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  • Wendy è stato un cocente flop di pubblico e critica.

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    • Film visti in questa settimana di prigionia :

      Rosemary's baby di Roman Polanski (1969).


      Fa specie pensare che nell'arco di appena di un decennio gli USA da una nazione ricolma di certezze e con un'armonia apparente, alla fine degli anni 60' s'è riscoperta divisa, lacerata e con tutti i suoi valori fondanti messi in discussione.
      Iniziato con il volto giovane ed "angelico" di JFK Kennedy che con la sua nuova frontiera prometteva una nuova svolta per il paese, nel giro di pochissimi anni ci si ritrova alla casa bianca RIchard Nixon, un vero e proprio demonio reazionario che rappresentava le istanze più cupe della maggioranza silenziosa americana, che ha deciso di mandare in soffitta tutti i propositi di cambiamento per rinchiudersi in sè stessa ed opporsi ad ogni cambiamento. Il cinema non poteva non recepire tali cambiamenti e l'allora giovane Roman Polanski, molto recettivo ai mutamenti della società americana e del mondo che lo circondava, decide di adattare il romanzo di Ira Levin occupandosi della regia e sceneggiatura, sostituendo l'artigiano William Castle che figura solo produttore di Rosemary's Baby (1969).
      Dio, Patria e Famiglia sono il motto con cui i conservatori ci frantumano le palle da decenni a questa parte, riuscendo ad attirare folle oceaniche con questo motto anche nel nuovo millennio, facendo incetta di boccaloni che ancora credono a queste scemenze come principi fondamentali di una grandezza ipotetica del proprio paese, poichè nella realtà fanno tutto il contrario di quanto enunciato da questo slogan. Guy Woodhouse (John Cassavetes) è un giovane e brillante attore con piccole parti in opere teatrali come "Lutero" e pronto a spiccare il volo, ha come consorte la giovane e bella Rosemary (Mia Farrow), un bel appartamento in un elegante palazzo di New York, dei vicini di nome Minnie Castevet (Ruth Gordon) e Roman Castevet (Sydney Blackmer) molto "invasivi" ma tutto sommato premurosi e una compagnia consistente di altri vicini con cui lega seppur tutti di età molto avanzata.
      Frustrazione e stress generato da una parte remunerativa e che permetteva molta visibilità, andata persa a scapito di un altro concorrente mandano nello sconforto Guy; l'appartamento deve essere ancora completato ed i progetti di avere dei figli con Rosemary sembrano così andare a monte, ma cosa peggiore è il dover rimandare le proprie ambizioni e questo per un attore che ha un tempo limitato per arrivare al successo può essere potenzialmente distruttivo per la propria carriera.

      Essere delle persone di successo nell'odierna società capitalista è fondamentale per avere potere, fama e denaro; è un sistema perverso fondato sulla sopraffazione tra esseri umani, dove alla fine i pochi in cima hanno tutto e di più, mentre quelli in basso vengono relegati ai margini con una vita da schifo e uno stipendio da fame. In una società fondata su tali paradigmi, Dio, patria e famiglia sono tre parole prive di significato, poichè si venderebbe volentieri l'anima al diavolo pur di arrivare al successo personale a scapito degli altri. Dopo una lunga parte iniziale molto quotidiana, girata con uno stile quadrato da parte di Polanski nel descrivere i due coniugi protagonisti, concedendosi una sola divagazione onirica sull'educazione cattolica di Rosemary, la macchina da presa ci mostra un appartamento dalle pareti bianche, simbolo di un futuro tutto da scrivere per i due coniugi, per poi virare sempre più su uno stile più rarefatto, oppressivo e ansiogeno.
      Per Guy le cose improvvisamente si mettono per il meglio ottenendo la parte agognata, venendo inoltre cercato da molti rinomati studios, mentre Rosemary finalmente è incinta con sommo gaudio dei due coniugi e dei loro vicini, che subito prendono a cuore le sorti della giovane, entrando sempre più nella loro vita, finendo con il controllarne tutti gli aspetti. Dal momento del concepimento in poi la regia di Polanski si libera di ogni restrizione formale, tra inserti onirici dai forti carici simbolico-telelologici e carrelli combinati con la macchina a mano, il regista sprofonda Rosemary in uno stato oppressivo ansiogeno, accentuato dal carattere claustrofobico di un appartamento e dei vicini sempre pià invasivi e un dolore lancinante al grembo che la perseguita per mesi, facendole perdere dei chili e riducendo la cera del suo viso in uno stato sempre più sciupato e cadaverico, più una donna dai caratteri "demoniaci" nell'aspetto che la bella figura che avevamo conosciuto all'inizio.

      Rosemary's Baby è una pellicola di paura e angoscia che si insinua sempre più poco a poco, tramite la grande abilità di Polanski nel saper gestire alla perfezione la regia tramite una messa in scena sobria negli interni dell'appartamento e capendo benissimo come tramite l'uso dell'allusione, il non mostrare e con dei piccoli ma decisivi movimenti di macchina, si può creare un'atmosfera di terrore che si fa strada fotogramma dopo fotogramma accentuato da una realtà e fantasia sempre più confuse tra loro, per giungere ad un finale dissacrante che sovverte tutti i canoni fondativi della società umana; Dio è morto si dice, non l'ha ucciso Satana, ma la società fondata sul sulo denaro e un capitalismo sfrenato, in cui si è pronti a sacrificare gli altri pur di ottenere il successo, è questo il vero orrore insostenibile e accennato nella sequenza conclusiva, giungendo ad un finale sospeso che finisce con il gettare una luce perversa anche su chi è puro, arrivando a corromperne l'animo e ad introdurlo così nella società odierna in cui per indole naturale si è predisposti anche se non si vorrebbe farne parte.
      Un thriller-horror che sfrutta il genere per elevare la materia a film d'autore, divenendo una metafora dell'arrivismo senza scrupoli del mondo di oggi, sfruttando un John Cassavetes mefistofelico e sottile e un'androgina Mia Farrow credibile in tutte le fasi dell'evoluzione del suo personaggio, passando da una novella ed innocente "Doris Day" sino ad un'ottima gestione della propria sanità mentale messa alla prova di orrori irrazionali che si pensavano essere spazzati via dal progresso, dai palazzoni e dallo sviluppo urbano, che invece sono perfettamente connaturati alla società essendosi semplicemente evoluti con essa e per questo così spaventosi da non poterci credere ed impossibili da capire anche da parte di chi è sostenitore della scienza (il ginecologo Hill). Rosemary's Baby insieme alla Notte dei Morti Viventi di George A. Romero (1968), è il film che rivoluziona l'horror portando il genere in un'ambientazione non solo insospettabile (New York), ma anche contemporanea, emancipandosi dalle ambientazioni del passato lontane decenni rispetto al momento in cui si gira il film o sfruttando ambientazioni gotiche. La pellicoal segna la prima accettazione dell'horror nel mondo Hollywoodiano che avrà poi la piena consacrazione con l'Esorcista di William Friedkin (1973), ottenendo un grande successo ai botteghini con oltre 30 milioni e due nomination agli oscar per miglior sceneggiatura non original e attrice non protagonista (Ruth Gordon); a distanza di oltre 50 anni ci si ritrova innnazi ad un capolavoro assoluto della storia del cinema ed il miglior risultato del regista polacco insieme a Chinatown (1974).



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      • Lettera da una sconosciuta di Max Ophuls (1948).

        Nella fluidità delle incessanti note partorite dagli spartiti musicali del compositore bohemienne Stefan Brand (Louis Jordan), si sviluppa a ritmo cadenzato questo melodramma fluidamente baroccheggiante nello stile visivo, registico e anche nell'ardore della passione che consuma la protagonista Lisa (Joan Fontaine), messo in scena nella Vienna di inizio 900'.
        La capitale austriaca, interamente ricostruita negli studi cinematografici di Hollywood, non punta al realismo ma all'artificiosita' stilistica perfettamente integrata con lo stile elegante e "barocco" di Ophuls, che però non diviene mai estetismo fine a sé stesso, grazie anche alla stratosferica fotografia di Franz Planer, la quale proietta lo spettatore in un mondo altrove reale solo nelle coordinate spazio-temporali, ma plasmato nella sua composizione dalla macchina da presa del regista, che esprime il suo pensiero poetico in proposito nella sequenza in cui i protagonisti sono nel vagone della locomotiva del parco, dove al di fuori del finestrino scorrono paesaggi di varie località del mondo, facendo sognare Lisa e al contempo lo spettatore, poiché quest'ultimo può immergersi nella magia del cinema pagando una modica cifra per vedere proiettata un mondo si reale, ma al contempo fittizio poiché frutto di un illusione. Max Ophuls già nell'ottimo la Signora di Tutti (1934), aveva mostrato notevoli doti sia registiche che narratorie adoperando anche qui l'espediente del flashback, ma in modo molto più fluido e naturale nell'esposizione, senza calcare troppo la mano sul patetismo spinto che un po' lo aveva penalizzato nella sua avventura italiana, avvalendosi anche di un apparato cinematografico come quello della Hollywood degli anni 40' che sicuramente non era quello dell'Italia provinciale e fascista degli anni 30'.

        Un sentimento espresso su carta dalla protagonista, che fa recapitare a Stefan ad inizio film, con cui enuncia tutti i sentimenti che ha provato verso di lui sin dall'età di 14 anni quando l'uomo era un giovane quanto brillante musicista che si era da poco trasferito nel caseggiato in cui abitava anche lei.
        Il filo conduttore che fa nascere la passione da parte di Lisa, è la musica che proviene dalle note del pianoforte di Stefen, grazie alla quale la ragazza fantastica ogni notte fino a sviluppare un forte innamoramento; il suo primo sentimento, che in quanto mai sperimentato la strugge nel profondo e che vorrebbe coronare a tutti i costi. La macchina da presa non fa solo uso dei carrelli laterali, ma spazia anche con gru che si alzano in verticale intrecciandosi con la spirale delle scale che salgono e scendono, immagine simbolica del DNA, quindi dell'evoluzione di una ragazza che a poco a poco matura nel portamento e nella compostezza sempre più in donna pur di apparire interessante agli occhi dell'uomo.

        Si tratta di un melodramma in cui i protagonisti vivono su un contrasto inconciliabile; Lisa anche da donna ha gli occhi di una bambina, vivendo per tutta la vita un sentimento fortissimo verso l'uomo che è stato la sua prima cotta senza mai volerlo dimenticare, finendo con il proiettare un'immagine idealistica quanto non corrispondente alla realtà sulla persona di Stefen e per questo destinata alla sconfitta perché frutto di una visione adolescenziale che allo stato delle cose è irraggiungibile, mentre Stefen è una figura libertina e senza troppi scrupoli morali, che vive l'amore come un sentimento temporaneo al termine del quale poco tempo dopo neanche ricorda il volto della donna con cui è stato, forse proprio per questo motivo seppur con uno spiccato talento per la composizione musicale, non darà mai sfogo al suo talento poiché incapace di concentrarsi su un'unica cosa; tanto la donna si consuma in una passione che diviene unica ragione per dare un senso alla propria esistenza, quanto l'uomo invece le vive in maniera breve e disinteressata, come il suo talento musicale sempre meno coltivato e quindi sempre più trascurato.
        Un capolavoro assoluto incompreso da pubblico e critica alla sua uscita venendo accusato ingiustamente di fornalismo, quando in realtà regia e sostanza sono fuse perfettamente, qualche difetto forse sulla gestione del segmento del tifo, ma il capolavoro non implica per forza film privo di difetti, come d'altronde imperfetta lo è anche il personaggio di Lisa che si avvale di una strepitosa Joan Fontaine abilissima nel registro di queste eroine pure e sincere nei loro sentimenti. Lettera da una sconosciuta, oggi lo si può considerare un manifesto di un cinema oramai sparito, eppure da studiare accuratamente per la descrizione tenera di Lisa persa nel suo disagio esistenziale ed un finale struggente di accettazione stoica capace di avvicinarci empaticamente anche verso personaggi fino a quel momento percepiti come distanti.


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        • Il Piacere di Max Ophuls (1951).


          Tre episodi con a tema il piacere, nel primo rapportato all'amore, nel secondo con la purezza ed infine nel terzo segmento narrativo si lega con la morte.
          Tratto da alcune novelle di Guy De Maupassant, Max Ophuls gira un film di rara eleganza che in poco più di 90 minuti, ha l'ambizione di ritrarre un'intera società alla ricerca della felicità tramite il piacere.
          Il primo episodio nell'arco di pochissimi minuti condensa tutta l'abilità tecnico-regista di Ophuls, con le sue carrellate e gru verticali, raggiunge uno splendore tecnico ancora oggi difficilmente eguagliabile, nella rappresentazione della gioia di vivere del flusso caotico ma vitale della massa di clienti che affollano la sala da ballo, tra costoro c'è Ambrose, un uomo oramai anziano che nasconde il proprio volto dietro una maschera di un giovane attraente, un collasso per sua fortuna non fatale, svelerà l'inganno e la storia malinconica che si cela dietro tutto questo, dando il ritratto di un uomo non rassegnato allo scorrere del tempo e dedito alla ricerca di donne tramite la danza fino all'ultimo, anche se vi è una forte discrasia tra corpo e spirito, quest'ultimo così leggero nel suo librarsi come i complessi carrelli adoperati dal regista in tale episodio che si fondono alla perfezione con la sostanza, scorrendo in modo perfettamente naturale e non artificioso.

          La voce narrante sarcastica e arguta nel dispensare pareri, ci conduce al secondo episodio senz'altro più felice e meno triste di quello precedente. In una città sulla Manica, vicino ad un porto, siamo introdotti dall'imbarazzata voce del narratore innanzi ad una casa di tolleranza gestita da Madame Tellier, la quale con le altre ragazze intrattiene ogni sera gli uomini che la frequentano, curando nel dettaglio l'offerta atta a dare ai loro clienti il meglio dell'esperienza, dalla quale noi spettatori siamo tenuti perennemente fuori dall'edificio come a voler dire... guardare ma non toccare.
          Girato con un tono da commedia lieve misto ad una certa satira di fondo, l'episodio centrale è il più lungo dei tre e sicuramente il migliore poiché miscela toni e stili a cominciare da sacro e profano, quando Madame Tellier chiude il locale per una giornata per andare insieme alle ragazze in campagna alla comunione della figlia di suo fratello Joseph Rivet (Jean Gabin).
          La ventata di freschezza portata dalle ragazze si mescola con l'atmosfera gioiosa derivante dalla festante comunità di campagna per la prima comunione delle ragazzine, che lascerà verso le battute finali una certa malinconia per chi colmo di pregiudizi, aveva perso temporaneamente la testa per una delle ragazze della comitiva di Tellier, ma tutto deve scorrere come prima; l'episodio per toni ed atmosfere ha non pochi punti di contatto con La Scampagnata di Jean Renoir (1936), anche forse per via del fatto che entrambi i film sono tratti da racconti del medesimo autore.

          Il terzo ed ultimo film è quello più tragico nel senso però più filosofico del termine; oltre a disvelare l'identità della voce narrante propria nell'attore Jean Servais, c'è anche l'esplicazione della morale della pellicola "la felicità non è allegra".
          Indubbiamente risulta essere l'episodio narrativamente più stilizzato del trittico, tramite il legame che nasce tra il pittore Jean e la sua modella Josephine, che sfiorira' poco a poco sino a conseguenze estreme, contribuendo però ad un nuovo modi di ricercare il piacere tramite un percorso di redenzione.
          Un film Ophulsiano in tutto e per tutto quindi alle prese con varie location e tipologie di personaggi, con i consueti carrelli che hanno fatto scuola, la stilizzazione scenografica che non mira a cercare il realismo o la verosimiglianza nelle location, ma punta a costruire un'esperienza fluidamente barocca come le vicende che rappresenta.
          Un capolavoro assoluto che condensa tutto il cinema del suo autore, non supera nella preferenza personale Lettera da una Sconosciuta (1948), ma sicuramente è un caposaldo della storia del cinema.

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          • I Gioielli di Madame De... di Max Ophuls (1952).

            Ambienti raffinati, carrellate di ogni tipo, una donna tormentata ma caparbia nel seguire i propri sentimenti sino in fondo... sniff, sniff, eh si sentiamo odore di film di Max Ophuls, ed in effetti si, I Gioielli di Madame de... (1953), racchiude tutti gli stilemi del regista e si candida a scontrarsi con Lettera da una sconosciuta (1948), per il titolo di miglior film di Ophuls e ovviamente tra i capolavori della storia del cinema. Una lunga carrellata iniziale si sofferma sulle mani di una donna fuori campo che con tono di voce indeciso ma annoiato, cerca qualcosa di cui disfarsi tradendo inoltre un certo malessere nonostante la notevole quantità di roba lussuosa tra pellicce e gioielli che possiede, infine si decide per due orecchini regalatele tempo addietro dal marito André (Charles Boyer), ma ritenuti insignificanti dalla ricca Louise (Danielle Darrieux), di cui finalmente con un arretramento della macchina da presa vediamo finalmente il volto, una donna non più giovane ma ancora molto bella, con una ricca collezione di spasimanti e amante del lusso sfrenato, per mantenere il quale deve saldare dei debiti contratti e spera di farlo con la vendita di questi due gioielli che reputa inutili e di cui ci si può sbarazzare senza troppi rimorsi sentimentali.
            Tutta la pellicola gira intorno a questi due costosissimi orecchini che faranno il giro di mezza Europa per poi ritornare nelle mani della donna grazie al dono fattole dal barone Fabrizio Donati (Vittorio De Sica), verso il quale la donna nutrira' un sentimento sempre più forte valzer dopo valzer.

            L'amore tra André e Louise è morto da tempo, forse non c'è mai stato, fatto sta che sembra tra i due coniugi vi sia un patto sottaciuto sulle scappatelle extra-coniugale quando l'altro non c'è, l'importante che la cosa sia temporanea e fatta con discrezione per non dare scandalo in società.
            Non dare speranza all'amante di turno è il motto di Louise, il problema è che seppur non lo ammetta per parte del film, la donna tramite una tripla litote (non vi amo, non vi amo, non vi amo) in realtà s'è creata una speranza concreta di evasione da una realtà coniugale oramai sterile, grazie alla persona di Fabrizio Donati che ricambia il sentimento. Ma la storia oramai tra un valzer in dissolvenza e l'altro sembra diventata di dominio pubblico ed il generale André, deve correre ai ripari con il pugno di ferro per salvare l'apparenza superficiale, l'unica cosa esclusiva che conta per l'alta borghesia così pomposa e rispettabile fuori, quanto sterile, cinica e vuota nell'intimità privata; Darrieux con la sua straordinaria interpretazione si fa carico sulle proprie spalle tutte le caratteristiche della classe borghese passando dalla superficialità, all'ipocrisia, alla forte passione, al vuoto sino a condensare il tutto in un oggetto (i due gioielli), su cui ha riversato tutto sé stessa e divenuti simbolo di un sentimento destinato a non essere mai appagato, mentre i due protagonisti incarnano da un lato la freddezza cinica della borghesia tramite Charles Boyer ed il lato libertino e vouyeristico tramite la figura di Vittorio De Sica. Siamo innanzi ad una pellicola di rara finezza psicologica e simbolica, capace di gettare uno sguardo disincantato quanto pessimista sui rapporti umani.





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            • Boogie Nights - L'Altra Hollywood di Paul Thomas Anderson (1997).

              Di pellicole sull'ascesa e declino di una star se ne sono fatte a decine e tutt'oggi è un filone ampiamente battutto, anche perché tutti noi nella vita abbiamo un apice dopo il quale poco a poco comincia il declino. Paul Thomas Anderson già ad inizio anni 2000, veniva considerato dalla critica europea come l'unico vero autore americano sorto negli anni 90', in un cinema come quello a stelle e strisce che andava sempre più commercializzandosi a seguito della deriva dei blockbuster tutti effetti speciali e zero contenuti, forse il giudizio era troppo eccessivo visto che comunque dei registi interessanti c'erano come Tarantino, i Coen e Spike Lee, senza contare che è proprio con gli anni 90' che registi come Bigelow o Michael Mann esplodono come autori, ma fatto sta che Anderson comunque già era considerato come il migliore e vedendo questo Boogie Nights - L'altra Hollywood (1997), se me comprende benissimo il motivo; alcuni generi sono stati se non rivalutati dalla critica comunque tenuti maggiormente in considerazione come ad esempio la commedia ed i suoi derivati, ma sicuramente un genere tra tutti come il porno sarà sempre schifato e bistrattato da tutti, perché in fondo siamo tutti una massa di ipocriti moralisti che nel privato ci crogioliamo della nostra nudità ma in pubblico condanniamo la sessualità vivendola ancora come un tabù, in pratica schifiamo ciò che nel privato facciamo tutti. La genialità del regista è nel tirare fuori un soggetto da questo ed ambientare alla fine degli anni 70' l'ascesa del giovane Eddie (Mark Wahlberg), nel mondo del cinema porno grazie alla scoperta da parte del famoso regista hard Jack Horner (Burt Reynolds), il quale è affascinato dalle notevoli dimensioni del pene del ragazzo, prevedendo un grande futuro per lui.

              Altman, Scorsese ed in parte Tarantino sono i tre espliciti modelli a cui Anderson si rifà per girare questo film, la narrazione si sviluppa in modo corale abbracciando i vari membri della "famiglia allargata" di Jack Horner composta da varie figure come le pornodive Amber Waves (Julianne Moore) e la giovane Rollergirl (Heather Graham), l'aiuto regista Little Bill (William H. Macy), l'attore occasionale Reed, il tecnico del suono Scotty J. (Philip Seymour Hoffman) e l'attore di colore Buck (Don Cheadle); tutte figure a loro modo outsider i cui ritratti umani risplendono tramite dei complessi quanto lunghi piani sequenza che ci introducono nelle loro vite poste ai margini di ciò che è rispettabile, proprio come lo Scorsese di Quei Bravi Ragazzi (1990), non rinunciando anche ad inserzioni pulp di chiara matrice tarantiniana. Sicuramente tutta la prima parte della pellicola e poco oltre, risulta essere la più riuscita, non tanto nei meccanismi di ascesa alla fama che seguono lo schema prestabilito, ma per via della fantastica regia e l'originalità del soggetto che affronta la materia senza alcun moralismo di sorta. Anderson è un regista nient'affatto snobbone, per lui conta la bellezza del film e non importa che finalità abbia, fosse anche il porno che incredibile a dirsi oggi, negli anni 70' al cinema con opere come Gola Profonda (1972) , The Opening Misty of Beethoven (1977) e Barbara Broadcast (1977), le quali sfruttavano il genere per imbastire discorsi più ampi del mero amplesso, ottenendo gran successo di pubblico al cinema, Jack Horner ha l'ambizione quindi di realizzare un giorno una vera e propria pellicola con tutti i crismi che renda giustizia alla sua professione, battendosi fortemente contro i finanziatori che non vedono più nel porno un futuro cinematografico ma solo in videocassetta.

              Mandare un film al cinema presuppone determinati standard tecnici e di costi, ma in cambio ha una diffusione più ampia e la sala cinematografica essendo rito collettivo, può contribuire a rendere ciò che è immorale molto più accettabile e perché no, anche a far progredire nei costumi la società che non percepirà più il sesso come tabù e roba da pervertiti.
              Preannunciato da un inizio drammatico, gli anni 80' spazzano via tutto questo, relegando il porno nel mercato delle videocassette, eliminandolo dalle sale; da Carter siamo passati alla presidenza Reagan, tutto ciò che è scomodo deve sparire, così il porno finisce rilegato nelle case e come tutto ciò che viene vissuto di nascosto, viene visto con sospetto e scetticismo dalla società.
              Tramite uno stupendo montaggio alternato Anderson mostra il declino artistico di Eddie con lo scortese trattamento riservato da un ragazzo a Rollergirl, il tutto con un rintocco incessante funebre di sottofondo, il porno è morto, ciò che sino a poco prima veniva visto in sala senza troppi moralisti, si scontra con un clima nettamente cambiato se non apertamente ostile, chi lo fruisce ancora se ne frega della scadente qualità video o audio, l'importante è solo la scopata e basta, giusto il tempo di farsi un paio di seghe davanti allo schermo e via. Forse il porno d'autore è una chimera, perché i prodotti hanno bisogno di un pubblico recettivo per essere fruiti e compresi appieno, la ricerca di Jack Horner non può che concludersi quindi con uno scacco amaro, il porno verrà sempre e solo visto come una mera scopata e nella società Reganiana, conta solo l'atto sessuale come fornicazione, senza alcuna ricerca della costruzione progressiva del piacere e suscitare il piacere nello spettatore poco a poco, tutto e subito in pratica, l'edonismo alla massima potenza che ha finito con il cambiare irrimediabilmente anche un genere considerato ai margini che oramai ha perso anche la sua dignità di essere un qualcosa di alternativo e anti-conformista.

              Indubbiamente la pellicola soffre di più nella seconda parte, specia nella sequenza della truffa con la droga, la quale poco a poco diviene una digressione sin troppo ampia finendo con il divenire troppo avvulsa dal tono generale della narrazione, sembrando più un tentativo di seguire la moda del momento imposta da Tarantino con Pulp Fiction (1994) e suoi figliocci, che una scelta personale e meditata da parte del regista, che nel film è stato si influenzato da Altman e Scorsese anche, ma aveva rielaborato tali modelli in modo più accorto e naturale, toccando l'apice con l'interessante guizzo di rendere il pene di Eddie una sorta di mcguffin, da cui tutti sono affascinati, ma lo spettatore non vede praticamente mai, scelta interessante per un film che è ambientato nel mondo della pornografia.
              Un sentito tributo ad un mondo che non c'è più, ritratto con un rigore Atmaniano nel descrivere le mutazioni sociali e di percezione del genere nell'arco di poco meno di 10 anni, con uno sguardo non troppo nostalgico, ritraendo in fondo i personaggi per quello che sono, dei perdenti con le loro debolezze; Ambra una drogata a cui viene negato di vedere il figlio, Little Bill una persona umiliata dalla lascivita' della moglie, Jack Horner un frustrato nelle proprie ambizioni artistiche e Scottiy J eternamente represso dalla propria sessualità e che svolge un lavoro dove l'eterosessualita' è marcata.
              Un affresco di un'epoca oramai terminata, non troppo nostalgico e messo in scena volutamente con dialoghi che non cercano un'elaborazione stilistica o contenutistica, proprio come il genere richiedeva, poiché in questi film ogni chiacchiera con i suoi goffi doppi sensi e dalla sgangherata recitazione, vuole solo arrivare al dunque. Costato 15 milioni, il film ne ha incassati circa 45, ottenendo il non scontato plauso della critica e ben tre nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura, attore non protagonista (Burt Reynolds) e attrice non protagonista (Julianne Moore) non vincendo ovviamente nulla perché era l'anno di Titanic, comunque sia non vi spaventate per via dell'argomento trattato perché Anderson riesce ad unire satira, commedia, dramna, tragedia e redenzione in un piccolo capolavoro molto più riuscito dell'osannatissimo film di Tarantino C'era una volta a Hollywood (2019), come descrizione della fine di un'epoca.

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              • Macbeth di Orson Welles (1948).

                Una personalità poliedrica come Orson Welles dati anche i suoi trascorsi come regista teatrale di opere di William Shakespeare, sarebbe stato un approdo naturale prima o poi, quello di adattare prima o poi dei testi del drammaturgo inglese per il cinema e ne avrà l'occasione con il suo quinto film, decidendo di trasporre Macbeth (1948). Gli adattamenti Shakespearreani fino a quel momento furono poco remunerativi e poco soddisfacenti al cinema, ma l'Enrico V (1944) di Laurence Oliver cambiarono le cose ed un piccolo produttore si offrì di finanziare la pellicola di Orson Welles. Purtroppo per il nostro genio, i suoi film al botteghino non avevano mai brillato molto tranne Lo Straniero (1946) e tranne Quarto Potere (1941), tutti i suoi film gli furono smontati e rimontati dagli studios, nonché girati in condizioni produttive precarie e Macbeth non si sottrarra' a tale infausto destino. Filmato con un budget miserrimo e in tempi strettissimi di appena 21 giorni, Welles nonostante tutto tira fuori l'ennesimo capolavoro della sua carriera.
                Vincolato dalle finanze ristrette, il regista gira tutto negli studios, immergendo la vicenda in un grigio cupo spettale che dona un'efficace aura mortifera all'intero lungometraggio, ciò si combina efficacemente con delle scenografie stilizzate quanto spartane e l'accorta regia che inquadra spesso i personaggi a tre quarti dal basso, facendo risaltare la loro figura, specie quella del nostro imponente Macbeth interpretato dal gigantesco Welles, rispetto alla location, donando quindi una sensazione di illusoria grandezza della location, mascherando al meglio il basso budget produttivo.

                Siamo innanzi all'ennesima figura titanica tipica della filmografia di Welles, impersonata come spesso accade da quest'ultimo, complice anche la sua imponente mole fisica che riempie gran parte dell'inquadratura, emanando un gran carisma grazie alla sua presenza scenica. Un titano è succube o artefice del proprio destino? Il prologo iniziale con quell'intruglio pastoso da cui le tre streghe ricavano una figura in argilla modellata sulle fattezze del viso di Macbeth, sembra suggerire che il tutto sia predeterminato fin dall'inizio e l'uomo non sia altro che un burattino in mano altrui, eppure Macbeth potrebbe benissimo sottrarsi a tutto ciò, ma l'ambizione per il potere è troppo forte ed essere diventato nuovo signore di Cawdor non gli basta più, le sue mire sono rivolte molto più in alto.
                La spinta decisiva viene da Lady Macbeth (Janette Nolan), la quale sin dalla sua entrata in scena invoca che l'abbandono di ogni umanità residua in lei a favore di una personalità che non abbia alcuno scrupolo di tipo morale e a poco a poco, come una goccia che corrode la roccia su cui cade, corrompe l'animo del marito incitandolo ad uccidere il re Duncan, messo in scena con un marcato tono espressionista.

                Sfruttando le inquadrature e un uso accorto delle luci ed ombre, Welles supera i limiti del budget che ammontava a tre barattoli di ceci e due di fagioli, regalandoci sequenze di notevole fattura tecnica, come il lunghissimo piano sequenza in cui Lady Macbeth incita il marito al delitto nonostante i dubbi morali di quest'ultimo, nonché la lunga scalinata in pietra che porta alla stanza in cui dorme il re, che si staglia sullo sfondo assurgendo a chiara metafora della faticosa arrampicata irta di atrocità per afferrare l'agognato potere, per poi uscire del tutto cambiati da quella stanza scura con le mani in primo piano lorde del sangue del delitto compiuto.
                Welles conosce molto bene le opere di Shakespeare e ci restitusce nel suo Macbeth tutta la complessità linguistico-letteraria dei dialoghi del testo, nonché un'accortezza sublime nello scavo psicologico dei coniugi Macbeth sempre più ebbri e corrotti dal potere, fino a scadere nella pazzia derivante dal peso delle atrocità commesse per raggiungere e poi mantenere la corona.
                I meandri della mente si contorcono preda di dubbi che danno vita ad allucinazioni mentali che si esternalizzano nella scenografia tramite i lunghi ed intricati corridoi oscuri della dimore del sovrano in cui poco a poco Macbeth perde sempre più il senno, per poi trincerarsi dietro la rassicurazione di un ulteriore profezia che sembra impossibile a realizzarsi. Da qui il crollo fragoroso del nostro titano, poiché la nebbia enigmatica del destino, scaturisce sempre dalle azioni umane, proprio come la corona che lui ha conquistato con il sangue ed in modo altrettanto violento gli sarà sfilata dal suo capo. Paragonato sfavorevolmente ad Amleto di Laurence Oliver (1948), andò male alle anteprime, così venne obbligato il regista ad un ridoppiaggio che eliminasse l'accento scozzese e ad un nuovo montaggio che ridusse l'opera a poco più di 80' minuti. Oggi il film come concepito dal regista è possibile visionarlo nel dvd nostrano il lingua originale con sottotitoli italiani e resta un piccolo capolavoro di finezza cinematografica che riesce a sopperire al meglio alle numerose limitazioni produttive.


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                • Io vorrei rivedere Macbeth di Kurtzel ma non lo trovo da nessuna parte.

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                  • Sto guardando La Flor di Mariano Llinas... ho visto le prime tre ore e mezzo (i primi due episodi.. il secondo molto bello), ne scriverò a visione ultimata...

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                    • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                      Wendy è stato un cocente flop di pubblico e critica.

                      Ma Wendy si trova già? E' uscito l'altro ieri.

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                      • A Hidden Life di Terrence Malick

                        Tranquillamente il miglior Malick post The Tree of Life. Come ben sapete, non è che io sopporti tanto il caro Terrence, anche se considero l'ultimo film citato un capolavoro. Non so perché, ma ho deciso di vedere questo suo ultimo lavoro nonostante tutto, e soprattutto nonostante le tre ore di durata Partiamo dalle cose che mi sono piaciute: la fotografia è bellissima, a tratti sublime (specialmente negli esterni), il sound design è magistrale, gli attori sono bravi. La regia di Malick è sempre quella, ma con qualche svolazzo di telecamera in mano, il che è un bene. Il film ha dei momenti suggestivi, immersivi, bellissimi, il che fa rimpiangere ulteriormente il tanto talento sprecato. Quando il nostro resta ancorato a fatti concreti, ad azioni materiali, o semplicemente quando mette il proprio talento al servizio dei personaggi, dimostra ancora una capacità di lavorare con le immagini di prima grandezza. Purtroppo, il tutto è costantemente intervallato dai soliti sermoni che fa declamare ai propri personaggi in voice over, dai soliti momenti in cui si gioca e si balla che sono diventati una formula, una punteggiatura del suo cinema. Un film cattolico, girato da un cattolico, riservato ai cattolici. Ed anche se fossi credente mi sarei rotto i cosiddetti.

                        L'Immortale di Marco D'Amore

                        Una noia terribile.


                        Terminator: Destino Oscuro di Tim Miller

                        Si lascia vedere, ma c'è tanta, troppa CGI e non è neanche fatta così bene. I momenti migliori sono quelli con Schwarzy in scena.
                        https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                        • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio

                          L'Immortale di Marco D'Amore

                          Una noia terribile.

                          Come mai? siamo sui livelli piatti - quanto a interesse per le vicende - dell'ultima stagione di Gomorra?

                          Ne approfitto, viste le belle recensioni di Sensei ai film di Ophuls nella pagina precedente, per una domanda: di questo regista prima di qualche tempo fa non ne avevo mai sentito parlare (e purtroppo ancora non ho visto niente!), e mi dà l'impressione che il suo nome circoli più tra gli addetti ai lavori e tra i cinefili veri e propri; ma se ha sfoderato ottimi film, come mai nel corso degli anni il suo nome è andato perdendosi nelle nuove generazioni? questione di stile, di contenuti? Questa almeno è la mia impressione, liberi di smentirmi e darmi del puro ignorante, a me e alle mie cerchie.

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                          • Mr. Babeido completamente privo di ritmo, lento, e la trama è anche poco interessante. Il background di Ciro è di quanto più banale potevano inventarsi sinceramente.
                            https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                              A Hidden Life di Terrence Malick

                              Tranquillamente il miglior Malick post The Tree of Life. Come ben sapete, non è che io sopporti tanto il caro Terrence, anche se considero l'ultimo film citato un capolavoro. Non so perché, ma ho deciso di vedere questo suo ultimo lavoro nonostante tutto, e soprattutto nonostante le tre ore di durata Partiamo dalle cose che mi sono piaciute: la fotografia è bellissima, a tratti sublime (specialmente negli esterni), il sound design è magistrale, gli attori sono bravi. La regia di Malick è sempre quella, ma con qualche svolazzo di telecamera in mano, il che è un bene. Il film ha dei momenti suggestivi, immersivi, bellissimi, il che fa rimpiangere ulteriormente il tanto talento sprecato. Quando il nostro resta ancorato a fatti concreti, ad azioni materiali, o semplicemente quando mette il proprio talento al servizio dei personaggi, dimostra ancora una capacità di lavorare con le immagini di prima grandezza. Purtroppo, il tutto è costantemente intervallato dai soliti sermoni che fa declamare ai propri personaggi in voice over, dai soliti momenti in cui si gioca e si balla che sono diventati una formula, una punteggiatura del suo cinema. Un film cattolico, girato da un cattolico, riservato ai cattolici. Ed anche se fossi credente mi sarei rotto i cosiddetti.
                              Visto anch'io e concordo con quanto dici.
                              Non sono mai stato un super appassionato di Malick ma ero curioso di questo ritorno ad un cinema narrativo.I voice over e i movimenti di macchina che hanno contraddistinto le ultime opere sono comunque presenti. La regia e alcune sequenze sono molto riuscite, ma è un film che poteva durare anche quaranta minuti in meno.
                              Non ho capito poi la necessità di girarlo in inglese visto che poi non ci hanno neanche particolarmente investito sulla distribuzione, anche prima dei recenti avvenimenti.
                              Per l'aspetto religioso è un film che affiancherei a Silence di Scorsese.

                              Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio


                              Ne approfitto, viste le belle recensioni di Sensei ai film di Ophuls nella pagina precedente, per una domanda: di questo regista prima di qualche tempo fa non ne avevo mai sentito parlare (e purtroppo ancora non ho visto niente!), e mi dà l'impressione che il suo nome circoli più tra gli addetti ai lavori e tra i cinefili veri e propri; ma se ha sfoderato ottimi film, come mai nel corso degli anni il suo nome è andato perdendosi nelle nuove generazioni? questione di stile, di contenuti? Questa almeno è la mia impressione, liberi di smentirmi e darmi del puro ignorante, a me e alle mie cerchie.
                              Il suo film più chiacchierato è Lettera di una sconosciuta credo, fa parte comunque di un genere un po' fuori moda e magari per questo non attrae o non convince il pubblico giovane.
                              Ha fatto anche dei noir che tuttavia non si sono ritagliati uno spazio tra i film più famosi del genere e per questo non vengono molto visti oggi.
                              I suoi film francesi sono infine molto europei nel senso di molto autoriali e poco accattivanti per chi è abituato a un altro tipo di produzioni.

                              Non ho visto tutti i suoi film e neanche li ricordo benissimo, le mie sensazioni comunque mi dicono questo. Spero possa esserti utile come risposta. Non preoccuparti se non lo conosci, siamo qua sul forum apposta. Io fino a poco tempo fa non avevo mai sentito parlare di Sion Sono e ci sono tanti registi di cui non ho mai visto alcun film pur avendone sentito parlare.
                              Ultima modifica di aldo.raine89; 18 marzo 20, 19:35.

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                              • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio

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                                Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio

                                Il suo film più chiacchierato è Lettera di una sconosciuta credo, fa parte comunque di un genere un po' fuori moda e magari per questo non attrae o non convince il pubblico giovane.
                                Ha fatto anche dei noir che tuttavia non si sono ritagliati uno spazio tra i film più famosi del genere e per questo non vengono molto visti oggi.
                                I suoi film francesi sono infine molto europei nel senso di molto autoriali e poco accattivanti per chi è abituato a un altro tipo di produzioni.

                                Non ho visto tutti i suoi film e neanche li ricordo benissimo, le mie sensazioni comunque mi dicono questo. Spero possa esserti utile come risposta. Non preoccuparti se non lo conosci, siamo qua sul forum apposta. Io fino a poco tempo fa non avevo mai sentito parlare di Sion Sono e ci sono tanti registi di cui non ho mai visto alcun film pur avendone sentito parlare.
                                Il suo film più famoso mi sembra I gioielli di Madame de... seguito da Le Plaisir e La Ronde (ma anche l'ultimo, Lola Montès)... lui di solito viene ricordato per i movimenti molto articolati e complessi della macchina all'interno di un'unica lunga inquadratura. La danza che apre Le Plaisir (danza davanti alla macchina, ma anche danza "della" macchina) è di solito la scena più citata.
                                Ultima modifica di Fish_seeks_water; 19 marzo 20, 13:27.

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