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    SEVEN SISTERS Regia di Tommy Wirkola
    Un amalgama ben sintetizzato di fantascienza filosofica e action-thriller tosto e sinceramente violento, in capo ad una sceneggiatura robusta , bilanciata e focalizzata su tutte le direzioni cardinali del soggetto. Ci scappa pure una scena sex discretamente “porcella”, pensata per altro in un quadro narrativo tragicomico, quasi a voler denunciare (?) una vocazione (del film)comunque votata all’intrattenimento , piuttosto che ad una introspezione psicologica anche visivamente autopunitiva. Si fa’ dunque “bastare”la prova recitativa di Noomi Rapace, sanguigna anche nelle coreografie da corpo a corpo; lei che d’altronde è chiamata ad impersonare ben sette gemelle, protette _al costo della segregazione_ da un nonno (Willem Dafoe) che le “contrabbanda” da figlie uniche, in un mondo sovraffollato (anche come effetto collaterale dello sfruttamento intensivo e razionalizzato artificialmente del suolo coltivabile…) messo nelle mani di un “Tecnico” (Glenn Cloose) che amministra la direttiva di un unico pargolo per famiglia; mentre dagli eventuali secondogeniti in poi si prevede il “parcheggio” nell’ibernazione!
    Prevedibile nelle fattezze ma ugualmente efficace l’impianto scenografico , di cui diremmo sostenuto da un budget madio-alto ma non faraonico. L’interazione delle “sette” meriterebbe extra più corposi del dvd Koch Media in commercio. Direi scongiurato il pericolo di confondere le sisters, il cui destino ultimo non lascia indifferenti e fa’ persino correre il pensiero all’Olocausto ed a Anna Frank. Non è poca roba (imho).
    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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    • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
      Sensei guarda, io sono uno dei pochi - credo - a pensare che Burton non sia peggiorato come regista, anzi, sia via via sempre più migliorato. Il problema è che probabilmente in quanto autore è un po'stanco, si è messo a fare il mestierante di lusso su soggetti poco ambiziosi. Io credo fermamente che Burton potrebbe ancora tirare fuori il gran film se supportato da una buona sceneggiatura. In ogni caso, Miss Peregrine secondo me è un buon film, in alcuni momenti si vede un Burton veramente in stato di grazia nonostante un soggetto che sembra la sua serie B. Dumbo è già meno buono, ma è un film che ha un cuore e non lo butterei via, così come Big Eyes.
      Per quanto riguarda Bava, per me il suo capolavoro è I tre volti della paura, seguono a ruota sullo stesso livello - tra loro - Reazione a catena, La maschera del demonio, Sei donne per l'assassino, Operazione paura, Lisa e il diavolo e La frusta e il corpo. Forse nessun capolavoro vero e proprio, ma tutti grandi film.
      Sei più esperto di me in cinema di Tim Burton, avendolo studiato molto di più rispetto al sottoscritto magari è come dici effettivamente, seppur ammetti che in fase di stanca come poetica, anche per via di progetti Burtoniani solo superficialmente ma non nello spirito, piegandosi a portare la paga a casa e basta in questa (lunga) fase della sua carriera. Però ad una sua rinascita se messo in condizioni adatte, ci voglio credere anch'io.
      Big Eyes mi ha detto pochino, mi fermerei sulle tre stelle e forse è anche troppo, brava Amy Adams, ma ha sbandate narrative abnormi (la parte processuale in primis) ed un Christopher Waltz scritto male e insopportabile nella recitazione.

      Su Mario Bava per me il miglior è La Maschera del Demonio, seguito da Operazione Paura, poi lo "sperimentale pulp" Cani Arrabbiati ed infine Tre Volti della Paura, questi quattro li reputo i migliori, capolavoro La maschera del Demonio ovviamente.
      Vorrei recuperare Sei Donne per l'assassino, La Frusta e il Corpo, Terrore nello Spazio, Diabolik e Shock.

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      • La Condizione Umana di Masaki Kobayashi (1959-1961).

        Masaki Kobayashi è un regista molto poco noto qui in occidente, la cui fama è stata oscurata da Kenji Mizoguchi e Akira Kurosawa come massimi esponenti del cinema classico Giapponese, non avendo neanche l'onore di una riscoperta a-posteriori come avvenne per le opere di Yasujiro Ozu negli anni 70'; uno dei motivi risiede essenzialmente nel fatto che le opere del regista non abbiano avuto una gran distribuzione qui in occidente ed in generale la natura fortemente anti-autoritaria e fortemente politica del suo cinema, gli crearono non pochi ostacoli in patria, visto che Kobayashi ha sempre usato il passato come chiave per interpretare le problematiche del presente, con la monumentale trilogia La Condizione Umana (1959-1961), il regista emerge definitivamente dall'anonimato in cui era relegato negli anni 50', per portare sul grande schermo il progetto della vita, basato su un romanzo Giapponese, ma in parte anche sulle medesima esperienze dello stesso Kobayashi, che negli anni 40' venne arruolato come soldato e spedito in Manciuria, ma ebbe molte rogne per le sue idee pacifiste e socialiste, venendo poi fatto prigioniero verso la fine della guerra, per essere liberato solo nel 1946.
        L'argomento della seconda guerra mondiale è tabù in Giappone, con un generale revisionismo storico in materia, appoggiato esplicitamente della destra nazionalista ed in ultimo da parte del premier Shinzo Abe, che anno dopo anno stanno portando sempre più ad una rimozione della memoria dei crimini di guerra dei giapponesi, specie verso i coreani ed i cinesi, esaltando come eroi nazionali delle personalità che non furono altro che spietati esecutori di pulizie etniche verso i popoli asiatici che non si prostravano alla grandezza del Giappone. Masaki Kobayashi già negli anni 50' sentiva che la società stava tacitamente rimuovendo il passato, con la complicità della classe politica, così imponendosi con gli studi di produzione della Shochiku, riuscendo a girare un'affresco epico sugli eventi bellici del Giappone in Manciuria, non solo per l'ambizione profusa nell'opera ma anche nella durata che raggiunge le 9 ore e 40 circa di tutte e tre le parti della pellicola, che uscirono separatamente ma nella mia recensione tratterò unitariamente perchè in fondo è un'unica grande storia divisa solo per esigenze distributive (nessuno sarebbe andato a vedere un film di tale durata al cinema, ma tre film con 3 ore di durata ciascuno circa invece si).

        La prima parte della trilogia ha il titolo Nessun Amore è Più Grande, oltre ad essere la pellicola più lunga nella durata (circa 3 ore e mezza) è l'unica delle tre che giunse a suo tempo in Italia seppur tagliata di circa 40 minuti, adesso l'edizione della A/R Production ci porta tutte e tre i film in un'unica custodia, colmando finalmente una lacuna che si trascinava da troppo tempo. Siamo nel 1943 in Manciuria, Kaji (Tatsuya Nakadai) finalmente si sposa dopo tanti tira e molla con Michiko (Michiyo Aratama), per evitare l'arruolamento decide di accettare l'incarico di supervisore in una miniera dove i giapponesi sfruttano prigionieri cinesi e coreani, per procurarsi materia prime necessarie allo sforzo bellico del paese e abbattendo i costi di produzione derivanti dalla manodopera. Kaji ha simpatie di sinistra, venendo visto con sospetto e scetticismo dai dirigenti della compagnia industriale, ma si fidano dell'uomo per aumentare la produzione del 20%. Kaji cerca di opporsi, a volte con successo ed altre meno, alle violenze sistematiche delle guardie giapponesi contro i prigionieri cercando di accattivarsi la loro simpatia e la loro fiducia, in modo da ottenere un aumento della produzione cercando di migliorare le loro condizioni lavorative con alloggi migliori, un vitto di miglior qualità e di tanto in tanto procurando loro dei divertimenti tramite delle prostitute residenti lì vicino. Alcuni come Chen si fidano di Kaji, mentre altri come Koe mostrano un giustificato atteggiamento sprezzante verso l'uomo che per lui resterà nient'altro che un "demone giapponese"; Kaji è combattuto tra l'applicazione dei suoi ideali socialisti e la realtà amara dei fatti, la dialettica umanistica alla base del tema di questo primo capitolo, non può che venire frustrata dalle quotidiane violenze da parte dei suoi connazionali e dalla sfiducia crescente dei cinesi; un trattamento migliore non può cancellare il fatto che non solo sono dei prigionieri, ma anche alla fine vengono sistematicamente discriminati dall'invasore.
        Questo primo film della trilogia è giustamente il più celebrato e quello che fece più scandalo appena uscì in Giappone perchè denuncia senza mezzi termini i crimini di guerra del paese contro gli altri popoli asiatici, Kobayashi nel 1959 sbatte in faccia allo spettatore, la scandalosa opera di rimozione che all'epoca era già messa in moto da parte di tutto il suo paese, dove le voci isolate come quella di Kaji sono represse da un sistema nazional-fascista, giungendo ad un finale potentissimo di solidarietà reciproca mettendo in nuce il seme di una possibile quanto utopica unione tra popoli, ma Kaji pagherà tutto questo in prima persona venendo punito con l'arruolamento coatto, vagando nel finale su un terreno brullo in fuga da una prostituta cinese che gli impreca contro.

        La seconda parte della trilogia, Il Cammino verso l'Eternità, è ambientato nell'arco tra il 1944 ed il 1945 ambientato in un campo di addestramento militare con Kaji sottoposto all'addestramento militare, continuamente vigilato e frequentemente punito per le sue simpatie comuniste, che lo portano a ribellarsi in continuazione contro l'autorità dei suoi superiori e dei veterani dell'addestramento, beccandosi continui schiaffoni e percosse. Indubbiamente meno originale e più "risaputo" se visionata oggi, questo secondo capitolo è tra i primi film a mostrare impietosamente la dannosità dell'ideologia militare fascista, con frequenti abusi fisici e psicologici tra i commilitoni nei confronti dei soggetti più deboli, episodi di nonnismo ed una generale divisione in gradi, gerarchie e anzianità, dove le reclute poste in basso alla piramide "sociale" vengono continuamente vessate, senza però arrivare a sviluppare un meccanismo di solidarietà o di empatia, poichè in futuro diventando dei veterani, faranno lo stesso nei confronti dei novizi, immettendosi in un circolo vizioso senza fine. Se nel primo capitolo la fotografia era sempre luminosa nel cercare una possibile utopia solidale tra popoli differenti, nel secondo capitolo le tonalità si fanno molte più cupe e tetre; Kaji mano a mano viene sempre di più logorato dall'addestramento militare, che mira a distruggere le sue idee socialiste per sostituirle con un forte nazionalismo devoto fino all'ultimo ad una causa oramai totalmente persa da mesi se non da anni.
        Il fanatismo nipponico porterà il paese ad una autodistruzione totale, che qui viene messa in scena nell'ultima parte con una imponente battaglia in cui Kaji inviato al fronte per le sue intemperanze, si ritrova l'onda d'urto inarrestabile dell'Armata Rossa, che nell'Agosto del 1945 sfonda le deboli linee di difesa nipponiche in Manciuria cogliendole anche di sorpresa per l'improvvisa dichiarazione di guerra da parte dell'Unione Sovietica. Il paesaggio devastato dai carri sovietici si lega con quello brullo e desertico del precedente film, così Kobayashi conclude entrambe le opere con il vagare di Kaji all'insegna quindi di una reciproca circolarità. (CONTINUA)

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        • La terza ed ultima parte, La Preghiera del Soldato, è una lunga quanto sofferta elaborazione della sconfitta. I sovietici sono dilagati oramai in Manciuria penetrando in profondità, l'esercito imperiale giapponese è distrutto, con le poche unità ancora esistenti allo sbando ed in balia di sè stesse, dove ogni comandante praticamente agisce come meglio crede. Kaji oramai si muove sempre meno in funzione dell'applicazione dei suoi ideali e sempre più in funzione della sua volontà di ritornare a casa dalla sua Michiko; l'inferno è alle spalle ora c'è un purgatorio infinito dove c'è la resa dei conti, Kaji ed altri suoi commilitoni lungo il percorso incontrano civili o altri soldati nipponici allo sbando, cercando un modo di evitare le forze sovietiche e le vendicative quanto agguerrite forze di guerriglia cinese molto ansiose di sistemare i conti con l'odioso occupante oramai sconfitto, dopo oltre un decennio di soprusi e discriminazioni.
          Nel terzo capitolo la regia di Kobayashi si eleva risultando la migliore della trilogia, abbandonando i canoni del cinema classico largamente adoperati nei due precedenti capitoli, per adottare uno stile rarefatto, con carrelli in avanti e riprese che donano un'atmosfera sempre più esistenziale, intima e alienante al vagare di un Kaji devastato nell'animo per le uccisioni compiute, venendo illuminato con luci "artificiose" che creano un teatro dell'anima, dove l'uomo mostra la totale disillusione verso gli ideali socialisti dei sovietici, che nonostante la loro ideologia nobile, hanno violentato larga parte delle donne giapponesi e sottoposto frequentemente a maltrattamenti i prigionieri nipponici. Kobayashi sviluppa quindi la sua poetica sull'ipocrisia del potere, che si fa scudo dei valori e delle ideologie come scudo, mirando in realtà a perpetrare sè stessi ed il proprio potere sulla massa (emblematico il montaggio sull'asse del ritratto di Stalin nel campo di prigionia sovietico). E' il capitolo più pessimista del regista, totalmente sfiduciato da una possibile evoluzione in senso democratico e critico del suo paese, che nonostante una batosta distruttiva come quella del secondo conflitto mondiale, alla fine preserva efficacemente tramite le figure di Noge e Kirihara, la propria classe dirigente e di conseguenza lo status quo, distruggendo poco a poco chi come Kaji può essere il vero vento di cambiamento.
          Può esserci qualche piccolo scompenso nell'arco della trilogia inevitabilmente data la mastodontica durata, ma il ritmo non manca mai, nonostante la parte prettamente bellica d'azione vera e propria circoscritta nell'ultima mezz'ora del secondo film e a sprazzi piccoli nel terzo film, una pellicola che ottenne critiche lusinghiere e un grande successo ai botteghini in Giappone, lanciando nell'olimpo Kobayashi e l'attore Tatsuya Nakadai. Un capolavoro assoluto del cinema di questo regista anti-sistema, che non ha niente da invidiare ai grandi del cinema mondiale, le cui opere finalmente stanno venendo riportate alla luce nel nostro paese.

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          • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio

            Sei più esperto di me in cinema di Tim Burton, avendolo studiato molto di più rispetto al sottoscritto magari è come dici effettivamente, seppur ammetti che in fase di stanca come poetica, anche per via di progetti Burtoniani solo superficialmente ma non nello spirito, piegandosi a portare la paga a casa e basta in questa (lunga) fase della sua carriera. Però ad una sua rinascita se messo in condizioni adatte, ci voglio credere anch'io.
            Big Eyes mi ha detto pochino, mi fermerei sulle tre stelle e forse è anche troppo, brava Amy Adams, ma ha sbandate narrative abnormi (la parte processuale in primis) ed un Christopher Waltz scritto male e insopportabile nella recitazione.
            .
            Concordo con quanto scritto da Gidan.
            Il problema non è solo nella stanchezza del regista, che alla sua età e al punto raggiunto da lui in carriera sarebbe anche comprensibile, ma è anche una questione dovuta al cinema "fantastico" in questi anni... oramai le case di produzione campano di "proprietà intellettuali" per cui ogni film "di genere" viene sviluppato nell'ottica di creare una saga, oppure nell'ottica di reinventare qualcosa di pre-esistente. Non che ciò sia un male, visto che spesso dimentichiamo che tutto il cinema degli anni 40 era tratto da romanzi o opere teatrali le cui trasposizioni cinematografiche hanno superato in popolarità gli originali. Oggi, a parte Nolan e Tarantino che sono però anche sceneggiatori di se stessi, quale regista "del fantastico" riesce a portare avanti una sua filmografia senza una piccola "dittatura" di questa parentesi che ha preso il mercato produttivo? Anche altri registi, autori quanto Burton, come Raimi e Brannagh hanno "chinato il capo" a questa logica (ciononostante pare che Burton sia sempre quello più accusato di essere bollito). Aggiungiamo che oggi c'è meno libertà creativa di un tempo (in Batman Returns, Batman stesso fa saltare in aria le persone... oggi diventa un problema mostrare un elefantino che si ubbriaca). Oltretutto le ultime sceneggiature messe in mano a Burton da "Alice" in poi sono raccapriccianti e di un infantilismo preoccupante....(si salva, forse, quella di Miss Peregrine), per cui la cosa migliore è trovare le poche scene in cui è proprio l'occhio del regista a "salvare" certi prodotti che altrimenti sarebbero nati morti. Se si riesce a provare qualcosa in Dumbo è proprio per la bravura del regista, così come in Big Eyes (una delle sceneggiature peggiori mai scritte da quel fantastico duo di penne che ha scritto Ed Wood e larry Flint) ci sono poche scene memorabili (per lo più mute) in un filmetto insipido.
            C'è poi l'eterno equivoco su cosa renda un soggetto burtoniano....erroneamente a Burton si appiccica solamente il tema del "freak buono contro società cattiva", mentre si dimenticano altri temi come quello del ruolo dell'artista (presente in "The Jar", ne La fabbrica di cioccolato, in "big fish", in "big eyes", in "Batman"....), o il tema de "il freak è un infame in quanto specchio della società cattiva" (presente in "Mars Attacks", dove appunto i marziani si comportano orrendamente ma nella stessa maniera dei grotteschi terrestri, in "Sweeney Todd", in "Il pianeta delle scimmie", dove, stranamente, aleggia quasi un pensiero di estrema destra sul film che cozza con la poetica burtoniana fino a quel punto e dove, forse, il regista era più interessato ai momenti di satira sociale con le scimmie che specchiano il nostro mondo che non all'action puro), o il tema della riscoperta di certi prodotti commerciali dimenticati (che è poi quello che hanno fatto anche Tarantino, Raimi, Lucas, Spielberg), il tema della scienza come meccanismo creativo e non come strumento omologativo (presente in Pee Wee herman, in Frankenweenie, in Dumbo, in Big Fish), etc.
            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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            • Super di James Gunn

              Molto carino. Storia simile a Kick-Ass ma con un 'uomo di mezza età invece di un ragazzino. Non ha il virtuosismo tecnico o la grinta pop di Kick-Ass (e neppure il budget), invece spinge molto di più sul pedale del macabro, del grottesco e della malattia mentale. Non sempre l'amalgama dei toni è perfetta, molti spunti rimangono solo spunti, ma merita comunque un applauso. Certo deve piacere l'umorismo nero estremo.
              Il protagonista è interpretato dal mitico Dwight di The Office, una scelta perfetta, peccato quest'attore non lavori di più, merita. Pure Ellen Page brava.

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              • Conflitto di interessi di Robert Altman (1998)


                Un thrillerino che non mi ha lasciato indifferente.
                Il solito cast d’eccezione, con volti noti ai più come Kenneth Branagh nel ruolo di un protagonista che ricorda molto la sua precedente interpretazione in L’altro delitto, Daryl Hannah, Famke Janssen, Robert Downey Jr. e Robert Duvall, e la meno conosciuta (e senza titoli di testa nemmeno io l’avrei riconosciuta) piccola Mae Whitman.
                A svettare però è tale Embeth Davidtz, nei panni di una personalità ambigua a partire dall’aspetto; mi sorprende che la sua carriera non sia decollata, l’avrei vista bene come femme fatale.

                Il film mi sembra una versione “serie b” di Short Cuts, con l’opportunismo di un protagonista che sfrutta la prima occasione buona per soddisfare le sue esigenze (l’altra facciata di quella sequenza con Julianne Moore senza mutande), un’ottima presentazione del protagonista con annessa ossessione tanto cara al regista per la maschera che si cela dietro al telefono (delle dita che digitano un numero al telefono in macchina e una babysitter che risponde, mentre l’onere di mostrare il suo volto è lasciato alla tv che guardano i figli a casa, con raccomandazione del diretto interessato di non credere a tutto ciò che viene detto sul suo conto: senza vederlo direttamente in faccia, conosciamo già status sociale, situazione familiare e relativa “maturità” del protagonista), situazione esterna che è in procinto di travolgere le pedine dello scacchiere e che porta a un finale cinico (qui ricorda più il remake di Cape Fear) che, stavolta, è di troppo.
                Rispetto al sopracitato Short Cuts, gli spazi vuoti non ci sono e restano delle vere shortcuts che danno alla storia un ritmo veramente indiavolato (la conoscenza intima dei protagonisti, la denuncia immediata durante la quale il protagonista pensa già al processo [impagabile la faccia dei suoi collaboratori di fronte alla sua smania di aiutare la ragazza], il blitz, il processo di cinque minuti con un unico testimone che prima fa il difficile e dopo un paio di domande diventa collaborativo fino in fondo, la vanificazione immediata del processo, i bambini che spariscono in un batter d’occhio, la confidenza della ragazza che dorme nuda assieme alla collega del protagonista e quel telefono che torna per perpetrare un ultimo inganno).
                Nelle (molte) scene al buio, il film è di un altro livello, va a un passo dall’horror e crea una grandissima inquietudine, grazie anche all’ottima scelta di distorcere i volti attraverso gocce di pioggia, finestre, quei trabiccoli a mo’ di porta che non so come si chiamano

                Peccato per quel finale che sarà anche stato preparato, con una Mallory alla finestra durante un incubo che ti fa venire il dubbio sulla sua pazzia e la stessa Mallory che alla fine, sempre dietro una finestra, appare psicopatica, e con quell’imbroglio al telefono che doveva significare qualcosa, ma da ciò che penso di aver capito (ho visto il film in inglese) la soluzione mi pare troppo tirata (forse il regista ci suggeriva anche questo, quando inquadrava il fondoschiena di Mallory prima ancora di farcela vedere distintamente in viso), con in più questo insistere sull’uragano in arrivo che mi pare forzatamente d’autore.


                Film minore che però mi ha spinto a scriverci su qualcosa, e non è cosa da poco.
                Pochi personaggi mi sono entrati sotto pelle come Mallory, ed è un merito che hanno pochissimi film, quasi tutti capolavori (a memoria, l’unico altro film di “bassa lega” con un personaggio super è Triplo gioco).
                Nonostante questo e la spettacolarità di certe scene, però, è un film che difficilmente avrò voglia di rivedere.
                Ultima modifica di p t r l s; 28 luglio 20, 15:54.
                'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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                • Battle Royale di Kinji Fukasaku

                  Aspettative alte, delusione cocente. Ne ho visti di film stupidi, questo rientra tra quelli top. Quantomeno ha un buon inizio ed una generale buona confezione.

                  The Vast of Night di Andrew Patterson

                  Esercizio di stile affascinante. Lascia con l'amaro in bocca, ma c'è una ricerca linguistica e formale interessante. Alcuni virtuosismi sono un po' gratuiti, ma Patterson è uno da tenere d'occhio.

                  Chi lavora è perduto di Tinto Brass

                  Opera prima del Tinto nazionale, ed è subito capolavoro. Flusso di coscienza esistenzialista di un vitellone, film originalissimo e di rottura rispetto al contesto cinematografico dell'epoca.

                  Ambiguous di Toshiya Ueno

                  Pinku eiga sull'alienazione. Accettabile, con un bel finale.

                  Io sono Valentina Nappi di Monica Stambrini

                  Vabbè, si tromba. Con dei sentimenti, ma si tromba.

                  Ultimo tango a Zagarolo di Nando Cicero

                  Momenti cult che da soli valgono la visione. Non tiene bene per tutta la durata.

                  Che fine ha fatto Totò Baby? di Ottavio Alessi

                  Meglio dell'originale.
                  https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                  "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                  • Battle Royale invece spacca, chiaramente molto fumettoso e sopra le righe, come d'altronde andava affrontato viste le vicende trattate. Takeshi Kitano mitico come sempre.

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                    • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                      Battle Royale invece spacca, chiaramente molto fumettoso e sopra le righe, come d'altronde andava affrontato viste le vicende trattate. Takeshi Kitano mitico come sempre.
                      Kitano è l'unica cosa buona del film. Per il resto, è uno splatter per ragazzini pieno di stupidità. Astenersi sopra i 18 anni.
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Vabbè mo che esagerazione, posso capire che lo stile "giapponese" nella recitazione e nella messa in scena possa non piacere (infatti Kitano pur essendolo nello spirito, è estraneo a tale modo di fare e nel film si vede che è un alieno rispetto agli altri), ma Fukasaku ci sa fare e la metafora della società super-competitiva imposta dagli adulti che mandano avanti un sistema disumano, comunque lo rende più interessante rispetto ad un banale epigono come Hunger Games.

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                        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                          Vabbè mo che esagerazione, posso capire che lo stile "giapponese" nella recitazione e nella messa in scena possa non piacere (infatti Kitano pur essendolo nello spirito, è estraneo a tale modo di fare e nel film si vede che è un alieno rispetto agli altri), ma Fukasaku ci sa fare e la metafora della società super-competitiva imposta dagli adulti che mandano avanti un sistema disumano, comunque lo rende più interessante rispetto ad un banale epigono come Hunger Games.
                          Lo sai, a me il cinema giapponese piace, anche in alcune incarnazioni estreme (Sion Sono). C'è modo e modo però di fare le cose. Questo pare un anime per ragazzini brufolosi che si bagnano con un po' di sangue. La metafora ok, ma non ci fai un film solo con le intenzioni, anche perché essendo tratto da un romanzo a 'sto punto lo dovevi promuovere sulla carta (perdonami il gioco di parole ). I personaggi sono tagliati con l'accetta, i dialoghi da teenager anche nei momenti drammatici non si possono sentire, si accatastano morti su morti senza neanche una degna coreografia, ci sta un villain (non Kitano) che pare uscito direttamente da un manga con effetti ridicoli, e tutta una serie di assurdità che giocano sul confine del demenziale (finendoci più di una volta). Mi sono annoiato, quando ad una certa ho visto che mancavano ancora 40 minuti sono completamente uscito dal film. Pare che il manga (successivo) sia migliore. Hunger Games non l'ho visto, non mi ha mai interessato molto.
                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • A tutti gli effetti uno young adult nipponico.
                            Mai compreso chi eleva questo a capolavoro e butta merda su roba come Hunger Games.



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                            • Originariamente inviato da mr.fred Visualizza il messaggio
                              A tutti gli effetti uno young adult nipponico.
                              Mai compreso chi eleva questo a capolavoro e butta merda su roba come Hunger Games.


                              C'è chi lo paragona ad Arancia Meccanica, santi numi.
                              https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                              • Ma infatti non è un capolavoro (chi ne ha parlato così?), ma Fukasaku è molto meglio rispetto al buon Gary Ross e sopratutto a Francis Lawrence (che standardizza la saga sui binari blockbuster come detto da un utente a proposito del secondo film).

                                Il primo Hunger Games merita una visione, il secondo standardizza tutto, il terzo capitolo è diviso in parte I e parte II, quest'ultima mai vista immagina quindi quanto mi sia piaciuta la parte I, intoltre Jennifer Lawrence ha perso freschezza di film in film, nel terzo era lì per lo stipendio e basta, aveva perso tutta la fame "recitativa" mostrata nei precedenti due film, specie il primo.
                                Ultima modifica di Sensei; 28 luglio 20, 18:22.

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