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  • Per me sta sul podio dei migliori film prodotti dall'inizio del secolo ad oggi assieme a Inland Empire e Il petroliere.

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    • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio

      Il remake con "Frodino" mi ha lasciato del tutto indifferente: una sorta di innocua "ripulitura" aggiornata all'estetica moderna che perde del tutto la carica sporca e "sovversiva" dell'originale.
      L'ho visto ieri sera su Prime Video e sono d'accordo con te. Un remake noioso, didascalico, addirittura meno efficace e potente dell'originale anche sotto l'aspetto prettamente gore. Dimenticabilissimo.
      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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      • The Conjuring II, di James Wan

        Horror carino fatto praticamente tutto di jump scares. Non riesco a trovarci nulla di più onestamente.

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        • Il Buco di Galder Urrutia (2019).

          Pur non amando particolarmente i film di genere, alla fine i miei tre preferiti sono il western, il giallo ed quello carcerario, quindi questo Buco di Galder Gaztelu Urrutia (2019) di cui tanto se ne è fatto un gran parlare, non poteva che ricevere la mia attenzione e come ogni fenomeno mediatico s'è rivelato una fregatura alla prova dei fatti. Il budget limitato è visibile dalla limitatezza delle location, una cella spoglia con un rubinetto dell'acqua, con due detenuti e al centro della stanza un grosso buco dove se ci si affaccia si perdono a vista d'occhio il numero abnorme di livelli; una volta al giorno tramite l'apertura dai livelli superiori passa una piattaforma con del cibo, che si ferma per due minuti per poi scendere al livello inferiore, in pratica più in alto sei di livello e meglio alloggi visto che ai piani inferiori il cibo non arriva per niente condannando i detenuti a morire di fame per 30 giorni se non trovano un modo di sopravvivere sino al cambio di livello previsto alla fine del mese. Paragonato a Parasite di Bong Joon-ho (2019) per la metafora sociale evidente, da parte del pubblico e da certa critica, in realtà il film sud-coreano non faceva mai sostituire il testo dal sotto-testo della pellicola, in questo modo creava una molteplicità di significati metaforici nelle immagini, andando ben oltre l'immediatezza superficiale dei parassiti poveri che si aggrappano ai ricchi per sopravvivere, mentre la pellicola di Gaztelu complice anche la sceneggiatura pedante e didascalica del duo Desola-Rivero, incappa nell'errore di spiattellare in faccia allo spettatore tutta l'evidente metafora della prigione sotterranea verticale, con il vecchio Trimagasi (Zorion Eguileor) a fare da cicerone per il neo-arrivato Goreng (Ivan Massaguè), trasformandosi nel giro di un minuto da un personaggio in un vero e proprio spiegone vivente ambulante, ogni parola che egli proferisce è un ammasso di informazioni non solo sul luogo, ma anche sul significato sociale e metaforico (come se non fosse già evidente nel suo semplicismo) della struttura e delle regole poste alla base di essa, i detenuti dei livelli superiori si ingozzano di cibo , preoccupandosi poco e nulla di chi soggiorna ai livelli inferiori, con il risultato di condannarli a morte del fame, nonostante magari il mese prima abbiano trascorso del tempo ai livelli inferiori dove non arriva niente. Non soddisfatti di ciò, il vecchio detenuto ci offre anche dissertazioni "dei poveri" in merito all'antropologia umana in situazioni al limite in cui sono adesso, aggravando di verbosità la pellicola con delle analisi immediate e intuibili da parte dello spettatore, non arrivando a dire nulla di interessante come personaggio in sè, nonostante il carisma dell'attore che in fin dei conti risulta il migliore di tutto il film.

          Il Buco soffre di un soggetto che soffre di uno sviluppo pedante, ripetitivo e dalla scarsa espansione dell'idea di base, che gira sempre intorno al concetto di individualismo dell'essere umano e della sua incapacità di sviluppare una solidarietà in modo da razionare il cibo e farlo arrivare a tutti i livelli. Dopo mezz'ora la pellicola ha offerto tutto quello che aveva da dire, così che viene l'idea di come l'opera potesse rendere molto di più se sviluppata come un corto-mediometraggio, piuttosto che in un film da 90 minuti dove passata 1/3 della durata sia gli sceneggiatori che il regista tirano a campare sino ai 20 minuti finali, con ulteriori "spiegoni-ambulanti" che ribadiscono i concetti già ripetuti in precedenza, con scene "oniriche" dove il vecchio (arridaje!) nuovamente ci espone le sue idee ciniche sulla natura dell'essere umano virata totalmente all'egoismo e alla sopraffazione da parte dei forti sui più deboli, dove chi sta in alto nella scala sociale, ignora totalmente chi sta al di sotto nella distribuzione delle risorse, mentendo integro questo ingiusto sistema, tanto che se uno dei piani inferiori salisse a quelli superiori alla fine si comporterebbe nel medesimo modo, alimentando questo circolo vizioso infinito. Gaztelu riesce a creare talvolta delle inquietudini tramite una paio di scene d'impatto contro i tabù della morale, con una forte claustrofobia ed una sfiducia palpabile crescente nel protagonista, anche se fa uso molto del campo e controcampo, spingendo poco sulla scenografia verticalistica della prigione, però insieme ai suoi sceneggiatori pur esprimendo dei concetti interessanti, lo fa in una forma filmica pedante, logorroica e didascalica, tramite degli spiegoni esaustivi, che i detrattori dei film di quel piccolo genietto di Christopher Nolan, dovranno ricredersi visto che a confronto di quest'opera le opere del regista inglese hanno una sobrietà tutta bressoniana, vedere per credere; il cinema di impegno civile non può ridursi a un esposizione meramente testuale delle storture del mondo, ma ha bisogno accanto alla denuncia di veicolare essa tramite una costruzione delle immagini di chiara matrice cinematografica, altrimenti tanto vale che in tal caso mi vada a leggere Il Capitale di Karl Marx in merito alla produzione delle risorse e la distribuzione di esse, dove tali concetti sono espressi in modo molto più articolato e profondo rispetto alla semplicità disarmante di quest'opera spagnola, dove poi nel finale invece di puntare su un'intuizione corretta del messaggio, si perde in un finale metaforico-religioso alquanto ridicolo e che depotenzia in fin dei conti tutta l'opera, che sino a quel momento poggiava molto sulla "materialità" delle cose, così finendo con il palesare ulteriori limiti quando tenta di emanciparsi dall'immediatezza del messaggio, per andare su territori onirici e simbolici, mostrando pesanti incertezze da parte del regista. Per un pubblico di bocca buona, la suddetta opera lo farà sentire più intelligente e gli farà credere di star vedendo qualcosa di impegnato, quando in realtà è mero intrattenimento su cui non vale la pena spingersi in particolari analisi o esegesi profonde.




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          • Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (1962).

            Tra le democrazie sorte nel mondo occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale, quella italiana è particolarmente interessante nel suo genere, perchè sin dalla sua nascita nasconde una marea di segreti e mezze verità che anche a distanza di decenni è impossibile venirne a capo. La caduta del fascismo avrebbe dovuto fare da cesura netta su certe pratiche istituzionali in merito al nascondere la povere sotto il tappeto, ma con il sorgere della repubblica quelle pratiche non furono mai abbandonate e numerosi risultano i depistaggi e le coperture su certi avvenimenti importanti e decisive per lo sviluppo del nostro paese; Francesco Rosi, dopo l'ottimo esordio La Sfida (1957), che fondeva il realismo con un'analisi della criminalità napoletana, decide di indagare su uno dei primi fatti controversi ed oscuri della nostra repubblica appena sorta, così nel 1962 dopo vari rifiuti e difficoltà, riesce a girare Salvatore Giuliano (1962), figura intrisa di mistero, considerato un combattente per l'indipendenza della Sicilia, un difensore della povera gente contro i ricchi secondo altri e chi invece lo reputava un mero bandito al soldo della mafia. Giuliano è l'escamotage usato da Rosi per fare un'analisi del movimento indipendentista siciliano alla caduta del fascismo ed i nascenti rapporti tra lo stato italiano e la mafia siciliana, partendo nella sua ricerca dal luogo in cui è stato ucciso dalla polizia situato all'interno di un cortile di un edificio nel Luglio del 1950, in realtà subito si capisce che l'unica cosa certa è solo il fatto della sua morte, perchè il rapporto della polizia cozza pesantemente con le testimonianze delle persone che erano nei dintorni.
            Chi era Salvatore Giuliano non interessa a Rosi, tanto che la sua figura pur aleggiando in tutta la pellicola praticamente non si vede mai chiaramente e al massimo ci viene concesso un campo lungo e un paio di frasi da parte sua pronunciate in una stanza buia, ma al regista interessa cosa rappresentava, il che sicuramente risulta un approccio di indagine che porta a risvolti sempre più inquietanti mano a mano che si dipana lo sviluppo del film. Girato nei luoghi in cui Giuliano era nato e sviluppato la sua attività criminale tra il 1943 ed il 1950, precisamente a Montelepre e Castelvetrano per dare non solo un'aderenza maggiore alla realtà, ma anche una ricostruzione vivia della realtà in cui il bandito operava, Rosi costruisce un'intricata e complessa architettura di flashback, salti in avanti ed indietro, con un approccio corale nei personaggi e tenendo bene in mente la lezione di Orson Welles in Quarto Potere (1941), in merito alla costruzione in stile puzzle, ma a differenza del regista americano, non solo le figure del film di Rosi non riescono a giungere ad una conclusione soddisfacente, chi perchè non vi crede, chi perchè fa di tutto per occultare, ma alla fine neanche l'oggettività della macchina da presa è in grado di diradare la nebbia che occulta la verità dei fatti con tanto di nome e cognomi, ma quello che può fare è gettare un barlume di luce (isolato a quel tempo, un pò meno oggi) estremamente inquietante sulle istituzioni italiane viste in modo sinistro come un'entità onnipotente in grado di compiere ogni genere di attività illegali pur di preservare sè stesso.

            Manca la "Rosebound" in grado di fungere da tassello fondamentale per dare un quadro d'insieme chiaro della situazione, tanto che pure il più razionale dei poteri come quello giudiziario, si ritrova in scacco innanzi ai contropoteri dell'esecutivo e quello legislativo, di cui i carabinieri e l'esercito, più che essere degli strumenti per far scoprire la verità, assumono le sembianze di un vero e proprio braccio armato dell'autorità pronti ad infrangere quelle stesse leggi che avevano giurato di far rispettare, in cambio di favore e di protezione reciproca in caso di scossone contro l'ordine costituito, rappresentato da eventuali forze di cambiamento che nella pellicola sono i membri o i sostenitori del PCI, poveri contadini che reclamavano la terra che coltivavano per i grandi latifondisti e condizioni di lavoro e di vita migliori e per questo da eliminare, non potendolo fare lo Stato italiano in modo "legale", allora sfrutta la mafia, che a sua volta fa andare in prima linea esecutori come Salvatore Giuliano, per soffocare nel sangue ed intimidire in modo minaccioso chi si oppone allo status quo in modo da raggiungere tramite l'illegalità risultati vantaggiosi per le autorità politiche che non potevano sporcarsi direttamente le mani. La parte processuale è indubbiamente più difficile come sottolineato da alcune recensioni, ma risulta un'osticità necessaria perchè il vero cinema di impegno civile di stampo investigativo non deve semplificare la materia narrata per scadere nel romanzesco facilone come in certe opere di Hollywood di "denuncia", tipo Silkwood (1982) o Erin Brookovich (2000), dove praticamente l'80% è composto da roba privata dei protagonisti mentre il restante 20% viene trattato in modo pedante in stile depliant informativo giusto per far vedere la natura "impegnata" del progetto; il vero cinema investigativo di impegno civile di cui Salvatore Giuliano di Rosi ne è l'indubbio fondatore, nella complessità della trattazione e della lunga sequenza processuale, punta a far emergere un mare torbido di depistaggi, intrighi occultamenti e bugie, in cui risulta impossibile per il giudice giungere ad una sentenza che faccia giustizia, perchè sul banco degli imputati non ci dovrebbe essere Salvatore Giuliano, nè il suo braccio destro Gaspare Pisciotta (Frank Wolff), meri esecutori materiali e pesci piccoli manovrati da personalità molto più grandi di loro come i veri mandanti, che in questo caso come in altre situazioni oscure della nostra nazione, sono le istituzioni della nostra repubblica, quindi lo stato italiano.
            Aderendo profondamente ai fatti narrati, con un largo uso di comparse ed attori non professionisti presi dai luoghi delle riprese, Rosi ci restituisce una Sicilia vivida nei modi, nelle tradizioni e perfino nel parlato, dove la popolazione dell'isola mostra una profonda ostilità verso il continente (l'Italia) e le autorità della polizia e quelle dell'esercito, questi ultimi spesso composti da persone provenienti dal nord Italia e quindi estranei alla realtà locale, innanzi alla quale si trovano spaesati del tutto, uno straniamento catturato dalla macchina da presa di Rosi che si sofferma lungamente nelle riprese del territorio brullo e ostile dell'interno della Sicilia, fatto di stradine tortuose ed alture inaccessibili, restituitaci con ottima efficacia visiva dalla fotografia di Gianni di Venanzo pur rinunciando a qualsiasi arfizio spettacolare sull'immagine, che viene invece valorizzata nel certosino e laborioso lavoro di depurazione da qualsiasi elemento superfluo. Uscito nel 1962 e vincitore del prestigioso Orso d'Argento a Berlino, ottenendo un grande riscontro ai botteghini nostrani rientrando nella TOP 10 di quell'anno, ad oggi resta un capolavoro assoluto eguagliato nella potenza in ambito di impegno civile solo dalla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966) e da Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto di Elio Petri (1971).

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            • Sierra Charriba di Sam Peckinpah (1965).

              Cambiare il titolo dell'opera dall'originale Major Dundee con quello di Sierra Charriba, finisce con il rovinare le intenzioni originarie di Sam Peckinpah, a cui della figura del ribelle indiano non gliene fregava un bel niente, alla luce della sua mera natura di mcguffin il cui scarso minutaggio nella pellicola è rivelatorio del fatto che al regista interessasse invece indagare la figura del maggiore Amos Dundee (Charlton Henston) e del suo manipolo di uomini sbandati, raccolti per la gran parte tra criminali incarcerati e soldati confederati ora prigionieri tra cui l'ex amico Benjamin Tyreel (Richard Harris), a cui si aggiungeranno degli elementi dell'unione tra cui il trombettiere Ryan, l'artigliere Graham, il reverendo Dahlstrom, la guida Potts (James Coburn) con l'aiutante indiano apache civilizzato di nome Ringo e per finire un manipolo di ausiliari di uomini di colore, che si offrono volontari perchè stanchi di svolgere mansioni degradanti nell'esercito.
              Un mucchio selvaggio che a differenza del successivo film però, qui è riunito tutto insieme assurgendo a chiara rappresentazione in scala della composizione etnica e sociale degli Stati Uniti, le cui spinte centrifughe sono tenute appena a bada dall'obbiettivo della cattura o uccisione dell'apache Sierra Charriba, che con meno di 50 uomini, semina morte, scorrerie e distruzione nei vasti territori del nuovo Messico, attaccando gli insediamenti dei coloni americani e sconfiggendo i deboli reparti di cavallerie dell'Unione fiaccati da circa 4 anni di ininterrotta e sanguinosa guerra civile contro gli stati confederati e che non accenna a terminare ancora nel 1864.
              Bianchi dell'unione, confederati del sud, nativi americani civilizzati e uomini di colore (mancano solo i latinos e abbiamo tutti), sono un gruppo di uomini eterogeneo per composizione il cui stare uniti sotto una bandiera può essere imposto solo da un obiettivo esterno unificatore, che di volta in volta quando viene raggiunto deve essere immediatamente cambiato, altrimenti emergono le differenze che poi degenerano in scontri violenti. Sam Peckinpah è sempre stato un attento osservatore della realtà del suo paese, sfruttando il genere western per compiere un'analisi della politica americana e della violenza connaturata in essa, perchè mezzo necessario per tenere unito un paese nelle diversità dirottandone l'aggressività verso un nemico esterno che funge da unificatore come all'interno del film, prima gli indiani apache e poi i francesi di stazza in Messico, in cui i nostri si sono spinti per cercare Sierra Charriba.

              Il capo di questa massa frammentata di sbandati è il maggiore Dundee, che gestisce il gruppo con metodi violenti per reprimere ogni indisciplina e vivendo totalmente per la guerra. Gli Stati Uniti hanno poco meno di 250 anni dalla loro nascita, eppure quasi la totalità della loro esistenza l'hanno trascorsa in guerre grandi o piccole con periodi di pace che se sommati insieme, non raggiungono neanche i 20 anni, quindi l'attitudine alla violenza e alla guerra è inserito nel DNA di questa nazione, che necessita di catalizzare le spinte disgregatrici del fronte interno, dirottandone l'aggressività verso degli obiettivi esterni unificatori; dal principio gli inglesi, poi gli altri stati europei, successivamente i nativi americani, poi i messicani, ancora dopo i loro stessi fratelli del sud, passando per due guerre mondiali, la Corea, il Vietnam, le due guerre del golfo e chissà quanti altri conflitti che ho dimenticato.
              Dundee non è più il classico maggiore della cavalleria tipico dei film di Ford, è una figura molto più profonda e sfaccettata nella psicologia magistralmente riportata in scena grazie alla bravura di Charlton Henston, classico nella sua statura attoriale nell'esprimere il degrado morale di un uomo che per fare carriera ha fatto cacciare via dall'esercito il suo miglior amico Tyreel e successivamente per ambizione ha combinato grossi casini a Gettysburg ed è stato relegato a guardiano di una prigione, compito che sente come umiliante, non vedendo l'ora di fare qualsiasi cosa pur di lasciarlo e Sierra Charriba rappresenta il biglietto d'uscita. Dundee incurante delle asperità del terreno, dei confini e della giurisdizione, avanza cocciutamente alla ricerca dell'apache, facendo emergere sempre più la diffidenza tra i componenti del reparto; confederati contro i neri, indiani contro bianchi e nordisti contro suddisti, il maggiore Dundee con la sua ostinazione distruttiva, rappresenta un ulteriore fattore di disgregazione, per far fronte al quale, non trova nient'altro di meglio da fare, che trovare costantemente un nemico esterno per far sfogare l'aggressività del suo reparto in un tripudio di violenza, polvere e sangue, dimostrando in tal modo di essere totalmente incapace di trovare una via alternativa alla forza nell'unire insieme questa massa sbandata, che non rappresenta altro che una riduzione in scala della società multietinica statunitense, con i suoi eterni conflitti latenti.

              Dundee è nato per la guerra e vivrà sempre per essa, continuando nella sua spirale autodistruttiva fatta di continue bottiglie di alcool per soffocare l'umiliazione verso un ruolo attuale percepito come mortificante, trovando sfogo al suo malessere con un continuo peregrinare senza mai fermarsi, pena doversi poi soffermare sui problemi che lo attanagliano e mettere seriamente in discussione la propria condotta di vita. Se il maggior Dundee nell'autodistruzione trova una simpatia da parte del regista, sicuramente Peckinpah è come sempre dalla parte dei perdenti, in questo caso i suddisti ritratti a 360° con tutti i loro difetti, cominciando dal contraddittorio Tyrell, emigrato irlandese poi arruolatasi in un esercito che lo ha cacciato e poi divenuto combattente per la confederazione, battendosi assurdamente per far si che i ricchi proprietari terrieri delle piantagioni, possano continuare i loro affari tramite lo sfruttamento di una vasta manodopera schiavile, mandato a crepare gente umile come Tyreel, il quale rischia la vita per dei terreni di cui mai sarà proprietario. Gli uomini sono animali dediti alla violenza, ma i confederati del film hanno poche ma semplici regole, come il rispetto della parola data sul non cercare di disertare fino alla cattura o uccisione di Charriba, contando sull'amnistia per i loro reati in caso di successo dela missione. Questo lungo percorso epico che ricorda un pò il Sentieri Selvaggi di John Ford (1956), viene messo in scena in Messico, paese prediletto dal regista, che si dimostra profondo conoscitore delle dinamiche storiche del luogo e della gente umile che vi vive, ma solidale sempre nonostante le avversità che si ritrova a dover affrontare.
              Peckinpah mette in scena violenza cruda e sequenze liriche che approfondiscono l'animo dei suoi personaggi, toccando l'apice cromatico e figurativo nella battaglia campale finale contro l'esercito francese, dimostrando le sue notevoli doti come regista di azione nonostante i mezzi tecnici ben lontani da quelli odierni, restituendoci uno scontro violento e sanguinoso tra uomini in cui si respira epica a pieni polmoni, tra cariche di cavalleria, colpi di artiglieria e scontri all'ultimo sangue a suon di colpi di fucile e incroci di spada, lottando metro dopo metro per raggiungere la propria casa, in attesa poi di ributtarsi in un'altra guerra ed in altre battaglie.
              Sierra Charriba è un capolavoro, il vero cinema western, non quello di Ford che per quanto innovativo e fondatore di determinati stilemi, comunque si fa portatore di una visione troppo romantica ed iper-semplificata di quello che era un vero e proprio stato di natura, di capolavori ne ha fatti molti ed è inutile negarlo, però Sergio Leone e poi dietro di lui Sam Peckinpah sono coloro che hanno sfruttato appieno il potenziale del western avvicinandosi parecchio a quello che doveva essere la frontiera americana a quel tempo; non fu un caso che i produttori sfasciarono l'opera del regista riducendo gli originari 156 minuti di durata a 136 e poi dopo il massacro da parte del critica nelle anteprime, tagliarono ulteriori minuti per giungere ad una versione da 120 minuti che fu un fiasco ai botteghini, presentando notevoli buchi ed incongruenze. La versione da me visionata dura 136 minuti ed è la director's cut, termine in realtà improprio visto che il regista non ha approvato mai questa versione,e che comunque ha dei difetti nel montaggio, specie nelle digressioni qua e là dei singoli personaggi che sono state barbaramente tagliate e altre scene non vennero mai girate per revoca del budget a regista, ma in assenza di altro e confidando in un recupero futuro in madrepatria della versione voluta da Peckinpah, questa da 2 ore e 15 minuti, resta il cut da recuperare.

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              • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
                The Conjuring II, di James Wan

                Horror carino fatto praticamente tutto di jump scares. Non riesco a trovarci nulla di più onestamente.
                Per me è il migliore di Wan, quello che più e meglio rappresenta la sua idea (quasi metafilmica) di cinema sul doppio con soluzioni che però sono sempre perfettamente integrate (dissimulate) nella trama, nella struttura e nella messa in scena e non sono mai dissertazioni teoriche messe in bocca ia personaggi come a volte succede con questa tematica.
                Luminous beings are we, not this crude matter.

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                • L'atmosfera dei 2 Conjuring è tanta roba. Grande ricostruzione.

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                  • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

                    Per me è il migliore di Wan, quello che più e meglio rappresenta la sua idea (quasi metafilmica) di cinema sul doppio con soluzioni che però sono sempre perfettamente integrate (dissimulate) nella trama, nella struttura e nella messa in scena e non sono mai dissertazioni teoriche messe in bocca ia personaggi come a volte succede con questa tematica.
                    Anche per me è il migliore di Wan, sicuramente dietro la mdp ci sa fare, c'è un bell'uso del grandangolo e dei movimenti di macchina per creare una bella atsmofera tesa. In questo mi è piaciuto sicuramente il tema del demone che utilizza un fantasma per coprire le sue tracce, con la conseguente impossibilità di Lorraine di percepirlo. È un'idea su cui secondo me, però, bisognava spingere un po' di più.

                    Non posso certo dire che sia un brutto film, ma per i miei gusti punta troppo sugli jump scare per creare paura, e devo dire che alla lunga certi giochetti mi hanno un po' annoiato, li ho trovati prevedibili e alla fine noiosetti.

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                    • Su di me è il primo che ha fatto un po' più questo effetto, qua ho trovato più creative le idee anche di messa in scena, tali per cui degli jump scare di per sé non m'interessava così tanto, trovandolo efficace anche a una seconda visione.

                      Ad esempio uno dei momenti horror più riusciti non è un jump scare ma tutta la sequenza in piano-sequenza fisso con la seduta del bambino posseduto che sta sullo sfondo sfocato e man mano gli si sovrappone la figura del vecchio; ma anche la scena del dipinto della suora (sempre sulla questione del gioco di specchi: l'ombra della suora che ne anima l'immagine ritratta); oppure la scena dove la ragazzina si sveglia e si ribalta la camera svelando che è sdraiata sul soffito; o la lanterna magica che dà vita a un mostro che meriterebbe un film a parte (e non a caso ci stanno lavorando).

                      Poi ho apprezzato la coerenza "tematica" del doppio e dle ribaltamento speculare che si estende a vari livelli del film come mai prima nei film di Wan: la bipartizione strutturale di base (fino a una certa è come guardare due film in uno, dopo metà si uniscono e poi nel finale si rivelano essere la stessa storia fin dall'inizio), l'idea del demone che manipola il fantasma, la scoperta "serendipica" dei nastri audio che si sovrappongono e che ascoltati assieme rivelano il twist, le singole idee di scena come quella già citata del quadro/ombra, fino ai dettagli delle singole composizioni dell'inquadratura (già dal movimento di camera d'apertura con la camera che entra da una finestra per poi rivelare una composizione a specchio con la seconda finestra che poi si rivela a sua volta parte di un "set" che sta venendo allestito dai Warren).
                      Ne cito giusto alcuni perché poi il film è zeppo di queste cose: schermi dentro gli schermi, riflessi rivelatori, strumentazioni di registrazione audio e video sempre al centro della metodologia d'indagine, immagini che si freezano e si trasformano in foto di giornali e via discorrendo.

                      Questo al di là della riusicta atmosfera generale, dei virtuosismi di Wan o anche del calore umano che, nonostante l'impostazione da parco degli orrori, riesce a dare ai personaggi (da quanti film così ci si aspetterebbe una scena come quella di "Can't Help Falling in Love"?
                      Luminous beings are we, not this crude matter.

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                      • Comunque io come film horror in sè penso di aver preferito The Witch. Un vero gioiello del genere, per le atmosfere, per l'ansia che trasmette, per la ricostruzione. Bellissimo.

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                        • Ho visto Tramonto di Laszlo Nemes.

                          Ne avevo sentito parlare male un po' da tutte le parti ma a me è piaciuto, ma tanto. Per me parliamo di un futuro grande maestro.
                          Purtroppo non ho tempo per scrivere molto perché avrei tantissime cose da scrivere. Vediamo prossimamente.

                          Commenta


                          • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio

                            Ad esempio uno dei momenti horror più riusciti non è un jump scare ma tutta la sequenza in piano-sequenza fisso con la seduta del bambino posseduto che sta sullo sfondo sfocato e man mano gli si sovrappone la figura del vecchio; ma anche la scena del dipinto della suora (sempre sulla questione del gioco di specchi: l'ombra della suora che ne anima l'immagine ritratta); oppure la scena dove la ragazzina si sveglia e si ribalta la camera svelando che è sdraiata sul soffito; o la lanterna magica che dà vita a un mostro che meriterebbe un film a parte (e non a caso ci stanno lavorando).


                            Questo al di là della riusicta atmosfera generale, dei virtuosismi di Wan o anche del calore umano che, nonostante l'impostazione da parco degli orrori, riesce a dare ai personaggi (da quanti film così ci si aspetterebbe una scena come quella di "Can't Help Falling in Love"?
                            Su questi due aspetti concordo assolutamente. Il pianosequenza con la ragazza in secondo piano sfocato è ottimo, come la scena del dipinto: sono probabilmente le due sequenze più riuscite. I jump scare comunque sono usati molto bene, Wan ci sa fare senza ombra di dubbio.

                            Bello anche tutto l'aspetto del calore umano che comunque nel film c'è e non è in secondo piano.

                            Alla fine per me è un ottimo film di mestiere.


                            Originariamente inviato da Sebastian Wilder Visualizza il messaggio
                            Ho visto Tramonto di Laszlo Nemes.

                            Ne avevo sentito parlare male un po' da tutte le parti ma a me è piaciuto, ma tanto. Per me parliamo di un futuro grande maestro.
                            Purtroppo non ho tempo per scrivere molto perché avrei tantissime cose da scrivere. Vediamo prossimamente.
                            L' ho visto solo una volta, complessivamente anche a me era piaciuto parecchio. Nemes ha una padronanza del mezzo assolutamente encomiabile e comunque il discorso che fa è tutt'altro che banale. Storicamente poi il periodo dal congresso di Vienna alla Prima Guerra Mondiale è stato caratterizzato dal proliferare delle sette segrete e il film sfrutta ottimamente questo spunto per creare un'atmosfera molto tesa e malsana. Credo che in generale abbia reso molto bene quel sentore di sciagura imminente percepita da una parte dell'Europa tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
                            Il film però secondo me "paga" una certa cripticità che rischia di essere un po' di maniera, laddove il precedente Saul fia invece era molto più diretto (e questo a prescindere dalla differenza di contesto e tematiche). Comunque sì, due gran bei film e un regista che, se non si perde per strada, rischia davvero di diventare una delle figure di spicco e di riferimento per il cinema d'autore.
                            Ultima modifica di Tom Doniphon; 06 agosto 20, 12:09.

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                            • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio

                              Anche per me è il migliore di Wan, sicuramente dietro la mdp ci sa fare, c'è un bell'uso del grandangolo e dei movimenti di macchina per creare una bella atsmofera tesa. In questo mi è piaciuto sicuramente il tema del demone che utilizza un fantasma per coprire le sue tracce, con la conseguente impossibilità di Lorraine di percepirlo. È un'idea su cui secondo me, però, bisognava spingere un po' di più.

                              Non posso certo dire che sia un brutto film, ma per i miei gusti punta troppo sugli jump scare per creare paura, e devo dire che alla lunga certi giochetti mi hanno un po' annoiato, li ho trovati prevedibili e alla fine noiosetti.
                              Stesse impressioni. Il lato tecnico non si discute, l'impressione che ho avuto guardandolo è che Wan sull'argomento demoni/possessioni/case infestate fosse un po' alla frutta (ed è uno dei pochi registi che siano riusciti a farmi piacere i film di questa tipologia). In definitiva l'ho trovato un buon horror commerciale, ma nulla di più

                              Originariamente inviato da Sebastian Wilder Visualizza il messaggio
                              Ho visto Tramonto di Laszlo Nemes.

                              Ne avevo sentito parlare male un po' da tutte le parti ma a me è piaciuto, ma tanto. Per me parliamo di un futuro grande maestro.
                              Purtroppo non ho tempo per scrivere molto perché avrei tantissime cose da scrivere. Vediamo prossimamente.
                              Mi pare che avesse fatto incetta di nomination ai Bad Awards di quest'anno. Comunque anche in questo caso quoto abbastanza Tom.
                              Intanto ho visto Los ultimos dias, interessante film post-apocalittico spagnolo dei fratelli Pastor (qui alla loro seconda prova col genere), che parte da uno spunto interessante (una misteriosa e inspiegabile ondata di panico causa la morte di chiunque si trovi all'aperto) per creare una storia che gioca in maniera interessante con i personaggi e i loro percorsi. Nella seconda parte avviene più o meno tutto quello che ci si potrebbe aspettare, ed è in generale il segmento di film con più concessioni da blockbusterone (soprattutto nella scena chiave del finale, in cui il metaforone di fondo della pellicola diventa praticamente urlato), ma il fattore umano è decisamente ben gestito (molto azzeccati e in palla gli attori). La rivelazione finale non arriva proprio nel migliore dei modi, ma è coerente con il discorso tematico portato avanti dal film. Inquietanti alcune analogie con la situazione attuale, se si pensa che è un film di 7 anni fa (ad un certo punto un personaggio dice una frase tipo: "So che un vaccino esiste e non ce lo vogliono dare"). La cosa che mi ha colpito di più è la cura formale nella ricostruzione di un mondo allo sbando (a tratti sembrava The Last of Us e altre opere simili, andatevi a vedere qualche immagine in rete); ovviamente il low budget si vede, ma a livello di set, props, effetti e comparse è notevole (verso la fine c'è anche una scena d'azione abbastanza elaborata). Quindi sono rimasto abbastanza sbalordito nello scoprire che è costato 5,5 milioni di euro (leggesi: 'na scarpa e 'na ciabatta). Il pensiero persistente che mi ha accompagnato ad ogni scena era quanto fosse impossibile girare un film del genere in Italia quando il massimo che possiamo permetterci con il doppio del budget circa è il Pinocchio di Garrone

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                              • Dracula 3D di Dario Argento è costato sette milioni.

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