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  • La Regola del Gioco di Jean Renoir (1939).


    Benvenuti signori e signore, alla lettura della recensione di Sensei dedicata a quello che è a tutti gli effetti l'apice della carriera del regista francese, nonché quello che è il secondo capolavoro assoluto di Jean Renoir ed il suo miglior film a tutti gli effetti; non ci sono regole speciali durante la lettura se non una; come dice Jean Renoir in modo ironico nella presentazione del film bisogna rispettare la "regola del gioco", pena essere stritolati dal meccanismo sociale perverso in cui viviamo.
    La Regola del Gioco (1939) è un film all'opposto rispetto alla Grande Illusione (1937), perchè il regista abbandona qualsiasi speranza e ogni traccia di umanesimo insito nei personaggi che vi era in quest'ultimo film, per mettere in scena una sciarada nella villa di campagna del marchese Robert (Marcel Dalio), il quale organizza una grande festa comprensiva di spettacoli teatrali, banchetti fastosi e battute di caccia, in cui sono invitati tra le più importanti personalità in vista della Francia; aristocratici, generali, borghesia industriale e l'uomo del momento, l'aviatore Andrè Jurieux (Roland Toutain) ed il suo amico Octave (Jean Renoir regista stesso).
    Al termine della Grande Illusione, i due personaggi sopravvissuti si chiedevano se dopo la "Grande Guerra", finalmente si possa sperare e credere in una illusione di pace e finalmente la fine di ogni conflitto bellico; la risposta di Jean Renoir due anni dopo è assolutamente negativa; non tanto per i venti di guerra oramai ben radicati e pronti a devastare in tutta la virulenza l'Europa di lì a qualche mese, ma per il fatto che la guerra è un qualcosa intrinseco alla società, senza distinzioni di sorta tra ricchi e poveri. La società francese è preda di un bisogno di praticare violenza verso qualcosa o qualcuno, questa loro esigenza psicologica troverà sfogo nella battuta di caccia dove dalle inquadrature inziali sui vari invitati con i loro fucili, si passa dal punto di vista delle vittime che consistono in fagiani e conigli abbattuti in numero sempre più copioso e brutale; una psicosi sociale che riesce a trovare unità solo nel desiderio di distruzione, d'altronde passare dall'animale all'uomo è questione di un attimo, basta vedere i numerosi tentativi di vendetta che Schumacher (pronunciato alla francese e non alla tedesca...), guadacaccia e marito della camiera Lisette (Paulette Dubost) al servizio della signora Christine (Nora Gregor) moglie del marchese Robert, tenta di ottenere a suon di pistolettate nei confronti di Marceau, bracconiere colto sul fatto mentre cattura un coniglio nella proprietà del marchese Robert e quest'ultimo affascinato dalle sue qualità lo assume come domestico nella propria tenuta.

    Un film corale di stampo altamniano verrebbe da dire e con una mescolanza continua di registri che vanno dalla commedia al melodramma, con cui Jean Renoir ha l'ambizione di dipingere tutta la società dell'epoca e un'intera classe di persone, grazie all'espediente di radunarle tutte quante in un unico luogo. E' un'umanità gretta, arrivista, senza ambizioni particolari o ideali politico-nazionali elevati, ogni gesto da loro compiuto è per un tornaconto squisitamente personale. Renoir non compie distinzioni tra poveri i ricchi, sono entrambi classi soggette alle medesime pulsioni e alla medesima commedia, lo scontro tra Andrè e Robert per Christine, riflette allo stesso tempo quello di Schumacher e Maurice per Lisette; la dimensione teatrale tipica del regista qua acquistisce connotati meta, poichè al ricco spettacolo messo in scena sul palcoscenico, se ne sostituisce uno dove i personaggi stessi diventano a loro volta attori di un copione che funziona secondo le regole del mondo rette dall'ipocrisia e dalla decadenza; ci sono tante commedie in corso quanti sono gli esserei umani presenti nella villa, le quali a loro volta prendono ulteriori biforcazioni e sotto-trame che complicano ancora di più il quadro sino a farlo diventare un'enorme sciarada; infatti Robert a sua volta ha una relazione con Genevievè, donna dell'alta società disincantata.

    Volendo ridurre il tutto al minimo comun demoninatore, Renoir sostiene che la società nel suo complesso si basa sulla tacita ipocrisia dei suoi componenti, tutti sanno tutto, comprese le immoralità a patto però che non vengano commesse alla luce del sole; dalla servitù agli invitati alla villa di campagna da Robert, ognuno conosceva la storia della relazione tra quest'ultimo e Genevievè e l'unica che era all'oscuro era Christine, la quale una volta scoperta la tresca, decide di perseguire altri suoi personali interessi.

    Il ritratto seppur unitario nel complesso, nelle individualità dei singoli personaggi mostra un'estrema frammentarietà e un'animo contorto nelle loro psicologie, visto che nessuno di loro sà cosa carca o voglia di preciso, sballottando di qua e di là a seconda dell'umore e delle sensazioni del momento. Questo mondo singolarmente frammentato può essere ritratto solo con uno stile innovativo e senza eguali nella storia del cinema; la narrazioen coem già detto è corale, con ben 8-9 personaggi principali che s'intrecciano nelle loro storie, mentre a livello registico Renoir perfeziona i movimenti di macchina già adoperati in precedenza, per giungere alla creazione di rudimentali longtake se non veri e propri piani sequenza che si aggirano lungo le stanze della villa, ritraendo con fare imparziale situazioni che accadono in contemproanea, grazie anche ad un uso della profondità di campo di stampo Wyleriano, che verrà perfezionato poi da Orson Welles in Quarto Potere (1941) con esiti visivi più barocchi; in tal modo il regista riesce a mettere tutte le situazioni che accadono in un luogo sul medesimo piano, riservando a tutte esse la medesima importanza, l'unico che sfugge a tale tecnica stilistica è il personaggio di Andrè, non perchè sia umanamente migliore rispetto agli altri anzi; ma per il fatto che dall'inizio alla fine del film è l'unica figura coerente con le proprie idee e che sa cosa vuole (l'amore di Christine), quindi è fuori dalla regola del gioco che muove i meccanismi del mondo.

    Chi si pone al di là delle regole non può durare e alla fine non si può far altro che ritornare allo status quo ante annunciando in modo teatrale di ritornare tutti nella villa perchè lo spettacolo è finito; naturalmente sempre secondo le regole.
    Alla sua uscita fu un flop sia di critica che di pubblico, di cui riesco a spiegarmi solo parzialmente il perchè; certo la narrazione innovativa (Jean Renoir è anche sceneggiatore) può aver spiazzato molti spettatori e lo stile registico sperimentale non ha aiutato di certo, possono aver giocato a suo sfavore questa volta la necessità di una Francia unita contro un nemico esterno, cosa che il regista aveva mostrato nella Grande Illusione (1937) ed invece rinnegherà fortemente in questo film non salvando nessuna figura e nessun componente a prescindere dalla propria classe, ritraendo una Francia destinata alla decadenza e che la guerra incombente spazzerà via in modo drammatico sui campi di battaglia con l'invasione tedesca, che farà breccia proprio nelle divisioni in seno alla politica e società francese, proprio come Renoir aveva previsto in questo capolavoro asosluto, che verrà rivalutato solo dai critici dei Cahiers e compreso dopo una terza proiezione alla fine degli anni 50' in versione integrale e senza tagli.

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    • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

      Chissà perché
      Altrimenti la critica rossa li massacra, ovvio no .


      L'Uomo del Sud di Jean Renoir (1945).

      Raggiunto l'apice della propria carriera con il dittico di capolavori assoluti La Grande Illusione (1937) - La Regola del Gioco (1939), Jean Renoir non aveva rivali ai suoi tempi e l'orizzonte nonostante l'incompresione del suo ultimo film presso pubblico e critica, gli era spianato; purtroppo per lui le contigenze storiche gli furono sfavorevoli per via dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. A seguito dell'invasione tedesca della Francia e dell'entrata in guerra dell'Italia, Renoir non ebbe altra scelta che sloggiare dall'inospitale Europa e tentare di raggiungere gli USA e lavorare ad Hollywood seppur non conoscesse all'epoca neanche una parola d'inglese.
      La parentesi americana di Jean Renoir è tenuta in poca considerazione da parte della critica, d'altronde passare da un sistema produttivo europeo dove l'impronta dell'autore era molto più marcata anche per i costi più bassi dei film, ad un sistema industriale oramai codificato da decenni dove il pubblico ed il profitto sfrenato erano al primo posto, con produttori che esercitavano un controllo asfissiante sulle pellicole ed il regista era considerato un mero esecutore della volontà degli studios.
      L'Uomo del Sud (1945) si può ad oggi considerare come sostiene la critica, il miglior film del periodo americano del regista, poichè questa volta oltre all'evidente influsso dei meccanismi del cinema narrartivo americano, come le gag tramite il personaggio della nonna ed un evidente ispirazione da Furore di John Ford (1940), Renoir torna alle atmosfere e ai temi dei suoi lungometraggi americani come i conflitti tra i membri della società e un certo realismo poetico nello stile registico, ripescando alcuni topoi che aveva sfruttato in Toni (1934), per poi abbandonarli nelle pellicole successive, facendo di quest'ultimo film un unicum nella sua filmografia.
      Con l'uomo del sud, Renoir gira un dramma naturalistico, dove mette a confronto la famiglia Tucker con l'asperità della natura, la fatica ed il duro lavoro, dove non mancano i contrasti con i vicini, i quali contribuiscono a rendere la sfida del protagonista Sam Tucker (Zachary Scott), una lotta titanica nella speranza di poter ottenere un eccellente raccolto di cotone che gli consentirebbe di pagare l'affitto del podere e di divenirne un giorno proprietario costruendo una propria fattoria. Sam è uno scommettitore che mette in bilico il suo avvenire e quello dei propri familiari, facendo affidamento sulle proprie braccia, a scapito del suo alter "ego" Tim, che preferisce lavorare in città con uno stipendio sicuro in una fabbrica.

      Una parabola del self made man tipica della cinematografia americana, un raccoglitore di cotone che con la sua famiglia, da dipendente tenta una scalata sociale per realizzare il suo sogno di diventare un piccolo proprietario terriero.
      Il terreno è ottimo potenzialmente, ma incolto da svariati. anni e con una casa abbastanza malandata, c'è da lavorare duramente ma l'unità della famiglia visto l'appoggio incondizionato della moglie Nona Tucker (Betty Field) non manca di certo e anche i figli sopportano gli stenti e i digiuni serali, con la speranza di un ottimo raccolto primaverile che possa ripagarli del duro lavoro e dei loro sforzi, in modo da poter finalmente vivere da sè dignitosamente.
      Non mancheranno le sventure tipiche dei film del genere; malattie, ristrettezze economiche, avversità della natura e un'ostilità forte da parte dei vicini; in effetti il tratto più Renoiriano e meno americano, è il ritratto gretto e rancoroso della piccola borghesia contadina del sud degli Stati Uniti. Il vicino Denvers, indurito dai molti sacrifici fatti per ottenere la sua misera fattoria, invece di sviluppare dei valori di solidarietà dettati dal suo triste passato, sviluppa un carattere scontroso e invidioso verso coloro che come Sam credono nella scalata sociale, volendo emanciparsi dalla loro condizione di lavoratore dipendente diventando infine proprietario.
      Invecchiato bene e fruibilissimo anche oggi a distanza di oltre 70 anni, seppur appestato da risoluzioni semplicistiche nel rapporto tra confinanti, una religiosità che è estranea alla cultura laica del cineasta francese e nel finale ci si abbandona ad una certa retorica della speranza, che cozza con ciò che il regista aveva mostrato sino a poco prima, Jean Renoir mette in scena un confronto possente tra la volontà umana e quella della natura, la quale funge da ulteriore ostacolo per l'affermazione dell'uomo, lo stile registico sottolinea le dure prove e le privazioni materiali a cui Sam e famiglia sono soggetti, fino a girare sequenze di difficile realizzazione dal punto di vista della regia e messa in scena, come l'alluvione ed il fiume in piena in cui Sam deve addentrarsi per recuperare la mucca. Contraddittorio rispetto ai film precedenti del regista come Il Delitto del Signor Lange (1935) in cui si scagliava contro la proprietà privata ed i padroni, mostrandosi a favore del sistema della cooperativa, arrivando qui a glorificare Sam che vuole diventare proprietario, ci si trova comunque innanzi ad un ottimo film, di cui si segnala anche la presenza di Robert Aldrich come aiuto regista ed ennesimo cineasta formatasi alla "scuola Renoir" come Visconti prima di lui, un buon successo ai botteghini e presso la critica, prima di ritornare in Francia di lì a qualche anno.

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      • Un ultimo sforzo, s'intravede la fine.

        Il Fiume di Jean Renoir (1951).

        E il fiume che scorre e tutte le cose del mondo...
        Corre il fiume e ruota il mondo.
        Albe e tramonti, notti e meriggi,
        e il sole che arde e il vento, la luna, le stelle...
        Muore il giorno e la fine ha inizio.» (Poesia scritta da Harriet)

        Il fiume è eterno scorrere, come una ruota che gira di continuo nel suo moto incessante e simbolo più puro e diretto atto a rappresentare il ciclo infinito della vita e della morte. La vita come la conosciamo non potrebbe esistere senza l'acqua e d'altronde grazie ad essa ha avuto origine; elemento della natura che diamo per scontato eppure preziosissmo "oro blu" nelle sue varie forme in cui si manifesta, come ad esempio quella di un fiume, ha permesso lungo le rive di quest'ultimo di sviluppare la civiltà umana e tutta la cultura che ne deriva, cominciando dagli scambi con le altre comunità sorte intorno ad esso, sfruttarlo come mezzo di trasporto e usarlo come fonte per abbeverarsi e da cui ottenere cibo ed infine tramite la tecnologia usare le sue acque per irrigare i campi.
        L'acqua custodisce quindi la memoria della civiltà umana, i grandi fiumi del pianeta hanno visto scorrere numerose persone stabilirsi lungo le proprie rive ed il Gange nel subcontinente indiano, è un fiume di oltre 2500 km di lunghezza che ha origine dalle alte vette dell'Himalaya per poi sfociare nelle acque del golfo del Bengala, oltre metà della popolazione dell'India vive nella fertile e prospera pianura del Gange, che per gli Indù ha anche un culto religioso personificato dalla dea Ganga.
        L'India ed i suoi misteri hanno esercitato un fascino magnetico su generazioni di artisti occidentali, il cinema quindi non poteva non interessarsene, d'altronde sia Pasolini che Rossellini ne furono enormemente attratti, cercando di entrare in sintonia con il paese durante i loro soggiorni; Jean Renoir non poteva quindi sottrarsi e rispetto ai due cineasti prima menzionati seppur tra varie traversie produttive, riesce ad ottenere un piccolo finanziamento per girare Il Fiume (1951), pellicola tratta dal romanzo di Rumer Godden, il regista dovette rinunciare al progetto originario di girarlo con attori famosi poichè ad Hollywood il suo nome era oramai sinonimo di insuccesso ai botteghini e beghe con la produzione per l'integrità artistica delle sue opere.

        Attori professionisti si mescolano con quelli non professionisti, così come la narrativa si miscela insieme al documentario, ottenendo un film d'impronta marcatamente sperimentale, specie per l'uso studiato e meditato del Technicolor, adoperato per la prima volta da Renoir e segna anche la prima pellicola a colore girata in India. Un intero subcontinente misterioso c'è da scoprire sotto la patina di un triangolo amoroso narrato dalla voce fuori campo di Harriet come fosse un diario postumo, che funge da sostrato superficiale su cui vediamo le prime esperienze adolescenziali vissute da parte di tre giovani ragazze in età tra i 14-15 anni, impersonate da Harriet (Patricia Walters), Valerie (Adrienne Corri) e Melanie (Radha Siri Ram), nei confronti del capitano John, cugino americano di Melanie, che ha perso una gamba durante la seconda guerra mondiale e preda della depressione che lo affligge, spera di ritrovare in questi luoghi una serenità psicologica che gli consenta di capire il proprio posto nel mondo.
        Le prime cotte e turbamenti adolescenziali, fungono da base per quello che è in tutto e per tutto un film di formazione; Harriet è in pieno sviluppo, il colore della sua veste è l'azzurro, simbolo di purezza virginale, è una ragazza sensibile e con una marcata inclinazione per la scrittura di poesie e favole, figlia di un proprietario di uno Iutificio e ragazza più grande della numerosa prole di questa famiglia benestante inglese propeitaria di uno iutificio; la sua amica Valerie invece è più vicina ad essere una donna che una ragazza, il rosso è il colore della sua veste, simbolo di un'intraprendenza spergiudicata già molto marcata e consapevole della propria sessualità; infine Melanie la vicina di casa, ragazza metà inglese e metà indiana, già matura e saggia per la propria età, poichè alle prese con la decisione difficile a quale delle due identità voglia appartenere.
        Il racconto di formazione si miscela con il melodramma e con inserti documentaristici evidenti nelle sequenze delle festività indù, e più discreti invece nel descrivere la vita, la morte e gli amori che sorgono lungo le acque del Gange, popolate da una moltitudine di persone di varia estrazione sociale.

        Chiamarsi Renoir in Francia deve voler dire qualcosa e sicuramente il talento artistico ce lo devi avere nel sangue, d'altrone Pierre Auguste-Renoir fu uno dei maestri dell'impressionismo e uno dei più grandi pittori della settima arte, il figlio Jean Renoir a suo modo è un vero e proprio pittore della settima arte e con Il Fiume, mostra tutto il suo talento estetico nella costruzioni di immagini dai colori carichi di connotazioni simbolico-metaforiche, esaltando nei contorni netti il paesaggio esotico e tropicale Indiano, raggiungendo risultati toccati nella storia del cinema con il technicolor solo da Powel e Pressbruger, dai melodrammi di Douglas Sirk o dai musical di Vincente Minnelli e Stanley Donen.
        I colori dell'India esplodono in una tavolozza sensoriale che dona gioia visiva agli occhi dello spettatore estasiato, è un film bellissimo da vedere, il quale si crogiola nella saturazione visiva mai di maniera e attentamente calibrata nel suo uso; non si può negare dopo l'ora e quaranta visione la felicità dell'esperienza immersiva in questo luogo così lontano eppure così ricco di tradizioni millenarie di stampo sociale e religioso, un mondo ignoto di cui Renoir ci fà sentire gli odori e le sensazioni che si provano, che siano reali o scaturite da un racconto diegetico come quello di Harriet dedicato alla dea Krishna con tanto di danza girata in modo sperimentale, un racconto che è la storia di tante ragazze indiane che si sposano obietta Valerie, eppure la vita è questa, un ciclo perpetuo senza inizio e senza una conclusione nello scorrere continuo del flusso, il fiume scorre sempre, così come le tre ragazze ed il capitano John sono sempre in costante movimento, figure irrequiete e mai statiche nel loro animo mutevole, sfuggenti come lo è il film e la sua intimità più profonda oltre il significato, questo è un elemento di frustrazione da parte dello spettatore per via di un Renoir che in taluni frangenti gioca troppo alla citazione di "quadri impressionisti" tramite i suoi personaggi, invece di penetrare ancor di più nella profondità misteriosa del subcontinenti indiano con il loro vero sentire e non quello proveniente da un'altra cultura estranea.
        La metafora filmica comunque risulta chiara : l'esperienza della vita, la ricerca del senso di essa e le sperimentazioni di come l'esistenza ci riservi gioie ma anche accadimenti terribili; immersi in un paesaggio esotico ed inafferrabile nel suo essere misterioso forse l'India di Renoir ragala molto a livello sensorale, ma poco per quanto riguarda lo spaccato socale-colonialista in sè come ha accusato certa critica all'epoca, visto che tale aspetto non è per niente affrontato dal regista e la governante indiana Nan è perfettamente servizievole nei confronti della famiglia bianca coloniale della protagonista Harriet.
        Un'esperienza metafisica inafferrabile e forse irrisolta, come lo è la vita e che spiazzò gran parte della critica dell'epoca e venne recepito dagli americani come una stravaganza esotica, tranne dai Cahier du cinemà, che lo giudicarono un capolavoro con l'analisi di Andrè Bazin. Uno dei film preferiti di Scorsese in assoluto, banco di prova come assistente alla regia per il futuro cineasta Satyajit Ray, altro nome formatasi alla "scuola Renoir", ad oggi sicuramente il Fiume lo si può considerare tra i più alti risultati raggiunti dal cineasta francese e tra i massimi risultati della settima arte.

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        • La fine!!! Per chi è sopravvissuto al viaggio... poi c'è chi è morto durante la lettura delle precedenti recensioni, quindi ricordiamo anche loro.

          La Carrozza d'oro di Jean Renoir (1952).

          Come ci illustra la didascalia iniziale che apre la pellicola La Carrozza d'Oro di Jean Renoir (1952), la commedia rappresentata è una fantasia all'italiana che si scolve nel XVIII secolo nell'america latina, nello specifico in Perù.
          Progetto dalla travagliata come ci viene detto nell'esauriente booklet presente nella confezione del film della Raro Video arricchita con vari extra, l'opera doveva essere originariamente diretta da Luchino Visconti, l'allievo di Renoir che aveva lavorato con il regista francese come assistente alla regia in alcuni suoi film, a quanto dice il produttore Alliata, Visconti era una persona molto contraddittoria, tralasciando le considerazioni politiche e la sua vita privata lussosa in netto contrasto con esse su cui il produttore spara a zero ma a noi ora poco interessano, pare che il regista italiano abbia fatto spendere alla produzione 140 milioni di lire di pre-produzione senza essere giunto a nulla, nè ad un copione definitivo e nè a decidere i set in cui girare il film (si parlava di girarlo in Sicilia inizialmente).
          Stufi dell'attaggiamento fanfarone e colmo di sufficienza di Visconti, che nel frattempo durante tutto questo ebbe il tempo di girare Bellissima (1951), la produzione complice anche il fatto che il regista tranne con Ossessione (1943) non era una garanzia ai botteghini, decise di silurarlo e dopo aver valutato altri registi italiani, alla fine decisero di chiamare Jean Renoir, il quale fu entusiasta di riprendere i suoi legami con l'Italia bruscamente interrotti dopo appena quattro giorni di lavorazione del film La Tosca (1940), per lo scoppio delle ostilità del nostro paese con la Francia. Alla fine si optò per girare il film negli studi di Cinecittà ed in lingua inglese, per poi doppiarlo in italiano e francese, scegliendo come protagonista Anna Magnani, con cui Renoir finalmente potè intrecciare una relazione professionale a lungo inseguita visto la sua stima verso l'attrice; per agevolare ancor di più la sua perfomance, Renoir italianizzò ancor di più il copione.

          Il cinema di Jean Renoir ha sempre avuto una forte componente teatrale, diventando mano a mano sempre più pensato sotto tale aspetto toccando l'apice con il capolavoro assoluto La Regola del Gioco (1939), dove teatro vero e la finzione cinematografica si mescolavano continuamente in una grande commedia corale in cui numerosi personaggi intrecciavano relazioni tra loro. La Carrozza d'Oro rappresenta l'apice della teorizzazione del rapporto cinema-teatro, su cui il regista aveva basato gran parte della fimografia; nel suo ultimo film Renoir si basa sulla commedia dell'arte italiana con le sua maschere ed un forte impianto barocco, la protagonista Camilla (Anna Magnani), interpreta in scena il personaggio Colombina, serva le cui attenzioni sono contese da Arlecchino e il suo padrone Pantalone nella finzione teatrale, la donna giunta nel nuovo mondo in cerca di fortuna, si ritrova al centro delle attenzioni amorose di Felipe (Paul Campbell), interprete a teatro di Arlecchino e che vorrebbe cornonare la loro unione anche nella realtà, Ramon un elegante quanto vanaglorioso torero ed infine il vicerè Ferdinando (Duncan Lmont), il quale colpito dalla rappresentazione teatrale della compagnia italiana a corte e sopreso dai modi spicci e poco codificati di Camilla, s'innamora di costei promettendo come pegno d'amore una carrozza d'oro che aveva ordinato precedentemente e simbolo dell'ossesione di Camilla, la quale vi aveva viaggiato per mesi insieme durante il suo viaggio per giungere in sudamerica.
          Le aperture filmiche di Renoir sono sempre originali e nella Carrozza d'Oro il regista con l'apertura del sipario teatrale, fà avanzare con il carrello la macchina da presa in avanti sino ad annullare la finzione scenica e ad immergerci nel film, quindi nel mondo del cinema. La storia come detto in precedenza in effetti è una farsa barocca di poco conto, che al regista serve per sviluppare le proprie idee sul rapporto teatr-cinema e quando un attore o attrice, smette di essere tale nella vita reale e quando finisce il teatro ed inizia la vita, come si domanda verso la fine una sconsolata Camilla, alle prese con la gestione dei suoi tre spasimanti gelosi ed in lotta tra loro.

          Seppur inferiore ai risultati toccati nel precedente Il Fiume (1951), il technicolor del nirpote Claude Renoir, offre uno spaccato barocco-decadente di questa aristocrazia nobiliare sempre più prossima al declino, con la sua ostentata opulenza nei costumi e delle location interne del palazzo reale; in effetti se inizalmente si scambia l'inizio del film per un artifizio meramente meta-teatrale, nel corso dello scorrere del film ci si rende conto come in realtà la finzione sia sbattuta in faccia allo spettatore e lo sviluppo delle sequenze, divisie in tre atti, si svolgano proprio come se fossimo immersi in una rappresentazione teatrale con le porte della casa di Camilla, che fungono da ingressi per dietro le quinte e movimenti di macchina che ricordano il precedente capolavoro assoluto del regista la Regola del Gioco, senza dimenticare il teatro nel teatro consisente nella rappresentazione tipica della commedia dell'arte italiana, fatta dalla compania nello spiazzale di una locanda, dove le maschere di Colombina, Allerchino, Pantalone e così via s'intrecciano in perfomance improvvisate e di popolana veracità, da suscitare il divertimento del popolo in contrasto con la fredda reazione dei nobili a corte, i quali disprezzano l'arte popolare e farsesca della compagnia teatrale, bollandola come volgare. Camilla nata e vissuta nella miseria, deve scegliere tra vita e realtà in quale delle due direzioni inprarese potrà essere finalmente sè stessa, con l'incombente ossessione della carrozza d'oro, elemento che rappresenta l'unica cosa posseduta da Camilla ed una possibile svolta in una vita condotta nella miseria sino ad allora; oggetto sulla bocca di tutti i personaggi la cui presenza in scena viene centellinata sino alla scelta inconsueta da parte di Camilla sua sua destinazione finale. Un film imporvvisato nel senso buono nel termine, grazie anche all'ottima recitazione spontanea ed esuberante di una Anna Magnani a suo agio con la "popolanità" del personaggio che interpreta, con una perfetta gestioent ra teatralità classica e drammaturgia romantica e differenza degli altri interpreti che oltre a soffrire il raffronto recitativo con la nostra connazionale, non trovano sempre un punto di quilibrio tra queste due anime. Dove un personaggio può vivere? Nella realtà o nelle due ore di teatro? Questa è la domanda di Renoir e cui si troverà una risposta. Scarso successo di pubblico e di critica ingiusto, con delle eccezioni come quella della stampa francese specie di Truffaut che considera la pellicola un capolavoro, anche se bisogna comunque dire che la Carrozza d'Oro soffre probabilmente di limiti di soggetto per un cinema come quello di Renoir forse divenuto eccessivamente teorizzante e le cui conclusioni in materia, avevano trovato risultati nettamente superiori nella Regola del Gioco.

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          • Dopo Le Quattro Volte ho rivisto anche Il Dono di Frammartino... bellissimo anche questo.

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            • Cattive acque di Todd Haynes, di film così ce ne vorrebbe almeno uno a settimana
              In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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              • Originariamente inviato da trabant Visualizza il messaggio
                Cattive acque di Todd Haynes, di film così ce ne vorrebbe almeno uno a settimana
                Da una parte questo breve commento mi fa pensare che sia bello, dall'altra che sia allo stesso tempo una cosa preconfezionata e riproducibile in serie...

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                • niente di nuovo, se non il fatto che la causa è stata portata avanti da un avvocato che lavorava al soldo delle corporation, però ottima e coinvolgente realizzazione
                  In qualche strana maniera noi svalutiamo le cose appena le pronunciamo. Crediamo di esserci immersi nel più profondo dell'abisso, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d'acqua sulle punte delle nostre dita pallide non somiglia più al mare donde veniamo. Crediamo di aver scoperto una caverna di meravigliosi tesori e quando risaliamo alla luce non abbiamo che pietre false e frammenti di vetro; e tuttavia nelle tenebre il tesoro seguita a brillare immutato. (Maeterlinck)

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                  • Ho visto Bait di Mark Jenkin (segnalato in molte classifiche dei film dell'anno, quello appena passato)... ha qualcosa di The Lighthouse ma è molto più radicale (nella fotografia, nella regia, nel montaggio), diciamo che è la versione non mainstream di quel film... villaggio di pescatori, una famiglia alto-borghese che acquista una casa da due fratelli (pescatori) e ci fa un b&b, dissidi tra i nuovi arrivati e i residenti (per un parcheggio, ma non solo)... una romance tra il figlio di uno dei due e la figlia dei forestieri... tensione, rabbia, violenza trattenuta ma pronta ad esplodere... tutto girato in 16mm con una grana vistosissima (io avrei detto Super8 per quanto è grossa la grana e sporca la pellicola) come un film degli 'anni 20... non in presa diretta ma doppiato successivamente! (tutta la colonna audio è stata creata in studio, con effetti spesso inquietanti ma anche, talvolta, comici)... e poi insistiti primi piani, montaggio straniante, flashforward improvvisi... boh, per me una bomba proprio... e fatto con due lire... Voto: tra l' 8,5 e il 9

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                    • Memorie di un assassino di Bong Joon-ho (2003).

                      Rimuovere un grillo dall'erba di campagna per imprigionarlo in un barattolo, è un atto innaturale tanto quanto arrovellarsi nella ricerca forsennata di un assassino e supratore di varie belle ragazze di questa piccola cittadina di provincia della Corea del Sud, perchè sarebbe ingiusto rimuoverlo dal suo habitat naturale.
                      Ispirato ad una storia vera del primo assassino seriale coreano che operò tra il 1986 e il 1991, Bong parte da uno spunto di indagine, per mano a mano elevare sempre più il suo sguardo a favore di una vera e propria indagine sulla natura dell'essere umano e al contempo porre in essere anche una cupa osservazione sociale del suo paese. Park (Song Kang-oh) e Cho (Kim Roe-ha) sono incaricati di trovare il colpevole, ma come tutta la polizia di provincia sono altamente impreparati nel fronteggiare tale compito, poichè come loro solito ricorrono a metodi violenti e brutali, comprensivi anche della tortura pur di estorcere una confessione ai malcapitati sospetti per indurre loro a confessare crimini non eseguiti. In loro aiuto viene da Seul il detective Seo (Kim Sang-kyun), il quale a differenza dei suoi colleghi, predilige tecniche di indagine scientifica che si basano sull'analizzare i fatti e ragionare come il serial killer, in modo da giungere alla risoluzione del caso.
                      Per capirci meglio è come se il detective Park fosse la fusione tra la brutalità dell'ispettore Callaghan di Clint Eastwood e l'arrgoanza pasticciona del Closeau di Peter Sellers, mentre Seo è un novello Poirot che con ordine e metodo porta a passi in avanti concreti, non disdegnando l'aiuto anche di un'agente donna che lavora nel distretto di polizia e che gode di poca considerazione dai suoi colleghi maschi, quando invece potrebbe dare molto più aiuto nelle indagini se le fosse concesso spazio come fa Seo; un tocco riuscito di femminismo inserito in modo del tutto naturale all'interno della pellicola senza che diventi uno spot urlato come i film del metoo eppure estremamente più efficace di molta spazzatura finto-femminista che artificiosamente vorrebbe glorificare il "sesso debole"; per poi fare solo disastri filmici. Uno scontro tra un'indole conservatrice e un'anima progressiste che si sta formando nella Sud Corea di fine anni 80', la quale sta lasciando dietro le spalle il periodo della dittatura e della miseria, per abbracciare tra mille disordini ed incertezze la democrazia con uno sviluppo capitalistico sfrenato sfruttando come fiore all'occhiello le olimpiadi di Seul che avverranno nel 1988; il risultato quindi è un thriller si di genere ma con fortissime venature sociali, anche se espresse con un linguaggio cinematografico fortemente comprensibile da qualsiasi spettatore, ottenendo una pellicola interessante ed originale nello sfruttare il genere d'appartenenza discostandosi dai soliti canoni dei film americani, divenendo a sua volta anche fonte d'ispirazione per opere come Zodiac di David Fincher (2007), il quale ha letteralmente rubato qua e là da questa pellicola coreana, eliminando però un sostrato sociale alla base per concentrarsi solo sul mero fatto, che pur ad oggi risulta essere il suo miglior film, non raggiunge la potenza del piccolo capolavoro di Bong Jooh-ho.

                      L'indagine è frustrante, circolare e quindi ripiegata su sè stessa, mai suffragata da un elemento decisivo che porti alla colpevolezza certa del colpevole, su cui anche nei casi più sospetti, volteggia uno spirito aleatoreo che finisce poi con dare come risultato molto più dubbi di prima. La scientificità del detective Seo, avrebbe la presunzione di portare un ordine razionale nel panorama frammentato della società coreana di questo piccolo paesino di provincia, ma il risultato non può che essere uno scacco esistenziale nonchè empirico, perchè è inutile cercare un assassino, se alla fine lo siamo comunemente un pò tutti, tanto che dietro la superficie un pò opaca ma in apparenza "pulita", si cela un'umanità gretta, ignorante, brutale e deviata. Un ammasso di carne di varia consistenza e qualità, su cui il regista si sofferma anche con vari accostamenti di montaggio abbastanza "disturbanti" ed originali, eppure destinata comunque a lungo andare a marcire come l'intera società perversa, indifferente e violenta della Sud Corea.
                      Bong si destreggia in modo eccellente attraverso la materia filmica, padroneggiando i meccanismo del thriller investigativo con una buona chiarezza espositiva e sviluppo delle indagini, un uso ottimo delle location anche in funzione simbolica, per poi girare le sequenze di omicidio giocando molto più sull'attesa che sull'atto in sè e mescolando il tutto specie in alcune sequenze con il detective Park, con toni comici arrivando anche a smitizzare alcune caratteristiche del thriller poliziesco arrivando a cosnegnarci tramite lo sguardo finale in camera un finale altamente memorabile. L'estetica filmica aggiunge sgradevolezza al tutto poichè risulta avvolta parennemente da un'aura di sporcizia in cui i personaggi della cittadina, nonchè i detective Park e Cho, sguazzano allegramente immergendosi nel puzzo delle taverne, nelle loro mani unte e nella devastazione fisica da troppe mangiate e bevute, più "carne" animale che umana e per questo risultano tramendamente nauseanti (Song Kang-oh è uno schifo a vedersi per gran parte del film).
                      Uscito nella Corea del Sud nel 2003 ottenendo un successo strepitoso con oltre 26 milioni di dollari a fronte di un budget di 2.8, Memorie di un assassino è il secondo film di Bong, nonchè quello che ne rivela già la piena maturità artistica, seppur non al livello del suo collega immensamente più dotato e meno compreso dall'ottuso sistema Kim Ki-duk. Uscito in home video nel 2007, in occasione della vittoria agli oscar di Parasite, cui con l'academy ha deciso di fare l'ennesima scelta liberal-radical chic aprendosi al momndo in contrasto con le politiche anti-inclusive di Trump, essendo diventato il nome del regista largamente conosciuto, il distributore nsotrano ha deciso di proiettare nei nostri cinema Memorie di un Assassino, così che anche il sottoscritto potesse finalmente vedere questo piccolo capolavoro, che sarebbe stato un peccato visionarlo solo innanzi alla televisione, notando tra l'altro con piacere che sta realizzando discreti incassi per una pellicola già disponibile da tempo e sarebbe un peccato lasciarsela sfuggire.
                      Ultima modifica di Sensei; 28 febbraio 20, 09:24.

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                      • SORRY WE MISSED YOU, di K.Loach
                        K.Loach narra con senile ma consumata perizia le solite cose di cui si occupa da sempre, e lo fa bene, contenendo l'inevitabile tendenza allo schematismo e al didascalismo tipica dei film a tesi.
                        Il regista inglese parla delle folle pressione esercitata su un lavoratore medio sempre più spossessato della sua vita e sempre meno garantito quanto a diritti "inalienabii" come il riposo, orari regolari, e cure mediche; disegna personaggi a tre dimensioni con cui è possibile empatizzare e per i quali si soffre (attori non professionisti, leggo), e si sforza di allargare lo sguardo sul funzionamento generale della società, mettendo in evidenza, sulla carne viva del suo eroe, i rapporti che intercorrono tra sfruttamento crescente, disgregazione familiare e sociale, e altri fenomeni odierni annessi (la tecnologia informatica è vista giustamente come uno degli strumenti che aiutano a schiavizzare).
                        E' un film peso, toccante, molto duro; ed è diretto asciuttamente, senza il minimo fronzolo, mirando dritto a stomaco e cuore. Insomma, promosso.
                        Ultima modifica di papermoon; 01 marzo 20, 12:54.

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                        • Cold War di Pawel Pawlikowski

                          Troppo patinato per i miei gusti. Tante scene sono indubbiamente belle, ma non sono mai riuscito ad appassionarmi minimamente alla vicenda, inoltre mi è parso che il film segue delle scelte di montaggio troppo schematiche.

                          La bambola assassina di Lars Klevberg

                          Per tre quarti di film l'ho trovato centrato e divertente. L'idea di base è buona, il tono da commedia slasher anche ... ma nel finale si scade proprio nel ridicolo. Peccato, in mano a qualche regista diverso (un Edgar Wright ad esempio) sarebbe potuto essere molto di più.
                          https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • Cold War troppo sopravvalutato, addirittura premi a Cannes e tanta reverenza agli oscar con nomination pesanti.

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                            • Alien Covenant:
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                              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                              Spoiler! Mostra

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                              • CONSIGLI NON RICHIESTI PER SOPRAVVIVERE AL CORONAVIRUS

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                                Bellissimo melò che racconta l'amore tra un giovane uomo e una donna più matura che si conoscono durante un viaggio in treno: 88 minuti di film che sono una fucilata al cuore, con un'attrice protagonista strepitosa e una colonna sonora che fa venire in mente quelle belle che facevamo noi all'epoca. Melanconico come il mare d'inverno immortalato nelle prime scene.

                                Le mille e una notte (E. Yamamoto, 1969)

                                Capolavoro animato del regista dell'altrettanto fondamentale Belladonna of Sadness, un tripudio di invenzioni visive per rileggere la storia di Aladino insertata con altre fiabe del magico Oriente, e non mancano anche immagini reali che si mescolano ai disegni. Animazione che regge la prova del tempo, erotismo raffinato, intermezzi comici, colpi di scena e tanta fantasia: non manca davvero nulla. Doppiaggio italiano che mi pare d'epoca, ma non son riuscito a trovare informazioni, il che però mi fa strano perché ignoravo fosse mai uscito da noi.

                                Caini (B. Mirica, 2016)

                                Film rumeno con echi western, un dramma-thriller cupo e violento, che gira intorno a un piede mozzato ritrovato in uno stagno. Bella dimostrazione che la cinematografia di questo Paese non è solo ciò che normalmente identifichiamo con la produzione d'essai ma è assai più variegata ed eclettica.

                                A sun (Chung Mung-Hong, 2019)

                                Film Netflix di produzione taiwanese, parte come un gangster movie violento e finisce col diventare uno straziante melò familiare. Bellissimo davvero, alla faccia di chi pensa che Netflix produca e distribuisca solo cagate.

                                A swedish love story (R. Andersson, 1970)

                                Per quel che mi riguarda il miglior film dell'insopportabile regista svedese, che prima di diventare un beniamino di pochi sparuti cinefili con le sue inquadrature fisse connotate da grottesco scandinavo indigesto, riesce a raccontare una bella storia d'amore (e sesso) adolescenziale/giovanile, senza falsi pudori.

                                The sun also rises (Wen Jiang, 2007)

                                Lo cercavo sin dalla sua presentazione alla mostra veneziana targata Muller, e devo dire che l'attesa è stata ripagata. Una commedia coloratissima, dal ritmo mozzafiato, ricco di inventiva, con personaggi memorabili. Una perla purtroppo misconosciuta.

                                Il debito coniugale (F. Prosperi, 1970)

                                Commedia on the road picaresca tutt'altro che disprezzabile nell'ambito del nostro cinema bis. Orazio Orlando e Lando Buzzanca funzionano ottimamente, inseguendo una falsa idea di libertà, è inevitabilmente rapsodico ma con molte scene indovinate, a tratti persino poetico (il contadino che sfiora con una carezza la ragazza ninfomane è una perla inaspettata) e un discreto ritmo, un po' spezzettato invero dalle parentesi della moglie Anita Ekberg. Finale un po' debole, costruito per un improbabile happy end: se fosse finito 5 minuti prima avrebbe dato un acre sapore alla Citti al tutto. Barbara Bouchet, credo al suo primo film italiano, è una roba da sturbo.

                                In conclusione, ho pensato che per sopravvivere a questi tristi tempi senza sala potremmo scambiarci consigli e suggerimenti di visioni - non richiesti appunto, ma spontanei - solo film che ci son piaciuti, per condividere la nostra passione... in attesa di giorni migliori... così se vi va

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