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  • Niente da nascondere di Michael Haneke

    Ho una predilezione per il regista austriaco, ma questo film non mi ha mai convinto fino in fondo, e rivedendolo non ho cambiato idea. A mio avviso, l'impianto teorico è troppo predominante rispetto al resto.

    Buon giorno di Yasujiro Ozu

    Mi aspettavo un Ozu minore e invece mi son trovato di fronte all'ennesima perla del maestro giapponese. Un film pieno di grazia.

    https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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    • L'ultimo film che ho visto è Shutter Island ed è semplicemente stupendo, l'ho trovato per caso in questa lista di film thriller da vedere.

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      • Tolkien.

        Film godibile per gli appassionati di Tolkien. Lontano però dall'essere un film memorabile, tutto troppo superficiale ci sarebbero volute 2 ore e mezza per fare una cosa fatta bene . Da lacrimuccia la scena finale.

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        • Looper.

          Davvero sorprendente. Dopo Knives Out altro film che vedo di Johnson ed entrambi davvero ben fatti, questo a mio avviso di più, l Ho preferito.
          Anche qui confezione ottima, e a parte i vari nosense dei viaggi nel tempo molto ben scritto.
          Bello bello, ad una certa pareva quasi un film sui mutanti quando il bambino ha scatenato il suo potere telecinetico.

          Ora, io non so di Star Wars perche non l'ho mai visto, ma dubito abbia ciccato quel film se tanto mi da tanto. Poi magati mi sbaglio e ha stravolto una mitologia.

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          • Originariamente inviato da Andrea90 Visualizza il messaggio
            Ora, io non so di Star Wars perche non l'ho mai visto, ma dubito abbia ciccato quel film se tanto mi da tanto. Poi magati mi sbaglio e ha stravolto una mitologia.
            Dipende a chi lo chiedi.
            Luminous beings are we, not this crude matter.

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            • Star Wars: Episodio IX - L'ascesa di Skywalker di J.J. Abrams (2019)
              Titolo particolare, di sicuro poco orecchiabile e, visto anche il film, agnostico. La trilogia si apre in medias res con una guerra galattica e prosegue nel film successivo andando un po' più a fondo sulle dinamiche sociali che portano ad un nuovo conflitto a una trentina d'anni dal precedente (non pochi: è bene ricordare che è poco più della distanza che separa un bambino appena nato dal trovare la sua dimensione nel mondo... o, parallelo suggerito da Abrams stesso, poco più dell'intervallo temporale tra le due guerre mondiali... la galassia lontana lontana che si fa sempre più vicina). Questo nono capitolo non è altro che l'altra faccia della medaglia del capitolo otto, con l'attenzione rivolta, invece che a opportunisti come DJ, a persone che decidono di "fare la cosa giusta". Se l'otto mostra cosa porta a ritrovarsi nella selva oscura, il nove mostra la retta via da seguire per rivedere la luce. Si arriva dunque ad un'espansione di quel concetto spirituale della forza (energia vitale che risiede in tutti noi): da quel bambino che trae a sè la scopa si giunge ad altri cresciuti ed educati a guerre e crudeltà che, facendosi "forza", decidono di fare la cosa giusta e disertare, destinati a dare una "ripulita" a questa galassia marcia e corrotta... rappresentata simbolicamente dal "piromane nolaniano" Palpatine, che cambia idea ad ogni decisione di Rey, perseguendo un unico scopo: il male comune. La nuova parentela di Rey a questo punto è solo un dettaglio poco utile, che rafforza un concetto già bello "forte" di suo. Finale incandescente, con l'ultimo Skywalker che ascende in cielo ergendosi, assieme a tutta la sua famiglia, a simbolo di "nuova e rinnovata speranza" per le generazioni a venire, e Rey che, a spade incrociate, respinge le malefatte allo "sfregiato" Palpatine (curioso che lo stesso titolo anteponga l'eretta "I" a quella simbolica "X" tanto iconica nel Cinema). Voto 8/10
              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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              • Menocchio - Alberto Fasulo (2018)

                Ero un po’ prevenuto, il soggetto mi sembrava televisivo e credevo lo potesse essere anche il film. Invece no, non lo è. Non lo è la messa in scena, tutta giocata sui primi piani (ma anche sull’assenza di controcampi, negli interrogatori degli abitanti del paese), non lo è la fotografia (piena di neri, di ombre) e non lo è neanche la lingua, con i suoi accenti (siamo in Friuli), piuttosto inedita nella produzione nostrana. Molto bravo, e con il volto giusto, l’attore che interpreta l’eretico Menocchio, Marcello Martini, ma anche le altre scelte di casting risultano azzeccate (formidabile il cardinale luciferino). La storia è quella di un mugnaio pensatore che mette in discussione i dogmi della Chiesa (la verginità della Madonna, l’anima che sopravvive al corpo e va in Paradiso ecc.) entrando inevitabilmente in conflitto con le autorità ecclesiastiche, che lo sottopongono a processo e lo costringono infine, come Galileo, all’abiura. Il racconto è forse un po’ troppo placido (tutto costruito com’è in sottrazione) e a tratti l’attenzione cala, ma l’assenza di medietà nell’operazione (e nelle intenzioni del suo autore) non può che farcelo apprezzare. Tra il 6,5 e il 7.


                Sole - Carlo Sironi (2019)

                Mi aspettavo un film dardenniano (come molto altro cinema giovane italiano), invece questo Sole dardenniano lo è ma solo nella poetica, non nello stile. Non c'è nessuna camera a mano che pedina i personaggi, qui, anzi, la macchina è sempre fissa e cerca la bella composizione, il tableaux (anche alla luce del formato 4:3). Dardenniano (ma anche pasoliniano) lo è per quanto riguarda la storia raccontata, o meglio, i protagonisti di questa storia (che è una storia di uteri in affitto, false adozioni ecc. come nel trucido e irricevibile Una famiglia di Sebastiano Riso)... lui nullafacente, orfano di padre, che ammazza il tempo buttando soldi (perlopiù rubati) al videopoker; lei ragazza polacca incinta che arriva in Italia per dare via il bambino a una coppia (gli zii di lui) in cambio di una grossa somma di denaro (per iniziare, con quella somma, una nuova vita in Germania).
                All'inizio mi sembrava un po' piatto, la recitazione di lui piuttosto rigida (ma lo avranno scelto principalmente per il volto... antico, proletario, pasoliniano), poi però riesce a farti entrare dentro e, al netto della sua lentezza, coinvolgerti. Il finale è molto bello, non consolatorio ma duro (e comunque ugualmente commovente). Poteva durare 15-20 minuti in meno e ne avrebbe giovato. Lei - Sandra Drzymalska, attrice uscita da una scuola di recitazione polacca - è molto brava. Cameo di Vitaliano Trevisan (l'indimenticato protagonista di Primo Amore di Garrone) nel ruolo di un ginecologo. Tra il 6,5 e il 7.

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                • Qualche cagatella/filmetto/filmotto visto per ingannar le ore.

                  UNDERWATER: Impresentabile. Uno scappa-scappa (dal mostroide marino di turno) che affoga pietosamente nel più pietoso marasma registico ed effettistico. Si salvano un paio di inquadrature della Stewart in costumino, per chi si interessa a queste cose.

                  SEBERG: la Stewart - ancora lei - indossa qui i panni della nota diva di cui al titolo, e cerca forse di suggerir paralleli tra la sua figura di ex-attricetta che si vorrebbe più "impegnata" e quella della fanciulla perseguitata dall'FBI. In ogni caso, ne vien fuori un filmetto in costume (anni sessanta) davvero piatto, trito, anonimo, insignificante; alla lunga pressochè insopportabile.

                  VIVARIUM: questo invece l'ho trovato caruccio. L'idea è un poco usurata ma viene variata benino, e la storiella, che tutto sommato incuriosisce e inquieta, viene condotta in porto con una certa coerenza ed eleganza. Mi ha messo molta tristezza.

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                  • Originariamente inviato da dadav Visualizza il messaggio
                    The Abyss (1988) Di James Cameron

                    Ovviamente, versione estesa (peccato che non esista in HD).
                    È un film invecchiato veramente bene, ci sono tutti i crismi di un film tipicamente di Jimbo. Il messaggio politico/ambientalista anche qui come poi con Avatar si fa centrale e guida della trama.
                    Il film regale un Ed Harris con un interpretazione magistrale, la scena della rianimazione da sola vale il prezzo del biglietto.
                    È più sporco e crudo rispetto a quelli che verranno dopo, più vicino alla fase iniziale della carriera di Cameron (Aliens su tutti) che ai successi recenti.
                    È un monumento al cinema sottomarino, di cui probabilmente questo film contiene il meglio mai fatto.
                    Cameron ripigliati.
                    quoto tutto, tranne il fatto che di scene che valgono il biglietto ce ne sia solo una! Tra l'altro è bellissimo sia in versione estesa sia in versione normale.

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                    • Originariamente inviato da p t r l s Visualizza il messaggio
                      Star Wars: Episodio IX - L'ascesa di Skywalker di J.J. Abrams (2019)
                      Titolo particolare, di sicuro poco orecchiabile e, visto anche il film, agnostico. La trilogia si apre in medias res con una guerra galattica e prosegue nel film successivo andando un po' più a fondo sulle dinamiche sociali che portano ad un nuovo conflitto a una trentina d'anni dal precedente (non pochi: è bene ricordare che è poco più della distanza che separa un bambino appena nato dal trovare la sua dimensione nel mondo... o, parallelo suggerito da Abrams stesso, poco più dell'intervallo temporale tra le due guerre mondiali... la galassia lontana lontana che si fa sempre più vicina). Questo nono capitolo non è altro che l'altra faccia della medaglia del capitolo otto, con l'attenzione rivolta, invece che a opportunisti come DJ, a persone che decidono di "fare la cosa giusta". Se l'otto mostra cosa porta a ritrovarsi nella selva oscura, il nove mostra la retta via da seguire per rivedere la luce. Si arriva dunque ad un'espansione di quel concetto spirituale della forza (energia vitale che risiede in tutti noi): da quel bambino che trae a sè la scopa si giunge ad altri cresciuti ed educati a guerre e crudeltà che, facendosi "forza", decidono di fare la cosa giusta e disertare, destinati a dare una "ripulita" a questa galassia marcia e corrotta... rappresentata simbolicamente dal "piromane nolaniano" Palpatine, che cambia idea ad ogni decisione di Rey, perseguendo un unico scopo: il male comune. La nuova parentela di Rey a questo punto è solo un dettaglio poco utile, che rafforza un concetto già bello "forte" di suo. Finale incandescente, con l'ultimo Skywalker che ascende in cielo ergendosi, assieme a tutta la sua famiglia, a simbolo di "nuova e rinnovata speranza" per le generazioni a venire, e Rey che, a spade incrociate, respinge le malefatte allo "sfregiato" Palpatine (curioso che lo stesso titolo anteponga l'eretta "I" a quella simbolica "X" tanto iconica nel Cinema). Voto 8/10
                      bravo! Bellissimo commento!

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                      • Originariamente inviato da Andrea90 Visualizza il messaggio
                        Ora, io non so di Star Wars perche non l'ho mai visto, ma dubito abbia ciccato quel film se tanto mi da tanto. Poi magati mi sbaglio e ha stravolto una mitologia.
                        Da uno che è "morto di Star Wars" posso dire (almeno per come la vedo io) che mitologie non ne ha stravolte se non quelle che esistevano solo nella testa di alcuni fan, sarebbe simpatico però sapere il parere di qualcuno che è più fan del regista che del franchise.
                        "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                        "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                        • Vip Mio Fratello Superuomo
                          Un ottimo prodotto del duo Bozzetto-Manuli. Il protagonista, una sorta di incrocio tra grisù e Woody Allen (doppiato, tra l'altro, da Oreste Lionello), è un personaggio modernissimo...un uomo mediocre che finsice in terapia per il suo complesso dovuto all'essere fratello di un novello Superman (tale personaggio sarebbe perfetto per raccontare lo stress di una società, quella moderna, nuovamente votata al superomismo e bombardata, causa i social, da ideali di perfezione costante). Seguirà una spy story sullo stile anni 60 (la pettinatura di uno dei personaggi femminili richiama il personaggio della serie anni 60 Avengers), con una critica al consumismo, associata all'epoca al Carosello (chissà cosa avrebbero pensato delle tv private anni 80 o degli smart phone). Il cattivo è Happy Betty, un villain al femminile, graficamente ispirato alla regina Elisabetta di Bette Davis, che anticipa sia il personaggio di Mamma di Futurama che quello della Regina Rossa burtoniana. La parte più divertente è la descrizione fantozziana (estremizzazione del mondo lavorativo automatizzato del Tempi Moderni di Chaplin) della vita dell'azienda di Happy Betty. Molto inquietante l'incontro, quasi alla Gilliam, tra Mini Vip e i videodipendenti, che per colori e angoscia ricorda la danza dei rosafanti disneiana.
                          Un pò datato, maschilista, e sfilacciato, ma interessante e godibile.
                          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                          Spoiler! Mostra

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                          • Film visti o rivisti per ingannare le ore serali.

                            L'Infernale Quinlan di Orson Welles (1958).

                            Tratto da un soggetto di poco conto, nelle mani di Orson Welles l'Infernale Quinlan (1958), che nelle intenzioni della Universal doveva essere solo una proposta thriller-poliziesco buttata fuori a getto continuo tanto per fare numero, diviene un capolavoro assoluto della storia del cinema e perfetto esempio di come in fondo anche se non si ha una grande storia base tra le mani, se sei un grande regista puoi riuscire a tirare fuori un grande film lo stesso e se sei un grande maestro della storia del cinema e forse per alcuni il più grande di tutti, tiri fuori l'ennesimo tuo capolavoro. La mano di Welles si percepisce per tutta la durata della pellicola, cominciando dal piano sequenza iniziale di oltre tre minuti che inquadra una bomba infilata nel bagagliaio di una macchina e poi tra gru, virtuosimi acrobatici e carrelli, la macchina da presa segue il veicolo soffermandosi poi su due individui che camminano; Mike Vargas (Charlton Henston) e Susie (Janeth Leigh), un poliziotto messicano e un'americana appena sposati che pregustano una lunga luna di miele, quando al loro bacio uno scoppio improvviso mostra il veicolo menzionato in precedenza deflagrato dall'esplosione con i corpi devastati di una ballerina e del noto imprenditore Rudy Lennekar. Brutta faccenda si prospetta all'orizzonte, anche perchè il reato è avvenuto in territorio americano a pochi metri dalla frontiera con il Messico da cui proveniva la macchina.

                            In pochi minuti quindi Welles già ci ha presentato il caso in cui ruota tutto il film, alcuni personaggi principali e l'ambientazione dell'opera ed il tutto con un unica ripresa gestita in uno spazio enorme e che mette in pratica per la prima volta il piano sequenza, come tecnica dal virtuosismo tecnico complesso, ma perfettamente amalgamata con la narrazione, più che come longtake "statico" visto in precedenti film come Quarto Potere (1941), anche se bisogna dire che la tecnica era stata portata avanti nella sua concezione "dinamica" da registi come Alfred Hitchcock in pellicole come Nodo alla Gola (1948), ma solo con l'Infernale Quinlan la tecnica forse assume le caratteristiche di cui ancora oggi è contraddistinta, influenzando una marea di future generazioni di cineasti.
                            Ad indagare sul caso ci sono per la parte americana il sergente di polizia Pete Menzies (Joseph Calleia) ed infine lui! Si, avete capito bene; l'immenso e titanico (in tutti i sensi) ispettore Henry Quinlan (Orson Welles).

                            La trama investigativa s'intreccia con uno sviluppo complesso che mette in scena varie vicende che dopo l'avvio iniziale proseguono per percorsi paralleli, oltre all'indagine su chi sia stato a mettere la bomba nell'auto condotta da Quinlan e Menzies con la collaborazione di Vargas, assistiamo in contemporanea agli intrighi della famiglia malavitosa dei Grandi, gestita da Joe Grandi (Akim Tamiroff), che tramite Susie vogliono arrivare a minacciare Vargas, poichè il boss vuole impedire all'agente di testimoniare al processo mandando così definitivamente il fratello del malavitoso in galera, che attualmente è in carcere.
                            La struttura narrativa quindi parallelamente di volta in volta si focalizza sui vari personaggi ed i loro percorsi narrativi, queste trame distanti arriveranno poi ad oltre metà film a collimare tra loro dando pieno significato al titolo del film (in lingua inglese, Touch of Evil, ovvero la "Sete del male"). Indubbiamente il film poggia sulle spalle del Welles sia attore che regista, il quale facilmente finisce con il rubare la scena ad un Charlotn Henston non proprio credibilissimo nei panni di un agente messicano, scelta imposta dallo studios per ragioni evidentemente di botteghino. Da che era un fuscello in Quarto Potere (1941) ed era riuscito a conquistare la bellissima Rita Hayworth, Orson Welles negli anni s'è sempre dato più alla pazza gioia aumentando il peso ed ingrandendo sempre più il girovita, arrivando ad assumere proporzioni sempre più immense; "titaniche" a voler essere corretti, senza però mai che venisse meno la sua presenza scenica carismatica e con Quinlan la sua potenza in scena raggiunge vette mai toccate in precedenza; andatura claudicante per via della mole ma anche per una gamba semi-paralizzata da un proiettile, scarica gran parte del proprio peso su un bastone che lo aiuta ad appoggiarsi, i tratti del suo viso sono pieni delle sue guance pacioccose e deformati dagli obiettivi grandangolari combinati con l'inquadrature dal basso, che ne fanno una figura che satura ogni spazio libero riempiendolo della propria persona.

                            I modi dell'ispettore sono burberi e spicci, il suo carattere è autoritario quanto violento e non nasconde di certo il suo razzismo verso i messicani di cui disprezza tutto dalla lingua sino alla civiltà in toto, sopportando con estrema fatica la figura di Vargas.
                            Quinlan sarebbe un personaggio difficile con cui empatizzare, eppure il grande Welles ci dona dei tocchi umani che ci fanno affezionare a lui, nonostante incarni gli abusi della polizia nella sua persona e detesti i messicani considerandoli spazzatura, l'ispettore è una figura tragica ed immerso da anni in un titanico dolore da cui sembra poter trovare un temporaneo ristoro solo dalla sua amica Tanya (Marlene Dietrich), tenutaria di un bordello, affogando la sua solitudine nel chili e ascoltando le commoventi note della pianola del locale lasciandosi trasportare dalle stupende note del compositore Henry Mancini, arrivando nel pre finale anche a commuovere lo spettatore perchè è chiaro che infondo è un uomo dall'animo devastato, dal corpo sfatto dall'obesità e immerso in una società che alla fine dai vecchi sino ai giovani simil yo yo James Dean (il regista non li ama molto evidentemente) è sempre in preda ad una sete sfrenata di male puro, una figura come Quinlan è una reliquia del passato, un uomo che non ha alcun futuro perchè ha da anni gettato via la parte migliore di sè, risultando incapace di accettare la scomparsa della sua "Rosebound", finendo con il trovare rifugio nell'oscurità più nera accumulandola sempre più sino a corroderne lo spirito e traboccare infine dal suo corpo.
                            Avanti anni nelle soluzioni tecnico-registiche arrivando ad esasperare i barocchismi visivi ed il nero ed il bianco della luce che si alternando ad intermittenza nell'illuminazione, che sancisce l'impossibilità di stabilire confini certi nonostante gli estremismi estetici, i quali trovano d'altronde pieno riscontro fisico nei luoghi delfilm come l'inquietante motel in cui pernotta Susie che sembra prefigurare quello di Psyco, ma anche il labile confine tra Stati Uniti e Messico per il quale all'epoca il transito era ancora libero e senza barriere architettoniche poste dal "liberal" Clinton e poi sempre più rafforzate dai suoi successori come a voler impedire l'ingresso del "male" nel loro paese che in realtà ne è già pregno da anni e anni come mostra un regista sagace e anti-sistema come Orson Welles. Incassi non molto soddisfacenti in america, ma buoni in Europa specie in Francia che tra l'altro tributò un'eccellente accoglienza al film, nonostante fosse considerato dallo studio Universal ad unn certo punto un B-movie e soggetto ad interventi di manomissione in fase di post-produzione con dei reshoot girati da altri, oggi comunque il film è disponibile in versione DVD nella versione da 112 minuti che si presume vicina alla volontà del regista basata su annotazioni e considerazioni di 58 pagine sul film scritte all'epoca da Orson Welles.

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                            • Il Processo di Orson Welles (1962).

                              In tutta la carriera del regista c'è un altro film di Orson Welles oltre al leggendario Quarto Potere (1941), a non aver avuto problemi produttivi ed in fase di montaggio, potendo anche contare su un budget finalmente decente (poco più di 1 milione), questa pellicola è Il Processo (1962), che è quindi un film 100% Welles.
                              Non è un film che rispecchia fedelmente la trama del libro di Kafka, anche perché sarebbe stato impossibile un adattamento fedele all'opera originale dato lo stile complesso adoperato dallo scrittore Cecoslovacco e la narrazione tramite monologo interiore del protagonista, però come già dissi in occasione di recensione di film come Colazione da Tiffany di Blake Edwards (1961) e Il Padrino di Francis Ford Coppola (1972), la fedeltà al libro non è un elemento da prendere in considerazione nel valutare una pellicola, ma al massimo se proprio vogliamo considerare l'opera cartacea, c'è da dire che Welles è stato fedele allo spirito del romanzo, traendo da esso un adattamento cinematografico originale e con spunti di riflessione legati anche all'attualità del suo tempo.
                              Orson Welles si disinteressa alla logica narrativa degli eventi narrati, che non trovano razionalità alcuna se letti alla luce dei rapporti causa-effetto, d'altronde il regista è onesto nell'inserire un racconto diegetico iniziale, che farà capire subito allo spettatore di trovarsi innanzi ad una narrazione per nulla classica.
                              Josef K. (Anthony Perkins) è un borghese dell'esistenza tranquilla e normale, con un impiego d'ufficio rispettabile, finché un giorno al suo risveglio si ritrova in camera sua degli agenti di polizia che gli dicono che è in arresto, senza però rivelargli né la gravità del reato né tantomeno i capi d'accusa.

                              Le risposte alle domande del signor K. sono ondivaghe ed indefinite, spesso poste sottoforma di ulteriori domande che finiscono con il porre ulteriore incertezza nella mente di Josef.
                              La vicenda priva di locazione spaziali definite, sembra collocarsi in un paese indefinito dell'est europa sotto la dittatura sovietica fatto di stradoni deserti e ed edifici dalle architetture imponenti ma uguali a sé stesse, simbolo di forzata massificazione sociale. È l'elogio delle architetture in cemento e metallo, in cui l'umanità è alienata come automi al servizio di un sistema molto più grande di loro, che li annienta in ogni individualità come la massa di lavoratori fissi alla scrivania nel grande ufficio lavorativo, palesemente "costruito" nella sua finzione sbattuta in faccia, quasi ad accentuare il clima spersonalizzante e farsesco a cui è obbligata la massa; inquadratura tra l'altro presa pari pari da film come L'Appartamento di Billy Wilder (1960) e la Folla di King Vidor (1928).
                              La narrazione diventa sempre più contorta e disinibita verso qualunque idea di razionalità, portando all'estremo lo stile di Welles, che accentua i contrasti tra bianco e nero, trasformatasi qui in un grigio cupo opprimente e claustrofobico, per via delle prospettive sfasate delle scenografie e gli obiettivi grandangolari deformano i visi dei personaggi, regalandoci atmosfere alllucinanti dall'alta sperimentazione visiva, con sequenze che arrivano a sfociare in puro horror avanguardista mescolato con l'espressionismo tedesco ed i barocchismi esasperati tipici del cinema del regista. Dai piani sequenza iniziali, si passa mano a mano sempre più verso un montaggio frammentato che scompone lo spazio-tempo in una miriade di frame sempre più caotici nella loro oscuro significato.
                              Un film quindi pienamente Kafkiano nello spirito, che gioca dell'impossibilità di una qualsiasi distinzione tra realtà ed incubo che comprime la vicenda anche dal punto di vista temporale.

                              Questa volta la figura del titano più che incarnata da un singolo personaggio, assume le fattezze di un sistema dalle logiche incomprensibili, tramite un processo senza contraddittorio alcuno, nel quale il potere dei giudici è immenso, finendo con il negare all'uomo ciò a cui in uno stato democratico sarebbe destinato; la legge, chiudendogli in faccia le porte. Ogni tutela legale è scomparsa, chi si occupa della legge, abusa del proprio potere sfruttando per il proprio piacere le donne come emanazione esterna della propria autorità sempre più corrotta, perfettamente conniventi con una corrotta classe forense incarnata qui nella persona dell'avvocato Hastler (Orson Welles). Chi dovrebbe difendere la parte debole nel processo, in realtà è complice dell'apparato giudiziario farraginoso, contorto e senza fine, arrivando ad annichilire tramite ripetute umiliazioni i clienti che da anni si affidano alla loro "pseudo-professionalità", trovandosi invece in un girone infernale dantesco con attese senza fine. Josef K. assume un atteggiamento di ribellione attiva a tutto questo, gridando l'iniquita' del sistema che lo schernisce, mentre altre vittime subiscono passivamente tale situazione da tempo immemore. Si invecchia per tempi infiniti, giungendo per chi se oppone ad un sinistro finale apocalittico con chiari rimandi alla corsa agli armamenti USA-URSS. Perkins alla miglior interpretazione della sua carriera, perfettamente abile ad incarnare un individuo comune quanto sempliciotto alle prese con una situazione surreale priva di qualsiasi logica conducendo la battaglia con vigore attivo, ma sempre più chiara nel giungere ad una sconfitta. Ottimo come sempre Orson Welles e le varie attrici come Jeanne Moreau, Elsa Martinelli e la stupenda e bravissima Romy Schneider, finalmente svincolata dai panni di Sissi, in un ruolo di forte rottura. Dispiace forse la posizione del regista a favore di certe idee del centrodestra nostrano (specie Berlusconi e Salvini) sui processi, perché io sono sulle giuste posizioni giustizialiste del grande giornalista Marco Travaglio e del giudice Davigo, che giustamente subordinano il tempo dell'accertamento al principio più importante in assoluto, cioè la colpevolezza o innocenza dell'imputato, senza bestialità come la prescrizione (che nell'ordinamento anglosassone non esiste), credo che quindi la critica del regista vada letta al potere autoritario in generale, altrimenti il film diventerebbe reazionario e quindi politicamente inaccettabile.
                              Flop di pubblico alla sua uscita, con critiche negative da parte della stampa subumana degli Stati Uniti, evidentemente non in grado di comprendere un film di tale portata epocale, né tantomeno il romanzo di partenza troppo elevato per le loro menti poco avvezze alla vera arte. Nel tempo è stato rivalutato da qualche critico e finalmente oggi lo si può considerare un capolavoro assoluto della storia del cinema.

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                              • Falstaff di Orson Welles (1966).

                                Altri 4 anni passano per far si che Orson Welles dopo il Processo (1962) potesse girare un altro film e nuovamente si ripresentano problemi in fase di produzione nel girare Falstaff (1966), finanziato con capitali svizzeri e spagnoli, con delle riprese lunghe ben 8 mesi, con interruzioni prolungate nel mezzo per consentire al regista di poter reperire i fondi necessari alla prosecuzione, nonché i problemi di disponibilità degli attori che erano disponibili solo a in un tempo determinato, perché poi alle prese con altri impegni; in sostanza i problemi di Othello (1951), ma moltiplicati perché Falstaff ha molte sequenze girate anche in esterna.
                                Tratto da varie opere di Shakespeare; Enrico IV, Enrico V, Riccardo II e Le allegre comari di Windsor, in cui viene menzionato il personaggio di Jack Falstaff (Orson Welles), quest'ultimo è un uomo sempre più vicino all'anzianita', che nonostante l'età conduce una vita sgretolata, dedita all'alcool, bagordi e donne. Le sue tasche sono perennemente vuote, ma il suo girovita invece si mantiene bello grande, oserei dire aumentato ancora rispetto agli standard già titanici dell'ispettore Henry Quinlan, eppure il nostro ciccio ispira una simpatia unica alla vista, tanto da volerlo abbracciare e ascoltare le sue fanfaronate tutto il giorno come fanno i tanti membri che affollano la locanda del Cinghiale, nonché il principe Hal (Keith Baxter), futuro Enrico V, che trascorre intere giornate con l'uomo, compiendo anche rapine a poveri viandanti per trascorrere allegramente il tempo. Il padre di Hal, il re Enrico IV (John Giulgud) disapprova lo stile di vita del figlio ed è preoccupato dall'esercito mobilitatagli contro da Henry Percy (Roadway) e dai conti Worcester e Northumberland, tutti parenti del legittimo erede al trono Edmondo Mortimer, che vogliono detronizzare l'attuale re a favore del loro nipote e decidono così di scatenare una guerra civile.

                                Terzo adattamento di un'opera di Shakespeare, Falstaff rispetto a Machbet (1948) ed Othello (1951), di sicuro è il più complesso e stratificato, non solo per la durata nettamente superiore ad entrambi (30 minuti in più), ma anche per la densità contenutistica frutto della rielaborazione da parte del regista di ben 4 opere del drammaturgo inglese e la perseveranza nell'usare il più possibile dialoghi provenienti solo dalla penna di Shakespeare, questo contribuisce indubbiamente a rendere molto ostica la pellicola per lo spettatore, difficoltà accentuata ancora di più per un pubblico non anglosassone totalmente a digiuno della lingua e dello stile del drammaturgo inglese. Le difficoltà produttive anche qui indubbiamente hanno costretto il regista ai salti mortali nel dover far combaciare campi e controcampi girati in differenti periodi di tempo, costringendolo ad un montaggio con stacchi e jump cut per unire certi raccordi del film.
                                Il tono della pellicola mescola il dramma della corona, la tragedia della guerra sino alla comicità buffonesca da taverna con sequenze divertenti come il tentato furto ai pellegrini e lo scherzo di Hal ai danni di Falstaff che scappa via miseramente, raccontando al ritorno di aver subito un'imboscata da centinaia di uomini; il nostro protagonista fanfarone grazie al dono della parola ammalia il pubblico della taverna e ha sempre la battuta pronta per uscirsene se messo all'angolo e molto autoironico sulle sue condizioni fisiche del suo comportamento arraffone, dispensando però notevoli massime di pensiero sulla vita, morte, esistenza, guerra ed il potere, a cui un giorno spera di giungere mediante il suo legame di amicizia con il principe Hal.

                                L'alto ed il basso s'intrecciano continuamente, dal rigore austero del re Enrico IV illuminato da una luce "divina", che entra dalla finestra durante i suoi discorsi sulla gravità del peso derivante dalla corona e alle nefandezze fatte per ottenerla, si passa agli insulti farseschi e da burletta alla taverna dove Fastaff come un giullare dileggia il potere, restituendo il sorriso agli oppressi. Atteggiamento che il personaggio continua a mantenere anche in battaglia dove depreca lo stupido senso dell'onore in guerra a favore del suo stile di vita da osteria, disdicevole per i suoi (molti) detrattori e non salutare, ma sicuramente meno ipocrita rispetto ad alcuni gentiluomini, che detengono il potere e per sfuggire ai doveri bellici hanno pagato la quota di esonero a differenza dei poveracci mandati al macello per le mire dei nobili. La battaglia spezza a metà un film che altrimenti sarebbe risultato troppo monotono e statico nelle sue location limitate per lo più alla taverna e al castello, dando così un lungo segmento dinamico, che mette in mostra le notevoli doti tecniche di un regista, il quale con un budget di appena 3 barattoli di ceci e 4 di lenticchie, mette in scena uno scontro campale che sicuramente è nella Top 3 di sempre insieme all'Alexander Nevskji di Ejzstenstejn (1938) e Ran di Akira Kurosawa (1985). Welles rinuncia a costruire una battaglia coreografata nella tattica di scontro perché non aveva i soldi per farlo (si conta un solo campo lungo nella carica iniziale della cavalleria), così usa campi ristretti con angoli di ripresa dal basso a 3/4 per accenturare in modo illusorio la vastità degli eserciti (che contavano circa 14.000 uomini per parte), con un montaggio che mano a mano procede lo scontro, si fa sempre più frammentato e breve nelle inquadrature, creando un'esperienza espressiva della sensazione che si sente a partecipare ad uno scontro, tramite un montaggio che taglia, fende e colpisce come se fosse un'arma al pari di una spada, una freccia o una mazza ferrata. Un'umanità che ha perso la ragione si da alla follia di un macello collettivo, con corpi che si accatastano l'uno sull'altro nel terreno fangoso (altro che la sopravvalutata battaglia dei bastardi del Trono di merda, la pseudo "avanguardia" 50 anni dopo. Il cinema è sempre supriore alle serie tv, fatevene una ragione), con Welles che commette anche (apparentemente) degli errori formali, come lo smarrimento tra destra e sinistra degli eserciti e scavalcamenti di campo, generando una confusione spaziale nella mente dello spettatore, proprio come i soldati sul campo di battaglia, privi di coordinate certe. Al termine dello scontro Hal non sarà più lo stesso, prenderà la coppa di vino offertagli da Falstaff distrattamente, ma il giovane oramai guarda verso un orizzonte lontano, che ad un uomo come Jack gli è precluso del tutto, poiché i suoi occhi non vedono al di là della giornata e per questo sarà cieco innanzi alla metamoforsi di Hal, che diverrà Enrico V, colui che porterà l'Inghilterra all'apogeo della propria potenza, relegando gente come Falstaff al di fuori dei propri disegni e della storia, ma in effetti un uomo come Falstaff perfetta autobiografia del suo interprete, non poteva che essere un perdente relegato ai margini dal sistema di potere che regge il mondo. Un film difficilissimo da comprendere per lo spettatore non avvezzo al regista e sicuramente la sua opera più ostica anche perché tecnicamente molto rozzo qua e là, data anche la produzione praticamente indipendente, venne per questo motivo massacrato dalla critica americana per essere rivalutato solo nel corso degli anni, grazie all'opera di un regista-critico di nome Peter Bogdanovich.

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