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  • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
    A sun (Chung Mung-Hong, 2019)

    Film Netflix di produzione taiwanese, parte come un gangster movie violento e finisce col diventare uno straziante melò familiare. Bellissimo davvero, alla faccia di chi pensa che Netflix produca e distribuisca solo cagate.
    Su Netflix a voler cercare si troverebbero anche diverse gemme nascoste, il problema è che è talmente affollato che uno non può stare ogni volta a controllarseli tutti.

    Io, ad esempio, ho in lista My Happy Family, nuovo film dagli autori di In Bloom (bel coming of age georgiano tutto al femminile), ma l'ho trovato quasi per caso.

    Cmq quest'altro taiwanese me lo sono segnato, tnx.
    Luminous beings are we, not this crude matter.

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    • Causa coronavirus volente o nolente ho dovuto limitare attività e impegni vari, compensando con la visione di più film rispetto al solito. Sarà così almeno anche per le prossime quattro settimane.
      Intanto segue riepilogo delle visioni delle ultime due settimane, con brevi o brevissimi commenti.

      Antiporno di Sion Sono - Avevo già avuto modo di dire nel topic delle filmografie che mi avesse convinto di meno rispetto agli altri del regista che ho visto.

      Oro verde - C'era una volta in Colombia di Ciro Guerra - Un po' la versione etnica del Padrino... o di Scarface, o di C'era una volta in America. Non che lo voglia paragonare a sti grandi titoli, ma alcune dinamiche son quelle, in più c'è l'approfondimento antropologico e l'impatto del capitalismo su comunità che ne erano rimaste ai margini. La pecca è che la famiglia e in particolare il matrimonio su cui tutto fa perno vengono in realtà poco approfonditi, rischiando di ridurre il coinvolgimento.

      The nightingale di Jennifer Kent - Innanzitutto non ci ho trovato nulla di horror, se non per alcune sequenze quasi torture-porn, è essenzialmente un revenge movie in costume. Sarà che nonostante l'abitudine digerisco sempre meno la violenza non ho trovato che la rappresentazione fosse esteticamente abbastanza valida da giustificare momenti così crudi. Da un punto di vista di ricostruzione storico non mi pare dica chissà che, si sarebbe potuto fare di più. Funziona di più l'arco narrativo della protagonista e la sua crescita, che fino al finale che decide di ritornare sui suoi passi, era anche un bel parallelo su una possibile evoluzione sociale.

      Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer - Visto oggi alcuni passaggi mi sono parsi poco politicamente corretti, nonostante il film abbia intenti opposti. L'ho trovato quindi invecchiato maggiormente rispetto ad altri film dell'epoca, ma capisco perché al di là di un tema che faceva (o forse fa tuttora) scalpore sia rimasto un cult. Ottimo il cast e buona la scrittura dei personaggi se non la ragazza, che a tratti pare anche più ingenua e candida della sua giovane età, oltre ad avere meno sfaccettature degli altri.

      Febbre da cavallo di Steno - Non sono molto esperto su questo tipo di commedie italiane, ma fa sicuramente il suo, mi son divertito.

      L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino - Mi pare che proprio su queste pagine mi fossi spoilerato come grosso modo sarebbe andato a finire. Ad ogni modo unisce la capacità del regista di descrivere il vacuo, il superfluo, l'avidità, il potere, la meschinità, il sesso, ecc. con la genuinità e la fluidità che lo contraddistinguevano prima di raggiungere il grande successo. Temo che non tornerà più a fare film così però.

      L'arco di Kim Ki-duk - Anche questo l'avevo già brevemente commentato nel topic delle filmografie.

      Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica - Non mi ha convinto pienamente, forse perché per la maggior parte del film la minaccia incombente non viene rappresentata con la dovuta forza. Funziona comunque nel descrivere il tramonto di un'era e di una popolazione che verrà a breve fagocitata dalla Storia. Il crescendo finale è molto efficace nel rimettere in riga i piccoli contrasti e le vicissitudini di ognuno mostrando come a volte siano purtroppo necessarie grandi disgrazie a metterci tutti sullo stesso piano.

      War dogs di Todd Phillips - Ho trovato che non fosse sempre perfettamente bilanciato tra gli aspetti comici e quelli più drammatici, con alcune sequenze talmente WTF!? che distruggono completamente quel coinvolgimento che si vorrebbe creare nel momento in cui è dichiarato che parte della storia è basata su fatti realmente accaduti. Perfino la recitazione non mi è sempre sembrata credibile. Film comunque guardabile e che va bene per passare una serata, soprattutto se in compagnia.

      La terza generazione di R. W. Fassbinder - Ci ho capito poco, fin troppo confuso e sfilacciato, nessun personaggio mi ha conquistato e non mi sono fatto coinvolgere dalla storia. Coerente comunque con la filmografia dell'autore tedesco che esplora spesso lati oscuri e nascosti del suo Paese.

      Conan il barbaro di John Milius - Credo sia necessario essere super nostalgici degli anni '80 o averlo visto da piccolo per farselo piacere seriamente. Guardare si può guardare, ma sembra un film anche più vecchio di quello che é. Il voice-over del narratore ha quasi un effetto grottesco, lo sviluppo principale della trama è sin troppo semplice senza particolari twist e scenografie ed effetti credo fossero il minimo sindacale già anche ai tempi.

      Goodnight Mommy di Severin Fiala e Veronika Franz - Mi ero fatto abbastanza presto un'idea di quello che sarebbe stato il twist finale ma ciò nonostante mi ha coinvolto comunque. A parte la violenza nel finale gioca soprattutto sulle sensazioni e lo fa molto bene, anche se alcuni passaggi non li ho trovati convincenti al 100%. A un certo punto ho poi pensato che il film potesse finire con un loop e forse sarebbe stato anche più shockante. Ai tempi credo si fosse parlato più di Babadook, ma credo che questo sia egualmente meritevole.

      Polisse di Maïwenn - Questo film francese del 2011 mi è parso a più tratti quasi come il pilot di una serie tv... Parla di un gruppo di poliziotti che segue principalmente casi di pedofilia e abusi familiari, ma nessuno viene particolarmente approfondito, ne vediamo spezzoni o risoluzioni veloci giusto per dare la possibilità ai personaggi di reagire e interagire, facendo nascere affinità, litigi ecc... Ci sono scene divertenti e pungenti, il film scorre abbastanza bene ma a pensarci bene è probabilmente una cosa molto fine a se stessa, non credo mi capiterà mai di volerlo rivedere.

      Segnalo, senza commentare, sempre nello stesso lasso di tempo, anche le rivisioni di Mad Max: Fury Road, Pleasantville, America oggi, Le lacrime amare di Petra Von Kant e Il mercante delle quattro stagioni (gli ultimi due sono film di Fassbinder, "ripassati" per il topic delle filmografie").

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      • Rise of the Planet of the Apes, Dawn of the Planet of the Apes, War of the Planet of the Apes

        rispettivamente di: Rupert Wyatt, Matt Reeves e ancora Matt Reeves


        Nel complesso una gran bella saga, che per come la leggo io è un grande racconto di formazione dell'individuo, dalla nascita alla morte (?).
        Il primo brilla per creatività nella scrittura. Parte da uno spunto originale (farmaco contro l'Alzheimer) e mostra bene l'evoluzione di Cesare: dall'ingenuità e giocosità dell'infanzia al riconoscimento della complessità del mondo durante l'adolescenza. Anche le scene d'azione nel finale sono molto creative per come sfruttano le capacità delle scimmie di interagire con l'ambiente (arrampicarsi sotto al ponte, spingere l'autobus, ecc.). Peccato che nei sequel queste diventino più convenzionali, ma Reeves compenserà con un occhio migliore e che trasmette più epica.

        Nel secondo la scrittura si fa più elementare: non solo gli schieramenti sono più netti (come logico) ma anche le psicologie sono più semplici (purtroppo). Per fortuna non quella di Cesare che ora è padre, sente il peso della responsabilità e continua il suo percorso di progressivo indurimento, mentre cerca di mantenere il proprio lato compassionevole, memore della sua infanzia.

        Il terzo è un more of the same del secondo, con gli stessi pregi ma (purtroppo) anche più facilonerie. Spesso ci sono forzature/botte di culo (tipo la valanga nel finale). Poi, capisco la natura commerciale/popolare ma i riferimenti cristologici (per non parlare di "Apepocalypse Now") sono smaccati e martellanti.
        In questo Cesare giunge al limite del proprio indurimento, fallisce mettendo al primo posto gli obiettivi individuali (che lasciano il popolo senza guida, vulnerabile e che viene schiavizzato); per poi redimersi e riscoprire la compassione. Sull'altro fronte, Harrellson si impegna per rendere il suo colonnello memorabile ma la scrittura non gli lascia abbastanza spazio; comunque meglio che nel secondo film, Gary Oldman sprecatissimo).


        A suo modo è una saga coraggiosa per come il focus sia sempre sulle scimmie; non solo su Cesare, anche il cast di scimmie comprimarie è caratterizzato bene, sicuramente meglio del cast di umani. Molto del fascino di questa saga è dovuto alla comunicazione col linguaggio dei segni e con lo sguardo; le parole sono poche e pesanti. Così ogni scena è più coinvolgente e "densa"; è cinema nel suo significato originale di narrazione per immagini.
        Un altra cosa resa bene ed affascinante sono le dinamiche del mondo animale, mostrando bene come ci si guadagna il rispetto, la lealtà, il comando.
        I sequel devono molto al capostipite che con l'idea della malattia che si diffonde ha posto delle fondamenta solide e con ampi margini di manovra.

        Non mi sono rimaste granché impresse le musiche, funzionali e poco più; Gioacchino impegnati di più!


        Classifica: Dawn > Rise > War

        Ultima modifica di Cooper96; 09 marzo 20, 18:17.
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        • 30sss.jpg
          7 MINUTI Regia di Michele Placido
          Nel solco teatrale de “La Parola ai giurati”, la storia di Bianca (Ottavia Piccolo) ,una delegata sindacale di lungo corso che deve portare al consiglio di fabbrica dell'azienda tessile di cui è operaia da trent'anni i termini d'accordo scaturiti dalla fusione con un socio francese ,che deterrà la maggioranza nell'impresa. Nei tempi contingentati dalle esigenze di un'algida manager transalpina Bianca e dieci colleghe dovranno decidere a voto palese se respingere od approvare una decurtazione della pausa tra i turni di sette minuti, ma col mantenimento di ogni altra impostazione lavorativa ed occupazionale. All'esterno già festeggiano quello che pare un facile e passabile sacrificio, ma l'anziana lavoratrice insiste con le compagne per un approccio ragionato; e seppur da una posizione ultraminoritaria...


          Buon film , che intrattiene grazie ad un ventaglio di posizioni ideali magari aspramente opposte ma ugualmente rispettabili ed alla corale caratterizzazione delle protagoniste, con cenni biografici che emergono tra dolorose spudoratezze o reticenze, in un accettabile miscuglio di romanesco-napoletano ed italiano accentato di provenienze straniere. Significativo che il voto decisivo toccherà infine alla coscienza della più giovane del lotto, mentre Michele Placido (col fratello Gerardo)si ritaglia il ruolo del padrone , un terrone arricchito che tuttavia usa il cervello più sottilmente dei suoi modi untuosi, se non altro per non farsi mangiare in testa dalla “capa” francese, programmaticamente votata agli affari e dunque stonata anche quando assume una facciata di cortesia. Le salariate in compenso non se le mandano a dire formando capannelli compositi : italiane vs.straniere; single vs. maritate; pragmatiche vs.progressiste gnuna ha la sua “scena madre” per denudarsi di fronte alla proposta (in)decente della proprietà, sulla scorta di un vissuto che ha fatto (sta facendo) ingoiare un po' a tutte una indigesta porzione di compromessi.Senza fare paragoni diretti il più recente“In den gangen” di Thomas Stuber,registicamente può andare in scia a “7 Minuti” per il piacere di carezzare le geometrie dei grandi spazi chiusi e cattedratici del lavoro, che qui ahimè non viene rappresentato in sé, per non spezzare l'unità spazio temporale di questo “Breakfast Club” dei salariati post-fordisti. Corrusco il cast, di attrici e donne assai belle , nell'occasione intabarrate nei cenci comodi da lavoratrici (quasi) precarie. La dosata compostezza della Piccolo è contrappuntata dalla grinta melodrammatica di una “incendiata”Maria Nazionale; mentre carica forte anche la stizzosa capitolina Ambra Angiolini, insieme alle concittadine madre e figlia (incinta) Fiorella Mannoia e Cristiana Capotondi. In sottrazione una riflessiva Violante Placido e le “ragazze interrotte” Sabine Timoteo e l'introversa e carinissima Clémence Poésy. Bravi tutti, risultato palpitante e sanamente emozionante. Volgare incasso di 719mila euro soltanto. A me me piace (imho).
          Ultima modifica di henry angel; 10 marzo 20, 16:34.
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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            Invecchiato concordo. Poitier è praticamente Superman nel suo lavoro e gli danno un backbround melodrammatico per far accettare forse anche ai bianchi scettici il matrimonio.
            La ragazza è la nipote di Katherine Hepburn, oltre che recitativamente mediocre è scritta malissimo, praticamente anche lo spettatore bianco contrario al matrimonio misto alla fine si mostra favorevole, d'altronde è talmente sciocca ed ingenua che può solo migliorare sposando Superman nero.

            Poi la famiglia di Spencer Tracy è liberal democratica, eppure non si capisce perché la scelta sia solo nelle mani degli uomini, le donne? Non contano nulla nella decisione? Mah... cos'è? Progressista a corrente alternata?

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            • Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone

              Il testo di De Filippo è quello che è, ed ancora oggi fa il suo effetto. Di Leva è molto bravo nell'impersonare Antonio Barracano ed in generale tutto il cast funziona. Credo però che la trasposizione non sia del tutto riuscita. La parabola del protagonista mi è sembrata forzata, finta. Un conto è vedere un uomo anziano fare il bilancio di una vita e fare quello che fa, un conto immaginare un camorrista di oggi, con la faccia da ragazzo, fare le stesse cose. Non mi ha convinto.
              https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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              • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone

                Il testo di De Filippo è quello che è, ed ancora oggi fa il suo effetto. Di Leva è molto bravo nell'impersonare Antonio Barracano ed in generale tutto il cast funziona. Credo però che la trasposizione non sia del tutto riuscita. La parabola del protagonista mi è sembrata forzata, finta. Un conto è vedere un uomo anziano fare il bilancio di una vita e fare quello che fa, un conto immaginare un camorrista di oggi, con la faccia da ragazzo, fare le stesse cose. Non mi ha convinto.
                Non condivido, credo sia invece l'intuizione più acuta dell'operazione di Martone: i camorristi di oggi (o aspiranti tali) finiscono a Poggioreale o con un proiettile in testa intorno ai 20 anni, Di Leva è già "vecchio" per gli standard attuali. E il tortuoso percorso di redenzione che nasce da una stanchezza di vivere resta attuale ieri come oggi. Ma a parte le modifiche al testo - anche il finale è troncato rispetto all'originale - ho trovato interessante e abbastanza originale il punto di incontro nel linguaggio tra cinema e teatro trovato da Martone, tra naturalismo e straniamento. Se poi hai dei fuoriclasse della recitazione come Di Leva e Gallo diventa anche tutto più semplice.

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                • Commento senza recensire tre film che ho recuperato dalla Berlinale 2019: il Leone d'oro Synonymes... che mi è piaciuto ma senza entusiasmarmi (è divertente, ha una scrittura brillante e un'ottima interpretazione da parte del protagonista.. ma se devo dare un voto non gli do più di 7), il Grand Prix Grazie a Dio di Ozon, che ho mollato dopo un'ora e dieci (c'era bisogno di un altro film "di denuncia" sui preti pedofili dopo i tanti già fatti? C'era bisogno soprattutto che lo facesse, in questo modo, Ozon? La risposta a entrambe le domande è no). Voto 4 o 3, fate voi. Inutile. E poi il film che ha vinto il premio Alfred Bauer (dedicato ai film che "aprono nuove prospettive sull'arte cinematografica"): System Crasher, su una bambina con problemi di rabbia che viene sballotatta da una clinica all'altra, da un istituto all'altro... urla, grida, botte, dopo venti minuti mi aveva già sfinito. Riguardo all'innovazione, questa si limita a qualche flashback improvviso e qualche flash rosa. Il volto della bambina però è potentissimo e regge ogni inquadratura, bravo al casting director o a chi l'ha scovata.


                  Piccola curiosità: il Premio Alfred Bauer quest'anno non è stato assegnato (e non lo sarà neanche in futuro) perché si è scoperto da poco che questo Alfred Bauer - primo storico direttore della Berlinale - è stato un funzionario del regime nazista, e si occupava della propaganda. Premio cancellato e al momento non sostituito (quest'anno in realtà è stato assegnato al suo posto il premio speciale del 70 anniversario, ma è una tantum, vedremo in futuro).
                  Ultima modifica di Fish_seeks_water; 12 marzo 20, 14:25.

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                  • Dopo il trash/scult Elles e il semplicemente mediocre Mug, ho visto finalmente un film bello di Malgorzata Szumowska: Body/Cialo. Il film corteggia per gran parte della sua durata, e in maniera apparentemente seria, il cinema di fantasmi (sulla base delle credenze popolari) salvo poi scivolare gradualmente in commedia e ridicolizzarne le stesse. Il fulcro del film, tuttavia, non è questo, ma il rapporto (conflittuale) tra un padre e una figlia (anoressica), la quale rimprovera a lui la morte, si presume suicida, della madre. Il finale è bello, ma poteva esserlo ancora di più... con un paio di inquadrature in meno e senza quella trovata un po' straniante che lo fa scivolare da un piano fortemente emotivo a uno più intellettuale (non posso spoilerare di che si tratta). Comunque, merita di essere visto.

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                    • The Edukators di Hans Weingartner (2004)

                      In breve, un film così esageratamente di sinistra con certi passaggi talmente a tesi e un idealismo così forte da essere quasi inverosimile al punto che potrebbe riportare per un attimo anche i più convinti anticapitalisti sui propri passi.

                      Al di là di quest'introduzione con cui spero di avere catturato la vostra attenzione è un film sviluppato bene nella prima parte, ma che cade vittima delle sue stesse idee nella seconda. I 20/30 minuti finali avrebbero potuto evolversi in tanti altri modi, ma alla fine imperano coerenza ed idealismo a scapito della credibilità, su cui prova a ritornare sullo scadere, ma forse è troppo tardi.

                      Via Castellana Bandiera di Emma Dante (2013)

                      Se n'era parlato quando fu presentato a Venezia a suo tempo ma non me l'ero mai filato fino a quando, provando a vedere che film offrisse il catalogo di RaiPlay, ho deciso di buttarmi su questo.

                      Devo dire che è un film un po' strano da vedere in questi giorni di reclusione forzata in quanto narra di un teatrino che i personaggi mettono su a seguito di una diatriba che nasce nella strada che dà il titolo al film.
                      Per quanto la situazione descritta possa sembrare paradossale, due auto si incrociano in una via che di fatto è a senso unico e nessuna delle due parti vuol fare manovra per far avanzare l'altra, è tutto narrato in maniera realistica e rappresenta comunque molto bene quelli che sono i comportamenti del popolo italiano e particolarmente del Sud, dove il film è ambientato.
                      Da una parte c'è la fretta, che tuttavia improvvisamente scompare di fronte all'onore, c'è la rappresentazione di tante situazioni non normate in cui non vi è un univoca soluzione, la tendenza di chi, guardando dall'esterno, ne approfitta solo per marciarci sopra, ecc.
                      Promosso.

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                      • Thief di Michael Mann

                        Capolavoro punto. Fotografia pazzesca. Almeno 2 scene cultissime: lo ""scassinamento"", la conversazione al bar.
                        Tra i migliori di Mann, e tra i migliori polizieschi che abbia visto. Per chi vuole approfondire rimando al pezzo dei 400 calci: http://www.i400calci.com/2016/06/le-...violente-1981/




                        The X-Files: I want to believe di Chris Carter

                        Una trashata che può andare bene solo ai fan tipo me; è degno delle puntate meno ispirate della serie tv, ma allungate e gonfiate, con più enfasi nei posti sbagliatii. Però la chimica tra gli attori c'è ancora, come al solito fuori scala.
                        Ultima modifica di Cooper96; 14 marzo 20, 20:11.
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                        • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio
                          Commento senza recensire tre film che ho recuperato dalla Berlinale 2019: il Leone d'oro Synonymes... che mi è piaciuto ma senza entusiasmarmi (è divertente, ha una scrittura brillante e un'ottima interpretazione da parte del protagonista.. ma se devo dare un voto non gli do più di 7)
                          ​Synonymes è ai primi posti tra i miei prossimi recuperi... ma anche altri me ne han parlato come di un film buono ma nulla più (hai confuso Leone e Orso​).​

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                          • Visioni forzate (per la serie W l'Italia):

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                            Tutto il mio folle amore - G.Salvatores, 2019
                            Ci sono tutti i difetti degli ultimi (e non solo) film del regista, pieno di sequenze finte e forzate di matrice statunitense.
                            Però inaspettatamente tutta la porzione commedia funziona molto bene e ci sono due o tre punti veramente genuini che non lasciano indifferenti toccando le corde giuste.
                            Abatantuono giganteggia col suo minimalismo su un ottimo cast: Golino, Santamaria ed il giovane protagonista esordiente.
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                            Ricordi?
                            - V.Mieli, 2018
                            La prima mezz'ora è troppo verbosa ed esplicita visto quello che sarà il seguito, poi il film prende quota con un montaggio eccezionale ed una struttura pseudosperimentale molto riuscita ed interessante. Marinelli ottimo come sempre, buona anche la prova della coprotagonista anche se non mi sembra abbia la stoffa della grande attrice. Ottima fotografia.
                            Mieli si conferma ed è uno dei talenti italiani da seguire. Vediamo cosa combina col film parigino (curioso sul casting).
                            7+


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                            5 è il numero perfetto
                            - Igort, 2019.
                            Tecnicamente è davvero riuscito (scenografie,costumi, trucco, fotografia fumettistica di altissimo livello) ed un Servillo molto credibile regge tutto sulle sue spalle. Peccato che la sceneggiatura sia debole (nonostante alcuni diaoghi riusciti), manca tensione, manca caratterizzazione dei personaggi (specie dei secondari) ed è tutto un pò troppo meccanico.
                            6+



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                            Bangla - P. Bhuiyan, 2019.
                            Ha tanti pregi ma anche momenti al limite dell'amatoriale, così come purtroppo è amatoriale la capacità recitativa del protagonista (che doveva limitarsi alla regia).
                            Però ci son passaggi della sceneggiatura davvero riusciti, decisamente politicamente scorretti e la descrizione del rapporto tra i due protagonisti del tutto scevro di smancerie è molto verace.
                            Con uno sceneggiatore esperto alle spalle partendo dagli spunti offerti sarebbe potuta essere una commedia cult alla "East is east". Purtroppo non è così e le lodi ottenute mi paiono un tantino esagerate.
                            6+


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                            A mano disarmata
                            - C.Bonivento, 2019.
                            Regia televisiva totalmente priva di respiro, sceneggiatura scolastica.
                            Meno male che c'è una grande Gerini braccata da un altrettanto ottimo Mirko Frezza.
                            Peccato perchè il soggetto nelle mani giuste sarebbe stato un grande film.
                            5-


                            Ultima modifica di Omar; 15 marzo 20, 00:34.

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                              Mio fratello rincorre i dinosauri
                              - S. Cipani, 2019
                              Parte splendidamente e questo rende ancor più amaro il risultato finale che è una vera fetecchia.
                              Come ci sia finita la de Palma qui in mezzo è un mistero, come mai sia stata nominata ai David tra le protagoniste la Ragonese in un ruolo da nonpro più che regolare è un secondo mistero (ma meno male che ci sono lei e Gassman che salvano un minimo la baracca in un cast irritante). Non stupisce che sia andato bene al boxoffice... di una piacioneria stomachevole.
                              4½



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                              Martin Eden
                              - P. Marcello, 2019.
                              Ha davvero miriadi di difetti, ma poi bastano 3 secondi di 2 bambini danzanti estrapolati da chissà dove e ti ritrovi in un'altra dimensione. C'é poco da fare, il tocco di Marcello ha un magia intrinseca innata che si conferma anche nella fiction e rende la visione di ogni sua opera un'esperienza sensoriale totale (ancor più spiccato di quello della Rohrwacher). Marinelli al suo massimo. Cecchi enorme (e struggente). Peccato per la pochezza delle interpreti femminili.
                              7+

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                              • First Love (T. Miike, 2019)

                                Come scritto in altro topic uno dei migliori Miike degli ultimi anni, se non di sempre. Complesso nell'architettura narrativa, dinamico e frizzante nella messa in scena, inventivo nelle soluzioni. Un gioiellino da non perdere.

                                Spenser Confidential (P. Berg, 2020)

                                Mark Wahlberg conferma la sua vena da action hero ironico e smargiasso come da copione, sfruttando al meglio la sua economia espressiva. Solido intrattenimento dove a voler essere pignoli non tutto funziona - la chimica con il nero non si accende mai e finisce con essere un contorno, un paio di situazioni sono un po' troppo farsesche - ma appare sufficientemente godibile e scacciapensieri da farti dimenticare per un paio d'ore la triste attualità.

                                Wendy (B. Zeitlin, 2020)

                                Mi ero ripromesso di parlare in queste settimane solo di film piaciuti, ma faccio un'eccezione perché magari qui dentro c'è chi apprezzerà. Io non posso fare a meno di pensare invece come un'intera generazione di registi pseudo-indipendenti allevati dal Sundance sia così incredibilmente sopravvalutata. Non so come sia stato recepito in patria ma stento a credere che lascerà una traccia nel decennio.

                                My hindu friend (H. Babenco, 2015)

                                Ultimo film semi-autobiografico di Babenco, che racconta la sua malattia senza risparmiarci nulla, dalle sofferenze fisiche a quelle relazionali, eppure nonostante il tema non è per nulla un film luttuoso, ma anzi prepotentemente vitale e carnale, in linea con la tradizione di un certo cinema brasiliano/sudamericano, dimostrando una voglia di vivere più forte di ospedali e impotenza da medicine anti tumorali. Grande prova di Willem Dafoe, sherry apprezzerebbe

                                Barking dogs never bite (Bong Joon-ho, 2000)

                                Mi mancava l'esordio di Bong, e devo dire che visto alla luce di Parasite si notano assonanze per certe scelte di regia, il tono da commedia nera, la volontà di cambiare continuamente toni e registri all'interno del film. Certo tutto è più acerbo, ma la "mano" si vede già.

                                Roubaix, une lumiere (A. Desplechin, 2019)

                                Non sono mai stato un grande fan di questo regista che trovo troppo intellettualistico e compiaciuto, ma questo secondo me è il suo più bello, un polar tutto giocato su atmosfere alla Simenon e interrogatori che scavano soprattutto dentro una realtà sociale fatta di miserie umane e materiali. Grande protagonista "melvilliano" Roschdy Zem, ottima fotografia, un film che si ricollega alla grande tradizione del cinema poliziesco francese proiettandolo nella contemporaneità.

                                Un posto sulla terra (A. Aristakisjan, 2001)

                                Non lo conoscevo e ne sono rimasto stupefatto: che filmone! Racconta di una comunità para hippie fatta di emarginati e dropouts vari che vive in un palazzo diroccato, guidato da un leader ambiguo e fanatico che vorrebbe dare amore a tutto e tutti, ma che poi si rivela essere tutt'altro che coerente con i principi da lui stesso propugnati. Un film molto doloroso girato magnificamente, con uno stile iperrealista quasi allucinato, un b/n e una mobilità della mdp che mi hanno ricordato il grande Aleksey German di Hard to be a God. Alcune scene hanno una forza incredibile che non si riesce a trovare parole per descrivere. Una bomba

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