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  • Ombre di John Cassavetes (1959).

    Ho scoperto praticamente dal nulla che se hai Amazon Prime, hai accesso anche alla piattaforma streaming e con grande gioia ho scoperto che il catalogo filmico è veramente notevole, con film di tutti i tipi e gusti, molto spazio anche a pellicole d'autore e d'annata, rispetto a quella bufala sopravvalutata di Netflix non c'è proprio paragone e grazie ad Amazon ho potuto vedere Ombre (1959) di John Cassavetes in una qualità video come si deve, dato che il film venne girato con pellicola 16mm ed in modo totalmente indipendente con attori non professionisti, costruendo il film tutto sull'improvvisazione come dichiarato dal cineasta nei titoli di coda. Rigirato praticamente 2 volte, la versione che vediamo oggi è quella del 1959, la quale contiene rispetto alla prima un maggior approfondimento psicologico dei tre protagonisti e mette più in secondo piano la questione razziale (che fu comunque l'elemento di novità), scegliendo di avere come protagonisti tre afroamericani, una scelta inedita, praticamente si dovranno aspettare oltre 60-70 anni per avere poi ad Hollywood alcune pellicole con personaggi di colore in maggioranza.
    Ben, Hugh e Lelia sono fratelli e sorelle, che vivono nella Manhattan di fine anni 50', molto lontana dai ritratti idilliaci dei film americani di quel periodo, è un quartiere caotico, pieno di persone, dalla pulizia non impeccabile e pieno di giovani che vanno in giro, tra cui il nostro Ben, cercando di divertirsi come possono stando attenti al spendere le esigue finanze, mentre Hugh è un cantate Jazz vecchio stile che cerca di dare una svolta lavorativa ed infine Lelia, sfruttando il fatto di avere la pelle bianca, cerca di trarre vantaggi intrattenendo numerosi flirt anche con ragazzi bianchi.
    Le tre figure sono relegate ai margini della società, preda di un disagio esistenziale comune a tutti i personaggi del film, impossibilitati a raggiungere in ogni modo un obiettivo che diventa sempre più evanescente, inafferrabile proprio come le ombre e quindi mai destinato ad essere raggiunto, se non con un compresso al ribasso.

    Durando poco più di 80' minuti, Cassavetes non si perde in lungaggini, sfruttando la macchina da presa con soluzioni libere ed inedite, nel mettere in scena le nevrosi di una nuova generazione in fermento, con uno stile molto realistico fatto di primi piani marcati ed un uso della fotografia calibrato sul momento, per evitare di avere un film troppo artificioso nella costruzione, consegnandoci così un film tecnicamente un po' rozzo e che mostra un po' il fianco nel montaggio, ancora in sospeso tra dissolvenze classiche e tentativi di jump cut innaturali, ma risulta innegabile la freschezza di questa opera prima.
    Se Ben non ha ancora deciso cosa vuole essere da grande, perdendo tempo dietro la comitiva di ragazzi bianchi, invece di sviluppare la sua abilità di trombettista jazz (il compositore di parte della colonna sonora del film è Charles Mingus, una scelta stilistica in netta controtendenza rispetto al nascente rock americano), mentre Hugh trova mortificate le proprie aspirazioni artistiche, Lelia vive il segmento più politico del film, tramite la relazione con Tony (Anthony Ray, figlio del regista Nicholas Ray), con cui ha anche una scena di sesso (bypassata fuori-campo ovviamente), rompendo il tabù della mescolanza razziale al cinema e portando il ragazzo ad una reazione di sdegno quando scopre l'etnia afroamericana della ragazza, mostrando la sua natura bigotta e schiava dell'ombra del pregiudizio, con tanto di scontro con Hugh.
    Nessuno dei tre personaggi raggiungerà il traguardo delle proprie aspirazioni iniziali, dovendo scendere a compromessi nei rispettivi finali aperti e non risolutivi del tutto, facendosi anticipatore di almeno un decennio, dei temi e dello stile alla base della New Hollywood, cge sorgerà dalle ceneri del morente e vecchio cinema classico, con John Cassavetes indiscusso fondatore del cinema indipendente americano e con un grande avvenire sia come regista che come attore, ottenendo con Ombre (1959) un ottimo successo di critica ed il premio della giuria a Venezia.




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    • The Dead - Gente di Dublino di John Huston (1987).

      John Huston non sarà forse il più grande regista della storia del cinema, ma ha sempre affrontato la settima arte con spirito battagliero e grandi intuizioni, le quali hanno fatto si che il suddetto cineasta sia l'unico a poter vantare un'esordio capolavorico come Il Mistero del Falco (1941), riuscendo a chiudere la carriera con un ulteriore vetta filmica, The Dead - Gente di Dublino (1987). Terzo capitolo della trilogia della morte con cui chiude la carriera, l'opera è tratta da un racconto di Joyce "I Morti", contenuto nella raccolta Gente di Dublino, che pur possedendola come tutti le opere dello scrittore, anche questa non ho avuto occasione di leggerla, ma in tutta onestà non credo serva per poter comprendere una pellicola che dopo oltre 30 anni, possiamo relegarla tra i capolavori della storia del cinema.
      Huston ha 81 anni, è malato, forse sente che il momentaneo del trapasso è vicino, chiama con sé quindi i figli, Tony Huston alla sceneggiatura e Anjelica Huston come attrice nel ruolo indimenticabile di Gretta Conroy, circondata da un gruppo di attori teatrali e di cinema irlandesi, per mettere in scena questo epitaffio malinconico ambientato nella notte dell'Epifania a Dublino nel 1904, in casa delle sorelle Kate e Julie Morkan, con tutti i loro ospiti della classe borghese a cominciare dalla loro figlia Mary Jane, insegnante di musica, le sue tre allieve, l'attivista politica Molly Ivors, l'anziano non credente Brown, l'alcolista Freddie con sua madre Malins, il tenore D'Arcy, fino al nipote delle due proprietarie della casa, Gabriel con sua moglie Gretta. La festa dell'Epifania con la cena, è un rito uguale a sé stesso ogni anno, non si vede perché la cosa dovrebbe cambiare fino a quando nell'attesa alcuni ospiti si esibiscono in siparietti artistici; Mary Jane suona il piano inquadrata dietro un candelabro con tre fiammelle, Il signor Grace declama dei versi su un lamento per un amore perduto ed infine zia Julia canta un brano mentre la macchina da presa di Huston passa tramite dei delicati tocchi di montaggio, ad inquadrare oggetti e fotografie, presumibilmente ricordi appartenenti alla donna introducendo in tal modo il tema che insieme all'amore e alla morte funge da architrave del film. Il ricordo è l'elemento dinamico che rompe la stasi presente tra i convitati alla cena, facendo emergere costatazioni su cose che potevano essere e non sono state e cose che in tutta probabilità non avverranno mai, come l'amara consapevolezza della signora Malins di non vedere mai suo figlio Freddie sposato, accentuando la caducità esistenziale interna alla riflessione finale del film.

      Il limpido freddo con i suoi fiocchi di neve, è contrapposto al calore degli interni ricostruito perfettamente nella sua atmosfera dalla fotografia di Fred Murphy, che mira a cristallizzare gli ospiti in un frammento di eternità sottratto temporaneamente allo scorrere del tempo, quest'ultimo comunque nuovamente messo in mezzo nel discorso di Gabriel che come un rito si tiene ogni anno, eppure le sue parole sembrano avere un peso maggiore quando lodano l'ospitalità irlandese incarnata dalle "tre grazie" mentre un carrello del regista inquadra i volti dei presenti, legandosi in tal modi ai discorsi precedenti dei convitati a tavola sulla qualità dei cantati di opera odierni a confronto con quelli di ieri, un ricordo passato grandioso ed un presente mediocre, come lo è la condizione Irlandese di inizio 900', oramai ridotta al rango provinciale in Europa, quando le mete artistiche sono Londra, Parigi, Berlino e Milano. La monotonia cromatica viene spezzata al momento del congedo degli ospiti, in attesa della carrozza chiamata da Gabriel, sua moglie Gretta sulle scale con dietro di lei una finestra variopinta di colori, protesa nel volto verso l'alto ad ascoltare il canto di D'Arby "Ragazza di Ocram", scatenando nella donna ricordi che credeva aver sopito o quantomeno superato, mentre Gabriel dal pianerottolo la osserva in modo pensoso per tutta la durata di circa un minuto, è un flusso che riprende a scorrere rompendo totalmente i suoi argini nella camera d'albergo dei coniugi, con la confessione di Gretta su un intenso amore passato, recitato perfettamente da un'Anjelica Huston al suo meglio nell'arte del dialogo ed in costante palpito nervoso prima di farsi sopraffare dall'emozione. Poche volte nel cinema la parola ha raggiunto un livello di così profondo di riflessioni, il cui suono soave si fonde perfettamente ai fiocchi di neve sferzati dal vento, dando un perfetto ritratto di ciò che siamo; ombre, vivi o morti la nostra esistenza è transitoria, il conflitto individuale tra i coniugi Conroy, diventa punto di indagine sulla caducità' del vissuto umano e di come noi ed il nostro pianeta, siamo destinati ad essere seppelliti sotto una coltre di neve che cancella ogni traccia e ricordo; non c'è modo di fermare questa legge universale e la gelosia di Gabriel verso la moglie, non deriva dell'impossibilità di competere con l'uomo di cui era innamorata, ma dalla constatazione che egli non ha mai vissuto un sentimento di così potente intensità come la donna, nei fatti unico concreto rimedio attuabile per non avere troppi rimpianti al momento finale, poiche' la vita deve essere vissuta nei sentimenti, con l'ardore di una fiamma che consuma un candelabro.
      Testamento migliore non poteva esservi per John Huston, che morirà il giorno prima della presentazione dell'opera a Venezia e senza dubbio fu colui che tra i pochi registi del periodo classico, ottenne i risultati migliori anche durante la New Hollywood e dopo la fine di essa, regalando ad uno sgangherato e mediocre cinema americano degli anni 80', un vero capolavoro assoluto. Indubbiamente The Dead - Gente di Dublino (1987) è un capolavoro assoluto, anche se poco ricordato e citato, forse perché del decennio a cui appartiene ci si ricorda di altra roba, come la spazzatura con Stallone, Norris, Schwarzenegger e altre amenità varie di tipo blockbuster, ma non delle vere opere d'arte come queste, che ci regalano intense riflessioni esistenziali ed umane, come solo il vero cinema riesce a fare.

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      • Lo Sperone Nudo di Anthony Mann (1953).

        Anti-classico si fonde con il classico nel cinema di Anthony Mann dove i personaggi sono tridimensionali e a tutto tondo, con psicologie mai troppo nette o squadrate negli stereotipi, Lo Sperone Nudo (1953) è un titolo che racchiude gran parte del pensiero del suo autore, tramite i temi dell'ossessione per il passato, la sfiducia nei rapporti umani e l'avidita'; infatti non è un caso che l'intera trama è costruita intorno ad un gruppo di cinque persone, 4 uomini ed una donna, costantemente all'erta l'uno verso l'altro nonostante in teoria il cacciatore di taglie Hoeard Kempt (James Stewart), il cercatore d'oro Jesse Tate (Millard Mitchell) e l'ufficiale congedato con disonore Roy Anderson (Ralph Meeker), siano tra loro soci di una futura spartizione di 5000 dollari pendenti sulla testa di Ben Vandergroat (Robert Ryan), al cui fianco c'è la bella Lina Patch (Janet Leigh), figlia di un suo ex-compare di rapine.
        L'unità del trio è subito minata dalla diffidenza reciproca, poiché ognuno dei membri cerca di approfittare delle debolezze altrui per intascare i soldi della taglia da soli senza doverla spartire, vedendo in Ben non un uomo, ma un sacco di denaro ambulante da fare proprio, tanto che in effetti per gran parte del film è il personaggio del criminale a riscuotere più simpatia, fosse altro perché per lo meno si comporta per quello che è, cercando di seminare dubbi ad incertezze tra i singoli membri, per creare ancora più zizzania tra loro.
        La frontiera è un posto irto di difficoltà e pericoli, ma nel cinema di Mann i problemi non sono esterni (c'è solo un breve attacco indiano, giusto come concessione agli stilemi del genere), ma interni al gruppo le cui psicologie sono messe in primo piano.

        Il verde paesaggio del Colorado, con le sue rocce pericolanti, la fitta foresta ed i fiumi in piena, sostituiscono efficacemente i deserti e le valli, mostrandosi luoghi altrettanto ostili e valorizzati dalla scelta di Mann di girare solo in esterna, accentuando le peripezie fisiche e la sofferenza dei suoi personaggi, autori anche di stunt difficili e pericolosi, come scalare la roccia o attraversare le rapide di un fiume in piena. L'eroe Manniano è imperfetto, valorizzato grazie all'ottima recitazione di James Stewart abilissimo nel tratteggiare un personaggio cinico e menefreghista, grazie anche al solo uso dello sguardo con cui freddamente è indifferente allo sorti di Roy braccato dagli indiani ma all'occorrenza pieno di incertezze quando la sia mente è in uno stato di conflitto emotivo al momento di uccidere a sangue freddo Ben.
        L'avidita' è il motore alla base delle azioni umane, vista come elemento distruttivo se posta come ragione di vita a cui si contrappone una possibile vita al servizio dell'altro, qui incarnata dal personaggio di Lina, d'altronde la frontiera americana è un posto dalle molteplici occasioni per rompere con il passato per crearsi un nuovo futuro, senza doversi interstardire in modo auto-lesionista su un'unica occasione ed è qui probabilmente il legame con il western classico, che ancora tiene legato il cinema di Mann al passato, cioè l'interstardirsi in un finale veloce in cui al denaro è possibile contrapporre altro, senza che questo però abbia modo di emergere chiaramente, se non secondo appunto uno schema calato dall'alto tipico del genere, forse il regista avrà modo di eliminare tali residui in pellicole successive per regalarci un capolavoro compiuto.


        Terra Lontana di Anthony Mann (1954).
        ​​​​​​
        Interessanti i western di Anthony Mann, per il loro cercare di rompere continuamente i canoni imposti da John Ford, a cominciare dalle ambientazioni in primis, che dalla Monument Vallet passano a terreni rocciosi brulicanti di verde, ma non meno pericolosi del deserto, dove l'inferno di sabbia, qui tende a mascherarsi in un paesaggio rassicurante, ma pronto a mutare nel peggiore dei posti. Il protagonista Manniano, non ha nulla di Fordiano, scordatevi il rigore monumentale di John Wyane o le guappate giovanili di Ben Johnson, che alla fine ci danno sempre un eroe invincibile ed inscalfibile, qui abbiamo una figura dubbiosa, imperfetta, ambigua e soprattutto incline all'errore, Jeff Webster (James Stewart), segna la maturazione definitiva del concetto di protagonista Manniano; un individuo che uccide due persone per non farsi fregare la mandria, si fa ingaggiare da Ronda Castle (Ruth Roman) come guida per sfruttare l'occasione di poter varcare il confine, frega la mandria sequestratagli dal giudice/sceriffo Gannon (John Mclntire) e il suo rifiutarsi di aiutare la gente di Dawson nonostante sia in grado di usare le armi meglio di tutti. Più che il classico eroe, sembra il ritratto di un menefreghista, oppure più semplicemente un essere umano tridimensionale come altre figure che popolano il film, spingendosi al limite del possibile consentito dal codice Hayes. Le terre del Canada della fine dell'800 sono l'ultima frontiera inesplorata ed incontaminata oltre ai poli nord e sud; l'oro appena scoperto attira una marea di persone in cerca di fortuna e una lunga schiera di affaristi come Jeff, il quale non vede l'ora di fare un mucchio di soldi contando sulla vendita della sua mandria a prezzi esorbitanti data l'enorme richiesta di viveri e come lui anche Ronda, tramite il suo locale e Gannon, che ha accentrato le funzioni di giudice e monopolista nella vendita di viveri nelle sue mani, stanno già da tempo facendo affari d'oro sfruttando tale occasione.

        Mann non rinuncia alla spettacolarità delle scene, sfruttando in lungo ed in largo le scene in esterna per regalare scorci inediti, realizzando sequenze dall'alto tasso tecnico e di montaggio come la frana delle rocce sul gruppo di Ronda Castle, girata senza l'ausilio di trasparenti, che qui sono abbandonati del tutto, così come inesistenti sono le scene su set costruiti negli studio e ben gestite sono le sequenze notturne, rese molto meglio esteticamente e nell'illuminazione rispetto allo speculare Là Dove Scende il Fiume (1952). Assistiamo alla nascita di Dawson e alla sua fiorente popolazione, ma anche alla nascita dei semi del capitalismo nei personaggi di Ronde e soprattutto dell'avido giudice Gannon, che spadroneggia come gli pare e piace per saziare la sua sete di ricchezze ed innanzi al suo potere, la politica dell'indifferenza di Jeff deve arretrare tenendo conto che un uomo forte come lui ha delle responsabilità collettive prima che individuali. Il percorso di maturazione come di consueto, passa attraverso la caduta sia interiore che fisica, dovendo soffrire le pene dell'inferno, le quali faranno ardere le fiamme violente della vendetta generate dal tradimento, tema costante della filmografia di Mann, il quale cerca di costruire dei personaggi approfonditi psicologicamente e delle soluzioni crepuscolari, come gli scontri a fuoco, che sono si pochi, ma girati con un senso della tattica e senza cercare di costruire intorno al duello personaggi statuari nella loro immobilità, puntando sul dinamismo e sfruttando il terreno di scontro al meglio.
        Stewart si mostra l'imperfetto protagonista Manniano con la sua recitazione anti-accademica e piena di sfumature, eccellente Walter Brennan come sua spalla e Ruth Roman nel dare vita ad un personaggio femminile per nulla decorativo e spiace quindi per una prima parte qua e là ondivaga, nonché per il personaggio di Renee (Corine Calvet), petulante e assolutamente fuori luogo nella sua monodimensionalita' in un film del genere, che per il resto risulta eccellente.

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        • D.N.A. Decisamente Non Adatti di Lillo e Greg

          Per passare poco meno di un'oretta e mezza in relax e farsi due risate va anche bene. L'impressione è sempre che potrebbero fare di più, alla fine non c'è poi tutta questa differenza rispetto alle pellicole realizzate con De Laurentiis.

          Wildlife di Paul Dano

          Si, ok, ma perché? Storia vista e rivista già diecimila volte, riproposta senza idee particolari. Per essere un'opera prima è anche buona, ma Dano non è che abbia rischiato molto.

          La porta sul buio - Il tram di Dario Argento

          Mediometraggio del 1973 girato da Argento per Rai 1. Un giallo in piena regola, per un pubblico il più generalista possibile, eppure lo si segue con piacere, ed anche la risoluzione finale è abbastanza ingegnosa.
          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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          • Beastie Boys Story di Spike Jonze (2020)
            Disponibile in 'melavisione', questo documentario non è altro che un montaggio 'filmico' di uno show tenuto da Mike D e Adam Horowitz in collaborazione con lo stesso Spike Jonze... anche se, oltre alla loro storia, dell''altro' da ricavare c'è.

            'Chiunque può cucinare' diceva il topolino Remy*, ripetendo Chef Gusteau, e lo stesso motto, traducendo in gergo americano (dove 'cooking' è l'attività degli artisti e 'eating' quella dei fan), lo si può applicare alla scena musicale. Eh sì, perchè proprio i due protagonisti dello show nei primi filmati di repertorio si dimostrano delle 'bestie' che macellano la musica, con una mina vagante (il compianto genio di Adam Yauch) a fungere da ispiratore, motivatore e canalizzatore del talento.
            Così un progetto nato per moda ('tutti a scuola avevano una band') sotto l'influenza di un'altra personalità forte e ambiziosa (Rick Rubin) diventa un fenomeno globale con il primo disco 'Licensed to Ill' (la cui 'malattia', da loro accettata senza particolari problemi su richiesta dell'etichetta, può essere il per sempre rimpianto allontanamento dalla band della batterista Kate Schellenbach [concetto non solo espresso a parole, ma palesato dalle sue continue apparizioni in foto e video d'archivio nel corso di tutto il film]), album che in seguito darà ai produttori 'licenza di uccidere' la loro carriera.
            La cosa bella del documentario è vedere come ogni nuovo lavoro sia stato ispiratore per i tre ragazzi, che al secondo album decidono di rivendicare la loro indipendenza (per gli altri produttori a cui si rivolgono sono solo un 'prodotto' di Rick Rubin e Russell Simmons) per poi scoprire amaramente che più bello =/= maggiore successo, cosa che li porterà poi ad aumentare la sperimentazione alla ricerca di un'identità musicale a mio avviso (e a quello di vari ospiti [Ben Stiller, Steve Buscemi, David Cross] dello show/ottima scelta quella di 'trascurarlo' per farne riconoscere i meriti al pubblico nelle 'post-credit scenes') già pienamente definita in 'Paul's Boutique'... così come il crescente successo arrivato dopo quattro dischi, che risveglierà in loro un senso di responsabilità nei testi (Horowitz risponderà alle accuse di un giornalista con la massima 'preferisco essere ipocrita che essere la stessa persona per sempre') e nella riconoscenza verso chi ha contribuito alla nascita di tutto (le vecchie amiche Jill e Kate, aiutate nel lancio della loro carriera).
            Ciò che resta alla fine del viaggio è che, di questa 'crazy shit', ne è valsa la pena.
            Voto 8/10


            *se non lo avete ancora fatto, correte a votare con un 10 il capolavoro Pixar 'Ratatouille' nel topic delle filmografie!
            'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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            • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
              La porta sul buio - Il tram di Dario Argento

              Mediometraggio del 1973 girato da Argento per Rai 1. Un giallo in piena regola, per un pubblico il più generalista possibile, eppure lo si segue con piacere, ed anche la risoluzione finale è abbastanza ingegnosa.
              io mi ricordo quando trasmisero La porta sul buio su rai 1 ai tempi. Gli altri 3 episodi li hai visti? Sono difficili da trovare. Ricordo che mi aveva colpito La bambola per il finale a sorpresa, anche se generalmente viene considerato il meno riuscito. Invece è molto particolare, introspettivo, angosciante, non è diretto da Argento e infatti è più affine a Polanski.
              Ultima modifica di David.Bowman; 02 maggio 20, 14:42.
              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


              Votazione Registi: link

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              • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

                io mi ricordo quando trasmisero La porta sul buio su rai 1 ai tempi. Gli altri 3 episodi li hai visti? Sono difficili da trovare. Ricordo che mi aveva colpito La bambola per il finale a sorpresa, anche se generalmente viene considerato il meno riuscito. Invece è molto particolare, introspettivo, angosciante, non è diretto da Argento e infatti è più affine a Polanski.
                Non li ho visti, ma tra Youtube e RaiPlay si trovano tranquillamente
                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                  Non li ho visti, ma tra Youtube e RaiPlay si trovano tranquillamente
                  io li ho tutti in versione VHS, ancora perfettamente funzionante

                  su RAI Play mi risulta che si trova solamente Il tram

                  comunque dacci uno sguardo prima o poi
                  "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                  Votazione Registi: link

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                  • Traffic di Steven Soderbergh

                    L'avevo già visto anni fa ma probabilmente ero stanco oppure l'avevo seguito con poca attenzione.
                    Ricordavo solo che seguiva più storyline e che per ognuna venisse adottata una scelta cromatica differente, ma non l'avevo certo apprezzato particolarmente.
                    L'ho rivalutato e parecchio, film bello duro e crudo con giusto quel pizzico di speranza nel finale senza cadere comunque nel buonismo o nella retorica. I quattro Oscar che ha vinto direi che sono tutti meritati.

                    Dovrei rivedere Sicario di Villeneuve, ma penso che se lo facessi a breve mi verrebbe quasi da considerarlo un film inutile.

                    EDIT: in giornata avevo visto un altro film che mi ha lasciato pienamente soddisfatto, seppur di totalmente diverso genere, epoca e nazionalitá: The story of the last Chrisanthemums di Kenji Mizoguchi, grande epopea sul rapporto tra vita e arte e sui sacrifici che una puó richiedere all'altra con poco spazio per i compromessi ma altresì con difficoltá da superare che possono diventare la spinta per far meglio in uno o nell'altro campo.
                    Ultima modifica di aldo.raine89; 02 maggio 20, 23:26.

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                    • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                      D.N.A. Decisamente Non Adatti di Lillo e Greg

                      Per passare poco meno di un'oretta e mezza in relax e farsi due risate va anche bene. L'impressione è sempre che potrebbero fare di più, alla fine non c'è poi tutta questa differenza rispetto alle pellicole realizzate con De Laurentiis.
                      Dai dieci minuti che ho visto, e dal trailer, si notano un paio di cose:
                      --> Il duo prende molto ispirazione da le Folli Notti del Dottor Jerryll (sia per l'espediente fantagenetico in se, che per il trucco nerd di Greg, che per l'atteggiamento della famiglia)
                      --> Per fare una fantacommedia cartoonesca, come cartoonesco è lo stile del duo che viene dai fumetti, serve una messa in scena "danarosa", in quanto servono scenografie e costumi altamente colorate e pop. Non a caso il duo rende meglio a teatro, dove possono allestire un non luogo su loro misura.
                      --> Non hanno una padronanza del montaggio sufficiente, o forse non avevano soldi, per essere convincenti con lo slapstick.
                      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                      Spoiler! Mostra

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                      • Vorrei commentare di più qui sul forum, ma non trovo mai tempo.
                        Vorrei riprendere l'abitudine per sviluppare nuove amicizie e conversazioni.
                        Stroncherò un pò di roba. Ma motiverò sempre le ragioni.
                        CH44.jpg
                        La Chiesa (Soavi)
                        Film tardo anni 80, che ho visto principalmente per due ragioni. Innanzitutto, da bambino odiavo l'horror perchè mi spaventava tutto, e di questi film ricordo che Medisaset passava spesso la pubblicità o, addirittura, nelle edicole e nelle videoteche trovavi sempre la cassetta. Il logo era fichissimo:

                        Oltretutto la chiesa romanica somiglia vagamente ad una chiesa che si trova vicino casa mia a Torino (la foto è mia):
                        71824817_10220954586161208_4599218273827946496_n.jpg?_nc_cat=110&_nc_sid=8024bb&_nc_ohc=zQPASmM5KSwAX9TiQNH&_nc_ht=scontent-mxp1-1.xx&oh=31d9dda0b3e861c390e18a069b745e04&oe=5ED47F0F.jpg
                        Che dire....Soavi ha talento visivo, le immagini e i movimenti riusciti ci sono....la parte medievale vista nella soggettiva di un elmo medievale, le maschere fatte in vimini, la carrellata nei sotterranei della chiesa che termina in una statua simil-nazgul, le imitazioni dei quadri di Bloch, ....il problema è che i soldi non sono abbastanza, e l'effetto oggi è quello dei carri di Viareggio. A parte che poi ad un certo punto appare Satana, col faccione di Lupo Alberto.
                        latest?cb=20090923124548&path-prefix=it.jpgla-chiesa.jpg?fit=1200%2C600.jpg
                        Bisogna capire che negli anni 80/90 il satanismo andava forte come tematica, specie in Italia dove la cronaca marciava molto su messe nere e sette. Quindi, ciò che oggi pare ingenuo, contestualizzato nell'epoca poteva risultare vincente (un pò come quando, dieci anni fa, ci siamo ritrovati i Templari in tutti i film di genere). La sceneggiatura è un ginepraio: si passa dalla caccia al tesoro stile Zeder/ Indiana Jones, ad una storia di possessione con allucinazioni alla videodrome, a scene di stalkeraggio alla Scream fino ad una soluzione idiota come trasformare la chiesa nel tabellone del gioco Brivido: tutti i personaggi rinchiusi nella chiesa, con trappole e trabocchetti a scattare. Una storia ridicola è sconclusionata, degno di uno dei peggiori albi di Dylan Dog. Alcune idee spiazzanti però si trovano (nel tentativo di scappare, una coppia non viene uccisa dai demoni ma da un treno della metropolitana!).

                        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                        • Mademoiselle
                          Uno dei migliroi film visti quest'anno. Credo che, per capire cosa gli americani provassero nel vedere il cinema italiano anni 70, noi italiani oggi dovremmo guardare il cinema coreano: Un miscuglio di culto del cibo, violenza, personaggio grotteschi ed erotismo.
                          Un giallo che gioca continuamente sul tema del doppio e cita, (involontariamente?) L'uomo della sabbia di Hoffman (la costruzione artificiosa della donna ideale, la bambola di legno). Un uso magnifico di scenografie, al contempo apertissime (i magnifici giardini della villa) e claustrofobici (la villa, piena di botole e pannelli segreti, come un tabellone del cluedo). Continue metafore falliformi (l'enorme auto che penetra nei cancelli della villa, statue di cobra erette, etc.). Una categoria maschile volutamente mostrata come inetta e inutilmente compiaciuta del suo machismo (un personaggio, alla mutilazione delle dita, si consolerà all'idea di non venire privato del fallo). Un nemico letteralmente untuoso e orchesco (l'uso di inchiostro per trascrivere i libri lo obbliga a macchiarsi dita e lingua di nero, sottolineando quasi inconsciamente come questi due elementi corporei, molto utilizzati nella pratica sessuale, diventino "neri" quando usati da lui). Due protagoniste simmetriche in tutto: Una contadina, tarchiata, scura, coreana, "rotonda", rozza, energica (nel rimettersi a letto urta i mobili e fa rumore), una donna fatta di terra e fuoco a cui si contrappone una giapponese slanciata, esile, elfica, filiforme, posata, trattenuta, calcolatrice, misurata, diafana, una creatura di aria ed acqua. Continui ribaltamenti di punti di vista, degni dei migliori gialli. Nonostante le scene esplicite non manchino, il talento del regista si nota nel mostrare l'erotismo dei gesti più semplici e, non a caso, il momento più intenso tra due personaggi potrebbe essere lo sfregamento di un dente con un ditale di argento. Una persona più "scafata" in psicologia potrebbe sottolineare come le due protagoniste, private della loro infanzia, siano forse rimaste bloccate al complesso di Elettra e alla fase orale dell'individuo, infatti la loro seduzione avviene attraverso elementi che passano per la bocca...il ditale, l'acqua zuccherata etc.
                          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                          • Una storia Vera, Lynch
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                            Ultima modifica di UomoCheRide; 03 maggio 20, 11:07.
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                              Allora, sarò spietato. Il film ha una cattiva scrittura. Il film si riassume in poche righe: Un enorme e pretenzioso Gimmick, girato DIVINAMENTE, ma scritto MALISSIMO, con attori BRAVISSIMI ma che sciorinano dialoghi banali, gonfi di aforismi, recitati come se dicessero verità allucinanti, senza contraddittorio, con personaggi MACCHIETTA, e tante scene che ricordano (o dovrei dire COPIANO) altrettante scene di film più riusciti, utilizzando ruffianemente un tema su cui fare facile polemica in modo da ottenere attenzione da Hollywood. Ci sono 3 semplici parole per descrivere quanto detto sopra: Il Peggior Sorrentino (quello di This Must be the Place e La grande bellezza, per intenderci).
                              Iniziamo, motiverò tutte le mie rimostranze.
                              1) Il film ricorda molto Game Six, film scritto da DeLillo (autore di Cosmopolis) in cui un autore teatrale (Michael Keaton) vive giorni da incubo per via del debutto della sua nuova opera, temendo che un recensore terribile (R. Downey Junior) possa stroncarlo. Descritto come un mostro, R.D. Junior alla fine icontrerà Keaton, anche per via della figlia (una sbandata che seduce uomini più grandi e che ha uno strano rapporto col padre). Critico e autore si copriranno molto simili, entrambi amanti dell'arte ed entrambi fragilissimi nelle loro insicurezze. Ah, Keaton passa tutto il film in auto, nel tentativo di andare a farsi i capelli, come in Cosmopolis. A parte questo, suona un campanello? Ecco, Game Six è meglio di Birdman, per una semplice ragione. I personaggi sono personaggi e non sono pedine. In Birdman abbiamo un critico che decide di stroncare un'opera "perchè si". Sul serio, lo dice chiaramente. Ora, un qualunque attore addentrato al sistema, o un qualunque critico, non criticherebbe mai la deriva dei cinecomics moderna, specie perchè è consapevole di tre cose a) I franchise esistono dai tempi de La moglie di Frankenstein della Univesal, b) Gente come R. Downey Junior, Ruffalo, la Johannson (ma uscendo dai cinecomic potrei citare anche Adam Driver della serie di Star Wars, o il duo Clooney/Damon della serie degli Ocean) per un pugno di cinecomics che girano si prestano poi ad una serie di film indipendenti e impegnati. Quindi fanno marchettoni per poi fare altro. E' normale. Un ex supereroe che decide di fare teatro non dovrebbe fare nè caldo nè freddo a nessuno. Quel personaggio di critico non ha senso di esistere, esiste perchè Inarritu ha bisogno di creare conflitto al protagonista, solo che DeLillo sa scrivere, Inarritu no.
                              2) Altro personaggio irritante (per come è scritto male) è l'idiosincratico personaggio di Norton. Quanti film sul teatro avete visto in cui arrivava un attore divo a rompere le scatole a tutti? In quanti c'era un attore che diceva di sparire quando usciva dalla scena e che riusciva ad essere vivo solo in scena? Il personaggio di Norton parla in continuazione ma non vive mai la sua condizione come davvero conflittuale. Compie anche atti orribili (uno stupro in scena), ma la cosa passa talmente in secondo piano che nessun personaggio ne parla (sul serio? del resto hanno cose più importanti di cui parlare- sono sarcastico). Perchè è arrivato a questo punto? Dove vorrebbe andare? Cosa sente? Non ci è dato saperlo. Cavolo, i personaggi di Tropic Thunder sono scritti meglio!
                              3) I dialoghi sono On The Nose. Ossia i personaggi non ti fanno capire ciò che provano, ma lo dicono esplicitamente. Se aprite un manuale di scrittura creativa alla voce "dialoghi", ti dicono esplicitamente che questo non va bene. Hai attori che ti dicono "io sono vero solo in scena" (e nessuno fa domande di fronte ad unafrase del genere), hai attori che monologheggiano tipo "oh...ho sempre sognato fare l'attrice...". Oltretutto, i dialoghi vengono inefficacemente dopati dal linguaggio triviale. Ora, io non sono contrario al linguaggio triviale (altrimenti dovrei cassare Monicelli o Tarantino, che invece adoro). Solo che qui è tutto finto. I personaggi per far capire che i critici sarebbero galvanizzati dall’idea di avere Norton in scena, usano espressioni tipo “mi verrebbero addosso”. Ora, sul serio un gruppo di attori e produttori parlerebbe cosi? Ma soprattuto, sul serio TUTTI i personaggi in scena parlerebbero cosi? Potrebbero scambiarsi le parole tra loro e non cambierebbe nulla….segno che i personaggi non sono caratterizzati. Di nuovo, cattiva scrittura.
                              Ultima modifica di UomoCheRide; 03 maggio 20, 11:06.
                              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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                              • 4) I piani sequenza...sono un gimmick. A che serve un piano sequenza? A far salire la tensione verso uno sfogo o drammatico (penso ai piani sequenza di Jobs) o thriller (Hitchcock, De Palma) o comico (Hollywood Party). Oppure per immergere uno spettatore in un mondo (Stanlio e Ollio). Ora, passi il primo piano sequenza per entrare nel mondo del teatro. Passi il piano sequenza con il protagonista che, in mutande, deve raggiungere la scena in tempo (a proposito, Woody Allen in Pallottole su Broadway sta roba la faceva nel 2004….e volendo anche in Melida e Melinda nel 2005...). Ma gli altri piani sequenza sono inutili. Sono solo narcisismo registico. Non è vero che servono a farci immergere nella tensione del personaggio fino al culmine finale, assolutamente no. Semplicemente perché regista e sceneggiatore suddividono la storia su più giornate e su più personaggi. A che serve il piano sequenza se poi sposti l’attenzione su Norton e la Stone? A che serve se passano più giornate?

                                5) Il film non ha dramma. Ma perché dovremmo sentire salire la tensione se la tensione non c’è? Keaton ipoteca tutto per uno spettacolo che dopo due scene ci viene detto che è un successo. Ha paura di non riuscire come attore ma una scena dopo lo vediamo fare un monologo e vediamo ricevere scroscianti applausi. Entra in scena in mutante, la gente ride, ma quando avviene lo sparo sentiamo l’emozione del pubblico (quindi, in un certo senso, entrare in mutante ha MIGLIORATO la scena). Norton passa come uno che crea problemi ma poi è il primo a fare i complimenti a Keaton (quindi, sapendo quanto sia idiosincratico Norton, possiamo capire che siano sinceri). Ripeto, perché questi sono gli errori più grandi: Keaton riceve complimenti e applausi per la recitazione, quindi perché si lamenta?

                                La Watts si sente insicura come attrice ma riceve complimenti subito dopo da un’altra attrice e...niente, volemose bene, ora è tutto ok (certo, hanno quasi stuprato il personaggio, ma si vede che le priorità sono altre).

                                La gente lo film in mutande su Youtube e la cosa passa per propaganda pubblicitaria (di nuovo, i fratelli Marx negli anni 40 andavano in giro vestiti da Napoleone per pubblicizzare gli spettacoli teatrali, anche se fosse, cosa c’è di male? Radcliff ha recitato nudo a teatro e la cosa ha innegabilmente fatto pubblicità, di nuovo….davvero nel mondo di Inarritu un attore che gira in mutande, forse per fare reclame ad uno spettacolo, fa passare l’attore per un perdente? Ma soprattutto, se il pubblico twittarolo poi lo vede morire in scena in mutante e si illude che la scena fosse pianificata così, non twittera in risposta dicendo che era un trucco drammatico per far passare il personaggio prima come ridicolo per poi spiazzare con lo sparo?).

                                Keaton vuole l’attenzione della critica ma poi si rende conto che questa critica è una incapace nel suo lavoro e, se fosse un minimo più intelligente, potrebbe metterla a posto con due frasette. In sostanza, Keaton, di cosa si lamenta?

                                6) La trama non ha senso. E non parlo della telecinesi che viene chiaramente spiegata dal film (sono solo sue illusioni). Ma davvero un attore cita la produzione per un incidente del teatro e non cita il teatro? Ma davvero non sono assicurati e quindi la citazione dovrebbe causare danni? Ma davvero questi iniziano le prove senza un attore/regista/produttore in scena? Ma davvero Keaton che è regista e produttore odia uno degli attori? E allora chi lo ha scelto quello li? Non ha alcun senso. Di nuovo, Inarritu scrive i personaggi “perchè si”. Lo fa perché gli serve che facciano delle cose ma poi, in quanto sceneggiatore cane (in mia opinione) non sa giustificare bene la cosa.
                                Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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