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    Mr. Arkadin - Rapporto Confidenziale di Orson Welles (1955).

    Van Stratten (Robert Arden) è un Jerry Thompson che ha scoperto l'essenza di Gregory Arkadin (Orson Welles), ovvero la sua Rosebound, riuscendo quindi a scorgere l'unica cosa che contava nella vita dell'uomo a differenza del giornalista che in Quarto Potere (1941) alla fine non riuscì a dissipare il mistero sull'intima essenza di Charles Kane, alla quale solo noi spettatori grazie alla macchina da presa oggettiva abbiamo avuto accesso.
    Rapporto Confidenziale (1955) ritorna ai temi dell'opera prima del regista, il quale evidentemente dopo due adattamenti delle opere di Shakespearre e lavori per gli studios di Hollywood come Lo Straniero (1946) e La Signora di Shangai (1948), con cui sperava di farsi percepire come personalità rispettabile presso tali produttori ma fallendo miseramente, alla fine ritorna sui propri passi con un film che pone al centro la ricerca dell'identità, tematica cardine del cinema Wellesiano sin dal folgorante esordio di Quarto Potere.
    Architettura intricata, con un meccanismo a flashback che ci narra le peripezie di Van Stratten che sfruttando due nomi ricevuti in punto di morte da Bracco (Gregoire Aslan); "Arkadin" e "Sophia", decide di andare al primo che è un influente miliardario dalla personalità misteriosa e sfuggente con l'intenzione di ricattarlo, ricevendo invece sorprendentemente la proposta di scoprire la sua vera identità prima dell'inverno del 1927 di cui non ricorda nulla per via di un'amnesia in cambio di ben 10.000 dollari.
    Il denaro ed i molti modi di ottenerlo sono un altro elemento fondamentale nei film di Welles, Arkadin mise insieme la sua fortuna partendo da 200.000 franchi svizzeri eseguendo operazioni spregiudicate e anche moralmente abiette come il riciclaggio di capitali nazisti, riuscendo sempre a farla franca data anche la sua riservatezza in pubblico e la sua fitta rete di informatori i quali lo aggiornano su chiunque egli voglia mettersi in contatto o gironzoli intorno a sua figlia Raina (Paola Mori).

    Mr. Arkadin conosce tutto di tutti, ma non il suo passato e la ricerca ossessiva su chi fosse in precedenza lo rende paranoico, così Van Stratten spera di dinapare il mistero sulle origini dell'uomo, incontrando varie personalità che potrebbero far luce sulla faccenda, ricevendo come ricompensa i 10.000 dollari con cui poter costruire la sua fortuna così come fece Mr.Arkadin a suo tempo.
    Rapporto Confidenziale è un thriller investigativo che si mescola con il giallo e financo il melodramma, che dipana la sua contorta narrazione in giro per varie località del mondo toccando fisicamente o indirettamente una marea di stati appartenenti ai 2/3 del mondo sotto l'influenza del sistema capitalistico degli Stati Uniti. Arkadin ha una personalità contorta e sfuggente, immerso in un'oscurità da cui egli trae piacere e simbolo della sua malvagità e perfetta maschera di sè stesso, di cui è impossibile scorgere il vero volto coperto da una folta barba e la cui persona sembra possedere il dono dell'ubiquità, arrivando a materializzarsi in modo impossibile in ogni luogo del globo terrestre, dove il denaro e le sue emanazioni (navi, alberghi, ville, castelli etc...) contano, il ricco magnate è presente; questa cosa significa anche l'inverso, nel restante 1/3 dell'emisfero terrestre dove c'è l'influenza del comunismo dell'Unione Sovietica, il potere di Arkadin non può nulla, perchè la fonte del denaro da cui egli trae la sua forza, lì non scorre affatto.
    La struttura narrativa è intricata anche per via delle numerose persone da cui Van Stratten si presenta per cercare di carpire qualche indizio che lo porti dal secondo nome fatto in punto di morte da Bracco; "Sophia", trovando la quale egli spera di poter risolvere il mistero.

    Le location sono numerose e corrispondono praticamente a quelle di quasi tutti i paesi europei più alcuni stati del nuovo mondo, il montaggio estremamente frammentato ci restituisce una vicenda ingarbugliata, un puzzle che dopo averlo composto ci restituisce un immagine priva di senso logico e forse anche poco credibile, la quale però troverà la sua forma con un geniale twist plot che finirà con il rendere credibile anche ciò che era sembrato molto poco chiaro sino a quel momento e destrutturando il meccanismo stesso del giallo, gettando al contempo un'inquietudine sinistra sulle personalità che come Mr. Arkadin detengono il potere e vogliono custodire per sè la loro Rosebound. Il denaro è una cosa sporca, per ottenerli si sa che i potenti e le grandi famiglie del capitale hanno fatto cose "sporche" per accumulare le loro fortune, le loro immagini apparentemente pulite, si basano su un'ipocrita limpidezza sulla quale se si indaga a fondo, si scoprirebbero cose poco nobili che finirebbero con il demolire tali presunti modelli di riferimento come esempi "positivi" di successo, oppure semplicemente ci sarebbe finalmente un pò più di onestà intellettuale e probabilmente anche accettazione di come sono veramente le cose, senza essere tacciati di "invidia sociale" se si vuole riportare sul pianeta Terra certe figure troppo idolatrate dal sistema capitalista, che ipocritamente ci vuol far credere che con il duro lavoro e dedizione, si possano raggiungere grandi traguardi. La regia è in perfetta simbiosi con il marciume narrato, le prospettive sono allucinate e l'immagine fatta di sghembature, primi e primissimi piani, è distorta nelle prospettive tramite l'uso di obiettivi grandangolari che deformano le inquadrature restituendoci un'atmosfera cupa, barocca e priva di qualsiasi certezza; una precarietà conoscitiva perennemente in oscillazione, come lo yatch di Mr Arkadin durante la navigazione nel mare in tempesta su cui si fatica a stare in piedi.
    L'ennesimo capolaoro di Orson Welles questo Rapporto Confidenziale, che non raggiunge le vette di Quarto Potere per via di una produzione piuttosto travagliata e difficoltosa, ma portata a termine con oltre 7 mesi di riprese in giro per il mondo e costato di budget quanto lo scarpone di un attore di Hollywood, purtroppo ci vollero altri 8 mesi per il montaggio ma l'opera subì l'ennesima manomissione da parte dei produttori tanto che abbiamo diverse versioni in circolazione del film, ma nessuna con il cut voluto dal regista, la versione in Bluray che possiede il sottoscritto e di cui ha preso visione ha la durata di 98' minuti.

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    • Nanuk l'Esquimese di Robert J. Flaherty (1922).

      Frutto del caso la visione di Nanuk l'Esquimese, visto che volevo visionare Freud e le Passioni Segrete di John Huston (1962), ma siccome la copia era di qualità video scadente prossima a quella di un porno di quarta categoria, ho deciso di vedere un altro film presente sul CD datami in prestito e visto che di Robert J. Flaherty avevo visionato il capolavorico L'Uomo di Aran (1934), allora ho deciso di guardare uno degli altri film presenti sul supporto e uno di questi era Nanuk l'Equimese (1922), primo film di Flaherty e uno dei film più importanti della storia del cinema in quanto primo e vero proprio documentario.
      Una lunga gestazione di oltre un decennio, durante il quale il regista compì una serie di esplorazioni nella regione di Terranova per conto del governo Canadese filmando le vite degli equimesi con un taglio cronachistico stile diario di viaggio e mostrando i filmati al suo ritorno vista la calorosa accoglienza ma anche la triste fine delle bobbine andate bruciate, mette insieme dei finanziamenti tramite una compagnia di pellicce e decide di tornare in quelle zone, ma imbastire una nazzione più coesa e incentrata sulla gente del posto in particolare su un individuo battezzato Nanuk (il cui vero nome era Allakariallak) e la sua famiglia tra cui Nyla ed i bambini, più di tanto in tanto altri inuit.
      E' una pellicola che mette in scena il contrasto tra uomo e natura, l'ammirazione del regista per gli inuit che vivono in queste zone aspre e remote, in cui solo gente con la loro tempra potrebbe sopravvivere, rammentando così la grandezza dell'essere umano con la sua capacità di adattarsi anche in zone inadatte ed ostili alla vita.

      La civilizzazione non è ancora arrivata, l'unico contatto tra Nanuk e l'uomo bianco riguarda lo scmabio di pelli di volpi bianche catturate dal protagonista durante i mesi di caccia in cambio di beni utili alla sua sopravvivenza quotidiana; in questo momento id contatto culturale, Nanuk guarda con aria curiosa un grammofono ed il disco che morde perchè oggetto a lui ignoto, quando in realtà l'uomo conosceva benissimo l'oggetto e qui viene la controversia principale mossa a Flaherty, ovvero aver modificato certe scene distocendo quindi la realtà dei suoi soggetti. Un documentario dovrebbe mostrare la realtà e non manometterla, ma è anche vero che un documentario non può ridursi a mero cronachismo, altrimenti equivarrebbe ad un servizio del telegiornale cosa abbastanza riduttiva, il documentario come un film è messo comunque in scena da un regista che ha una precisa visione e dei temi a lui cari che sceglie di privileggiare con il proprio sguardo. E' vero che Nanuk conosceva il grammofono e le tecniche di caccia non si svolgevano più con l'arpione, ma oramai anche gli inuit usavano i fucili, ma la mano dell'autore si vede in questo, inserire scorci di lirismo poetico per accentuare ulteriormente la sensazione di "primitivo", esaltando l'ingegno umano (vedere la costruzione dell'igloo) anche se non contaminato dal progresso e dalla civiltà. Và ricordato comunque che gli inuit tra cui lo stesso Nanuk, conoscevano benissimo l'uso della caccia con l'arpione e le loro tradizioni antiche, quindi non c'è una distorsione totale delle loro abitudini di vita.
      Non mancano momenti di umanità, quando Nanuk gioca con il figlio e al contempo tramite un'attività in apparenza ludica, insegna al bambino i primi rudimenti sulla caccia, tramandando quindi di generazione in generazione gli insegnamenti ricevuti, in pratica l'uomo in qualsiasi luogo e a qualsiasi latitudine, mostra comunque un nucleo di sentimenti e valori che sono comuni a tutta l'umanità.

      Fà specie vedere come Flahaerty con una macchina da presa pesante e fissa, data la tecnologia dell'epoca, facendo uso anche di poche luci date le condizioni ambientali, sia riuscito a regalarci immagine di notevole impatto figurativo-simbolico, come il vento gelido che sferza le gelide lande ghiacciate, questo è un altro motivo per cui alcune sequenze sono chiaramente costruite come la caccia al tricheco, dato che non si disponevano delle moderne tecniche di ripresa cinematografiche ed il rullo di pellicola durava 15 minuti e durante la ripresa la macchina faceva un rumore pazzesco, non l'ideale quindi per filmare una sequenza di caccia dove lo stare nascosti e avvicinarsi con circospezione è fondamentale per impedire agli animali di scappare via.
      Non si cosuma nulla più del necessario per sostentarsi, l'uccisione di animali che oggi può apparire brutale fatta in quel modo, non presenta caratteri "eccessivi", ma deve essere vista alla luce del ciclo della vita, la morte di un essere vivente per permettere la sopravvivenza di un altro, nula più, nessun sovraconsumo alimentare o produzione intensiva industriale. Nanuk l'esquimese per tutti questi motivo si può considerare come il primo e vero prototipo di documentario, con un'influenza notevole su tutte le opere successive, l'uso ironico talvolta delle didascalie nel commentare talune scene divertenti, ad esempio lo si può trovare oggi nei documentari di Michael Moore. Il povero protagonista morirà di tubercolosi due anni dopo il film, ma il mondo del cinema ha reso la sua esistenza ed il suo ingegno di cacciatore immortale per sempre grazie al successo della pellicola che seppur senza divi e girata in condizioni produtive indipendenti, sfondò all'epoca presso il pubblico incuriosito da questa civiltà percepita come distante ed esotica.

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      • La tartaruga rossa di Michael Dudok de Wit

        Bisogna ringraziare Isao Takahata che a quanto pare ha spinto molto per questa coproduzione con l'Europa. Il film è un capolavoro. Colonna sonora da brividi.

        Father and Son di Hirokazu Kore'eda

        Prolisso ed anche prevedibile nel suo sviluppo (ed epilogo). Il tocco del regista resta evidente, i momenti autentici ci sono ed i bambini sono bellissimi. Minore, ma godibile.
        https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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        • Borgman - Alex Van Warmerdam (2013)

          Parasite prima di Parasite. Solo che qui i poveri non vogliono diventare ricchi ma semplicemente farli fuori, i ricchi, punire il loro privilegio. Con barboni che escono letteralmente da sotto terra e invadono lo spazio domestico (è anche un po' Teorema di Pasolini), per avvelenare gli adulti (dopo aver turbato i loro sogni) e corrompere i bambini. PS: anche la villa in cui è ambientato ricorda quella di Parasite, chissà che Bong non l'abbia visto e preso segretamente ispirazione (il film d'altra parte è stato in concorso a Cannes, nel 2013, non è proprio un invisibile...). Voto 8.
          Ultima modifica di Fish_seeks_water; 23 marzo 20, 14:04.

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          • Snowpiercer gran bel film. Recuperato l'altro giorno: sequenze davvero memorabili e un colpo di scena dietro l'altro. un po troppo cinico nel.suo essere metafora, tecnicamente superbo.

            Knives out: film discreto. Non son appassionato di gialli ma questo ben costruito. Mi è piaciuta molto la fotografia e l'atmosfera che permea il film.

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            • The Last Days of Emma Blank - Alex Van Warmerdam (2009)

              Un altro film allucinato, malato, di Van Warmerdam, con madre di famiglia ricca ereditiera malata terminale di cancro che convince il marito, la figlia, il fratello e la famiglia del fratello a farle da servitù fino alla sua morte (in cambio di un’equa spartizione dell'eredità). Folle, fuori di testa, pieno di abusi, violenze e altre cose grottesche (il fratello, interpretato dallo stesso Van Warmerdam, è costretto a fare il cane, dico solo questo). Per buona parte del film non capiamo quello che sta succedendo e ci sembra tutto assurdo, Van Warmerdam è bravo a centellinare le informazioni (anche sui rapporti che intercorrono tra i membri della casa), svelando l’intrigo solo nella parte finale. Voto 8

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              • Schneider vs Bax - Alex Van Warmerdam (2015)

                Ancora un film costruito attorno a uno spazio domestico, come i due precedenti, qui stavolta un bungalow in mezzo a un acquitrino, posto sotto assedio da un sicario (Schneider) assoldato per farne fuori un altro (Bax), proprietario del bungalow sopracitato. Si scoprirà essere, in realtà, una trappola ordita dal committente, Mertens, che vuole far eliminare, con le stesse comiche ragioni comunicate a Schneider circa Bax ("È un assassino di bambini") proprio Schneider. Tra figlie depresse, amanti e nonni in passato pedofili si arriverà al duello, western, annunciato dal titolo. Diverte, come al solito, la commedia nera di Van Warmerdam, ma la sensazione è che, stavolta, al di là del "genere", del gusto nel fare il genere, non si vada molto più a fondo, non si dica molto altro. Un divertissement, in cui però il tocco di Van Warmerdam rimane comunque riconoscibilissimo. Voto 7

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                • locandina.jpg Kim-Ki Duk abdica da qualsivoglia concezione estatetica della settima arte, collocandosi al limite dell'amatoriale, per lasciare spazio ai contenuti. Firma così un film politico, pur senza un messaggio politico nè schieramenti di sorta, ma comunque scagliando un sasso nell'untuoso pantano che inghotte due paesi tanto diversi quanto sovrapponibili. Con chiare idee su quello che sarà il suo disegno, il regista decide di usare pennarelli dalla punta grossa, marcato e diretto, con mano pesante e senza fronzoli. Suddetto intento potrebbe essere elevato a grande merito da certo gusto. Per altri questo modus operandi potrebbe invece dare l'impressione di restituire un'opera deficitaria per approssimativismo. Personalmente una maggiore cura nel ricercare certe sottigliezze e sfumature nel tratteggio di dinamiche e personalità coinvolte avrebbe giovato all'incisività globale del racconto, e alla sua lettura da parte del fruitore, dove invece la mondimensionalità di personaggi secondari (declassati a macchiette buone o cattive in eccesso) e alcune meccaniche riportate in maniera fin troppo sgraziata fanno vacillare il suo sviluppo, dando la sensazione che il regista sia in grado di ammaccare a pugni solo la superficie di un discorso ben più complesso che poteva penetrare meglio nella testa e nel cuore. Il dialogo tra autore e spettatore si ritrova così compromesso e l'opera a conti fatti risulta minore e dimenticabile.

                  Voto: 5
                  Ultima modifica di MrCarrey; 24 marzo 20, 22:02.
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                  • Ho visto anche io il film di Kim Ki Duk e mi è piaciuto molto. Potrà anche essere poco originale in ciò che dice, ma le due ore - personalmente- sono volate via. Merito di una scrittura precisa, attenta, non c'è mai un'inquadratura in più o un dialogo di troppo.
                    https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                    "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                    • Ford v Ferrari.

                      Film molto godibile, niente di originale anzi ma fa il suo. Molto bella l'intesa tra i due protagonisti e molto bella la fotografia. Promosso anche se niente di trascendentale.

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                      • Un paio di visioni recenti sconsigliate per chi sta risentendo molto del lockdown.


                        Climax

                        Uno dei film più scarni (forse il più scarno) del regista provocatore, che esplicita le sue fonti d'ispirazione nel prologo (ma neanche ce ne sarebbe bisogno) e da lì si tuffa in un viaggio dionisiaco che parte dal potere ipnotico e trascinante della danza (stupende le sequenze di ballo) e discende in una folle orgia infera che risucchia lo spettatore, complice un unico, implacabile piano-sequenza che segue l'intera seconda parte della storia e non lascia spazio per riprendere fiato.

                        Un film da vivere come esperienza sensoriale, di pancia, nella speranza che apra anche verso qualcosa di più.




                        The Whispering Star

                        Opera atipica nella filmografia di Sion Sono (sebbene segua alcune tracce date in un paio di film precedenti, non ultima, la desolata location di Fukushima) ma fedele ai suoi temi cari.

                        Un film che potrebbe benissimo essere un corto, praticamente senza trama, e che Sono dilata a lungometraggio, come lungo canto del cigno della razza umana che soccombe all'inesorabile avanzare del mondo attorno ad essa.

                        Fantascienza d'autore fatta con pochi mezzi e tante licenze (si veda Alphaville di Godard), visione lucida e ma a suo modo appassionata e amorevole, realistica e surreale allo stesso tempo, su un'umanità alla deriva e in via d'estinzione, (letteralmente) ombra di se stessa; incapace di lasciarsi il desolante passato alle spalle e che trova in un attaccamento a insignificanti oggetti di vita quotidiana, riempiti di senso dall'esperienza e dalla nostalgia, uno dei pochi agganci con la propria umanità e delle spinte inerziali ad andare avanti finché dura.

                        Un giorno vivranno solo nei ricordi di qualche androide che avrà ereditato frammenti d'umanità attraverso il labile rituale di museificare qualsiasi oggetto legato a un ricordo, un'abitudine, una rassicurante quotidianità ormai andata.

                        Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 25 marzo 20, 15:13.
                        Luminous beings are we, not this crude matter.

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                        • Sexy Beast - Jonathan Glazer (2000)

                          Questo lo avevo visto a 15 o 16 anni in televisione e lo avevo adorato. Rivisto ieri. Dialoghi e performance pazzesche (di tutti, non solo di Ben Kingsley, che però ha il personaggio più forte) e regia sexy di Glazer. Un film su una rapina di cui due terzi di esso dedicati al convincimento del protagonista a farla la rapina. Ray Winstone avvilito in un angolo della cucina mentre viene incalzato da Kingsley non si dimentica. - No Don. - Friday! - I won't be there. - You will! - No, Don. - Yes! Yes! Yes! Yes! Yes! Bellissimo. Voto 8,5


                          Birth - Jonathan Glazer (2004)

                          Qui ogni commento possibile è a rischio spoiler. Vabbè spoilero lo stesso: è praticamente il delirio di un bambino di dieci anni che si innamora di una donna di quaranta e si convince di essere il marito defunto di lei. Il film rimane in bilico tra il film di genere (è un horror? un paranormale? Il bambino è veramente la reincarnazione del marito?) e la giustificazione realistica (il bambino mente). Prende una piega decisamente scandalosa nel momento in cui la donna (Nicole Kidman) si convince che il bambino è realmente il suo ex marito e sviluppa con lui un’intimità molto vicina al sesso (ed è la parte più tesa, più riuscita e più coraggiosa del film). Atmosfere kubrickiane (con zoom inquietanti), bellissima la fotografia, perfetta l’interpretazione della Kidman. Voto 8,5


                          Under the Skin - Jonathan Glazer (2013)

                          La fantascienza più visionaria che incontra il documentario, il massimo della finzione più il massimo del realismo. Un’aliena programmata per adescare umani e farli fuori si guarda allo specchio e prende coscienza di sé, prova a umanizzarsi, fare quello che fanno gli umani… mangiare… fare l’amore (senza però poter né mangiare né fare l’amore). Incontrerà un uomo buono con il quale proverà a instaurare una relazione e uno cattivo che invece si approfitterà di lei.
                          Tutta la prima parte è magnifica, sorprendente, con Scarlett Johansson alla guida di un van per le strade di una piccola città scozzese (con videocamere nascoste) a caccia di uomini da sedurre e poi uccidere (facendoli scivolare in un mare nero di melma… nelle sequenze più cult del film). La seconda, con il percorso di umanizzazione dell’androide, è più prevedibile ma si riscatta comunque con un paio di ottimi momenti (la scoperta dell’assenza della vagina, ad esempio) e un finale che lascia a bocca aperta.
                          Colonna sonora memorabile di Mica Levi (cui si deve gran parte dell’atmosfera cupa e inquietante del film). Scarlett Johansson qui nel suo ruolo più audace di sempre. Voto 8,5


                          The Fall - Jonathan Glazer (2019) (cortometraggio)

                          Una folla di individui mascherati (tutti con la stessa maschera) cerca di far venir giù da un albero un altro individuo mascherato che sta scappando da loro. Il tizio cade dall’albero ma incredibilmente non muore, la folla si fa una foto con la vittima e la trascina in un pozzo dove gli viene messo un cappio al collo e buttato giù... la corda però si stacca, il tizio riesce ad aggrapparsi alle pareti del pozzo e non cadere in fondo. Lentamente comincia a risalire.
                          Un corto enigmatico che, stando alle parole di Glazer, dovrebbe rappresentare una sorta di metafora dell’epoca attuale, un’epoca di paura, di comportamenti irrazionali, di pancismi/populismi e fascismi vari. Ispirato da un celebre dipinto di Goya (Il sonno della ragione genera mostri) e da una frase di Bertold Brecht (“Canteremo ancora in tempi bui? Sì, canteremo dei tempi bui”), cui va aggiunta una foto pubblicata su instagram dal figlio di Trump mentre posa con un leopardo morto appena cacciato da lui in Africa. Voto 7

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                          • Visto Viaggio a Tokyo di Ozu
                            Ottimo film, seminale anche per tanti lavori italiani (Stanno tutti bene di Tornatore e Parenti Serpendi di Monicelli, ad esempio). Impressionante il formalismo delle relazioni affettive nel Giappone dell'epoca. Tecnica di composizione delle inquadrature impressionante. Emotivamente, una summa di tutte le mie paure, accentuate dalla quarantena, come non mi capitava dai tempi de Le Metamorfosi di Kafka.

                            La voce della luna di Fellini
                            Ottimo primo tempo, con un Benigni a metà tra il folle giullare anarchico di Berlinguer ti voglio bene e l'aplomb da filosofo di strada de Il Minestrone di Citti. Lavoro di scenografie e fotografia impressionante, dei quadri Caravaggeschi in movimento....riescono a rendere il senso di mistero della vecchia fiaba contadina, e la contrapposizione tra la noia come sentimento istruttivo, che spinge l'uomo ad ingegnarsi ed a concentrarsi sui dettagli (Benigni, che, nella casa della nonna, osserva il fuoco), contro l'abuso di stimoli del mondo contemporaneo (ieri si criticava la tv, oggi si criticherebbe internet ed i cellulari). Molti i personaggi che guardano il mondo attraverso delle "proto-televisioni", scatole quadrate da cui osservare qualcosa....il camino da cui spiare il fuoco, un loculo cimiteriale da cui spiare il mondo, una finestra da cui spiare una orrenda zia seminuda. Interessante il personaggio del musicista matto, ossessionato dai mobili semoventi, come il pazzo del racconto Chissà di Maupassaunt. Bravo Villaggio (ottimamente truccato nello sguardo) che dopo troppe fantozzate torna al suo carattere battagliero e sovversivo, alla Professor Kranz. Piuttosto ridondante la critica al Berlusconismo (praticamente bersagliato in continuazione, mostrando un viscido nanerottolo padrone di televisioni dal barbiere, o colpendone il ritratto sulla porta di una trattoria). Meglio aveva fatto Fellini in Ginger e Fred, dove parodiava "sua emittenza" ma mostrandone anche il fascino diabolico che riusciva ad esercitare sulle masse (lì, con poche parole, infinoscchiava Giulietta Masina). Bella la rappresentazione "tamarra" degli anni 90, per quanto i vari Nichetti e Scola avrebbero e hanno superato in questo Fellini. Piuttosto ipocrita (per non dire filologicamente sbagliata) la scena della discoteca, dove Villaggio bacchetta le bolgie infernali delle danze giovanili contrapponendo un violino. Intesa come semplice contrapposizione tra i due stili musicali, la scena appare ipocrita, in quanto invece di qualche genere musicale orrendo come l'house (più simile al rumore che alla musica) viene fatto ascoltare ai giovani una becera, ma innocua, musica dance in inglese, ed ai tempi della gioventù di Villaggio, e quindi del suo personaggio, già impazzavano balli altrettanto frivoli ed esterofili come l'hully gully, per cui la sua contrapposizione e la sua rievocazione dei "bei tempi andati" appare priva di senso. Meglio sarebbe stato concentrarsi, in parallelo con il messaggio anti-televisivo e anti-consumista del film, sulla contrapposizione tra questi balli da discoteca dove ci si struscia con più persone contemporaneamente (vedi Benigni, che in quella scena si esalta facendo un bagno di corpi femminili), ed il lento dove, con più calma, ci si concentra su una donna sola, studiandola quasi nel dettaglio, guardandola negli occhi: la contrapposizione tra la lenta concentrazione verso qualcosa (come fissare il camino o guardare dalla finestra) contro l'esubero di stimoli di cui si viene bersagliati nel mondo moderno a velocità repentina.
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                            Spoiler! Mostra

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                            • A hidden life (T. Malick, 2019)

                              Gettato in uno stato di profonda prostrazione dalla visione di due pellicole insulse e mediocri come Il buco e The Hunt da un lato, e dalla prospettiva che qui da me grazie ai poteri dati allo sceriffo Lucky De Luca la quarantena duri fino al 2023, colto da un delirio depressivo decido di identificarmi in Mishima e darmi al seppuku, ma opto per una morte ben più dolorosa dell'auto-sventramento: vedere l'ultimo film di Malick, tre ore tre. Giusto per capire l'umore con cui ho affrontato la visione, da spettatore critico del regista formato nuovo millennio - papermoon confido in un giorno nel tuo perdono almeno sul letto di morte - devo ammettere che il film non è affatto male. Azzardo: è il suo migliore dai tempi de La sottile linea rossa. Dal mio punto di vista è un Malick sulla via della guarigione, non che manchino scompensi e problemi rintracciabili in tutta la sua più recente produzione, ma drammaturgicamente l'ho trovato più centrato, e davvero emozionante soprattutto nell'ultima parte. Una sforbiciata soprattutto nella prima metà non avrebbe guastato, con qualche poeticismo bucolico in meno sarebbe stato un grande film, invece è solo buono. Dai Terrence che puoi tornare quello di un tempo se vuoi...

                              Therese (A. Cavalier, 1986)

                              Sempre bello scovare film di cui ignoravi completamente l'esistenza e dirsi fra sé: che mi ero perso! Opera bressoniana che gioca su uno stile asciutto e scarno, tanto semplice quanto emozionante, senza un'inquadratura che risulti sbagliata. La storia di una giovane innamorata di Cristo riesce a essere intensa nella sua voluta antispettacolarità, fatta di primi piani e totali, pochi elementi scenografici, e un montaggio di precisione e pulizia assoluti. Certo non per tutti i gusti, e probabilmente non sarebbe nemmeno nelle mie preferenze in termini meramente soggettivi, ma è indubbiamente opera di grande livello.

                              Blue Nude (L. Scattini, 1978)

                              Film davvero anomalo e curioso per il cinema di genere nostrano, di cui rappresenta uno dei reperti più oscuri e dimenticati: brava Cine34 ad aver recuperato questa piccola perla, imperfetta come tutti i film di genere rari e invisibili, ma assai densa, che ti lascia dentro qualcosa. L'avessi visto anni addietro sarebbe entrato forse nel mio pantheon sleazy, oggi sono meno avvezzo agli entusiasmi ma mi ha cmq colpito, soprattutto per una visione di una New York riflesso della solitudine e dello spaesamento del protagonista, aspirante attore emigrato che finisce nello squallido giro porno (si parla anche di snuff), una città ritratta con efficace occhio documentaristico. Con i suoi limiti, cinema di genere come non se ne fa più, manifesto di una libertà irripetibile. Gerardo Amato, fratello meno noto di Michele Placido, ha fisicità e look giusto, c'è molto Taxi Driver ovviamente, ma il film ha una sua autonomia di pensiero tutt'altro che disprezzabile.

                              The invisible man (L. Whannell, 2020)

                              Un remake intelligente dell'apprezzato autore di Upgrade. Non solo mero aggiornamento tecnico ma anche rilettura dei tempi nostrani, metafora cristallina ma non banalizzata, merito soprattutto di una delle attrici più interessanti del momento, Elizabeth Moss, che ha fisicità, sguardo ed intensità recitativa che colpiscono sempre, ruoli piccoli o grandi che siano. Invero il film come molti contemporanei è troppo lungo, non tutto funziona, e soprattutto nella seconda parte inserisce cose superflue e discutibili, ma non lascia la solita idea di spreco e inutilità come il 90% dei remake odierni.

                              La volpe dalla coda di velluto (J.M. Forqué, 1971)

                              A dispetto del titolo "animalista" non siamo dalle parti dell'emulazione argentiana, quanto piuttosto nel filone giallo erotico alla Lenzi. Prodotto soddisfacente nelle sue componenti essenziali, ovvero quel cocktail di piacevoli nudi gratuiti, fotografia vellutata e colonna sonora che si stampa in mente al primo ascolto (Piero Piccioni in formissima), colpi di scena inaspettati, e quella punta di cattiveria e morbosità - qui si segnala in particolare un threesome "forzato" verso la fine di indubbia efficacia - che è stilema irrinunciabile del genere. Di interessante c'è che l'inghippo viene sciolto a metà, e nonostante ciò il regista è abile a rilanciare la posta tenendo inchiodati allo schermo fino alla fine, e la logica non va affatto a farsi benedire. Nota cult: chi pensa che lo Spiderman di Raimi abbia inventato il bacio "a testa in giù" deve ricredersi perché in questo film lo fanno già 30 anni prima, e il movimento della mdp è pure più sorprendente. Proprio vero che non si inventa più nulla. Discreto il cast, in cui spicca l'ottima performance della protagonista Analia Gadè.

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                              • Ma voi dite che dobbiamo definitivamente perdere la speranza di un passaggio dell'ultimo Malick su Grande Schermo (ovviamente non alla data prevista ad inizio aprile ma recuperandolo più in là)??!!

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