annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • American Beauty di Sam Mendes (1999).

    Lester è un uomo di poco più di 40 anni, una vita borghese, una bella casa ed una famigliola perfetta all'apparenza, in realtà è un morto che cammina pur essendo vivo; con la moglie Carolyne (Annette Benning) non ha un rapporto sessuale da lungo tempo, la figlia Jane (Thora Brich) detesta l'ipocrisia di entrambi i suoi genitori e porta avanti un lavoro di scrittore per una rivista che non lo appaga per nulla. Una vita piena di responsabilità senza ricevere alcun beneficio in cambio, l'esistenza di Lester sembra destinata a spegnersi mestamente anno dopo anno con in una routine sempre più monotona, per poi giungere all'età di 70 anni, guardarsi allo specchio e comprendere di aver buttato tutta la propria esistenza dietro l'idea di un ideale americano mai esistito; c'è bisogno di una scossa netta quindi, solo che Sam Mendes e la sua regia di chiara derivazione teatrale, non è per niente adatta ad una storia del genere, data la sua evidente affinità per lo status quo e a dire il vero, non viene neanche aiutato dalla maldestra sceneggiatura di Alan Ball, scehamtica, ruffiana e semplicistica nell'affrontare il bisogno di vitalità in un contesto sociale vissuto come una prigione a cui tutti si sono mestamente conformati. La regia di Mendes non indugia nei primi piani, ma ama la staticità e il campo medio, in cui il cineasta mostra le sue doti passate di regista teatrale, con una messa in scena pretenziosa nella sua rigorosità limpida, poggiando molto su una scenografia multicolore dai banali simbolismi (le rose rosse sempre al centro del tavolo) e dalla fotografia di Conrad L. Hall, con quei colori levigati e quella insostenibili "laccatura alto-borghese", che leviga ogni elemento in scena ricoprendolo di una sorta di "patina vetrata", in cui lo sporco ed il torbido sembra bandito del tutto, anche quando lo richiederebbe la necessità dei luoghi (ma prima ancora di una satira nera anti-borghese come dichiarato da chi ha lavorato al film), come la piastra degli hamburger del fast food, oppure nel finale ambientato nel salone di casa Burnham, con quella pioggia che leviga perfettamente la finistra lì presente, invece di sporcarla o lasciare segni della propria presenza, accentuando quindi la sensazione di un'opera fasulla e costruita, che avrebbe necessitato di ben altro comparto tecnico per portare veramente alla luce il torbido nascosto, dietro delle esistenze false, vuote ed ipocrite, lucentemente messe in scena; forse sarebbe stato opportuno trarre spunto da un Re-animator di Stuart Gordon (1985), di cui gli strafatti Ricky (Wes Bentley), ragazzo vicino di casa dei protagonisti e Lester, discutono divertiti a proposito della testa mozzata che cerca di fare sesso con la pupa presente nel suddetto film, in cui più che la scena in sè, a disgustare ed accentuare la sensazione di disturbo, era l'estetica sporca adottata da Stuart Gordon, forse in realtà Mendes e Alan Ball, avrebbero dovuto vedere anche quel bel film Society - The Horror di Brian Yuzna (1989), quest'ultimo produttore di Re-animator, che nella sua satira nerissima e orrorifica anti-borghese, non risparmia di mostrare orifizi, culi e nudità, che disturbano a vedersi, ma danno bene l'idea dello squallore presente nella società americana, mentre Mendes non ha neanche il coraggio di mostrare il cetriolo di Kevin Spacey e l'atto finale della masturbazione, in modo da far capire che siamo fatti tutti della stessa sostanza.

    Pervaso da una messa in scena eccessivamente artefatta, troppo perfetta e costruita, non possono mancano le profonde "metafore" come quella del sacchetto di plastica scosso dal vento (simbolo della vitalità borghese scossa da forze esterne che dura il momento di un soffio di vento) inquadrato da Ricky e mostrato poi a Jane, risultano di una banalità sconcertante, volendosi applicare molto semplicisticamente alla persona di Lester, che vedendo uno spettacolo di danza della propria figlia durante l'intervallo della partita di basket scolastica, si focalizza su Angela (Mena Suvari), la migliore amica di Jane, la quale con le sue movenze ed i suoi capelli biondo lo strega e ci fa delle fantasie vouyeristica-oniriche sopra, durante le quali Sam Mendes abbonda si sequenze kitsch con quei ridicoli petali rosa che fuoriescono dal corpo della ragazza per poi ricoprirla.
    Il problema è che la svolta risulta affrontata in modo semplicistico e con molto pressappochismo, infatti Lester lascia il suo lavoro pieno di responsabilità a favore di un tranquillo impiego di dipendente in un fast food, senza che questo risenta sul suo tenore di vita, inoltre comincia ad essere sfacciato e diretto nelle risposte verso sua moglie e sua figlia, che essendo (guarda un pò!) totalmente in difetto non hanno argomentazioni per replicare, decide inoltre di mettere su massa muscolare e fumare erba, come se avesse tanto tempo libero a disposizione e non dovesse lavorare; in pratica Lester prende su di sè tutti i vantaggi della propria condizione sociale, senza pagare alcun dazio per le proprie scelte di vita; intelligente lui e fessi gli altri, oppure Mendes e Ball affrontano la faccenda con il pennarello grosso nel tratteggio, fregandosene di dare un risvolto sociale ed umano veramente approfondito alla questione, se Kevin Spacey con la sua enorme classe di attore regge su di sè il peso dell'opera, gli altri attori non riescono mai a superare i tratti iper-caricaturali con cui sono scritti, cominciando da un'esagitata e costantemente sopra le righe Annette Benning (che quando nel film scopa, le gambe sono quelle di una controfigura come da lei preteso...c'è una cosa vera in sta bufala di film?) e dalla recitazione totalmente artefatta dei ragazzi, specialmente quelle di Brich e Bentley, mai tangibili nel loro essere alternativi risultano alla fine dei non-personaggi. .
    Moralista nell'affrontare gli argomenti del sesso, dove se ci si fa caso chiunque lo pratichi (Carolyne) o tenti di praticarlo (Angela) è uno stronzo, quindi per Mendes il rapporto sessuale non può mai essere fonte di felicità, così come pure lo sguardo reazionario contro le droghe dove chi le usa e smercia è uno psipocatico; due elementi decisamente a sfavore di un film che si propugna come satira nera contro il ceto medio quando il ritratto che esce di questa borghesia finisce con l'essere edoculturante, dove anche le scene più forti vengono censurate o fermate un attimo prima con esiti piuttoso infelici sotto l'aspetto narrativo, suscitando tra l'altro una certa ilarità (no; neanche se Angela mi porta tutte le cartelle cliniche credo a quel che dice a Lester nel finale); ed infine risvolti banali e anche omofobi probabilmente nella descrizione del colonnello Frank Fittis (Chris Cooper), vicino di casa dei protagonisti e padre di Ricky, dalla mentalità fortemente conservatrice e militarista, con palesi idee naziste (il servizio di porcellana), che praticamente ha ridotto a fredda apatia la propria moglie e pesta il figlio ogni volta che non gli si conforma, ma la sua violenza deriva dall'essere un omosessuale represso e non in realtà un nazista di merda, quindi tale scelta non solo ha risvolti palesemente omofobi (l'uomo è violento perchè è gay), ma finisce con l'affossare gli intenti anti-borghesi della sceneggiatura, che alla fine si rifugia in una edoculturazione del ritratto di questo ceto medio americano, in fondo non così marcio come sembra, tanto che lo stesso Lester alla fine nella sua ribellione non vuole mai sottrarsi alle regole sottostanti tali condizione sociale, ma come detto prima solo sfruttare i vantaggi senza pagare alcun pegno.
    Un filmetto costruito per scandalizzare (fallendo), quando in realtà è totalmente innocuo, d'altronde se questi fossero i veri problemi del ceto medio allora sarebbe tutto facilmente risolvibile in due secondi ed infatti incontrò i gusti dell'academy che gli diede oscar a volontà (tra cui miglior film, attore protagonista, sceneggiatura e regia) a scapito di capolavori veri come Insider di Michael Mann (1999) e venne baciato dal grandioso successo ai botteghini, da parte del pubblico medio, pensando di elevarsi con qualcosa di più sofisticato, quando in realtà stava vedendo solo la solita sbobba in confezione extra-lusso.


    Commenta


    • Jarhead di Sam Mendes (2005).

      Tra i registi più sopravvalutati degli ultimi 20 anni c'è Sam Mendes, che sin dall'osannato esordio con American Beauty (1999), é stato salutato come un genio e un autore di riferimento, quando in realtà è un mestierante furbetto, che nasconde il suo vuoto tramite la forma onaistica, le cui abilità tecniche sono state falsate dai direttori della fotografia Conrad L. Hall e poi da Roger Deakins, senza questi due mostri si capirebbe subito che Sam Mendes non vale una cippa di niente, quindi se ne vede bene dal privarsene.
      Dopo la furbissima commedia nera acchiappa oscar e il più che discreto Era mio Padre (2002) con il grande Paul Newman, Mendes decide di giocare la carta del film di guerra con ambizioni sociologiche guardando ai grandi classici, come Apocalipse Now di Francis Ford Coppola (1979) e Full Metal Jacket di Stanley Kubrick (1987), quest'ultimo citato nel pessimo incipit iniziale, dove il regista ha capito solo gli insulti del sergente Hartmann, ma non la mentalità militaresca insita nella sua mente, confeziona una primissima parte non solo molto derivativa, ma anche scialba, dove assistiamo all'addestramento di Anthony Swofford (Jake Gyllenhaal) sotto la supervisione del sergente maggiore Sykes (Jamie Fox), finché non diventa un tiratore scelto, partendo con il suo plotone in Arabia Saudita, in attesa di entrare in azione contro le truppe Irachene che hanno da poco invaso il Kuwait, dando poi il via a quella che sarà conosciuta come la prima guerra del golfo.
      Alcuni hanno visto chissà che profondità in questa mezza stronzata di film, compiendo addirittura paragoni arditi con opere letterarie tipo il Deserto del Tartari di Buzzati, ma nella realtà dei fatti abbiamo un prodotto poco più che mediocre, il quale sicuramente vola molto più basso rispetto all'ego ipetrofico del suo regista.
      Mendes confeziona una pellicola stra colma di citazioni ai classici del cinema, oltre a scomodare Kubrick e Coppola, tira in ballo una certa goliardia negli scherzi e nel cazzeggio, pescandola da M.A.S.H. di Altman (1970) ma senza afferrare la dissacrazione del maestro sulla guerra, nonché svariati omaggi buttati qui e lì ad opere miliari come Il Cacciatore di Michael Cimino (1977) e Lawrence d'Arabia di David Lean (1963), giusto per soddisfare al meglio la megalomania del suo presunto autore. Incerto nel tono da adottare, tra goliardie degne di una classe di liceali capitanate dall'irritante soldato di prima classe Dave Fowler (Evan Jones) e tentativi di dissertazioni filosofiche sulla guerra e l'attesa di uno scontro che sembra non arrivare mai, Jarhead mostra molti deja-vu finendo con il tradire le sue enormi ambizioni, poggianti su dialoghi imbarazzanti, pensieri da far cascare le braccia e dei marines confezionati con il perfetto manuale del soldato cinematografico, dove hanno ben poco da offrire a livello umano, perché in fondo sono tutti una massa di bamboccioni senza cervello, capitanati da un Jamie Foxx iper-squadrato nella caratterizzazione e da un Jake Gyllenhaal bravo, ma penalizzato da un personaggio che dispensa considerazioni banalotte, dove in fondo si comprende come la guerra sia inutile, deformante e irreale, ma per la patria questo ed altro.

      La prima guerra del golfo d'altronde chi l'ha vista? In TV tante esplosioni e botti, ma poca sostanza, perché gli antefatti sono durati molto di più dello scontro in sé conclusasi in appena pochi giorni. Più che sulla guerra in sé di cui vediamo poco e nulla, Jarhead dovrebbe essere una pellicola sull'inazione e la frustrazione per un dunque che non sembra arrivare mai, questo approccio avrebbe richiesto maggior "noia" e una regia più posata, con virtuosismi contenuti per esaltare una routine infinita, spazzata via nel film dal fatto del far accadere nel nulla tante cose, tra addestramenti per ambientarsi nel deserto (che vediamo giusto 3 minuti, poi non sembrano più fare un cazzo), partite a rugby sotto il sole cocente, scontri tra scorpioni su cui scommettere, film visionati nelle retrovie e feste di Natale allegre a suon di sbevazzate, Mendes elimina la la stasi per il dinamismo, eppure quei campi lunghi a perdita d'occhio resi evanescenti dalla calura insopportabile, avrebbero meritato maggior rispetto sia nella totalità della messa in scena che in una sceneggiatura molto superficiale, banalotta e stiracchiata nella durata, in cui il nulla percepito dallo spettatore, riguarda quello dei contenuti di un banale anti-militarismo d'accatto, piuttosto che nello straniamento dovuto all'attesa. Colpi notevoli d'occhio in specifiche scene non mancano, come quella dei pozzi di petrolio in fiamme e del cavallo ricoperto dal greggio, ma il merito è da ascriversi alle doti visive di Roger Deakins e comunque restano sprazzi qua e là, nel mare del pressappochismo dove l'aspetto filosofico è da maestro dei poveri, risultando anche falso ed insincero, mentre la componente ironica viene declinata in un'ottica caciarona e tamarra sopra le righe, cominciando dal finale nel deserto iper-cafone con un Jamie Foxx truzzo come non mai con quel sigaro in bocca e super-mitra nell'altra mano. Il colpo perfetto non si vede non perché mai sparato, ma per il fatto che manca del tutto, a causa di un'incertezza di tono ed idee alla base della pellicola, che si rifugia in personaggi dozzinali, situazioni rivista ed il vuoto contenutistico, che si tenta di mascherare con la forma qua e là, anch' essa nulla di che e troppo dipendente dagli estri visivi del direttore della fotografia. Questa volta accoglienza più tiepida da parte della critica, nonostante certi elogi da parte di gente come Ebert ed incassi deludenti di 90 milioni a fronte di un budget di ben 70 milioni.

      Commenta


      • Lamù - Beautiful Dreamer di Mamoru Oshii (1984).

        Ho una certa reverenza nell'approcciarmi a recensire le opere del maestro Oshii, perché ho sempre il timore di non essere all'altezza del genio, ma come lo stesso autore dirà in Innocence (2004); "Non bisogna essere Cesare per capire Cesare", in effetti l'umanità intera è composta per lo più da persone non è all'altezza dei suoi individui migliori. Realizzato l'anno precedente Lamù - Only You (1983), di cui il regista fu insoddisfatto per l'invadenza della produzione, ma tutto sommato un marchettone divertente, grazie agli incassi di esso e al continuo successo della serie tv Lamù, di cui era regista, Oshii ha finalmente carta bianca da parte della produzione per un progetto estremamente personale e che ora può realizzare, ne esce fuori Lamù - Beautiful Dreamer (1984), che nelle intenzioni di tutti doveva essere né più e né meno che un mero film celebrativo del mondo di Lamù, mentre invece per Oshii diventa veicolo attraverso il quale grazie al mezzo animato, può esprimere le proprie riflessioni sul tempo e lo spazio, come concetti relativi ed intrinsecamente legati all'essere umano, da non concepire banalmente in maniera retta sul modello di un fiume che scorre, ma più come una circolarità in cui conta solo l'attimo del presente. La nota fiaba Giapponese di Urashima Taro, di cui ci viene fornito l'assunto nella prima parte del film, nonché la filosofia relativista sulla concezione del tempo di Henri'-Bergson, la teoria del male radicale di Immanuel Kant ed il racconto filosofico del mistico cinese Zhuangzi sulla farfalla ed il sogno, sono le chiavi necessarie per decriptare il film, con i suoi numerosi simbolismi e l'impalcatura teorica posta alla base di esso, dell'impossibilità di concepire il tempo in un rapporto oggettivo e di distinguere la realtà dal sogno, perché per quanto ne sappiamo la nostra intera esistenza non può che essere una creazione dell'inconscio altrui, dimorante in un'altra dimensione, creando una reazione a catena da cui è impossibile venirne a capo, rendendo l'intera esistenza un gigantesco sogno altrui, quindi nient'altro che finzione.
        Lamù, Ataru, Mendo, Sakura, Shinobu e tutti gli altri personaggi, si ritrovano a vivere il giorno prima del festival scolastico, in modo continuo e ripetuto, senza che nessuno di loro si renda conto della situazione, mentre chi si pone domande sulla sensazione di vivere dei continui deja-vu, sparisce misteriosamente come il professor Onsen (una figura adulta, quindi già immersa nella realtà del mondo), perché pone evidentemente questioni scomode in uno status quo eterno, tramite delle considerazioni fiume in un dialogo con la dottoressa Sakura, ripreso con un movimento di macchina a 360°, con cui Oshii rende a livello formale le proprie idee narrative (qui è autore della sceneggiatura anche).

        Inno ad un'adolescenza senza fine, Lamù, Ataru e gli studenti del liceo Tomobiki con cui fanno gruppo, vivono senza farsi domande un'eterna adolescenza, ripetendo all'infinito le giornate in modo spensierato senza porsi alcuna domanda della realtà in cui vivono, accettandola tacitamente per quello che è, per timore probabilmente che essa possa aver fine, nonostante gli edifici intorno siano sempre più in rovina, inspiegabilmente i supermercati siano sempre pieni di cibi e bevande fresche e la casa di Ataru possegga acqua, luce, elettricità e televisione. Un mondo perfetto, forse troppo, non può esistere una realtà così, eppure ai giovani adolescenti importa solo vivere questo eterno presente, con una lettura meta-cinematografica, Oshii sembra mettere sullo stesso piano la ripetitività intrinseca nel format delle puntate di questa serie tv demenziale da cui è tratto il film, non solo con la situazione vissuta dai protagonisti, ma anche con le aspettative dei fan della serie che magari protestano contro la mancanza di nuove idee, per poi infuriarsi quando le aspettative vengono disattese ed i creatori invece di dare la solita roba, quando vogliono uscire dai binari prestabiliti, vengono bersagliati dalle proteste e quindi costretti a fare marcia indietro; la situazione in cui vivono Lamù e soci, corrisponde in pieno al limbo in cui i fan vivono, un eterna riproposta di ciò che si aspettano, senza variazione alcuna.
        Beautiful Dreamer è il sogno che diventa cinema, grazie al folletto Mujaki, dietro le cui fattezze si cela in modo chiaro l'alter-ego di Oshii, regista-demiurgo, che rende reali i sogni dei protagonisti, in special modo quello di Lamù, che in quanto aliena e non essere umano, concepisce un desiderio così puro e non legato alla materialità delle cose facilmente corruttibile, da non poter farne restare che colpiti e cercare di preservarlo a tutti i costi, seppur sia intrinsecamente infantile nella concezione, perché il sogno è pur sempre una manifestazione dell'inconscio modellato sulla realtà stessa, ma non può essere la scappatoia per evadere dalla realtà stessa, che gli adolescenti di oggi, dovranno affrontare per diventare gli uomini e le donne del domani.
        Giocato su fonti di luce sovra-illuminate tipiche dello stile del regista, sequenze surreali perfettamente calate nel contesta demenzial-anarchico tipico dei personaggi, inquadrature sghembe e riprese grandangolari, Oshii gioca a deformare ed alterare i piani della realtà, moltiplicando i punti di osservazione, come gli specchi infiniti in cui Ataru si vede nella scuola, accentuando la sensazione di straniamento, coadiuvato da un montaggio ellittico che altera i piani della realtà mostrando l'inizio del film in medias res per poi andare a ritroso, rompendo questa piacevole crisi delle certezze tramite uno spiacevole spiegone finale, che il regista evidentemente ha inserito per via del target a cui l'opera era rivolta e nelle opere successive eviterà del tutto. Beautiful Dreamer segna la fine dell'adolescenza cinematografica di Mamoru Oshii, destinato a diventare il miglior regista di animazione della storia del cinema, un'opera così particolare e dissacratoria verso la serie da cui era tratta, anche se in realtà aderente allo spirito di essa se si presta attenzione, non poteva che essere rifiutata dal pubblico bue, il quale minacciò di morte il regista e chiese a Rumiko Takahashi (autrice del manga) di disconoscere il film, cosa che fece dichiarando di odiarlo. Oshii entrò in rotta di collisione con la produzione, che gli rinfaccio' di aver floppato con un film celebrativo tratto da una serie di grande successo e lo mandò via in malo modo, segnando di fatto anche l'inizio di una carriera all'insegna delle difficoltà da parte del regista nel reperire le risorse per finanziare i propri progetti.
        Beautiful Dreamer a distanza di quasi 40 anni, lo si può considerare il miglior film celebrativo mai fatto che già mostra il talento e l'abilità tecnico-intellettuale del suo autore; un capolavoro del cinema ed un inedito sguardo positivo da parte di un regista che nel giro di pochi anni, maturera' una concezione sempre più pessimista dell'esistenza.

        Commenta


        • Velvet Buzzsaw
          Ovvero di come ho imparato a non seguire i consigli di Gidan e di Massi finendo per tirare bestemmie
          Sul serio, qual è il senso di questo film?
          Se fosse stato un b-movie splatter e assurdo mi ci sarei anche divertito, invece no il film è supponente proprio come il suo protagonista che sembra una caricatura di Mughini. il regista ovviamente è un Autore di quelli con la A maiuscola e quindi figurati se si può abbassare a girare un semplice horror, no lui deve usare l'horror come metafora, lui deve parlarci dell'arte della vita e dell'amore, figurati se può abbassarsi a girare un film di genere. Per fortuna era su netflix e non ho dovuto spendere soldi per vederlo

          Commenta


          • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
            Velvet Buzzsaw
            Ovvero di come ho imparato a non seguire i consigli di Gidan e di Massi finendo per tirare bestemmie
            Sul serio, qual è il senso di questo film?
            Se fosse stato un b-movie splatter e assurdo mi ci sarei anche divertito, invece no il film è supponente proprio come il suo protagonista che sembra una caricatura di Mughini. il regista ovviamente è un Autore di quelli con la A maiuscola e quindi figurati se si può abbassare a girare un semplice horror, no lui deve usare l'horror come metafora, lui deve parlarci dell'arte della vita e dell'amore, figurati se può abbassarsi a girare un film di genere. Per fortuna era su netflix e non ho dovuto spendere soldi per vederlo
            Caro, te la sei cercata comunque a Massi era piaciuto.
            https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

            Commenta


            • Dagon - La Mutazione del Male di Stuart Gordon (2001).

              Nell'enorme mole di consigli cinematografici in merito ai film di genere, c'era questo Dagon - La Mutazione del Male di Stuart Gordon (2001), regista da poco defunto ed entrato nel cuore di molti appassionati per il suo esordio Re-animator (1985), che posso capire lo stato di cult, ma oltre il buon film non và. Dagon ad occhio era il film più interessante ai miei occhi, anche se Filmtv gli dà un mesto 3 stelle, l'utenza al momento non và oltre il voto medio di 6.1, due stelle Mereghetti, 6.2 su imdb e longtake gli appioppa una sola misera stella, quindi il rischio boiata trash era alto, ma avendo letto il racconto di Lovercraft ed essendo Gordon portato per gli adattamenti dello scrittore di Providence ho voluto rischiare e sinceramente sono abbastanza basito per certe critiche a questo gioiello del cinema, dove Gordon con 2 pesos, un villaggio, 30 comparse e 3-4 personaggi principali, pur discostandosi nella trama dalla fonte di ispirazione, coglie l'essenza e lo spirito di Lovercraft nella costruzione della messa in scena, con l'ambientazione di questo villaggio di pescatori in Spagna, in Galizia, che sembra essere rimasto ad un secolo prima. La pioggia battente accentua la sensazione di bagnato, zuppo e lerciume che pervade l'atmosfera malsana del paesino di Imboca, senz'altro azzeccato nella scenografia in decomposizione in un parallelismo con tutti gli abitanti del luogo diventati uomini-pesce, per via dell'abbondanza di pescato e di oro, come conseguenza del loro culto verso Dagon, divinità demoniaca dimorante nell'oceano, che ha soppiantato il culto cristiano-cattolico del posto.
              Pervaso da un'atmosfera irreale e dagli incubi ricorrenti del protagonista Paul (Ezra Godden), Stuart Gordon risulta sempre a proprio agio con le atmosfere Lovercraftiane, costruendo sequenze di notevole fatture, cominciando dall'inseguimento nell'hotel in decadenza, dove la sporcizia ha corroso tutto, compresi gli abitanti del villaggio trasformati in inquietanti uomini-pesce, oramai corrotti dalla loro cupidigia di oro, disposti ad averne sempre di più a costo di abbandonare del tutto la propria natura umana.

              Se il protagonista non soddisfa appieno in quanto a capacità recitative, né in presenza scenica, Gordon regala l'ultimo ruolo della sua carriera a Francisco Rabal, attore famoso negli anni 60' e 70' per le parti in film di Bunuel, qui nel ruolo del pazzo ubriacone Ezequiel, unico essere ancora umano, perché non ha mai in cuor suo deciso di adorare la divinità dell'oceano, resistendo tutti questi anni nella sua fede cristiana, senza lasciarsi corrompere dalle ricchezze materiali derivanti dell'adesione al culto.
              Tra uomini pesce, atmosfera densa di umidità, pioggia incessante, simboli di un culto arcaico e un ritmo posato, Stuart Gordon gioca sulle paure ancestrali dell'uomo, in primis il buio dell'ignoto, che si staglia nell'abisso dell'irrazionale a cui la mente umana non può reggere alla visione, giustamente negataci dal regista, perché l'orrore Lovercraftiano nella pur inevitabile tangibilita' data da una trasposizione cinematografica, non può essere mai rivelato in pieno da nessuna fonte di luce, iniziando dalla torcia elettrica per finire all'accendino costantemente acceso da Paul, per orientarsi nel villaggio e successivamente nei cunicoli sotterranei, alla ricerca di una risoluzione razionale, ovviamente assente, finendo con un colpo di scena che rende credibile anche ciò che non lo era in precedenza.
              Pur essendo a tutti gli effetti un film di serie B, per quanto riguarda il basso budget, non lo è nei risultati e dispiace il massacro di cui leggo in giro, perché è un'opera notevole, sicuramente superiore a Re-Animator, un po' troppo soggetto al periodo storico degli anni 80' in cui uscì rispetto a Dagon, che invece non ha per niente ironia rispetro all'esordio di Gordon. Dispiace non abbia potuto godere di un budget maggiore (la produzione è spagnola), anche se alla fine è il prezzo da pagare per avere la totale indipendenza e libertà di azione, purtroppo incompresa e massacrata per via degli effetti speciali in CGI nel terzo atto, anche se le trovo incomprensibili, perché sono adoperati solo in pochi frame e di sicuro ci sono una miriade di altri horror con una brutta CGI spammata ovunque senza ritegno, cominciando ad esempio da IT - Capitolo I di Andy Muschietti (2017), che ne è costato 35 di milioni e quindi veramente non ha giustificazioni. Se riuscite a superare questo scoglio "impossibile" degli effetti speciali (che ripeto, sono adoperati in modo irrisorio), riuscirete a godervi un ottimo horror di matrice Lovercraftiana e in tutta' probabilità il miglior film del regista, altrimenti continuate pure a fare l'equazione effetti speciali belli = film perfetto e fare le competizioni sotto tale aspetto a scapito non tanto della trama, ma dei contenuti.


              Commenta


              • Un Condannato a morte è Fuggito di Robert Bresson (1956).

                “Questa storia è vera. lo la racconto così com’è, senza ornamenti " (Robert Bresson)

                Il concetto bressoniano rimanda nella mente dello spettatore ad un cinema spoglio, privo di orpelli dove il superfluo è bandito, togliere il grasso e l'osso da una bistecca, con il risultato di avere solo il pezzo di carne, una rovina della pietanza secondo molti, eppure nell'apparente assenza materiale, ci sono tutti una miriade di elementi ben presenti nell'opera del regista, superficialmente non visibili, ma alzando la soglia della percezione, nella spartanità della messa in scena si cela un coarcevo di contenuti che nella povertà dell'insieme, risplendono e si esaltano come non mai.
                L'approdo al cinema carcerario per Robert Bresson era solo una questione di tempo, nessun luogo più della prigione si dimostra un set adatto ad una concezione scarnificata ed essenziale della settima arte; ambientato durante la seconda guerra mondiale, precisamente a Lione nel 1943, il tenente Fontaine (Francois Leterrier) membro attivo della resistenza (ha fatto saltare vari ponti), è stato acchiappato dall'occupante tedesco e nessuna illusione vuole farsi sulla propria sorte già mestamente segnata, la condanna a morte.
                Condotto in prigione e stipato in una cela di 3 metri per due metri, Fontaine dopo essere riuscito a prendere contatto con i suoi compagni della resistenza sul fatto che i tedeschi hanno scoperto la loro sede, potrebbe approfittare del luogo e del lungo tempo in solitudine per mettersi in pace con sè stesso e raccogliere il coraggio per affrontare più dignitosamente possibile il momento dell'esecuzione, che potrebbe sopraggiungere da un momento all'altro; eppure accade il primo di una serie di "miracoli", le assi della porta della cella sono fissate male tra loro, un cucchiaia fatto d'acciaio ed un bel pò di olio di gomito basterebbe a scardinare essere e aprirsi così un varco attraverso cui passare; è la miccia che riaccende la scintilla della sopravvivenza in Fontaine, adesso non è più rassegnato al suo destino, ma lotta giornalmente per vivere, perchè il vento soffia dove vuole come recita il sottotitolo del film, ma Dio è con il protagonista e la sua fuga riuscita (come preannunciato dal titolo) non può che trovare nessun'altra spiegazione se non come un atto di fede.

                La narrazione per la gran parte si affida ai silenzi e alla fotografia dai toni grigi, che sfrutta come unica fonte di luce nella cella quella che esce dalla finestra poste in alto, unico punto di osservazione esterno concesso a Fontaine oltre allo spioncino collocato sulla porta d'ingresso alla sua cella. Ogni tanto Fontaine dialoga con gli altri compagni durante i minuti d'aria concessi dai tedeschi, tramite i quali cerca di procurarsi dei materiali per la fuga, ma per la gran parte del film le uniche parti parlate, derivano dai monologhi interiori del protagonista, che illustra in modo cronachistico lo svolgimento delle sue azioni in merito alla preparazione della fuga e ai suoi dubbi mano a mano che il momento fatidico si avvicina, confessando le sue angosce al vicino di cella, tramite la finestra della sua cella.
                Accettare la morte è troppo facile, mentre resistere al logorio quotidiano della vita carceraria e trovare la forza di scappare è un pò come rinascere a nuova vita, la fuga quindi è una prova da superare posta da Dio a Fontaine, il quale in realtà sino a quel momento come la maggior parte delle persone, aveva visto la fede come un appoggio psicologico su cui fare affidamento nei momenti di difficoltà nella vita e non come sincero affidamento al mistero di Dio, il quale ad un passo dal traguardo pone all'uomo il più grande ostacolo di tutti, un nuovo compagno di cella Jost, una figura dall'incerta fedeltà, una spia tedesca mandata a spiare Fontaine nei suoi ultimi giorni di vita dopo la condanna a morte, oppure un partigiano francese catturato come altri e quindi una persona di fiducia?
                Il buon senso imporrebbe l'immediata eliminazione per evitare problemi e subito dopo tentare la fuga, ma uccidere un uomo è facile, mentre risparmiare una vita e abbandonarsi alla fiducia totale verso il prossimo è un gesto che può costare caro in un ambiente come quello carcerario, dove si punta solo alla sopravvivenza individuale a scapito altrui.
                La scelta di Fontaine sarà decisiva ai fini della riuscita della fuga, i suoi tormenti sono sempre più angoscianti e i dubbi lo attanagliano sempre più, un ritardo nella decisione può essergli fatale e se l'uomo non riesce più a credere in sè stesso a Dio non importa, perchè egli crede in Fontaine e nella sua capacità di fare la scelta giusta. Capolavoro assoluto di Bresson, che qui pone praticamente tutte le basi del suo cinema, seppur declinate in una chiave più positiva rispetto alle sue opere successive, ma con un Condannato a Morte è Fuggito, crea un capo d'opera nella storia del cinema e sfruttato da molti film successivi, in cui l'epigono migliore sarà sicuramente Fuga da Alcatraz di Don Siegel (1979), ma senza la dimensione trascendentale propria dell'opera bressoniana.


                Commenta


                • Sensei

                  La spagnola Filmax fu un tentativo di "factory" impiantata nel tentativo di poter produrre cinema a medio-basso costo , esportabile nel suo genere ( ecco l'horror) , con una diffusione potenzialmente planetaria (ecco giovani attori tutti in grado di recitare in inglese), avendo la base produttiva in un Paese dalle infrastrutture moderne ma mediamente meno caro degli Usa (ecco quindi gli studios in Spagna). Rammaricarsi che"Dagon"dovesse avere un budget maggiore ci può stare in senso retorico; in senso pratico e produttivo si deve prendere atto che era fatto "apposta"per voler costare poco. Di qualunque film per altro probabilmente si può pensare che le ambizioni intrinseche della Produzione superino l'effettivo budget a disposizione :-p .
                  "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

                  Commenta


                  • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio
                    Sensei

                    La spagnola Filmax fu un tentativo di "factory" impiantata nel tentativo di poter produrre cinema a medio-basso costo , esportabile nel suo genere ( ecco l'horror) , con una diffusione potenzialmente planetaria (ecco giovani attori tutti in grado di recitare in inglese), avendo la base produttiva in un Paese dalle infrastrutture moderne ma mediamente meno caro degli Usa (ecco quindi gli studios in Spagna). Rammaricarsi che"Dagon"dovesse avere un budget maggiore ci può stare in senso retorico; in senso pratico e produttivo si deve prendere atto che era fatto "apposta"per voler costare poco. Di qualunque film per altro probabilmente si può pensare che le ambizioni intrinseche della Produzione superino l'effettivo budget a disposizione :-p .
                    Ottime informazioni produttive, anche se comunque non credo la gente lo accetti come giustificazione, perchè il massacro critico verso Dagon riguarda sopratutto gli effetti speciali, che ripeto, quelli in CGI saranno adoperati si e no per un 60-90 secondi in tutto il film, ma anche un critico affermato e navigato come Mereghetti tratta con sufficienza il film citando gli effetti spaciali come un demerito grave dell'opera, eppure lui dovrebbe essere esperto di bassi budget data la sua attività di critico.

                    Stando a quel che hai scritto, la Filmax ha creato un cinema di genere in Spagna in questo modo, roba da esportazione e penso anche un pò remunerativa. Girare in lingua inglese ha aiutato, anche se il protagonista ripeto che è scarsino per me, poi quando sta accanto a Francisco Rabal (che credo reciti in spagnolo mezzo inglese in lingua originale), viene proprio annientato.
                    Comunque per me Dagon è superiore anche a Re-Animator. Un ottimo film che rispetto all'esordio di Gordon risulta anche meno legato al periodo storico d'appartenenza.

                    Commenta


                    • L'imbalsamatore di Matteo Garrone

                      É uno di quei casi in cui mi sono trovato di fronte a un film che non mi ha convinto ma la cui visione mi ha comunque intrattenuto, vuoi per il soggetto tutto sommato interessante ma soprattutto per il continuo sorprendermi di fronte a quelle che che ho trovato come implausibilitá o cattive scelte narrative, a maggior ragione considerando che gode di buona fame (anche ricontrollando il topic delle filmografie vedo che é stato molto apprezzato da diversi utenti).

                      Forse ho sbagliato io a farmi aspettative e Garrone si é divertito a trollare un po', ma mi pare quasi disonesto inserire il tema della malavita organizzata senza quasi che ci siano conseguenze. Alla fine é una falsa pista giusto per non svelare il tema principale che é semplicemente quello delle relazioni tra i personaggi, ma anche in questo caso ho trovato che al di lá del nano, che ha comunque i suoi difetti, gli altri due siano proprio scritti male, oltre a essere odiosi.

                      Ho anche avuto l'impressione che i personaggi facessero e pensassero troppe cose off screen, con il risultato che molte scene sembrassero buttate lì o incoerenti con quanto visto poco prima.

                      A livello di stimolo cinematografico preferisco comunque vedere un film del genere che non rispecchia pienamente i miei gusti e in qualche modo mi fa arrabbiare come spettatore piuttosto che film la cui visione mi passa più liscia senza notare troppi difetti ma che poi dimentico in fretta.

                      Commenta


                      • Apro il topic, leggo le solite cazzate che Sensei ripete da anni, chiudo il topic.

                        Commenta


                        • arriva il caldo e tornano le segnalazione di atteggiamenti non proprio consoni alle regole del forum, inutile partire con pistolotti tanto sono sempre i soliti, quindi mi limiterò ad avvisare per questa volta e dalla prossima si prenderanno direttamente provvedimenti, fate voi.

                          "Il cinema è un arte soggettiva, quanto la musica, belli i 5 alti bello sentire pareri discordanti ai propri, ma alla fine sono io, uno schermo e tutto quello che ci passa di mezzo."

                          "Le barbarie sono lo stato naturale dell'umanità, la civiltà è solo un capriccio dell'evoluzione e delle circostanze". cit.


                          ~FREE BIRD~

                          Commenta


                          • L'altro giorno ho visto Jack Reacher... Posso dire che mi è piaciuto? è un buon action con una regia assolutamente valida, McQuarrie fa davvero un bel lavoro. Parte da leone a Cruise, che a quanto ho letto non corrisponde minimamente al Jack Reacher cartaceo, ma che secondo me per queste parti è perfetto.

                            Se proprio devo dire, mi sarebbe piaciuto magari un po' di attenzione in più ai risvolti narrativi con il personaggio della Pilcher. Detto questo, secondo me è un action classico molto valido e si fa guardare con gran piacere.

                            Fantastici i cammeo di Duvall e Herzog.
                            Ultima modifica di Tom Doniphon; 01 luglio 20, 17:23.

                            Commenta


                            • Originariamente inviato da Variabile Ind. Visualizza il messaggio
                              arriva il caldo e tornano le segnalazione di atteggiamenti non proprio consoni alle regole del forum, inutile partire con pistolotti tanto sono sempre i soliti, quindi mi limiterò ad avvisare per questa volta e dalla prossima si prenderanno direttamente provvedimenti, fate voi.
                              Guarda, io prenderei provvedimenti per le solite frasi fatte che insultano l’intelligenza di chi legge anziché verso chi lo fa notare, ma so che sarebbe una scelta impopolare e non pretendo venga messa in atto

                              Commenta


                              • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
                                Velvet Buzzsaw
                                Ovvero di come ho imparato a non seguire i consigli di Gidan e di Massi finendo per tirare bestemmie
                                Sul serio, qual è il senso di questo film?
                                Se fosse stato un b-movie splatter e assurdo mi ci sarei anche divertito, invece no il film è supponente proprio come il suo protagonista che sembra una caricatura di Mughini. il regista ovviamente è un Autore di quelli con la A maiuscola e quindi figurati se si può abbassare a girare un semplice horror, no lui deve usare l'horror come metafora, lui deve parlarci dell'arte della vita e dell'amore, figurati se può abbassarsi a girare un film di genere. Per fortuna era su netflix e non ho dovuto spendere soldi per vederlo
                                E’ vero, fa schifo, colpa mia che inizialmente (e incomprensibilmente) l’avevo apprezzato in quanto puro oggetto strambo. E invece è una roba priva di senso e sceneggiatura che una produzione seria avrebbe dovuto cestinare senza pensarci due volte.

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X