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  • Pontypool Dico subito che il film a me non è piaciuto ma lo ritengo piuttosto originale e degno di visione. Credo abbia inoltre una delle più affascinanti introduzioni di cui ho memoria ed è anche un buonissimo spunto di riflessione. Dopo appena mezz'ora si capisce che siamo davanti all'ennesimo contagio zombie con una veicolazione alternativa del virus, nulla di nuovo a parte l'intricato insieme di ragionamenti sul linguaggio che portano ad una soluzione forse definitiva del problema. Non essendo interessato alla conclusione della vicenda il mio interesse nel comprendere le varie dinamiche era piuttosto minimo quindi non posso considerarlo più che un discreto horror. So che c'è qualcosa di più e che meriterebbe di ritornarci ma sono indeciso se rivederlo più avanti o archiviarlo definitivamente.
    Ultima modifica di Alex Murphy; 24 agosto 20, 18:56.

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    • I guardiani dei mondi davanti ad un emergente cinema russo che tenta di scimmiottare quello di recente successo americano, la storia in se non è niente male, dei mondi praticamente paralleli che divengono scenari per prevedere gli ipotetici futuri dell'umanità passando dai vari incroci storici che ne hanno segnato l'odierno destino, tutto ideato da esseri immortali in modo da mantenere equilibrio nella realtà considerata originale in una sorta di mondo ideale privo di errori e relative conseguenze. Recuperato da una top 100 mi pare di genere avventura nonostante l'originalità e qualche buona scena d'azione ha diversi momenti che sfociano direttamente nella parodia esempio lo scontro tra due doganieri armati di coltello da una parte e martello dall'altra. Effetti speciali da Bmovie, pessima colonna sonora soprattutto l'orrenda traccia conclusiva
      Finale aperto che suggerisce un seguito. Molte domande e poche risposte, a mio parere un remake occidentale potrebbe valorizzarlo, di materiale da sviluppare ne ha parecchio. Una nota sulla locandina, il protagonista è rappresentato mentre impugna uno strano oggetto, tale oggetto viene mostrato rapidamente in una scena ma non entrerà mai in possesso del soggetto raffigurato, un semplice enorme errore o un'anticipazione su ciò che seguirà?

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      • Originariamente inviato da Gandalf Visualizza il messaggio
        A proposito di film su Netflix, qualcuno ha visto Opera senza autore e sa dirmi se vale la visione? Di von Donnersmarck ho recuperato - ed apprezzato - di recente Le vite degli altri, ma prima di affrontare le 3 ore del suo ultimo film aspettavo qualche riscontro che fatico un po' a trovare in giro...
        è esattamente come ti hanno descritto solo che a me è piaciuto. Un polpettone storico che dura 3 ore ma sembra durarne 6. Ogni tanto ci vuole, e ne fanno ormai pochissimi.

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        • Su Rete4 durante il ponte di Ferragosto hanno trasmesso il famoso documentario su Woodstock, nella versione Director's cut da più di 3 ore. Non l'avevo mai visto, se non qualche celebre spezzone, e quindi ne ho approfittato registrandolo. Non me ne sono pentito!
          Curioso, sapevo del coinvolgimento di Scorsese al montaggio e come assistente alla regia lì al festival, ma non del coinvolgimento di Thelma Schoonmaker.
          Mi ha sorpreso come opera perché immaginavo fosse composta solo dalle esibizioni musicali e invece quelle parti sono ben alternate alle sequenze sulla vita del festival, interessanti come documento storico di quei tempi, con interviste (simpatica quella del povero addetto alla latrina ) e altro. Proprio un altro mondo, dove ci si poteva arrischiare di portare neonati a un evento con mezzo milione di persone.
          Sulla parte musicale che si può dire se non che c'è una grande abbondanza per chi apprezza quel genere? Una vera manna dal cielo. Grande trovata quella dello split screen al montaggio, che secondo me ha il suo vertice nella parte trascinante della canzone dei Ten Years After. Bellissima la sequenza con Jimi Hendrix e le immagini con la desolazione post-festival, proprio la fine di tutto.

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          • Nelle ultime settimane ho rivisto tutti gli 007 con Sean Connery (oggi compie tra l'altro 90 anni, auguri!) e Daniel Craig.
            La saga di Craig mi piace tutta, anche Quantum of solace è una specie di ibrido riuscito per me (tranne qualcosa un po' tirata via). Anche Spectre mi è piaciuto parecchio. peccato solo per tutta la soluzione finale (tipo la storia di Blofeld- 007) che è proprio banalotta e senza guizzi e sa di visto e rivisto. Evidentemente voleva essere un tributo a certe soluzioni dei Bond classici che certo non brillano di genialità...però siamo pur sempre nel 2020 (ai tempi nel 2015 ma insomma uguale). Non posso guardare una cosa nel 2020 e far finta che sia del 65. Va bene che il film non voleva più "decostruire Bond" come i precedenti 3 film, ma tra non decostruire e tornare solo al passato deve esserci una via di mezzo.
            Sinceramente non so che aspettarmi dal prossimo film. Blofeld tornerà solo a muovere le pedine? (c'è un altro super villain mi pare di capire). Quindi si deve presumere che questo "ultimo bond craig" non sia poi davvero l''ultimo, se non per il futuro cambio dell'attore protagonista.

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            • La fortuna di Cookie di Robert Altman (1999)

              Rispetto al precedente suo film, questo è beffardo. Malgrado mi aspettassi che il primo indiziato non sarebbe stato condannato, non mi sarei immaginato la beffa della (finta?) tonta Cora. Gran bel film, praticamente un giallo al contrario, con un’idea alla base grottesca e personaggi che sembrano usciti da un altro mondo.

              The Company di Robert Altman (2003)

              Un film sul mondo della danza raccontato alla Bamboozled. Molto belli gli spettacoli, ma ho trovato poco interessante la storia principale.

              Radio America di Robert Altman (2006)

              Probabilmente il più bello dei tre. Una specie di canto del cigno di un pezzo di storia: uno show radiofonico giunto all’ultima serata, un film corale sia per personaggi (alla Altman) che per generi che hanno fatto la fortuna del Cinema americano (musicale, noir, commedia, western), un regista arrivato (inconsapevolmente?) all’ultimo film e una femme fatale venuta dall’aldilà come trista mietitrice a portare tutto con sè.
              'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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              • Sei Donne per l'Assassino di Mario Bava (1966).

                A metà degli anni 60' Mario Bava indubbiamente era nel suo massimo periodo di forma artistica, con budget miseri e mezzi limitati rispetto ai suoi colleghi stranieri, riusciva spesso a raggiungere vette artistiche mascherando in modo eccellente la povertà dei mezzi, grazie alle sue notevoli doti come direttore della fotografia, con le quali creava immagini irreali tramite un uso anti-naturalistico delle luci, dai tagli e dai colori impossibili, creando una personale quanto originale estetica "pop" attigendo da una tavolozza grafica, le sfumature necessarie per diventare un vero e proprio pittore dell'immagine. In Sei Donne per l'Assassino (1964), Mario Bava prosegue il suo perfezionamento nell'uso del colore, abbandonando per sempre il bianco e nero, che non gli consentiva di esprimere al meglio la sua impronta visiva, allontanandosi dall'horror gotico, approdando ad un thriller-giallo, che però conserva in certi aspetti la pregressa esperienza del regista, visto che le atmosfere irreali e ambigue, cominciando dagli stupendi titoli di testa dove alla presentazione di ogni singolo personaggio, viene affiancato un manichino, dichiarazione d'intenti del regista di come più che sulla trama e l'intreccio, l'aspetto principale del film verterà sull'estetica dei numerosi delitti e sul look iconico dell'assassino, in impermeabile, guanti, cappello e maschera sul viso che ne cela l'identità; un vero e proprio "manichino" come quelli presenti nell'atelier di moda gestito dalla contessa Cristiana (Eva Bartok), dove poco alla volta vengono uccide varie donne, che vi lavorano come modelle.

                Il soggetto base è quello di un classico giallo alla Agatha Christie, con dei sospettati circoscritti, dove ognuno ha delle valide motivazioni per aver potuto uccidere la modella dell'atelier Isabella, ma a Mario Bava preme molto di più dare largo spazio ed importanza agli omicidi, dalla grande varietà e fantasia nell'esecuzione e dall'alto tasso di sadismo insiti in essi, che all'epoca provocarono reazioni negative da parte della critica, che accusò il film di eccessi gratuiti, quando in realtà Bava sin dall'esordio della Maschera del Demonio (1960), aveva sempre innestato nelle sue opere, un orrore molto "fisico", ricerca che poi proseguirà negli anni 70' con più incisività. Insieme alla Ragazza che Sapeva Troppo (1962), questo Sei Donne per l'Assassino è il capostipite e fondatore del giallo all'italiana, contenendo tutti i topoi del genere che potranno indubbiamente sapere di già visto al giorno d'oggi, ma è innegabile non amettere che gli zoom, i fuori fuoco, il largo spazio agli omicidi sull'aspetto narrativo, la messa in scena ed il look dell'assassino, non siano stati sfruttati in decine e decine di opere successive, a cominciare da Dario Argento che nelle sue opere copiera' a mani basse da tale film, esasperandone ancora di più la forma e gli omicidi, concepiti come veri e propri rituali.
                Bava ha molta fantasia, ciascuno degli omicidi avviene in un contesto claustrofobico con differenti tecniche di esecuzione passando dallo strangolamento, alle bruciature sino all'affogamento etc... pigiando fortemente il pedale sul sadico e sulla brutalità, che potrà aver dato fastidio all'epoca, ma offre un quadro più realistico degli effetti di un omicidio a dispetto del totale anti-naturalismo della messa in scena. Gli attori sono mere pedine in attesa di essere fatti fuori dal killer, il quale è sempre un passo in avanti rispetto all'ispettore di polizia, la cui figura è totalmente inutile ai fini della risoluzione del caso, perché persa dietro il marcio che i vari sospettati tengono a nascondere, mostrando un cinico egoismo, che rappresenta perfettamente le negatività del mondo della moda, di cui il killer senza volto nella sua imperscrutabilita' ne è la personificazione adeguata. Accoglienza critica negativa in america ed in Italia, ma non in Francia, nel nostro paese l'opera fu l'ennesimo insuccesso ai botteghini di questo regista, che portava nel nostro cinema nuovi generi mai affrontati, i cui frutti verranno colti dai cineasti di genere nostrani e stranieri dalgli anni 70' in poi, visto che quest'opera di Bava a seguito dell'insuccesso scomparve per anni dalle sale.

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                • Nubi Fluttuanti di Mikio Naruse (1955).

                  Rispetto a Yasujiro Ozu che difendeva strenuamente i valori Giapponesi e la famiglia come esempio di virtù a cui tendere, incurante degli sconquassamenti del suo paese durante il secondo conflitto bellico, Mikio Naruse vi intravede una netta cesura costruendo un melodrammache fonde soluzioni classiche con ellissi improvvise di un passato radioso, ma oramai spazzato via dalla fine della guerra, dove niente è più come prima e la famiglia è divenuta una mera rappresentazione coniugale tenuta in piedi per esigenze di mera apparenza, a scapito di un legame oramai compromesso tra Tomioka (Masayuki Mori) e sua moglie, poichè l'uomo in realtà conduce una vita libertina fatta di molte frequentazioni occasionali, tra cui Yukiko (Hideko Takamine), la quale s'innamorò dell'uomo durante il suo soggiorno in Indocina come dipendente del ministero forestale. Il sentimento di Yukiko verso l'uomo è fortissimo, al contrario di quello di Tomioka incapace di mantenere fede alla promessa di lasciare la moglie, conducendo inoltre ulteriori frequentazioni cone altre donne, che finiscono con il ferire Yukiko sempre di più. Nubi Fluttuanti di Mikio Naruse (1955) è un melodramma dalle tinte pessimiste, dove il presente è fatto di contrasti marcati tra luci ed ombre, che creano un'atmosfera cupa, per poi sfociare sempre più nel plumbeo tramite l'interminabile pioggia finale che sembra figurare le lacrime del cielo per un destino già scritto su questo legame, al quale in verità solo Yukiko caparbiamente crede nonostante le delusioni che riceve ogni volta, la forte passione della donna viene annichilita dall'apatia di Tomioka, continuamente sospeso tra il non voler lasciare la moglie con la scusa della malattia di quest'ultima e le numerose frequentazioni occasionali, senza mai cercare una stabilità affettiva.

                  Ad un presente gramo, si contrappongono le sequenze di un passato radioso, dove le atmosfere orientali regalano freschezza e genuinità al nascere e allo svilupparsi della relazione adulterina di Tomioka verso la giovane Yukiko, l'illuminazione s'irradia in tutta la sua forza tra la fitta vegetazione Indocinese in cui i due si scambiano un bacio intenso, un luogo lontano nel tempo e nello spazio rispetto al Giappone devastato dalla guerra, purificato e idealizzato in tutta probabilità ancora di più dai ricordi di Yukiko, a cui si contrappone lo squallore della patria natia che accoglie la donna all'arrivo, non solo la fine della guerra ha messo fine alle fantasie sentimentali della donna, ma le fa anche pagare in prima persona le conseguenze sociali di un paese uscito devastato dal conflitto bellico e che la respinge in toto, costringendola ad umiliarsi vedendo il suo corpo, una parabola discendente di una donna che si strugge e si consuma giorno dopo giorno per un uomo abulico e distaccato, in verità immeritevole di tanta devozione e che a causa del suo comportamento indeciso, sembra prosciugare le energie vitali di tutte le persone femminili che gli gravitino intorno.
                  Il punto di vista e lo sguardo empatico di Naruse sono tutti a favore della donna, un'eroina di stampo Mizoguchiano, però il regista con Tomioka sembra anticipare le tendenze e le problematiche del malessere e del vivere quotidiano che accompagneranno le pellicole delle avanguardie cinematografiche che scorgeranno di lì in poco, non è difficile vedere in Tomioka la personificazione di un paese come il Giappone, il cui passato mitizzato è stato diretto responsabile e quindi causa primaria della rovina di un presente indecifrabile nell'evoluzione. Yukiko ricorda tutto della storia d'amore intensa con l'uomo, la donna con i suoi sguardi da sempre il via alle ellissi e ai raccordi tra passato e presente, contrasto totalmente escluso da Tomioka, che guarda con fastidio al primo e con indecisione al secondo, non riuscendo o rifiutandosi di vedere l'intensità del fiore che gli passa accanto, vivendo in modo svogliato ed egoistico le situazioni che gli si presentano, senza però essere mai una figura totalmente negativa che si annulla nel suo stesso carattere, semplicemente è fatto così e la sua psiche è alle prese con le numerose quanto difficile problematiche del Giappone post-bellico. Ottimo successo all'uscita in Giappone, dove la critica lo salutò come capolavoro assoluto, apprezzando il connubbio tra accurata introspezione psicologica dei due personaggi fusa in modo egregio con la descrizione di un Giappone dalla difficile situazione sociale ed economica dell'immediato dopoguerra, con la recente uscita del dvd si pone rimedio ad un'assenza della pellicola nel mercato nostrano che ha portato ad una poca conoscibilità di essa.

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                  • Mercoledì da Leoni di John Milius (1978).

                    La vastità del mare sferzata dai venti, finisce con il creare in successione onde gigantesche che diventano metafora della lotta quotidiana nel superamento degli ostacoli quotidiani posti innanzi al cammino dell'uomo. La razza dei surfisti ha molta incoscienza ma tanto coraggio nell'affrontare queste onde alte svariati metri, senza potersi permettere nessun attimo di distrazione, pena essere sbalzati dalla tavola e sprofondare sotto l'acqua, dove la violenza dell'onda successiva ti impedisce la risalita sbalzandoti ancora più sotto. Chi riesce a restare in piedi sulla tavola dominando l'onda, può affrontare nella vita i successivi ostacoli sempre più grandi e difficili da superare, ma approcciandosi ad essi con spirito combattivo e volontà di mettercela tutta per superarli.
                    John Milius in gioventù fu un surfista, si narra che i suoi genitori dovettero spedirlo nell'entroterra americano, perchè trascorreva tutto il tempo con i suoi amici a mare in cerca delle onde giuste, arrivando a disinteressarsi dello studio e delle volte a scappare da scuola non appena gli giungesse una soffiata sul mare agitato e quindi adatto ad essere cavalcato con la propria tavola da surf. Il regista nelle foto in bianco e nero che aprono i titoli di testa di Un Mercoledì da Leoni (1978), ha uno sguardo di sfida, tipico della gioventù ribelle, ma oramai adulto guarda quei tempi con una nostalgia velata da una forte carica di malinconia, ogni decennio ha la sua generazione di surfisti, se negli anni 50' Milius ne era il rappresentante come il suo alter-ego filmico Bear (Sam Melville), un costruttore di tavole sul pontile che si affaccia su una spiaggia della California, l'apice come surfista lo ha passato da un bel pò negli anni 50' dove ebbe occasione di mettersi in mostra sfidando una grande mareggiata, ma l'uomo oramai adulto e con barba folta, guarda l'orizzonte con i suoi occhi ancora ricolmi di un bagliore adolescenziale, riponendo grandi speranze nei tre attuali assi del surf che spadroneggiano in quel luogo; Matt Johnson (Jan-Michael Vincent), casinaro, autodistruttivo ma fortemente insicuro verso la vita nel vivere il passaggio dall'adolescenza alla maturità adulta, Jack Barlow (William Katt), riflessivo e dai modi di porsi educati ed infine Leroy Smith (Gary Busey), casinaro e cultore della pratica del sadomasochismo. Tre personalità differenti, ma affiatati e legati da una forte amicizia, di cui assistiamo all'evoluzione nel corso delle quattro mareggiate sviluppatasi in California nell'arco di dodici anni, partendo dal 1962, passando per quelle del 1966 e 1968 per poi finire nel 1974. Se Bear ha avuto un apice, i tre ragazzi invece attendono ancora il loro momento, che come afferma il loro mentore prima o poi avverrà, ma si presenterà solo una volta nella vita, poichè una volta affrontato, partirà la parabola "discendente", in cui si dovrà smettere di vivere in modo spensierato per maturare ed affrontare la vita in modo adulto.

                    Se Leroy del surf ne farà una professione e Jack risulta essere la figura più saggia del gruppo, Matt del trio è il ragazzo più insicuro, nascondendo la paura di crescere con una marcata tendenza ad affogarsi nell'alcool e combinare casini vari, in pratica è la versione in potenza di Bear, che ha paura di finire come quest'ultimo nonostante il rispetto che porta verso l'uomo. Ma nel 1962 tali pensieri sono solo in nuce, potendo i tre giovani passare il tempo tra feste dove tutti si imbucano (per il dispiacere della povera mamma di Jack, che ci mette la casa) e cavalcate delle onde tramite acrobazie equilibriste valorizzate dal montaggio creativo del lavoro di Robert L. Wolfe, con spettacolari punti di vista della macchina da presa che si addentra nei cavalloni acquatici che stanno per chiudersi e dove sfrecciano i surfisti che hanno il fegato di farlo, Milius sceglie di collocare le riprese sempre in basso o comunque ad altezza d'uomo, per aumentare lo scontro "epico" tra un essere "piccolo" come l'uomo ed una forza bellissima ma distruttiva della natura rappresentata dalle onde acquatiche che s'infrangono. John Milius è conosciuto come grande sceneggiatore, ma ha sempre visualizzato i suoi lavori non tanto dal punto di vista dei dialoghi, quanto dal punto di vista della mascolinità, il regista spesso si è lamentato delle traposizioni di alcune sue sceneggiature come Corvo Rosso non avrai il mio Scalpo (1972) e L'Uomo dai 7 Caprestri (1972), dove il lato selvaggio soccombeva al romanticismo della vita di frontiera nel primo film e all'umorismo bonaccione nel secondo; per Milius il suo cinema è esaltazione della virilità alla massima potenza, mezzo tramite il quale i suoi personaggi si relazionano con gli altri e si rapportano con il mondo, grazie ai muscoli riescono a domare e sottomettere la potenza altrimenti incontrollabile delle onde marine, nonchè ad essere perno di tutto ciò che gravita intorno alla spiaggia, grazie ai loro fisici muscolosi ed ai loro modi di porsi decisi ma con un fondo di sensibilità che tocca delle corde di poesia umana, tipo in Leroy che cerca di infilarsi nel forno in casa di Matt durante la festa, dopo essersi spalmato di olio il corpo, qui l'umorismo di Milius come in tutto il film, assume venature di tristezza in un contesto che invece tutto sommato risulta goliardico e di divertimento.

                    Ma gli anni passano a si giunge così a metà anni 60', in cui i nostri ragazzi stanno crescendo ed ognuno sta prendendo strade diverse, seppur stiano ancora tutti e tre in quel luogo, se il matrimonio di Bear funge da riconciliazione e ultimo barlume d'innocenza, l'incubo del Vietnam piomba con tutta la forza nelle vite dei nostri ragazzi, arriva la lettera di arruolamento e l'unico modo per sfuggire al fronte è essere respinti alla visita militare. Le posizioni di Milius uomo sulla guerra del Vietnam sono note, lui è sempre stato favorevole da giovane in contrasto con tantissimi suoi conoscenti che erano parte della controcultura e quindi ideologicamente contrari ad essa, ma le scelte dell'autore non sono per forza le scelte del film, che è si ammantato di una patina di virilità e di una certa nostalgia verso l'adolescenza ed il passato, in contrasto con le problematiche del presente, ma Milius grazie alla sua abilità di regista riesce a rappresentare la complessità nel Vietnam tramite Matt, Jack, Leroy e altri nuovi conoscenti come Waxer, dipendente del negozio di tavole da surf di Bear. Alcuni di loro le provano tutte pur di sfuggire all'arruolamento, c'è chi si traveste da Hitler spiaccicando frasi contro gli ebrei ed i neri, chi punta sull'infermità mentale sconquassando tutto, altri cercano di spacciarsi per omosessuali (e forse lo sono?) oppure si millantano problemi di natura medica in modo da essere riformati, ma vi sono anche individui come Matt che decidono di passare tranquillamente la visita militare ed essere soggetti ad arruolamento, perché per lui partire per il Vietnam è considerato un dovere, la patria e l'amore verso di essa è un valore da rispettare. E' una scelta controversa da parte del regista, non condivisibile secondo i canoni di oggi (e di ieri), conservatrice e di destra quanto volete voi, però al cinema conta prima di tutto l'abilità con la macchina da presa e Milius riesce a dare la dovuta profondità nell'inquadratura alla scelta di Matt e a rappresentare a 360° la complessità del Vietnam, senza acrobazie artificiose di cerchiobottismo argomentativo, ma solo presentando in modo depurato e senza filtri la scelta radicale intrapresa dal ragazzo, tramite il suo sguardo volto verso i luighi della gioventù cercando di cogliere quanti più ricordi possibili per portarseli nel cuore. Si giunge così al 1974, l'occasione di tutta una vita e questi 20 minuti finali sono e saranno le migliori scene di surf mai girate al cinema, con angolazioni impossibili e costruzione delle inquadrature che creano un vero respiro epico nella sfida finale affrontata dai tre ragazzi oramai diventati adulti, come dei protagonisti di un film di Sam Peckinpah che vanno incontro al loro destino per un'ultima grande sfida, dove daranno tutto loro stessi, per poi terminare circolarmente con l'inquadratura iniziale dei gradini di pietra che conducono al mare, dove si percepisce che un'epoca è finita, adesso è necessario dare spazio alle nuove generazioni. Insieme all'Ultimo Spettacolo (1971), American Graffiti (1973) e Means Street (1973), Un Mercoledì da Leoni è uno dei quattro coming of age che catturano appieno lo spirito di un decennio, con le ansie e la paure di una generazione, un piccolo capolavoro privo del razzismo generazionale idealizzato artificiosamente del film di George Lucas o di un Vitelloni per principianti in salsa gangster, a conti fatti è avvicinabile solo al film di Peter Bogdanovich, che gli risulta però superiore per eliminazione totale del fattore nostalgia constatando l'infelicità e le contraddizioni umane in ogni tempo e luogo storico, ma tolto questo nonostante il flop ai botteghini del film di Milius all'epoca della sua uscita, adesso lo si può collocare dove merita nella storia del cinema.


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                    • Sensei l'ho sempre adorato, sin dalla mia prima visione da ragazzo.

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                      • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
                        Sensei l'ho sempre adorato, sin dalla mia prima visione da ragazzo.
                        Buoni gusti avevi sin da adolescente allora ^^.

                        E' un film che credo a distanza di 40 anni meriti l'appellativo di capolavoro, con un lavoro tecnico mostruoso e fa stupore come Milius sia riuscito a catturare questo legame-sfida tra surfisti ed le onde dell'oceano, il tutto con i mezzi tecnici dell'epoca che non erano quelli che oggi tramite il digitale puoi usare in tutti i modi. Se noti, ci sono poche inquadrature dall'alto dei surfisti in mare e sono tutte invece ad altezza d'uomo e ravvicinate ai personaggi, il montaggio creativo ha aiutato sicuramente, però c'è dietro un lavoro tecnico di notevole fattura e difficoltà, qua si vede la passione pura del regista verso il surf, quando molti altri registi sarebbero andati di campi lunghi e inquadrature dall'alto in elicottero.

                        E poi personaggi che non si scordano ed un mentore come Bear, oltre a sequenze divertenti come gli espedienti per sfuggire all'arruolamento fanno il resto.

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                        • Gli anni più belli di Gabriele Muccino

                          Non lo so perché, ma appena ho potuto l'ho visto, e già questa cosa mi inquieta. Certo, non sono stato così folle da andarlo a vedere direttamente a cinema, ma la voglia di autoinfliggermi questo opera magna mucciniana c'era sin dal principio, con tutto che il suo ultimo film A casa tutti bene mi aveva fatto veramente schifo. Perché? Non lo so, e forse non voglio neanche indagare. Comunque alla fine l'ho visto e non mi sono neanche annoiato, anzi . Rispetto al precedente è molto meglio, va detto. C'è tutto Muccino, ma in maniera più contenuta, meno isterica. Si tratta di un polpettone semi-remake di C'eravamo tanto amati (alcuni personaggi e alcune svolte di trama sono proprio le stesse), senza nessuna velleità artistica autoriale se non quella di creare l'ennesimo film generazionale acchiappa pubblico. Più borghese e commerciale di così si muore, ma almeno non è una paraculata come Perfetti Sconosciuti. Muccino scrive e dirige un film di pancia, senza alcuna vergogna, un film orgogliosamente nazional-popolare.
                          La cosa migliore del film è proprio la regia di Muccino. Nervosa, dinamica, riesce - grazie ad un ottimo montaggio - a dare ritmo al film, risultando molto ispirata e sopra la media delle produzioni italiane, ma che Muccino sapesse girare lo si sapeva già. Gli interpreti maschili fanno il suo, spicca secondo me Favino. La Ramazzotti ... ecco, io non la sopporto e in questo film spadroneggia, ma non nel senso che recita meglio degli altri, ma perché ci offre (col beneplacito del regista) una sorta di greatest hits delle sue smorfie, in una performance sempre uguale a sé stessa ma più pomposa, un delirio di onnipotenza del cliché. Emma Marrone recita poco e fa la parte della stronza, senza danni.
                          Gli anni più belli è un film che vive di medi e di bassi, con quest'ultimi che riescono a rovinare un po'tutto (le sequenze con l'uccello e Kim Rossi Stuart, tutte le scene della Ramazzotti che sta per piangere) andando a sporcare un film che dal punto di vista tecnico è ben lucidato e che tutto sommato si lascia vedere con piacere, anche se forse più come guilty pleasure. Diciamo che riesce a risvegliare la casalinga che è in noi.
                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • concordo in toto con la tua recensione e con Sensei per quanto riguarda quella di "un mercoledì da leoni"
                            P.S. @Gidan, secondo te, è normale che io mi sia rivisto nel personaggio di Santamaria, che a conti fatti, è quello che combina meno di tutti?

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                            • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
                              concordo in toto con la tua recensione e con Sensei per quanto riguarda quella di "un mercoledì da leoni"
                              P.S. @Gidan, secondo te, è normale che io mi sia rivisto nel personaggio di Santamaria, che a conti fatti, è quello che combina meno di tutti?
                              Normalissimo
                              https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                                [Insieme all'Ultimo Spettacolo (1971), American Graffiti (1973) e Means Street (1973), Un Mercoledì da Leoni è uno dei quattro coming of age che catturano appieno lo spirito di un decennio, con le ansie e la paure di una generazione, un piccolo capolavoro privo del razzismo generazionale idealizzato artificiosamente del film di George Lucas o di un Vitelloni per principianti in salsa gangster, a conti fatti è avvicinabile solo al film di Peter Bogdanovich, che gli risulta però superiore per eliminazione totale del fattore nostalgia constatando l'infelicità e le contraddizioni umane in ogni tempo e luogo storico, ma tolto questo nonostante il flop ai botteghini del film di Milius all'epoca della sua uscita, adesso lo si può collocare dove merita nella storia del cinema.
                                Un Mercoledì Da Leoni è un capolavoro anche per me, ma in generale J.Milius, in quanto cineastone a tutto tondo (includendo insomma il suo lavoro come sceneggiatore), è stato davvero tra i grandi della New Hollywood.

                                Di recente ho rivisto "Il vento e il leone". Mammia mia che meraviglia, che supremo godimento epico. Il classico caso in cui a fine visione ti viene naturale chiederti: ma perchè film del genere non esistono più? Boh.

                                Chissà che fine ha fatto il "Gengis Khan" che anni fa stava preparando.

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