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  • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
    Originariamente inviato da David.Bowman
    E' roba per nostalgici impenitenti dello stracult proibito di casa nostra.
    Stavi parlando di me? Grazie per i complimenti
    a dire il vero ... stavo parlando di me


    Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
    Soavi non è il miglior regista horror italiano che abbiamo in attività?
    perchè esiste ancora un horror italiano ?

    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


    Votazione Registi: link

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    • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
      Soavi non è il miglior regista horror italiano che abbiamo in attività?
      Beh, no, c'abbiamo ancora Dario Argento. Dirai tu "eh, ma non fa un film dal 2012 e inoltre quelli che ha fatto prima fanno cacare". Tutto giusto, ma alla fine Soavi non fa un horror da Dellamorte Dellamore che è del 1994. Chissà, può darsi che potenzialmente, oggi come oggi, Soavi sia il miglior regista horror che abbiamo in Italia, ma nei fatti, conti alla mano, lo scettro resta ancora in mano a Dario Argento, fermo restando che praticamente noi in Italia il cinema horror non lo facciamo proprio più, tranne qualcosina ina ina.
      David.Bowman beh, La Chiesa oltre ad annoiare in effetti verso la fine fa anche ridere, tra caproni scopanti, cattedrali gotiche che si autrodistruggono e morti goffissime. Per quanto riguarda Brass, è innegabile che sia stato un regista di talento visivo. Negli ultimi giorni ho visto anche L'Urlo e l'ho trovato geniale, uno dei film più sperimentali e folli mai realizzati in Italia.
      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
        La Chiesa oltre ad annoiare in effetti verso la fine fa anche ridere, tra caproni scopanti, cattedrali gotiche che si autrodistruggono e morti goffissime.
        eh, io "purtroppo" il finale non l'ho visto, dormivo ...

        "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


        Votazione Registi: link

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        • A suo modo La Befana Vien di Notte è un horror.


          Ultima modifica di mr.fred; 07 aprile 20, 20:25.

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          • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
            a dire il vero ... stavo parlando di me



            perchè esiste ancora un horror italiano ?
            Boh, l'esperto tuttologo sei te. Sciogli il dubbio ^^.
            Tra indipendente qualcosa c'è forse, ma non sono informato.

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            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
              Boh, l'esperto tuttologo sei te. Sciogli il dubbio ^^.
              Tra indipendente qualcosa c'è forse, ma non sono informato.
              l'horror italiano, inteso come "movimento", è morto e sepolto da un pezzo. Adesso ci sono solo dei revival sporadici e quasi tutti di scarsissimo valore

              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


              Votazione Registi: link

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              • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

                del film ho rimosso tutto, quasi per autodifesa personale. Però ancora ricordo la sua prima e unica visione ad un cinema estivo all'aperto. Incredibilmente riuscii ad addormentarmi pur stando all'aperto ed ero ancora nella giovinezza anagrafica. Soavi conciliò "sonni soavi". E cosa c'è di peggio per un horror ? che faccia ridere ?
                Faccio mea culpa, in quanto sono io il reo di aver suggerito a Gidan di vedere La Chiesa, in modo da gestire una visione in comune di un film (in questo periodo sto recuperando un pò di film con atmosfere "alla Sclavi", giusto per gestire meglio il mio mood da Pandemia o per riattaccarmi alla mia infanzia, quindi periodo fine 80 inizio 90, per effetto Madelaine).
                Appena ho tempo posterò anche io una piccola rece del film.
                Tuttavia devo dire che, almeno per regia, Soavi dimostra anche lì di avere un buon occhio....le inquadrature azzeccate sono molte...certo bisogna vedere il tutto nell'ottica di un padre-padrone come Argento sul set, e di certi topoi tipici di certo cinema di genere di quegli anni (tipo le luci blu per indicare il male...atroce). La sceneggiatura è una robaccia allucinante, e cerca di cavalcare la moda delle sette sataniche tanto in auge nei 90 (quando si parlava appunto di "bestie di satana").
                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                Spoiler! Mostra

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                • Non sapevo bene dove mettere questo post...visto che se ne è parlato alcune volte di questo film (anche in relazione ai Bad Awards, mi pare) e io stesso ne approfitterò per recuperarlo avendo gradito la visione in sala Dylda (pare passato un secolo da febbraio! ), vi segnalo che su Raiplay è disponibile (penso per una settimana) il film Tesnota, in lingua originale e sottotitoli, dato che Rai3 l'ha trasmesso in prima visione all'interno di Fuori Orario. Qui il link.

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                  • Storia Immortale di Orson Welles (1968).

                    Anche se refrattario infine anche Orson Welles deve tener conto dello scorrere del tempo e piegarsi all'uso del colore, che secondo il suo parere esaltava il set, ma toglieva al contempo fascino agli attori, che non offrono prestazioni memorabili, la realtà dei fatti gli dava e gli darà torto, ma un autore formatasi con il bianco e nero, avendo in mente l'espressionismo tedesco come baricentro estetico, spinto sino agli eccessi barocchi, il colore indubbiamente toglie fascino ed in effetti in Storia Immortale (1968), la fotografia di Willy Curant è un po' banale nelle scelte di luce, a momenti oserei dire anche piatta nel taglio delle riprese, data anche la produzione televisiva francese (uscì infatti prima in TV e poi solo dopo al cinema), il che un po' spiazza visto che Orson Welles fino ad allora era riuscito a non avere mai critiche sotto il profilo tecnico, nonostante l'esiguo budget ed i problemi produttivi che hanno attanagliato molte sue opere. Tratto da un'opera di Karen Blixen, l'anziano miliardario Mr.Clay (Orson Welles), incarna l'ennesimo titano Wellesiano, chiuso in un'eterna solitudine di dolore, in compagnia solo del fido segretario Levisnky (Roger Coggio), il quale allieta il padrone con le continue letture dei libri contabili testimoni tangibili delle ricchezze accumulate, poiché per Mr. Clay, le uniche cose che contano sono i fatti accaduti e non le storie di finzione.
                    L'ambizione dell'anziano uomo è quella di far accadere una storia tramandata da tempo oralmente, riguardante un marinaio che in cambio di 5 ghinee datagli da un ricco signore, passa la notte con una donna e così Mr Clay, con l'aiuto di Levinsky, si prodiga nel cercare un marinaio giovane e la bella donna con cui inscenare la storia trasformando l'irreale in reale.

                    La pellicola segna l'ennesimo tentativo del titano di poter plasmare la realtà e l'arte muovendo i soggetti del racconto come se fossero burattini nelle sua mani, in caso di riuscita Mr. Clay diventerà un vero e proprio demiurgo, che potrà trovare pace raggiungendo la sua "Rosebound", assurgendo così ad uno stadio superiore, avendo il potere di far accadere ciò che fino a quel momento era finzione.
                    Il marinaio Paul (Norman Eshley) e la donna bellissima (Jeanne Moreau), sono i protagonisti della storia messa in scena dal miliardario/regista Mr. Clay/Orson Welles, che sfrutta i bisogni altrui per soddisfare il proprio ego titanico, tramite due figure prive di una propria identità, poiché il marinaio ha bisogno di soldi per comprare un'imbarcazione, mentre la donna è la figlia dell'ex socio che Mr. Clay ha beatamente mandato in rovina constringendolo al suicidio, la quale si presta a tutto questo in cambio di 300 ghinee con la rassicurazione da parte di Levinsky che qualunque cosa accada, oramai il destino di Clay è segnato.
                    La messa in scena di matrice quasi teatrale nella staticità della location, privilegia tonalità calde con colori talvolta forti come il rosso, dando alla messa in scena connotati onirici da favola orientale in corso di stesura (la vicenda è ambientata a Macao, in Cina), dove l'inchiostro è dato da Paul e Virginie, dove il corpo di quest'ultima trasuda un forte erotismo (Welles è un regista poliedrico) e la penna è tenuta in mano da Clay, che dietro al velo che circonda il letto contempla compiaciuto la sua creazione.
                    La creazione artistica non può essere subordinata alla materialità per metterla in scena (le ghinee), né può essere gestita integralmente dalla volontà del suo creatore, perché non tiene conto del pensiero dei soggetti protagonisti, quindi il destino non può che essere la sconfitta.
                    Storia Immortale rappresenta l'ennesimo tassello riuscito della filmografia del suo grande autore, non all'altezza però delle sue opere precedenti per via dell'impianto estetico che poggia troppo sulle inquadrature per rendersi interessante e del Welles attore forse eccessivamente piacione nella sua staticità calcolata con il pilota automatico, ma tutto sommato il giudizio è più che ottimo, livello che le produzioni televisive odierne se lo sognano la notte.

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                    • F come Falso - Verità e menzogne di Orson Welles (1973).

                      L'ultima opera fatta uscire in vita da Orson Welles è un lavoro originale e spiazzante come suo solito, confermando la sua natura poliedrica e di sperimentatore mai uguale a sé stesso fino agli ultimi istanti della propria vita.
                      F come Falso - Verità e menzogne (1973) è una provocazione avanguardista, partendo da un prologo dal sapore ludico in cui Welles stesso sulla banchina di una stazione intrattiene un bambino con giochi di prestigio, affermando la perfetta sinergia tra la figura del mago e quella dell'attore, il regista ci introduce nella trattazione delle materia di vero e falso, partendo dai nunerosi spezzoni di documentario girati a fine anni 60' da Reichembach, sulla figura dell' ungherese Elmyr de Hory, famoso falsario Ungherese, noto per aver falsato negli anni 40' e 50' opere di Picasso, Modigliani e Renoir, vendendole sia privatamente che a delle aste per cifre esorbitanti accumulando una fortuna, su di lui venne scritta una biografia di Clifford Irving, a sua volta noto falsificatore di biografie, come quella scritta sul miliardario Howard Huges nel 1971, sbugiardata da quest'ultimo in conferenza telefonica con 7 giornalisti, in cui affermò di non aver mai conosciuto Irving, segnando di fatto la rovina per l'uomo e la sua condanna a due anni di reclusione.

                      Il rapporto tra verità e finzione è meno marcato di quello che si pensa, per non parlare poi di quello tra arte e falso, che non sono due elementi antinomici, ma s'intrecciano in continuazione tra loro, anche perché giustamente un falso è comunque frutto di un lavoro e di una base di partenza "artistica" tanto quanto l'opera d'arte originale; la confusione aumenta quando i sedicenti "esperti" si arrogano il diritto di voler giudicare l'autenticità dell'arte dando dei giudizi errati scambiando dipinti autentici per falsi e viceversa, un'assurdità che sembra assurgere a chiara metafora dei critici del cinema, che il nostro Orson Welles giustamente detestava con tutto sé stesso, poiché incapaci di riconoscere in lui e nei suoi film il genio, esaltando poi dei prodottini mediocri.
                      Nell'epoca moderna la figura del critico ha perso giustamente importanza, superata dalla rete e dal concetto democratico dell'uno vale uno, che giustamente si scaglia contro la suddetta casta autoreferenziale che oramai non viene ascoltata più da nessuno grazie al potere della rete di poter far esprimere ad ognuno la propria opinione e costo zero.

                      Un po' nouvelle vague, un pizzico di finto documentario e sfondamenti vari della quarta parete, Welles interviene anche lui in prima persona nella narrazione, sviluppando il tema per intrecciarlo con i propri esordi basati sulla falsità, che gli hanno permesso di andare avanti nella vita, come nel caso noto degli annunci alla radio all'invasione aliena e mezzo paese spaventato dal racconto fatto, spettacolo radiofonico che in altri posti, come nel Sudamerica hanno provato a replicare con il risultato di finire in prigione... nella democratica america non si finisce al fresco, ma nel caso di Welles c'è Hollywood che ti spalanca le porte pronta ad inglobarti nel sistema. In mezzo a tutte queste informazioni presentataci con un montaggio per libere associazioni, bombardando lo spettatore con numerosi cambi di visuale e una quantità aborme di stimoli audiovisivi, Welles afferma che per lo meno un'ora, sarà onesto con noi, prevedibilmente nel lungo segmento finale dedicato ad un aneddoto su Picasso e Oja Kodar, invece tutto quello che abbiamo visionato negli ultimi minuti, è un falso.
                      Sberleffo ludico verso le certezze che tali non sono e al contempo elogio al potere del cinema come creatore di illusioni, F come Falso è un prodotto dalla natura ibrida difficilmente classificabile in un genere data la sua matura avanguardista, si spera un giorno possa giungere da noi un'edizione con numerosi contenuti speciali che possa consentire di approfondire la natura di tale opera.

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                      • I Senza Nome di Jeanne Pierre Melville (1970).

                        «Buddha prese un pezzo di gesso rosso, tracciò un cerchio e disse: “Se è scritto che due uomini, anche se non si conoscono, debbono un giorno incontrarsi, può accadere loro qualsiasi cosa e possono seguire strade diverse, ma al giorno stabilito, ineluttabilmente, essi si ritroveranno in questo cerchio rosso”».

                        Polar dalla durata fluviale in cui Jean-Pierre Melville riversa tutta le sua arte poetica, con le 19 situazioni archetipe possibili nel genere secondo il regista, forse in questa sovrabbondanza sta l'unico vero difetto di un film, che per il resto è incriticabile nella sua durata originale e non nella versione tagliata ignobilmente. Melville ama dei personaggi antieroi, figure chiuse in sé stesse senza passato e con un futuro fumoso, che seguono un loro codice di vita intriso di filosofia orientale (Bushido, Confucio, Buddha etc...), vissuto secondo un irrisolto spirito laico-religioso, che li rende affascinanti ma al contempo sfuggenti per lo spettatore, al quale sono negati ogni approfondimento su di loro. Corey (Alain Delon) e Vogel (Gian Maria Volonté) sono figure plasmate in media res, del primo sappiamo solo che è uscito di galera dopo cinque anni, mentre il secondo è un evaso, braccato dalla polizia guidata dal commissario Mattei (Bouvil), da cui si salva nascondendosi nella macchina di Corey, il quale propone all'uomo una rapina ad una gioielleria di Parigi, secondo l'imbeccata indicatagli di una guardia carceraria. Vogel accettando l'offerta si ritroverà insieme a Corey nel cerchio rosso, seguendo entrambi un destino comune sino all'ultimo.
                        Al duo si aggiungerà un terzo uomo; Jansen (Yves Montand), ex poliziotto disilluso ed abilissimo tiratore, utile nel colpo che ci si apprestera' a compiere.

                        Melville accentua il suo stile rarefatto e minimalista, cordinandosi alla perfezione con la fotografia di Decaë, che ricrea un perfetto contrasto di tonalità blu e grigie, rendendo le ambientazioni del film, così come le atmosfere, fredde e suggestive, di notevole espressività visiva, sia nei campi medi, che negli interni, fino ai campi lunghi dei paesaggi della provincia e poi della città di Parigi, con dell'inquadratura notevole della piazza di Parigi.
                        Senso di colpa, tradimento, amicizia, corruzione, violenza, pessimismo e determinismo s'intrecciano tematicamente in continuazione, creando una spirale autodistruttiva senza assoluzione alcuna per nessun personaggio, destinato a perdere comunque qualcosa in cui credeva alla fine della pellicola, alcuni la vita, altri un traguardo raggiunto ed infine chi dovrà convivere con le contraddizioni proprie del corpo di polizia. Perennemente avvolti da un nero desaturato a cui è impossibile sfuggire, tutti devono tener conto delle proprie angoscie interiori, che talvolta si manifestano visivamente in un delirium tremens di viscida degradazione come nel caso di Jansen, in altri casi il conflitto è di natura etico-professionale, con una polizia al pari stesso dei criminali, seguendo la dottrina del "nascono innocenti, ma per poco", quindi essendo ogni uomo è un presunto criminale, tanto vale adeguarsi al destino imposto e scendere al medesimo livello.
                        Un film di pura regia ed immagini che vanno dalla cupezza disperata al documentarismo della rapina, il tutto infarcito da pochissimi dialoghi e ottime prove di Alain Delon e dell'attore mondiale Gian Maria Volonté, abilissimo anche su registri meno istrionici e più minimali, anche se sul set vi furono notevoli problemi tra lui ed il regista, per questioni di politica in primis (un comunista ed uno di destra... che spasso sarebbe stato assistere alle liri), anche se indubbiamente la prova più sofferta sono quelle di Yves Montand e Bouvel, che morirà verso la fine delle riprese. Un capolavoro incompreso dalla critica, ma non dal pubblico, con qualche debito da Giungla d'Asfalto di John Huston (1950), ma con uno stile pienamente europeo. Rivalutato ampiamente solo da fine anni 70' grazie a registi come Walter Hill, Fernabdo Di Leo, Michael Mann, Quentin Tarantino, John Woo e Takeshi Kitano, solo con quest'ultimo ed in parte Mann, si avrà una prosecuzione originale e superiore dell'opera del regista francese.

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                        • La Grande Guerra di Mario Monicelli (1959).

                          "Capolavoro del cinema italiano", molte volte sento questa etichetta appiccicata a certe pellicole nostrane, sopportandola con molta fatica durante la lettura, perché con tale infelice espressione ancora una volta esce fuori il nostro provincialismo chiuso e ripiegato in sé stesso, se una pellicola è un capolavoro, in quanto tale deve misurarsi con tutto il resto della cinematografia del mondo e non solo quella nostrana, man che meno poi se riguarda i film del periodo degli ultimi 40 anni, dove c'è stato un calo netto e verticale nel nostro cinema. Che la Grande Guerra di Mario Monicelli (1959) sia un capolavoro del nostro cinema è ovvio e scontato, ma l'aggettivo capolavoro deve essere usato in raffronto universale, quindi ci si chiede se tale opera lo sia e la risposta non può che essere affermativa.
                          Strutturato tramite una narrazione episodica, la prima guerra mondiale infuria sul fronte italiano da oramai un anno, ed i nostri due protagonisti Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e Giovanni Busacca (Vittorio Gasmann), soldati loro malgrado, sono spediti al fronte come tutti gli altri; capendo la follia in cui sono immersi, fanno di tutto per evitare di gettare la vita in inutili, costosi e sanguinosi assalti frontali, cercando di scamparla in ogni modo proponendosi per servizi militare di vario genere, cercando di rimandare il più al lungo possibile il battesimo del fuoco, ma alla fine finiranno per diventare eroi loro malgrado, seppur non lo saprà nessuno.

                          Oreste e Giovanni sono rispettivamente di Roma e Milano, il primo ha un'arte dell'arrangiarsi e una cialtroneria popolaresca tutta sua che sfrutta per trarre il massimo vantaggio da ogni situazione, mentre il secondo è un uomo di una certa cultura (legge Bakunin), che capendo maggiormente la situazione cerca di sfuggire dapprima alla leva militare cercando inutilmente di essere riformato e successivamente dagli assalti al fronte.
                          Il nord ed il sud del paese che per oltre 50 anni si sono ignorati nonostante l'unità nazionale, vengono a contatto prolungato al fronte sviluppando legami e una comunicazione mai avvenuta prima, ed accumunati tutti dall'infausto destino di essere carne da macello mandata a crepare tramite inutili assalti frontali, dove tra terreno impervio, filo spinato, buche e trincee avversarie, risulta essere in netto vantaggio la difesa rispetto all'attacco, senza un'artiglieria come si deve ogni offensiva è praticamente inutile, come assistiamo in un segmento del film dove se anche viene conquistata la prima trincea del film, gli austriaci secondo il precetto della difesa in profondità, ne hanno pronta un'altra più indietro praticamente inespugnabile, rendendo di fatto la conquista della prima inutile e precaria, perché facilmente riconquistabile tramite contrattacco.
                          Nonostante il loro grado basso, Oreste e Giovanni hanno capito l'andazzo e cercano di sottrarsi a tutto questo in vari modi, sviluppando un sincero sentimento di amicizia verso l'altro e legando con altri personaggi come Bordin (Folco Lulli), sempre pronto per qualche lira per aiutare la sua famiglia, partecipando a missioni rischiose al posto altrui, con cui ha maturato esperienza e saggezza rispetto agli ottusi "graduati", oppure il tenente Gallina preso constantemente in giro per il suo cognome, ma tutto sommato con un buon cuore quando non se la sente di dire la verità scritta in una lettera recapitata ad un soldato analfabeta, ed infine il cappellano Militare (Achille Compagnoni), plasmato e reso flessibile dalla situazione bellica, un Cristo che cerca di far sentire la sua presenza nella grande mattanza, perché neanche il figlio di Dio sfugge alla guerra avendo 33 anni e quindi nato nel 1884.

                          I personaggi del film differenti per grado, istruzione e provenienza, esprimono massime di pensiero, che nella loro apparente semplicità espositiva, nascondono una grande profondità, accentuata nella loro forza da una narrazione che si sviluppa in modo frammentato per episodi, accumunati tematicamente dal conflitto bellici e stilisticamente dai longtake e dai numerosi carrelli, rimando questi ultimi ad Orizzonti di Gloria di Stanley Kubrick (1958), ma Monicelli rigetta il loro uso come freddo geometrismo razionale, sfruttandolo invece in modo più rozzo rispetto al regista americano, perché per il cineasta italiano la guerra è il trionfo dell'irrazionale che rigetta per questo ogni "perfezione" nelle linee e nei geometrismi, se carrello deve essere, deve farsi partecipe di un'analisi di un'intera società e classe mandata al fronte, siamo in effetti molto più vicini ad un Renoir della Regola del Gioco (1938), di cui capisco ora sempre più la grandezza del film, o alla concezione Wilderiana nello studio ed analisi sociale.
                          Nei vari frammenti tenuti insieme dalla superba regia di Monicelli ci sono tutti i mali atavici del nostro paese; una burocrazia asfissiante che neanche in tempi eccezionali riesce a smentire sé stessa, una miriade di capi e capetti sempre pronti a soddisfare il proprio ego torchiando chi si trova sotto il proprio comando, la retorica altisonante di chi non ha il culo "al fronte" risultando del tutto alieno alle reali necessità di chi combatte, l'abitudine dell'italiano a lamentarsi sempre di tutto per poi farsela sotto al momento di dover affermare le proprie rimostranze etc... in sostanza un'Italia sempre più uguale a sé stessa ed immutabile. Pure il finale sfugge a qualsiasi retorica pericolosa in cui poteva scadere, affermando al contempo, sia lo stupido orgoglio che per puntiglio impedisce a Giovanni di tradire i suoi connazionali, ma con la determinazione caparbia di chi afferma la propria dignità verso chi si sent a lui superiore, e al tempo stesso anche l'umana meschinità di Oreste, che segue il primo nel suo destino, ma con la sua vera natura che emerge nell'atto finale, commovendo lo spettatore.

                          I soldati di Monicelli nella loro umile semplicità hanno momenti di toccante commozione e solidarietà nel calcolo disumano del tutto (i soldi alla moglie di Bordin), risultando molto lontani dalla costruzione tramite il bignami del marine da film bellico americano, che prescrive il soldato come avente 200 kg di muscoli, decerebrato, spaccone, casinaro, sopra le righe e squadrato nel carattere. La comicità di Monicelli inserita in un contesto che non dovrebbe far ridere in alcun modo (Gallina dixit), provoca una temporanea esorcizzazione dei lati più macabri del conflitto bellico (vedere la mano fuori dal terreno), che non si mangia mai il film, però innanzi ad aspetti come la morte del portaordini, deve necessariamente essere forzatamente messa a tacere, per lasciare spazio ad una sincera commozione; c'è un tempo per ridere di gusto (l'episodio della gallina nella terra di nessuno), un tempo per unire le due cose (stabilire una linea di comunicazione durante l'assalto che rende tutto un casino) e un tempo in cui il dramma deve farla da padrona e ogni ironia o battuta sarebbe inutile (la grande mattanza seguita all'assalto austriaco durante la notte). Monicelli è abilissimo nel dosare la comicità, senza mai scadere nella farsa che avrebbe finito con il danneggiare lo spirito anti-retorico e anti-militarista che regge l'intera pellicola permeata esteticamente da un cupo bianco e nero in tutta la sua durata; certo, come in ogni film con una struttura "frammentata-episodica" indubbiamente ci sono segmenti meno interessanti di altri, qui individuati nei tre spezzoni dedicati a Constantina (Silvana Mangano) e alla sua storia con Giovanni, evidentemente spezzone imposto da Dino De Laurentis in quanto marito dell'attrice, eppure necessario per dare anche un punto di vista femminile del conflitto bellico, che altrimenti sarebbe risultato solo quello maschile e quindi, non esaustiva nell'idea Monicelliana di commedia umana che ha l'ambizione di avere uno sguardo quanto più possibile totale della realtà storica.
                          Vincitore a sorpresa del Leone d'Oro a Venezia insieme al Generale della Rovere, Monicelli con questo film riesce finalmente a far accettare la commedia come genere di valenza artistica da parte della critica "accademica", scatenando polemiche con i ranghi dell'esercito che furono ostili al film e la rabbia (comprensibile) delle popolazioni in cui si combatté il conflitto bellico, ma nulla poterono fare innanzi all'enorme successo di pubblico ai botteghini e spiace che nonostante la nomination agli Oscar, l'academy negò l'oscar a Monicelli, perché questo capolavoro assoluto di originalità, divorava in un solo boccone praticamente il 95% dei film di guerra Hollywoodiani, infarciti di eroismo spicciolo, battute idiote e retorica a palla.

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                          • Wind River di Taylor Sheridan

                            Un grandissimo film passatto troppo inosservato.
                            Questo film comunica uno spaccato vivido, ben documentato, di una società ed un ambiente (gli altipiani del Wisconsin) ai margini, dimenticato e abbandonato beffardamente dal sogno americano. Senza urlare, senza spiattelare, trasuda desolazione e rassegnazione.
                            La scrittura non batte nessuna strada stereotipata, è ben documentata e si vede, i personaggi sono tratteggiati con dialoghi incisivi e originali, poco romanzati. Alla fine di tutto, seppur il cerchio della storia si chiude, è chiaro che non cambierà mai nulla.

                            Passando agli elementi più tecnici, seppur senza guizzi Sheridan se la cava molto bene come esordio alla regia. Sa gestire la tensione, dirigere gli attori, e gira una sparatoria davvero niente male: efferata ma senza l'uso di effetti dozzinali, con una mdp che non distoglie lo sguardo.

                            Gli attori sono bravi, mi spiace solo che una storia così avrebbe giovato dall'usare volti meno famosi, ma un film così poco commerciale immagino non l'avrebbero finanziato senza un paio di star collegate al progetto.



                            Sheridan dopo Sicario piazza un'altro colpaccio, pure migliore per me, se continua così e prima o poi ci scappa il capolavoro. Proseguirò a recuperare il resto dei suoi lavori.
                            Ultima modifica di Cooper96; 11 aprile 20, 12:30.
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                            • Un Borghese Piccolo Piccolo di Mario Monicelli (1977).

                              Si è creata questa cosa per cui tu adesso sei l’esponente della nuova regia italiana, della nuova nouvelle vague italiana: no, non è vero. Sei un buon regista. […] Sei stato il press agent più straordinario che ci sia nella gioventù italiana dai quarant’anni in giù, credimi. Che il film (Io sono un autarchico) poi sia grazioso, siamo d’accordo: ma ti assicuro che è molto meno di quello che tu credi" (Mario Monicelli replica a Nanni Moretti).


                              Un acuto osservatore della realtà come Mario Monicelli con questo suo profetico pensiero, smonta tutto il personaggio di Nanni Moretti e l'inconsistenza del suo pensiero cinematografico-politico, a conti fatti Io sono un Autarchico (1977) visto oggi è roba da residuato bellico, mentre il capolavoro Monicelliano un Borghese Piccolo Piccolo (1977), risulta a distanza di oltre 40 anni una pellicola tremendamente attuale e tutt'altro che "reazionaria" come affermò Moretti, che del film aveva capito solo il sostrato superficiale del terzo atro, senza capire la degradazione umana del protagonista presente sin da subito, che provoca uno sconforto sempre maggiore nello spettatore, mano a mano che la narrazione progredisce.
                              Con un'inquadratura iniziale immersa nel verde della campagna laziale, dove vediamo un uomo e suo figlio in riva ad un corso d'acqua dediti alla pesca, con una fotografia evocativa di Mario Vulpiani che esternalizza l'idea piccolo borghese di eden, subito Monicelli descrive con un'immagine la figura di Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) e del figlio Mario (Vincenzo Crocitti). Giovanni è un piccolo borghese impiegato attualmente al ministero della previdenza sociale (che qua viene chiamato "delle pensioni", era il vecchio nome?), prossimo alla pensione, una moglie come Amalia capace di sopportarlo (Shelley Winters), proprietario di due case (la principale a Roma e l'altra in campagna dove conta di passare la vecchiaia) e padre di un figlio ragioniere che vorrebbe vedere piazzato in un impiego al ministero, se non fosse che c'è da superare un concorso duro, i posti sono solo 900 e Mario non risulta molto sveglio.
                              Siamo innanzi ad una commedia nera nella tradizione di Monicelli che piano piano sfocia sempre più nel dramma, sino alla tragedia nelle battute finali, che mettono in chiaro la mentalità cripto-fascista della piccola borghesia italiana, nascosta dietro l'apperenza bonaria e sempliciotta.

                              L'Italia è irrimediabilmente condannata questa volta e non c'è alcuna speranza di salvezza, perché come dice il prete (Renato Scarpa) profondo conoscitore delle miserie umane in confessione, l'unico destino possibile è un verdetto di distruzione totale, in un paese dove anche la morte diventa oggetto di speculazione ed intrallazzi, con posti già occupati e tutti gli altri defunti disposti in lugubri bare l'una sopra l'altra.
                              C'è da piangere vedendo questo film come questo paese sia sempre uguale a sé stesso con l'assenza di meritocrazia, raccomandazioni da ottenere a qualsiasi costo in modi anche umilianti verso i propri superiori (dialogo tra Mario, Spaziani e Giovanni, di un realismo allucinante e per questo sgradevole a sentirsi, come la forfora che cade dai capelli di Spaziani), corruzione dilagante e soprattutto una mentalità piccolo borghese atta a coltivare il proprio orticello perpetrando sé stessa a scapito di qualsiasi interesse collettivo visto come un qualcosa di alieno; una realtà di paese costruita su tali personaggi ci ha donato un oggi desolante e senza speranza di alcun cambiamento, un'Italia così può benissimo sprofondare nel mare perché essendo fondata su corruzione, arrivismo e ipocrisia, corrompe anche i suoi migliori figli, chi prima e chi più tardi, omologandoli a tale mentalità, magari questa recensione è una sorta di testamento in quanto ancora testa pensante, ma magari tra qualche anno diventerò pure io un piccolo borghese di merda, omologato alla mentalità italiana e quindi accrescendo ancora di più il problema. Alberto Sordi dismette i panni della macchietta dell'italiano medio, pur continuando ad essere una maschera dei vizi e delle negatività dei suoi abitanti, portando il suo personaggio abilmente su un registro sempre più viscido e amorale, pronto a mettere da parte la propria fede cattolica per entrare nella massoneria puntando ad ottenerne i favori e qualche potere, come un compasso che traccia un cerchio, ma quello di Giovanni è piccolo, come la mentalità mediocre impiegatizia a cui appartiene, illudendosi di avere il controllo nel proprio piccolo orticello e coltivare per il resto della vita un'esistenza tranquilla. Abbandonata ogni caricatura comica, Sordi diventa il perfetto ritratto del borghese medio, un uomo stressato, frustrato, cafone e irascibile con la moglie ogni volta che costei si permette di replicare alle sue presunte certezze, sino a farsi sopraffare da una rabbia violenta, che porta un'inquietante scia di vendetta, sangue e morte.
                              Una lucida analisi sul fascismo dell'italiano medio, forse il suo limite nella visione politica dell'autore che in quanto comunista punta il problema solo sulla borghesia, quando in realtà sono tutti i componenti del sistema paese ad essere dei piccoli "Giovanni Vivaldi", ma per il resto è un film tutt'altro che reazionario o un'apologo sulla giustizia privata, poiché il personaggio è negativo sin da subito.

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                              • La Ragazza con la Pistola di Mario Monicelli (1968).

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                                Il look di Assunta (Monica Vitti) è tutto un programma d'altronde; vestito lungo nero, capigliatura kitsch con una lunghissima treccia (simbolo di donna incontaminata?) e il trucco pesante, a cui si aggiunge una parlata siciliana con l'immancabile uso del tempo verbale del trapassato prossimo a tutto spiano e un senso dell'onore spinto ad punto tale di parossismo che praticamente finisce con il renderlo una mera farsa priva di qualsiasi connotazione sgradevole, con il risultato che il rimprovero del dottor Osborne (Stanaley Baker) sulla mentalità selvaggia e primitiva della donna, perde qualsiasi connotazione negativa sembrando anche fuori posto in un film del genere che sin dall'inizio prende tutto in modo leggero, superficiale e con atteggiamento da burletta verso i valori ed il senso della morale siciliana.

                                Assunta dopo essere stata rapita da Vincenzo Macaluso (Carlo Giuffrè) e trascorso una notte di piacere con lui dopo le resistenze iniziali, al risveglio scopre che l'uomo è scappato via per non dover sottostare alle conseguenze del matrimonio riparatore e così essendo disonorata, decide su consiglio della famiglia, di prendere una pistola e partire per la Scozia dove Vincenzo è scappato, per ucciderelo e vendicare l'onore perduto. Questo è l'esile spunto che non riesce a reggere il film per tutta la durata, poichè il contrasto tra la società inglese liberale e progressista e quella arretrata della Sicilia, è buttato su binari troppo stereotipati per via evidentemente degli sceneggiatori Sonego e Magni incapaci di trovare una via più originale di contrasto ed un Monicelli alle prese con una storia pulp ante-litteram di stampo semi-serio (più "semi" in realtà) nello sviluppo della quale non riesce mai a trovare la giusta quadra alla materia, con personaggi secondari interessanti in partenza e poi sbrigativamente abbandonati se non eclissati direttamente dalla narrazione ed una totale assenza della sua caratteristica comicità nera.
                                Non è un pessimo film in toto, tecnicamente le buffe accelerazioni impresse omaggiano certo free cinema inglese e Monica Vitti risulta una buona commediante, creando una donna carismatica e forte in contrasto con la "mollezza" maschile inglese, che Assunta nota negli uomini locali privi del carattere sanguigno Siciliano, rivelando la triste verità di un'isola con una mentalità ancora medioevale dove le stesse donne condividono il loro ruolo subalterno a quello maschile, con un vetusto concetto di onore da difendere ma alla prova del piacere passa subito in secondo piano, il che sono le due intuizioni più riuscite da parte di Monicelli, che per il resto si adagia sui binari collaudati della commedia nostrana, seppur regali un finale progressista anche se relega l'evoluzione di Assunta totalmente fuori campo. Monica Vitti vinse molti premi tra cui quello di miglior attrice al festival di San Sebastian, abbastanza meritato perchè regge sulle proprie spalle tutto il film, oscurando i pur simpatici Giuffrè e Baker, riuscendo a farsi percepire dagli occhi del pubblico anche come attrice da commedia e non solo come volto simbolo dell'esistenzialismo del cinema di Antonioni.

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