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  • Cenere e Diamanti di Andrezej Wajda (1958).

    "O se tutto ciò che ti appartiene andrà disperso
    o se dell'essere tuo non resterà che cenere sparsa che il vento dissolve
    o se nella cenere ascoso non resti un diamante
    che splende luminoso come luce di vittoria" (Cyprian Norwid)


    Ricordavo di aver visionato in passato Cenere e Diamanti di Andrzej Wajda (1958), ma grazie alla riproposta della A/R production, che nell'Estate del 2019 lo rende nuovamente disponibile sul nostro mercato così come molte altre preziosità filmiche irreperibili per miopia altrui da molti anni, nonostante la politica di tanto al chilo che tale distributore persegue, privilegiando la quantità alla qualità fino a un pò di tempo fà (ma fortunatamente non in questo caso dove il video è ottimo, di meglio si potrebbe fare solo con un Blu-ray, ma visto il film forse solo nelle battute finali si otterrebbero miglioramenti concretamente tangibili), ha consentito al sottoscritto di poterlo rivedere nelle condizioni migliori possibili al momento e rinfrescare i ricordi perduti nel tempo.
    Vedendo la locandina con l'attore Zbigniew Cybulski imbracciante un mitra ed una ragazza bionda in secondo piano, sembra facile scambiare il film per un war movie all'americana solo ambientato ad est; certo, i caratteri mutuati da certo cinema americano specie nella componente thriller-noir non mancano in Cenere e Diamanti, ma è anche vero che l'immagine promozionale non rende giustizia alla sensibilità che il regista ha riversato all'interno della sua pellicola.
    Non è un'opera di facile fruizione per il pubblico occidentale, oggi ancora più di ieri, poichè Wajda si pone come cantore civile della Polonia, con un forte sguardo analitico e con un approccio anche viscerale nel tratteggio dei personaggi, che finisce per il rendere complesso per gli stranieri capire certe dinamiche legate in special modo ai personaggi secondari, che sono percepite come oscure poichè si è a digiuno di nozioni storiche su tale paese. Per quel che posso aiutare in breve, la Polonia è sempre stato un crocevia tra l'Europa continentale e l'immenso est che conduce verso l'ignoto continente Asiatico per via della sua collocazione geografica, una via di comunicazione così preziosa è sempre stata terra di passaggio e successivamente di conquista tra le grandi potenze continentali, special modo l'aggressività della Prussia poi divenuta Impero Tedesco ed il gigante Russo che hanno finito nel corso del tempo con lo spartirla fino a cancellarne l'entità statale. Anche dopo aver recuperato l'indipendenza, il paese si ritrovò nel bel mezzo della polveriera nazista e comunsita, venendo occupato e spartito da Germania e Russia, finchè la Seconda guerra mondiale sancisce la prevalenza del secondo paese in quell'area. Seppur la Polonia venga liberata, di fatto si ritrova ad essere un paese satellite della Russia, che vi insedia un governo comunista sotto la sua orbita e questo i polacchi non possono accettarlo, specie dopo l'invasione precedente, i massacri come quello di Katyn e l'inazione dell'armata sovietica nell'Ottobre del 1944 alle porte di Varsavia, che fece fallire e reprimere dai tedeschi l'insurrezione scoppiata, per poter controllare più facilmente il paese una volta conquistato.

    Di questa carognata molti polacchi non se ne sono dimenticati, in primis il giovane Maciek (Cybulski) ed il suo superiore Andrzej (Pawlikowski), soldati facenti parte dell'armata polacca, che vogliono impedire l'egemonia sovietica nel paese ed impedire così di passare dal gioco di un conquistatore a quello di un altro. L'obiettivo è il commissario comunista Szczuka (Zastrzeyski), ma sfortunatamente per uno scambio di persona, ammazzano due operai che non centravano nulla, però si può rimediare all'errore, uccidendo l'uomo dopo la festa per la vittoria appena ottenuta contro la Germania Nazista con la conquista di Berlino, che si tiene all'hotel Monopol. Se a livello di struttura base il film è tranquillamente fruibile, lo è molto di meno quando deve trattare delle questioni relative all'odio dei partigiani polacchi contro i comunisti, le caratteristiche del governo comunista in Polonia e di certi stilemi relativi all'identità propria del paese, questo è dovuto probabilmente al fatto che nel 1957 anno di uscita del film, siccome al governo vi era insediato sempre il partito comunista di cui è notoria la capacità di saper ricevere critiche, nonchè di rispettare opere che potevano contenere sentimenti patriotici o riferimenti nazionalistici, l'essere criptici o comunque sfumare nelle motivazioni era l'unico modo da parte del regista per poter far passare alla censura un'opera avente come protagonisti dei "reazionari".
    Quando al bancone Maciek parla con l'anziano recepstionist dell'albergo della città di Varsavia e l'uomo constata amaramente come oramai la vecchia Varsavia dopo la distruzione operata dai tedeschi per via della rivolta non esiste più, vi sono una miriade di riferimenti sotterranei in gran parte ignoti allo spettatore straniero, ma di certo non a quello polacco che avrà una forte identificazione da una sequenza nostalgica, ma di fatto amara perchè quel vecchio paese non esiste più, sei anni di guerra lo hanno cambiato irrimediabilmente nel profondo ed adesso si prospetta un'avvenire incerto. Caratteristica comune a tutti i personaggi che personificano la situazione di un intero paese, che non sa dove guardare nonostante la fine della guerra e preda di una imminente guerra civile tra partigiani e comunisti, che non risparmia neanche gli stessi familiari come il commissario Szczuka con suo figlio che milita nella fazione opposta alla sua.

    Maciek e Andrzej vivono di un amore non corrisposto verso il proprio paese, non hanno lottato contro l'occupante tedesco per poi vedere la Polonia sotto il giogo di un altro padrone. Se il secondo uomo oramai è pienamente invischiato nella lotta armata, il giovane Maciek innazi al dolore della ragazza di uno dei due operai uccisi e dal breve incontro con Krystyna (Krzyewska) una giovane bionda barista dell'albergo, sembra vacillare nelle proprie convizioni. L'interazione tra il giovane e la ragazza non è banale come superficialmente può sembrare, seppur mutuata da certo cinema americano, la profondità del loro brevissimo legame porta Maciek ad una forte crisi di coscienza, forse data anche la sua giovane età e l'essere sopravvissuto ai molti compagni d'armi caduti, non è il caso di continuare su quella strada senza via d'uscita. Ma questioni d'onore e l'incapacità di Maciek di potersi autodeterminare così come la Polonia, conducono ad una sola ed obbligata strada senza alternative.
    Cybulski ha degli occhiali, pettinatura alla moda, giubbotto in pelle e jeans, non proprio il ritratto fedele di un polacco nel 45', l'abbigliamento fu praticamente imposto dall'attore ed il regista che allora aveva 32 anni decise di assecondare le sue manie, forse dovute al fatto di essersi rincoglionito a suon di film di James Dean, specie Gioventù Bruciata (1955), sicuro mito per l'attore polacco, per fortuna nostra Wajda, seppur non reprima il sex appeal del proprio interprete al massimo del suo essere figo per tutto il film, non fà mai soccombere queste caratteristiche alla sensibilità intrinseca del personaggio, che commuove quando con ardore e futore giovanile accede l'alcool versato in alcuni bicchieri ed ogni fiamma simboleggia un vecchio amico caduto, che il ragazzo ricorda con sentito affetto quando invece Andrzej non ricordava alcuni nomi perchè visti da lui solo come pedine per la causa della Polonia libera.
    Accusato da alcuni critici di barocchismo, non si può condividere in tale accusa, perchè il film ci regala immagini dense di simbolismo cattolico (elemento cardine dell'identità polacca, tra tutti il Cristo rovesciato in chiesa) con scelte estetiche che anticipano la nouvelle vague (i dialoghi a letto tra Maciek e Krystyna) ed un finale immenso grazie che in montaggio alternato mostra anche il ballo che di fatto segna la fine della Polonia libera in una luce esterna sempre più bianca e spaventosa. Nonostante il soggetto ambiguo, il film riuscì ad uscire in Polonia (Ma i comunisti imposero la non uscita a Cannes) ed ottenere un ottimo successo ai botteghini, Cybulski divenne simbolo di un'intera generazione mentre Wajda ottenne la definitiva consacrazione internazionale grazie a questo capolavoro assoluto.

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    • Tabù di Murnau (1931).

      Tabù è una parla di origine polinesiana usata per esprimere un forte divieto nel compiere determinate azioni, pronunciare determinate parole o avere dei rapporti con persone considerate sacre.
      Credo che la storia del cinema abbia principalmente nei registi due divisioni generali, i pro-sistema e gli anti-sistema (da non intendersi però in senso strettamente politico), i primi non è detto che siano registi scadenti potendo comunque raggiungere vette elevate, però la preferenza và sicuramente ai secondi e sicuramente tra i primi ribelli della storia del cinema possiamo annoverare Friedrich Wilhelm Murnau, regista poliedrico ed estremamente trasversale nello stile, sempre sperimentatore di nuove soluzioni tecnico-narrative, senza mai fossilizzarsi troppo su un unico stile.
      Dopo i progetti americani di Aurora (1927) e City Girl (1930), Murnau s'era abbastanza stufato di Hollywood che gli garantiva si budget più alti, ma al contempo l'apparato industriale imponeva restrizioni artistiche, così Murnau dopo i problemi produttivi del suo ultimo film decide di dare una svolta totale, insieme a Flaherty, inventore del genere documentario con Nanook l'equimese (1922), fonda una casa di produzione e avvalendosi dell'aiuto e le conoscenze di quest'ultimo, vuole trovare le persone giuste e le location adatte per girare un film nei mari del sud.
      I contrasti non tardano a sorgere, Flaherty vorrebbe un approccio più documentaristico e totalmente incardinato nella narrazione sul lato degli indigeni, accusando Murnau di aver invece occidentalizzato troppo il copione. Al regista tedesco in realtà non ha mai interessato sviluppare una storia che celebrasse la civiltà primitiva, quanto piuttosto di porre in essere un parallelismo interessante tra l'isola primitiva di Bora Bora e l'isola civilizzata degli uomini bianchi, così diverse in apparenza ma in realtà entrambe soggette a dei Tabù ai quali non ci si può opporre in alcun modo.

      Il cast è composto da indigeni delle isole, meticci (cioè? Mi pare un termine razzista) e cinesi, anche la troupe del regista era composta da indigeni locali addestrati da Murnau, che aveva come aiuto concreto quello di Floyd Crosby come direttore della fotografia. Una candida corona di fiori trascinata da un ruscello che sfocia in un laghetto, favorisce l'incontro tra il giovane Matahi e la bella Reri, entrambi immersi nell'atmosfera incontaminata e lussureggiante dell'isola di Bora Bora. Entrambi si vogliono bene e subito sboccia un sentimento d'amore, purtroppo è destinato a non perdurare, perché il sacerdote-stregone Hitu giungendo sull'isola per conto del capo di Fanuma che governa quei posti tra cui Bora Bora, sceglie Reri come nuova ragazza vergine consacrata agli Dei dopo la morte della precedente. Matahi e Reri non possono accettare la decisione, anche se questo significa la morte, così entrambi scappano via raggiungendo isole abitate dagli uomini bianchi, dove le antiche tradizioni degli Dei non possano raggiungerli.
      Dualità presente in tante pellicole di Murnau, tanto che il film è diviso in due segmenti; "Paradiso" e "Paradiso Perduto", dove nel primo vi è la nascita idilliaca dell'amore tra i due giovani, mentre nel secondo vi è il tentativo di stabilire una relazione duratura tra i due, con Matahi che sostenta entrambi con la sua notevole abilità di pescatore di perle, godendo di grande considerazione da parte dei bianchi.

      Siamo innanzi quindi un melodramma a sfondo esotico, senza mai sfociare in paesaggi cartolineschiche fungono da sfondo in realtà, perché questa volta Murnau crea immagini dal notevole dinamismo e di difficile realizzazione tecnica date le condizioni ambientali. Da citare sull'isola sicuramente l'illuminazione dell'acqua che risplende in tutta la sua pura lucentezza, l'arrivo della nava a vela occidentale e il montaggio alternato tra la triste solitudine di Matahi e la passività di Reri, che finisce con il mostrare un dolce sorriso solo quando l'amato la raggiunge e balla con lei ed il ritmo della danza si alza sempre di più in modo vorticoso con tanto di ragazze a seno nudo, mentre nel secondo segmento abbiamo delle rudimentali riprese del fondale marino e di scene relative alla pesca delle perle, tutto sempre girato in esterna e senza alcuna ripresa in studio, anche a costo delle notevoli difficoltà tecnico-realizzative. Un film che narra di un amore impossibile ed osteggiato da leggi incomprensibili alla ragione umana e tramandate di secoli in secoli, superstizione, anti-capitalismo e corruzione, giungendo a conseguenze pessimistiche ulteriori, poiché se in precedenza Murnau era riuscito a salvare il mondo della campagna e quindi meno civilizzato rispetto a quello più sviluppato e caotico della città, questa volta sembra prefigurare un'eterna infelicità per l'essere umano sotto qualsiasi sistema organizzato, poiché sorretto da leggi morali (Dei e Squalo) o leggi scritte (Capitalismo e Cartello) a cui sottostare, pena uscirne sconfitto per chi prova a ribellarsi come un novello Prometeo.
      Un film denso e stratificato, di cui ho visionato la versione da 80 minuti che credo sia quella ufficiale in commercio, meno immediato rispetto ad un Aurora (1927) data la completa sparizione delle didascalie, eccetto dei documenti scritti, diari o lettere di alcuni personaggi che ci danno delle necessarie informazioni per comprendere dei passaggi che altrimenti resterebbero totalmente oscuri, nonostante un paio di scelte narrative troppo di comodo come il governo che impone un mandato di arresto per i due protagonisti per non turbare la pace degli isolotti (in pratica rinuncia ad esercitare la propria sovranità? Che razza di stato sarebbe questo?), nonché il contratto capestro firmato da Matahi dove incorrono gli estremi della truffa e quindi nullità del contratto.
      Difetti piccoli a parte, il film non fu un successo ai botteghini purtroppo e negli Stati Uniti ebbe problemi per via delle donne a seno nudo che danzano, riuscendo però a vincere la miglior fotografia agli Oscar. Un film che sembrava poter prefigurare una svolta ulteriore nella già poliedrica filmografia di Murnau, il quale purtroppo morì in un incidente d'auto l'11 Marzo 1931 a poco più di 40 anni, divenendo forse la prima tragica scomparsa precoce di un genio registico, che sicuramente sarebbe riuscito ad adattarsi benissimo al cinema sonoro diventando così il miglior regista della storia del cinema.

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      • C'eravamo Tanto Amati di Ettore Scola (1974).

        La Repubblica italiana è nata dalla resistenza, il paese per cui si è combattuto a suon di sacrifici sulle montagne è degno degli sforzi profusi per esso? Una possibile risposta sintetica è "Boh!", vocabolo che esprime incertezza, ma analizziamo la cosa più nel profondo. Nicola (Stefano Satta Flores), Gianni (Vittorio Gassman) e Antonio (Nino Manfredi), hanno contribuito con il loro attività partigiana a combattere l'invasore tedesco e creare i nuovi presupposti dell'Italia del futuro.
        Una nuova possibilità di inizio per un paese che aveva gettato un possibile inizio nel 1861 e adesso con la fine della seconda guerra mondiale, sulle macerie può rimboccarsi le maniche e impostare dei nuovi valori di solidarietà nazionale per ricominciare e sfruttare al meglio questa seconda occasione capitatagli. C'eravamo Tanto Amati di Ettore Scola (1974), segna la definitiva maturità del cineasta che riesce finalmente a trovare la quadra anche come regista oltre che come sceneggiatore, sviluppando la narrazione in forma non lineare in una sorta di coming of age individuale dei tre protagonisti, che in realtà diviene poi memoria dell'evoluzione dell'Italia repubblicana a quasi 30 anni dalla resistenza.
        Dopo la fine della loro attività partigiana, ognuno di loro decide di tornare a casa e mettere a frutto nell'esperienza civile ciò che hanno imparato nel freddo e negli stenti sulle montagne ed un primo risultato decisivo lo ottengono con la vittoria nel referendum monarchia-repubblica a favore di quest'ultima. Il motore è avviato e finalmente si può cambiare il mondo, ma la realtà dei fatti mostra le prime crepe decisive; Nicola è divenuto professore a Nocera inferiore e si prodiga nel sviluppare un cineforum locale con il quale vorrebbe sviluppare dei dibattiti intorno al cinema nascente neorealista in special modo Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica (1948), venendo però malamente osteggiato per le sue idee di sinistra dalla classe dirigente locale che vota Democrazia Cristiana constrigendo l'uomo ad abbandonare la famiglia e cercare fortuna a Roma; Gianni tornato a Roma svolge un umile lavoro di portantino in ospedale, ma con una genuina arte dell'arrangiarsi proletaria fiduciosa nel suo attivismo militante, riuscendo a trovare anche l'amore di Luciana (Stefania Sandrelli) ed infine Gianni, che dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza a Pavia decide di andare a Roma in cerca di occasioni di lavoro allettanti, ma trovandosi frustrato perchè al momento è l'ultima ruota del carro tra gli assistenti numerosi di un avvocato.

        Di bivi decisivi per cambiare in meglio il paese ce ne sono stati, ed il primo tra tutti malamente sprecato fu l'accettare da parte di De Gasperi i 100 milioni di aiuti americani per far riprendere il paese, ma con l'obbligo di escludere i partiti di sinistra dal governo; detto fatto, il Governo De Gasperi IV del Maggio del 1947, fu il primo ad escludere i partiti socialisti e comunisti dalla coalizione e rompere così la concordia nazionale. Antonio commenta ironicamente come per via di tutto questo, date le sue notorie posizioni politiche, non sia stato promosso a differenza di tanti altri suoi colleghi, mentre Gianni che a differenza degli altri suoi due amici ha sempre avuto molte più ambizioni, comincia a gettare via sempre più ogni scrupolo di coscienza in modo da vincere la battaglia contro l'esistenza, pensando di poter in questo modo cambiare la società in meglio, ma sbagliando clamorosamente.
        Scola mostra una padronanza nella tecnica narrativa notevole, gestendo sapientemente la struttura non lineare del racconto e la progressione della trama che si dipana nell'arco di poco meno di 30 anni, con vari riferimenti ai mutamenti sociali e artistici, quest'ultimi rappresentati dal mezzo cinematografico, si parte con tutta la sequenza ambientata nelle parti iniziali del film girata in bianco e nero, con un sentito omaggio al movimento neorealista che rese il nostro cinema come punto di riferimento all'avanguardia in tutto il mondo, focalizzandosi su Ladri di Biciclette, con il suo mettere in scena un'Italia di stracci e miserevole, che tanta vergogna provocava alla classe dirigente dell'epoca ed invece tanti elogi doveva ricevere per la capacità di dare una rappresentazione disperata ed incerta di un futuro tutto da costruire, passando poi per gli omaggi espliciti a Fellini con tanto di ricostruzione della scena della Fontana di Trevi della Dolce Vita (1960), e Mastroianni (in rigoroso occhiali oscuri anche di notte, forse a celare anche li viso inevitabilmente invecchiato dati gli anni trascorsi da quel film, d'altronde non c'erano tecniche di lifting digitale!), fino a riferimenti ancor più intellettuali come L'Eclisse di Michelangelo Antonioni (1962) in cui la moglie di Gianni, Elide (Giovanna Ralli), figlia di Romolo Catenacci (Aldo Fabrizzi) un palazzinaro romano, si ritrova a vivere una crisi da alienazione borghese sullo stile di quel tipo di cinema, riferimento per il sottoscritto più oscuro del film, perchè non ho visto la suddetta pellicola e del regista di Ferrara ho visto poco.
        Ettore Scola per tutta la pellicola mescola in continuazione alto e basso, con espliciti richiami alle opere teatrali di Eugene O'Neil, tramite i monologhi esistenziali che sfondano la quarta parete relazionandosi direttamente con il pubblico, mescolati con elementi della cultura di massa come il quiz di varietà come Lascia e Raddoppia condotto da Mike Buongiorno, al quale partecipa Nicola con la speranza di ottenere la fama necessaria per poter pubblicare un suo libro sul cinema.
        Il mezzo televisivo fa capolinea nelle case degli Italiani, i quali durante la cena consumata in famiglia guardano con fare pigro il programma diventandone sempre più assuefatti, con scenette simpatiche che suscitano ilarità perchè identiche a quella della vita di tutti i giorni. Le eccellenze artistiche del paese si scontrano con la "cultura dell'osteria" tipica della popolazione italiana, amante nel riunirsi intorno ad un tavolo a consumare grandi quantità di cibo e bevande discutendo di politica e di vita quotidiana, constatando successi ed insuccessi traendo infine un bilancio esistenziale dopo tutti gli anni trascorsi.

        Il regista si approccia alla materia filmica con assoluta umiltà e riverenza verso il cinema italiano ed i suoi grandi maestri, riuscendo però ad elaborare una messa in scena personale che riesce ad unire la settima arte con la sua esperienza come collaboratore del settimanale satirico Marc'Aurelio, fondendo perfettamente comicità elevata e bassa con picchi di intenso dramma fino ad una riflessione malinconica su un passato rievocato in modo si nostalgico, ma con la passione genuina di chi è preda di forti rimossi per via della piega material-consumista che ha imboccato la repubblica italiana, smarrendo la gran parte dei valori che ne erano posti a fondamento; in una toccante sequenza onirica squisitamente di sapore felliniano, Elide chiede a Gianni se ha dei rimorsi, l'uomo con molta noncuranza risponde "si.. si" come a voler troncare con leggerezza e superficialità una domanda che evidentemente ha colpito nel profondo.
        Scola ci offre un ritratto vivido e squisito dell'Italia con personaggi che pullulano di umanità incarnando vizi (moltissimi) e virtù (poche, ma presenti) della gente del nostro paese, non necessariamente puntando sempre sulla parola, ma anche con delle semplici inquadrature con una fotografia semplice ma centrata nel dare subito un'idea sulle varie figure che pullulano la pellicola a cui basta solo un'immagine del viso per bucare lo schermo come con la Luciana di Stefania Sandrelli, oppure con il ributtante Romolo, i cui tratti fisici sfigurati dall'obesità danno una raffigurazione immediata della sua turpe moralità, così come Gianni con il suo sguardo analitico rivolto altrove, quando osserva il busto di Mussolini presente nella casa di Romolo, decidendo di difendere l'uomo gettando via tutta la vita fino ad allora spesa a combattere contro ogni degradazione fascista e da coloro che hanno appoggiato il dittatore, forse con l'ingenuità di chi pensava che sporcandosi un pò le mani potesse risolvere i problemi della società arrivando ai piani alti, finendo però con il venirne risucchiato e riplasmato in una forma ancor peggiore di quella della vecchia classe dirigente impersonata da Romolo che afferma tre volte "non moro!".
        Giunto ai piani alti Gianni ha ottenuto la ricchezza materiale, divenendo parte del problema che affligge il paese e simbolo più grande del fallimento della Repubblica. Adesso intorno all'avvocato c'è terra bruciata a livello affettivo, anche perchè Elide era solo un mero contraltare per far risaltare maggiormente la sua intelligenza. C'è un'Italia diversa, minoritaria oramai, che si incammina verso un ulteriore futuro sempre più dubbiosa ma con l'assoluta necessità che nella battaglia eterna tra noi ed il mondo, dobbiamo assolutamente vincere noi.
        Tre interpreti mostruosi con menzione d'onore per Vittorio Gassman ed un Nino Manfredi ai massimi livelli, mentre Stefania Sandrelli spicca meno come doti recitative rispetto al trio, ma con il suo solo viso inquadrato, ripaga pienamente della propria presenza. Punto di arrivo della commedia all'italiana, C'eravamo Tanto Amati unisce il genere con il cinema di impegno sociale, risultando il miglior film di tutta la carriera di Ettore Scola e capolavoro assoluto nell'intendere il cinema come arte popolare, che mira a risvegliare le coscienze delle masse dormiente, puntando a lasciar loro una moltitudine di emozioni che vanno dalla risata, alla riflessione sino al pianto, con un pensiero amaro su quanto fosse un tempo grande il nostro cinema e come si deve necessariamente fare di tutto per riportarlo ai fasti che merita, senza rassegnarsi pigramente ai tempi cambiati, ma questo vale sopratutto per il nostro paese che deve necessariamente essere degno di chi ci ha creduto.

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        • Il Caso Paradine di Alfred Hitchock (1947).

          Sceneggiatura passata per le mani di ben tre persone per essere poi radicalmente modificata poco prima delle riprese dal produttore David O. Selznick, mentre la durata originaria di tre ore venne dapprima ridotta a poco meno di due ore e un quarto ed infine dopo la prima un'altra riduzione ulteriore la portò alla durata attuale di un'ora e quarantacinque minuti, il risultato di tutto questo è Il Caso Paradine (1947), che nonostante tutte queste traversie produttive, nella scelta del cast (praticamente nessuna scelta originaria fu disponibile per i ruoli) e in post-produzione non è l'ennesima pellicola sfasciata da altri del povero Orson Welles, ma un film di Alfred Hitchcock che finì per dirigerlo controvoglia dati anche i problemi in corso di lavorazione.
          Le uniche opere del regista a cui assegno un'insufficienza sono solamente Il Sipario Strappato (1966) e Topaz (1969), due film abbastanza indifendibili, a meno che ovviamente non si sia dei fanboy e allora il problema non è il mio, quindi tutto questo è per dire che se i film sono quello che sono come quello che mi appresterò a recensire, non è colpa mia, ma del film in sè che mi ritrovo a vedere.
          La pellicola dovrebbe in teoria essere un thriller legale, che nel corso del suo sviluppo dovrebbe provocare sempre più dei problemi sulla validità dei sentimenti da parte del fenomenale avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) nei confronti della moglie Gay (Ann Todd), poichè si ritrova sempre più emotivamente coinvolto nella difesa della signora Anna Paradine (Alida Valli), che rischia la condanna a morte poichè accusata di aver avvelenato l'anziano marito non vedendo, con lo scopo di intascare l'eredità.

          Come suggerito dallo stesso Alfred Hitchcock anni dopo la realizzazione della pellicola il problema principale di tutto il film è l'assoluta mancanza per quel che riguarda il focus narrativo, su cosa si vuole focalizzare l'opera? Sui dubbi morali che attanagliano l'avvocato Keane? Il non lasciarsi trasportare troppo dall'emotività nel proprio lavoro? Oppure concentrarsi sull'intrigo legale, specie nel dipanare i dubbi intorno alla figura della signora Paradine che sembra nascondere qualcosa? Di cosa il film voglia parlare resta dopo la visione un qualcosa di oscuro anche per il sottoscritto, sicuramente per la trattazione al di sotto degli standard del regista di ciascuno di questi argomenti la colpa oltre che nella sceneggiatura risiede anche nel montaggio che come una falciatrice ha tagliato come se non ci fosse un domani, finendo praticamente con l'ottenere delle figure dalla psicologia sbiadita, a farne le spese maggiori è il personaggio interpretato da Ann Todd, la cui gelosia oltre ad essere affrontata nel medesimo modo ben due volte (non un buon segno per un film dalla durata di poco meno di 110 minuti), risulta carante nella caratterizzazione per via di una serie di argomentazioni che la donna stessa con fare alquanto confuso nell'esposizione, rinnega ciò che ha affermato sino a poco prima per poi chiedere al marito di difendere la signora Paradine, perchè altrimenti la loro unione non potrebbe sopravvivere in caso di condanna della donna, la quale ottenendo l'assoluzione potrà continuare a far del male ad altri uomini lasciando in pace suo marito (si lo so non significa una mazza, ma vi giuro che ha spiazzato anche me, perché puoi essere anche Alfred Hitchcock alla regia, ma innanzi ad una logica del genere puoi fare ben poco). Non sfugge alle critiche anche il personaggio di Gregory Peck, la cui infatuazione verso la signora Paradine ed il contrasto di sentimenti che genera in lui, è poco palpabile e sentito, più urlato che intimamente sofferto, non aiuta il fatto che Gregory Peck è l'incarnazione dei valori più puri ed onesti insieme a Gary Cooper tra gli attori della vecchia Hollywood, quindi è ulteriormente difficile credere che possa anche solo passargli per la testa il pensiero di tradire la moglie, in effetti Laurence Olivier, la scelta primaria per il ruolo, avrebbe dato ben altro spessore nei panni di tale personaggio.

          Se la parte drammatico sentimentale è deludente se non proprio inutile perchè non ha alcuna forza, la sequenza processuale oltre ad essere più nelle corde del regista, sicuramente mostra maggiore libertà stilistica, con ben quattro macchine da presa posizionate da Hitchcock da varie angolazione, così in fase di montaggio ha scelto le riprese migliori per costruire le scene ambientate nel tribunale. L'approccio a livello stilistico ha giovato, offrendo da questo punto di vista le sequenze più belle del film, con la ripresa a 270 gradi che accompagna l'ingresso in tribunale di Andrè Latour (Louis Jourdan) fino al banco dei testimoni per deporre, oltre ai numerosi primi piani su Alida Valli, maschera impertubabile di misterioso fascino che cela chissà quali misteriosi segreti che l'attrice italiana interpreta con assoluto rigore scenico, non facendo rimpiangere per nulla di essere stata una scelta di ripiego al posto dell'indisponibile Greta Garbo, anche se il regista inglese pare la considerasse tra i problemi del film come parte del cast, evidentemente si sbagliava, anche perchè la Valli probabilmente era la miglior attrice italiana dell'epoca e tra le migliori al mondo (Orson Welles dixit).
          Purtroppo i colpi di scena sono telefonati da circa metà film, quindi le rivelazioni processuali non colpiscono e oltre ai tocchi di regia di tanto in tanto, solo l'immenso giudice interpretato da Charles Laughton riesce a dare ritmo ad una narrazione che finsice sull'adagiarsi sempre più in un binario morto in attesa di un colpo di scena tipico del regista (e di questo genere di film) spiazzi lo spettatore, finendo invece un un esercizio di originalità per il genere che lascia spiazzati... ma in negativo, perchè praticamente rende inutile tutto il film, chiudendo poi la pellicola con un finale anticlimatico. Costata oltre 4 milioni di dollari all'epoca (un budget stratosferico), la pellicola fu un grosso fiasco ai botteghini e venne massacrata dalla critica, che ebbe gioco facile nel rivelare tutte le magagne narrative. E' un film indubbiamente difettoso, magari con scelte tecniche talvolta inutili (perchè oscurare la parte superiore del corpo del cameriere Latour quando pochi minuti dopo dalla finestra con l'avvocato Keane in un normale dialogo ne inquadri tutta la figura?), ma per la maggior parte reggono e danno ritmo ad una pellicola che nelle mani di qualsiasi altro regista sarebbe stato un totale disastro. Il Caso Paradine è una pellicola discreta, questo lo si deve solo e soltanto alla regia di Alfred Hitchcock, oltre al fatto da segnalare per quanto riguarda una linea di dialogo contro la pena di morte da parte della moglie del giudice, per il resto è un film per appassionati sfegatati del regista che comunque resteranno colpiti da come il loro beniamino anche con le limitazioni produttive, sia riuscito con la sola abilità registica a salvare un film dal naufragio totale, dono che appartiene solo ai grandi maestri del cinema.

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          • Ed infine l'ultimo.

            Le Porte del Silenzio di Lucio Fulci (1991).

            Ma come! Sensei s'è rincoglionito? Ha una malattia che ha debilitato le sue facoltà intellettive? Come può altrimenti un utente che ha sempre dato voti giusti ai film, essersi rincretinito e dare un tale giudizio del genere ad un film di Lucio Fulci!
            Non vi preoccupate miei adoranti allievi, sono sempre sano di mente e libero da ogni schema precostituito nell'esprimere dei commenti anche riguardanti registi ed opere ampiamente bisttattate, magari aprendo nuove vie e battendo nuovi sentieri, che magari saranno sfruttati da altri utenti in futuro.
            Lucio Fulci ha girato oltre 50 film dei generi più disparati da inizio anni 60', con budget miserrimi ma tanta passione ed inventiva per cercare di sopperire alle carenze monetarie e produttive. Il suo periodo di massima fama artistica credo lo si possa collocare dal 1966/1969 fino al 1981/1982, non che abbia realizzato capolavori o fatto sempre bei film; anzi, la sua carriera è strapiena di bassi e prima o poi dovrei decidermi ad una generale revisione della sua filmografia per esprimere qualche giudizio. Dopo l'inizio degli anni 80' il suo cinema ha cominciato a perdere colpi sempre di più per via dell'aggravarsi della sia malattia e sia della crisi generale del cinema nostrano, specie quello di genere. All'inizio degli anni 90' Fulci era indubbiamente appannato e senza nessuno disponibile a finanziargli nuove opere, per nostra fortuna gli si avvicina Joe d'Amato il quale si offre di produrgli Le Porte del Silenzio, film che Fulci cercava di trasporre al cinema da tempo senza trovare nessuno interessato. Questa volta il regista ha dalla sua un budget di 400.000 dollari (per lui tantissimi), un attore della ex-New Hollywood come John Savage e un piano di lavorazione di un mese, rispetto ai tempi strettissimi a cui di solito era costretto.

            Le Porte del Silenzio (1991) è il testamento artistico di un Fulci che data anche la malattia, evidentemente sentiva la morte avvicinarsi, riversa tutta la sua angoscia esistenziale in un film totalmente funereo definibile come un incrocio tra Il Settimo Sigillo (1957) ed Il Posto delle Fragole (1957) entrambi di Ingmar Bergman, con Duel di Steven Spielberg (1971).
            Melvin Devereux (John Savage), ha appena finito di visitare la tomba del padre al cimitero di New Orleans in Louisiana, quando apprestandosi a far ritorno a casa, viene avvicinato da una donna di colore (Sandi Schulz) che afferma di conoscerlo anche se l'uomo non ricorda, per poi andare via. Melvin perplesso liquida presto l'accaduto, decidendo di far ritorno a casa dove lo aspetta la famiglia, ma nel ritorno troverà innanzi sempre più ostacoli fisici e l'opprimente presenza di un carro funebre che lo precede, ritrovandoselo praticamente ovunque, anche quando pensa di esserselo lasciato alle spalle. Il protagonista è un uomo di mezza età sempre proteso a guardare in avanti secondo gli insegnamenti del padre, un borghese dall'aria comunque imbolsita, come il suo interprete della ex New Hollywood, il cui apice artistico era oramai alle spalle da un po' di tempo. Il percorso di Melvin viene spesso interrotto da segnali stradali di lavori in corso, che gli impediscono di percorrere le strade principali e dirette, obbligando l'uomo a dover far uso di strade secondarie al limite dell'impraticabile, attraversando paesaggi desolati, zone sgangherate di varie città, paludi fangose e molti ponti di vario genere; luoghi diversi tra loro, ma tutti accomunati da un'aria di sospensione spazio-temporale, che rende difficile dare delle coordinate precise al viaggio compiuto dal protagonista, sempre più allucinato, come quel sole torrido ed asfissiante all'orizzonte.

            La regia di Fulci è quadrata, sobria e senza alcun inutile virtuosismo, che non avrebbe potuto permettersi dato il budget misero, generando buona tensione nelle sequenze in cui il protagonista si imbatte lungo la strada nel carro funebre, che non vuole lasciarlo passare, posizionando la macchina da presa frontalmente al protagonista, inquadrando l'acceleratore pigiato a tavoletta e riprendendo la ruota anteriore del veicolo di Melvin, Fulci riesce a dare maggior dinamismo, trasfigurando il tutto in una sorta di duello metafisico del suo protagonista contro un destino ineluttabile che nonostante cerchi di evitarlo, si frappone prima o poi sempre lungo la strada.
            Le Porte del Silenzio è una pellicola che lascia parlare molto le immagini, relegando in secondo piano i dialoghi, conferendo così maggior indeterminatezza ad un racconto che assume nel suo sviluppo sempre più atmosfere oniriche ed una spiccata tendenza al metafisico, affrontando tematiche come il tempo (orologio rotto), la morte, la vita e l'impossibilità di comunicare, mediante un approccio riflessivo alla materia, che permane sempre su un piano indefinito nel suo dinaparsi, come d'altronde è il viaggio di Melvin che cerca varie volte di sfuggire alla meta prefissata dal destino, tentando in ogni modo di opporsi a tale disegno, seppur il puzzle come risultato conduce ad un'unica forma possibile, nel mettere insieme le tessere di quelli che sono flashback, flashforward o semplici visioni che scaturiscono da uno stato mentale sempre più precario del protagonista.
            Ultimo film atipico per un regista definito internazionale il godfather of gore, totalmente privo di elementi splatter, sangue ed effetti speciali, per questo etichettato come noioso e inutile da pubblico e critica, quando in realtà affronta temi caratteristici della filmografia di Fulci. Un film riuscito dalla qualità più che buona, mostrando i suoi difetti essenzialmente nella diluizione del soggetto base per arrivare ad una durata di 90 minuti con qualche scena indubbiamente ripetitiva o inutile per via della scrittura e scarsa realizzazione come il segmento con la prostituta, nonché in una fotografia qua e là un po' piatta ma nel complesso salvata dalla regia di Fulci, quest'ultimo difetto comunque ascrivibile al budget basso, poiché tecnicamente non è inferiore alle produzioni a basso costo americane di quel periodo. Da noi praticamente il film non uscì in sala e abbiamo dovuto aspettare l'home video per vederlo, le Porte del Silenzio è il testamento artistico di Fulci, più vicino ad un Bergman che a qualunque film di genere nostrano, dimostrandosi nei fatti nettamente superiore a qualsiasi pellicola di Dario Argento degli ultimi 30 anni, costate milioni e milioni che neanche sfiorano il buon risultato tecnico-artistico di questo film e se fosse stata realizzata dal "maestro del brivido", tutti avrebbero gridato al miracolo, ma visto che venne girata da Fulci, allora se la filano quei pochi in grado di capirla.

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            • La modestia è sempre il tuo forte.

              30qq.jpg
              SUBURBICON Regia di George Clooney
              E bravo George! Dirotta Julianne Moore dai film di Haynes , le affianca un Matt Damon versione mezze maniche sulla via dell'imbolsimento di mezza età ( lui ci mette l'impegno a fare quello in controllo ma non pezzo di legno...), caratteristi di mestiere ( tra cui brillano un Oscar Isaac che pare proprio un Clooney giovane ibridato con Matt Dillon; il talentuoso all'epoca bambino Noah Jupe e un Alex Hassell nel mood “Harry , pioggia di sangue”) e li cucina in sugosa trama da thriller , cartesianamente precisa e pure con un sottotesto razzista. Reso visivamente guardando a E. Hopper , con una certa adeguatezza di mezzi per ostendere campi lunghi che interfacciano un “sogno americano” del Presidente L.B. Johnson ma affatto metabolizzato dalla buona borghesia wasp ( la cui “P”assume sfumature burocraticamente “timorate”...), specie se “l'integrazione” afroamericana se la trovano laicamente a fianco nella misura di una civilissima famigliola socialmente loro parigrado, ed immediatamente fonte di dicerie che montano in uno stalkeraggio degno del KKK. Ma è altrove che si annidano perversioni psicopatiche , figlie di istinti animali (senza offesa per le bestie) camuffati da rispettabilità perbenista, nel sussiego di chi sa poco dell'animo umano (altrui) ma punta _ a mezzo di villette linde e pinte oltre agli altri agi ed “oggetti” del benessere all white_ “all'immunità di gregge”. Un film dove, mi pare, funziona tutto , con eleganza e compiutezza . Bello (imho).
              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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              • Django (1966) di Sergio Corbucci
                È chiaramente una imitazione di Per un Pugno di Dollari (o di Yojimbo se preferite) ma con una dose pesante di nichilismo, mentre Sanjuro e Joe si rivelano essere sotto sotto dei "buoni" Django è decisamente uno che non ha nulla da perdere, semplicemente non è altrettanto sadico della gente con cui ha a che fare. C'è anche molta più enfasi sulla violenza che chiaramente per l'epoca era il "piatto forte" del film e posso capire perché uno che ama questo tipo di violenza da B-movie come Tarantino abbia voluto omaggiarlo.
                La copia che avevo era in italiano ma stranamente la canzone dei titoli di testa e del finale era in inglese, era così anche per la versione italiana originale oppure è una svista dell'edizione che mi è capitata?
                "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                • E' un film molto più violento del film di Leone, ma molto più dipendente dai personaggio protagonista rispetto al modello ispiratore. Franco Nero attrae su di sè con gran carisma il baricentro del film grazie al look iconico con la bara che trascina, ovviamente il modello come hai detto è il film di Sergio Leone con lo scontro tra le due fazioni, ma portato su un piano più politico con il razzismo che è in primo piano come argomento e questo lo rende un film molto interessante. Manca un'antagonista carismatico come Gian Maria Volontè e tecnicamente è un film molto rozzo esteticamente (Corbucci non è Leone), ma a l'atmosfera ci sta a pennello.
                  La canzone è in inglese confermo, quando l'ho visto in tv è sempre stato con i titoli di testa e finali con la canzone in inglese.

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                  • Originariamente inviato da Det. Bullock Visualizza il messaggio
                    Django (1966) di Sergio Corbucci
                    È chiaramente una imitazione di Per un Pugno di Dollari (o di Yojimbo se preferite) ma con una dose pesante di nichilismo, mentre Sanjuro e Joe si rivelano essere sotto sotto dei "buoni" Django è decisamente uno che non ha nulla da perdere, semplicemente non è altrettanto sadico della gente con cui ha a che fare. C'è anche molta più enfasi sulla violenza che chiaramente per l'epoca era il "piatto forte" del film e posso capire perché uno che ama questo tipo di violenza da B-movie come Tarantino abbia voluto omaggiarlo.
                    La copia che avevo era in italiano ma stranamente la canzone dei titoli di testa e del finale era in inglese, era così anche per la versione italiana originale oppure è una svista dell'edizione che mi è capitata?
                    Era così in originale, non è affatto strano: devi considerare che allora questi film erano girati in inglese, molti con pseudonimi anglofoni per registi e attori, perché si vendevano benissimo all'estero, e soprattutto i western dovevano "passare" per americani...anche se non erano affatto

                    La canzone, parte della meravigliosa colonna sonora di Bacalov, era cantata se non ricordo male da Rocky Roberts, cantante molto in voga in Italia negli ani Sessanta, so che fu incisa poi una successiva versione in italiano di difficile reperibilità, come molte colonne sonore del cinema bis nostrano. Piccola curiosità: inizialmente fu scelto per cantarla Teo Teocoli, allora parte del clan Celentano, ma lui rinunciò, mangiandosi poi le mani...

                    Divertente l'aneddoto raccontato da Piero Vivarelli, sceneggiatore principale del film, a cui si deve anche il nome del protagonista, omaggio al sublime chitarrista jazz Django Rheinardt: Corbucci venne da lui e gli disse

                    "Ho un'idea di sceneggiatura per un film, ti va di aiutarmi?"
                    "Ok, racconta"
                    "Un tizio cammina nel deserto trascinandosi una bara"
                    "Forte! E poi?"
                    "E poi niente, devi scriverlo..
                    ."
                    Ecco come nascevano i film allora, ai bei tempi

                    Vivarelli tra l'altro era stato paroliere di un paio di successi di Celentano... E il cerchio si chiude...

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                    • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                      La modestia è sempre il tuo forte.

                      30qq.jpg
                      SUBURBICON Regia di George Clooney
                      E bravo George! Dirotta Julianne Moore dai film di Haynes , le affianca un Matt Damon versione mezze maniche sulla via dell'imbolsimento di mezza età ( lui ci mette l'impegno a fare quello in controllo ma non pezzo di legno...), caratteristi di mestiere ( tra cui brillano un Oscar Isaac che pare proprio un Clooney giovane ibridato con Matt Dillon; il talentuoso all'epoca bambino Noah Jupe e un Alex Hassell nel mood “Harry , pioggia di sangue”) e li cucina in sugosa trama da thriller , cartesianamente precisa e pure con un sottotesto razzista. Reso visivamente guardando a E. Hopper , con una certa adeguatezza di mezzi per ostendere campi lunghi che interfacciano un “sogno americano” del Presidente L.B. Johnson ma affatto metabolizzato dalla buona borghesia wasp ( la cui “P”assume sfumature burocraticamente “timorate”...), specie se “l'integrazione” afroamericana se la trovano laicamente a fianco nella misura di una civilissima famigliola socialmente loro parigrado, ed immediatamente fonte di dicerie che montano in uno stalkeraggio degno del KKK. Ma è altrove che si annidano perversioni psicopatiche , figlie di istinti animali (senza offesa per le bestie) camuffati da rispettabilità perbenista, nel sussiego di chi sa poco dell'animo umano (altrui) ma punta _ a mezzo di villette linde e pinte oltre agli altri agi ed “oggetti” del benessere all white_ “all'immunità di gregge”. Un film dove, mi pare, funziona tutto , con eleganza e compiutezza . Bello (imho).
                      sembra un film dei coen ma molto meno bello e quello non è un sottotesto, il messaggione antirazzista è urlato e palese e purtroppo di una banalità sconcertante

                      comunque clooney in netta ripresa dopo il disastroso film di guerra precedente, io alla fine gli do un 6

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                      • Sì , magari "sottotesto" non è il termine più acconcio. Ho peraltro apprezzato la sottigliezza di mostrare la mamma di Nicky più prevenuta della sorella nei confronti della famiglia afroamericana; la cui presenza peraltro diventa un elemento di disturbo per Nicky stesso , quando non può chiedere aiuto a causa del trambusto dei benpensanti bianchi. Anche vero che la segretaria di suo padre appare stranita quando in ufficio si presentano i due brutti ceffi (ed assassini)per ricattare il capofamiglia. D'altronde, si capisce, sarebbe stata ancora più sorpresa se uno di loro fosse stato un uomo di colore, anche se, formalmente, nessuno si professa per la segregazione senza se e senza ma. Il discorso insomma non è solo "urlato" . ;- )
                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        • Cena con delitto - Knives Out di Rian Johnson

                          Veramente un gioiellino. Rian Johnson dirige con gran gusto, riuscendo a dare dinamismo e continua imprevedibilità alla vicenda senza utilizzare plot twist assurdi. Ho rivisto il regista di Looper.

                          Il primo Natale di Ficarra e Picone

                          Posso capire il successo di pubblico, ma mi resta davvero incomprensibile il plauso della critica. Tra quelli che ho visto, è indubbiamente il peggior film del duo. Più che un film per famiglie, mi è parso un film per bambini, ma le battute sono talmente stupide e buttate via che faccio fatica a ritenerlo funzionale anche solo per un determinato target di pubblico.

                          Caligola di Tinto Brass

                          Ho visto la versione da 156 minuti. Gli inserti posticci voluti da Guccione fortunatamente si notano senza problemi e li si cerca di ignorare. Il lavoro di Brass mette in luce il suo talento come regista tout court, ma è un film un po' troppo eccessivo in ogni sua componente, finendo col diventare prolisso (ma Brass non ha partecipato al montaggio, magari avrebbe tagliato un po' di roba, chissà). Merita una visione, un film così, con questo budget e questi attori non lo si vedrà mai più.

                          La farfalla sul mirino di Seijun Suzuki

                          Un piccolo capolavoro. Non so bene, non so perché, ma il film ad un certo punto ha cominciato ad ammaliarmi completamente, riuscendo anche a solleticare le mie fantasie più erotiche. Geniale.

                          Arrivederci professore di Wayne Roberts

                          Per un'ora regge bene, diverte e mette in mostra un Depp carismatico veramente godibile da vedere. Poi inevitabilmente cala nella mezzora finale, smarmellando il tutto con una squintalata di retorica sentimentalista (cit. Bruno Barbieri) andando a rovinare parzialmente il personaggio protagonista anticonformista ed irriverente visto fino a quel momento. Con più cattiveria, avrebbero fatto un bel goal.

                          La chiesa di Michele Soavi

                          Noioso e stupido. Il peggior horror del regista.





                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                            Caligola di Tinto Brass

                            Ho visto la versione da 156 minuti. Gli inserti posticci voluti da Guccione fortunatamente si notano senza problemi e li si cerca di ignorare. Il lavoro di Brass mette in luce il suo talento come regista tout court, ma è un film un po' troppo eccessivo in ogni sua componente, finendo col diventare prolisso (ma Brass non ha partecipato al montaggio, magari avrebbe tagliato un po' di roba, chissà). Merita una visione, un film così, con questo budget e questi attori non lo si vedrà mai più.
                            bravo! Hai visto l'unica versione "seria" tra quelle circolanti. E per quanto anche in codesta release rimane un "filmaccio" devo riconoscerne l'importanza storica di prodotto quasi unico nel suo genere. E visto che, pur nel suo mare magnum di kitsch, violenza, depravazione ed erotismo "godereccio" alla maniera di Brass, non mancano delle trovate visive geniali, viene da pensare che, in altre mani, se ne poteva trarre un film migliore, magari pari all'ambizione iniziale. E' roba per nostalgici impenitenti dello stracult proibito di casa nostra.

                            Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                            La chiesa di Michele Soavi

                            Noioso e stupido. Il peggior horror del regista.
                            del film ho rimosso tutto, quasi per autodifesa personale. Però ancora ricordo la sua prima e unica visione ad un cinema estivo all'aperto. Incredibilmente riuscii ad addormentarmi pur stando all'aperto ed ero ancora nella giovinezza anagrafica. Soavi conciliò "sonni soavi". E cosa c'è di peggio per un horror ? che faccia ridere ?

                            Ultima modifica di David.Bowman; 07 aprile 20, 19:19.
                            "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                            Votazione Registi: link

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                            • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
                              bravo! Hai visto l'unica versione "seria" tra quelle circolanti. E per quanto anche in codesta release rimane un "filmaccio" devo riconoscerne l'importanza storica di prodotto quasi unico nel suo genere. E visto che, pur nel suo mare magnum di kitsch, violenza, depravazione ed erotismo "godereccio" alla maniera di Brass, non mancano delle trovate visive geniali, viene da pensare che, in altre mani, se ne poteva trarre un film migliore, magari pari all'ambizione iniziale. E' roba per nostalgici impenitenti dello stracult proibito di casa nostra.
                              Stavi parlando di me? Grazie per i complimenti

                              Vabbé io sono "malato" del cinema anni 60-70, italiano e non, per cui non faccio testo, ma secondo me qualunque persona che si dice anche solo lontanamente appassionato di cinema dovrebbe vedere almeno una volta nella vita un film così spudorato, eccessivo, uno dei più perseguitati e censurati della Storia, un mix incredibile di grandi star e bassezze di S&V che si potevano concepire solo in quell'epoca lì: a suo modo un film epitome di un'era.

                              Da "filologo" del cinema non ho potuto non appassionarmi al film e alle sue molteplici versioni e traversie censorie: tra l'altro il processo che si tenne in Italia sancì per la prima volta che il regista era da considerarsi un Autore, peccato che Guccione fosse scappato con i negativi per trarne il film che poi fu un successo incredibile per il breve tempo che rimase in sala. Cmq Brass sostiene che solo i primi 25 min. sono i suoi al 100%, il resto non avendolo potuto montare lo disconosce. Nonostante ciò un film incredibile, in ogni senso, e mi viene una tristezza a pensare che oggi il pubblico si appassiona unicamente a tizi in calzamaglia e a sottoprodotti per gente con età mentale che non superi i 14 anni...

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                              • Soavi non è il miglior regista horror italiano che abbiamo in attività?

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