annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Operazione Paura di Mario Bava (1966).

    Summa di tuto il periodo cinematografico precedente, con Operazione Paura (1966) Mario Bava sembra trovare una sintesi tra la componente gotica e quella gialla, che nelle precedenti opere avevano viaggiato separatamente ed invece adesso collimano in una simbiosi nuove, che mette in scena il contrasto tra l'irrazionalità della superstizione del paese e la razionalità a tutti i costi del medico legale Eswai (Giacomo Rossi Stewart) e dell'ispettore Kruger (Pietro Lulli), alle prese con un apparente caso di suicidio della cameriera Irina Hollander, al servizio dell'anziana baronessa Graps (Giana Vivaldi), vista insieme alla sua enorme villa con timore da tutti gli abitanti del paese, i quali tra l'altro non vedono di buon occhio l'attivo dei due uomini, perchè portatori di idee scientifiche che cozzano con le loro credenze, prontamente irrise da Eswai e Kruger.
    Come di consueto in molti film di genere nostrani di stampo horror-thriller, quasi sicuramente derivative di un certo cinema di Alfred Hitchcock, la polizia non ha molto spazio nelle indagini e anche qua la figura dell'ispettore risulta totalmente secondaria ai fini dello sviluppo della narrazione, che si incentra totalmente sulla figura del medico legale Eswai nel corso delle sue indagini, aiutato dalla studentessa di medicina Monica (Erika Blanc). Operazione Paura è un film di serie-B nel budget misero come quasi sempre nel caso di Mario Bava e per le modalità produttive serrate, che portarono il regista a girare il film in soli 12 giorni avvalendosi di mezzi limitati e di location ricostruite in studios, eppure mascherate alla perfezione dall'abilità registica di Bava, capace di rendere credibile un filmiche tutto sommato si riduce ad un villaggio con un 4-5 case, un cimitero e la villa della baronessa Graps, eppure in fin dei conti non si nota per niente la povertà del budget e le pecche del film come al solito si riducono più che altro a dei dialoghi puramente funzionali, degli aspetti interessanti poco approfonditi (il villaggio e la sua gente) e una storia tutto sommato classica, ma girata con gusto sapiente nella costruzione della tensione e del mistero, che di tanto in tanto regala ancora qualche brivido tramite le apparizioni della bambina alla finestra.

    Mario Bava smuove abbondantemente tramite la sua regia una storia tutto sommato classica, tramite piani sequenza, scene oniriche con un montaggio surreale, distorsioni delle immagini, abbondante uso dello zoom per fissare il terrore in un attimo e false soggettive che finiscono con il creare una suspance senza punti di riferimento. Meno esuberante rispetto alle sue opere precedenti dal punto di vista cromatico, Bava pesca abbondantemente dai clicchè del genere gotico, donandogli nuova linfa visiva tramite delle sfumature nella fotografia, che passa dal calore degli interni, al blu spettrale ricoperto di nebbia del cimitero, sino al verde terrore nell'inquadrare da varie direzioni la scala a chiocciola, tramite tecniche di ripresa in stile "Vertigo" ma invece del carrello crea tale effetto con due zoom (uno in avanti e uno all'indietro), in tal modo Bava partendo da una tecnica registica preesistente creata da Hitchcock, la studia e la rielabora in modo personale, per creare un effetto di straniamento e di terrore, in cui la mente dello spettatore si ritrova scombussolata, priva di punti di riferimento certi ed infine vittima anche di un forte mal di testa, per l'aggiunta della rotazione continuata a 360° gradi della macchina da presa, in stile spirale creando prospettive distorte e allucinanti con questa scala destinata a non finire mai, come la fuga senza alcuna meta dalle apparizioni spettrali da parte di Monica.
    Purtroppo il film colpa anche di una distribuzione scadente, si rivelò un flop cocente ai botteghini e venne riscoperto solo anni dopo da registi importanti, diventando addirittura punto di riferimento per le singole opere di Federico Fellini (Tre Passi nel Delirio) e Tim Burton (Sleepy Hollow). Spiace vedere come un regista di tale abilità tecnica, sia stato costretto per la maggior parte della propria vita a doversi arrangiare con budget miseri e tempi di produzione ristretti, dovendo quindi rinunciare a curare i suoi film maggiormente sotto taluni aspetti come quello narrativo e nonostante questo, comunque creare ottimi film che non risultano per nulla datati nelle sue vette filmografiche come in questo caso, fosse stato un regista americano oggi sicuramente avrebbe ancor più fama seguendo le orme di un Alfred Hitchcock.

    Commenta


    • 5 Bambole per la Luna d'Agosto di Mario Bava (1970).

      Tonfo che prima o poi sarebbe dovuto arrivare per Mario Bava, ma comunque fa rumore lo stesso anche perchè avviene comunque in territori thriller frequentati di tanto in tanto dal regista, che comunque ha sempre preferito e dato il meglio con i suoi horror di stampo gotico e inserti fantastici al loro interno. 5 Bambole per la Luna d'Agosto (1970) è un thriller di mediocre fattura, in cui una sceneggiatura pasticciata, confusa, blanda e sconclusionata in tutte le sue fasi, non può essere salvata in alcun modo neanche dalla regia di uno capace come Mario Bava, che non ha mai amato tale film come dichiarato in interviste successive e vedendo il risultato nefasto si capsice anche il perchè, tanto che il regista tenta di smuovere e salvare il salvabile con il suo solito stile tecnico con cui in passto aveva sorretto intere sue opere, però qui anch'esso diventa mera maniera, con zoom infilati ovunque e privi di un benchè minimo senso logico nel loro uso formale, passando poi per le transizioni di montaggio che giocano su inquadrature dapprima sfocate e poi a fuoco molto in voga nel cinema di genere nostrano; una tecnica così esasperata ed esibita, con la ricerca di un costante virtuosismo tecnico, finisce con il rendere per assurdo ancor più datato questo thriller-giallo rispetto alle opere precedenti del regista che a differenza di quelle dei suoi colleghi di genere, non avevano mai sofferto troppo lo scorrere del tempo, come invece accade per questo 5 Bambole per la luna d'Agosto, penalizzato anche da una generale atmosfera psichedelica mista ad una fotografia pop-art negli interni, con tanto di bizzarro quadro astrattista alla Kandiskji perennemente inquadrato sullo sfondo, mentre negli esterni ci si limita ad un normale lavoro di valorizzazione della spiaggia di quest'isola in cui gli ospiti dell'imprenditore George, si godono il soggiorno tra bagni al mare, feste lascive e tradimenti tra i vari componenti del gruppo, mentre alcuni degli imprenditori che soggiornano lì, cercano di accaparrarsi la formula del professor Farrell, cercando di convincerlo a cedere offrendogli un prezzo sempre più alto.

      Dovrebbe essere un atto di accusa contro la borghesia priva di valori e scrupoli, dedita solo ai piaceri materiali derivanti dalla necessità di perpetrare la propria posizione, però questo spunto rimane appena appena in superficie senza essere portato avanti, anche perchè Mario Bava non è mai stato un grande pensatore sociale nell'arco dei suoi film, che non hanno mai avuto sovrastrutture tematiche, perchè puntavano sempre sull'aspetto visivo e questa cosa qui lo frega di brutto, visto che se nell'horror gotico la mano del regista è tutto, in un giallo intervengono altri fattori fondamentali per la riuscita come una buona scrittura ed una risoluzione chiarificatrice, cosa che in questa sorta di versione povera di Dieci Piccoli Indiani manca del tutto e se vuoi giocare sul territorio di Agatha Christie, è necessario che tutte le tessere del puzzle combacino più che bene, altrimenti ottieni solo un pasticcione confuso e noioso a seguirsi, con un ritmo pachidermico nonostante poi il film arrivi ad appena 80' minuti di durata, dove alla fine ci si accorge che la grande assente, oltre a dei personaggi e dei morti cui frega niente di nessuno, è proprio il brivido della tensione, presente forse solo nella scena delle biglie che cadono dalle scale finendo poi in una vasca da bagno in cui rivelano l'ennesima vittima della comitiva, perchè poi dei morti vediamo solamente i cadaveri, ma mai il momento dell'assassinio.
      Nonostante la bravura di Bava di far credere all'illusione di una villa su uno scoglio in realtà abilmente ricreata tramite sovrapposizioni, nel film purtroppo manca sia la componente omicida tipica del lato thriller, sia la parte investigativa propria del giallo, che alla fine si riduce ad una sequela di morti una dopo l'altra senza che nessuno si preoccupi di indagare o formulare delle ipotesi sull'assassino, continuamente massacrate da una colonna sonora che poco c'entra con quello che sta avvenendo in scena. Mediocre risultato ai botteghini italiani alla sua uscita, spazzato via dalla rivoluzione di Dario Argento, con il suo Uccello dalle Piume di Cristallo, che nonostante gli scompensi, aveva portato il genere su ben altro livello.



      Reazione a Catena di Mario Bava (1971).

      Negli anni 70', la produzione del cinema di Mario Bava, si sposta sempre più dall'horror gotico, che oramai stava segnando il passo a nuovi tipi di orrori più quotidiani e contemporanei, verso il thriller che contaminava comunque sempre con il suo background gotico, I primi 5-6 minuti iniziali di Reazione a Catena (1971), mostrano un duplice omicidio, prima di una signora anziana su sedia a rotelle, poi di quello che era il suo assassinio, a suo volta ucciso da una misteriosa figura, dando il via ad una catena di omicidi uno dietro l'altro dove spesso chi uccide viene ucciso successivamente ad un altro individuo, come in una sorta di catena alimentare dove il soggetto più debole soccombe a quello che risulta più forte, uno stato di natura in piena regola eppure surreale in questa scia infinita di morti.
      La narrazione non esiste affatto, qui a Bava interessa solo l'estetica del delitto, filmando nei modi più disparati e fantasiosi possibili (nonchè sanguinolenti) le varie uccisioni, cominciando dall'impiccagione dell'anziana signora nelle scene iniziali del film, con quelle luci pop e un'atmosfera orrorifica degna dei migliori gotici, in cui il regista è volutamente eccessivo nell'illuminazione della messa in scena, così come efferato nelle riprese di questi omicidi compiuti in modo sempre più violento.
      Reazione a Catena è probabilmente l'antenato principale dei film slasher, genere nel quale conta più l'impostazione e le scene di uccisioni tramite armi da taglio, compiute nel modo più efferato possibile, che scoprire l'identità del serial killer di per sè, infatti Bava si prende gioco dello spettatore, costruendo una pellicola dove non c'è un unico assassino, ma siamo in una sorta di tutto contro tutti, per concludere l'opera con un finale molto ironico, cattivissimo e geniale, dando la sensazione di perfetta chiusura del cerchio.

      Se l'incipit ed il finale sono colpi di genio, lo sviluppo del film non è sorretto da altrettanta perizia registica nell'arco della durata, Bava è un regista d'interni, quindi le sue abilità come direttore della fotografia sono riscontrabili appieno nelle scene ambientate nella villa dell'anziana contessa, negli esterni invece non è molto a suo agio, cercando spesso rifugio nella tecnica dello zoom sui volti dei personaggi o verso il sole rosso, come il sangue copioso di cui è tinta la pellicola. Creazione tecnica fondamentale per cui è divenuto famoso il film, è l'uso della soggettiva del killer nascosto che osserva la malcapitata vittima, in attesa del momento opportuno per farla fuori, d'altronde per un regista avvezzo all'uso della macchina a mano, immedesimarsi in un punto di vista di un soggetto era l'approdo naturale e più sensato, usando tale espediente in modo intelligente per provocare ansia e un senso di claustrofobica oppressione, tecnica adoperata in una miriade di epigoni successivi, cominciando da Dario Argento, per poi trovare il suo senso più computo in Halloween di John Carpenter (1978) con il piano sequenza in soggettiva iniziale ed i riferimenti più importanti in Venerdì 13 di Sean Cunningham (1980), nel quale le scene di omicidi ai danni dei ragazzi, sono trasposte pari pari non solo nell'ambientazione della residenza sul lago, ma anche nelle situazioni con l'omicidio di un ragazzo ed una ragazza a letto, preso pari pari al film di Bava, ma a differenza di quest'ultimo, vireranno sul soprannaturale puro.
      Non bisogna fossilizzarsi tanto sul lato meramente narrativo di Reazione a Catena, perchè è sin troppo intricato e fallace nella sua impalcatura, ma solo gustarsi questa catena di omicidi uno dietro l'altro, mostrato in una fase sempre più crescente ed efferata di sangue, con degli omicidi via via sempre più cattivi, "meno eleganti" immersi in una clima sostanzialmente pessimista da parte del regista dal punto di vista della natura umana pronta a tutto, pur di preservare i propri privilegi materiali, concludendo il tutto con un finale beffardo, surreale ed ironico allo stesso tempo.
      Forse invecchiato più del previsto, Reazione a Catena venne largamente ignorato all'epoca della sua uscita in Italia dal pubblico e dalla critica, quanto visionato con grande attenzione negli Stati Uniti, dove il suo impatto nel cinema di genere e di serie B fu devastante, generando come citato prima una miriade di epigoni.


      Commenta


      • Gli Orrori del Castello di Norimberga di Mario Bava (1972).

        Il meglio del cinema di Mario Bava è nella decade degli anni 60', decennio nel quale il regista evidentemente aveva più voglia o più inventiva nello sperimentare con la macchina da presa e trovare soluzioni tecniche per mascherare la povertà del budget e far dimenticare allo spettatore la labilità delle storie narrate, puntando molto sull'aspetto visivo, ottenendo risultati eccellenti ed in grado di competere con le coeve pellicole straniere di genere sia inglesi che americane.
        Negli anni 70' indubbiamente il suo modo di fare cinema è in una fase di stanca abbastanza visibile e ai botteghini non andava molto bene (neanche in questo caso il box office nostrano gli sorriderà, di contro il successo negli USA sarà più che buono), anche se c'è da dire che gli ultimi suoi lavori hanno sofferto spesso di problemi produttivi, specie in fase di montaggio come nel caso degli Orrori del Castello di Norimberga (1972), con cui il regista torna all'horror gotico dopo anni di lontananza, ma non sempre il ritorno alle origini è una garanzia di qualità, potendo benissimo segnare come purtroppo avviene in questo caso, una delusione immensa dal punto di vista artistico. Partendo dal titolo senza alcun senso ,perchè il film è ambientato a Vienna in Austria e Norimberga neanche viene citata di sfuggita nel film, ci ritroviamo innanzi ad un tardo horror gotico che ripesca tutti gli stilemi delle pellicole precedenti Baviane ed unendole in un calderone narrativamente confuso e visivamente poco accattivante.
        Gli zoom e la macchina a mano abbondano, ritorna la tanto cara impiccagione vista ad esempio in Reazione a Catena (1971), la scala a chiocciola presente in Operazione Paura (1966) e i buchi derivanti dagli spuntoni di una bara come a richiamare quelli presenti sulla faccia della strega interpretata dall'indimenticabile Barbare Steele nell'esodio del regista la Maschera del Demonio (1960), purtroppo manca quasi del tutto una narrazione accettabile ed una forte idea visiva che aveva innalzato qualitativamente i precedenti lavori del regista.

        E' un film anni 70', ma invecchiato molto male, infinitamente di più delle opere di qualità anni 60' del regista che hanno resistito molto bene allo scorrere del tempo, mentre qui Bava guarda al passato quando oramai il genere stava andando in tutt'altra direzione sia in america con l'orrore immerso nel quotidiano e sia con i coevi thriller/horror di Argento e Fulci, visivamente più aggressivi e al passo con i tempi, quindi l'opera di Bava risulta un film stanco e fuori tempo massimo, anche perchè lo stesso regista oramai aveva sfruttato e risfruttato il genere in vari modi e con ben altri risultati nel decennio precedente. La storia di questo barone Von Kleist (Joseph Cotten) risorto dalla morte tramite una formula recitata dal suo discendente Peter Kleist (Antonio Cantafora) e Eva Arnold (Elke Sommer), andando in cerca di vendetta scagliandosi contro qualunque persona gli capiti a tiro, è già risaputa e pare in fin dei conti in certe dinamiche una versione povera e ammuffita della Maschera del Demonio, specie in taluni deja vu come in certi effetti speciali o anche nel finale; certo i tagli in fasi di montaggio sono stati sconclusionati e hanno reso il film peggiore di quello che poteva essere, presentando problemi notevoli sul piano del ritmo e delle azioni dei personaggi, ma è anche vero che i dialoghi sono sconclusionati (e lì è colpa della sceneggiatura), certe scene sono mal concepite quanto pessimamente recitate (i due protagonisti dovrebbero avere un atteggiamento irriverente quando leggono la pergamena risvegliando il barone perchè non credono al soprannaturale, ed invece l'effetto è involontariamente comico nella recitazione di entrambi), le location oramai sono ripetitive e sopratutto viene ciccato malamente il design del barone sanguinario che dal trucco sembra il sacchetto della spazzatura dell'umido vestito da zorro che và in giro ad ammazzare gente a caso; certo, Bava emerge in un paio di omicidi e nella sequenza di fuga di Eva dal castello e poi nelle vie della città ricoperte di nebbia, dove s'intravede finalmente la mano di un regista talentuoso che si ricorda in quel momento di creare un'atmosfera di tensione e paura, con pochi mezzi a disposizione, ma tanta inventiva tecnica, ma resta un guizzo nel mare di una storia mediocre e di una regia pigra e stanca, forse giunti oramai a 60 anni di età, Bava avrebbe dovuto abbandonare definitivamente la sua confort zone o comunque aggiornarsi alla contemporaneità, perchè se prima era l'avanguardia, nel 1972 sembrava vecchio oramai di oltre 20 nella concezione cinematografica.



        Lisa e il Diavolo di Mario Bava (1973).

        Il valore numerico di un film o un semplice aggettivo non sempre sono in grado di racchiudere in sè in modo conciso e lapidario l'esaustività di un giudizio di un film, perchè risulta difficile quantificare il valore di un'opera e Lisa e il Diavolo di Mario Bava (1973) rappresenta appieno tale difficoltà. Dopo i fasti degli anni 60' (seppur a-posteriori a livello critico qui da noi), Bava era incappato in una serie di progetti dallo scarso progetto al botteghino e sopratutto in produzioni sballate, dove pur partendo con le migliori intenzioni, alla fine delle riprese si ritrovava a dover sottostare a compromessi e vedere in fase di post-produzione le proprie pellicole smontate e rimontate, con Lisa e il Diavolo Bava sembra cautelarsi preventivamente, riuscendo ad ottenere carta bianca ed in effetti le riprese filano liscio, ma sfortuna vuole che al momento della presentazione del film a Cannes, l'opera viene accolta male e non riesce a trovare un distributore, così viene messa in naftalina dal produttore Alfred Leone (con la cui collaborazione Bava tocca il punto più basso e tormentato della sua carriera), per poi venire devastata qualche anno dopo a seguito dell'enorme successo dell'Esorcista di William Friedkin (1973), da cui venne l'ispirazione di aggiungere scene di possessione tramite nuove riprese da parte dello stesso produttore e di Lamberto Bava nuove sequenze di esorcismo, più scene di nudo di Elke Sommer e nuovi personaggi come il prete, programmandolo al cinema con il titolo La Casa dell'Esorcismo ed inutile dire che ne è uscito un pasticcione disomogeneo e confuso, con scene che poco hanno a che fare tra loro tanto che per noia ho abbandonato la visione a circa 50 minuti e sinceramente non so e avrò mai voglia di rivederlo un giorno. Mario Bava aveva sempre considerato Lisa e il Diavolo tra i suoi film preferiti perchè aveva avuto totale libertà creativa, purtroppo per poterlo vedere nella concezione del regista, abbiamo dovuto attendere circa 30 anni, seppur alla fine la visione ne risulta compromessa da un montaggio non curato dal regista e basato in parte sui suoi appunti, pur iniziando con dei pregevoli titoli di testa di ottima fattura, tramite le carte che svelano i nomi degli attori del film.

        Quel che possiamo dire di Lisa e il Diavolo (oltre al fatto di essere ovviamente superiore alla Casa dell'Esorcismo), è che Mario Bava finalmente stava esplorando nuovi territori in ambito horror cercando di distaccarsi da canoni gotici da lui stessi fondati ma oramai anacronistici negli anni 70', per virare su territori esplicitamente onirici con situazioni shock. La scena iniziale in cui Lisa (Elke Sommer) fissa un affresco del diavolo che trascina i morti è l'unico aggancio alla realtà di una pellicola che vira subito verso l'onirico quando la donna vede in un negozio un uomo di nome Leandro (Terry Savalas), maggiordomo per un'anziana contessa (Alida Valli), avente le stesse fattezze del diavolo visto nel dipinto, mentre l'uomo note che Lisa ha una evidente somiglianza con Elena, una nobildonna morte da anni e quindi decide di attrarla nel palazzo dell'anziana contessa in cui presta servizio.
        L'incipit interessante conduce ad un finale di ottima fattura, ma il percorso con cui ci si arriva è molto difficoltoso, meccanismo e sconnesso; le incongruenze e le forzature sono spiegabili alla luce del labirinto mentale in cui il diavolo ha confinato Lisa, la quale si ritrova a vagare in questo palazzo in stile barocco, tra inquadrature colme di simbolismi da parte del regista e un'atmosfera sempre più irreale, dove la logica è del tutto abbandonata a favore di immagini allucinate, cominciando dal fatto vi vivere (o meglio rivivere), la morte delle varie persone che le sono accanto, come fossero manichini retti da chissà quale burattinaio tramite dei fili che ri-animano la loro esistenza, finchè non verranno tranciati senza pietà facendo collassare su sè stessi i corpi/marionetta, perchè il burattino in fondo non è altro che una mera copia fisica senz'anima di un essere umano. Il montaggio non curato da Bava in persona, presenta sconnessioni e dei tempi morti nel dipanarsi della narrazione, con scene fin troppo ermetiche nel loro possibile significato complice l'appunto la mancanza del final cut del regista, ma il film risulta senza ombra di dubbio un ritorno di Bava in buona forma nell'ambito orrorifico, con scene morbose come il rapporto sessuale con Lisa svenuta con venature di necrofilia ed il risveglio della donna in un giardino-bosco che ha divorato tutta la casa immergendola in un verde alienante, come se le radici avessero dato vita a tutto ciò che abbiamo assistito, attingendo ai ricordi del passato. Lisa e il Diavolo non è un film facile, abbastanza imperfetto e di difficile codificazione, complice anche le travagliate vicissitudini post-produttive, però per gli estimatori del regista è un'occasione per colmare una lacuna di circa 30 anni, dando nuova possibilità ad un film che può piacere come dire poco, ma sicuramente non lascerà indifferenti.


        Commenta


        • Cani Arrabbiati di Mario Bava (1974).

          Concludo al momento il viaggio con le pellicole di Mario Bava, perchè ho concluso i nove film blu-ray inclusi all'interno del cofanetto della Arrow Video, sperando poi di poter colmare le mancanze in futuro perchè sarei interessato a visionare altre 4-5 opere del regista che mi interessa vedere, ma per il momento mi fermo con Cani Arrabbiati (1974), il miglior film del regista dai tempi di Operazione paura (1966). Bava negli anni 60' è stato un punto di riferimento mondiale per il cinema di genere, oserei dire che dopo Sergio Leone in tale ambito sia stato il migliore a livello italiano, molto più del tanto celebrato ed osannato Dario Argento, anche se bisogna ammettere i suoi alti e bassi durante la carriera, così come una crisi durante gli anni 70' dovuta in realtà anche a vicissitudini produttive che hanno portato ad opere mediocri (Cinque Bambole per la Luna di Agosto o Orrore nel Castello di Norimberga), oppure dagli spunti incompiuti (Lisa e il Diavolo), mentre la più interessante del periodo Reazione a Catena (1971), fu un sonoro flop ai botteghini come tutte le altre di quegli anni. Avevo sempre detto che Bava ad un certo punto avrebbe dovuto abbandonare l'horror gotico perchè negli anni 70' aveva detto tutto quello che aveva da dire, però è anche vero che è quasi impossibile per un regista di una certa età abbandonare ciò per cui è portato per tentare altro, però finalmente Mario Bava a 60 anni decide di dare una svolta alla sua carriera, girando con Cani Arrabbiati (1974), una pellicola che non aveva nulla a che fare con le precedenti del regista creando un antesignano del cinema pulp, oggi diventato famoso grazie alle opere di Quentin Tarantino, che avrà sicuramente avuto modo di vedere l'opera di Bava in qualche modo date le sue conoscenze nell'ambiente. Partendo con un incipit poliziesco tipico di quegli anni tramite una rapina ad un furgone delle paghe, assistiamo alla fuga di tre persone; il "Dottore" (Maurice Poli), "Bisturi" (Don Backy) e "Trentadue" (George Eastman), che viste le cose mettersi male, nella fuga prendono una donna di nome Maria (Lea Kruger) come ostaggio ammazzandone l'amica brutalmente e sequestrano ad un semaforo rosso una macchina guidata da Riccardo (Riccardo Cucciolla), il quale stava portando il figlio in ospedale, intimandogli di prendere l'autostrada per fuggire via.
          Cinema pulp nel vero senso della parola, molto più di quello di Tarantino ed è sorprendente come Bava nonostante una produzione in crisi già dalla fine della prima settimana di riprese, con un budget misero e tutti i problemi che ne derivano, alla fine riesca a portare a casa non solo un ottimo film in questo caso, ma anche a creare un genere, mostrando in questo di essere forse più geniale di Tarantino che ha realizzato le sue pellicole in comodità e con i soldi, ciò che invece richiedeva una totale indipendenza dal cinema di "sistema".

          Ambientato quasi tutto in una macchina, la location ristretta e scomoda per 6 persone, risulta essere il punto di forza dell'opera, diventando un mezzo tramite il quale far emergere i conflitti tra i vari personaggi, tra dialoghi sopra le righe e sempre più deliranti, specie da parte di Bisturi e sopratutto Trentadue, che durante la fuga tormentano in ogni modo la povera Maria tramite il coltello, indovinelli divertenti a sfondo sessuale (io ho riso come un cretino, la donna ovviamente no) e sevizie prima psicologiche e poi fisiche, il Dottore in un primo momento essendo colui che è riconosciuto come il capo li lascia fare, anche perchè sembra avere un certo ascendente su di loro e nonostante il suo carattere più calmo e pacato rispetto ai suoi complici, anche il suo personaggio aggiunge quel pizzico di follia nei dialoghi, con un buon tocco di originalità da parte di Bava in fase di sceneggiatura, da sempre il suo punto debole o comunque trascurato e qui necessariamente curato meglio che nelle precedenti sue opere, perchè Cani Arrabbiati è un film dove al 90% siamo in un'unica location, in cui quindi le riprese sono limitate dallo spazio fisico del veicolo e dovendosi privilegiare i dialoghi.
          Nonostante i limiti fisici del veicolo, Bava comunque riesce sempre a destreggiarsi con la sua macchina mano, scegliendo sempre inquadrature interessanti, conferendo un buon ritmo alla pellicola, anche nella ripetitività di certe situazioni e qualche dialoghi che gira un pò a vuoto e pur accorgendosene lo spettatore resta incollato al film, per la freschezza generale dell'operazione nonostante i molti anni trascorsi dalla realizzazione. Il registro volutamente basso dei dialoghi e delle azioni compiuti dai personaggi, rendono Cani Arrabbiati un prototipo dei film pulp, forse anche più centrati e aderenti allo spirito del genere, perchè si lega molto bene con la regia fatta di primi piani, zoom e inquadrature sgranate, costruendo immagini grezze molto lontane dall'esuberanza pop dei film precedenti del regista, che si mostra però capace in tal modo di cambiare stile mettendosi al servizio di una pellicola che è un unicum nella sua filmografia, riprendendo personaggi psicopatici, sopra le righe e dai comportamenti esasperati dalla limitatezza della location, una macchina piccola con 6 persone dove si respira a fatica e si soffoca dal caldo, i volti sudati ed i vestiti pregni di sudore accentuano la bassezza dell'insieme a cui fa da contraltare una forte idea di cinema che eleva il turpe portandolo ad arte, pur restando cinema ai margini del sistema e nonostante gli accostamenti fatti a.posteriori, lontano dalla concezione Tarantiniana di pulp come frullatore di genere che viene fuso insieme per poi essere "normalizzato" e così accettato dal sistema, Bava rigetta tutto questo e l'ironia quando è presente nei dialoghi è nera e divertente solo per Bisturi e Trentadue perchè personaggi folli e schizzati già normalmente, ma in generale il regista ci porta nell'inferno cupo della natura umana fatto di sangue, violenza e sudore, demolendo e ricostruendo i suoi personaggi per giungere ad un finale geniale (Bava negli anni 70' ha sempre regalato dei finali d'impatto e riusciti, pure nelle sue opere più mediocri) che ribalta le certezze dello spettatore sino a quel momento. A causa del fallimento della casa di produzione, la pellicola fu invisibile per oltre 15 anni finchè l'attrice protagonista Lea Kruger intervenendo in prima persona, riuscì a far uscire nei cinema quest'opera rimossa e maledetta, partendo dagli appunti e dalle indicazioni di Mario Bava, anche se circolano diversi montaggi con varie modifiche, la versione che ho visionato è quella della Arrow Video chiamata versione "Lucertola", direi che va più che bene rispetto alle altre tipo Kidnapped che contiene scene girate da Lamberto Bava. Cani Arrabbiati racchiude la genialità di un regista che non è mai diventato un maestro di cinema, per la miopia del sistema produttivo italiano che gli dava budget scadenti, attori di serie B, tempi ristretti ed infine anche produzioni sballate, ma nonostante tutte queste difficoltà Mario Bava creava ex-novo nuovi generi e questo sancisce il suo indiscusso talento e la necessità di riscoperta del suo cinema.

          Commenta


          • From Beyond - Terrore dall'ignoto di Stuart Gordon (1986).

            Squadra che vince non si cambia, così Stuart Gordon entrato l'anno prima nel cuore degli appassionati horror con il super-cult Re-animator (1985), ricevendo anche copiosi elogi da parte della critica ufficiale (pure Mereghetti gli da ben 3 stelle), decide di richiamare parte del cast del suo esordio, sotto la produzione di Brian Yuzna e la Full Moon di Charles Band, adattando un nuovo racconto di H.P. Lovercraft confezionando così From Beyond - Terrore dall'ignoto (1986), di cui cura anche la sceneggiatura insieme a Yuzna.
            Girare un film subito dopo l'esordio per monetizzare la fama nascente del regista in questo caso ha portato ad un risultato molto deludente, tramite un pastrocchio indifendibile, che accentua i difetti di Re-animator (l'evanescenza delle caratterizzazioni dei personaggi e la scorrevolezza della narrazione) elimandone i relativi pregi (un uso accorto e dosato degli effetti speciali), che rivelano in tutto la sua natura di prodotto di serie B nel senso peggiore del termine e del perchè il cinema di genere fatica ad ottenere riconoscimenti da certa critica, visto che tali registi vanno di alti e bassi nell'arco della loro filmografia.
            Non si parte male, la mano di Gordon si nota chiaramente negli incipit dei suoi film che partono sempre da una premessa interessante e anche From Beyond non fa alcuna eccezione sotto tale aspetto, con una sequenza iniziale che getta delle premesse interessanti tramite questo macchinario a cui lavorano il dottor Pretorius ed il suo assistente Crawford (Jeffrey Combs), che deve sviluppare la ghiandola pineale, sviluppando il terzo occhio arrivando così ad una percezione completa dei sensi, riuscendo a vedere delle creature misteriose di una dimensione parallela, peccato che tutto questo venga mal sviluppato per via di una incerta direzione narrativa da parte degli sceneggiatori che evidentemente non sapevano dove andare a parare con tale idea, forse anche per via di un budget misero, di cui si vede la scarsità nelle battute finali e nella generale povertà delle location limitate solo al laboratorio di Pretorius e alla clinica psichiatrica.

            La regia di Stuart Gordon risulta posata come suo solito, però fatica enormemente a regalare momenti memorabili, risultando generalmente troppo pigra se non addirittura piatta, trovando un pò di verve solo quando mostra gli effetti speciali in stile body horror, tramite la progressiva mutazione fisica di Pretorius, che diventa una creatura sempre più Lovercraftiana ma al tempo stesso scarsamente valorizzata da una narrazione confusionaria e senza un indirizzo preciso, incapace di sfruttare la dimensione parallela in chiave metafisica, per andare a parare sugli effetti speciali artigianali, che risultano si tangibili, concreti e credibili anche al giorno d'oggi, ma alla lunga si finisce con l'abusarne troppo, risultando dei meri specchi per allodole di un film che non ha nulla da dire, arrivando ad usare la dimensione parallela in modo estremamente banale mostrando un tre-quattro anguille e meduse carnivore e la mutazione di Pretorius, in fin dei conti unico elemento interessante per vedere circa 90 minuti di nulla, condito da una narrazione priva di indirizzo, dialoghi scadenti ed interpretazioni mediocri, perchè Jeffrey Combs non funziona su un personaggio dimesso e poco appariscente come Crawford, necessitando di figure più ambigue come quella del Dottor West di Re-animator per emergere, mentre la promozione di Barbara Crampton a protagonista risulta una sciagura ulteriore per il film, data la sua incapacità totale a livello recitativo, essendo utile solo nel mostrare le sue grazie (anche se per poco tempo), perchè il suo personaggio cade in una follia sessuale sempre più marcata (ma alla fine è un altro spunto non portato avanti).
            Una battuta di arresto pesante per Gordon, che fallisce miseramente nel suo territorio Lovercraftiano dove aveva mostrato piena dimestichezza (e lo farà in futuro con Dagon), ottenendo un sonoro flop ai botteghini, anche se da certa frangia di fan oggi è reputato anch'esso un cult.


            Commenta


            • Beetlejuice - Spiritello Porcello di Tim Burton (1988).

              Al giorno d'oggi Tim Burton viene considerato un regista sopravvalutato e definitivamente bollito, prendendosi scherni ed insulti ad ogni sua nuova pellicola, ricevendo accuse varie di essere un regista per gli emo ed i dark, sfruttando in sostanza la subcultura come moda per acchiappare pubblico mostrandosi eccentrico a tutti i costi. Un calo oggettivamente c'è stato nella qualità delle opere del regista negli ultimi 10-15 anni, tanto da non aver voluto vedere nè Miss Peregrine e la Casa dei Bambini Speciali (2016) e nè Dumbo (2019), unendomi così al coro degli anti-Burton abbastanza stupidamente per poi riflettere nel tempo sulla sua poetica riguardante i freaks a favore dell'esaltazione della diversità contro una società omologata, che rigetta come anormale tutto quello che non capisce o non può controllare, cercando il mostro in un qualcosa sempre di esterno e mai dentro di essa. Visti i tempi in cui viviamo la poetica di Burton acquisisce un sapore di resistenza, anche se obiettivamente ha bisogno di un forte scossone di rinnovamento dal punto di vista sia tematico che formale, a maggior ragione alla luce delle prime opere del regista, di cui ho finalmente recuperato e visto già più volte Beetlejuice - Spiritello Porcello (1988) e dopo la visione mi spiace averlo visionato solo adesso, perchè è una pellicola seppur legata al decennio di uscita, comunque ha uno stile molto fresco assicurando tra l'altro molto divertimento.
              Per Burton la morte non è mai stato un atto negativo, pur non elogiando l'atto in sè (Burton nel film depreca il suicidio ad esempio, facendo desistere dal proposito la piccola Lydia), comunque la vede come un evento lontano dalla cupezza con cui solitamente è stata affrontata, concependola in una modalità totalmente laica e con uno spirito più positivo. Adam (Alec Baldwin) e Barbara (Geena Davis), sono una giovane coppia appena sposata che conduce una tipica esistenza borghese fatta di una bella casa e di un bisogno di dover concepire i figli per conformarsi alle aspettative della società, un incidente d'auto improvviso li porta alla morte, eppure tolto il momento della scoperta shockante ed il non poter lasciare la casa in alcun modo, la vita come spettri non è così male perchè sono finalmente liberi dalle preoccupazioni terrene come il lavoro, potendosi così occupare dei loro hobby (Adam adora il suo modello in plastico del paese). L'arrivo di un nuovo nucleo familiare composto dagli eccentrici Charles, Delia e dalla figlia Lydia, invade un luogo sentito come privato, così Adam e Barbara s'ingegnano con poco successo dei tentativi di spaventarli, ma sono limitati dal fatto che sono sia inesperti e sia invisibili agli occhi degli umani, in loro aiuto si presenta Beetleguise (Michale Keaton), un bio-esorcista dalle ottime referenze ma con un'indole turpe e degradata.

              Una commedia nera, ricca di invenzioni visive partendo dalla meravigliosa danza finale di una levitante, raggiante e meravigliosa Winona Ryder sulle note di "Jump in the Line", ma anche per l'altra più iconica sequenza del film, la possessione sulle note di "Banana Boat Song (Day O)" con tanto di danza calypso di Catherine O'Hara e soci posseduti dagli spettri dei coniugi Adam e Barbara, creando così una concezione di morte dove vige una sorta di contrappasso per alcune tipologie di cause di morte (tipo il suicidio ti obbliga a scontare anni come impiegato postale, un'altra volta Burton condanna il gesto in sè, a differenza magari di un Kitano che invece esalta l'atto in sè come massimo controllo dell'essere umano sulla propria vita), ma sempre con una concezione positiva e divertente, arrivando a miscelare varie arti e stili, fondendo il live action con uno stile espressionista anni 20' dove la pavimentazione del mondo dei morti con quelle sue geometrie allucinate ricorda Il Gabinetto del Dottor Caligari (1920) con luci sparate derivanti dalla concezione pop del cinema di Mario Bava con inseriti abbondanti di stop motion nel rappresentare i vermi giganti di Saturno pronti a divorare Adam e Barbara se escono fuori casa loro, ricordando gli esperimenti dei corti di Jan Svankmajer, regista cecoslovacco abile creatore di surreali esperimenti visivi tramite l'arte della cosificazione, riconducendo gli oggetti organici alla materialità rustica (calzini, plastichina, bottoni e fili per cucire). Escono fuori così immagini sempre fresche, con continue invenzioni visive una dietro l'altra, che vanno ben al di là di una storia normale quanto semplicistica nello sviluppo, ma risulta un qualcosa di negativo come i detrattori dell'opera sostengono, perchè Burton è sempre stato un regista che nei tempi migliori della sua arte, poggiava le proprie opere su una costruzione visivamente aggressiva delle scenografie, risultanti molto originali nella concezione, per creare dei mondi stravolti nelle prospettive e alterate rispetto ai canoni geometria euclidea, per amalgamarsi con la sensibilità d'animo profonda del regista verso i suoi personaggi, risultando così fieramente avverso all'omologazione e a favore di chi si fa portatore di una visione alternativa della realtà. Charles, Delia ed il fratello di quest'ultima Otho sono tre rincoglioniti totali e per questo piatti nelle loro personalità dall'inizio alla fine del film, mentre Adam e Barbara nella morte acquisiscono un senso di liberazione che prima mancava del tutto in loro, perchè costretti (magari anche inconsciamente) a dover sottostare ad una vita omologata, grigia e grama dal punto di vista dello sviluppo di una propria indole personale.

              Il punto di congiunzione tra vivi e morti è Lydia (Winona Ryder, brava attrice che naturalmente il sistema Hollywood ha fatto fuori), satira dell'adolescente dark e depresso, risulta essere a tutti gli effetti il primo freak burtoniano che poi il regista svilupperà meglio nei suoi successivi lavori, la ragazza è l'unica che riesce a vedere Adam e Barbare a differenza di tutti gli altri perchè gli esseri umani ignorano tutto ciò che è strano e insolito, preferendo quindi l'omologazione ed il consenso sociale per le proprie azioni, precludendosi quindi di esplorare tutto ciò che và oltre la mera razionalità del mondo.

              "Mi sento strana e insolita" (Lydia)
              "Sembri normale" (Barbara)

              Dallo scambio di battute si evince tutta la filosofia Burtoniana intorno alla figura del diverso che tanto fraintendimenti e letture distorsive ha subito nel corso degli anni; per il regista il "freak" non sfrutta la propria diversità per fare esercizio di originalità o anti-conformismo a tutti i costi per farsi notare, ma prendendo ad esempio il caso di Lydia, la ragazza abbraccia lo stile dark perchè predisposta personalmente verso tale subcultura, dacchè per chi è in sintonia con il suo punto di vista come Barbara da poco defunta, Lydia risulta essere un'adolescente normale, quindi la discrasia normalità-anormalità non ha ragion d'essere nel cinema di Burton, perchè il diverso all'interno del suo cinema percepisce la sua esistenza e visione della vita come una perfetta normalità, semmai è la maggioranza "normale" che ai suoi occhi appare "anormale" e quindi non in sintonia con il suo modo di percepire il mondo; in sostanza la visione del mondo e della vita da parte dei freaks Burtoniani altro non è che una mera questione di punti di vista, se Tim Burton quindi vuole rinfrescare la sua poetica, deve semplicemente ritrovare le radici del concetto della sua poetica che oramai oltre ad essere in fase di stanca, sembra essersi troppo omologata ai gusti degli spettatori. Chiaramente l'altro freak presente nella pellicola è il bio-esorcista Beetleguise, interpretato da un truccatissimo ed istrionico Michael Keaton, qui così adorabilmente sfacciato, irriverente, pervertito, costantemente arrapato (vabbè 600 anni a stecchetto ed in presenza di Geena Davis è giustificato), volgare, doppiogiochista e sentitamente stronzo, eppure nonostante la negatività del suo personaggio, che alla fine è il villain nel senso più classico del termine del film costringendo vivi e morti ad unirsi contro di lui per poterlo sconfiggere impedendogli di portare a termine il suo piano, conquista lo spettatore in ogni minuto in scena travolgendolo come un uragano in virtù del suo istrionismo, finendo con il rubare la scena a tutti tranne forse a Winona Ryder. Tim Burton al suo secondo film, prende una sceneggiatura non sua, creando una pellicola personale dove la storia conta in sè poco, focalizzandosi sui personaggi tutti centrati (si pure i coniugi idioti e borghesi che vorrebbero sfruttare gli spettri come attrazione per fare soldi, sempre il maledetto capitalismo in scena) e su uno stile visivo personale che fonde surrealismo, espressionismo, pop, calypso e animazione tramite stop-motion, dando il via alla leggenda di Tim Burton che di lì a poco esploderà con il successo dei suoi Batman e varie opere personali ed intime come Edward Mani di Forbici (1990) e Ed Wood (1994), ma già con Beetlejuice maturo ed in sintonia con critica e pubblico, ricavando oltre 70 milioni partendo da un budget di soli 15 milioni di partenza.

              Commenta


              • Sensei guarda, io sono uno dei pochi - credo - a pensare che Burton non sia peggiorato come regista, anzi, sia via via sempre più migliorato. Il problema è che probabilmente in quanto autore è un po'stanco, si è messo a fare il mestierante di lusso su soggetti poco ambiziosi. Io credo fermamente che Burton potrebbe ancora tirare fuori il gran film se supportato da una buona sceneggiatura. In ogni caso, Miss Peregrine secondo me è un buon film, in alcuni momenti si vede un Burton veramente in stato di grazia nonostante un soggetto che sembra la sua serie B. Dumbo è già meno buono, ma è un film che ha un cuore e non lo butterei via, così come Big Eyes.
                Per quanto riguarda Bava, per me il suo capolavoro è I tre volti della paura, seguono a ruota sullo stesso livello - tra loro - Reazione a catena, La maschera del demonio, Sei donne per l'assassino, Operazione paura, Lisa e il diavolo e La frusta e il corpo. Forse nessun capolavoro vero e proprio, ma tutti grandi film.
                https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                Commenta


                • 41lll.jpg
                  SEVEN SISTERS Regia di Tommy Wirkola
                  Un amalgama ben sintetizzato di fantascienza filosofica e action-thriller tosto e sinceramente violento, in capo ad una sceneggiatura robusta , bilanciata e focalizzata su tutte le direzioni cardinali del soggetto. Ci scappa pure una scena sex discretamente “porcella”, pensata per altro in un quadro narrativo tragicomico, quasi a voler denunciare (?) una vocazione (del film)comunque votata all’intrattenimento , piuttosto che ad una introspezione psicologica anche visivamente autopunitiva. Si fa’ dunque “bastare”la prova recitativa di Noomi Rapace, sanguigna anche nelle coreografie da corpo a corpo; lei che d’altronde è chiamata ad impersonare ben sette gemelle, protette _al costo della segregazione_ da un nonno (Willem Dafoe) che le “contrabbanda” da figlie uniche, in un mondo sovraffollato (anche come effetto collaterale dello sfruttamento intensivo e razionalizzato artificialmente del suolo coltivabile…) messo nelle mani di un “Tecnico” (Glenn Cloose) che amministra la direttiva di un unico pargolo per famiglia; mentre dagli eventuali secondogeniti in poi si prevede il “parcheggio” nell’ibernazione!
                  Prevedibile nelle fattezze ma ugualmente efficace l’impianto scenografico , di cui diremmo sostenuto da un budget madio-alto ma non faraonico. L’interazione delle “sette” meriterebbe extra più corposi del dvd Koch Media in commercio. Direi scongiurato il pericolo di confondere le sisters, il cui destino ultimo non lascia indifferenti e fa’ persino correre il pensiero all’Olocausto ed a Anna Frank. Non è poca roba (imho).
                  "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

                  Commenta


                  • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                    Sensei guarda, io sono uno dei pochi - credo - a pensare che Burton non sia peggiorato come regista, anzi, sia via via sempre più migliorato. Il problema è che probabilmente in quanto autore è un po'stanco, si è messo a fare il mestierante di lusso su soggetti poco ambiziosi. Io credo fermamente che Burton potrebbe ancora tirare fuori il gran film se supportato da una buona sceneggiatura. In ogni caso, Miss Peregrine secondo me è un buon film, in alcuni momenti si vede un Burton veramente in stato di grazia nonostante un soggetto che sembra la sua serie B. Dumbo è già meno buono, ma è un film che ha un cuore e non lo butterei via, così come Big Eyes.
                    Per quanto riguarda Bava, per me il suo capolavoro è I tre volti della paura, seguono a ruota sullo stesso livello - tra loro - Reazione a catena, La maschera del demonio, Sei donne per l'assassino, Operazione paura, Lisa e il diavolo e La frusta e il corpo. Forse nessun capolavoro vero e proprio, ma tutti grandi film.
                    Sei più esperto di me in cinema di Tim Burton, avendolo studiato molto di più rispetto al sottoscritto magari è come dici effettivamente, seppur ammetti che in fase di stanca come poetica, anche per via di progetti Burtoniani solo superficialmente ma non nello spirito, piegandosi a portare la paga a casa e basta in questa (lunga) fase della sua carriera. Però ad una sua rinascita se messo in condizioni adatte, ci voglio credere anch'io.
                    Big Eyes mi ha detto pochino, mi fermerei sulle tre stelle e forse è anche troppo, brava Amy Adams, ma ha sbandate narrative abnormi (la parte processuale in primis) ed un Christopher Waltz scritto male e insopportabile nella recitazione.

                    Su Mario Bava per me il miglior è La Maschera del Demonio, seguito da Operazione Paura, poi lo "sperimentale pulp" Cani Arrabbiati ed infine Tre Volti della Paura, questi quattro li reputo i migliori, capolavoro La maschera del Demonio ovviamente.
                    Vorrei recuperare Sei Donne per l'assassino, La Frusta e il Corpo, Terrore nello Spazio, Diabolik e Shock.

                    Commenta


                    • La Condizione Umana di Masaki Kobayashi (1959-1961).

                      Masaki Kobayashi è un regista molto poco noto qui in occidente, la cui fama è stata oscurata da Kenji Mizoguchi e Akira Kurosawa come massimi esponenti del cinema classico Giapponese, non avendo neanche l'onore di una riscoperta a-posteriori come avvenne per le opere di Yasujiro Ozu negli anni 70'; uno dei motivi risiede essenzialmente nel fatto che le opere del regista non abbiano avuto una gran distribuzione qui in occidente ed in generale la natura fortemente anti-autoritaria e fortemente politica del suo cinema, gli crearono non pochi ostacoli in patria, visto che Kobayashi ha sempre usato il passato come chiave per interpretare le problematiche del presente, con la monumentale trilogia La Condizione Umana (1959-1961), il regista emerge definitivamente dall'anonimato in cui era relegato negli anni 50', per portare sul grande schermo il progetto della vita, basato su un romanzo Giapponese, ma in parte anche sulle medesima esperienze dello stesso Kobayashi, che negli anni 40' venne arruolato come soldato e spedito in Manciuria, ma ebbe molte rogne per le sue idee pacifiste e socialiste, venendo poi fatto prigioniero verso la fine della guerra, per essere liberato solo nel 1946.
                      L'argomento della seconda guerra mondiale è tabù in Giappone, con un generale revisionismo storico in materia, appoggiato esplicitamente della destra nazionalista ed in ultimo da parte del premier Shinzo Abe, che anno dopo anno stanno portando sempre più ad una rimozione della memoria dei crimini di guerra dei giapponesi, specie verso i coreani ed i cinesi, esaltando come eroi nazionali delle personalità che non furono altro che spietati esecutori di pulizie etniche verso i popoli asiatici che non si prostravano alla grandezza del Giappone. Masaki Kobayashi già negli anni 50' sentiva che la società stava tacitamente rimuovendo il passato, con la complicità della classe politica, così imponendosi con gli studi di produzione della Shochiku, riuscendo a girare un'affresco epico sugli eventi bellici del Giappone in Manciuria, non solo per l'ambizione profusa nell'opera ma anche nella durata che raggiunge le 9 ore e 40 circa di tutte e tre le parti della pellicola, che uscirono separatamente ma nella mia recensione tratterò unitariamente perchè in fondo è un'unica grande storia divisa solo per esigenze distributive (nessuno sarebbe andato a vedere un film di tale durata al cinema, ma tre film con 3 ore di durata ciascuno circa invece si).

                      La prima parte della trilogia ha il titolo Nessun Amore è Più Grande, oltre ad essere la pellicola più lunga nella durata (circa 3 ore e mezza) è l'unica delle tre che giunse a suo tempo in Italia seppur tagliata di circa 40 minuti, adesso l'edizione della A/R Production ci porta tutte e tre i film in un'unica custodia, colmando finalmente una lacuna che si trascinava da troppo tempo. Siamo nel 1943 in Manciuria, Kaji (Tatsuya Nakadai) finalmente si sposa dopo tanti tira e molla con Michiko (Michiyo Aratama), per evitare l'arruolamento decide di accettare l'incarico di supervisore in una miniera dove i giapponesi sfruttano prigionieri cinesi e coreani, per procurarsi materia prime necessarie allo sforzo bellico del paese e abbattendo i costi di produzione derivanti dalla manodopera. Kaji ha simpatie di sinistra, venendo visto con sospetto e scetticismo dai dirigenti della compagnia industriale, ma si fidano dell'uomo per aumentare la produzione del 20%. Kaji cerca di opporsi, a volte con successo ed altre meno, alle violenze sistematiche delle guardie giapponesi contro i prigionieri cercando di accattivarsi la loro simpatia e la loro fiducia, in modo da ottenere un aumento della produzione cercando di migliorare le loro condizioni lavorative con alloggi migliori, un vitto di miglior qualità e di tanto in tanto procurando loro dei divertimenti tramite delle prostitute residenti lì vicino. Alcuni come Chen si fidano di Kaji, mentre altri come Koe mostrano un giustificato atteggiamento sprezzante verso l'uomo che per lui resterà nient'altro che un "demone giapponese"; Kaji è combattuto tra l'applicazione dei suoi ideali socialisti e la realtà amara dei fatti, la dialettica umanistica alla base del tema di questo primo capitolo, non può che venire frustrata dalle quotidiane violenze da parte dei suoi connazionali e dalla sfiducia crescente dei cinesi; un trattamento migliore non può cancellare il fatto che non solo sono dei prigionieri, ma anche alla fine vengono sistematicamente discriminati dall'invasore.
                      Questo primo film della trilogia è giustamente il più celebrato e quello che fece più scandalo appena uscì in Giappone perchè denuncia senza mezzi termini i crimini di guerra del paese contro gli altri popoli asiatici, Kobayashi nel 1959 sbatte in faccia allo spettatore, la scandalosa opera di rimozione che all'epoca era già messa in moto da parte di tutto il suo paese, dove le voci isolate come quella di Kaji sono represse da un sistema nazional-fascista, giungendo ad un finale potentissimo di solidarietà reciproca mettendo in nuce il seme di una possibile quanto utopica unione tra popoli, ma Kaji pagherà tutto questo in prima persona venendo punito con l'arruolamento coatto, vagando nel finale su un terreno brullo in fuga da una prostituta cinese che gli impreca contro.

                      La seconda parte della trilogia, Il Cammino verso l'Eternità, è ambientato nell'arco tra il 1944 ed il 1945 ambientato in un campo di addestramento militare con Kaji sottoposto all'addestramento militare, continuamente vigilato e frequentemente punito per le sue simpatie comuniste, che lo portano a ribellarsi in continuazione contro l'autorità dei suoi superiori e dei veterani dell'addestramento, beccandosi continui schiaffoni e percosse. Indubbiamente meno originale e più "risaputo" se visionata oggi, questo secondo capitolo è tra i primi film a mostrare impietosamente la dannosità dell'ideologia militare fascista, con frequenti abusi fisici e psicologici tra i commilitoni nei confronti dei soggetti più deboli, episodi di nonnismo ed una generale divisione in gradi, gerarchie e anzianità, dove le reclute poste in basso alla piramide "sociale" vengono continuamente vessate, senza però arrivare a sviluppare un meccanismo di solidarietà o di empatia, poichè in futuro diventando dei veterani, faranno lo stesso nei confronti dei novizi, immettendosi in un circolo vizioso senza fine. Se nel primo capitolo la fotografia era sempre luminosa nel cercare una possibile utopia solidale tra popoli differenti, nel secondo capitolo le tonalità si fanno molte più cupe e tetre; Kaji mano a mano viene sempre di più logorato dall'addestramento militare, che mira a distruggere le sue idee socialiste per sostituirle con un forte nazionalismo devoto fino all'ultimo ad una causa oramai totalmente persa da mesi se non da anni.
                      Il fanatismo nipponico porterà il paese ad una autodistruzione totale, che qui viene messa in scena nell'ultima parte con una imponente battaglia in cui Kaji inviato al fronte per le sue intemperanze, si ritrova l'onda d'urto inarrestabile dell'Armata Rossa, che nell'Agosto del 1945 sfonda le deboli linee di difesa nipponiche in Manciuria cogliendole anche di sorpresa per l'improvvisa dichiarazione di guerra da parte dell'Unione Sovietica. Il paesaggio devastato dai carri sovietici si lega con quello brullo e desertico del precedente film, così Kobayashi conclude entrambe le opere con il vagare di Kaji all'insegna quindi di una reciproca circolarità. (CONTINUA)

                      Commenta


                      • La terza ed ultima parte, La Preghiera del Soldato, è una lunga quanto sofferta elaborazione della sconfitta. I sovietici sono dilagati oramai in Manciuria penetrando in profondità, l'esercito imperiale giapponese è distrutto, con le poche unità ancora esistenti allo sbando ed in balia di sè stesse, dove ogni comandante praticamente agisce come meglio crede. Kaji oramai si muove sempre meno in funzione dell'applicazione dei suoi ideali e sempre più in funzione della sua volontà di ritornare a casa dalla sua Michiko; l'inferno è alle spalle ora c'è un purgatorio infinito dove c'è la resa dei conti, Kaji ed altri suoi commilitoni lungo il percorso incontrano civili o altri soldati nipponici allo sbando, cercando un modo di evitare le forze sovietiche e le vendicative quanto agguerrite forze di guerriglia cinese molto ansiose di sistemare i conti con l'odioso occupante oramai sconfitto, dopo oltre un decennio di soprusi e discriminazioni.
                        Nel terzo capitolo la regia di Kobayashi si eleva risultando la migliore della trilogia, abbandonando i canoni del cinema classico largamente adoperati nei due precedenti capitoli, per adottare uno stile rarefatto, con carrelli in avanti e riprese che donano un'atmosfera sempre più esistenziale, intima e alienante al vagare di un Kaji devastato nell'animo per le uccisioni compiute, venendo illuminato con luci "artificiose" che creano un teatro dell'anima, dove l'uomo mostra la totale disillusione verso gli ideali socialisti dei sovietici, che nonostante la loro ideologia nobile, hanno violentato larga parte delle donne giapponesi e sottoposto frequentemente a maltrattamenti i prigionieri nipponici. Kobayashi sviluppa quindi la sua poetica sull'ipocrisia del potere, che si fa scudo dei valori e delle ideologie come scudo, mirando in realtà a perpetrare sè stessi ed il proprio potere sulla massa (emblematico il montaggio sull'asse del ritratto di Stalin nel campo di prigionia sovietico). E' il capitolo più pessimista del regista, totalmente sfiduciato da una possibile evoluzione in senso democratico e critico del suo paese, che nonostante una batosta distruttiva come quella del secondo conflitto mondiale, alla fine preserva efficacemente tramite le figure di Noge e Kirihara, la propria classe dirigente e di conseguenza lo status quo, distruggendo poco a poco chi come Kaji può essere il vero vento di cambiamento.
                        Può esserci qualche piccolo scompenso nell'arco della trilogia inevitabilmente data la mastodontica durata, ma il ritmo non manca mai, nonostante la parte prettamente bellica d'azione vera e propria circoscritta nell'ultima mezz'ora del secondo film e a sprazzi piccoli nel terzo film, una pellicola che ottenne critiche lusinghiere e un grande successo ai botteghini in Giappone, lanciando nell'olimpo Kobayashi e l'attore Tatsuya Nakadai. Un capolavoro assoluto del cinema di questo regista anti-sistema, che non ha niente da invidiare ai grandi del cinema mondiale, le cui opere finalmente stanno venendo riportate alla luce nel nostro paese.

                        Commenta


                        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio

                          Sei più esperto di me in cinema di Tim Burton, avendolo studiato molto di più rispetto al sottoscritto magari è come dici effettivamente, seppur ammetti che in fase di stanca come poetica, anche per via di progetti Burtoniani solo superficialmente ma non nello spirito, piegandosi a portare la paga a casa e basta in questa (lunga) fase della sua carriera. Però ad una sua rinascita se messo in condizioni adatte, ci voglio credere anch'io.
                          Big Eyes mi ha detto pochino, mi fermerei sulle tre stelle e forse è anche troppo, brava Amy Adams, ma ha sbandate narrative abnormi (la parte processuale in primis) ed un Christopher Waltz scritto male e insopportabile nella recitazione.
                          .
                          Concordo con quanto scritto da Gidan.
                          Il problema non è solo nella stanchezza del regista, che alla sua età e al punto raggiunto da lui in carriera sarebbe anche comprensibile, ma è anche una questione dovuta al cinema "fantastico" in questi anni... oramai le case di produzione campano di "proprietà intellettuali" per cui ogni film "di genere" viene sviluppato nell'ottica di creare una saga, oppure nell'ottica di reinventare qualcosa di pre-esistente. Non che ciò sia un male, visto che spesso dimentichiamo che tutto il cinema degli anni 40 era tratto da romanzi o opere teatrali le cui trasposizioni cinematografiche hanno superato in popolarità gli originali. Oggi, a parte Nolan e Tarantino che sono però anche sceneggiatori di se stessi, quale regista "del fantastico" riesce a portare avanti una sua filmografia senza una piccola "dittatura" di questa parentesi che ha preso il mercato produttivo? Anche altri registi, autori quanto Burton, come Raimi e Brannagh hanno "chinato il capo" a questa logica (ciononostante pare che Burton sia sempre quello più accusato di essere bollito). Aggiungiamo che oggi c'è meno libertà creativa di un tempo (in Batman Returns, Batman stesso fa saltare in aria le persone... oggi diventa un problema mostrare un elefantino che si ubbriaca). Oltretutto le ultime sceneggiature messe in mano a Burton da "Alice" in poi sono raccapriccianti e di un infantilismo preoccupante....(si salva, forse, quella di Miss Peregrine), per cui la cosa migliore è trovare le poche scene in cui è proprio l'occhio del regista a "salvare" certi prodotti che altrimenti sarebbero nati morti. Se si riesce a provare qualcosa in Dumbo è proprio per la bravura del regista, così come in Big Eyes (una delle sceneggiature peggiori mai scritte da quel fantastico duo di penne che ha scritto Ed Wood e larry Flint) ci sono poche scene memorabili (per lo più mute) in un filmetto insipido.
                          C'è poi l'eterno equivoco su cosa renda un soggetto burtoniano....erroneamente a Burton si appiccica solamente il tema del "freak buono contro società cattiva", mentre si dimenticano altri temi come quello del ruolo dell'artista (presente in "The Jar", ne La fabbrica di cioccolato, in "big fish", in "big eyes", in "Batman"....), o il tema de "il freak è un infame in quanto specchio della società cattiva" (presente in "Mars Attacks", dove appunto i marziani si comportano orrendamente ma nella stessa maniera dei grotteschi terrestri, in "Sweeney Todd", in "Il pianeta delle scimmie", dove, stranamente, aleggia quasi un pensiero di estrema destra sul film che cozza con la poetica burtoniana fino a quel punto e dove, forse, il regista era più interessato ai momenti di satira sociale con le scimmie che specchiano il nostro mondo che non all'action puro), o il tema della riscoperta di certi prodotti commerciali dimenticati (che è poi quello che hanno fatto anche Tarantino, Raimi, Lucas, Spielberg), il tema della scienza come meccanismo creativo e non come strumento omologativo (presente in Pee Wee herman, in Frankenweenie, in Dumbo, in Big Fish), etc.
                          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                          Spoiler! Mostra

                          Commenta


                          • Super di James Gunn

                            Molto carino. Storia simile a Kick-Ass ma con un 'uomo di mezza età invece di un ragazzino. Non ha il virtuosismo tecnico o la grinta pop di Kick-Ass (e neppure il budget), invece spinge molto di più sul pedale del macabro, del grottesco e della malattia mentale. Non sempre l'amalgama dei toni è perfetta, molti spunti rimangono solo spunti, ma merita comunque un applauso. Certo deve piacere l'umorismo nero estremo.
                            Il protagonista è interpretato dal mitico Dwight di The Office, una scelta perfetta, peccato quest'attore non lavori di più, merita. Pure Ellen Page brava.

                            Spoiler! Mostra

                            Commenta


                            • Conflitto di interessi di Robert Altman (1998)


                              Un thrillerino che non mi ha lasciato indifferente.
                              Il solito cast d’eccezione, con volti noti ai più come Kenneth Branagh nel ruolo di un protagonista che ricorda molto la sua precedente interpretazione in L’altro delitto, Daryl Hannah, Famke Janssen, Robert Downey Jr. e Robert Duvall, e la meno conosciuta (e senza titoli di testa nemmeno io l’avrei riconosciuta) piccola Mae Whitman.
                              A svettare però è tale Embeth Davidtz, nei panni di una personalità ambigua a partire dall’aspetto; mi sorprende che la sua carriera non sia decollata, l’avrei vista bene come femme fatale.

                              Il film mi sembra una versione “serie b” di Short Cuts, con l’opportunismo di un protagonista che sfrutta la prima occasione buona per soddisfare le sue esigenze (l’altra facciata di quella sequenza con Julianne Moore senza mutande), un’ottima presentazione del protagonista con annessa ossessione tanto cara al regista per la maschera che si cela dietro al telefono (delle dita che digitano un numero al telefono in macchina e una babysitter che risponde, mentre l’onere di mostrare il suo volto è lasciato alla tv che guardano i figli a casa, con raccomandazione del diretto interessato di non credere a tutto ciò che viene detto sul suo conto: senza vederlo direttamente in faccia, conosciamo già status sociale, situazione familiare e relativa “maturità” del protagonista), situazione esterna che è in procinto di travolgere le pedine dello scacchiere e che porta a un finale cinico (qui ricorda più il remake di Cape Fear) che, stavolta, è di troppo.
                              Rispetto al sopracitato Short Cuts, gli spazi vuoti non ci sono e restano delle vere shortcuts che danno alla storia un ritmo veramente indiavolato (la conoscenza intima dei protagonisti, la denuncia immediata durante la quale il protagonista pensa già al processo [impagabile la faccia dei suoi collaboratori di fronte alla sua smania di aiutare la ragazza], il blitz, il processo di cinque minuti con un unico testimone che prima fa il difficile e dopo un paio di domande diventa collaborativo fino in fondo, la vanificazione immediata del processo, i bambini che spariscono in un batter d’occhio, la confidenza della ragazza che dorme nuda assieme alla collega del protagonista e quel telefono che torna per perpetrare un ultimo inganno).
                              Nelle (molte) scene al buio, il film è di un altro livello, va a un passo dall’horror e crea una grandissima inquietudine, grazie anche all’ottima scelta di distorcere i volti attraverso gocce di pioggia, finestre, quei trabiccoli a mo’ di porta che non so come si chiamano

                              Peccato per quel finale che sarà anche stato preparato, con una Mallory alla finestra durante un incubo che ti fa venire il dubbio sulla sua pazzia e la stessa Mallory che alla fine, sempre dietro una finestra, appare psicopatica, e con quell’imbroglio al telefono che doveva significare qualcosa, ma da ciò che penso di aver capito (ho visto il film in inglese) la soluzione mi pare troppo tirata (forse il regista ci suggeriva anche questo, quando inquadrava il fondoschiena di Mallory prima ancora di farcela vedere distintamente in viso), con in più questo insistere sull’uragano in arrivo che mi pare forzatamente d’autore.


                              Film minore che però mi ha spinto a scriverci su qualcosa, e non è cosa da poco.
                              Pochi personaggi mi sono entrati sotto pelle come Mallory, ed è un merito che hanno pochissimi film, quasi tutti capolavori (a memoria, l’unico altro film di “bassa lega” con un personaggio super è Triplo gioco).
                              Nonostante questo e la spettacolarità di certe scene, però, è un film che difficilmente avrò voglia di rivedere.
                              Ultima modifica di p t r l s; 28 luglio 20, 14:54.
                              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

                              Commenta


                              • Battle Royale di Kinji Fukasaku

                                Aspettative alte, delusione cocente. Ne ho visti di film stupidi, questo rientra tra quelli top. Quantomeno ha un buon inizio ed una generale buona confezione.

                                The Vast of Night di Andrew Patterson

                                Esercizio di stile affascinante. Lascia con l'amaro in bocca, ma c'è una ricerca linguistica e formale interessante. Alcuni virtuosismi sono un po' gratuiti, ma Patterson è uno da tenere d'occhio.

                                Chi lavora è perduto di Tinto Brass

                                Opera prima del Tinto nazionale, ed è subito capolavoro. Flusso di coscienza esistenzialista di un vitellone, film originalissimo e di rottura rispetto al contesto cinematografico dell'epoca.

                                Ambiguous di Toshiya Ueno

                                Pinku eiga sull'alienazione. Accettabile, con un bel finale.

                                Io sono Valentina Nappi di Monica Stambrini

                                Vabbè, si tromba. Con dei sentimenti, ma si tromba.

                                Ultimo tango a Zagarolo di Nando Cicero

                                Momenti cult che da soli valgono la visione. Non tiene bene per tutta la durata.

                                Che fine ha fatto Totò Baby? di Ottavio Alessi

                                Meglio dell'originale.
                                https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X