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  • Tuta blu di Paul Schrader (1978)

    Il titolo originale è Blue collar ed è il primo film da regista di Paul Schrader, che già si era fatto conoscere per avere scritto diversi film, tra cui Complesso di colpa di Brian De Palma e soprattutto Taxi Driver di Martin Scorsese.

    Anche in questo caso lavora su una propria sceneggiatura e il film si potrebbe brevemente riassumere in questa citazione che viene ripetuta due volte nel corso della sua durata: " «Mettono i vecchi contro i ragazzi, gli anziani contro i nuovi, i negri contro i bianchi… e tutto per tenerci bloccati».

    Il principale difetto è forse quindi quello di voler arrivare a una conclusione già prestabilita, andando magari un po' troppo velocemente e senza approfondire tutti i passaggi a dovere. Al di là di questo è un prodotto molto valido ambientato nel mondo operaio, come facilmente intuibile dal titolo e dalla citazione che ho riportato.
    Il film è molto spietato nel descrivere le vicissitudini dei tre protagonisti, tra cui compare anche un giovane Harvey Keitel, che cercano uno stratagemma per ottenere più potere nel sindacato e rivendicare maggiori diritti sul luogo di lavoro. Il pessimismo di fondo dell'opera vuole ricordare tuttavia che a volte una buona idea rischia di non essere sufficiente se manca una strategia di lungo termine e se non si sono fatti i conti con nemici troppo potenti o sulla meschinità di chi ti dovrebbe proteggere, con la conseguenza che chi ha il potere può anche facilmente calmare le ribellioni sul nascere.

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    • Film visti :

      L'Armata Brancaleone di Mario Monicelli (1966).

      Oggetto curioso questa Armata Brancaleone (1966), che ancora una volta di più mostra il grande talento del regista Mario Monicelli, troppo a lungo relegato dalla critica solo come ottimo artigiano, quando in realtà è stato una delle voci più originali della commedia, sfruttando i canoni del genere per creare ritratti di un'epoca. Sulla scia della Grande Guerra (1959), Monicelli adatta i canoni della commedia nostrana inserendolo in un contesto storico che questa volta coincide con il medioevo, senza però voler cercare alcuna pretesa di realismo sia negli eventi che nei costumi, poiché abbiamo una reinvenzione della storia ambientata nel XI secolo all'alba della prima crociata, mescolata con situazioni ed anacronismi vari, di cui i più evidenti sono i vestiti dei personaggi, specie quelli del cavaliere Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) e Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volonté), quest'ultimo addirittura sembra uscito da una pellicola oriebtale, con una veste ed il modo di portare la lancia più vicino ad un samurai giapponese che ad un uomo vissuto nel medioevo italiano, sino a sfociare in barocchismi costumistici da pellicola Felliniana nella presentazione della famiglia Leonzi con il loro vestiario dal sentito sapore mediorientale o i regali panni di Matelda (Catherine Spaak), tipici di una principessa asiatica, tutto questo grazie al lavoro di Piero Gherardi, il quale aveva lavorato varie volte con Fellini.
      Sviluppandosi in modo frammentato, ondivago ed episodico, il film risulta coerente con il termine armata Brancaleone, entrato nel lessico comune, per indicare un'accozzaglia di individui dalle differenti idee, che si muovono in modo confuso, con il tema musicale iconico di Carlo Rustichelli e gli ottimi titoli di testa, che accentuano il carattere picaresco delle vicende tra vita e morte, sacro e profano, con comicità fusa a scontri sanguionolenti, per attestare comunque il periodo storico in cui è ambientato il film.

      Brancaleone da Norcia è tutto tranne che un eroe, muovendosi in lungo e in largo per le lande, insieme ad un manipolo di accattoni come il notaio ebreo Abacuc (Carlo Pisacane), Pecoro (Folco Luli), Tacconi (Gianluigi Crescenzi), Mangoldo (Ugo Fangareggi) a cui si unirà il principe bizantino Teofillatto girovagando tra un posto e l'altro vivendo rocambolesche avventure, interloquendo tra loro in un italiano dialettale mescolato con evidenti arcaismi e latinismi, creando un'idioma immaginario, ma capace appieno dei personaggi vividi poiché percepiti in questo modo dallo spettatore che figure tangibili che vivono in un determinato contesto che non è quello presente, creandobin questo modo un realismo dell'immaginario, frutto di una fusione tra linguaggio basso e quello aulico, con buffi risultati sul piano comico, specie nel modo pomposo in cui si esprime Brancaleone nel suo ebbro istrionismo (strepitoso Gassman), che sembra chissà cosa ed invece è solo un cialtrone che accumula disastri in successione, seguito nei suoi fallimenti dai suoi compagni, con un Gian Maria Volonté amabilmente dissacrato rispetto ai ruoli per cui lo conosciamo e dispiace che Monicelli a distanza di anni rimpianga l'imposizione produttiva e la sua prima scelta per il ruolo che era Raimondo Vianello, quando l'attore milanese risulta buffo con il suo voler essere a tutti i costi sagace ed intelligente, non riuscendo a combinare anche lui qualcosa di buono. Monicelli sembra dire che anche nel medioevo virtù e vizi tipici del popolo italiano erano i medesimi, non essendo poi cambiato molto rispetto a quei tempi, poichè divisioni, litigiosità e andare avanti senza un orizzonte preciso sono ancora mali atavici ben presenti nel nostro paese, dimostrando ancora una volontà la capacità analitica del regista capace di creare un capolavoro cinematografico e lessicale tutto da gustare nella sua costruzione.

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      • Prima Pagina di Billy Wilder (1974).

        E' sempre piacevole vedere un film del Dio del cinema, specie nel panorama odierno sempre più malandato e desolante della settima art americana oramai ridotta per lo più a spazzatura con buona pace di pochi illuminati registi che ancora lottano per l'arte.
        Negli anni 70' si dice che il cinema di Billy Wilder sia crollato o scaduto di livello, evidentemente questa gente non sa cosa dice e capisce poco di cinema, visto che con Prima Pagina (1974), sono alla sua seconda opera di quel decennio, la quale dimostra semmai ancora la grandezza del regista quindi l'eventuale declino è rimandato forse ad altri film o ad altri registi della vecchia Hollywood. Wilder non amava girare dei remake, ma in questo caso fece un'eccezione anche se più che un rifacimento della Signora del Venerdì di Howard Hawks (1940) è un riadattamento dell'opera teatrale omonima di Ben Hecht, della quale il regista decide di mantenere l'ambientazione originaria del 1929, anche se alla fine della visione risulta chiarissimo come gli USA siano un paese sempre uguale a sè stesso in ogni tempo e spazio.
        Partendo dalla situazione del giornalista Hildy Johnson (Jack Lemmon), brillante cronista del Chicago Examiner, che vorrebbe lasciare la carriera per sposarsi con Peggy Grant (Susan Sarandon), Wilder insieme al suo fido sceneggiatore I.A.L. Diamond, confeziona una commedia che grazie al suo ritmo brioso e al cinismo di cui è pregna, riesce brillantemente a superare i problemi tipici del "teatro filmato", sfruttando con estrema sagacia registica in modo abile lo spazio scenico della sala stampa della Corte Criminale, in cui sono radunati vari giornalisti in attesa di assistere all'esecuzione tramite impiccaggione di Earl Williams (Austin Pledenton), accusato di aver ucciso un poliziotto di colore, quando in realtà lo si vuole togliere di mezzo per le sue idee anarchiche anti-capitaliste.
        Il ritratto dell'america di Billy Wilder è altamente impietoso, partendo dalla figura dei giornalisti per cui Wilder (come il sottoscritto) non nutre alcuna simpatia sin dai tempi di quel capolavoro dell'Asso nella Manica (1951), tramite il personaggio interpretato da Lemmon confeziona sagaci massime ciniche su come tale categoria giochi tranquillamente a poker e si sbronzi di alcool in modo pigro come becchini in attesa del morto sul patibolo, per poi poter ricamare false notizie per pompare le vendite dei loro rispettivi giornali, siamo lontanissimi quindi dal ritratto anti-storico ottusamente agiografico che ad esempio il sopravvalutato Steven Spielberg compie in The Post (2017), Wilder aveva capito già decenni orsono tutto sulla non etica posta alla base della categoria a cominciare dallo sciacallo direttore del Chicago Examiner Walter Burns (Walter Matthau), che concepisce la propria professione con l'unico scopo del profitto e zero interesse ad informare il pubblico della realtà dei fatti, arrovellandosi sin da inizio film su come infiocchettare la notizia dell'impiccaggione di Williams dispiacendosi che nello stato non fosse in vigore la morte per sedia elettrica, privando così la possibilità di poter sfruttare titoli shock in prima pagina, nonchè il suo totale cinismo nei confronti delle imminenti nozze del suo dipendente Johnson, che finirebbero con il privarlo di un ottimo cronista e quindi fa di tutto per sabotarle.

        Nel "paese della libertà" intorno all'esecuzione di un povero uomo il potere mediatico, giudizario e politico, divente tutt'uno per banchettare al triste tavolo in modo da trarre ciascuno per sè il massimo profitto dalla vicenda, a cominciare dallo sceriffo Hartman (Peter Gardenia) che vede complotti bolscevichi ovunque e cercando in Williams un perfetto capro espiatorio innanzi all'opinione pubblica per placare la loro paranoia anti-comunista, il tutto con il compiacente sindaco (Harold Gould), che insieme al suo fido sceriffo, è riuscito ad ottenere la posticipazione dell'esecuzione di qualche giorno per poter beneficiare elettoralmente dell'accaduto ed infine la categoria della stampa, che dovrebbe servire "chi è governato e non chi governa" (Sentenza della Corte Superma degli Stati Uniti d'America del 1971) ed invece ha totalmente abdicato al proprio compito per confezionare sensazionalismo tanto al chilo e scoop creati ad arte per compiacere gli istinti dei loro lettori allo scopo di aumentare le vendite dei quotidiani e quindi si ritorna sempre lì; la ricerca del profitto e del potere al di sopra di ogni cosa, cercando eventuali problemi che inceppino tale stile di vita non all'interno del paese, ma sempre a cause esterne a cominciare dalle ideologie comuniste ed anarchiche, quest'ultima sostenuta di Earl Williams considerato un nemico ed un anormale solo perchè non è uno zombi alienato dalla società dei consumi, ponendosi degli interrogativi sulla non giustizia alla base del capitalismo che muove il sistema paese.
        Si ride meno rispetto ad altre opere del regista, solo perchè oramai con la scomparsa del codice Hayes il cinema di Billy Wilder s'è fatto ancora più cinico e senza alcuna speranza verso i propri protagonisti, all'invettiva non sfugge neanche Hildy Johnson interpretato da Jack Lemmon, vittima della sua sete giornalistica arrivando a trascurare la futura moglie, sotto lo sguardo perso ed incredulo della giovane ma già bravissima Susan Sarandon, attrice il cui impegno civile a favore della causa di sinistra (e non il surrogato scadente del Partito Democratico USA) è sempre stato netto.
        Wilder mette tutto in scena con toni esagerati, grotteschi, parodistici e sopra le righe, i giornalisti, le autorità e tutti gli altri personaggi non sono altro che macchiette ridicole. Gli unici a salvarsi, rispetto agli altri, sono i personaggi guarda più ai margini del sistema come il condannato a morte motore di tutta la storia e la prostituta della zona, con la loro storia d'amore. Al di la della forte critica al giornalismo e alla società in generale Wilder ci regala l'ennesima commedia frizzante piena di spunti divertenti (la scrivania, i telefoni, gli stratagemmi di Burns per mandare a monte il matrimonio), diretta con l'abilità del maestro che era e per di più con un ritmo rapidissimo che fa letteralmente volare il minutaggio, giungendo ad un finale che risulta un sopresa dietro l'altra dove il buonismo viene spazzato subito via dall'umorismo nero con una chiusura stile American Graffiti di George Lucas (1973), ma senza la malinconia di quest'ultimo, ma mescolando insieme ipocrisia del destino, risate e cinismo, solo come il Dio del cinema sapeva fare, con un film che forse nella sua spietata condanna può non raggiungere i risultati capolavorici dell'Asso della Manica, oppure semplicemente siamo noi miseri spettatori mortali che non abbiamo un cervello adatto a poter comprendere totalmente l'arte del Dio del cinema cercando difetti dove non esistono, ma risulta comunque innegabile che siamo innanzi all'ennesima grandissima opera di Billy Wilder; l'ultima ad avere un positivo riscontro ai botteghini (ma non chissà che comunque) da oltre 10 anni, nonchè l'unico suo film ad incassare negli anni 70' e ricevere comunque delle nomination ai Golden Globe, forse sintomo di un'opera difficile e troppo scoperta nella critica verso i valori e le ideologie americane oramai in frantumi e devastate dai reciproci conflitti d'interesse.

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        • Scarface di Howard Hawks (1932).

          Rivedendo il film in versione restaurata ed in lingua originale con i sottotitoli, credo sia giusto aumentare il suo voto e dargli il massimo possibile, perché Howard Hawks con Scarface (1932), dal nulla praticamente crea un genere e già vi inserisce tutti i topoi caratteristici che noi spettatori conosciamo, cominciando dall'impianto base di ascesa e caduta rovinosa di un gangster, la sfrenata ambizione di potere, la violenza e vari modi di uccidere una persona tramite veloce sortita in automobile, distruzione di un locale tramite dinamite, visita in ospedale con i fiori al cui interno è nascosta l'arma e così via; praticamente mancherebbe solo una rappresentazione della violenza più esplicita e la connivenza del potere politico-giudiziario con la criminalità organizzata, ma questo non era possibile farlo nel 1932, anche perché il film venne tenuto fermo due anni per via della censura, che poi portò nel 1934 alla promulgazione del codice Hayes in vigore sino alla metà degli anni 60'. Un codice di censura così repressivo asfissiante da pregiudicare tante future opere e costringere la maggioranza dei registi a farsi portatrice di un'ipocrita sogno del sogno americano date le condizioni stringenti, però almeno il film colpevole di tutto questo è un capolavoro assoluto, quindi le conseguenze sono un pochino più sopportabili. Scarface è un gangster che sfrutta appieno le potenzialità del cinema sonoro, tramite l'uso eccellente dell'audio e del montaggio sonoro dei colpi che crivellano i malcapitati, l'inizio del film con il leggendario piano sequenza iniziale e la morte del boss Louis messa in scena con forti contrasti di bianco e nero tipici del cinema espressionista, un omicidio che sembra uscito fuori dal Mostro di Dusseldorf di Fritz Lang (1931), immettendo un elemento di eleganza stilistica in un contesto di morte. Tutte le sequenze di morte sono filmate con tale stile, ed in ogni scena di omicidio di un gangster c'è una X che all'epoca era il simbolo con cui nelle foto sui giornali veniva indicata la posizione del cadavere.
          Dalla morte di Louis, a cui è succeduto Johnny Lovo (Osgoord Perkins) come capo nell'organizzazione criminale che controlla parte del sud della città di Chicago, il gangster Tony Camonte (Paul Dini) è pronto ad approfittare della situazione per farsi strada ai vertici del potere criminale a suon di omicidi e sparatorie.

          Sotto l'occhio sinistro Tony ha una cicatrice che gli dona un'aria animalesca, quasi primitiva in tutte le sequenze in cui si sfocia in violenza, perché i rapporti umani sono regolati nel film dalla legge del più forte, Tony ha lo scopo di arrivare più in alto possibile e attratte tutto a sé, d'altronde come dice l'insegna luminosa di fronte alla sua finestra "Il Mondo è Tuo", quindi un'altra critica enorme di Hawks al capitalismo e al sogno americano, temi su cui il paese si fonda sin dalle origini, come il regista dimostrerà nel western Il Fiume Rosso (1948), tramite il personaggio di John Wyane e come lui Tony vuole inglobare tutto a sé, cominciando dalla donna del suo attuale capo, Poppy (Karen Morley) la quale si presterà alle sue attenzioni solo quando vedrà la virilità di Tony, che a suon di armi ha conquistato tutta Chicago ed il mercato dell'alcool di contrabbando. È un mondo triste quello di Scarface, di cui Tony è fascinoso anti-eroe sulla cui figura così come quella degli altri gangsters, non c'è alcun giudizio di tipo moralistico se non quello delle autorità di polizia che spronano i politici ad un'applicazione delle leggi più rigorosa e alla stampa di dipingere la criminalità in modo negativo e non scrivendo editoriali che quasi ne celebrino le gesta dei loro omicidi. Raggiunto l'apice ed il potere a cui aspirava, Tony finisce in una spirale autodistruttiva atta a preservare ciò che ha conquistato, senza lasciare scampo neanche ai suoi familiari come la madre che disapprova la sua vita e la sorella Cesca Camonte (Ann Dvorak), la quale invece adora il fratello, verso cui ha un rapporto morboso di evidente legame che và oltre l'affetto. Non a caso il tutto si conclude nella residenza bunker del gangster, che fatto di tutto per conquistare il potere, per mantenere esso, si barrica in casa dando sfogo alla sua furia distruttiva, con un finale che è l'anti-Scarface di De Palma (1983), poiché qui al sopra le righe vi è la presa di coscienza di aver fatto terra bruciata intorno a sé, d'altronde la pubblicità è la regina delle illusioni.
          Tenuto fermo per ben due anni, la censura fece tagliare varie parti del film e stigmatizzo' il ritratto troppo da anti-eroe del protagonista, paventando il rischio dell'emulazione, imponendo tra l'altro la didascalia iniziale con la scritta che la pellicola sia un monito di protesta contro le organizzazioni criminali ed un governo federale che ignora il fenomeno. Boicottaggi vari impedirono al film nonostante il successo di critica, di ottenere grandi incassi e la comunità italiana etichetto' il film come razzista verso di loro, con tanto di proteste della nostra ambasciata ed il film da noi uscirà nel dopoguerra con un adattamento epurativo dai riferimenti italiani, in altri paesi europei la pellicola non uscì come nella Germania nazista per solidarietà verso il nostro paese, così come in Irlanda e Regno Unito. Una circolazione come si deve, si avrà solo dagli anni 70', quando oramai la violenza presente nel film, era stata superata di gran lunga da altre pellicole successive.

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          • Un Dollaro d'Onore di Howard Hawks (1959).

            La risposta di Howard Hawks e di John Wayne a Mezzogiorno di Fuoco di Fred Zinnemann (1952), trova in Un Dollaro d'Onore (1959) un capolavoro della storia del cinema che si pone come compendio di tutti i topoi del western classico e al tempo stesso lo zenit di un genere, che oramai con tale formula aveva dato tutto, trovando nuova linfa vitale negli anni 60' grazie all'opera revisionista di Sam Peckimpah e Sergio Leone, i due più grandi registi in relazione al genere e molto altro.
            Ritornando al duo Hawks-Wyane, è inutile dire che del capolavoro assoluto di Zimmemann non avessero capito nulla, d'altra parte da una parte abbiamo un regista di fede socialista con la sua personale poetica della resistenza e il raffronto tra uomo-coscienza e dall'altra due reazionari repubblicani tutto di un pezzo, ma nonostante la pellicola nella costruzione del personaggio dello sceriffo Chance (John Wyane), costruisca una figura integerrima e tutta di un pezzo, la quale rifiuta qualsiasi aiuto nonostante si trovi contro numerosi uomini di Nathan Burdette (John Russell), che vogliono liberare suo fratello Joe detenuto nella prigione, alla fine sembra dover necessariamente scendere a patti con la rivoluzione apportata dal film di Zinnemann, relegando l'azione in secondo piano, prediligendo l'approfondimento psicologico dei personaggi e persino l'aiuto di Feathers (Angie Dickinson) in una situazione difficile per il nostro protagonista, sconfessando di fatto le ingiuste prese in giro verso la figura di Grace Kelly in Mezzogiorno di Fuoco.
            Se la trama è una delle più classiche possibili per il genere e Chance è una figura archetipa per il genere, ben più interessanti risultano i subordinati dello sceriffo, il vecchio malandato Stumpy (Walter Brennan) e soprattutto l'alcolizzato Dude (Dean Martin), personaggio con cui si empatizza facilmente proprio per le sue debolezze umane, a costoro si aggiungerà infine il giovane Colorado (Ricky Nelson) come nuovo subordinato ed ennesimo strappo alla presa in giro dello sceriffo Kane di Gary Cooper.

            La dilatazione delle sequenze aumenta progressivamente la durata del film portandola a quasi due ore e mezza, un Dollaro d'Onore si prende i suoi tempi, a cominciare dall'incipit iniziale privo di dialoghi focalizzato su ciò che darà avvio al film (la cattura di Joe) e al contempo la degradazione umana in cui Dude è sprofondato a causa dell'alcolismo, per cui viene costantemente preso in giro da due anni da tutta la cittadinanza del piccolo paese di Rio Bravo, facendo scattare in questa notte un moto di dignità; basta alcool. Il percorso è difficile, anche perché il tutto è reso complicato dagli uomini di Nathan che spiano Chance e la prigione, in cerca dell'occasione giusta per liberare Joe. Il ritmo è lento, le tonalità calde e iper-classiche per il genere, il pensiero predomina nettamente sull'azione, mettendo in primo piano le figure umane e l'intero compendio di temi cari al regista, cominciando dell'amicizia virile tra Chisum e Dude, grazie alla quale quest'ultimo avrà un grandioso momento di riscatto compiendo un piccolo passo verso l'uscita dall'alcolismo ed al tempo stesso farà eseguire un balzo gigantesco alla settima arte, visto che il principio di uscita dal tunnel coincide con le gocce di sangue nel bicchiere di birra (seguire quella via porterà solo ad una lenta dissoluzione), grazie alle quali trova il colpevole di un omicidio e ponendo il primo mattone della sua difficoltosa rinascita.
            La vicenda principale si alterna ad intervalli regolari, con la storia della giocatrice d'azzardo Feathers con lo sceriffo Chance, da cui sembra poter nascere un qualche interesse amoroso e uno smottamento ai principi dell'uomo sul non aiuto da parte di nessuno nello svolgimento del suo lavoro, anche se la situazione è complessa, ma nel western classico lo sceriffo deve essere un uomo tutto di un pezzo, le sfumature psicologiche sulla sua figura sono roba inconcepibile, John Wyane ha il carisma e la raffigurazione necessaria per tenere in piedi tale figura oramai pronta ad essere pucconata, ma siamo nel 1959, qualche altro film impostato in questo modo ce lo possiamo concedere.
            Pochi campi lunghi (giusto per segnare lo scorrere del tempo), per un western quasi da camera e molto spesso incentrato in interni, dove la sfida finale viene preannunciata da un monito musicale "Deguello" fatto suonare da Nathan a cui fanno da contrappunto le due canzoni di Dude e Colorado (con due attori cantanti era inevitabile), prima dell'atto finale con l'immancabile sparatoria. La quintessenza del western classico americano secondo Godard e non gli si può dare torto in effetti, un capolavoro assoluto e miglior western degli anni 50' insieme a Mezzogiorno di Fuoco (1952) e Sentieri Selvaggi (1956).

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            • Blade Runner di Ridley Scott (1982).

              È tra i film che ho rivisto più volte Blade Runner di Ridley Scott (1982), anche se era da un po' che non lo vedevo e approfittando della quarantena ho deciso di revisionarlo fosse anche per scrivere due parole su questo capolavoro immane, che si pone come spartiacque nella storia del cinema e come riferimento di un modello produttivo oramai eclissatasi nell'industria americana, segnando con la sua uscita la fine della Nuova Hollywood e dell'età adulta del cinema degli Stati Uniti, per lasciare spazio ai giocattoloni infantili degli anni 80', tutto fracassate, effetti speciali e disimpegno. Ridley Scott probabilmente è il regista che ha iniziato in modo migliore di sempre la sua carriera nel mondo del cinema, trovare un cineasta che ha debuttato nella settima arte con un trittico come I Duellanti (1977), Alien (1979) ed infine Blade Runner (1982) credo sia impossibile o quasi, ed il regista britannico quando si appresto' a dirigere questa pellicola tratta da un libro di Philip Dick, aveva una visione autoriale ed un talento registico secondo a nessuno. Il film ha chiare influenze da noir anni 40' negli stilemi narrativi e nella scansione del ritmo narrativo, ma la messa in scena è invece roba originale al 100%, poiché Scott ha creato ed inventato dal nulla la visione del cyberpunk al cinema, inutile cercare modelli precedenti, perché anche quello più citato come Metropolis di Fritz Lang (1927), era più una ricostruzione all'eccesso di una distopia capital-industriale del presente, che un vero e proprio sguardo di un futuro prossimo come Blade Runner, con uno sviluppo verticalistico dell'architettura urbana, inquinamento atmosferico marcato, cupezza onnipresente, claustrofobia asfissiante ed una visione alienata e nichilista dell'esistenza umana ed artificiale, senza scopo e priva di ogni possibile autodeterminazione da leggi e regole sia politiche che scientifiche imposte dall'alto. Un presente fallimentare non può che condurre ad un futuro sempre peggiore, è stupido e illusorio credere ad un possibile miglioramento grazie alla tecnologia, se alla fine i mezzi sono sempre nelle mani dei potenti, con i poveri ed i malati relegati in basso a marcire nella loro solitudine, a cui da palliativo c'è solo la costruzione di giocattoli meccanici come J.F. Sebastian (William Sanderson).

              L'influsso orientale nella costruzione scenografica della metropoli futuristica di Los Angeles è evidente non solo nella netta predominanza di persone di etnia asiatica o nel sovrappopolamento marcato, ma anche dall'uso intensivo di luci al neon di varie tipologie di colori che finiscono con accentuare l'irrealta' del tutto contribuendo ad aumentare il senso di claustrofobia e solitudine perenne, come la pioggia incessante e l'iconica immagine su schermo di una donna orientale in una pubblicità. Deckard (Harrison Ford) è un agente dell'unità Blade Runner, molto rinomato per la sua esperienza, deve occuparsi di "pensionare" 4 replicanti Nexus 6 giunti sulla Terra dalle colonie extra-mondo, nonostante sia proibito per loro stara sul nostro pianeta. Capitanati da Roy Batty (Rutger Hauer), tali esseri sintetici sono in tutto e per tutto uguali agli esseri umani, ma con una durata vitale limitata e dotati di grande forza, per questo sono sfruttati come schiavi da forza lavoro, per impedire loro di ribellarsi, sono stati innestati in loro dei ricordi per far credere loro di essere degli umani e non far comprendere cosi la loro vera natura.
              L'indagine di Deckard diventa una ricerca in realtà dell'identità di sé stesso, un viaggio perfettamente circolare sul significato di realtà e percezione di essa, che può non risultare ciò che vediamo o ricordiamo, poiché magari frutto di un innesto di esperienze o pensieri altrui, quindi manca qualsiasi appiglio sicuro per un'autodeterminazione mancante fin dal principio, finendo in una spirale disperata e senza via d'uscita, capace nel suo percorso investigativo di trovare solo incertezze e seminare altri dubbi come in Raechel (Sean Young), che dopo l'incontro con l'uomo non sa più chi sia. Roy Batty è un replicante che ha raggiunto la piena autocoscienza di sé stesso, alla ricerca di un obiettivo molto umano, allungare la durata della vita autoimpostagli dal suo creatore Tyrell (Joe Turkel), che per un "angelo caduto" come Roy assume uno status di Dio-creatore a cui è grato per avergli dato la vita ma al contempo odia per i limiti vitali impostagli, un replicante oramai perfettamente umano nelle paure e nel concepire i sentimenti come la vendetta, il legame affettivo per una sua simile come Pris (Daryl Hannah) ed una superiorità etico-morale mostrata su Deckard nell'intenso pre-finale.

              L'andamento è volutamente lento, meditabondo e riflessivo, il ritmo sincopato come nei migliori noir, stimolando una miriade riflessioni nello spettatore sulla vita, morte, autodeterminazione, alienazione, creazione, percezione della realtà, esistenza, solitudine, bioetica, sfruttamento e così via, in pratica quasi nessun film di fantascienza odierna è esente da influenze verso tale pellicola, da cui praticamente non c'è stata alcuna significativa evoluzione tematica, se non nell'animazione con pellicole come Akira di Kazuhiro Otomo (1988) e i due Ghost in the Shell di Mamoru Oshii (1995 e 2004), quest'ultimo porterà a piena riflessione filosofico-tematica alcuni degli spunti solo abbozzati dal film, cercando al contempo una evoluzione incisiva per i temi proposti dal film. Harrison Ford eccellente su un registro più intimo consono al ruolo anche se tutt'oggi non ha un buon ricordo della produzione, per via anche del clima di astio tra Scott e la troupe non idilliaco e ricco di contrasti, con riprese affrettate negli ultimi giorni per evitare sforamenti eccessivi del budget che innervosirono la produzione, brava Sean Young rigida e artificiale come richiesto dal ruolo e strepitoso Rutger Hauer da poco scomparso qui al suo miglior ruolo di tutta la carriera e perfettamente azzeccato nel ruolo di un replicante "evoluto" grazie ai suoi connotati teutonici, freddi e ariani, diventando autore del più grande monologo della storia del cinema :

              «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
              E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.
              È tempo di morire.»

              Sequenze indimenticabili a profusione in ogni frame, ma accesi contrasti tra regista e produzione, venendo costretto ad inserire una ingombrante voce fuori campo ed un finale che c'entra poco e nulla a livello di tono ed estetico rispetto alla cupezza disperata voluta dal regista, ma fortuna nostra che oggi possiamo vedere il vero Blade Runner senza la ridicola ed invasiva voce narrante ed il finale originario che getta una luce inquietante sull'identità di Deckard. Critiche miste all'epoca, con varie lamentele da parte dei recensori che lamentarono una trama oscura (ma dove?) ed un ritmo lento, con il pubblico che fece floppare il film ai botteghini preferendo quell'anno insieme all'ignorante critica quella mediocrata borghese infantile di ET di Steven Spielberg, molto più vicino ed aderente alle idee positive e luminose degli anni 80' inaugurate dalla presidenza Reagan, quindi poco disposto a riflettere e pensare, innanzi ad un film denso come Blade Runner, evidentemente troppo oltre per i cervelli del popolino che tra la verta arte e la scemenza, sceglie sempre quest'ultima.
              Capolavoro assoluto da vedere nella versione Final Cut di Ridley Scott, che non ritornerà mai più lontanamente vicino ai livelli di questo capolavoro né dei suoi esordi.

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              • Il Conformista di Bernardo Bertolucci (1970).

                Destabilizzante, ma maggiormente chiarificatrice la seconda visione del Conformista di Bernardo Bertolucci (1970), capolavoro del cinema d'autore nel senso più dotto e gravoso del termine, dove la vicenda di Marcello Clerici (Jean Louis Trintignant), diventa lo specchio della condizione umana di un'intero paese comppsto da individui con problemi inconfessabili o personalità distinte in potenza, ma alla fine pronte ad aggregarsi ad una pigra normalità sentita come mediocre, però rasserenante in quanto ci consente di essere perfettamente uguali agli altri negli atteggiamenti e nei modi, senza assumersi in questo modo nessuna presa di posizione netta.
                Narrato con un gran ricorso all'uso di simbolismi sia filosofici, tramite il mito della caverna di Platone, che fisici, come il personaggio del non vedente Italo (José Quaglio) perfettamente corrispondente alla meschinità della borghesia italiana cieca innanzi agli orrori del fascismo e incline ad appoggiarlo per connovenze economiche, Bertolucci plasma una messa in scena con notevoli debiti dalle influenze artistiche degli anni 30' come l'Art-Deco e la pittura metafisica di De Chirico, con scenografie stilizzate, atte ad esprimere i tormenti interiori dell'animo umano del protagonista a seconda anche del luogo; glaciali, imponenti e neutre a Roma, dove Marcello ha un ristoro mentale generato da un regime che annienta le differenze per condurre tutto all'unità, a cui aspira ardentemente per lasciarsi alle spalle un passato torbido, decidendo di sposare Giulia (Stefania Sandrelli), una mediocre borghese, mentre lo scenario a Parigi pulsa di colori e vitalità, necessitata dal differente regime politico di aperta democrazia e quindi portatore di confusione per la personalità debole di Marcello, il quale essendo parte della polizia politica fascista, ha la missione di uccidere il professore Quadri (Enzo Tarascio), suo ex-professore ora anti-fascista in esilio.

                Bertolucci sfrutta la propria abilità registica, per stlizzare il racconto ed infarcire la narrazione di simbolismi e flashback anche di breve durata nella parte iniziale, che creano un'oggettiva difficoltà nella fruizione dell'opera, ma sono un espediente formale per entrare in una psiche come quella di Marcello, devastata da una vita passata in gran parte "anormale" e vissuta secondo lui nel peccato, cercando nel corso della maturità un sempre più marcato perdono che non vuole che venga dall'istituzione religiosa, ma dalla società in cui mira a conformarsi, ed infatti i flashback si fanno meno serrati e più diluiti nel corso dell'esposizione della trama, coadiuvati in ciò anche dalla strepitosa fotografia di Vittorio Storaro capace di esternalizzare gli squarci della psiche umana, con un uso espressionista delle luci, sfruttando l'illuminazione tagliente delle finestre a persiane, le cui ombre creano una gabbia che altro non è che la prigione mentale in cui il protagonista è rinchiuso sin dall'età di 13 anni a seguito di un evento fosco.
                Omertoso e vigliacco, Marcello sprofonda ad un livello sempre più basso, mostrandosi una banderuola mossa in base a dove tira il vento senza alcuna personalità, rifulgendo da qualsiasi proposta alternativa (Quadri e sua moglie Anna) poiché incapace di sostenerla con lo sguardo, come quello prolungato ed insostenibile verso Anna (Domimique Sanda) dall'interno della propria auto, immobilizzato nella sua incapacità di assumersi il peso delle proprie azioni, che corrispondono alla realtà celata dietro l'ombra dissolta alla luce del sole.
                Marcello non sarà mai un fascista nel suo profondo, ma alla fine è molto peggio di costoro, una mezza figura in sospeso come sua moglie Giulia, tremendamente normale nel proprio ruolo di donna nella società con il suo essere sciocca, vanesia e petulante; entrambi personalità a metà, ignavi incapaci di essere pro o contro qualcosa, men che meno fuori da qualsiasi schema predefinito, quindi dei conformisti per l'appunto.
                Una pellicola non facile e forse ostica per il pubblico odierno, eppure capace di ottenere all'epoca un eccellente riscontro di pubblico, quindi volendo è affrontabile e di aiuto può venire il corposo booklet e l'intervista a Bertolucci cobtenuta all'interno dell'edizione Home Video della Raro Video.

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                • Sciuscia di Vittorio De Sica (1946).

                  Per affermare una netta cesura con il passato c'è bisogno di gesti provocatori, plateali e soprattutto di forte impatto; Vittorio De Sica sentiva di avere evidentemente molto da farsi perdonare essendo stato fino alla metà degli anni 40' uno degli attori di punta del cinema italiano dell'epoca fascista, tramite le sue numerose parti in commedie prive di qualsiasi contatto con la realtà dell'epoca, la seconda guerra mondiale in Italia spazzo' via 20 anni di dittatura, facendo emergere nuove istanze sociali ed artisiche troppo a lungo represse, non è un caso che l'immagine emblema di Sciuscia' (1946), riguardi un proiettore cinematografico in preda alle fiamme mentre stava mostrando le "comiche" alla platea dei minorenni incarcerati e commentate in modo dispregiativo da qualcuno di loro, che giustamente le percepisce come cose "per bambini", quando 5 anni di conflitto, un periodo post-bellico difficoltoso e la prigione in cui ora sono rinchiusi, hanno portato ad una maturazione inevitabile a cui deve corrispondere un nuovo tipo di cinema in grado di raccontare tutto questo; morte al vecchio, viva il neorealismo.
                  Sciuscia' è un termine mutuato dall'inglese, con cui si indicavano i lustrascarpe, una delle numerose attività svolte da Giuseppe (Rinaldo Smordoni) e Pasquale (Rinaldo Interlenghi) riguarda proprio la pulizia delle scarpe, specie quelle dei soldati americani, ma al contempo gestiscono anche un giro di contrabbando di merce rubata, per conto di persone adulte tra cui Attilio, fratello maggiore di Giuseppe. I due ragazzini hanno formato un legame solido grazie al quale si fanno forza nelle avversità di un'Italia in macerie, con un sogno da realizzare consistente nell'acquisto di un cavallo, per cui hanno accumulato i soldi necessari per comprarlo. Il nobile animale racchiude l'elemento fiabesco che diventa il simbolo della libertà dei due ragazzini in un mondo devastato e regolato dalle logiche adulte dello sfruttamento.

                  Pasquale e Giuseppe catturati dalla polizia per uno dei reati commessi, sono sbattuti in un carcere minorile, costretti a sopportare le condizioni fatiscenti del luogo e il sovraffollamento delle celle in cui sono rinchiusi.
                  Lo stile registico di De Sica è sobrio, asciutto e minimale, accentuando lo squallore del luogo governato dalle logiche repressive degli adulti, a cominciare dal direttore con i suoi metodi spicci, le guardie carcerarie pronte ad usare violenza ed i funzionari medici e governativi che pigramente svolgono il loro lavoro mostrando zero interesse verso i giovani reclusi.
                  Il carcere sembra più un luogo per contenere gli scarti della società, che un posto in cui rieducare tali minorenni alcuni dei quali sono tristemente dimenticati dalle loro famiglie (Arcangeli), ma nell'Italia del dopoguerra in cosa i giovani vanno rieducati? Il direttore si lamenta senza cognizione di causa, come i reati in 10 anni siano cresciuti del 60% (anche a causa degli adulti, come la chiromante), risultando incapace di leggere tali numeri nell'ottica di una situazione radicalmente mutata, dove se non compi un reato non sopravvivi alla giornata. Rispetto ai coevi film di Rossellini, le sceneggiature di De Sica risultano più strutturate e meno evanescenti, andando più verso i sentieri della denuncia civile che verso la spiritualità religiosa cattolica sempre più preponderante nelle opere del collega, forse è un sentiero di ricerca più standard e meno originale, ma la messa in scena è totalmente nuova, grazie al largo uso di esterni e set reali, attori non professionisti e una fotografia documentaristica, perfettamente integrata ai luoghi della vicenda, atta a far emergere la miseria materiale e la perdita dell'innocenza a cui i ragazzi sono sottoposti, alla quale non sfuggiranno neanche Pasquale e Giuseppe, messi l'uno contro l'altro dalle logiche adulte che governano le regole del carcere, portando la situazione in una spirale sempre più drammatica e tragica.
                  Molto bravi gli attori non professionisti, (con menzione d'onore per Interlenghi che attore lo diventerà per davvero), grazie alla sapiente direzione di un veterano come De Sica, il quale ha insegnato ai ragazzini 3-4 gesti base per essere più naturali nella recitazione, tanto che molti di loro si muovono e si atteggiano con le movenze proprie di Vittorio De Sica.
                  Capolavoro assoluto che consolida il movimento neorealista da poco sorto, ottenendo uno strepitoso successo di critica e visibilità nel mondo, con tanto di vittoria agli oscar come miglior film straniero e nomination per la sceneggiatura.

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                  • La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966).

                    La vita di un uomo si giudica per alcuni dal giorno della propria morte; Ali La Pointe (Brahim Haggiag) l'8 Ottobre del 1957 si trova in una situazione di merda, intrappolato dietro una parete muraria al cui esterno vi sono decine di uomini del gruppo paracadutisti esperti di attività anti-guerriglia, capitanati dal colonnello Philippe Mathieu (Jean Martin), che gli intimano di arrendersi ma dal muro non perviene risposta e nell'oscurità silente Ali comincia a ricordare il suo passato rivoluzionario, cominciato tre anni addietro nel 1954.
                    La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966), restituisce sullo schermo l'esperienza della lotta del FLN contro l'occupazione francese da oltre 130 anni, i quali gestiscono il paese come metodi coloniali, brutali e oppressivi; certo, hanno portato ospedali, strade e qualche infrastruttura, ma questo è tangibile solo nella parte europea di Algeri, di certo non nel resto del paese e soprattutto non nella Casbah, in cui dimora la gran parte della popolazione araba della città, la macchina da presa del regista mette in evidenza il contrasto tra queste due zone della città, dove la battaglia è in primis culturale, poiché l'occupazione francese ha immesso nella società algerina delle usanze occidentali, che hanno portato alla decadenza morale e materiale della componente araba, con prostituzione dilagante, consumo di carne di maiale, gioco d'azzardo e alcool, tutti elementi distruttivi dell'identità araba e causa del degrado del paese, impossibilitato ad auto-svilupparsi per gestito da una potenza coloniale straniera atta solo a sfruttare il territorio delle sue risorse, per far prosperare la madrepatria.
                    La prima battaglia del FLN riguarda quella della riappropriazione della propria cultura, imponendo (anche con la forza), l'abbandono dei costumi occidentali in modo da unificare tutto il popolo sotto un'unica bandiera da contrapporre a quella del tricolore francese che si vanta dei suoi valori di libertà, fraternità ed uguaglianza, quando in realtà viola tali principi nelle colonie da lungo tempo, con i loro cittadini che esprimono sentimenti di aperto razzismo verso la componente araba, arrivando a veri e propri linciaggi di gruppo verso qualsiasi malcapitato algerino gli capiti a tiro.

                    Pontecorvo risente degli influssi del cinema neorealista con la scelta di attori non professionisti, tranne per Jean Martin nel ruolo di Philippe Mathieu, il quale non era un volto noto al grande pubblico e comunque firmò un manifesto anni addietro contro la guerra d'Algeria, quindi era un francese onesto.
                    Il cinema di finzione soccombe quasi totalmente allo stile cronachista in presa diretta con largo uso della macchina a mano, riprese sgranate e alcune volte anche fuori fuoco, accetuando il realismo della narrazione (non rinuncando a costruire situazioni di suspance, come nei tre attentati contemporanei) e al tempo stesso l'impossibilità di una presa di posizione netta tra le due fazioni, che diventano sempre più preda della violenza arrivando a degenerare sempre più con attentati dinamitardi terrificanti nei loro effetti, che hanno come prime vittime la popolazione civile di ambo le parti.
                    La realtà terrificante della guerra civile viene messa in scena in tutta la nuda e cruda verità, con le esplosioni che fanno spavento per il rumore e la loro potenza distruttiva, non c'è alcuna spettacolarità nelle esplosioni riprese in modo secco ed asciutto, con uno stile lontanissimo dai "botti" fracassoni di Hollywood e per questo insostenibili a vedersi, diventando una sorta di rito catartico per lo spettatore il quale resta inorridito dai devastanti effetti delle bombe, arrivando a deprecare l'uso sconsiderato della violenza.
                    Le simpatie del regista sono indubbiamente (e giustamente) rivolte ai membri del FLN e alla loro causa indipendentista, ma i francesi non sono ritratti come macchiette, grazie all'intuizione della figura del colonnello Philippe, che guida le azioni anti-guerriglia nella Casbah vicolo per vicolo, contro i membri del FLN grazie a tattiche innovative maturate nel corso della sua esperienza militare; dispiace che un uomo che anni prima lottò contro l'oppressione nazista, pur comprendendo la causa del nemico, non rinunci a combatterlo poiché l'FLN non sta facendo nulla di diverso rispetto a quello che lui come molti francesi, fecero oltre 10 anni prima per liberare la Francia dai tedeschi.
                    Un film analitico degno di Stanley Kubrick nel descrivere i fatti, ma al tempo stesso fieramente lontano dallo spirito del regista americano, per il suo spirito politico anti-colonialista, dalle morte dei membri del FLN maturera' la coscienza nazionale del popolo Algerino che di lì a 2 anni, scenderà in strada spontaneamente a chiedere a gran voce l'indipendenza, a quel punto l'esercito e la polizia straniera non può nulla contro il volere di un intero popolo. Capolavoro assoluto del cinema mondiale e film manifesto per tante pellicole successive a tema politico del nostro cinema, vincitore del Leone d'Oro a Venezia (ma non dell'oscar, vergogna!) tra le polemiche, la critica d'oltralpe lo distrusse capitanata da quei cialtroni dei Cahiers di cinema che poi esaltavano ogni filmetto dei loro beniamini a scapito del vero cinema come questo, in Francia lo proibiranno per lungo tempo tanto che si può dire che fino al 2004 non avrà una distribuzione come si deve e solo il tempo ha permesso una consapevolezza da parte dei francesi dei crimini della loro politica coloniale.

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                    • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                      La Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966).

                      Capolavoro assoluto del cinema mondiale e film manifesto per tante pellicole successive a tema politico del nostro cinema, vincitore del Leone d'Oro a Venezia (ma non dell'oscar, vergogna!) tra le polemiche, la critica d'oltralpe lo distrusse capitanata da quei cialtroni dei Cahiers di cinema che poi esaltavano ogni filmetto dei loro beniamini a scapito del vero cinema come questo, in Francia lo proibiranno per lungo tempo tanto che si può dire che fino al 2004 non avrà una distribuzione come si deve e solo il tempo ha permesso una consapevolezza da parte dei francesi dei crimini della loro politica coloniale.

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                      e bravo Sensei

                      questo è uno dei film che più amo in assoluto quindi qualche parolina la "devo" dire anch'io

                      come hai detto tu capolavoro assoluto, una delle vette artistiche del cinema italiano e del genere storico in generale. Pontecorvo, fedele alla sua estrazione operaia, raffigura una tragica epopea civile, con il popolo assoluto protagonista, parteggiando, evidentemente, per esso e dando vita ad una lucida e scomoda riflessione sul destino del terzo mondo, sul colonialismo, sulla lotta all’oppressione e sulle radici ideologiche di quel male che, oggi più che mai, ha generato lo strappo tra cultura occidentale e cultura islamica. Fedele al concetto di cinema verità, ereditato dal neorealismo, ne espande la portata con un formidabile rigore formale, denso, teso, asciutto, così vicino al documento da risultare un formidabile trattato di cronaca storica, uno scioccante diario di guerra, così vero e brutale da risultare indimenticabile. Muovendosi tra Ejzenštejn e Rossellini, ma con un vigore narrativo totalmente personale, il regista pisano rievoca con sobrietà ed assoluta aderenza al realismo, la dura lotta per l’indipendenza del popolo algerino dalla potenza coloniale francese, restituendocene, attraverso immagini di memorabile verismo e di fulgida potenza tragica, le sensazioni, i suoni, le suggestioni, gli orrori. Il suo montaggio “intellettuale”, ereditato dal cinema russo, si attua nella sbalorditiva commistione tra immagini e musica, composte da Ennio Morricone con la supervisione del regista. Il notevole score musicale, possente e magmatico come il film, è un’ardita mescolanza di ritmi maghrebini, sonorità occidentali, canti liturgici e percussioni martellanti. Pur essendo evidente lo sguardo pietoso e solidale dell’autore per l’Algeria oppressa, la pellicola evita l’ottuso manicheismo, presentandoci luci e ombre da ambo i fronti dello schieramento, come le riflessioni sull’assurdo orrore della guerra presenti nei discorsi sia dei soldati francesi che dei ribelli algerini. La vigorosa potenza politica dell'opera non poteva non suscitare un autentico "vespaio" politico alla sua uscita e infatti così fu. Bandito (faziosamente) in Francia, divise molto la critica italiana ma venne generalmente osannato altrove, anche in America e questo fa pensare visto che gli USA sono il simbolo dell'imperialismo moderno. Forse senza rendersene conto Pontecorvo ha creato, con questo film, un modello inarrivabile per il cinema d’impegno civile che ha finito per trascendere il mezzo cinematografico, diventando un simbolo eccellente del documento storico.


                      "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


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                      • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                        Il Conformista di Bernardo Bertolucci (1970).
                        ...
                        Lo ho visto anche io qualche giorno fa per la prima volta e concordo con la tua analisi.
                        Aggiungo solo che se nella prima parte a mio parere il film viaggia su buoni livelli ma forse non ancora eccelsi, quando la scena invece si sposta a Parigi da quel punto in poi si vola molto alto e non si scende più.
                        La scena del mito della caverna in particolare è un'assoluta meraviglia, in cui la filosofia si intreccia metaforicamente con la storia nella Storia, con una fotografia eccezionale (ma Storaro è fantastico in tutto il film) e Bertolucci che usa le luci in modo superbo spostando la camera di spalle alla finestra per riprendere Trintignant con la luce che ne proietta l'ombra sul muro nel momento in cui il racconto parla delle ombre dei prigionieri proiettate dal fuoco... un riflesso, un'illusione, scambiati per realtà.


                        Sul tema della gabbia, oltre alla fotografia, si può notare anche una scena decisamente simbolica e rappresentativa: quella in cui, durante il ballo a Parigi, Marcello dopo aver preso la sua decisione si avvia tormentato per la stanza e rimane involontariamente invischiato in mezzo alla gente che sta ballando e a poco a poco viene letteralmente accerchiato fino a ritrovarsi quasi schiacciato nel mezzo, come stritolato nella morsa di un serpente... altra scena da maestro per il significato che si porta appresso.


                        Poi vabbè il finale è da antologia in tutti gli aspetti possibili.
                        I will not say "Do not weep", for not all tears are an evil.

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                        • Sensei
                          Su "Blade Runner" ho letto diversi aneddoti sul fatto che la lavorazione del film si arenò pericolosamente causa limiti di budget e mancanza conseguente di partner d'impresa; e quindi fu completata da una società nata (e morta...) solo con/per questo titolo. Forse intendevi altro, ma come "modello produttivo" così non mi pare affatto ottimale ,-) .
                          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                          • Il Buco.

                            Film carino. Devo dire che Netflix ultimamente sta facendo uscire buoni film.
                            Tensione sempre alle stelle e bello pure il sottotesto, con la gente che si scanna a vicenda per la sopravvivenza. Molto bello il messaggio con il finale aperto.

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                            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                              Il Conformista di Bernardo Bertolucci (1970).

                              Destabilizzante, ma maggiormente chiarificatrice la seconda visione del Conformista di Bernardo Bertolucci (1970), capolavoro del cinema d'autore nel senso più dotto e gravoso del termine,
                              questo me l'ero perso

                              anche in questo caso uno dei miei film più cari, per me è il vero grande capolavoro di Bertolucci, il suo lavoro migliore. Dentro c'è tutto il suo cinema e la sua arte, fotografia magistrale di Storaro, sequenze geniali, erotismo raffinato, lucida critica storico sociale, cinefilia, atmosfere suadenti, simbolismi e suggestioni metacinematografiche (immagino conosciate tutti la faccenda dell'indirizzo di Godard). Insomma un film perfetto, un'autentica immersione "mitologica" in quei tempi filtrata attraverso lo sguardo emozionale dell'autore. Ed è un film che amo sempre rivedere, lo faccio abitualmente ogni 2-3 anni
                              Ultima modifica di David.Bowman; 19 aprile 20, 14:46.
                              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                              Votazione Registi: link

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                              • Destino cieco di Krzysztof Kieslowski (1987)
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                                Ad innescare tutto, in questa storia, è la morte del padre di Witek, evento tragico che lo porta a mollare il corso di studi di medicina e, più in generale, a lasciarsi alle spalle questa prima parte della sua vita.

                                In stazione evita un ubriaco, corre disperatamente e riesce a prendere per un soffio il treno. Si rimette in piedi, si trova un lavoro, sviluppa buone doti da mediatore e si convince di fare il bene e di essere di aiuto alla comunità... come se non bastasse, si ricongiunge con la sua fidanzata d'infanzia. Tutto è bene quel che finisce bene... ma non è questo il caso, perchè i due sono di ideologie opposte e il suo senso del dovere non è compatibile con le necessità di lei... ...e pure i suoi princìpi politici traballeranno.

                                Giunge quindi una seconda chance e Witek si ritrova a correre in stazione. Questa volta, però, non ha la stessa fortuna e impatta contro l'ubriaco, giungendo quindi più tardi al binario e perdendo per un soffio (e per il placcaggio del controllore) il treno. Dopo una sfuriata verrà pure arrestato e condannato ai lavori socialmente utili. Conoscerà nuove persone, confermerà le sue doti di oratore e ritroverà un suo vecchio amico... e frequenterà sua sorella. Questa volta non ci sono princìpi a mettersi di mezzo tra lui e la sua amata... a dire il vero, non ci sono proprio princìpi. In questa vita semi-vuota, che stenta a decollare (come quell'aereo nel finale, che scompare sotto la pista), decide di dedicarsi a Dio, convinto di ricevere un aiuto dall'alto. La sua fede poco convinta lo porterà a restare solo. Finchè Dio avrà pietà di lui...

                                ...e, come per magia, lo riporterà alla stazione. A differenza della passività delle due storie precedenti, questa volta Witek la fortuna se la crea e, coscientemente, decide di evitare l'ubriaco e direzionare attivamente il destino verso una vita tranquilla. Non prenderà il treno e non creerà problemi, ma il treno della vita che passa una volta sola non è quello per Varsavia, bensì una persona fisica, Olga, sua amica universitaria. Witek scopre quindi i valori dell'amore, della famiglia, dell'integrità e, quindi, del bene per la comunità. L'uccellino, o meglio l'aeroplano, a questo giro spicca il volo...

                                ...ma oltre a quei valori c'è un'altra certezza, motivo per cui queste "sliding doors" si sono aperte dopo un'evento ben preciso: la morte. Tutto questo ne sarà valsa la pena? Per una persona che, alla fine, aveva scelto la vita, direi di sì.

                                Voto 'prossimamente nel topic dedicato alle filmografie dei registi', ma per i più curiosi...
                                Spoiler! Mostra
                                'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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