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  • Mercoledì da Leoni di John Milius (1978).

    La vastità del mare sferzata dai venti, finisce con il creare in successione onde gigantesche che diventano metafora della lotta quotidiana nel superamento degli ostacoli quotidiani posti innanzi al cammino dell'uomo. La razza dei surfisti ha molta incoscienza ma tanto coraggio nell'affrontare queste onde alte svariati metri, senza potersi permettere nessun attimo di distrazione, pena essere sbalzati dalla tavola e sprofondare sotto l'acqua, dove la violenza dell'onda successiva ti impedisce la risalita sbalzandoti ancora più sotto. Chi riesce a restare in piedi sulla tavola dominando l'onda, può affrontare nella vita i successivi ostacoli sempre più grandi e difficili da superare, ma approcciandosi ad essi con spirito combattivo e volontà di mettercela tutta per superarli.
    John Milius in gioventù fu un surfista, si narra che i suoi genitori dovettero spedirlo nell'entroterra americano, perchè trascorreva tutto il tempo con i suoi amici a mare in cerca delle onde giuste, arrivando a disinteressarsi dello studio e delle volte a scappare da scuola non appena gli giungesse una soffiata sul mare agitato e quindi adatto ad essere cavalcato con la propria tavola da surf. Il regista nelle foto in bianco e nero che aprono i titoli di testa di Un Mercoledì da Leoni (1978), ha uno sguardo di sfida, tipico della gioventù ribelle, ma oramai adulto guarda quei tempi con una nostalgia velata da una forte carica di malinconia, ogni decennio ha la sua generazione di surfisti, se negli anni 50' Milius ne era il rappresentante come il suo alter-ego filmico Bear (Sam Melville), un costruttore di tavole sul pontile che si affaccia su una spiaggia della California, l'apice come surfista lo ha passato da un bel pò negli anni 50' dove ebbe occasione di mettersi in mostra sfidando una grande mareggiata, ma l'uomo oramai adulto e con barba folta, guarda l'orizzonte con i suoi occhi ancora ricolmi di un bagliore adolescenziale, riponendo grandi speranze nei tre attuali assi del surf che spadroneggiano in quel luogo; Matt Johnson (Jan-Michael Vincent), casinaro, autodistruttivo ma fortemente insicuro verso la vita nel vivere il passaggio dall'adolescenza alla maturità adulta, Jack Barlow (William Katt), riflessivo e dai modi di porsi educati ed infine Leroy Smith (Gary Busey), casinaro e cultore della pratica del sadomasochismo. Tre personalità differenti, ma affiatati e legati da una forte amicizia, di cui assistiamo all'evoluzione nel corso delle quattro mareggiate sviluppatasi in California nell'arco di dodici anni, partendo dal 1962, passando per quelle del 1966 e 1968 per poi finire nel 1974. Se Bear ha avuto un apice, i tre ragazzi invece attendono ancora il loro momento, che come afferma il loro mentore prima o poi avverrà, ma si presenterà solo una volta nella vita, poichè una volta affrontato, partirà la parabola "discendente", in cui si dovrà smettere di vivere in modo spensierato per maturare ed affrontare la vita in modo adulto.

    Se Leroy del surf ne farà una professione e Jack risulta essere la figura più saggia del gruppo, Matt del trio è il ragazzo più insicuro, nascondendo la paura di crescere con una marcata tendenza ad affogarsi nell'alcool e combinare casini vari, in pratica è la versione in potenza di Bear, che ha paura di finire come quest'ultimo nonostante il rispetto che porta verso l'uomo. Ma nel 1962 tali pensieri sono solo in nuce, potendo i tre giovani passare il tempo tra feste dove tutti si imbucano (per il dispiacere della povera mamma di Jack, che ci mette la casa) e cavalcate delle onde tramite acrobazie equilibriste valorizzate dal montaggio creativo del lavoro di Robert L. Wolfe, con spettacolari punti di vista della macchina da presa che si addentra nei cavalloni acquatici che stanno per chiudersi e dove sfrecciano i surfisti che hanno il fegato di farlo, Milius sceglie di collocare le riprese sempre in basso o comunque ad altezza d'uomo, per aumentare lo scontro "epico" tra un essere "piccolo" come l'uomo ed una forza bellissima ma distruttiva della natura rappresentata dalle onde acquatiche che s'infrangono. John Milius è conosciuto come grande sceneggiatore, ma ha sempre visualizzato i suoi lavori non tanto dal punto di vista dei dialoghi, quanto dal punto di vista della mascolinità, il regista spesso si è lamentato delle traposizioni di alcune sue sceneggiature come Corvo Rosso non avrai il mio Scalpo (1972) e L'Uomo dai 7 Caprestri (1972), dove il lato selvaggio soccombeva al romanticismo della vita di frontiera nel primo film e all'umorismo bonaccione nel secondo; per Milius il suo cinema è esaltazione della virilità alla massima potenza, mezzo tramite il quale i suoi personaggi si relazionano con gli altri e si rapportano con il mondo, grazie ai muscoli riescono a domare e sottomettere la potenza altrimenti incontrollabile delle onde marine, nonchè ad essere perno di tutto ciò che gravita intorno alla spiaggia, grazie ai loro fisici muscolosi ed ai loro modi di porsi decisi ma con un fondo di sensibilità che tocca delle corde di poesia umana, tipo in Leroy che cerca di infilarsi nel forno in casa di Matt durante la festa, dopo essersi spalmato di olio il corpo, qui l'umorismo di Milius come in tutto il film, assume venature di tristezza in un contesto che invece tutto sommato risulta goliardico e di divertimento.

    Ma gli anni passano a si giunge così a metà anni 60', in cui i nostri ragazzi stanno crescendo ed ognuno sta prendendo strade diverse, seppur stiano ancora tutti e tre in quel luogo, se il matrimonio di Bear funge da riconciliazione e ultimo barlume d'innocenza, l'incubo del Vietnam piomba con tutta la forza nelle vite dei nostri ragazzi, arriva la lettera di arruolamento e l'unico modo per sfuggire al fronte è essere respinti alla visita militare. Le posizioni di Milius uomo sulla guerra del Vietnam sono note, lui è sempre stato favorevole da giovane in contrasto con tantissimi suoi conoscenti che erano parte della controcultura e quindi ideologicamente contrari ad essa, ma le scelte dell'autore non sono per forza le scelte del film, che è si ammantato di una patina di virilità e di una certa nostalgia verso l'adolescenza ed il passato, in contrasto con le problematiche del presente, ma Milius grazie alla sua abilità di regista riesce a rappresentare la complessità nel Vietnam tramite Matt, Jack, Leroy e altri nuovi conoscenti come Waxer, dipendente del negozio di tavole da surf di Bear. Alcuni di loro le provano tutte pur di sfuggire all'arruolamento, c'è chi si traveste da Hitler spiaccicando frasi contro gli ebrei ed i neri, chi punta sull'infermità mentale sconquassando tutto, altri cercano di spacciarsi per omosessuali (e forse lo sono?) oppure si millantano problemi di natura medica in modo da essere riformati, ma vi sono anche individui come Matt che decidono di passare tranquillamente la visita militare ed essere soggetti ad arruolamento, perché per lui partire per il Vietnam è considerato un dovere, la patria e l'amore verso di essa è un valore da rispettare. E' una scelta controversa da parte del regista, non condivisibile secondo i canoni di oggi (e di ieri), conservatrice e di destra quanto volete voi, però al cinema conta prima di tutto l'abilità con la macchina da presa e Milius riesce a dare la dovuta profondità nell'inquadratura alla scelta di Matt e a rappresentare a 360° la complessità del Vietnam, senza acrobazie artificiose di cerchiobottismo argomentativo, ma solo presentando in modo depurato e senza filtri la scelta radicale intrapresa dal ragazzo, tramite il suo sguardo volto verso i luighi della gioventù cercando di cogliere quanti più ricordi possibili per portarseli nel cuore. Si giunge così al 1974, l'occasione di tutta una vita e questi 20 minuti finali sono e saranno le migliori scene di surf mai girate al cinema, con angolazioni impossibili e costruzione delle inquadrature che creano un vero respiro epico nella sfida finale affrontata dai tre ragazzi oramai diventati adulti, come dei protagonisti di un film di Sam Peckinpah che vanno incontro al loro destino per un'ultima grande sfida, dove daranno tutto loro stessi, per poi terminare circolarmente con l'inquadratura iniziale dei gradini di pietra che conducono al mare, dove si percepisce che un'epoca è finita, adesso è necessario dare spazio alle nuove generazioni. Insieme all'Ultimo Spettacolo (1971), American Graffiti (1973) e Means Street (1973), Un Mercoledì da Leoni è uno dei quattro coming of age che catturano appieno lo spirito di un decennio, con le ansie e la paure di una generazione, un piccolo capolavoro privo del razzismo generazionale idealizzato artificiosamente del film di George Lucas o di un Vitelloni per principianti in salsa gangster, a conti fatti è avvicinabile solo al film di Peter Bogdanovich, che gli risulta però superiore per eliminazione totale del fattore nostalgia constatando l'infelicità e le contraddizioni umane in ogni tempo e luogo storico, ma tolto questo nonostante il flop ai botteghini del film di Milius all'epoca della sua uscita, adesso lo si può collocare dove merita nella storia del cinema.


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    • Sensei l'ho sempre adorato, sin dalla mia prima visione da ragazzo.

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      • Originariamente inviato da Tom Doniphon Visualizza il messaggio
        Sensei l'ho sempre adorato, sin dalla mia prima visione da ragazzo.
        Buoni gusti avevi sin da adolescente allora ^^.

        E' un film che credo a distanza di 40 anni meriti l'appellativo di capolavoro, con un lavoro tecnico mostruoso e fa stupore come Milius sia riuscito a catturare questo legame-sfida tra surfisti ed le onde dell'oceano, il tutto con i mezzi tecnici dell'epoca che non erano quelli che oggi tramite il digitale puoi usare in tutti i modi. Se noti, ci sono poche inquadrature dall'alto dei surfisti in mare e sono tutte invece ad altezza d'uomo e ravvicinate ai personaggi, il montaggio creativo ha aiutato sicuramente, però c'è dietro un lavoro tecnico di notevole fattura e difficoltà, qua si vede la passione pura del regista verso il surf, quando molti altri registi sarebbero andati di campi lunghi e inquadrature dall'alto in elicottero.

        E poi personaggi che non si scordano ed un mentore come Bear, oltre a sequenze divertenti come gli espedienti per sfuggire all'arruolamento fanno il resto.

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        • Gli anni più belli di Gabriele Muccino

          Non lo so perché, ma appena ho potuto l'ho visto, e già questa cosa mi inquieta. Certo, non sono stato così folle da andarlo a vedere direttamente a cinema, ma la voglia di autoinfliggermi questo opera magna mucciniana c'era sin dal principio, con tutto che il suo ultimo film A casa tutti bene mi aveva fatto veramente schifo. Perché? Non lo so, e forse non voglio neanche indagare. Comunque alla fine l'ho visto e non mi sono neanche annoiato, anzi . Rispetto al precedente è molto meglio, va detto. C'è tutto Muccino, ma in maniera più contenuta, meno isterica. Si tratta di un polpettone semi-remake di C'eravamo tanto amati (alcuni personaggi e alcune svolte di trama sono proprio le stesse), senza nessuna velleità artistica autoriale se non quella di creare l'ennesimo film generazionale acchiappa pubblico. Più borghese e commerciale di così si muore, ma almeno non è una paraculata come Perfetti Sconosciuti. Muccino scrive e dirige un film di pancia, senza alcuna vergogna, un film orgogliosamente nazional-popolare.
          La cosa migliore del film è proprio la regia di Muccino. Nervosa, dinamica, riesce - grazie ad un ottimo montaggio - a dare ritmo al film, risultando molto ispirata e sopra la media delle produzioni italiane, ma che Muccino sapesse girare lo si sapeva già. Gli interpreti maschili fanno il suo, spicca secondo me Favino. La Ramazzotti ... ecco, io non la sopporto e in questo film spadroneggia, ma non nel senso che recita meglio degli altri, ma perché ci offre (col beneplacito del regista) una sorta di greatest hits delle sue smorfie, in una performance sempre uguale a sé stessa ma più pomposa, un delirio di onnipotenza del cliché. Emma Marrone recita poco e fa la parte della stronza, senza danni.
          Gli anni più belli è un film che vive di medi e di bassi, con quest'ultimi che riescono a rovinare un po'tutto (le sequenze con l'uccello e Kim Rossi Stuart, tutte le scene della Ramazzotti che sta per piangere) andando a sporcare un film che dal punto di vista tecnico è ben lucidato e che tutto sommato si lascia vedere con piacere, anche se forse più come guilty pleasure. Diciamo che riesce a risvegliare la casalinga che è in noi.
          https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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          • concordo in toto con la tua recensione e con Sensei per quanto riguarda quella di "un mercoledì da leoni"
            P.S. @Gidan, secondo te, è normale che io mi sia rivisto nel personaggio di Santamaria, che a conti fatti, è quello che combina meno di tutti?

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            • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
              concordo in toto con la tua recensione e con Sensei per quanto riguarda quella di "un mercoledì da leoni"
              P.S. @Gidan, secondo te, è normale che io mi sia rivisto nel personaggio di Santamaria, che a conti fatti, è quello che combina meno di tutti?
              Normalissimo
              https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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              • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                [Insieme all'Ultimo Spettacolo (1971), American Graffiti (1973) e Means Street (1973), Un Mercoledì da Leoni è uno dei quattro coming of age che catturano appieno lo spirito di un decennio, con le ansie e la paure di una generazione, un piccolo capolavoro privo del razzismo generazionale idealizzato artificiosamente del film di George Lucas o di un Vitelloni per principianti in salsa gangster, a conti fatti è avvicinabile solo al film di Peter Bogdanovich, che gli risulta però superiore per eliminazione totale del fattore nostalgia constatando l'infelicità e le contraddizioni umane in ogni tempo e luogo storico, ma tolto questo nonostante il flop ai botteghini del film di Milius all'epoca della sua uscita, adesso lo si può collocare dove merita nella storia del cinema.
                Un Mercoledì Da Leoni è un capolavoro anche per me, ma in generale J.Milius, in quanto cineastone a tutto tondo (includendo insomma il suo lavoro come sceneggiatore), è stato davvero tra i grandi della New Hollywood.

                Di recente ho rivisto "Il vento e il leone". Mammia mia che meraviglia, che supremo godimento epico. Il classico caso in cui a fine visione ti viene naturale chiederti: ma perchè film del genere non esistono più? Boh.

                Chissà che fine ha fatto il "Gengis Khan" che anni fa stava preparando.

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                • Grazie ragazzi, si con Milius andrebbe considerato anche il suo lavoro come sceneggiatore, da non dimenticare i suoi lavori di scrittura nei primi due film dell'Ispettore Callaghan e ovviamente nel leggendario Apocalypse Now.

                  Conosco poco il Milius regista, oltre a questo film ho visto solo Conan il Barbaro, per quanto sia cult non c'è confronto con questo film, ma sarà mai che se lo rivedessi, lo rivaluterei più in positivo magari. C'era anche Oliver Stone alle sceneggiatura con cui Milius ebbe non pochi problemi, genio del cinema, seppur cronologicamente viene un decennio dopo Milius.
                  Milius è dagli anni 90' che è fuori dal giro.

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                  • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                    Conosco poco il Milius regista, oltre a questo film ho visto solo Conan il Barbaro, per quanto sia cult non c'è confronto con questo film, ma sarà mai che se lo rivedessi, lo rivaluterei più in positivo magari. C'era anche Oliver Stone alle sceneggiatura con cui Milius ebbe non pochi problemi, genio del cinema, seppur cronologicamente viene un decennio dopo Milius.
                    Milius è dagli anni 90' che è fuori dal giro.
                    Guarda, Il Vento E Il Leone per me è il suo film migliore, Mercoledì a parte.
                    Dilinger è un ottimo gangster-movie che non sfigura di fronte ad altri classici affini, e Addio Al Re, la sua ultima fatica (non ho mai visto L'Ultimo Attacco, e forse sarebbe ora), è un possente raccontone epico ambientato nel Borneo e girato in mezzo alla giungla, in cui si sviluppano in maniera affascinante certi motivi di AN. Grandissimo N.Nolte, tra l'altro. Un altro di quei film che non si trovano facilmente in giro, purtroppo.

                    Ci sarebbero poi i suoi lavori forse più celebri, che invero non mi fanno impazzire. Il mio problema con Conan è legato al genere di riferimento (quale? boh), che mi ispira poco, ma resta un cult per ragioni evidenti (anche solo per aver inventato Schwarzenegger).
                    Alba Rossa, francamente, lo trovo uno dei film più bizzarri della storia del cinema. Accomunato (per ovvie e giuste ragioni) al revisionismo destrorso e all'azione insensata alla Rambo, a ben vedere è un'avventura formativa per ragazzi che qua e là pare quasi un film di J.Ford (c'è anche B.Jonhson, mi sovviene), e in generale è un film lento, serioso, sentimentale, quasi pacifista, per nulla incline a glamourizzare l'atto bellico. Credo che Milius volesse irritare certa critica d'epoca che gli dava del nazista un giorno sì a l'altro pure, rispondendogli con una vera e propria trollata provocatoria (l'idea demenziale e genialodie dell'invasione comunista, che d'altro canto concretizza certe inquietudini latenti in tanta sci-fi classica anni cinquanta). Non mi piace granchè, anche perchè ha personaggi piuttosto piatti e situazioni troppo camp e strampalate, ma un certo fascino non gli manca.

                    In ogni caso, anche solo per aver creato Apocalyspe Now Milius è da considerarsi un genio.
                    Su youtube si trova da tempo questa bella intervista, la linko che male non fa: https://www.youtube.com/watch?v=i4nY2J1gRzg

                    Anni fa lessi che stava appunto preparando Gengis Khan, soggetto ideale per la sua poetica barbarico-epica, ma poi ha avuto un ictus e non ne ho saputo più nulla.
                    Ultima modifica di papermoon; 30 August 20, 15:15.

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                    • Tokyo Vampire Hotel di Sion Sono

                      Mi riferisco all'intera serie di Prime Video (10 episodi) e non alla versione tagliatissima da 142 minuti (basti pensare che le serie dovrebbe durare complessivamente sulle sei ore e mezzo!). Che dire, probabilmente l'ennesimo capolavoro del regista giapponese. C'è tutto Sono, dagli eccessi completamente sopra le righe fino all'intimismo tragico. Non so come fa a miscelare insieme Kubrick, Tarkovskij e De Palma all'interno - tra l'altro - di un contesto nipponico-fumettistico e a farlo funzionare. Regia ispiratissima, sceneggiatura delirante e geniale. Gli ultimi 3 episodi sembrano completamente slegati dal resto, una sorta di coda finale un po' prolissa ma capace di dare completezza all'opera, che passa dall'essere un gioco pulp e pop ad una sorta di riflessione filosofica sul tempo e sull'identità, sul simulacro e sul reale.
                      https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                      • Ho visto

                        Yesterday di Danny Boyle.
                        Avevo grandi aspettative devo dire vista la mia passione per i film musicali e la musica pop, in aggiunta alla grande stima che ho di Richard Curtis come sceneggiatore e regista. Sinceramente è stata una grande delusione. Lily James è sempre perfetta (una grande attrice si vede in questi ruoli semplici), il protagonista è bravino e simpatico ma tutta la storia non regge, non sono riuscito ad avere la giusta sospensione dell'incredulità. Vedere un ragazzo che nel 2019 prende la chitarra e si mette a strimpellare Yesterday e tutti attorno "O gesù è la cosa più bella che abbia mai sentito" sinceramente non regge e fa ridere male. In tal senso più veritiera la scena di lui che cerca di suonare Hey Jude al piano ai parenti che giustamente non vengono chissà quanto colpiti, anche se l'intento reale della scena sarebbe quello di far vedere che i parenti sono ignoranti perché nel 2019 sentono uno che canta Hey Jude al piano (è un mondo in cui esiste Ed Sheeran, con un ruolo cameo nei panni di sè stesso tirato fin troppo per le lunghe) e non si strappano le vesti urlandogli "Mozart è risorto".

                        In generale la storia nella prima metà è così demenzialmente provinciale che non mi è molto dispiaciuta, e rende comprensibile perché Boyle può avere accettato di dirigerla, dalla seconda metà prende i binari banali del ragazzo che deve scegliere tra affetti e successo e diventa tutto molto piatto, e anche parecchio poco approfondito.
                        Boyle regala qualche scena psichedelica delle sue ma che pare sempre un po' fuori contesto e più esercizio di stile che altro. Interessanti le scene ambientate nella casa discografica, regia e scenografia presentano personaggi e ambienti come se fossero i laboratori dei villain dei film di James Bond (Boyle ha girato questo film dopo aver mollato bond 25 giusto?). Tematicamente però un accostamento un po' trito e ritrito.

                        Il finale con la musica dei Beatles che viene donata al mondo gratuitamente è la giusta chiusa rockettara in un film tributo ad una band simbolo della controcultura anni 60. Peccato che per il resto del film l'impatto culturale dei Beatles non venga trattato e si banalizzi il loro significato al mero valore musicale, cosa che come detto rende l'idea alla base del film un po' ridicola.
                        E poi Paul McCartney non ha messo la sua musica su Spotify fino al 2016 o 2017 mi pare. Non so quanto sarebbe d'accordo col finale di questo film . Allora forse il finale è una specie di critica all'inglobamento della controcultura nel mainstream?. Chissà...


                        Jumanji the next level:
                        Il primo era una stronzatina divertente, questo una stronzatina ugualmente divertente, Secondo me è così che bisogna scrivere il sequel di un blockbuster di successo. Riproporre la stessa cosa ma ribaltando alcuni punti essenziali. Cosa che questo film fa con diverse ideucce indovinate. Evitare di fare come quasi sempre capita un sequel più grande, più spettacolare (e secondo la tendenza moderna almeno 45 minuti più lungo) dell'originale una buona cosa.

                        Flashdance di Adrian Lyne: Visto ora abbastanza inspiegabile come mai questo film sia diventato un cult. Forse era il film giusto al momento giusto essendo una serie di video musicali (mtv nasceva mi pare quell'anno) con una specie di storia inesistente a tenerli incollati, evidentemente fatti solo per pubblicizzare la ormai mitica colonna sonora (quella si ancora ganza). Non so come film "capsula" iper anni 80 trash c'è roba molto più divertente (e pure dello stesso regista), questo film è proprio cestinabile.
                        P.s: Lyne secondo me resta al top quando si tratta di girare scene che rivelano un forte erotismo sporco e sotteraneo. In questo film la scena più erotica è quella in cui la protagonista parla col sui amante e si slaccia e poi toglie il reggiseno senza togliere la felpa. Meglio di tutti gli zoom sui culi durante i balletti e gli striptease.
                        Ultima modifica di Sebastian Wilder; 07 September 20, 19:31.

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                        • Visti

                          Slither di James Gunn (2006).


                          James Gunn oramai è un nome abbastanza noto nel cinema mainstream, dopo il successo degli osannati quanto sopravvalutati Guardiani della Galassia, di cui vidi solo il primo film trovandolo una mediocrata, adesso è alle prese con il sequel di Suicide Squad ed il terzo ed ultimo capitolo del Guardiani, che lo terranno occupato nel breve e medio periodo. Prima di tutto questo Gunn era uno sceneggiatore di alcune pellicole della casa di produzione indipendente della Troma, per approdare nel 2006 alla sua prima regia ufficiale con questo Slither, pellicola che partendo da uno spunto fantascientifico (meteora contenente un parassita alieno che si schianta in un piccolo paesino della provincia americana infettando sempre più abitanti prendendo possesso dei loro corpi), vira sull'horror di serie-B con una marea di riferimenti a certe pellicole di genere degli anni 50' come l'Invasione degli Ultracorpi di Don Siegel (1955) e certo cinema di David Cronenberg, Peter Jackson e del duo Stuart Gordon e Brian Yuzna, con chissà quanti altri riferimenti per gli amanti del genere horror di serie B quale però non sono io.
                          James Gunn precisiamo non è mai stato un genio del cinema, nè un grande regista, il suo Guardiani della Galassia (2014) aveva qualche idea visiva sopra la media delle pellicole Marvel (anche se troppo pulita nelle immagini), ma una sceneggiatura banale nella narrazione, con dei dialoghi che cercavano di essere troppo cool e per questo poco sentiti con un umorismo dozzinale per ragazzini delle scuole medie, che ha incontrato però largo consenso perchè oramai gli spettatori e la critica non sono altro che per la maggior parte dei bebè poco cresciuti.
                          In Slither non è che tutto sia rose e fiori, ma sicuramente la scala ridotta ad un budget adeguato sui 15 milioni ma di certo lontanissimo da quello monstre dei successivi blockbuster Marvel, preservano lo spirito più irriverente e cattivo del regista, poco incline a dover piacere a tutti e più a suo agio nel compiere certe scelte dal punto di vista visivo, mentre sui personaggi come nei Guardiani della Galassia il regista compie una ricerca più veloce nelle loro caratterizzazioni (lo sceriffo, l'insegnante, il repubblicano amante delle armi etc...), ma il Rated-R gli consente di giocare molto sulla componente sessuale dei caratteri, come Grant (Michael Rooker) uomo frustrato dal non poter far sesso con la moglie Starla (Elizabeth Banks), che non si sente molto in vena in questo periodo. Il parassita alieno assumendo il controllo di Grant, ne accentua l'istinto sessuale e le necessità riproduttive, in realtà utili anche all'alieno che in questo modo potrà riprodurre sè stesso e prendere il controllo di altre persone.

                          James Gunn abbraccia il post-modernismo pienamente, premendo a tavoletta l'acceleratore sul lato dell'esagerazione creando una pellicola ultra-splatter, citazionista, grondante di sangue e sopratutto disgustosa a vedersi, senza però che questo eccesso di "basso" finisca con il renderlo uguale ad altre pellicole del genere a livello di tono, grazie a certe punte di umorismo ed ironia che rendono vedibile anche le scene sulla carta risultano essere più insostenibili, giocando così in modo irriverente con le immagini costruite come la donna palla ultra cicciona nel fienile dove il regista unisce efficacemente più generi tra loro, dimostrando inoltre di avere buona fantasia nella realizzazione di questi essere disgustosi ma in fondo strambi e bizzarri a vedersi.
                          Se i vermi agiscono solo in funzione della necessità di trovare un corpo ospite, non fermandosi praticamente mai nella ricerca se non vengono uccisi, James Gunn gioca con i mutamenti del corpo una volta che uno di questi vermi controlla un corpo umano, facendoli diventare sempre più affamati di carne e sempre più ripugnanti e disgustosi, arrivando tramite Grant a fondersi in composizioni di carne che ricordano un pò il mostro di From Beyond di Stuart Gordon (1986) e la mezz'ora finale folle di Society - The Horror di Brian Yuzna (1990), ma senza il sottotesto politico di quest'ultimo, perchè James Gunn è capace di creare scene folli partendo da una sceneggiatura molto derivativa ed abbastanza elementare, ma non risulta essere un pensatore profondo nè un attento indagatore della società che lo circonda come invece sono le pellicole che ho citato sopra (non bastano 30 secondi in cui gli alieni dichiarano di odiare i repubblicani), nè abile a portare avanti gli spunti iniziali della pellicola (Starla fa una lezione sull'evoluzionismo e l'adattabilità delle specie viventi ad inizio film, che avrebbe potuto legarsi con la vicenda narrate molto meglio), con il risultato di confezionare una pellicola si gradevole, ma in fondo ripiegata in sè stessa nel fattarello risaputo di cui narra con spirito un pò cazzaro e sopra le righe (divertente il finale e la questione della granata), diventando alla fine un film nè carne e nè pesce.
                          Flop ai botteghini alla sua uscita, ma capace di diventare nel giro di qualche anno un cult apprezzato (e sovrastimato) dal pubblico horror e dalla critica non solo di genere che fece drizzare le antenne alla Disney che lo chiamà per affidargli dei loro progetti, in cui però James Gunn ha reso banale e commerciali alcuni degli spunti interessanti del suo stile, che andavano coltivati e sviluppati meglio in altre opere.

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                          • Super - Attento Crimine!!! di James Gunn (2010).

                            Non sono un fan del cinema post-moderno se non sorretto da un'idea di forma alla sua base, James Gunn nei suoi lavori si approccia sempre con un'anima indipendente a prescindere dalla produzione affidatagli, però le sue intuizioni non sono mai sorrette dagli istrionismi visivi e tecnici degli epigoni a cui si rifà; in primis Peter Jackson e Sam Raimi di cui in fondo si pone come un discepolo un pò irriverente, ma senza afferrare pienamente l'anima del loro cinema per poi farsi uno stile proprio.
                            Per un regista come James Gunn sempre appassionato al genere, seguire la moda dei cinecomics, creandosi però un suo personale cinefumetto che non ha origine sulla carta e che è stato accostato dalla critica al fenomeno Kick Ass di Mattew Vaughn (2010), per l'ultra-violenza splatter ed il tono sgangherato sopra le righe con un'aria fai da tè nei costumi e nel modo di porsi dei personaggi. Per il sottoscritto il film di Vaughn è una mediocrata furbetta che ha fatto parlare molto di sè solo per la presenza di sangue e lo stile di linguaggio ultra sboccato, ma in fondo era un prodottino innocuo che poteva scuotere giusto un adolescente brufoloso che pensava che Iron-Man ed i Fantastici 4 fossero i film più fighi del mondo, di certo non uno spettatore che ne capisce di cinema. Il film di Gunn ha moltissima carne a fuoco, forse eccessiva per i 90' minuti di durata ed i mezzi limitati a disposizione, se il secondo aspetto non è mai stato un problema troppo grande per Gunn cresciuto alla Troma tra sangue, dialoghi scurrili, umorismo caciarone e sesso (tutti elementi che troviamo nel suo precedente Slither e anche qui), per quanto riguarda la sceneggiatura, di solito i suoi script sono sempre stati elementari, meri canovacci per avere qua e là degli spunti visivi o per mettere in primo piano i personaggi, qui in Super - Attento crimine!!! (2010), il regista scade nel difetto opposto, confermando di essere ancora un cineasta acerbo nonostante un potenziale talento che però risulta vittima del suo ego artistico e avrebbe bisogno di un co-sceneggiatore per poter far esprimere al meglio il suo stile irriverente, che con solo lui al timone del progetto, finisce con il far emergere solo il lato cazzaro.
                            L'unica cosa super in questa pellicola, è la totale coglionaggine del protagonista Frank Darbo (Rainn Wilson), un cuono fallito di terza categoria che lavora in un posto men che mediocre, il cui unico appagamento dalla vita è aver sposato in modo fortunoso una donna super figa di nome Sarah (Liv Tyler), tossicodipendente sulla via del recupero, che decide un giorno di mollare il marito per mettersi con Jacques (Kevin Bacon) uno spacciatore che gestisce il traffico locale. Depresso da tutto questo, Frank ha assurde visioni nelle quali vede Gesù e addirittura sente la voce di Dio, credendo di venir scelto da lui per diventare un supereroe e combattere il crimine, cucendosi un costume artigianale ed andando in giro con una chiave inglese a spaccare la testa alla gente, diventando un fenomeno mediatico in breve tempo, conosciuto con il nome di Saetta Purpurea.

                            Gunn non è mai stato uno sceneggiatore raffinato, nè una persona abile a mettere su carta qualcosa di più profondo di ciò che apprese alla Troma confezionando un prodotto che va poco oltre il giocattolone tranne in un paio di situazioni che presentano delle intuizioni qua e là che se ben disciplinate, avrebbero potuto elevare di molto questo discreto prodotto dallo stile registico schiettamente amatoriale ed indipendente in ogni suo frame, anche se risaputo con l'uso della macchina a mano praticamente ovunque (ma alla fine lo rende anche differente dalla solita patina Hollywoodiana) e che di tanto in tanto rinfresca con l'uso delle onomatopee, anche senza la genialità di un film schiettamente pop come Scott Pilgrim vs the World di Edgar Wright (2010), che però godeva anche di tutt'altro budget rispetto ai soli 2,5 milioni di questo Super e con gli attori che hanno preso il minimo sindacale. La differenza tra Frank ed i criminali contro cui si scaglia è labile se non nulla; anzi, il primo è sicuramente molto più pericoloso dei secondi, perchè sente di essere nel giusto in quello che fa, quando altro non è che una persona disturbata di mente, che va in giro a spaccare la testa alle persone, solo che facendolo con un costume addosso, viene considerato un fenomeno su cui riderci addosso, come d'altronde sarebbe recepito nella vita reale una figura del genere (anche se il tono esagerato manda in vacca il realismo che Nolan avrebbe saggiamente impiegato, questo cretino durante le sue ronde gira in macchina e nessuno prende la targa?).
                            Però tutto questo è narrato con uno stile sin troppo sopra le righe, che finisce con il far passare le caratteristiche reazionarie della personalità di Frank in secondo piano, buttandola troppo sull'esagerazione scoperta e sui deliri visivo-religiosi da burletta, che finiscono con accentuare troppo iperbolicamente le sue vicende con l'effetto di depotenziare fortemente una figura come quella di Frank, che dovrebbe risultare invece inquietante; non è un caso che invece la commessa del negozio di fumetti Libby (Ellen Page) funzioni molto meglio e forse sarebbe stato più indicato scrivere l'intero film in sua funzione rendendola protagonista, perchè come saggiamente evidenziato da qualche recensore, Super è fondamentalmente Ellen Page, l'interpretazione schizzata dell'attrice con i suoi gridolini, le improbabili acrobazie, la vena comica eccessiva (a me ha fatto ridere per ogni sua scemenza pronunciata) ed i trip mentali del personaggio fortemente ancorati alla realtà quotidiana di un lavoro ridicolo, poichè basa la sua realtà su dei sogni fantasiosi irrealizzabili, letture di fumetti mediocri e varia banalità, che trovano una valvola di sfogo solo quando decide di diventare Saettina, spalla del protagonista, facendo emergere la sua personalità (questa si inquietante) di psicopatica assassina, che si cela dietro un costume ridicolo e che la porterà ad un inebriante delirio di violenza in cui brucerà tutto sè stessa.
                            Ellen Page, una certa violenza sgangherata ed amatoriale, il buon Kevin Bacon che questi cattivi li sa fare ed un finale sentitamente melodrammatico, danno una dignità ad una pellicola che avrebbe dovuto sfruttare al meglio le numerosi intuizioni alla base e che purtroppo come già detto il Slither (2006), si rifugia nella cazzatona totale che si ripiega in sè stessa.
                            Ultima modifica di Sensei; 09 September 20, 23:48.

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                            • Il Posto delle Fragole di Ingmar Bergman (1957).

                              50 anni di lavoro prestigioso come accademico e dottore, un figlio, una domestica per le faccende di casa ed un'esistenza creduta fino a quel momento tranquilla, fino a che uno strano sogno sconvolge la vita borghese del professor Isak Borg (Victor Sjostrom); l'uomo si trova in un posto tangibile e concreto, molto attinente alla realtà, eppure così straniante e allucinato con quel bianco e nero fortemente contrastato, da far intendere di trovarsi in uno stato di sospensione temporale, come sancito dagli orologi senza lancette e da un tetro incontro con un carro funebre, il tempo per il 78enne professor Isak è oramai prossimo alla scadenza. Nel viaggio intrapreso da Isak verso Lund per ricevere un riconoscimento per la sua carriera, la nuora Marianne (Ingrid Thulin), gli rinfaccia il suo egoismo marcato e l'essere un anaffettivo emotivo verso il prossimo, l'anziano professore lungo il tragitto ripensa a tutta la sua esistenza sulla base di esperienze passate sognate o rivissute in terza persona, tramite la sua presenza da anziano in vicende che pensava acquisite se non superate, ed invece risultano sulla base della vita condotta adesso che lo hanno reso un individuo solo, chiuso in sé stesso ed anaffettivo, in pratica un vecchio che vedendosi nello specchio di Sara (Bibi Andersson), vede con sommo terrore non tanto il tempo trascorso, ma l'aridita' interiore che nulla ha saputo dare al prossimo, concependo la sua vita come elogio di sé.
                              Per Ingmar Bergman la presa di coscienza non passa tramite la merca dialettica, ma con l'autoanalisi di sè stessi tramite il vedere la propria immagine da un punto di vista terzo, come se si rivivesse la scena di un delitto, di cui il soggetto che rivive le esperienza passate è l'imputato la cua esistenza viene messa a processo e la condanna per una vita tanto arida non può che essere la solitudine eterna, uno scacco che non lascia alcuna speranza ad un uomo la cui vita oramai è quasi alla fine.

                              Se il passato ha portato a questo, il presente può dare una seconda possibilità, nel tragitto in macchina verso l'università, Isak e Marianne daranno un un passaggio lungo la strada a tre giovani; Sara (sempre Bibi Andersen), Anders e Viktor, che gli doneranno una prospettiva differente sul proprio vissuto complice anche la loro irruenza dovuta alla giovane età; Anders è un teologo, mentre Viktor ha una mente più razionale e scientifica, per questo litigheranno aspramente sull'esistenza di Dio; dacchè Sara metterà fine alla discussione con un sagace "Allora esiste o no?": L'esistenza di Dio non può essere decisa in una mera scazzottata e argomentazioni sulla sua esistenza si affastellano da millenni con fior fiore di filosofi che hanno detto la loro sulla questione; di sicuro è una strada che ad Isak non interessa e subito glissa quando verrà interpellato sulla faccenda dai due giovani, perchè per Bergman la risoluzione dei problemi non trova risposta nella trascendenza ma nell'immanenza, infatti la ragazza Sara che porta il nome oltre che una somiglianza marcata con la cugina che amava anni addietro, è la figura che tormenta sempre più frequentemente Isak in questo road movie metafisico basato sul concetto di tempo che scorre inesorabilmente.
                              Costellato da continui flashback, con scene marcatamente oniriche e visioni da incubo, l'esistenza di Isak pur essendo alle battute finali è un continuo divenire, la soluzione sembra speculare a quella del Settimo Sigillo uscito nel medesimo anno; l'anziano professore probabilmente non potrà fare nulla di più per sè stesso e la condanna della solitudine che lo attenderà, però ha ancora il potere di poter fare dono della sua esperienza di non-vita alle giovani generazioni, in primis il figlio che sta percorrendo la medesima strada e al contempo apprendere da Sara, Anders e Viktor come trovare pace si sè stesso abbandonandosi ai teneri e pacificati ricordi d'infazia, affrontando così serenamente il tempo rimanente concessagli.
                              Capolavoro assoluto del maestro svedese, Il Posto delle Fragole di pone come l'altra faccia della medaglia del Settimo Sigillo, se nel film precedente c'era la ricerca disperata del cavaliere di guadagnare tempo per cercare le rispsote ai suoi dubbi esistenziali, qui invece si tratta di accettare i propri fallimenti passati per cercare di vivere al meglio il poco tempo rimanente, Bergman visto sempre come un regista pessimista, in realtà in questo dittico offre un barlume di speranza ai personaggi che dovranno fare il sacrificio di sè a favore degli altri per poter trovare così una propria serenità interione nell'affrontare il momento del trapasso.

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                              • Wasp network di Olivier Assayas

                                Nonostante l'accoglienza non entusiasmante sono sempre stato curioso di vedere questo film.
                                Senza andarmi a rileggere le recensioni non mi é difficile immaginare i difetti trovati dalla critica: Assayas dimostra di non trovarsi completamente a suo agio con un film dagli intenti più commerciali, con un cast internazionale e girato in due lingue (spagnolo e inglese) diverse dalla propria, contrariamente ai suoi film precedenti di tutt'altro tipo. Il risultato é un prodotto che, per approccio registico, montaggio e altre soluzioni tecnico-narrative pare essere rimasto tra la fine degli anni '90 e l'inizio dei 2000; mancante a volte del ritmo adeguato e con un montaggio che non rende sempre ben chiaro lo scorrere del tempo e che, soprattutto nella prima parte del film, introduce i personaggi all'improvviso quasi come se mancasse una scena precedente. Inoltre, non sempre il dramma dei protagonisti riesce a coinvolgere lo spettatore come si deve.

                                Al di lá di questo é comunque un film godibile, certamente non noioso o pesante, basato su fatti reali non straconosciuti, che rivela le informazioni importanti poco alla volta e si puó guardare tranquillamente senza pur pretendere il capolavoro.
                                Ultima modifica di aldo.raine89; 11 September 20, 12:12.

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