annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Grazie mille!

    Commenta


    • Fine della quarantena, inizio della Fase 2, quindi credo finisce la maratona di film visti i rivisti. Un pò di roba più leggera vista o rivista :


      Diavolo Veste Prada di David Frankel (2006).

      Uno dei pochi cult del nuovo millennio e la commedia romantica di maggior successo degli anni 2000, naturalmente il Diavolo Veste Prada di David Frankel (2006) non poteva che essere una cagata pazzesca e sopravvalutata da una critica mediocre e da un pubblico bue, i quali l'hanno salutata come una intelligente satira nera sul mondo oscuro della moda e le sue regole spietate, peccato che non ho visto nulla di tutto questo nel film, il cui messaggio si può benissimo racchiudere in "lecca il culo, fai lo stronzo, compiaci il tuo capo e vedrai che otterrai la sua stima e farai carriera".
      Devo premettere che il sottoscritto e la moda siamo due rette parallele, che per il noto assioma non si incontreranno mai e fosse per me incenerirei con la fiamma ossidrica tutto quel mondo e gli imbecilli che decidono se sei "in" o "out" in base all'abbigliamento, creando un perverso meccanismo classista al quale oramai molti si conformano, causando problemi invece a chi come me ha sempre privilegiato la comodità come criterio di scelta del vestiario o comunque abbinamenti dettati dalla mia testa e non dal sistema; quindi una pellicola del genere forse già non partiva con i favori del pronostico, dimostrandosi anche inutilmente pretenziosa nel voler di facciata criticare il mondo della moda, quando in realtà il regista e lo sceneggiatore graffiano quel mondo con gli artigli di un cucciolo di gatto, risultando inoltre ruffiani poiché finiscono subdolamente con il celebrare l'oggetto della loro critica, in sostanza la morte della satira nera quindi, anche perchè qua di nero purtroppo c'è solo la qualità di cinema alla base di questa pellicola.

      Nel vuoto di una narrazione ipocrita e senza idee originali, con una regia inesistente, il difetto peggiore sono i personaggi che praticamente non esistono, non sono credibili e sono scritti con il buco del culo; Andrea Sachs (Anna Hathaway) è una giovane laureata in carriera appena giunta a New York con l'obiettivo di fare la giornalista e trova un miracoloso impiego come seconda assistente di Miranda Prisley (Meryl Streep), tirannica ed eccentrica direttrice della rivista di moda Runway, che vuole sfruttare come rampa di lancio per fare carriera. Sin dalle premesse il film svacca di brutto sul suo voler fare satira nera, poiché risulta improbabile l'assunzione di una ragazza che di moda ne sa meno del sottoscritto tanto da non conoscere neanche un marchio come Gucci, và bene il costruire un personaggio "ingenuo", ma nel 2006 neanche la più isolata al mondo tra le ragazze, poteva ignorare cosa fosse Gucci. Per il resto la narrazione si sviluppa in una fiacca riproposta di una donna in carriera senza guizzi o intuizioni, dove la nostra Andrea si unirà al sistema moda grazie al "pigmalione" gay Nigel (Stanley Tucci), compiendo commissioni sempre più difficili ed impossibili per Miranda, arrivando a scalzare la prima assistente Emily (Emily Blunt), ma trascurando sempre di più gli amici ed il fidanzato Nate. Si vuole spacciare Anne Hathaway per una ragazza goffa, cessa e soprattutto "grassa" perché taglia 42, sponsorizzando subdolamente, tra una lode di Nigel e uno spot patinato da videoclip, la taglia 38 per tutte le donne in modo maldestro, arrivando ad un finale "morale" abbastanza fuori luogo, dove si assolve il personaggio di Miranda, perché sarà anche una stronza dalle pretese impossibili, però è una che guarda avanti, quindi giustificata nei comportamenti che tiene, d'altronde anche lei nel profondo del suo cuore è un essere umano come tutti, sta agli altri scoprire il contorto sentiero che conduce alla meta. In sostanza la satira che assolve la moda ed il capitalismo, d'altronde la tanto osannata Meryl Streep con i suoi tic e manierismi non fa altro che rendere più iconico possibile e quindi sempre meno credibile il suo personaggio, conquistandosi una immeritata nomination agli Oscar, mentre Anne Hathaway paga un personaggio scritto in modo troppo esagitato e costretta ad una recitazione caricata, alla fine è la brava Emily Blunt a salvarsi grazie alla sua abilità nel ritirarre un personaggio in costante crisi di nervi nel dover gestire l'agenda di Miranda. Un Faust moderno secondo alcuni, un buco nell'acqua clamoroso per tutti gli altri, causa di un film che resta in superficie senza mai scavare troppo nel profondo, d'altronde perché sforzarsi troppo? Oltre 300 milioni ai botteghini a fronte di un budget di 35, danno ragione a chi ha realizzato l'opera.





      Ghost di Jerry Zucker (1990).

      I film sentimentali dalla critica sono considerati alla stregua del porno o quasi come considerazione, nonostante la rivalutazione dei film marcatamente di genere avvenuta negli ultimi 30 anni ed in effetti verrebbe da dargli ragione vista la qualità mediocre di tale pellicole, crollate drasticamente nella qualità. Se Pretty Woman (1989) aveva ucciso la commedia romantica, l'osannatissimo Ghost - Fantasma (1990) di Jerry Zucker sfascia invece il melodramma, con una storia di amore, morte e trascendenza dei sentimenti che vorrebbe battere sul ricordo da parte dei vivi di coloro che sono morti, quando invece sviluppa il tutto con mano pesante sul lato melenso e superficiale, da risultare alla lunga pesantemente indigesto. Molly (Demi Moore) e Sam (Patrick Swayze) sono quello che si direbbe una coppia perfetta, entrambi giovani pieni di speranze, lui impiegato di banca, lei una modellatrice di vasi. Dopo l'ennesima uscita insieme, subiscono un tentativo di rapina che finisce tragicamente con la morte di Sam, il quale rifiuta di ascendere al Paradiso, diventando così un fantasma, non visibile ai viventi e destinato a condurre tale esistenza fino a che i motivi cui lo tengono legato al piano terreno vengono meno.
      Un melodramma che batte tasti risaputi, a cominciare dal fatto che la dolce Molly non scordera' mai il suo amato ed il fantasma di Sam, che vuole fare di tutto per proteggere la sua ragazza e cercare un modo di incontrarla per l'ultima volta, parando in una storia che vuole andare avanti a suon di sentimentalismo a buon mercato, lacrime facili e un tasso di zucchero insopportabile, arrivando a gonfiare il film di un sacco di roba, che finisce con il renderlo il perfetto esempio di quello che in gergo viene definito un "polpettone sentimentale".

      Joel Rubin vincitore di un'oscar miglior sceneggiatura rubatissimo, non si contenta di scrivere un semplice melodramma, ma cerca di inserire anche inserti da commedia tramite il personaggio della medium Oda (Whoopi Goldberg) e addirittura una componente thriller-criminale che diventa sempre più preponderante nel corso della narrazione tramite il personaggio di Carl (Tony Goldwyn), quindi il nostro caro fantasma inizialmente invisibile per tutti, prima interagisce con una medium, poi diventa in grado di spostare oggetti, si concede un ballo con l'amata (ma il regista furbescamente sorvola sul fatto che sia Whoopi Goldberg a ballare e ci mostra Patrick Swayze, timore di fraintendimenti lesbici?) e nel finale ha anche uno scontro fisico con coloro che sono stati responsabili della sua morte. Un uso secondo la convenienza del momento, anche perché si vede come il regista Jerry Zucker sia a disagio sia con la componente fantasy con degli scadimenti pacchiani con gli spiriti cattivi, che visti oggi scatenano grasse risate quando compaiono e sia nel melodramma, con una gestione pessima nei tempi che non riesce mai a maneggiare, sin dalla prima quanto imbarazzante scena d'amore tra Sam e Molly, con il vaso usato goffamente come transfert erotico, quando tutto è sotto gli occhi dello spettatore, procedendo con scene dolciastre e insostenibili, con un ritmo sempre più lento ed indigesto nella gestione. Il personaggio di Oda grazie alla sua interprete Woophi Goldberg strappa per lo meno qualche risata, rendendo possibile giungere fino alla fine, l'oscar è stato esagerato, ma per lo meno risulta è un raggio di luce nel mare del nulla cinematografico visto che Demi Moore recita con la sua consueta espressione da gatta morta, mentre Patrick Swayze è irriconoscibile rispetto alla prova fornita nel grande Point Break nello stesso anno. Zucker centra tutti i punti che possono facilmente emozionare il pubblico (specie quello femminile) arrivando a scelte di messa in scena e narrative molto ruffiane a cominciare da una colonna sonora lacrimevole abusata numerose volte e dal fatto che il nostro protagonista alla fine seppur responsabile di due omicidi, vada in paradiso tranquillamente come se nulla fosse, mentre le malcapitate vittime vengono prese dagli spiriti maligni. Se il pubblico è stato in grado di regalare a questa sbobba oltre 500 milioni (su un budget di circa 25), è inspiegabile il consenso critico intorno a questa papponata indigeribile, che ebbe ben 5 nomination agli Oscar tra cui due vittorie e che ancora oggi gode di buona considerazione, quando invece ha contribuito ad affossare il genere al cinema in modo irreversibile.


      Commenta


      • Bionda Esplosiva di Frank Tashlin (1957).

        Frank Tashlin é quello che si dice a tutti gli effetti un'artista poliedrico, dapprima fumettista, poi animatore, per passare successivamente a scrivere sceneggiature e gag per i fratelli Marx, ed infine negli anni 50' il passaggio alla regia.
        Il suo background artistico si nota chiaramente nei suoi film, di cui Bionda Esplosiva (1957) rappresenta uno dei suoi risultati più felici se non il migliore in assoluto, mostrando uno stile originale e molto lontano dalle commedie americane dei vari Lubitsch, Cukor ma anche quelle contemporanee di Billy Wilder, con cui però condividevano l'analisi e le ossessioni della società americana, ma Tashlin rispetto al regista viennese non si affidava al dialogo, ma ad un umorismo più "fisico", con un registro satirico mescolato alla profondità di campo con vari orpelli e stimoli visivi della cultura pop.
        Nel cinema di Tashlin la moda musicale contemporanea, si mescola con il mezzo televisivo, il fumetto, il cartone animato, la moda e la cultura di massa imperante, che privilegia l'apparire rispetto a l'essere; lo imparerà a proprie spese il protagonista Rockwell Hunter (Tony Randall), la sua ragazza Jenny (Betsy Drake), alle prese con estenuanti allenamenti fitness per tonificare il fisico secondo i canoni dell'immagine pubblicitaria perfetta che finiscono per ridurla in una sorta di rigor mortis, e soprattutto il loro capo Junior (John Williams), tanto stronzo in apparenza quanto triste umanamente, perché costretto per tutta la vita a conformarsi alle aspettative della società e del padre, arrivando a reprimere la sua passione per il giardinaggio e la cura delle rose. Ma d'altronde la vita è ingiusta, visto che i competenti conducono una vita grama, mentre gli ignoranti vengono catapultati in cima; ed il luogo fisico che testimonia l'ingiustizia non può essere che il "cesso", posto del quale Rockwell otterrà le chiavi da dirigente una volta riuscito a scalare le gerarchie grazie alla sua intuizione di sfruttare la nota attrice Rita Marlowe (Jayne Mansfield), come testimonial per la campagna pubblicitaria di un rossetto, commissionata alla società per cui lavora.

        Tashlin conosce il mezzo cinematografico, mostrando sin da subito una certa sfacciataggine miniaturuzzando il protagonista vicino al logo della Fox, rompendo subito la quarta parete, sostenendo la sua insignificanza e rendendo così molto interessanti il momento dei titoli di testa, dove subito viene messo in chiaro l'umorismo del regista ed il tono del film.
        Tashlin si scaglia contro i meccanismi del successo ed il mondo della pubblicità, capace di trasformare uomini medi ed insignificanti come Rockwell, in persone famose ed improvvisamente cool, perché il potere della TV rende possibile in un attimo il sogno americano consentendo ad una persona comune di poter essere un vincente, ritrovandosi così ad essere rincorso dietro da uno stuolo scatenato di fangirl adoranti.
        Il personaggio di Rita Marlowe costruito sulle curve e le forme sproporzionate di Jayne Masfield, racchiude in sé tutta l'ipertrofia della società dei consumi, fatta di immagini aggressive, bombardamenti visivi e saturazione cromatica; l'attrice con i suoi versi e gridolini è una sorta di parodia dell'oca bionda senza cervello tarata chiaramente sulla figura di Marylin Monroe. Jayne Mansfield ne rappresenta la versione spinta all'eccesso e debordante, contenuta a fatica dall'enorme quantità di schiuma nella vasca da bagno, la donna che tutti vorrebbero e la miglior baciatrice che ci sia, una perfetta imprenditrice di sé stessa, fino a quando la medesima società che velocemente in una manciata di film la rese una diva, in poco tempo le voltera' le spalle, condannandola a restare per sempre una copia di Marylin Monroe, sfruttata dalla Fox come strumento per convincere quest'ultima a rigare diritto come attrice. Una satira divertente, colma di citazioni, auto-citazioni e riferimenti alla contemporaneità, che ci regala un frullato pop visivo pazzoide, frizzante, forse un po' kitsch e indubbiamente qua e là un po' invecchiato, ma Will Success Spoil Rock Hunter? (Un titolo originale molto arguto rispetto a quello generico italiano) tutt'oggi è una pellicola sfacciata, briosa e un interessante oggetto di studio per certa critica, che prima di dare aggettivi o epiteti come "capolavoro pop" a robaccia come Avengers Endgame (2020) o Spiderman Homecoming (2017), per via forse della fotografia con cromature da fumetto in taluni punti ma solo come specchietto per allodole nerd, dovrebbe conoscere molto meglio la storia del cinema e rivalutare registi americani come Donen, Edwards, Raimi e Talshin, il cui cinema tutt'oggi è la vera freschezza pop.



        Commenta


        • Camera con Vista di James Ivory (1985).

          Arredatore o maestro del melodramma? Cos'è esattamente James Ivory? Il regista californiano, rinomato per gli adattamenti di opere letterarie, che fanno della costruzione scenografica e dei costumi i punti di forza di un cinema fortemente prezioso e minuziosamente costruito nella messa in scena, da venir tacciato da molti di freddezza, estetismo e mero arredamento; non si può negare che parte delle opere in costume degli ultimi 30 anni, debbano la loro rinascita al lavoro di Ivory, che fece rifiorire il genere da metà anni 80' grazie sia ai successi commerciali che di critica dei suoi lavori, ed indubbiamente anche se non siamo innanzi ad un genio della settima arte, non tutte le sue pellicole si possono liquidare come quadretti artificiosi d'epoca senza alcuna anima, dimostrando di possedere nei suoi lavori migliori un contrasto tra la forma del dramma in costume con il profondo scavo psicologico dei personaggi, che toccherà il massimo apice con Quel che Resta del Giorno (1993), anche se Camera con Vista (1985), è il primo grande film din un regista che ne rivela il talento quando è nei momenti migliori di ispirazione.
          Gli studi di architettura di Ivory sono pienamente visibili nella prima metà dell'opera ambientata ad inizio 900' in Italia, nella città di Firenze, meta di visita da parte dell'aristocrazia e l'alta borghesia inglese, tra cui la giovane Lucy Honeychirch (Helena Bonham Carter) e la sua cugina molto più anziana Charlotte (Maggie Smith), le quali fanno conoscenza con altre persone del loro paese, tra cui gli eccentrici Emerson padre e figlio George (Julian Sands). Il regista ci regala scorci del capoluogo Toscano da ingolazioni e punti di vista originali e poco consueti, regalando inquadrature architettoniche della Firenze rinascimentale con le sue chiese antiche, gli affreschi di Giotto e le statue di Michelangelo, ma anche il moderno che si mescola all'antico, con la magnifica inquadratura del fiume Arno la cui corrente viene indirizzata dalla tecnologia dell'uomo, immagine che esemplifica la meraviglia che può scaturire dall'architettura organica e la commissione antico-moderno, al tempo stesso diventando manifesto dellla bellezza e del progresso che può derivare dalla fusione tra la decadente classe aristocratica (Lucy) e il vitalismo della oramai affermata borghesia (George).
          Lucy esteriormente è costretta ad un conformismo sociale rigido impartito dall'educazione consona alla sua classe d'appartenenza, ma è una costruzione artificiosa che contrasta con la sua vera indole che emerge impetuosamente tramite il suono delle sinfone di Beethoven al pianoforte, tramite le quali si manifesta l'intima indole della ragazza, nascosta a tutti, tranne al giovane Geroge Emerson in grado di carpire questo lato nascosto e rubarle un bacio in un paesaggio di campagna fiorentina, dai chiari connotati impressionisti.

          Chiaramente la parte inglese risulta indubbiamente più accademica, più impostata e meno originale nella messa in scena rispetto alla prima aprte ambientata in Italia, andando a rimarcare la superficialità e la rigidezza snob della classe aristocratica impersonata da Cecil Vyse (Daniel Day Lewis), futuro sposo di Lucy, un gentiluomo di Londra, dai modi sofisticati, impostati e fortemente sprezzante verso i campagnoli e le atitvità fisiche, prediligendo le discipline artistiche, che però l'uomo vive solo come erudizione da collezionare e non come strumento di arricchimento utile da applicare nella vita sociale, la distanza che lo separa da Geroge è abnorme nonostante condividano entrambi interessi nella lettura, ma Cecil concepisce i libri come mezzo per affermare e mettere in mostra sè stesso, finendo con il trattare Lucy come oggetto da mettere a lucido per l'invidia di tutti nella sua "collezione", mentre George legge Byron ed applica fino in fondo il significato romantico posto alla base della poesia del poeta inglese, fatta di una tensione irrequieta mai appagata, privilegiando lo sviluppo della propria e altrui persona tramite gli atti, riuscendo a mettere in pratica la teoria, coinvolgendo e lasciandosi coinvolgere dagli altri senza problemi anche con iniziative poco consone come fare il bagno in un laghetto caro alla famiglia Honeychurch, tanto tedioso e decorativo quando Lucy e Cecil si erano appartati in quel luogo, quanto improvvisamente ricolmo di vitalità anti-conformista quando Freddy, fratello di Lucy, invita George ed il reverendo Beebe a fare un bagno nudi, tramite cui Ivory costruisce una situazione comica ma al tempo stesso "sovversiva", divertendosi a mostrare i nudi integrali di questi tre uomini che lontano da tutti si divertono e rincorrersi tra loro finchè non finiscono sotto lo sguardo imbarazzato, ma divertito, di Lucy e quello moralista e sconvolto di Cecil che evidentemente si vergogna di vedere davanti a sè, ciò che ogni mattina dovrebbe vedere allo specchio. Se i personaggi di Lucy e Charlotte sono quelli più costruiri meglio nelle loro finezze psicologiche, George e Cecil rimangono per tutta la loro durata due figure tipiche del melodramma nella loro costruzione senza sussulti narrativi, a cui Ivory ovvia poggiandosi molto sui loro interpreti Julian Sands, raramente su questi livelli ed un giovanissimo Daniel Day Lewis non ancora il mostro di recitazione che diventerà negli anni 2000 in cui si potrà classificare tra i migliori 10 attori di cinema di sempre, ma comunque talentuoso nel dare una verta vitalità ad un personaggio rinchiuso negli schemi precostituiti della figura ossessiva-puntigliosa.
          Costato poco più di 3 milioni, il film di Ivory ne incassò oltre 20 in tutto il mondo, contribuendo alla rinascita del dramma in costume, in virtù anche del grande successo critico e di premi tributatagli, tra cui ben 8 nomination agli oscar e vittorie per miglior sceneggiatura non originale, costumi e scenografie.




          Commenta


          • Sotto Shock di Wes Craven (1989).

            La carriera di Wes Craven è stata piena di alti e bassi, specie dopo la metà degli anni 90', quando subì un tracollo verticale, ma anche durante il periodo di forma del regista dal 1972 al 1995, passi falsi ce ne sono stati e questo Stotto Shock (1989) è inseribile tranquillamente tra le opere mediocri del cineasta, il quale cercava di tirare fuori dal film e dalla figura del serial killer Horace Pinker (Mitch Pileggi), un nuovo franchising che potesse eguagliare i fasti monetari di Nightmare (1984), su cui potesse avere però pieno controllo a differenza di quest'ultimo dove venne estromesso dalla New Line. C'è molto di Freddy Kruger a livello di concept in Pinker; un omicida dai poteri soprannaturali ed in grado di muoversi liberamente (Kruger tramite i sogni, Pinker grazia all'elettricità), i colori del vestito e una leggera ironia nera; cosa può andare storto? Perchè in effetti qualcosa non andato bene, perchè se Nightmare ha sviluppato un franchising di 10 film tra seguiti, spin-off e remake, questo Sotto Shock (1989) non ha avuto invece alcun seguito, nè è riuscito ad instagliarsi nell'immaginario collettivo dello spettatore.
            Di difetti ce ne sono in abbondanza nel film, a cominciare dalla presunzione del regista di voler creare un cattivo "iconico" a tavolino già dalle prime sequenze, mostrandoci la sua camminata zoppicante, cercando subito il dettaglio univoco che deve stagliarsi nella mente dello spettatore più che costruire il cattivo poco per volta tramite il mistero sulle sue caratteristiche fisiche, oltre che ad inserirlo in un contesto e situazioni intrigranti come riuscì a fare con Nightmare (1984), dove si era intimoriti dalla presenza di Freddy Kruger e al contempo curiosi di saperne di più; di Horace Pinker nulla di tutto questo, non perchè l'interprete non sia bravo, anzi, Pileggi si danna l'anima per riuscire a rendere interessante questo Freddy Kruger dei poveri, con il suo coltellaccio sempre bene in vista anche quando avrebbe dei poteri ben più adatti per poter uccidere il protagonista Johnathan Parker (Peter Berg), come ad esempio l'elettricità che sgorga dal suo corpo o addirittura prenderne il possesso, cosa che fà con ripetutamente con le altre persone, ma mai con il protagonsita pur avendone l'occasione.
            La colpa è anche di una regia in certi momenti troppo debitrice alla rivoluzione estetica lanciata da MTV, senza riuscire a creare un villain sensoriale dati i suoi poteri (anche se la colonna sonora metal molto anni 80' è azzeccatissima) e una sceneggiatura (scritta dallo stesso Craven), molto confusa e pasticciata nel delineare con chiarezza i poteri di Pinker; può entrare nei corpi della gente tramite l'elettricità (immagino del sistema nervoso), poi assumere fattezze incorporee con il suo vero aspetto, entrare nella rete elettrica, controllare l'elettricità ed infine passare attraverso gli schermi televisivi, insomma un quadro molto confuso a cui si aggiungono le visioni oniriche di Johnathan che vorrebbero rifarsi a Nightmare (1984), ma sono inserite nel film con poca grazia ed esiti narrativi abbastanza imbarazzanti quanto stucchevoli, come l'incontro con il fantasmino della sua ragazza Alison (Cami Cooper), con frasi sull'amore troppo retoriche, finendo poi per ingaggiare uno scontro a tre quarti di film con Pinker dal risultato visivo molto pacchiano.

            Se il protagonista di solito è squadrato, devi giocarti bene il cattivo, le basi non mancano, ma Craven perde quasi metà film in inutili divagazioni sulla figura insulsa di Johnathan a cui frega niente a nessuno, prima di entrare nel vivo dell'opera facendo fulminare Pinker dalla sedia elettrica, che invece di ucciderlo, grazie alla conoscenza dell'uomo della magia nera, lo trasforma in elettricità pura, perseverando dopo tale espediente in una struttura narrativa ripetitiva (Pinker che possiede un corpo altrui e cerca di uccidere Johnathan, fallice e pochi minuti dopo ci riprova un'altra volta nel medesimo scopo, trascinandosi in questo modo fino allo scontro finale). Tra sequenze di vita di Jonathan a cui frega nulla a nessuno (il classico giocatore di football, dalla vita agiata borghese e padre ispettore di polizia), scene ripetitive nel loro schema, divagazioni fine a sè stesste che spingono la durata del film a quasi un'ora e cinquanta, Wes Craven se talvolta sfrutta la regia in soluzioni prive di senso (che senso ha quella che sembra una pseudo soggettiva in avvicinamento alle spalle di Jonathan, facendo presumere un attacco se poi quest'ultimo se ne sale tranquillamente in macchina e non c'era nessuno?), azzecca qualche scena di omicidio, come quello di Alison con un fuori campo giocato tutto di manico e per questo straziante, e la sequenza finale dello scontro tra Jonathan e Pinker ultra-citazionista, grazie all'espediente nella lotta tra i vari canali televisivi, dandosi battaglia tra film western, pellicole dell'orrore, sit-com anni 50', luoghi reali come le manifestazioni di piazza e programmi di quiz, un guizzo avanguardistico che finisce con il sottolineare come Craven abbia sprecato malamente per quasi tutta la pellicola le facoltà di messa in scena concesse dai poteri del killer, perdendosi dietro una narrazione confusionaria, ripetitiva e anche superficiale nel descrivere le dinamiche sociali legate al ritorno dalla morte del serial killer (qualsiasi confronto con la descizione sociologica dei genitori in Nightmare i quali non volevano credere al ritorno del mostro, è troppo umiliante per il cineasta). Un tentativo non andato a buon fine di monetizzare da parte di Craven su un presunto franchising a colpo sicuro, che invece verrà accolto molto freddamente dal pubblico e demolito dalla critica, nonostante negli ultimi 20 anni ci sia stata da parte di alcune riviste di settore come Notturno, una rivalutazione dell'opera come critica alla televisione; non sento di condividere 'assunto, perchè tale questione non è mai centrale nell'opera, neanche come sottotrama, mostrandosi al più come potenziale sviluppo di un soggetto malamente sprecato e diciamocela tutta, Quinto Potere di Sidney Lumet (1976), Re per una Notte di Martin Scorsese (1982) e Videodrome di David Cronenberg (1982), hanno tutt'altro spessore nella critica al mezzo televisivo, che qui manca del tutto, avendo tutt'al più una fusione mal riuscita tra ciò che Craven pensava piacesse al pubblico del primo Nightmare (1984), con certo horror paranormale come La Bambola Assassina (1987), di un paio di anni prima, ma anche quello abbastanza sopravvalutato, invecchiato male e mediocre nella qualità.




            Commenta


            • La Marchesa di Von di Eric Rohmer (1976).

              Eric Rohmer è sempre stato un regista che nel cinema ha esplorato la classe borghese con grande accuratezza nei ritratti psicologici e sociali, ma fino a metà degli anni 70' fu un regista la cui fama era prettamente confinata in Francia, riuscendo ad ottenere attenzione e fama internazionale con La Marchesa von... (1976), suo primo film ad uscire nel nostro paese aiutato anche dal gran premio della giuria a Cannes e dal fatto che dalla contemporaneità, il regista decide di declinare la sua analisi in chiave storica, ripescando un racconto di Henrich von Kleist, restando estremamente fedele al testo da cui ripesca il profondo scavo psicologico dei personaggi trasformando i discorsi indirietti in diretti ed intervallando le transizioni temporali con didascalie presi pari pari dalla pagina scritta dello scrittore tedesco del 700'. Rohmer và in Germania e gira un film ambientato nell'Italia settentrionale del 1799 nella città di M (che dovrebbe essere Mantova date le situazioni che avvengono nel film), scegliendo un cast preso da un'unica compagnia teatrale tedesca, tra cui spicca per futura fama Bruno Ganz nel ruolo del conte russo che durante l'assedio e la conquista della cittadella da parte dei suoi uomini, riesce a salvare dallo stupro di alcuni suoi soldati la Marchesa Von O, Giulietta (Edith Clever), la figlia del comandate della città, il quale viene costretto ad arrendersi data la superiorità dell'esercito nemico, ma viene trattato con tutti gli onori e può ricongiungersi con la famiglia, compresa la figlia. Un melodramma storico in costume, con cui Rohmer resta fedele al testo scritto di partenza, conservando il gusto per l'analisi della morale borghese e dei meccanismi sociologici che muovono essa, esacerbati nella pellicola dall'insistenza del conte russo nel chiedere la mano della Marchesa Von O, la quale dopo la morte del precedente marito, ha deciso di condurre il resto della sua vita da vedova e di curare le proprie due figlie. Giulietta scopre con gran stupore di essere incinta, anche se sostiene di non aver in alcun modo avuto alcun rapporto con nessun uomo dopo la morte del marito, mentre sua madre e suo padre visto che non credono al "remake" della vergine Maria, non sopportano lo scandalo e l'onta che può derivare sulla famiglia per questa gravidanza fuori da ogni decenza morale, trattando la figlia come una sgualdrina.

              E' un film che punta ad un ritratto della condizione femminile del tempo, ponendo una forte critica all'istituto del patriarcato con le sue regole insensibili e rigide, che relegano la donna in un ruolo di purezza eterna che non può sfuggire alla perfezione impostale dal sistema sociale. La Marchesa Von O è pura ed innocente, afferma con forza di non sapere come sia possibile tale gravidanza fuori da ogni logica della natura, ma viene derisa e maltrattata dai suoi stessi genitori i quali non hanno neanche il coraggio più di guardarla in faccia per dirle che in casa loro non è più gradita. La purezza angelica di Gulietta contrasta con quella dela demonio che commise questo atto, eppure spogliando dei connotati morali negativi il gesto compiuto, ci si accorge come alla base del tutto vi sia un sentimento d'amore elegiaco e candido, che finisce con lo smascherare con ironia nera tutti i delemmi dell'ipocrisia borghese contro la quale si staglia titanicamente l'etica innocente quanto veritiera della Marchesa Von O, fermamente convinta di ciò che afferma perchè non ha ricordo alcuno dell'atto, venendo per questo disprezzata e derisa, quando in realtà la giovane donna è superiore moralmente al mondo in cui vive, che sembra tanto ragionevole e luminoso in apparenza, come la fotografia naturale del grande Nestor Almendros, con l'uso delle luci che filtrano dalle finestre della dimora del comandante, quando poi a livello intimo sono schiavi della mentalità della condizione sociale a cui appartengono, rifugiandosi in stanze sempre più immerse nell'oscurità e illuminate appena dalla fioca luce delle candele, simbolo di una ragione che vuole cercare di rivestire l'inspiegabile, in una cornice razionale.
              L'apparato letterario e la struttura teatrale della messa in scena, non soffocano le emozioni dei personaggi, che divampano progressivamente nello sviluppo delle singole sequenze girate tramite lunghi longtake, toccando picchi emozionali di rara intensità nella prova a cui la madre sottopone la figlia, per scoprire l'innocenza o la colpevolezza, giungendo ad uno sfogo catartico di chiara matrice teatrale nell'impostazione scenica, dispiacendo forse che tale meccanismo non abbia egual potenza nelle (poche) scene in esterna, dove l'impostazione da teatro dà troppo la sensazione da palcoscenico "pompato" cinematograficamente e per questo, anche se siamo innanzi ad un piccolo capolavoro, non ce la si sente di metterlo sul livello di Barry Lyndon di Stanley Kubrick (1975), indubbiamente più di ampio respiro e ancora di più superiore.


              Commenta


              • La Moglie dell'aviatore di Eric Rohmer (1981).


                Negli anni 70' Eric Rohmer cercò nella letteratura ispirazione per dare linfa vitale al suo cinema, che percepiva senza alcuna via di sbocco, sono nati piccoli capolavori come la Marchesa di Von... (1976) durante questa parentesi, ma il regista ad inizio anni 80' trova nuove idee per un nuovo ciclo di film "commedie e proverbi" avendo come soggetto della sua ricerca studenti ed impiegati alle prese con relazioni ed il quotidiano. Ogni film si apre con un proverbio ed ha l'andamento della commedia, il primo film del ciclo è La moglie dell'aviatore (1981), con tale scritta di apertura :

                "Non si può pensare a niente"

                Una pellicola che racchiude in sé molti stilemi del cinema francese, come il taglio intimo della storia, riprese in esterna, dialoghi fitti e scelte estetiche originali, come il girare la pellicola in 16 mm, conferendo al film quel taglio urbano e fresco, che evidentemente il regista cercava, rendendo i luoghi di Parigi da lui amati, estremamente vissuti nella loro quotidianità, anche perché Rohmer ha concepito il film come esplicito omaggio alla città e non è certo un caso il fitto numero di scene ambientate per le strade della metropoli francese o il lungo pedinamento di Francois (Philippe Marlaud) insieme ad una ragazza di 15 anni appena conosciuta Lucie, cercando di scoprire se il pilota di aerei Christian (Mathieu Carriere), è ancora l'amante di Anne (Marie Riviere), ragazza con cui il protagonista ha un rapporto burrascoso, caratterizzato da un tira e molla che oramai ha portato ad un logoramento della loro relazione, data anche la differenza di età, 20 anni studente lui e 25 anni impiegata lei.

                Il tema quindi è l'amore, con tutte le sue manifestazioni a cominciare dalla gelosia, la passione oramai spenta, l'agognato matrimonio ed il tradimento, i personaggi di Rohmer sono autentici portatori di una concezione personale dell'amore; Francois è un ingenuo che lo vive in modo superficiale e ossessivo, Anne invece si mostra fieramente indipendente e poco disposta a sottostare ad una relazione normale, cercando di vivere tale sentimento attraverso due diversi uomini dal punto di vista caratteriale come Francois e Christian, quest'ultimo invece ha per lungo tempo tradito la moglie, cercando ora di troncare definitivamente con Anne perché sta per diventare padre ed infine la giovane Lucie che si affaccia alle gioie della vita con i suoi 15 anni tutti da vivere, eppure ben più matura della sua età data la sagacia delle sue analisi dell'animo umano e la sua sfacciataggine nel mentire per sbrogliare ogni situazione. Sviluppato per tramite tre macro-sequenze, tra cui quella lunghissima centrale del pedinamento, i dialoghi di Rohmer offrono occasione di riflessione sull'amore, sui modi di viverlo e sulla natira umana quando è alle prese con tale sentimento, creando un intreccio dove la casualità la fa da padrona per poi tornare tutto nell'ordine naturale delle cose. Non mancano momenti diluiti se non allungati come ad esempio la fotografia che alla fine porta ad un nulla di fatto ed un finale dove il dialogo assume connotati verbosi trascinandosi stancamente nelle medesime conclusioni, non aiutando il fatto che il tutto sia ambientato nella camera di Anne, da cui non ci si smuove con la macchina da presa, che al ritmo preferisci la dilatazione del longtake, con il risultato di deprimere troppo l'immagine. Un buon film, che segna un passo indietro netto rispetto alla Marchesa di Von... (1976), anche se forse più coerente con i film anni 60' del regista.

                Commenta


                • Il Bel Matrimonio di Eric Rohmer (1982).

                  «Quale mente non divaga?
                  Chi non fa castelli in aria?»

                  Secondo film della serie commedie e proverbi, questa volta la frase iniziale risulta di più facile interpretazione, volendo essere un monito a non fare voli pindarici di fantasia con la mente, come invece fa per gran parte della pellicola la protagonista Sabine (Beatrice Romand), fantasticando sul perfetto matrimonio che dà il titolo al film, volendo troncare definitivamente con relazioni saltuarie con uomini sposati e senza alcuna prospettiva coniugale futura. La protagonista prossima alla tesi di laurea in arte, decide che vuole sposarsi... ottima scelta, ma con chi? Il pretendente a sua insaputa dovrebbe essere il cugino della sua migliore amica Clarisse (Arielle Dombasle), l'avvocato celibe Edmond (Andrè Dussolier), a cui Sabine farà una corte spietata cercando in tutti i modi di farlo innamorare di sè.
                  Il Bel Matrimonio (1982), è un mito, una fantasia adolescenziale priva di connotati reali, a cui però la protagonista fermamente crede, pensando e concependo tale approdo con la mentalità di una donna di almeno 100 anni prima, quando l'essere femminile era a livello di etichetta tenuto in maggior considerazione, ma a conti fatti non aveva alcuna autonomia decisionale nè l'indipendenza di cui beneficiava ampiamente la figura femminile negli anni 80' in Francia.
                  Sabine frustrata da un lavoro dipendente in un negozio di antiquariato, invidia Clarisse, che con le sue mani crea decorazioni per lampade di notevole impatto visivo, quindi dal punto di vista della protagonista è libera anche se l'amica le dice che in ogni relazioni ci sono regole prestabilite a cui tocca sottostare per giungere al matrimonio, cosa che lascia stizzita Sabine, la quale invece vuole trovare un buon partito e condurre una vita da casalinga, Edmond secondo lei, le consentirebbe di realizzare questo, poichè in questa sua distorta concezione sarebbe riverita dal marito, venendo messa su un piedistallo, invece di occupare il suo tempo tra un lavoro ed un altro, che finirebbe per uccidere la passione. Una tale concezione antiquata oltre che ad essere ridicola, non può che essere destinata alla sconfitta negli anni 80'.

                  Sabine è lunatica e sempre preda di cambi di umore e tono, una post-adolescente petulante e piena di contraddizioni in quello che vuole, perchè neanche lei sa a cosa mira, un Eric Rohmer con un target spostato più verso la fascia "teen" (ma non aspettatevi Moccia sia chiaro) e meno intellettualismi, a cominciare dal ritorno al formato 35 mm, in luogo del 16 mm adottato nel precedente La Moglie dell'Avviatore (1981), con dei dialoghi meno artistici e distribuiti meglio nella gestione della verbosità, ma anche una sostanziale diluizione di essi all'eccesso nonostante talvolta si sia giunto da tempo al nocciolo della questione, proseguendo caparbiamente la discussione come un adolescente interstardito (Sabine d'altronde nonostante l'età, ragiona così). Meglio allora la festa a casa di Sabine, che ci mostra brevemente uno spaccato d'intrattenimento nell'entroterra della Francia (siamo a Le Mains) degli anni 80', in cui tra patemi d'animo, pianti ed infine gioia, Sabine vede arrivare il suo Edmond, dandosi ad una felice danza con l'uomo isolata dagli altri suoi amici, che ballano sullo sfondo, perchè la ragazza guarda altrove e pensa diversamente dai suoi coetanei.
                  Lo spettatore spera che possa raggiungere il proprio sogno d'amore con il protagonista Edmond, a cui la macchina da presa di Rohmer dona più fascino rispetto alla recitazione dell'attore un pò troppo da belloccio, quando doveva impostarla un pò più sul patetico-edonistico tipico di un certo yuppismo arrembante degli anni 80' che privileggia la carriera a tutto il resto, ma il regista non è un pessimista perchè d'altronde la vita è piena di opportunità, magari da cogliere in un treno in partenza quando meno lo si aspetta.
                  Un Rohmer meno intellettuale e con ambizioni artstiche meno sofisticate e più virate verso la fascia teen, quindi più intrigante per la spettatrice casuale che stufa delle commedia romantiche spazzatura (questo è il film alla fine), con il Bel Matrominio (1982), ha l'occasione di poter esplorare il genere da un punto di vista non solo autoriale, ma anche prettamente europeo.


                  Finish




                  Commenta


                  • Troy (2004)

                    Ieri sera su Netflix mi sono rivisto interamente il film dopo diversi anni.

                    So che ha sempre diviso molto, ma a me non è dispiaciuto affatto, anzi; poi chiaramente non si può pretendere la perfetta aderenza "storica" ad un film del genere.

                    Certo è particolare la scelta di togliere ogni elemento sovrannaturale/fantastico/divino (rendendo il film "realistico" e terra-terra, diciamo così), ma funziona comunque, grazie anche ad un buonissimo ritmo con il quale quasi non ci si accorge della notevole durata della pellicola.

                    Alcune scene sono davvero mirabili, e le interpretazioni sono generalmente buone; personalmente mi è piaciuto molto l'Ettore di Eric Bana, idem l'Achille di Pitt, semidio strafottente "viziato" dal suo status, ma che in alcuni momenti mostra di essere persona più profonda e sensibile di quanto lasci intendere.

                    La scena migliore ? tanti dicono quella del combattimento fra Ettore ed Achille, innegabilmente bellissima, ma per me rimane quella, davvero struggente, del Priamo dell'ottimo O'Toole che va a supplicare il corpo del figlio nella tenda di Achille.
                    Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

                    Commenta


                    • Per me buonissimo film, in versione estesa ancora meglio. Le scene clou per me lo sbarco dei mirmidoni, la battaglia alle porte di Troia e Achille/Ettore, uno dei più bei duelli a mio avviso.

                      Commenta


                      • Per me mediocre, si salvano solo Eric Bana e Peter O Toole. Bloom bocciato, Pitt tremendo, Kruger si bella ma la donna più bella del mondo dovrebbe avere quel quid in più particolare o comunque unico.

                        Commenta


                        • Ti dirò, sull'Achille di Pitt in effetti sono abbastanza combattuto ...
                          Quanto alla Kruger, davvero stupenda, alla fine risulta in effetti abbastanza impalpabile, ma d'altronde dirà 5 parole in croce.
                          Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

                          Commenta


                          • Non ricordo se avevo già scritto qualcosa la prima volta che l'ho visto, ma ho avuto occasione di rivedere

                            Baywatch (2017).

                            In estrema sintesi ? la Mxxxx. In maiuscolo. Per rafforzare il concetto.

                            Difficilmente un film mi fà commentare in questo modo, ma in questo caso farebbe schifo pure a Ed Wood.


                            Unica cosa che si salva, ovviamente la Daddario.

                            Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

                            Commenta


                            • Hammamet di Gianni Amelio

                              Ad eccezione di un Pierfrancesco Favino perfetto, il film è una discreta mattonata negli zebedei. Attori di contorno scarsissimi (eccetto ovviamente le piccole comparsate di attori come Carpentieri ed Antonutti) ed una sceneggiatura che non sa bene cosa dire e perché dirlo, al netto di qualche dialogo ben scritto e di un generale buon gusto di Amelio che comunque non è il primo scemo che si trova a passare.

                              https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                              Commenta


                              • La ragazza che sapeva troppo a parte lo strambo adattamento italiano del titolo, credo ci sia stata un po' troppa esaltazione a riguardo. C'è originalità in alcuni aspetti,
                                Spoiler! Mostra


                                Film tutto sommato godibile, molto simile ad Annihilation ma varie spanne sotto.
                                Ultima modifica di Alex Murphy; 24 maggio 20, 09:07.

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X