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  • Ho visto Bait di Mark Jenkin (segnalato in molte classifiche dei film dell'anno, quello appena passato)... ha qualcosa di The Lighthouse ma è molto più radicale (nella fotografia, nella regia, nel montaggio), diciamo che è la versione non mainstream di quel film... villaggio di pescatori, una famiglia alto-borghese che acquista una casa da due fratelli (pescatori) e ci fa un b&b, dissidi tra i nuovi arrivati e i residenti (per un parcheggio, ma non solo)... una romance tra il figlio di uno dei due e la figlia dei forestieri... tensione, rabbia, violenza trattenuta ma pronta ad esplodere... tutto girato in 16mm con una grana vistosissima (io avrei detto Super8 per quanto è grossa la grana e sporca la pellicola) come un film degli 'anni 20... non in presa diretta ma doppiato successivamente! (tutta la colonna audio è stata creata in studio, con effetti spesso inquietanti ma anche, talvolta, comici)... e poi insistiti primi piani, montaggio straniante, flashforward improvvisi... boh, per me una bomba proprio... e fatto con due lire... Voto: tra l' 8,5 e il 9

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    • Memorie di un assassino di Bong Joon-ho (2003).

      Rimuovere un grillo dall'erba di campagna per imprigionarlo in un barattolo, è un atto innaturale tanto quanto arrovellarsi nella ricerca forsennata di un assassino e supratore di varie belle ragazze di questa piccola cittadina di provincia della Corea del Sud, perchè sarebbe ingiusto rimuoverlo dal suo habitat naturale.
      Ispirato ad una storia vera del primo assassino seriale coreano che operò tra il 1986 e il 1991, Bong parte da uno spunto di indagine, per mano a mano elevare sempre più il suo sguardo a favore di una vera e propria indagine sulla natura dell'essere umano e al contempo porre in essere anche una cupa osservazione sociale del suo paese. Park (Song Kang-oh) e Cho (Kim Roe-ha) sono incaricati di trovare il colpevole, ma come tutta la polizia di provincia sono altamente impreparati nel fronteggiare tale compito, poichè come loro solito ricorrono a metodi violenti e brutali, comprensivi anche della tortura pur di estorcere una confessione ai malcapitati sospetti per indurre loro a confessare crimini non eseguiti. In loro aiuto viene da Seul il detective Seo (Kim Sang-kyun), il quale a differenza dei suoi colleghi, predilige tecniche di indagine scientifica che si basano sull'analizzare i fatti e ragionare come il serial killer, in modo da giungere alla risoluzione del caso.
      Per capirci meglio è come se il detective Park fosse la fusione tra la brutalità dell'ispettore Callaghan di Clint Eastwood e l'arrgoanza pasticciona del Closeau di Peter Sellers, mentre Seo è un novello Poirot che con ordine e metodo porta a passi in avanti concreti, non disdegnando l'aiuto anche di un'agente donna che lavora nel distretto di polizia e che gode di poca considerazione dai suoi colleghi maschi, quando invece potrebbe dare molto più aiuto nelle indagini se le fosse concesso spazio come fa Seo; un tocco riuscito di femminismo inserito in modo del tutto naturale all'interno della pellicola senza che diventi uno spot urlato come i film del metoo eppure estremamente più efficace di molta spazzatura finto-femminista che artificiosamente vorrebbe glorificare il "sesso debole"; per poi fare solo disastri filmici. Uno scontro tra un'indole conservatrice e un'anima progressiste che si sta formando nella Sud Corea di fine anni 80', la quale sta lasciando dietro le spalle il periodo della dittatura e della miseria, per abbracciare tra mille disordini ed incertezze la democrazia con uno sviluppo capitalistico sfrenato sfruttando come fiore all'occhiello le olimpiadi di Seul che avverranno nel 1988; il risultato quindi è un thriller si di genere ma con fortissime venature sociali, anche se espresse con un linguaggio cinematografico fortemente comprensibile da qualsiasi spettatore, ottenendo una pellicola interessante ed originale nello sfruttare il genere d'appartenenza discostandosi dai soliti canoni dei film americani, divenendo a sua volta anche fonte d'ispirazione per opere come Zodiac di David Fincher (2007), il quale ha letteralmente rubato qua e là da questa pellicola coreana, eliminando però un sostrato sociale alla base per concentrarsi solo sul mero fatto, che pur ad oggi risulta essere il suo miglior film, non raggiunge la potenza del piccolo capolavoro di Bong Jooh-ho.

      L'indagine è frustrante, circolare e quindi ripiegata su sè stessa, mai suffragata da un elemento decisivo che porti alla colpevolezza certa del colpevole, su cui anche nei casi più sospetti, volteggia uno spirito aleatoreo che finisce poi con dare come risultato molto più dubbi di prima. La scientificità del detective Seo, avrebbe la presunzione di portare un ordine razionale nel panorama frammentato della società coreana di questo piccolo paesino di provincia, ma il risultato non può che essere uno scacco esistenziale nonchè empirico, perchè è inutile cercare un assassino, se alla fine lo siamo comunemente un pò tutti, tanto che dietro la superficie un pò opaca ma in apparenza "pulita", si cela un'umanità gretta, ignorante, brutale e deviata. Un ammasso di carne di varia consistenza e qualità, su cui il regista si sofferma anche con vari accostamenti di montaggio abbastanza "disturbanti" ed originali, eppure destinata comunque a lungo andare a marcire come l'intera società perversa, indifferente e violenta della Sud Corea.
      Bong si destreggia in modo eccellente attraverso la materia filmica, padroneggiando i meccanismo del thriller investigativo con una buona chiarezza espositiva e sviluppo delle indagini, un uso ottimo delle location anche in funzione simbolica, per poi girare le sequenze di omicidio giocando molto più sull'attesa che sull'atto in sè e mescolando il tutto specie in alcune sequenze con il detective Park, con toni comici arrivando anche a smitizzare alcune caratteristiche del thriller poliziesco arrivando a cosnegnarci tramite lo sguardo finale in camera un finale altamente memorabile. L'estetica filmica aggiunge sgradevolezza al tutto poichè risulta avvolta parennemente da un'aura di sporcizia in cui i personaggi della cittadina, nonchè i detective Park e Cho, sguazzano allegramente immergendosi nel puzzo delle taverne, nelle loro mani unte e nella devastazione fisica da troppe mangiate e bevute, più "carne" animale che umana e per questo risultano tramendamente nauseanti (Song Kang-oh è uno schifo a vedersi per gran parte del film).
      Uscito nella Corea del Sud nel 2003 ottenendo un successo strepitoso con oltre 26 milioni di dollari a fronte di un budget di 2.8, Memorie di un assassino è il secondo film di Bong, nonchè quello che ne rivela già la piena maturità artistica, seppur non al livello del suo collega immensamente più dotato e meno compreso dall'ottuso sistema Kim Ki-duk. Uscito in home video nel 2007, in occasione della vittoria agli oscar di Parasite, cui con l'academy ha deciso di fare l'ennesima scelta liberal-radical chic aprendosi al momndo in contrasto con le politiche anti-inclusive di Trump, essendo diventato il nome del regista largamente conosciuto, il distributore nsotrano ha deciso di proiettare nei nostri cinema Memorie di un Assassino, così che anche il sottoscritto potesse finalmente vedere questo piccolo capolavoro, che sarebbe stato un peccato visionarlo solo innanzi alla televisione, notando tra l'altro con piacere che sta realizzando discreti incassi per una pellicola già disponibile da tempo e sarebbe un peccato lasciarsela sfuggire.
      Ultima modifica di Sensei; 28 febbraio 20, 09:24.

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      • SORRY WE MISSED YOU, di K.Loach
        K.Loach narra con senile ma consumata perizia le solite cose di cui si occupa da sempre, e lo fa bene, contenendo l'inevitabile tendenza allo schematismo e al didascalismo tipica dei film a tesi.
        Il regista inglese parla delle folle pressione esercitata su un lavoratore medio sempre più spossessato della sua vita e sempre meno garantito quanto a diritti "inalienabii" come il riposo, orari regolari, e cure mediche; disegna personaggi a tre dimensioni con cui è possibile empatizzare e per i quali si soffre (attori non professionisti, leggo), e si sforza di allargare lo sguardo sul funzionamento generale della società, mettendo in evidenza, sulla carne viva del suo eroe, i rapporti che intercorrono tra sfruttamento crescente, disgregazione familiare e sociale, e altri fenomeni odierni annessi (la tecnologia informatica è vista giustamente come uno degli strumenti che aiutano a schiavizzare).
        E' un film peso, toccante, molto duro; ed è diretto asciuttamente, senza il minimo fronzolo, mirando dritto a stomaco e cuore. Insomma, promosso.
        Ultima modifica di papermoon; 01 marzo 20, 12:54.

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        • Cold War di Pawel Pawlikowski

          Troppo patinato per i miei gusti. Tante scene sono indubbiamente belle, ma non sono mai riuscito ad appassionarmi minimamente alla vicenda, inoltre mi è parso che il film segue delle scelte di montaggio troppo schematiche.

          La bambola assassina di Lars Klevberg

          Per tre quarti di film l'ho trovato centrato e divertente. L'idea di base è buona, il tono da commedia slasher anche ... ma nel finale si scade proprio nel ridicolo. Peccato, in mano a qualche regista diverso (un Edgar Wright ad esempio) sarebbe potuto essere molto di più.
          https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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          • Cold War troppo sopravvalutato, addirittura premi a Cannes e tanta reverenza agli oscar con nomination pesanti.

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            • Alien Covenant:
              Soddisfatto del film, che riprende i classici topoi del gotico (l'incidente che costringe gli "eroi" a rifugiarsi nel castello, dove un losco e incestuoso figuro ammantato li conduce in un tetro laboratorio, nei cui sotterranei si nasconde il mostro) in chiave fantascientifica. Bella la fine "pompeiana" di certi alieni, bello l'incipit quasi kubrikiano. Inoltre è piacevole riconoscere la mano di Logan, specie nei dialoghi "bibliofili", ricchi di citazioni all'arte e alla letteratura, nella caratterizzazione dei personaggi. Interessante l'idea che un certo personaggio muoia all'interno della camera di ibernazione prima ancora di uscire, cosa che lascia sospettare che tutta una serie di incidenti siano stati in realtà previsti e programmati dalla compagnia Weiland. Infine il finale, seppur telefonato, riesce nuovamente ad inquietare andando a lavorare da un lato su un topos classico, dall'altro su un terrore atavico (essere colpiti nel sonno).
              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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              • CONSIGLI NON RICHIESTI PER SOPRAVVIVERE AL CORONAVIRUS

                The Rendezvous (K. Saito, 1972)

                Bellissimo melò che racconta l'amore tra un giovane uomo e una donna più matura che si conoscono durante un viaggio in treno: 88 minuti di film che sono una fucilata al cuore, con un'attrice protagonista strepitosa e una colonna sonora che fa venire in mente quelle belle che facevamo noi all'epoca. Melanconico come il mare d'inverno immortalato nelle prime scene.

                Le mille e una notte (E. Yamamoto, 1969)

                Capolavoro animato del regista dell'altrettanto fondamentale Belladonna of Sadness, un tripudio di invenzioni visive per rileggere la storia di Aladino insertata con altre fiabe del magico Oriente, e non mancano anche immagini reali che si mescolano ai disegni. Animazione che regge la prova del tempo, erotismo raffinato, intermezzi comici, colpi di scena e tanta fantasia: non manca davvero nulla. Doppiaggio italiano che mi pare d'epoca, ma non son riuscito a trovare informazioni, il che però mi fa strano perché ignoravo fosse mai uscito da noi.

                Caini (B. Mirica, 2016)

                Film rumeno con echi western, un dramma-thriller cupo e violento, che gira intorno a un piede mozzato ritrovato in uno stagno. Bella dimostrazione che la cinematografia di questo Paese non è solo ciò che normalmente identifichiamo con la produzione d'essai ma è assai più variegata ed eclettica.

                A sun (Chung Mung-Hong, 2019)

                Film Netflix di produzione taiwanese, parte come un gangster movie violento e finisce col diventare uno straziante melò familiare. Bellissimo davvero, alla faccia di chi pensa che Netflix produca e distribuisca solo cagate.

                A swedish love story (R. Andersson, 1970)

                Per quel che mi riguarda il miglior film dell'insopportabile regista svedese, che prima di diventare un beniamino di pochi sparuti cinefili con le sue inquadrature fisse connotate da grottesco scandinavo indigesto, riesce a raccontare una bella storia d'amore (e sesso) adolescenziale/giovanile, senza falsi pudori.

                The sun also rises (Wen Jiang, 2007)

                Lo cercavo sin dalla sua presentazione alla mostra veneziana targata Muller, e devo dire che l'attesa è stata ripagata. Una commedia coloratissima, dal ritmo mozzafiato, ricco di inventiva, con personaggi memorabili. Una perla purtroppo misconosciuta.

                Il debito coniugale (F. Prosperi, 1970)

                Commedia on the road picaresca tutt'altro che disprezzabile nell'ambito del nostro cinema bis. Orazio Orlando e Lando Buzzanca funzionano ottimamente, inseguendo una falsa idea di libertà, è inevitabilmente rapsodico ma con molte scene indovinate, a tratti persino poetico (il contadino che sfiora con una carezza la ragazza ninfomane è una perla inaspettata) e un discreto ritmo, un po' spezzettato invero dalle parentesi della moglie Anita Ekberg. Finale un po' debole, costruito per un improbabile happy end: se fosse finito 5 minuti prima avrebbe dato un acre sapore alla Citti al tutto. Barbara Bouchet, credo al suo primo film italiano, è una roba da sturbo.

                In conclusione, ho pensato che per sopravvivere a questi tristi tempi senza sala potremmo scambiarci consigli e suggerimenti di visioni - non richiesti appunto, ma spontanei - solo film che ci son piaciuti, per condividere la nostra passione... in attesa di giorni migliori... così se vi va

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                • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
                  A sun (Chung Mung-Hong, 2019)

                  Film Netflix di produzione taiwanese, parte come un gangster movie violento e finisce col diventare uno straziante melò familiare. Bellissimo davvero, alla faccia di chi pensa che Netflix produca e distribuisca solo cagate.
                  Su Netflix a voler cercare si troverebbero anche diverse gemme nascoste, il problema è che è talmente affollato che uno non può stare ogni volta a controllarseli tutti.

                  Io, ad esempio, ho in lista My Happy Family, nuovo film dagli autori di In Bloom (bel coming of age georgiano tutto al femminile), ma l'ho trovato quasi per caso.

                  Cmq quest'altro taiwanese me lo sono segnato, tnx.
                  Luminous beings are we, not this crude matter.

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                  • Causa coronavirus volente o nolente ho dovuto limitare attività e impegni vari, compensando con la visione di più film rispetto al solito. Sarà così almeno anche per le prossime quattro settimane.
                    Intanto segue riepilogo delle visioni delle ultime due settimane, con brevi o brevissimi commenti.

                    Antiporno di Sion Sono - Avevo già avuto modo di dire nel topic delle filmografie che mi avesse convinto di meno rispetto agli altri del regista che ho visto.

                    Oro verde - C'era una volta in Colombia di Ciro Guerra - Un po' la versione etnica del Padrino... o di Scarface, o di C'era una volta in America. Non che lo voglia paragonare a sti grandi titoli, ma alcune dinamiche son quelle, in più c'è l'approfondimento antropologico e l'impatto del capitalismo su comunità che ne erano rimaste ai margini. La pecca è che la famiglia e in particolare il matrimonio su cui tutto fa perno vengono in realtà poco approfonditi, rischiando di ridurre il coinvolgimento.

                    The nightingale di Jennifer Kent - Innanzitutto non ci ho trovato nulla di horror, se non per alcune sequenze quasi torture-porn, è essenzialmente un revenge movie in costume. Sarà che nonostante l'abitudine digerisco sempre meno la violenza non ho trovato che la rappresentazione fosse esteticamente abbastanza valida da giustificare momenti così crudi. Da un punto di vista di ricostruzione storico non mi pare dica chissà che, si sarebbe potuto fare di più. Funziona di più l'arco narrativo della protagonista e la sua crescita, che fino al finale che decide di ritornare sui suoi passi, era anche un bel parallelo su una possibile evoluzione sociale.

                    Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer - Visto oggi alcuni passaggi mi sono parsi poco politicamente corretti, nonostante il film abbia intenti opposti. L'ho trovato quindi invecchiato maggiormente rispetto ad altri film dell'epoca, ma capisco perché al di là di un tema che faceva (o forse fa tuttora) scalpore sia rimasto un cult. Ottimo il cast e buona la scrittura dei personaggi se non la ragazza, che a tratti pare anche più ingenua e candida della sua giovane età, oltre ad avere meno sfaccettature degli altri.

                    Febbre da cavallo di Steno - Non sono molto esperto su questo tipo di commedie italiane, ma fa sicuramente il suo, mi son divertito.

                    L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino - Mi pare che proprio su queste pagine mi fossi spoilerato come grosso modo sarebbe andato a finire. Ad ogni modo unisce la capacità del regista di descrivere il vacuo, il superfluo, l'avidità, il potere, la meschinità, il sesso, ecc. con la genuinità e la fluidità che lo contraddistinguevano prima di raggiungere il grande successo. Temo che non tornerà più a fare film così però.

                    L'arco di Kim Ki-duk - Anche questo l'avevo già brevemente commentato nel topic delle filmografie.

                    Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica - Non mi ha convinto pienamente, forse perché per la maggior parte del film la minaccia incombente non viene rappresentata con la dovuta forza. Funziona comunque nel descrivere il tramonto di un'era e di una popolazione che verrà a breve fagocitata dalla Storia. Il crescendo finale è molto efficace nel rimettere in riga i piccoli contrasti e le vicissitudini di ognuno mostrando come a volte siano purtroppo necessarie grandi disgrazie a metterci tutti sullo stesso piano.

                    War dogs di Todd Phillips - Ho trovato che non fosse sempre perfettamente bilanciato tra gli aspetti comici e quelli più drammatici, con alcune sequenze talmente WTF!? che distruggono completamente quel coinvolgimento che si vorrebbe creare nel momento in cui è dichiarato che parte della storia è basata su fatti realmente accaduti. Perfino la recitazione non mi è sempre sembrata credibile. Film comunque guardabile e che va bene per passare una serata, soprattutto se in compagnia.

                    La terza generazione di R. W. Fassbinder - Ci ho capito poco, fin troppo confuso e sfilacciato, nessun personaggio mi ha conquistato e non mi sono fatto coinvolgere dalla storia. Coerente comunque con la filmografia dell'autore tedesco che esplora spesso lati oscuri e nascosti del suo Paese.

                    Conan il barbaro di John Milius - Credo sia necessario essere super nostalgici degli anni '80 o averlo visto da piccolo per farselo piacere seriamente. Guardare si può guardare, ma sembra un film anche più vecchio di quello che é. Il voice-over del narratore ha quasi un effetto grottesco, lo sviluppo principale della trama è sin troppo semplice senza particolari twist e scenografie ed effetti credo fossero il minimo sindacale già anche ai tempi.

                    Goodnight Mommy di Severin Fiala e Veronika Franz - Mi ero fatto abbastanza presto un'idea di quello che sarebbe stato il twist finale ma ciò nonostante mi ha coinvolto comunque. A parte la violenza nel finale gioca soprattutto sulle sensazioni e lo fa molto bene, anche se alcuni passaggi non li ho trovati convincenti al 100%. A un certo punto ho poi pensato che il film potesse finire con un loop e forse sarebbe stato anche più shockante. Ai tempi credo si fosse parlato più di Babadook, ma credo che questo sia egualmente meritevole.

                    Polisse di Maïwenn - Questo film francese del 2011 mi è parso a più tratti quasi come il pilot di una serie tv... Parla di un gruppo di poliziotti che segue principalmente casi di pedofilia e abusi familiari, ma nessuno viene particolarmente approfondito, ne vediamo spezzoni o risoluzioni veloci giusto per dare la possibilità ai personaggi di reagire e interagire, facendo nascere affinità, litigi ecc... Ci sono scene divertenti e pungenti, il film scorre abbastanza bene ma a pensarci bene è probabilmente una cosa molto fine a se stessa, non credo mi capiterà mai di volerlo rivedere.

                    Segnalo, senza commentare, sempre nello stesso lasso di tempo, anche le rivisioni di Mad Max: Fury Road, Pleasantville, America oggi, Le lacrime amare di Petra Von Kant e Il mercante delle quattro stagioni (gli ultimi due sono film di Fassbinder, "ripassati" per il topic delle filmografie").

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                    • Rise of the Planet of the Apes, Dawn of the Planet of the Apes, War of the Planet of the Apes

                      rispettivamente di: Rupert Wyatt, Matt Reeves e ancora Matt Reeves


                      Nel complesso una gran bella saga, che per come la leggo io è un grande racconto di formazione dell'individuo, dalla nascita alla morte (?).
                      Il primo brilla per creatività nella scrittura. Parte da uno spunto originale (farmaco contro l'Alzheimer) e mostra bene l'evoluzione di Cesare: dall'ingenuità e giocosità dell'infanzia al riconoscimento della complessità del mondo durante l'adolescenza. Anche le scene d'azione nel finale sono molto creative per come sfruttano le capacità delle scimmie di interagire con l'ambiente (arrampicarsi sotto al ponte, spingere l'autobus, ecc.). Peccato che nei sequel queste diventino più convenzionali, ma Reeves compenserà con un occhio migliore e che trasmette più epica.

                      Nel secondo la scrittura si fa più elementare: non solo gli schieramenti sono più netti (come logico) ma anche le psicologie sono più semplici (purtroppo). Per fortuna non quella di Cesare che ora è padre, sente il peso della responsabilità e continua il suo percorso di progressivo indurimento, mentre cerca di mantenere il proprio lato compassionevole, memore della sua infanzia.

                      Il terzo è un more of the same del secondo, con gli stessi pregi ma (purtroppo) anche più facilonerie. Spesso ci sono forzature/botte di culo (tipo la valanga nel finale). Poi, capisco la natura commerciale/popolare ma i riferimenti cristologici (per non parlare di "Apepocalypse Now") sono smaccati e martellanti.
                      In questo Cesare giunge al limite del proprio indurimento, fallisce mettendo al primo posto gli obiettivi individuali (che lasciano il popolo senza guida, vulnerabile e che viene schiavizzato); per poi redimersi e riscoprire la compassione. Sull'altro fronte, Harrellson si impegna per rendere il suo colonnello memorabile ma la scrittura non gli lascia abbastanza spazio; comunque meglio che nel secondo film, Gary Oldman sprecatissimo).


                      A suo modo è una saga coraggiosa per come il focus sia sempre sulle scimmie; non solo su Cesare, anche il cast di scimmie comprimarie è caratterizzato bene, sicuramente meglio del cast di umani. Molto del fascino di questa saga è dovuto alla comunicazione col linguaggio dei segni e con lo sguardo; le parole sono poche e pesanti. Così ogni scena è più coinvolgente e "densa"; è cinema nel suo significato originale di narrazione per immagini.
                      Un altra cosa resa bene ed affascinante sono le dinamiche del mondo animale, mostrando bene come ci si guadagna il rispetto, la lealtà, il comando.
                      I sequel devono molto al capostipite che con l'idea della malattia che si diffonde ha posto delle fondamenta solide e con ampi margini di manovra.

                      Non mi sono rimaste granché impresse le musiche, funzionali e poco più; Gioacchino impegnati di più!


                      Classifica: Dawn > Rise > War

                      Ultima modifica di Cooper96; 09 marzo 20, 18:17.
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                      • 30sss.jpg
                        7 MINUTI Regia di Michele Placido
                        Nel solco teatrale de “La Parola ai giurati”, la storia di Bianca (Ottavia Piccolo) ,una delegata sindacale di lungo corso che deve portare al consiglio di fabbrica dell'azienda tessile di cui è operaia da trent'anni i termini d'accordo scaturiti dalla fusione con un socio francese ,che deterrà la maggioranza nell'impresa. Nei tempi contingentati dalle esigenze di un'algida manager transalpina Bianca e dieci colleghe dovranno decidere a voto palese se respingere od approvare una decurtazione della pausa tra i turni di sette minuti, ma col mantenimento di ogni altra impostazione lavorativa ed occupazionale. All'esterno già festeggiano quello che pare un facile e passabile sacrificio, ma l'anziana lavoratrice insiste con le compagne per un approccio ragionato; e seppur da una posizione ultraminoritaria...


                        Buon film , che intrattiene grazie ad un ventaglio di posizioni ideali magari aspramente opposte ma ugualmente rispettabili ed alla corale caratterizzazione delle protagoniste, con cenni biografici che emergono tra dolorose spudoratezze o reticenze, in un accettabile miscuglio di romanesco-napoletano ed italiano accentato di provenienze straniere. Significativo che il voto decisivo toccherà infine alla coscienza della più giovane del lotto, mentre Michele Placido (col fratello Gerardo)si ritaglia il ruolo del padrone , un terrone arricchito che tuttavia usa il cervello più sottilmente dei suoi modi untuosi, se non altro per non farsi mangiare in testa dalla “capa” francese, programmaticamente votata agli affari e dunque stonata anche quando assume una facciata di cortesia. Le salariate in compenso non se le mandano a dire formando capannelli compositi : italiane vs.straniere; single vs. maritate; pragmatiche vs.progressiste gnuna ha la sua “scena madre” per denudarsi di fronte alla proposta (in)decente della proprietà, sulla scorta di un vissuto che ha fatto (sta facendo) ingoiare un po' a tutte una indigesta porzione di compromessi.Senza fare paragoni diretti il più recente“In den gangen” di Thomas Stuber,registicamente può andare in scia a “7 Minuti” per il piacere di carezzare le geometrie dei grandi spazi chiusi e cattedratici del lavoro, che qui ahimè non viene rappresentato in sé, per non spezzare l'unità spazio temporale di questo “Breakfast Club” dei salariati post-fordisti. Corrusco il cast, di attrici e donne assai belle , nell'occasione intabarrate nei cenci comodi da lavoratrici (quasi) precarie. La dosata compostezza della Piccolo è contrappuntata dalla grinta melodrammatica di una “incendiata”Maria Nazionale; mentre carica forte anche la stizzosa capitolina Ambra Angiolini, insieme alle concittadine madre e figlia (incinta) Fiorella Mannoia e Cristiana Capotondi. In sottrazione una riflessiva Violante Placido e le “ragazze interrotte” Sabine Timoteo e l'introversa e carinissima Clémence Poésy. Bravi tutti, risultato palpitante e sanamente emozionante. Volgare incasso di 719mila euro soltanto. A me me piace (imho).
                        Ultima modifica di henry angel; 10 marzo 20, 16:34.
                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                          Invecchiato concordo. Poitier è praticamente Superman nel suo lavoro e gli danno un backbround melodrammatico per far accettare forse anche ai bianchi scettici il matrimonio.
                          La ragazza è la nipote di Katherine Hepburn, oltre che recitativamente mediocre è scritta malissimo, praticamente anche lo spettatore bianco contrario al matrimonio misto alla fine si mostra favorevole, d'altronde è talmente sciocca ed ingenua che può solo migliorare sposando Superman nero.

                          Poi la famiglia di Spencer Tracy è liberal democratica, eppure non si capisce perché la scelta sia solo nelle mani degli uomini, le donne? Non contano nulla nella decisione? Mah... cos'è? Progressista a corrente alternata?

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                          • Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone

                            Il testo di De Filippo è quello che è, ed ancora oggi fa il suo effetto. Di Leva è molto bravo nell'impersonare Antonio Barracano ed in generale tutto il cast funziona. Credo però che la trasposizione non sia del tutto riuscita. La parabola del protagonista mi è sembrata forzata, finta. Un conto è vedere un uomo anziano fare il bilancio di una vita e fare quello che fa, un conto immaginare un camorrista di oggi, con la faccia da ragazzo, fare le stesse cose. Non mi ha convinto.
                            https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                              Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone

                              Il testo di De Filippo è quello che è, ed ancora oggi fa il suo effetto. Di Leva è molto bravo nell'impersonare Antonio Barracano ed in generale tutto il cast funziona. Credo però che la trasposizione non sia del tutto riuscita. La parabola del protagonista mi è sembrata forzata, finta. Un conto è vedere un uomo anziano fare il bilancio di una vita e fare quello che fa, un conto immaginare un camorrista di oggi, con la faccia da ragazzo, fare le stesse cose. Non mi ha convinto.
                              Non condivido, credo sia invece l'intuizione più acuta dell'operazione di Martone: i camorristi di oggi (o aspiranti tali) finiscono a Poggioreale o con un proiettile in testa intorno ai 20 anni, Di Leva è già "vecchio" per gli standard attuali. E il tortuoso percorso di redenzione che nasce da una stanchezza di vivere resta attuale ieri come oggi. Ma a parte le modifiche al testo - anche il finale è troncato rispetto all'originale - ho trovato interessante e abbastanza originale il punto di incontro nel linguaggio tra cinema e teatro trovato da Martone, tra naturalismo e straniamento. Se poi hai dei fuoriclasse della recitazione come Di Leva e Gallo diventa anche tutto più semplice.

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                              • Commento senza recensire tre film che ho recuperato dalla Berlinale 2019: il Leone d'oro Synonymes... che mi è piaciuto ma senza entusiasmarmi (è divertente, ha una scrittura brillante e un'ottima interpretazione da parte del protagonista.. ma se devo dare un voto non gli do più di 7), il Grand Prix Grazie a Dio di Ozon, che ho mollato dopo un'ora e dieci (c'era bisogno di un altro film "di denuncia" sui preti pedofili dopo i tanti già fatti? C'era bisogno soprattutto che lo facesse, in questo modo, Ozon? La risposta a entrambe le domande è no). Voto 4 o 3, fate voi. Inutile. E poi il film che ha vinto il premio Alfred Bauer (dedicato ai film che "aprono nuove prospettive sull'arte cinematografica"): System Crasher, su una bambina con problemi di rabbia che viene sballotatta da una clinica all'altra, da un istituto all'altro... urla, grida, botte, dopo venti minuti mi aveva già sfinito. Riguardo all'innovazione, questa si limita a qualche flashback improvviso e qualche flash rosa. Il volto della bambina però è potentissimo e regge ogni inquadratura, bravo al casting director o a chi l'ha scovata.


                                Piccola curiosità: il Premio Alfred Bauer quest'anno non è stato assegnato (e non lo sarà neanche in futuro) perché si è scoperto da poco che questo Alfred Bauer - primo storico direttore della Berlinale - è stato un funzionario del regime nazista, e si occupava della propaganda. Premio cancellato e al momento non sostituito (quest'anno in realtà è stato assegnato al suo posto il premio speciale del 70 anniversario, ma è una tantum, vedremo in futuro).
                                Ultima modifica di Fish_seeks_water; 12 marzo 20, 14:25.

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