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  • Il Processo di Orson Welles (1962).

    In tutta la carriera del regista c'è un altro film di Orson Welles oltre al leggendario Quarto Potere (1941), a non aver avuto problemi produttivi ed in fase di montaggio, potendo anche contare su un budget finalmente decente (poco più di 1 milione), questa pellicola è Il Processo (1962), che è quindi un film 100% Welles.
    Non è un film che rispecchia fedelmente la trama del libro di Kafka, anche perché sarebbe stato impossibile un adattamento fedele all'opera originale dato lo stile complesso adoperato dallo scrittore Cecoslovacco e la narrazione tramite monologo interiore del protagonista, però come già dissi in occasione di recensione di film come Colazione da Tiffany di Blake Edwards (1961) e Il Padrino di Francis Ford Coppola (1972), la fedeltà al libro non è un elemento da prendere in considerazione nel valutare una pellicola, ma al massimo se proprio vogliamo considerare l'opera cartacea, c'è da dire che Welles è stato fedele allo spirito del romanzo, traendo da esso un adattamento cinematografico originale e con spunti di riflessione legati anche all'attualità del suo tempo.
    Orson Welles si disinteressa alla logica narrativa degli eventi narrati, che non trovano razionalità alcuna se letti alla luce dei rapporti causa-effetto, d'altronde il regista è onesto nell'inserire un racconto diegetico iniziale, che farà capire subito allo spettatore di trovarsi innanzi ad una narrazione per nulla classica.
    Josef K. (Anthony Perkins) è un borghese dell'esistenza tranquilla e normale, con un impiego d'ufficio rispettabile, finché un giorno al suo risveglio si ritrova in camera sua degli agenti di polizia che gli dicono che è in arresto, senza però rivelargli né la gravità del reato né tantomeno i capi d'accusa.

    Le risposte alle domande del signor K. sono ondivaghe ed indefinite, spesso poste sottoforma di ulteriori domande che finiscono con il porre ulteriore incertezza nella mente di Josef.
    La vicenda priva di locazione spaziali definite, sembra collocarsi in un paese indefinito dell'est europa sotto la dittatura sovietica fatto di stradoni deserti e ed edifici dalle architetture imponenti ma uguali a sé stesse, simbolo di forzata massificazione sociale. È l'elogio delle architetture in cemento e metallo, in cui l'umanità è alienata come automi al servizio di un sistema molto più grande di loro, che li annienta in ogni individualità come la massa di lavoratori fissi alla scrivania nel grande ufficio lavorativo, palesemente "costruito" nella sua finzione sbattuta in faccia, quasi ad accentuare il clima spersonalizzante e farsesco a cui è obbligata la massa; inquadratura tra l'altro presa pari pari da film come L'Appartamento di Billy Wilder (1960) e la Folla di King Vidor (1928).
    La narrazione diventa sempre più contorta e disinibita verso qualunque idea di razionalità, portando all'estremo lo stile di Welles, che accentua i contrasti tra bianco e nero, trasformatasi qui in un grigio cupo opprimente e claustrofobico, per via delle prospettive sfasate delle scenografie e gli obiettivi grandangolari deformano i visi dei personaggi, regalandoci atmosfere allucinanti dall'alta sperimentazione visiva, con sequenze che arrivano a sfociare in puro horror avanguardista mescolato con l'espressionismo tedesco ed i barocchismi esasperati tipici del cinema del regista. Dai piani sequenza iniziali, si passa mano a mano sempre più verso un montaggio frammentato che scompone lo spazio-tempo in una miriade di frame sempre più caotici nella loro oscuro significato.
    Un film quindi pienamente Kafkiano nello spirito, che gioca dell'impossibilità di una qualsiasi distinzione tra realtà ed incubo che comprime la vicenda anche dal punto di vista temporale.

    Questa volta la figura del titano più che incarnata da un singolo personaggio, assume le fattezze di un sistema dalle logiche incomprensibili, tramite un processo senza contraddittorio alcuno, nel quale il potere dei giudici è immenso, finendo con il negare all'uomo ciò a cui in uno stato democratico sarebbe destinato; la legge, chiudendogli in faccia le porte. Ogni tutela legale è scomparsa, chi si occupa della legge, abusa del proprio potere sfruttando per il proprio piacere le donne come emanazione esterna dellla propria autorità sempre più corrotta, perfettamente conniventi con una corrotta classe forense incarnata qui nella persona dell'avvocato Hastler (Orson Welles). Chi dovrebbe difendere la parte debole nel processo, in realtà è complice dell'apparato giudiziario farraginoso, contorto e senza fine, arrivando ad annichilire tramite ripetute umiliazioni i clienti che da anni si affidano alla loro "pseudo-professionalità", trovandosi invece in un girone infernale dantesco con attese senza fine. Josef K. assume un atteggiamento di ribellione attiva a tutto questo, gridando l'iniquita' del sistema che lo schernisce, mentre altre vittime subiscono passivamente tale situazione da tempo immemore. Si invecchia per tempi infiniti, giungendo per chi se oppone ad un sinistro finale apocalittico con chiari rimandi alla corsa agli armamenti USA-URSS. Perkins alla miglior interpretazione della sua carriera, perfettamente abile ad incarnare un individuo comune quanto sempliciotti alle prese con una situazione surreale priva di qualsiasi logica conducendo la battaglia con vigore attivo, ma sempre più chiara nel giungere ad una sconfitta. Ottimo come sempre Orson Welles e le varie attrici come Jeanne Moreau, Elsa Martinelli e la stupenda e bravissima Romy Schneider, finalmente svincolata dai panni di Sissi, in un ruolo di forte rottura. Dispiace forse la posizione del regista a favore di certe idee del centrodestra nostrano (specie Berlusconi e Salvini) sui processi, perché io sono sulle giuste posizioni giustizialiste del giornalista Marco Travaglio e del giudice Davigo, che giustamente subordinano il tempo dell'accertamento al principio più importante in assoluto, cioè la colpevolezza o innocenza dell'imputato, senza bestialità come la prescrizione (che nell'ordinamento anglosassone non esiste), credo che quindi la critica del regista vada letta al potere autoritario in generale, altrimenti il film diventerebbe reazionario e quindi politicamente inaccettabile.
    Flop di pubblico alla sua uscita, con critiche negative da parte della stampa subumana degli Stati Uniti, evidentemente non in grado di comprendere un film di tale portata epocale, né tantomeno il romanzo di partenza troppo elevato per le loro menti poco avvezze alla vera arte. Nel tempo è stato rivalutato da qualche critico e finalmente oggi lo si può considerare un capolavoro assoluto della storia del cinema.



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      GLI SDRAIATI Regia di Francesca Archibugi
      In una Milano ordinata, elegante e vivaddìo “assemblata”, ritratta con sobrio gusto compositivo , filmata senza ansie da filmaker sborone, il popolare giornalista televisivo Giorgio (un Claudio Bisio particolarmente trattenuto)macera nella settennale conclusione del suo matrimonio, pur godendo di una solida preparazione umanistica che gli da(rebbe) occasione di nuove relazioni, ed ha un gran daffare a “percepire” le esigenze del convivente figlio Tito, liceale scostante ed a sua volta diviso tra la compagnia di amici e la nascente relazione con Alice ; coetanea e figlia di una ex di Giorgio, proprio dei tempi del tradimento coniugale che sancì la mai rimarginata separazione.


      Per chi considerasse blasé seguire “Il Segreto” o “Tempesta D'Amore”, qui un'alternativa , non a caso di solido successo , a partire dal romanzo di Michele Serra che ha scaturito “Gli Sdraiati”, con tutti gli snodi e topoi drammatici a misura e distanza, che nel corpus cinematografico assumono a valenza di archetipi , invece e naturalmente rimanendo incresciosi stereotipi che mai, comunque, arrischiano seriamente a minare il benessere del loro target di riferimento, probabilmente silenziato al pari dei protagonisti nei propri sopportabili sensi di colpa .Non si arriva alla “indecenza” di un completo lieto fine ma suvvia...Né d'altronde qualche frecciatina nell'ambito del costume progressista benestante salva Serra dalla sua deriva neo-conservatrice, già acclimatata _ come nel film _ nell'ambiente degli autori televisivi. Tralasciando i gggiovani, che protestano la loro condizione di borghesi svogliati (sdraiati) farfugliando tentativi di recitazione, perviene piuttosto l'amabile caratterizzazione del “nonno” Cochi Ponzoni e la ricerca dei toni di Antonia Truppo (la ex); mentre Gigio Alberti e Sandra Ceccarelli appaiono poco, e fin troppo uguali a loro stessi(imho).
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      • Brevi opinioni su alcuni film visti ultimamente:

        Dillinger è morto di Marco Ferreri (1969)

        Purtroppo devo ammettere che non mi è piaciuto più di tanto, sarà che non ho trovato la giusta chiave interpretativa, anche se credo di averci visto qualcosa sul contrasto uomo pubblico/uomo privato e sulla crisi virile che sfocia in violenza. Alcune sequenze mi sono rimaste impresse ma non sono riuscito ad appassionarmi al film nel complesso.

        Suicide club di Sion Sono (2001)

        Da altri utenti considerato il suo capolavoro o tra i suoi migliori film io non mi sono strappato le vesti e continuo a preferirgliene altri. Ha sicuramente avuto il merito di creare una storia sulla viralità quando i social non esistevano ancora e internet non era ancora così diffuso e comunque diverso da oggi.

        Nuda per un pugno di eroi di Yasuzô Masumura (1966)

        Film che parla essenzialmente di guerra, malattia e sesso, dimostrando come le priorità umane cambino in condizioni difficili e l'affetto, anche in forme perverse o caritatevoli, diventa il bene più importante ma può essere anche letale. Intenso e poetico, se riuscite a trovarlo è sicuramente una perla da riscoprire.

        Love Exposure di Sion Sono (2008)

        Il mio preferito di Sion Sono continua a essere Why don't you play in hell? ma questo va a giocarsi il secondo posto con Cold fish. Dopo i primi quaranta minuti piuttosto lineari e non proprio sconvolgenti in cui ti chiedi cosa mai ci sarà da raccontare per quasi quattro ore iniziano a cambiare i punti di vista e si scopre che tutto fa parte di un disegno più grande che comprende religione, metodi educativi, sette religiose, sessualità, goliardia tra amici e dove nessun tassello è messo a caso.

        Irreversible di Gaspar Noè (2002)

        Se non fosse per il montaggio Memento-style che dà un minimo di senso alla visione credo lo considererei tra i film più brutti che abbia mai visto. Tutte le sequenze iniziali con camera a mano fanno solo girare la testa. Più va avanti il film più lo stile registico si calma in coerenza con ciò che viene raccontato ma al di là di quest'idea non ci sono veri guizzi.
        Il film è famoso per due scene incriminate di cui una in particolare ha fatto scandalo. Se siete curiosi cercatevele su Youtube o guardatevi solo quelle, il film intero non ve lo consiglio.
        Ciononostante ora desidero completare la filmografia del regista con la visione di Enter the void.

        Tesnota di Kantemir Balagov (2017)

        Dopo La ragazza d'autunno il recupero dell'opera prima del regista conferma che siamo di fronte a un nuovo talento del cinema d'autore del cinema europeo.
        Piuttosto diverso dal film successivo ha in comune la capacità di descrivere fatti del passato (in questo caso piuttosto recente, adatta una storia di fine anni '90 di cui ha sentito parlare nella città in cui è cresciuto) per far riflettere sulla società russa. Ci ho visto ispirazioni a Mungiu, confermate da recensioni che poi ho letto, ma anche al cinema di Zvyagintsev.

        I cattivi dormono in pace di Akira Kurosawa (1960)

        Prima di girare il più famoso Anatomia di un rapimento Kurosawa aveva fatto un altro grande e amarissimo noir che descriveva la società e l'economia giapponese.

        Cattive acque di Todd Haynes (2019)

        Come già immaginavo confermo che è un godibile film di denuncia piuttosto ordinario. Haynes, abituato a girare un'altra tipologia di film, non è riuscito a dargli un tocco particolare. Avendo visto di recente Richard Jewell credo invece che Eastwood sarebbe riuscito a dare molto più cuore ai personaggi e rendere la storia più avvincente.

        Swallow di Carlo Mirabella-Davis (2019)

        In qualche modo ho avuto la sensazione che si trattasse della versione indie, più sottile e più riuscita di The invisible man. Non si parla espressamente di abuso e violenze domestiche da parte del marito, ma l'oppressione di questa donna che si ritrova sempre chiusa in casa senza contatti con il mondo esterno è comunque quella di chi si trova a dover accettare e dichiarare di essere felice anche senza esserlo. La patologia che sviluppa di ingoiare oggetti rappresenta a mio parere l'assorbimento di pressioni e giudizi altrui senza poter reagire. Quando viene scoperta ovviamente la patologia viene considerato come un problema suo intrinseco senza pensare che possa essere indotta dagli altri. Un personaggio fa poi questa intuizione e il film prende anche un'altra piega che non spoilero. Bella sorpresa comunque.

        Vivarium diLorcan Finnegan (2019)

        Ne ero interessato sin da quando l'avevano presentato alla Semaine de la Critique dell'ultimo festival di Cannes e devo dire che non ha deluso le mie aspettative.
        Alla fine non è altro che un metaforone che in poco più di un'ora e mezza di durata ha anche tempi morti, ma questi film che descrivono la società come una macchina capitalista di cui l'uomo è un ingranaggio e in cui non ci sono o non sembrano esserci via di uscita fanno sempre effetto su di me.

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        • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio

          Irreversible di Gaspar Noè (2002)

          Se non fosse per il montaggio Memento-style che dà un minimo di senso alla visione credo lo considererei tra i film più brutti che abbia mai visto. Tutte le sequenze iniziali con camera a mano fanno solo girare la testa. Più va avanti il film più lo stile registico si calma in coerenza con ciò che viene raccontato ma al di là di quest'idea non ci sono veri guizzi.
          Il film è famoso per due scene incriminate di cui una in particolare ha fatto scandalo. Se siete curiosi cercatevele su Youtube o guardatevi solo quelle, il film intero non ve lo consiglio.
          Ciononostante ora desidero completare la filmografia del regista con la visione di Enter the void.
          Uno dei miei film della vita ma capisco non possa piacere. Non c'è nessun montaggio Memento-style. E' montato dalla fine all'inizio, nell'illusione di poter rendere reversibile quello che non si può rendere reversibile (all'ultimo Venezia però è stata presentata la versione montata al contrario, o meglio nel senso giusto, dall'inizio alla fine... chissà com'è). Io l'ho rivisto un po' di tempo fa e mi aveva colpito il fatto che ogni scena fosse girata in un unico piano-sequenza (in macchina poi c'è lo stesso Noè, che è un grande operatore). Lo stupro di Monica Bellucci nel sottopassaggio disturba, ma è storia del cinema.

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          • Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn di Cathy Yan (2020)
            ... a.k.a. Joker al femminile. La scalata al potere di una giovane ragazza arriva per raccomandazione, fino a rendersi conto che per ottenerlo ha perso qualcos'altro: la libertà. Per liberarsi da queste catene non è però sufficiente tagliare i ponti con il boss Joker; no, c'è bisogno di un segnale deciso, di bruciare la vita passata per risorgere dalle ceneri e giungere a una tanto agognata libertà. Si fa per dire, perchè ogni azione genera una reazione di senso opposto e tante sono le malefatte che la nostra ha potuto compiere indisturbata in questi anni e non si possono semplicemente lavare via, come i tatuaggi nella faccia di uno dei malcapitati... o i suoi, documento biografico di una criminale. Perciò cara Harley, ricordati di non dimenticare (che non ti puoi prendere quella borsetta al mercato, perchè la polizia ti insegue e i civili pure), la città ti aspetta al varco e quel bastone (o mazza che sia) che hai lanciato tornerà verso di te; sta a te essere all'altezza e riprendere il controllo della tua vita. Libertà e solitudine, però, non vanno a braccetto; ecco quindi che in casa Quinn arriva un animale domestico, una iena, espressione della sua forza interiore, ma la vera forza di andare avanti giungerà dalla compagnia di una bambina e dalla riscoperta di un concetto da troppo tempo perduto che metterà ordine nella sua testa: la famiglia. Solo così Harley potrà giungere alla tanto agognata libertà, che qui prende forma nell'ambiguità di una persona che va in crisi per la perdita del girl's best friend. Ma il potere della famiglia e dell'alleanza si rivelerà più solido di quello della delegazione e del terrore. Il finale, rigorosamente dopo i titoli di coda, chiude il cerchio manifestando la libertà di Harley (e del film stesso) nei confronti dell'universo condiviso. Voto 6,5/10
            Ultima modifica di p t r l s; 30 marzo 20, 10:33.
            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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            • Originariamente inviato da Fish_seeks_water Visualizza il messaggio

              E' montato dalla fine all'inizio, nell'illusione di poter rendere reversibile quello che non si può rendere reversibile
              Quella scelta di montaggio l'ho sempre vista anch'io così, infatti è ben diversa da quella fatta in Memento.
              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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              • The Abyss (1988) Di James Cameron

                Ovviamente, versione estesa (peccato che non esista in HD).
                È un film invecchiato veramente bene, ci sono tutti i crismi di un film tipicamente di Jimbo. Il messaggio politico/ambientalista anche qui come poi con Avatar si fa centrale e guida della trama.
                Il film regale un Ed Harris con un interpretazione magistrale, la scena della rianimazione da sola vale il prezzo del biglietto.
                È più sporco e crudo rispetto a quelli che verranno dopo, più vicino alla fase iniziale della carriera di Cameron (Aliens su tutti) che ai successi recenti.
                È un monumento al cinema sottomarino, di cui probabilmente questo film contiene il meglio mai fatto.
                Cameron ripigliati.

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                • Niente da nascondere di Michael Haneke

                  Ho una predilezione per il regista austriaco, ma questo film non mi ha mai convinto fino in fondo, e rivedendolo non ho cambiato idea. A mio avviso, l'impianto teorico è troppo predominante rispetto al resto.

                  Buon giorno di Yasujiro Ozu

                  Mi aspettavo un Ozu minore e invece mi son trovato di fronte all'ennesima perla del maestro giapponese. Un film pieno di grazia.

                  https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                  "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                  • L'ultimo film che ho visto è Shutter Island ed è semplicemente stupendo, l'ho trovato per caso in questa lista di film thriller da vedere.

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                    • Tolkien.

                      Film godibile per gli appassionati di Tolkien. Lontano però dall'essere un film memorabile, tutto troppo superficiale ci sarebbero volute 2 ore e mezza per fare una cosa fatta bene . Da lacrimuccia la scena finale.

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                      • Looper.

                        Davvero sorprendente. Dopo Knives Out altro film che vedo di Johnson ed entrambi davvero ben fatti, questo a mio avviso di più, l Ho preferito.
                        Anche qui confezione ottima, e a parte i vari nosense dei viaggi nel tempo molto ben scritto.
                        Bello bello, ad una certa pareva quasi un film sui mutanti quando il bambino ha scatenato il suo potere telecinetico.

                        Ora, io non so di Star Wars perche non l'ho mai visto, ma dubito abbia ciccato quel film se tanto mi da tanto. Poi magati mi sbaglio e ha stravolto una mitologia.

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                        • Originariamente inviato da Andrea90 Visualizza il messaggio
                          Ora, io non so di Star Wars perche non l'ho mai visto, ma dubito abbia ciccato quel film se tanto mi da tanto. Poi magati mi sbaglio e ha stravolto una mitologia.
                          Dipende a chi lo chiedi.
                          Luminous beings are we, not this crude matter.

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                          • Star Wars: Episodio IX - L'ascesa di Skywalker di J.J. Abrams (2019)
                            Titolo particolare, di sicuro poco orecchiabile e, visto anche il film, agnostico. La trilogia si apre in medias res con una guerra galattica e prosegue nel film successivo andando un po' più a fondo sulle dinamiche sociali che portano ad un nuovo conflitto a una trentina d'anni dal precedente (non pochi: è bene ricordare che è poco più della distanza che separa un bambino appena nato dal trovare la sua dimensione nel mondo... o, parallelo suggerito da Abrams stesso, poco più dell'intervallo temporale tra le due guerre mondiali... la galassia lontana lontana che si fa sempre più vicina). Questo nono capitolo non è altro che l'altra faccia della medaglia del capitolo otto, con l'attenzione rivolta, invece che a opportunisti come DJ, a persone che decidono di "fare la cosa giusta". Se l'otto mostra cosa porta a ritrovarsi nella selva oscura, il nove mostra la retta via da seguire per rivedere la luce. Si arriva dunque ad un'espansione di quel concetto spirituale della forza (energia vitale che risiede in tutti noi): da quel bambino che trae a sè la scopa si giunge ad altri cresciuti ed educati a guerre e crudeltà che, facendosi "forza", decidono di fare la cosa giusta e disertare, destinati a dare una "ripulita" a questa galassia marcia e corrotta... rappresentata simbolicamente dal "piromane nolaniano" Palpatine, che cambia idea ad ogni decisione di Rey, perseguendo un unico scopo: il male comune. La nuova parentela di Rey a questo punto è solo un dettaglio poco utile, che rafforza un concetto già bello "forte" di suo. Finale incandescente, con l'ultimo Skywalker che ascende in cielo ergendosi, assieme a tutta la sua famiglia, a simbolo di "nuova e rinnovata speranza" per le generazioni a venire, e Rey che, a spade incrociate, respinge le malefatte allo "sfregiato" Palpatine (curioso che lo stesso titolo anteponga l'eretta "I" a quella simbolica "X" tanto iconica nel Cinema). Voto 8/10
                            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                            • Menocchio - Alberto Fasulo (2018)

                              Ero un po’ prevenuto, il soggetto mi sembrava televisivo e credevo lo potesse essere anche il film. Invece no, non lo è. Non lo è la messa in scena, tutta giocata sui primi piani (ma anche sull’assenza di controcampi, negli interrogatori degli abitanti del paese), non lo è la fotografia (piena di neri, di ombre) e non lo è neanche la lingua, con i suoi accenti (siamo in Friuli), piuttosto inedita nella produzione nostrana. Molto bravo, e con il volto giusto, l’attore che interpreta l’eretico Menocchio, Marcello Martini, ma anche le altre scelte di casting risultano azzeccate (formidabile il cardinale luciferino). La storia è quella di un mugnaio pensatore che mette in discussione i dogmi della Chiesa (la verginità della Madonna, l’anima che sopravvive al corpo e va in Paradiso ecc.) entrando inevitabilmente in conflitto con le autorità ecclesiastiche, che lo sottopongono a processo e lo costringono infine, come Galileo, all’abiura. Il racconto è forse un po’ troppo placido (tutto costruito com’è in sottrazione) e a tratti l’attenzione cala, ma l’assenza di medietà nell’operazione (e nelle intenzioni del suo autore) non può che farcelo apprezzare. Tra il 6,5 e il 7.


                              Sole - Carlo Sironi (2019)

                              Mi aspettavo un film dardenniano (come molto altro cinema giovane italiano), invece questo Sole dardenniano lo è ma solo nella poetica, non nello stile. Non c'è nessuna camera a mano che pedina i personaggi, qui, anzi, la macchina è sempre fissa e cerca la bella composizione, il tableaux (anche alla luce del formato 4:3). Dardenniano (ma anche pasoliniano) lo è per quanto riguarda la storia raccontata, o meglio, i protagonisti di questa storia (che è una storia di uteri in affitto, false adozioni ecc. come nel trucido e irricevibile Una famiglia di Sebastiano Riso)... lui nullafacente, orfano di padre, che ammazza il tempo buttando soldi (perlopiù rubati) al videopoker; lei ragazza polacca incinta che arriva in Italia per dare via il bambino a una coppia (gli zii di lui) in cambio di una grossa somma di denaro (per iniziare, con quella somma, una nuova vita in Germania).
                              All'inizio mi sembrava un po' piatto, la recitazione di lui piuttosto rigida (ma lo avranno scelto principalmente per il volto... antico, proletario, pasoliniano), poi però riesce a farti entrare dentro e, al netto della sua lentezza, coinvolgerti. Il finale è molto bello, non consolatorio ma duro (e comunque ugualmente commovente). Poteva durare 15-20 minuti in meno e ne avrebbe giovato. Lei - Sandra Drzymalska, attrice uscita da una scuola di recitazione polacca - è molto brava. Cameo di Vitaliano Trevisan (l'indimenticato protagonista di Primo Amore di Garrone) nel ruolo di un ginecologo. Tra il 6,5 e il 7.

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                              • Qualche cagatella/filmetto/filmotto visto per ingannar le ore.

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                                SEBERG: la Stewart - ancora lei - indossa qui i panni della nota diva di cui al titolo, e cerca forse di suggerir paralleli tra la sua figura di ex-attricetta che si vorrebbe più "impegnata" e quella della fanciulla perseguitata dall'FBI. In ogni caso, ne vien fuori un filmetto in costume (anni sessanta) davvero piatto, trito, anonimo, insignificante; alla lunga pressochè insopportabile.

                                VIVARIUM: questo invece l'ho trovato caruccio. L'idea è un poco usurata ma viene variata benino, e la storiella, che tutto sommato incuriosisce e inquieta, viene condotta in porto con una certa coerenza ed eleganza. Mi ha messo molta tristezza.

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