappa via lasciabdo la casa editrice in balia di sé stessa.
                            All'epoca la cooperativa era visto come un'organizzazione aziendale di "sinistra", mentre oggi è accettata e regolata anche nell'odierna società capitalista.

                            Il film di chiara matrice teatrale, paga pegno dell'unica location adoperata per quasi tutta la narrazione che si svolge nell'edificio della casa editrice, accentuando troppo la teatralità dell'opera, da cui Renoir tenta di smarcarsi dando più dinamismo con i movimenti di macchina, aggirandosi in orizzontale ed in verticale per le stanze della casa editrice, così come qua e là affiora sporadicamente la profondità di campo, ma sono vezzi stilistici molto rudimentali che saranno sfruttati al meglio dal regista nella Regola del Gioco, di cui questo film sembra essere da un certo punto di vista la prova generale più marcata. Anche alcuni movimenti di macchina come questo a 360° nelle battute finali fuori l'edificio della casa editrice, molto lodati all'epoca, visti oggi sono eccessivamente rudimentali nell'esecuzione e troppo visibili nel mostrare il virtuosismo a scapito della situazione narrata, poiché la vera regia deve essere "invisibile" nel suo dispiegarsi e non palesarsi con movimenti di macchina che fanno sbalzare lo spettatore al di fuori della narrazione.
                            Una pellicola progressista e molto diretta sul rapporto dipendenti-padroni, schematica certo, Batala d'altronde è ritratto come una patetica caricatura del padrone, ma le esigenze politiche hanno preso il sopravvento, quindi prendere o lasciare e visto comunque l'assenza di una riprovazione morale da parte del regista verso il signor Lange, a differenza dei coevi film americani verso la figura dell'assassino, questo buon film si può alla fine prendere e vedere.

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                            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                              Il Delitto del Signor Lange di Jean Renoir (1936).

                              Stranamente i grandi registi si collocano sempre nel lato progressista-sinistra, mentre a destra si contano sulle dita di una mano.
                              Chissà perché

                              https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                              • La Grande Illusione di Jean Renoir (1937).

                                Una pellicola classica nello stile registico e sicuramente meno avanguardista e sperimentatrice rispetto al successivo La Regola del Gioco (1939), ma rispetto alle precedenti opere di Jean Renoir, La Grande Illusione (1937), abbandona finalmente l'impianto teatrale che aveva un pò limitato il talento del regista, per abbracciare una dimensione più ampia nelle location e sopratutto nei personaggi, mai così profondi e umani prima d'ora negli altri film del regista.
                                Renoir si prende i suoi tempi nel descrivere i personaggi e senza avere fretta nell'arrivare subito a conclusione, tanto che alla fine ciò che diranno il tenente Marechal (Jean Gabin) e il tenente Rosenthal (Marcel Dalio) alla visione della frontiera Svizzera, risulterà abbastanza superfluo per lo spettatore che nell'arco della durata del film, ha intrapreso anch'egli un percorso di maturazione come i protagonisti del film. Partendo da un prison-movie, essendo ambientato in un campo di prigionia, Renoir pur soffermandosi sulle figure dei tenenti Marechal e Rosenthal, nonchè del capitano De Boldieu (Pierre Fresnay), dà un ritratto abbastanza ampio e variegato della vita dei prigionieri francesi internati nei campi tedeschi durante la prima guerra mondiale; tra tentativi di scavare un tunnel per fuggire andati a vuoto, spettacoli teatrali e confuse notizie dal fronte tramite giornali di propaganda che da una parte e dall'altra sparano solo notizie altisonanti poichè soggetti a censura, ci si arrangia come può. La guerra è un momento di crisi, che in quanto tale dovrebbe appianare tutte le differenze sociali e di classe, per il cui superamento il regista si schiera apertamente a favore di una ritrovata solidarietà nazionale, non a caso Marechal ha origini umili, mentre Rosenthal è ebreo e figlio di una ricca famiglia di bachieri (quindi di origini borghesi) ed infine De Boldieu ha lontane ascendenze aristocratiche.
                                I tre nell'infausta situazione in cui si ritrovano, hanno modo di cementare il loro legame d'amicizia e siccome trovano che la prigione sia stretta per loro, tentano in tutti i modi di evadere e per questo tutti e tre verranno trasferiti nella fortezza di Wintersborn, luogo altamente sorvegliato e con mura alte ben 36 metri, insomma un posto dove la fuga è impossibile.

                                La fortezza è un luogo ricco di storia come sottolinea un divertito Rosenthal, ma anche un luogo in cui rinchiudere tutti i francesi che hanno tentato più volte di evadere; da contraltare all'asperità del luogo c'è la figura positiva del capitano Von Rauffenstein (Erich Von Streoheim), a dispetto delle sue nobili origini e dell'educazione prussiana rigida, è un uomo di grande sensibilità e rispettoso verso il nemico francese, nonostante per colpa della guerra abbia subito lesioni permanenti che hanno pregiudicato il suo servizio attivo nell'esercito e per questo si ritrova nell'ingrato compito di capo del castello.
                                Von Rauffenstein è divertito dagli strambi tentativi di fuga praticati da Marechal e Rosenthal, ma il legame più profondo lo stringe con De Boldieu, essendo quest'ultimo di origini aristocratiche tanto quanto lui e per questo un uomo degno con cui poter conversare a differenza degli altri due figli di una Francia "rivoluzionaria", che il capitano tedescoin virtù della sua formazione militarista tipica della nobiltà prussiana (la Germania all'epoca era una monarchia, quindi i titoli nobiliari avevano un valore) non comprende e guarda con sospetto, poichè ha amaramente compreso che dopo la guerra a prescindere da come essa finirà, l'aristocrazia sarà consegnata ai libri di storia e si avrà la definitiva ascesa della borghesia e del proletariato, autori di altri conflitti in futuro da cui loro saranno esclusi poichè sono figure superate dal tempo. E' un Renoir che scava a fondo nei personaggi per tirare fuori da ognuno di loro un barlume di sincera umanità, per questo magari può ricevere oggi accuse di dare un ritratto eccessivamente "cavalleresco" della prima guerra mondiale; però è anche vero che uno studio approfondito su tale conflitto ci sarà solo anni dopo, specie quando verrà messo in relazione con la più devastante seconda guerra mondiale combattuta si in scala industriale, ma con armi ben più micidiali e catastrofiche.

                                Le frontiere sono un qualcosa creato dall'uomo di cui la natura se ne frega, così come il sentimento di umanità appartiene a tutti anche a coloro che si considera come il peggior nemico da abbattere a tutti i costi; ne darà prova Von Rauffenstein raccogliendo l'unico fiore del castello per commemorare un uomo che ha rispettato profondamente; così come Marechal e Rosenthal dovranno fare conoscenza con una civile tedesca di nome Elsa (Dita Parlo) prima di comprendere a fondo la necessità di credere "alla grande illusione" che al termine di tale conflitto non ci saranno più guerre devastanti.
                                Tra Elsa ed i due francesi c'è una differenza linguistica insormontabile, una babele linguistiche d'altronde che è ben marcata sin dall'inizio del film; la donna mostra i ritratti dei suoi due fratelli e del marito morti durante le battaglie di Liegi, Tannenberg e Verdun, affermando con orgoglio misto a tristezza che sono vittorie tedesche (Verdun a me risulta che sia stata un'offensiva respinta, ma forse la propaganda tedesca all'epoca l'aveva dipinta come una vittoria), i due popoli quindi sono accomunati dale medesimo dolore, che può essere superato solo con una solidarietà umana che fà leva su dei valori comuni tra i due popoli come la religione con il tipico presepe natalizio o un gesto semplice come riempire il vuoto di una tavlora oramai diventata troppo grande da quando Elsa è sola con la figlia. La Grande Illusione è un film scevro da retorica e pregno di un pacifismo anti-militarista atto a voler trarre dai due popoli un'umanità ricercata per evitare un nuovo devastante spargimento di sangue (che purtroppo ci sarà dopo neanche due anni), seppur sia un pò contraddittorio, poichè comunque i personaggi non rinunciano al loro amore per la patria, verso la quale si sentono sempre in dovere. Grande successo di pubblico e critica, specie in Francia e in America, venne presentato alla mostra di Venezia non vincendo però il premio per via di una manifestazione sempre più controllata dal regime fascista, che non vide di buon grado un film che andava contro tutto ciò che la dittatura Mussolniana voleva per la grandezza dell'Italia, in altri paesi come la Germania nazista la pellicola venne addirittura proibita per il ritratto pacato e solidale del popolo tedesco dipinto come privo di odio, quindi contro i desideri revanscisti di Hitler e del Reich, non a caso il film venne bandito mano a mano in tutti gli stati occupati dall'esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale e potrà essere visionato in tali paesi solo dpo la fine del secondo conflitto mondiale, quando però l'intento che era alla base del film oramai era stato totalmente spazzato via dalla tragicità della storia.

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