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  • Originariamente inviato da Lory Visualizza il messaggio
    Buongiorno a tutti. sono nuova su questo forum ma vorrei rispondere anche io alla domanda: "Che film hai visto oggi?". Visto che mi piace molto immergermi nelle visioni cinematografiche volevo condividere con voi il film che ho visto ieri sera.


    IL SERVO del cineasta americano Joseph Losey.

    Sto scoprendo attraverso le vostre discussioni un sacco di film che non avevo ancora visto e vi ringrazio tanto per i suggerimenti. Io visito spesso "kinoteca" che è un sito di consigli sul cinema e lo trovo molto interessante. Forse può essere utile anche a voi. Soprattutto in tempi come questi un pò di "cooltura" cinematografica non ci può fare che bene ;-))
    Ti è piaciuto? Io lo vidi tanto tempo fa e non mi piacque...parte bene ma poi si perde in una tensione omoerotica che annaqua il tema hegheliano del dualismo servo-padrone, oltre a buttarla su una storia di stupefacenti...
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
    Spoiler! Mostra

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    • First Love di Takashi Miike

      Il film ha delle cose buone, ma a mio avviso ci sono troppi personaggi e la mattanza finale non rende come dovrebbe, in quanto non è che ci frega molto di chi vive e di chi muore. Secondo me, a 'sto giro si poteva evitare la deriva pulp con katane e similia, ormai sono abusate. Non capisco perché registi come Miike e Sono si siano ormai persi nel circuito mainstream girando tre-quattro film l'anno, dissipando così il loro talento. In ogni caso, è un film di genere solido, roba che noi non sappiamo fare più da una vita.

      Onward di Dan Scanlon

      Lunghi sbadigli per buona parte, ma ha dalla sua un soggetto di partenza intrigante ed un finale bello. Pixar minore, ma senza scendere mai troppo di livello.

      Castaway on the moon di Lee Hae-jun

      Regge benissimo per quasi un'ora, riuscendo a fondere mirabilmente comicità demenziale e dramma. Dopodiché si sfilaccia e mano mano scade nel sentimentalismo. Peccato.

      Permette? Alberto Sordi di Luca Manfredi

      Ahahahaha.

      Anni ruggenti di Luigi Zampa

      Non sarà un capolavoro della commedia all'italiana, ma è sempre molto piacevole rivedere film così ben scritti e recitati. Nel suo essere leggero, sferra una bella critica alla coscienza degli italiani.


      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
        Non capisco perché registi come Miike e Sono si siano ormai persi nel circuito mainstream girando tre-quattro film l'anno
        Adesso Miike fa giusto un paio di film l'anno (tre se proprio ne ha voglia), nei bei tempi andati arrivava tranquillamente a 5/6 (a volte di più, se si contano pure i DTV)
        Luminous beings are we, not this crude matter.

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        • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
          Ti è piaciuto? Io lo vidi tanto tempo fa e non mi piacque...parte bene ma poi si perde in una tensione omoerotica che annaqua il tema hegheliano del dualismo servo-padrone, oltre a buttarla su una storia di stupefacenti...
          Mi ha incuriosito lo specificare che Losey era americano; fatto formalmente ineccepibile ma abbastanza in contrasto con la sua formazione e produzione artistica che è stata volutamente (all')inglese.
          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          • Light of my life

            Poteva essere un piccolo capolavoro di genere e probabilmente per molti lo sarà anche, purtroppo ho mal digerito quelle due, lunghissime scene in cui Casey Affleck (per il resto impeccabile) tiene a farci sapere quanto sia bravo a recitare e quanto sia Autore a dirigere.

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            • Visioni della settimana :

              Vincere di Marco Bellocchio (2009).

              Dio non esiste sostiene un socialista con aria arrogante innanzi ad una platea sbigottita, o meglio, se esistesse ha cinque minuti esatti per fulminarlo dell'incauta affermazione, ma ciò ovviamente non avviene, anche perchè negli occhi di quel giovane uomo c'è aria di tracotanza mista all'ambizione di divenire, un giorno non troppo lontano, una divinità umana che quella folla ora respinge, quando un domani lo adorerà al grido di "Duce! Duce!"; ebbene si, quella persona è un ancora non troppo noto Benito Mussolini (Filippo Timi), il quale per ora è il direttore del giornale del partito socialista l'Avanti!, il quale vende sempre più copie per via dello stile aggressivo e diretto posto sotto la sua guida. Marco Bellocchio dimostra ancora una volta il suo notevole genio nonostante un panorama cinematografico come quello italiano sempre più sterile e conformista nel suo appiattimento estetico e contenutistico quanto privo di opere in grado di scuotere lo spettatore nel profondo, quindi la visione di un film stratificato e profondo come Vincere (2009) è una boccata d'aria fresca in un panorama asfitico come quello nostrano, dimostrando di essere superiore anche a tante pellicole blasonate provenienti dall'estero.
              Bellocchio ha una forte e coerente idea di cinema che porta innanzi sin dal suo folgorante esordio I Pugni in Tasca (1965), il forte rinnovamento contestatario e l'amore per la tradizione come la musica classica spesso s'intrecciano nel suo cinema e Vincere non sfugge alla regola, trovando queste due direttrici perfettamente incarnate nella figura di Benito Mussolini, il quale è eternamente protesto verso un avvenire di grandezza che rompa con l'immobilismo a cui l'Italia a suo dire è stata troppo a lungo relegata, ma per celebrare la grandezza del paese, si erge come un condottiero sullo stile di Napoleone Bonaparte, richiamando al contempo le virtù italiche con riferimenti nei suoi discorso alla gloria dell'antico impero romano.

              Rottura e pomposa tradizione s'intrecciano continuamente in Vincere, nel quale la musica classica mista al melodramma rusticano s'intreccia con un montaggio d'avanguardia futurista con la filosofia Hegeliana tramite un turbine vorticoso fatto di immagini aggressive, violente e dirette, che vogliono fare terra bruciata del passato tramite l'imminente scoppio della prima guerra mondiale, con il suo carico di futili speranze su una vittoria che dovrebbe finalmente portare l'Italia nel novero delle grandi potenze. Il corpo di Benito Mussolini, filtrato dalla fotografia dai forti contrasti nei toni scuri di Ciprì, si erge nudo nella sua statuarietà fuori dal balcone di una Milano notturna, lo sguardo dell'uomo è rivolto ad un orizzonte futuro costruito tramite dei flashforward improvvisi in bianco e nero, quest'ultimo colore con cui tingerà il paese per oltre 20 anni, trovando tutt'oggi molti seguaci che tra l'altro aumentano sempre più nel numero. Il futuro duce si presenta nelle vesti di un mefistofelico seduttore dal quale la trentina Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) si sente fortemente attratta, arrivando ad intrecciare una forte relazione con l'uomo ed impegnare i suoi beni in prima persona per aiutare Benito nei suoi ambiziosi progetti, come fondare il giornale il Popolo d'Italia, percorso necessario nel suo cammino di plagiatore delle masse dopo aver dovuto abbandonare la direzione dell'Avanti! per via delle sue idee interventiste incompatibili con la linea neutralista del partito socialista. Benito si rifà ad un passato certo in cui l'Italia e Roma erano centro del mondo, eppure il suo spirito è in una costante tensione movimentista; prima anti-monarchico, anti-clericale e socialista, quanto reazionario, cattolico e fascista dopo, perchè utile al suo disegno di porsi alla guida del paese senza nessuna restrizione morale e con l'appoggio da parte della stragrande maggioranza del popolo che vedrà in lui la nuova figura da adorare.

              Tramite la figura di Ida Dalser, vediamo la vera natura contorta e abietta di Benito Mussolini, poichè la donna sarà la prima a subire sul piano individuale il tradimento del futuro capo del fascismo, tanto ammaliante e seducente quanto propenso alla fuga nel momento di bisogno quando c'è da prendersi le proprie responsabilità portando avanti fino in fondo le proprie idee, ma un uomo viscido che non ebbe neanche il coraggio di combattere sino all'ultimo optando per una fuga andata fortunatamente male, non è in grado neanche in prima persona di risolvere i contrasti tra Ida Dalser, sempre più follemente innamorata dapprima di un corpo ed infine di un'idea di uomo che non corrisponde alla realtà e Rachele Guidi (Michela Cescon), quest'ultima la sua moglie ufficiale.
              Anche se le ha dato un figlio, adesso Ida per il futuro duce è divenuta una persona scomoda che può causare scandalo per i suoi progetti politici; per un uomo che vuole raggiungere uno status divino, non può permettersi alcuna imperfezione innanzi ad una massa idolatrante acritica, per quanto giunto al potere Ida viene tenuta dapprima sotto sorveglianza stretta ed infine internata in manicomio, come lo sporco troppo difficile da rimuovere si mette sotto al tappeto occultandone l'esistenza.
              Bellocchio riempie il film di omaggi al cinema muto e al mezzo cinematografico come strumento di propaganda per indurre al consenso una montagna indefinita di corpi svuotati di ogni essenza, che si sovrappongono annullandosi con l'immagine dello schermo che proietta in tutta la sua grossolana grandezza un'immagine di perfezione a cui ci si omologa in tutto, trascinanti dalla schietta, pomposa e a tratti un pò ridicola, ma tremendamente persuasiva, retorica di Benito Mussolini, la cui figura proiettata al cinema afferma Ida, è molto più grande di quella con cui lei aveva passato le sue notti.
              Per sfuggire alla repressione fascista basterebbe tacitamente omologarsi sperando che essa passi, ma la pazzia della "normalità" della Delser è l'espressione più efficace e temuta di anti-fascismo, la verità ripetuta sino allo sfinimento di chi oramai non ha nulla da perdere e grida con tutto sè stessa il proprio dolore, sperando che qualcuno si svegli dal torpore dell'indifferenza in cui è piombata l'intera coscienza collettiva del paese.

              Le nevrosi che attanagliano i personaggi presenti nella filmografia di Bellocchio, questa volta sono sopportate da Giovanna Mezzogiorno, che diviene una moderna Alida Valli di Senso (1954), nel suo sprofondo verso una folle-normalità di chi si vede sempre più massacrata nel corpo e annichilita nella mente da un regime che usa tutti i mezzi per occultare e cancellare la sua esistenza, mentre Filippo Timi ha l'ingrato ruolo di impersonare Benito Mussolini nel suo periodo milanese, divenendo un eccellente personificazione di questa sinistra figura non tanto per la somiglianza, ma nei gesti e nelle movenze restituendoci un duce come una figura diabolicamente demoniaca nel suo pensiero politico-morale, senza scadere in una farsesca esibizione di gesti e caricature che avrebbero restituito una recitazione troppo piegata sullo stereotipo, in cui parzialmente eccede quando deve interpretare il figlio del capo fascista Benito Albino Mussolini, in cui eccede nella rappresentazione troppo in mosse caricaturali con risultati troppo ilari e parzialmente imbarazzanti a vedersi.
              Qualche ripetizione di troppo di scene girate con minime varianti, come le scene dei rapporti sessuali tra Mussolini e Ida Dalser filmate con poche varianti e forse anche troppo prolungatamente, ma per il resto ci si trova innanzi ad una vetta del cinema e un capolavoro di alta densità contenutistica, che regalerà sicuramente molte soddisfazioni ad ogni nuova visione e dispiace che, nonostante addirittura le 5 stelle di Morandini (un capolavoro assoluto per il critico quindi), l'opera abbia ricevuto scarsa accoglienza da parte del pubblico e critica nostrana sia cartacea che in rete (3 stelle mymovies e 2.5 longtake), mentre all'estero le reazioni furono molto più positive fortunatamente, testimonianza di un regista che nonostante gli oltre 40 anni dal suo esordio e l'età avanzata, ci offre un film ancora e sempre necessariamente anti-fascista da un'angolazione poco nota (c'era solo un documentario passato su Rai 3 su Ida Dalser), ma al passo con i tempi nel montaggio e nelle scelte artistiche, dimostrando di essere un'artista che non si fossilizza mai e sempre teso in un forte movimento contestatario verso l'autorità e capendo forse meglio di tanti storici e libri accademici la vera natura di Benito Mussolini.

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              • La Sposa in Nero di Francois Truffaut (1967).

                Truffaut nel suo cinema ha avuto anche un percorso dedito al genere come il suo sesto film La Sposa in Nero (1967), che segna senz'altro un risultato più felice dopo l'avventura inglese a tema fantascienza con Farenheit 451 (1966), il quale mostrava degli sbandamenti e una scelta degli attori non proprio felice. Aiutato da una spietata e glaciale Jeanne Moreau nel ruolo della sposa vedova Jeanne Moreau, Truffaut mette in scena l'ossessione amorosa spinta all'estremo che muove la protagonista, pronta a tutto pur di raggiungere i nome dei cinque uomini scritti sull'agendina e ucciderli uno alla volta architettando stratagemmi complessi per giungere all'obiettivo.
                Tutti gli omicidi hanno in comune due colori; il bianco, che la donna sfrutta per attirare ognuno dei cinque malcapitati che finiscono con il desiderarla ed il nero, con cui la donna manifesta le sue intenzioni omicide trasformandosi in una spietata ed efficiente femme fatale.
                Costruito secondo una struttura narrativa che fa uso di qualche flashback ed ellissi di montaggio, il film cerca di unire soluzioni tecniche della Nouvelle Vague, con elementi di genere tipici del cinema americano specie guardando al cinema di Hitchcock per cui il regista ha un'ossessione forte quanto la protagonista del film, oltre a Bernard Herrmann alla colonna sonora, abbiamo riferimenti espliciti a film come Marnie (1964) nella scena iniziale e nell'uso accorto del colore con chiari connotati simbolici, nonché le carrellate a seguire ed il montaggio costruito per inscenare i delitti.

                Più che sulla suspance in sé, poiché la protagonista alla fine compie i suoi omicidi con estrema facilità, il film punta all'approfondimento psicologico di tutti i personaggi principali, in special modo le vittime che sono di varia estrazione sociale ed ognuna avente una propria vita con i propri problemi, ma tutte hanno in comune una certa ossessione per le donne, chi come passatempo libertino (Bliss), chi come ideale lontano di perfezione (Coral) e chi come soggetto della propria arte (Fergus); in sostanza tranne il signor Delvaux dedito in attività illecite, tutte gli altri quattro sono persone rispettabili.
                Certo, la trama non è molto credibile sia nelle premesse, sia nella ricerca da parte di Julie dei cinque uomini (come fa a trovarli se non sapeva nulla di niente su di loro?) e nelle dinamiche di un paio di omicidi tra cui il primo ed il quinto, dove c'è una forte sospensione dell'incredulita' nelle scelte narrative. Difetti che in realtà si riscontravano nei film di Hitchcock anche, ma quando il regista inglese doveva mettere in scena degli omicidi o tentativi di essi, non commetteva alcun errore. Truffaut come detto compensa con un approfondimento psicologico dei personaggi ed un secondo e quarto omicidio implacabili dal punto di vista figurativo, specie quello riguardante il pittore Fergus (Charles Denner), il quale ci delizia con le sue concezioni artistiche e vittima di un omicidio che svela la dualità intrinseca nella protagonista, un nudo dipinto sulla parete che la ritrae come oggetto ossessivo e il vestirla come Diana la cacciatrice quando la usa come modella dei suoi dipinti. Ottimo successo di pubblico, mentre la critica all'epoca si dimostrò un po' fredda per quello che un fondo è anche un esercizio cinefilo, ma capace di ispirare più di un epigono, tra cui Kill Bill di Quentin Tarantino (2004-2005), che pur affermando di non averlo visto (bugiardo), ha preso l'impalcatura base ed il ruolo della sposa, infarcendo il tutto con forti dosi di ultra-violenza e postmodernismo spinto.




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                • Le Due Inglesi di Francois Truffault (1971).

                  Jules e Jim (1962) nonostante il finale spiazzante per via della folle quanto oscura ed inafferrabile decisione di Catherine, era un film che celebrava la vitalità che scaturiva dal sentimento amoroso, mentre 9 anni dopo e 8 film successivi, con Le Due Inglesi (1971) Truffaut sembra rinnegare tutto questo, per concepire l'amore come sofferenza destinata a non essere mai appagata sfociando apertamente in un cupo pessimismo. Nuovo triangolo, ma questa volta abbiamo alla base due giovani inglesi, Ann Brown (Kika Markham) e Muriel Brown (Stacey Tendeter), mentre al vertice ritroviamo Claude Rou (Jeanne Pierre Leaud), in pratica il ribaltamento di Jules e Jim, a cui è impossibile non accostarlo per fare paragoni perché tratto sempre da un libro di Henri Pierre Rochè, nonostante poi le notevoli differenze estetico-contenutistiche nei risultati.
                  Claude è un alter-ego del regista, figura maschile del padre assente e soggiogato ai voleri della madre Claire, che ne controlla ogni aspetto della vita. L'incontro del giovane con Ann, sarà decisivo per tutta la sua vita, specie per l'estate che trascorrerà in Inghilterra nella casa di quest'ultima dove farà conoscenza della madre e soprattutto della sorella di Ann, Muriel, la quale ha problemi alla vista, dovendo quindi portare bende occhiali scuri per proteggere i suoi delicati occhi.
                  L'educazione rigida e puritana delle ragazze tipica inglese del periodo Vittoriano, cozza con quella sicuramente molto più liberale del ragazzo, non solo perché è un maschio, ma anche per la morale francese sicuramente più disinibita derivata dal decisivo progressismo scaturito sin dai tempi della rivoluzione francese. Interessato inizialmente verso Ann, quando il giovane vedrà Muriel arriverà ad innamorarsene poco a poco, vedendo in lei una donna dalla bellezza virtuosa e delicata, nonostante oramai stia diventando una vera e propria donna, verso la quale Ann si sente inferiore finendo con il lasciare campo libero alla sorella e Claude nel potersi avvicinare sentimentalmente.

                  Un triangolo sentimentale sospeso tra l'isola inglese ed il continente europeo. Claude ha ambizioni da scrittore fallito, soggiogato dalla madre e ospite in una casa tutta al femminile, dove più che un uomo viene visto come un fratello minore. Ospitato in una stanza dalle pareti blu, simbolo di purezza incontaminata, il ragazzo comincia a mettere su carta tutto quello che prova verso Muriel, spedendo lettere varie alla madre su tale situazione. La fotografia di Nestor Almendros ci immerge in paesaggi simil-impressionisti sospesi tra il verde ed il mare antistante, puntando a far emergere le pulsioni amorose dei personaggi solo in sequenze ambientate in interni e spogliando l'immagine di gran parte delle fonti di luce, giungendo ad illuminare solo i due personaggi mentre il resto dell'inquadratura è immersa nell'ombra o oscurità totale, questo espediente Caravaggesco, finisce così per il potenziare ogni minimo gesto affettuoso, fosse anche un bacio sulla guancia o una dolce carezza in viso. La libertà stilistico-registica dei canoni espressivi della Nouvelle Vague sono oramai un lontano ricordo, complice anche l'ambientazione spostata ad inizio del 900' in quello che è un dramma in costume, più sbilanciato verso la morale inglese che quella continentale progressista francese, il classicismo nella regia si fa' marcato tanto che le transizioni di montaggio tramite la figura geometrica del cerchio assumono i caratteri di un formalismo dissonante in rapporto alla materia trattata. Sviluppato tramite un intreccio di voci narranti dei tre protagonisti date le lettere che si scambiano, si aggiunge in modo preponderante la voce in terza persona di Truffaut, finendo con l'ingarbugliare la psicologia sentimentale dei personaggi, mostrando evidentemente di vedere in questa vicenda dei chiari tratti autobiografici.

                  Claude vive conteso e contentendosi tra Ann e Muriel, ma anche con altre donne, non riuscendo mai a trovare una stabilità fissa, nonostante sia chiaro come lui e Muriel si amino, hanno impostazioni morali troppo differenti, mentre Ann seguirà una strada libertina come Claude, finendo però con il risultare sempre in secondo piano nei sentimenti del ragazzo perché nonostante sia stata la prima a conoscerlo, Claude non ha mai rimosso del tutto Muriel, quest'ultima fonte di ispirazione artistica per un uomo che sembrava perso in un vicolo cieco, idealizzando la ragazza in ogni aspetto, in netto contrasto con l'indole della ragazza che come tutte le donne, sta scoprendo la sessualità, da non vivere come peccato vergognoso ma come elemento proprio della natura umana; la frustrazione di Claude e Muriel sul loro legame di avvicinamenti e separazioni si trascina per tutto il film, perché il loro legame può funzionare solo sul non stare vicini.
                  Un film letterario e distante nel tempo rispetto all'anno 1971 della sua uscita, oramai la generazione contestataria guardava alla nascente New Hollywood e di certo capolavori immani usciti in quell'anno come L'Ultimo Spettacolo e Arancia Meccanica affrontavano l'argomento sessuale in modo molto più esplicito e senza filtri, rispetto alla pudicizia virginale con cui il protagonista vede le due ragazze, d'altronde Bogdanovich e Kubrick non avrebbero mai mostrato la deflorazione di una ragazza con l'inquadratura del sangue ripresa come fosse un quadro artistico. Per tutti questi motivi il film fu un flop di pubblico e critica di cui Truffaut fu amareggiato tentando di rimediare con tagli di 20 minuti che non cambieranno l'esito, per fortuna in punto di morte decise di ripristinare la versione originaria da 132' minuti che trovate nell'edizione dvd e l'unica da prendere in considerazione.

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                  • Infernale Quinlan di Orson Welles (1958).

                    Tratto da un soggetto di poco conto, nelle mani di Orson Welles l'Infernale Quinlan (1958), che nelle intenzioni della Universal doveva essere solo una proposta thriller-poliziesco buttata fuori a getto continuo tanto per fare numero, diviene un capolavoro assoluto della storia del cinema e perfetto esempio di come in fondo anche se non si ha una grande storia base tra le mani, se sei un grande regista puoi riuscire a tirare fuori un grande film lo stesso e se sei un grande maestro della storia del cinema e forse per alcuni il più grande di tutti, tiri fuori l'ennesimo tuo capolavoro. La mano di Welles si percepisce per tutta la durata della pellicola, cominciando dal piano sequenza iniziale di oltre tre minuti che inquadra una bomba infilata nel bagagliaio di una macchina e poi tra gru, virtuosimi acrobatici e carrelli, la macchina da presa segue il veicolo soffermandosi poi su due individui che camminano; Mike Vargas (Charlton Henston) e Susie (Janeth Leigh), un poliziotto messicano e un'americana appena sposati che pregustano una lunga luna di miele, quando al loro bacio uno scoppio improvviso mostra il veicolo menzionato in precedenza deflagrato dall'esplosione con i corpi devastati di una ballerina e del noto imprenditore Rudy Lennekar. Brutta faccenda si prospetta all'orizzonte, anche perchè il reato è avvenuto in territorio americano a pochi metri dalla frontiera con il Messico da cui proveniva la macchina.
                    In pochi minuti quindi Welles già ci ha presentato il caso in cui ruota tutto il film, alcuni personaggi principali e l'ambientazione dell'opera ed il tutto con un unica ripresa gestita in uno spazio enorme e che mette in pratica per la prima volta il piano sequenza, come tecnica dal virtuosismo tecnico complesso, ma perfettamente amalgamata con la narrazione, più che come longtake "statico" visto in precedenti film come Quarto Potere (1941), anche se bisogna dire che la tecnica era stata portata avanti nella sua concezione "dinamica" da registi come Alfred Hitchcock in pellicole come Nodo alla Gola (1948), ma solo con l'Infernale Quinlan la tecnica forse assume le caratteristiche di cui ancora oggi è contraddistinta, influenzando una marea di future generazioni di cineasti.
                    Ad indagare sul caso ci sono per la parte americana il sergente di polizia Pete Menzies (Joseph Calleia) ed infine lui! Si, avete capito bene; l'immenso e titanico (in tutti i sensi) ispettore Henry Quinlan (Orson Welles).

                    La trama investigativa s'intreccia con uno sviluppo complesso che mette in scena varie vicende che dopo l'avvio iniziale proseguono per percorsi paralleli, oltre all'indagine su chi sia stato a mettere la bomba nell'auto condotta da Quinlan e Menzies con la collaborazione di Vargas, assistiamo in contemporanea agli intrighi della famiglia malavitosa dei Grandi, gestita da Joe Grandi (Akim Tamiroff), che tramite Susie vogliono arrivare a minacciare Vargas, poichè il boss vuole impedire all'agente di testimoniare al processo mandando così definitivamente il fratello del malavitoso in galera, che attualmente è in carcere.
                    La struttura narrativa quindi parallelamente di volta in volta si focalizza sui vari personaggi ed i loro percorsi narrativi, queste trame distanti arriveranno poi ad oltre metà film a collimare tra loro dando pieno significato al titolo del film (in lingua inglese, Touch of Evil, ovvero la "Sete del male"). Indubbiamente il film poggia sulle spalle del Welles sia attore che regista, il quale facilmente finisce con il rubare la scena ad un Charlotn Henston non proprio credibilissimo nei panni di un agente messicano, scelta imposta dallo studios per ragioni evidentemente di botteghino. Da che era un fuscello in Quarto Potere (1941) ed era riuscito a conquistare la bellissima Rita Hayworth, Orson Welles negli anni s'è sempre dato più alla pazza gioia aumentando il peso ed ingrandendo sempre più il girovita, arrivando ad assumere proporzioni sempre più immense; "titaniche" a voler essere corretti, senza però mai che venisse meno la sua presenza scenica carismatica e con Quinlan la sua potenza in scena raggiunge vette mai toccate in precedenza; andatura claudicante per via della mole ma anche per una gamba semi-paralizzata da un proiettile, scarica gran parte del proprio peso su un bastone che lo aiuta ad appoggiarsi, i tratti del suo viso sono pieni delle sue guance pacioccose e deformati dagli obiettivi grandangolari combinati con l'inquadrature dal basso, che ne fanno una figura che satura ogni spazio libero riempiendolo della propria persona.

                    I modi dell'ispettore sono burberi e spicci, il suo carattere è autoritario quanto violento e non nasconde di certo il suo razzismo verso i messicani di cui disprezza tutto dalla lingua sino alla civiltà in toto, sopportando con estrema fatica la figura di Vargas.
                    Quinlan sarebbe un personaggio difficile con cui empatizzare, eppure il grande Welles ci dona dei tocchi umani che ci fanno affezionare a lui, nonostante incarni gli abusi della polizia nella sua persona e detesti i messicani considerandoli spazzatura, l'ispettore è una figura tragica ed immerso da anni in un titanico dolore da cui sembra poter trovare un temporaneo ristoro solo dalla sua amica Tanya (Marlene Dietrich), tenutaria di un bordello, affogando la sua solitudine nel chili e ascoltando le commoventi note della pianola del locale lasciandosi trasportare dalle stupende note del compositore Henry Mancini, arrivando nel pre finale anche a commuovere lo spettatore perchè è chiaro che infondo è un uomo dall'animo devastato, dal corpo sfatto dall'obesità e immerso in una società che alla fine dai vecchi sino ai giovani simil yo yo James Dean (il regista non li ama molto evidentemente) è sempre in preda ad una sete sfrenata di male puro, una figura come Quinlan è una reliquia del passato, un uomo che non ha alcun futuro perchè ha da anni gettato via la parte migliore di sè, risultando incapace di accettare la scomparsa della sua "Rosebound", finendo con il trovare rifugio nell'oscurità più nera accumulandola sempre più sino a corroderne lo spirito e traboccare infine dal suo corpo.
                    Avanti anni nelle soluzioni tecnico-registiche arrivando ad esasperare i barocchismi visivi ed il nero ed il bianco della luce che si alternando ad intermittenza nell'illuminazione, che sancisce l'impossibilità di stabilire confini certi nonostante gli estremismi estetici, i quali trovano d'altronde pieno riscontro fisico nei luoghi del film come l'inquietante motel in cui pernotta Susie che sembra prefigurare quello di Psyco, ma anche il labile confine tra Stati Uniti e Messico per il quale all'epoca il transito era ancora libero e senza barriere architettoniche poste dal "liberal" Clinton e poi sempre più rafforzate dai suoi successori come a voler impedire l'ingresso del "male" nel loro paese che in realtà ne è già pregno da anni e anni come mostra un regista sagace e anti-sistema come Orson Welles. Incassi non molto soddisfacenti in america, ma buoni in Europa specie in Francia che tra l'altro tributò un'eccellente accoglienza al film, nonostante fosse considerato dallo studio Universal ad unn certo punto un B-movie e soggetto ad interventi di manomissione in fase di post-produzione con dei reshoot girati da altri, oggi comunque il film è disponibile in versione DVD nella versione da 112 minuti che si presume vicina alla volontà del regista basata su annotazioni e considerazioni di 58 pagine sul film scritte all'epoca da Orson Welles.




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                    • Il Processo di Orson Welles (1962).

                      In tutta la carriera del regista c'è un altro film di Orson Welles oltre al leggendario Quarto Potere (1941), a non aver avuto problemi produttivi ed in fase di montaggio, potendo anche contare su un budget finalmente decente (poco più di 1 milione), questa pellicola è Il Processo (1962), che è quindi un film 100% Welles.
                      Non è un film che rispecchia fedelmente la trama del libro di Kafka, anche perché sarebbe stato impossibile un adattamento fedele all'opera originale dato lo stile complesso adoperato dallo scrittore Cecoslovacco e la narrazione tramite monologo interiore del protagonista, però come già dissi in occasione di recensione di film come Colazione da Tiffany di Blake Edwards (1961) e Il Padrino di Francis Ford Coppola (1972), la fedeltà al libro non è un elemento da prendere in considerazione nel valutare una pellicola, ma al massimo se proprio vogliamo considerare l'opera cartacea, c'è da dire che Welles è stato fedele allo spirito del romanzo, traendo da esso un adattamento cinematografico originale e con spunti di riflessione legati anche all'attualità del suo tempo.
                      Orson Welles si disinteressa alla logica narrativa degli eventi narrati, che non trovano razionalità alcuna se letti alla luce dei rapporti causa-effetto, d'altronde il regista è onesto nell'inserire un racconto diegetico iniziale, che farà capire subito allo spettatore di trovarsi innanzi ad una narrazione per nulla classica.
                      Josef K. (Anthony Perkins) è un borghese dell'esistenza tranquilla e normale, con un impiego d'ufficio rispettabile, finché un giorno al suo risveglio si ritrova in camera sua degli agenti di polizia che gli dicono che è in arresto, senza però rivelargli né la gravità del reato né tantomeno i capi d'accusa.

                      Le risposte alle domande del signor K. sono ondivaghe ed indefinite, spesso poste sottoforma di ulteriori domande che finiscono con il porre ulteriore incertezza nella mente di Josef.
                      La vicenda priva di locazione spaziali definite, sembra collocarsi in un paese indefinito dell'est europa sotto la dittatura sovietica fatto di stradoni deserti e ed edifici dalle architetture imponenti ma uguali a sé stesse, simbolo di forzata massificazione sociale. È l'elogio delle architetture in cemento e metallo, in cui l'umanità è alienata come automi al servizio di un sistema molto più grande di loro, che li annienta in ogni individualità come la massa di lavoratori fissi alla scrivania nel grande ufficio lavorativo, palesemente "costruito" nella sua finzione sbattuta in faccia, quasi ad accentuare il clima spersonalizzante e farsesco a cui è obbligata la massa; inquadratura tra l'altro presa pari pari da film come L'Appartamento di Billy Wilder (1960) e la Folla di King Vidor (1928).
                      La narrazione diventa sempre più contorta e disinibita verso qualunque idea di razionalità, portando all'estremo lo stile di Welles, che accentua i contrasti tra bianco e nero, trasformatasi qui in un grigio cupo opprimente e claustrofobico, per via delle prospettive sfasate delle scenografie e gli obiettivi grandangolari deformano i visi dei personaggi, regalandoci atmosfere allucinanti dall'alta sperimentazione visiva, con sequenze che arrivano a sfociare in puro horror avanguardista mescolato con l'espressionismo tedesco ed i barocchismi esasperati tipici del cinema del regista. Dai piani sequenza iniziali, si passa mano a mano sempre più verso un montaggio frammentato che scompone lo spazio-tempo in una miriade di frame sempre più caotici nella loro oscuro significato.
                      Un film quindi pienamente Kafkiano nello spirito, che gioca dell'impossibilità di una qualsiasi distinzione tra realtà ed incubo che comprime la vicenda anche dal punto di vista temporale.

                      Questa volta la figura del titano più che incarnata da un singolo personaggio, assume le fattezze di un sistema dalle logiche incomprensibili, tramite un processo senza contraddittorio alcuno, nel quale il potere dei giudici è immenso, finendo con il negare all'uomo ciò a cui in uno stato democratico sarebbe destinato; la legge, chiudendogli in faccia le porte. Ogni tutela legale è scomparsa, chi si occupa della legge, abusa del proprio potere sfruttando per il proprio piacere le donne come emanazione esterna dellla propria autorità sempre più corrotta, perfettamente conniventi con una corrotta classe forense incarnata qui nella persona dell'avvocato Hastler (Orson Welles). Chi dovrebbe difendere la parte debole nel processo, in realtà è complice dell'apparato giudiziario farraginoso, contorto e senza fine, arrivando ad annichilire tramite ripetute umiliazioni i clienti che da anni si affidano alla loro "pseudo-professionalità", trovandosi invece in un girone infernale dantesco con attese senza fine. Josef K. assume un atteggiamento di ribellione attiva a tutto questo, gridando l'iniquita' del sistema che lo schernisce, mentre altre vittime subiscono passivamente tale situazione da tempo immemore. Si invecchia per tempi infiniti, giungendo per chi se oppone ad un sinistro finale apocalittico con chiari rimandi alla corsa agli armamenti USA-URSS. Perkins alla miglior interpretazione della sua carriera, perfettamente abile ad incarnare un individuo comune quanto sempliciotti alle prese con una situazione surreale priva di qualsiasi logica conducendo la battaglia con vigore attivo, ma sempre più chiara nel giungere ad una sconfitta. Ottimo come sempre Orson Welles e le varie attrici come Jeanne Moreau, Elsa Martinelli e la stupenda e bravissima Romy Schneider, finalmente svincolata dai panni di Sissi, in un ruolo di forte rottura. Dispiace forse la posizione del regista a favore di certe idee del centrodestra nostrano (specie Berlusconi e Salvini) sui processi, perché io sono sulle giuste posizioni giustizialiste del giornalista Marco Travaglio e del giudice Davigo, che giustamente subordinano il tempo dell'accertamento al principio più importante in assoluto, cioè la colpevolezza o innocenza dell'imputato, senza bestialità come la prescrizione (che nell'ordinamento anglosassone non esiste), credo che quindi la critica del regista vada letta al potere autoritario in generale, altrimenti il film diventerebbe reazionario e quindi politicamente inaccettabile.
                      Flop di pubblico alla sua uscita, con critiche negative da parte della stampa subumana degli Stati Uniti, evidentemente non in grado di comprendere un film di tale portata epocale, né tantomeno il romanzo di partenza troppo elevato per le loro menti poco avvezze alla vera arte. Nel tempo è stato rivalutato da qualche critico e finalmente oggi lo si può considerare un capolavoro assoluto della storia del cinema.



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                      • 30qqqq.jpg
                        GLI SDRAIATI Regia di Francesca Archibugi
                        In una Milano ordinata, elegante e vivaddìo “assemblata”, ritratta con sobrio gusto compositivo , filmata senza ansie da filmaker sborone, il popolare giornalista televisivo Giorgio (un Claudio Bisio particolarmente trattenuto)macera nella settennale conclusione del suo matrimonio, pur godendo di una solida preparazione umanistica che gli da(rebbe) occasione di nuove relazioni, ed ha un gran daffare a “percepire” le esigenze del convivente figlio Tito, liceale scostante ed a sua volta diviso tra la compagnia di amici e la nascente relazione con Alice ; coetanea e figlia di una ex di Giorgio, proprio dei tempi del tradimento coniugale che sancì la mai rimarginata separazione.


                        Per chi considerasse blasé seguire “Il Segreto” o “Tempesta D'Amore”, qui un'alternativa , non a caso di solido successo , a partire dal romanzo di Michele Serra che ha scaturito “Gli Sdraiati”, con tutti gli snodi e topoi drammatici a misura e distanza, che nel corpus cinematografico assumono a valenza di archetipi , invece e naturalmente rimanendo incresciosi stereotipi che mai, comunque, arrischiano seriamente a minare il benessere del loro target di riferimento, probabilmente silenziato al pari dei protagonisti nei propri sopportabili sensi di colpa .Non si arriva alla “indecenza” di un completo lieto fine ma suvvia...Né d'altronde qualche frecciatina nell'ambito del costume progressista benestante salva Serra dalla sua deriva neo-conservatrice, già acclimatata _ come nel film _ nell'ambiente degli autori televisivi. Tralasciando i gggiovani, che protestano la loro condizione di borghesi svogliati (sdraiati) farfugliando tentativi di recitazione, perviene piuttosto l'amabile caratterizzazione del “nonno” Cochi Ponzoni e la ricerca dei toni di Antonia Truppo (la ex); mentre Gigio Alberti e Sandra Ceccarelli appaiono poco, e fin troppo uguali a loro stessi(imho).
                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        • Brevi opinioni su alcuni film visti ultimamente:

                          Dillinger è morto di Marco Ferreri (1969)

                          Purtroppo devo ammettere che non mi è piaciuto più di tanto, sarà che non ho trovato la giusta chiave interpretativa, anche se credo di averci visto qualcosa sul contrasto uomo pubblico/uomo privato e sulla crisi virile che sfocia in violenza. Alcune sequenze mi sono rimaste impresse ma non sono riuscito ad appassionarmi al film nel complesso.

                          Suicide club di Sion Sono (2001)

                          Da altri utenti considerato il suo capolavoro o tra i suoi migliori film io non mi sono strappato le vesti e continuo a preferirgliene altri. Ha sicuramente avuto il merito di creare una storia sulla viralità quando i social non esistevano ancora e internet non era ancora così diffuso e comunque diverso da oggi.

                          Nuda per un pugno di eroi di Yasuzô Masumura (1966)

                          Film che parla essenzialmente di guerra, malattia e sesso, dimostrando come le priorità umane cambino in condizioni difficili e l'affetto, anche in forme perverse o caritatevoli, diventa il bene più importante ma può essere anche letale. Intenso e poetico, se riuscite a trovarlo è sicuramente una perla da riscoprire.

                          Love Exposure di Sion Sono (2008)

                          Il mio preferito di Sion Sono continua a essere Why don't you play in hell? ma questo va a giocarsi il secondo posto con Cold fish. Dopo i primi quaranta minuti piuttosto lineari e non proprio sconvolgenti in cui ti chiedi cosa mai ci sarà da raccontare per quasi quattro ore iniziano a cambiare i punti di vista e si scopre che tutto fa parte di un disegno più grande che comprende religione, metodi educativi, sette religiose, sessualità, goliardia tra amici e dove nessun tassello è messo a caso.

                          Irreversible di Gaspar Noè (2002)

                          Se non fosse per il montaggio Memento-style che dà un minimo di senso alla visione credo lo considererei tra i film più brutti che abbia mai visto. Tutte le sequenze iniziali con camera a mano fanno solo girare la testa. Più va avanti il film più lo stile registico si calma in coerenza con ciò che viene raccontato ma al di là di quest'idea non ci sono veri guizzi.
                          Il film è famoso per due scene incriminate di cui una in particolare ha fatto scandalo. Se siete curiosi cercatevele su Youtube o guardatevi solo quelle, il film intero non ve lo consiglio.
                          Ciononostante ora desidero completare la filmografia del regista con la visione di Enter the void.

                          Tesnota di Kantemir Balagov (2017)

                          Dopo La ragazza d'autunno il recupero dell'opera prima del regista conferma che siamo di fronte a un nuovo talento del cinema d'autore del cinema europeo.
                          Piuttosto diverso dal film successivo ha in comune la capacità di descrivere fatti del passato (in questo caso piuttosto recente, adatta una storia di fine anni '90 di cui ha sentito parlare nella città in cui è cresciuto) per far riflettere sulla società russa. Ci ho visto ispirazioni a Mungiu, confermate da recensioni che poi ho letto, ma anche al cinema di Zvyagintsev.

                          I cattivi dormono in pace di Akira Kurosawa (1960)

                          Prima di girare il più famoso Anatomia di un rapimento Kurosawa aveva fatto un altro grande e amarissimo noir che descriveva la società e l'economia giapponese.

                          Cattive acque di Todd Haynes (2019)

                          Come già immaginavo confermo che è un godibile film di denuncia piuttosto ordinario. Haynes, abituato a girare un'altra tipologia di film, non è riuscito a dargli un tocco particolare. Avendo visto di recente Richard Jewell credo invece che Eastwood sarebbe riuscito a dare molto più cuore ai personaggi e rendere la storia più avvincente.

                          Swallow di Carlo Mirabella-Davis (2019)

                          In qualche modo ho avuto la sensazione che si trattasse della versione indie, più sottile e più riuscita di The invisible man. Non si parla espressamente di abuso e violenze domestiche da parte del marito, ma l'oppressione di questa donna che si ritrova sempre chiusa in casa senza contatti con il mondo esterno è comunque quella di chi si trova a dover accettare e dichiarare di essere felice anche senza esserlo. La patologia che sviluppa di ingoiare oggetti rappresenta a mio parere l'assorbimento di pressioni e giudizi altrui senza poter reagire. Quando viene scoperta ovviamente la patologia viene considerato come un problema suo intrinseco senza pensare che possa essere indotta dagli altri. Un personaggio fa poi questa intuizione e il film prende anche un'altra piega che non spoilero. Bella sorpresa comunque.

                          Vivarium diLorcan Finnegan (2019)

                          Ne ero interessato sin da quando l'avevano presentato alla Semaine de la Critique dell'ultimo festival di Cannes e devo dire che non ha deluso le mie aspettative.
                          Alla fine non è altro che un metaforone che in poco più di un'ora e mezza di durata ha anche tempi morti, ma questi film che descrivono la società come una macchina capitalista di cui l'uomo è un ingranaggio e in cui non ci sono o non sembrano esserci via di uscita fanno sempre effetto su di me.

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                          • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio

                            Irreversible di Gaspar Noè (2002)

                            Se non fosse per il montaggio Memento-style che dà un minimo di senso alla visione credo lo considererei tra i film più brutti che abbia mai visto. Tutte le sequenze iniziali con camera a mano fanno solo girare la testa. Più va avanti il film più lo stile registico si calma in coerenza con ciò che viene raccontato ma al di là di quest'idea non ci sono veri guizzi.
                            Il film è famoso per due scene incriminate di cui una in particolare ha fatto scandalo. Se siete curiosi cercatevele su Youtube o guardatevi solo quelle, il film intero non ve lo consiglio.
                            Ciononostante ora desidero completare la filmografia del regista con la visione di Enter the void.
                            Uno dei miei film della vita ma capisco non possa piacere. Non c'è nessun montaggio Memento-style. E' montato dalla fine all'inizio, nell'illusione di poter rendere reversibile quello che non si può rendere reversibile (all'ultimo Venezia però è stata presentata la versione montata al contrario, o meglio nel senso giusto, dall'inizio alla fine... chissà com'è). Io l'ho rivisto un po' di tempo fa e mi aveva colpito il fatto che ogni scena fosse girata in un unico piano-sequenza (in macchina poi c'è lo stesso Noè, che è un grande operatore). Lo stupro di Monica Bellucci nel sottopassaggio disturba, ma è storia del cinema.

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                            • Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn di Cathy Yan (2020)
                              ... a.k.a. Joker al femminile. La scalata al potere di una giovane ragazza arriva per raccomandazione, fino a rendersi conto che per ottenerlo ha perso qualcos'altro: la libertà. Per liberarsi da queste catene non è però sufficiente tagliare i ponti con il boss Joker; no, c'è bisogno di un segnale deciso, di bruciare la vita passata per risorgere dalle ceneri e giungere a una tanto agognata libertà. Si fa per dire, perchè ogni azione genera una reazione di senso opposto e tante sono le malefatte che la nostra ha potuto compiere indisturbata in questi anni e non si possono semplicemente lavare via, come i tatuaggi nella faccia di uno dei malcapitati... o i suoi, documento biografico di una criminale. Perciò cara Harley, ricordati di non dimenticare (che non ti puoi prendere quella borsetta al mercato, perchè la polizia ti insegue e i civili pure), la città ti aspetta al varco e quel bastone (o mazza che sia) che hai lanciato tornerà verso di te; sta a te essere all'altezza e riprendere il controllo della tua vita. Libertà e solitudine, però, non vanno a braccetto; ecco quindi che in casa Quinn arriva un animale domestico, una iena, espressione della sua forza interiore, ma la vera forza di andare avanti giungerà dalla compagnia di una bambina e dalla riscoperta di un concetto da troppo tempo perduto che metterà ordine nella sua testa: la famiglia. Solo così Harley potrà giungere alla tanto agognata libertà, che qui prende forma nell'ambiguità di una persona che va in crisi per la perdita del girl's best friend. Ma il potere della famiglia e dell'alleanza si rivelerà più solido di quello della delegazione e del terrore. Il finale, rigorosamente dopo i titoli di coda, chiude il cerchio manifestando la libertà di Harley (e del film stesso) nei confronti dell'universo condiviso. Voto 6,5/10
                              Ultima modifica di p t r l s; 30 marzo 20, 10:33.
                              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                              • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio

                                E' montato dalla fine all'inizio, nell'illusione di poter rendere reversibile quello che non si può rendere reversibile
                                Quella scelta di montaggio l'ho sempre vista anch'io così, infatti è ben diversa da quella fatta in Memento.
                                'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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