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  • Il diritto di contare.
    Buon film, che prende la struttura solida dei film sportivi e scolastici americani (a riprova di quanto certo cinema commerciale possa portare poi le basi strutturali per essere sfruttato anche in altri contesti) per raccontare una bella e poco conosciuta storia sulle donne di colore che hanno contribuito ai lanci spaziali USA. Da questi film, dicevo, viene ripresa la tematica e lo schema di un gruppo di outsider che faticano ad integrarsi in un contesto in vista di un grosso evento, e che trovano appoggio in una figura "saggia" (Kostner, oramai incarnazione dell'America più rassicurante, qui come nei suoi ultimi ruoli) un forte appoggio ed in una serie di archetipi (l'algida bella Dunst, il secchione Parson) delle figure "nemiche" da "conquistare" per ottenere il dovuto riconoscimento. Per vivacizzare la noia legata al racconto di un gruppo di cervelloni persi nei loro calcoli, scrittori e regista riempiono il film di corse e di musica soul. Scelte efficaci e che ben si sposano con la vita frenetica di un gruppo di donne che sono madri, lavoratrici stacanoviste e studentesse modello e che quindi devono dividersi su più ruoli. Altra scelta efficacie è nell'uso di colori, contrapponendo ai coloratissimi abiti e ambienti delle protagoniste la rigida e quasi ospedaliera austerità della Nasa. Per rendere bene l'euforia della corsa allo spazio, gli astronauti vengono filmati come delle star e vengono, volutamente, scelti con facce belloccie da copertina. Kostner a più riprese viene visto masticare chewing gum, scelta curiosa, e che, curiosamente, si sposa col fatto che nessuno viene visto fumare all'interno del film, nonostante il tabagismo fosse dilagante all'epoca (basta vedere Rod Serling). Forse un pò troppo "agiografico" nel mostrare i personaggi principali e le loro controparti amorose, ma la bravura degli interpreti ed il buon ritmo valgono la visione.
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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    • Un profilo per due.
      Deliziosa commedia francese, impreziosita dal ritorno del grande Pierre Richard, elettrico ottantenne che ancora riesce a spaccare in questi film e che, invecchiando, si è "abbellito" regalando a noi spettatori un volto "alla Merlino".
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      • The Hate U Give (2018)




        Dalla locandina mi aspettavo un film di formazione, nonostante un titolo che già a prima vista richiama l’acronimo THUG. L’inizio, infatti, è un connubio delle due cose, con un padre che, in procinto di andare in prigione, insegna ai figli a tenere le mani bene in vista e ad evitare gesti azzardati, perché chi lo sta venendo a prendere ha il grilletto facile.

        Arrivati al presente, qualche anno più tardi, mi ritrovo ad ascoltare nel giro di poche sequenze Kendrick Lamar, dei mugugni à la Travis Scott (probabilmente non suoi), Billie Eilish (prima del boom), Travis Scott & Kendrick Lamar, 2Pac e, un po’ piú avanti, Offset & Metro Boomin; una gioia per le orecchie e un film che mi ha riportato subito alla memoria il grandissimo Waves e, in campo televisivo, Euphoria. Una curiosità: sia qui che in Waves sono presenti due attori che hanno poi preso parte ad Euphoria; non solo, i due condividono lo stesso destino. Il quadro che si viene a creare con queste canzoni, abbinate a feste e racconti della protagonista, dà un bel significato alla musica, definendola come qualcosa che unisce, un’occasione per stare insieme... e un’occasione che il regista sfrutta per riunire nella sua filmografia le due parti del più famoso beef hip-hop: The Notorious B.I.G. (ritratto nove anni prima nel biopic Notorious) e 2Pac, del quale riprende un celebre verso (The Hate U Give Little Infants F’s Everybody [THUG LIFE]).

        In questo bel quadretto, non senza qualche nota stonata (le liti nel ghetto che sfociano in violenza), accade un episodio che cambia la vita della protagonista: il suo migliore amico viene ucciso davanti ai suoi occhi; dieci anni prima la sua migliore amica aveva avuto la stessa sorte, ma questa volta l’assassino non è un gangster, è un poliziotto.

        Anche se il film è di soli due anni fa, con la risonanza mediatica del movimento Black Lives Matter ora risulta ancora più attuale... oppure, alla luce anche di Barriere (se non sbaglio anche qui un ragazzo veniva ucciso in auto per un malinteso) di due anni prima, risulta come un “ve lo avevo detto”. Se da una parte il film di Denzel Washington era, per me, dimenticabile, dall’altra è strano che questo gioiellino sia passato abbastanza in sordina. I temi trattati sono diversi: c’è la già detta violenza nel ghetto, c’è la pressione dovuta all’esposizione mediatica e all’essersi ritrovata ad essere la voce di un popolo, c’è la tendenza dell’apparato dei media a deviare certe questioni, ci sono le manifestazioni che nonostante le buone intenzioni sfociano nella violenza, c’è un siparietto simpatico in salsa Indovina chi? sui rapporti misti (in cui si rivendica, tra le altre cose, l’importanza delle tradizioni), c’è il simbolismo come rifugio da un mondo fatto di violenza (non solo la religione, ma soprattutto la scelta dei nomi per i tre figli: Seven, la perfezione, Sekani, la gioia, e la protagonista Starr, una luce che risplende) e, attorno alla questione principale, ci vengono forniti più punti di vista: il poliziotto, che si dispera una volta visto che la sospetta arma era in realtà una spazzola, in una scena che sembra puntare il dito sul mercato libero delle armi; lo zio, un poliziotto di colore, che spiega la paura che deve affrontare un poliziotto ad ogni controllo; l’amica, che non avendo visto nulla basa la sua opinione (era uno spacciatore, se lo meritava) su ciò che dicono i notiziari; la malavita, che sembra aver accettato questa condizione e non considera la morte di un sottoposto una grande perdita, facendo pure pressione alla protagonista perché tenga la bocca chiusa e lasci “sbollire” questo caso nazionale; infine c’è Starr, che in tutto questo non contempla come si possa così facilmente togliere e, in seguito ignorare, una vita, evidenziando in maniera chiara e tonda la differenza di trattamento tra “black and white people”.

        Quando il film pare scadere nel melenso - un discorso di Starr nel pieno di una protesta - in realtà ha l’intelligenza di far passare un altro concetto - nonostante tutto, la loro voce non è abbastanza forte ed è destinata a venire ignorata.

        Dopo un finale di “spikelee-ana” memoria che ci porta ad un mexican stand-off che richiama quel verso di 2Pac, il film ha inoltre il merito di trasformare un monologo didascalico in un epilogo utopico che mette in pratica la lezione imperativa di Spike Lee.

        Perché, in fondo, se la violenza genera violenza e non c’è possibilità di fare luce su determinate questioni, forse è bene partire da se stessi per contribuire, nel proprio piccolo, a far brillare il mondo.
        'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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        • Altra infornata di genere, la prima parte, l'altra arriverà tra qualche giorno quando avrò voglia :

          Sette Note in Nero di Lucio Fulci (1977).

          Un taxi giallo, uno specchio rotto, una stanza rossa, un mobile, una rivista, il motivetto di un orologio, una sigaretta in un posacenere, un uomo con i baffi zoppicante, un omicidio di una donna anziana ed il suo cadavere occultato in una nicchia che viene murata; mettere insieme le visioni della parapsicologa Virginia (Jennifer O'Neil), dando a queste immagini un costrutto razionale ed una cronologia nei rapporti di causa-effetto, porterebbe alla risoluzione del labirintico caso, riguardante un corpo oramai ridotto a scheletro identificato nella scomparsa venticinquenne Agnese Bignardi, ritrovato dalla donna dopo aver sfondato il muro in una grande residenza di campagna, che Virginia voleva ristrutturare. L'uscita da questo intricato labirinto mentale può comportare la soluzione del giallo, in cui è sospettato principale il marito della protagonista, Francesco Ducci (Gianni Garko), poichè l'uomo era l'amante della Bignardi, il cui corpo essendo stato trovato nella sua villa, lo rende automaticamente il principale sospettato dell'omicidio che sembra poter essere avvenuto nel 1972 stando ai rilievi della scientifica.
          Lucio Fulci è stato un uomo ed un regista molto sfortunato in vita, sottovalutato dalla critica e rivalutato seriamente solo dagli anni 90' in poi, dagli anni 70' in poi cominciò a dedicarsi sempre più esclusivamente al thriller-giallo per poi approdare all'horror, seppur nella sua carriera abbia girato ogni genere possibile, ma nella miseria dei suoi budget e nella sofferenza di venire etichettato come un banale emulo in salsa gore e truculenta di Dario Argento, il regista in realtà ha sempre cercato di trovare nei suoi film una via originale rispetto a quella del cineasta romano, immergendo i suoi thriller con elementi fantastici ed in un'atmosfera onirica sin dai tempi di Una Lucertola con la Pelle di Donna (1971), estremizzando tale stile con questo Sette Note in Nero (1977), toccando uno degli apici della sua filmografia, grazie ad una sceneggiatura molto più centrata della media dei film di serie B e coadiuvato dalla fotografia del suo collaboratore storico Sergio Salvati, immerge la vicenda in un'atmosfera onirica, arrivando all'eccesso di zoom, inquadrature flou e primi piani sul viso di Jennifer O'Neil, rompendo e scardinando talune regole del thriller-giallo, puntando ad una risoluzione della vicenda che può trovare risposta solo mettendo insieme le visioni scaturite dalla donna, che soffre di ciò sino dall'infanzia, come possiamo vedere nel prologo in cui da bambina riesce a "vedere" il suicidio della madre, nonostante quest'ultima fosse in Inghilterra, mentre lei era in gita con la scuola a Firenze.
          Il piano di Fulci qui diventa più cerebrale e meno soggetto agli eccessi splatter di altri suoi lavori, peccando solo nel prologo iniziale con quel ridicolo pupazzone inquadrato in primo piano, per rappresentare il suicidio della madre di Virginia, indugiando in modo troppo prolungato sulle ferite scaturite dallo sfracellarsi del corpo contro la parete rocciosa durante la caduta, rivelando così eccessivamente la finzione, perchè per il resto è una pellicola che dosa l'uso del sangue, per concentrarsi invece sul meccanismo narrativo onirico.

          Fulci mette insieme i vari pezzi del puzzle delle immagini, che sembrano trovare riscontro nella realtà per giungere così sempre più vicino a far uscire dal carcere Francesco, ma a metà film dei dubbi si insinuano nella mente della donna sempre di più, perchè alcuni particolari non combaciano con i fatti riscontrati, dacchè in modo nefasto per le aspettative dello spettatore che avrebbe dovuto essere invece tenuto all'oscuro di questo dettaglio; Luca Fattori (Marc Porel), psicologo ed amico di Virginia, insinua dei sospetti in merito al piano temporale in cui avvengono le visioni della donna, gettando una luce più inquietante e sinistra, sulle immagini riportate dalla protagonista, poichè sarebbe stato molto meglio che lo spettatore avesse scoperto questo particolare insieme a Virginia, senza una persona terza che insinuasse nella mente tale dubbio.
          Se la sorpresa del piano temporale dell'avvenimento dei fatti è stata rovinata dagli sceneggiatori in modo maldestro a metà dell'opera, con un montaggio che un paio di volte ripete il medesimo indizio focalizzandosi sulla data di pubblicazione della rivista, fortunatamente l'opera riserva altri assi nella manica riguardanti l'interessante riflessione filmica sul soggetto pensante da cui sono scaturite tali visione e l'ineluttabilità dei fatti che avvengono in modo meccanico, senza che Virginia abbia alcun potere in merito al proprio destino, nè la capacità di sottrarsi a questo determinismo temporale che scorrere inesorabile, essendo destinata a vivere immagine dopo immagine la realizzazione di ciò che aveva visto, giungendo ad un magnifico finale che invece ribalta tutta l'atmosfera precedente giungendo ad uno schema più classico per il genere, confermando come fosse azzeccata per Lucio Fulci la definizione di "terrorista dei generi" non solo per lo shock che provocava nello spettatore inserendo stilemi personali per provocare uno shock nello spettatore, ma anche la capacità di ribaltare toni e stili nel giro di poche inquadrature, senza forzature sulla qualità del film.
          Sette Note in Nero vive di piccoli dettagli inquadrati abilmente dl regista, che verranno a collegarsi tra loro, regalandoci un ottimo thriller un pò paranormale, che non vuole cercare essere realistico, optando infatti per una messa in scelta smaccatamente onirica ed irreale, costruendo una struttura narrativo-stilistica eccessiva ed estremamente personale senza per questo risultare ridicolo, giungendo ad un finale che come suo solito risulta essere aperto, circolare e sopratutto cinico.
          Dispiace leggere ancora oggi di certa critica ufficiale che snobba tale pellicola, dando insulse valutazioni come le 2 stelline da parte di Morandini e Mereghetti, incapaci di vedere gli elementi di valore di un'opera che parte si da un paio di spunti presi da Profondo Rosso di Dario Argento (1975), ma subito se ne distacca per cercare una propria identità, come quasi sempre accadeva con le opere di Fulci.

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          • Quattro Mosche di Velluto Grigio di Dario Argento (1971).



            Terzo ed ultimo film della trilogia degli animali, con cui si chiude la primissima fase di carriera di Dario Argento, Quattro Mosche di Velluto Grigio (1971) si conferma essere un titolo di transizione nella filmografia del nostro "regista de paura", segnando il passo verso un approccio più visivo e fantastico rispetto alla classicità del precedente Gatto a Nove Code (1971), che nel suo essere un giallo classico ma con una sceneggiatura sconclusionata, risultava essere una pellicola mediocre rispetto alla fiammata dell'esordio dell'Uccello dalle Piume di Cristallo (1970), che ripensandoci in effetti resta una piccola vetta all'interno del thriller-giallo all'italiana, sia per una sceneggiatura più centrata nella componente investigativa e sia per l'intuizione di dare spazio ad una risoluzione di tipo visivo.
            Con il suo terzo film Argento sembra voler ritornare sui binari degli esordi, ma le singole intuizioni oltre ad essere oramai già viste alla sua terza pellicola, pagano il pegno di una componente narrativa ancora troppo forte e che quindi, mostra il fianco ad un intreccio improbabile con un finale buttato lì e troppo tirato per le lunghe con i tempi, inoltre sia la scrittura dei due protagonisti Roberto Tobias (Michael Brandon) che di sua moglie Nina (Mimsy Farmer), ci consegna due figurine scialbe e dall'anima poco "rock", nonostante la professione di batterista in una band da parte di Roberto, il quale paga pegno come Nina di essere interpretato da due attori iper-mediocri e senza che riescano a trasmettere un briciolo di interesse nei loro personaggi.
            Se la trama investigativa è quella che è ed i due protagonisti sono molto scialbi, incredibilmente funzionano molto bene i personaggi secondari, cominciando da Diomede interpretato dal mitico e sottovalutato Bud Spencer, che consiglia a Roberto di rivolgersi ad un investigatore privato di sua conoscenza per cercare di scoprire l'individuo che lo sta perseguitando tramite oggetti personali, minacce fisiche, telefonate e fotografie di un omicidio che Roberto avrebbe commesso in un teatro dopo una colluttazione accidentale con un individuo misterioso di nome Carlo Morosi, che da tempo spiava il gruppo musicale di cui Roberto faceva parte.
            Gli inseriti comici argentiani seppur scritti con il pennarellone grosso, colpiscono nel segno grazie alla sagacia dei loro interpreti, cominciando da Diomede, che grazie alle doti comiche del suo interprete Bud Spencer, è un personaggio sospeso tra visione umoristica nera dell'esistenza ad un pragmatismo marcato, non è un caso che l'uomo viva al di fuori della città e sia dedito alla pesca in un fiume cittadino dalle acque oramai inquinate, così come quando decide di incontrare nuovamente Roberto ad un'esposizione di pompe funebri, dove anche la morte è oramai commercializzata dal capitalismo, come sottolinea argutamente il grande Bud Spencer.
            Bravi anche gli altri due caratteristi del Professore (Oreste Lioniello), incaricato di sorvegliare la casa di Roberto e sopratutto del mitico detective omosessuale Gianni Arrosio (Jean-Pierre Marielle), che parte come una macchietta fastidiosa, per poi rovesciare ogni stereotipo, grazie anche alla sua serie negativa di ben 84 casi mai risolti, eppure mai come prima in questo caso sembra brillare di nuova luce deduttiva, giungendo a scoprire cose importanti sull'assassinio.

            Rispetto al precedente film, Quattro Mosche di Velluto Grigio già comincia in un modo migliore, con quei minuti iniziali con un montaggio da videoclip ante-litteram così poco usato ed inconsueto per l'epoca, delle prove della band rock di cui Robert svolge il ruolo di batterista ed è intento a lottare contro una mosca fastidiosa che gli ronza intorno, simbolo di un pensiero ossessivo, come quel sogno ricorrente riguardante un boia che tramite una scimitarra, decapita un uovo dall'identità sconosciuta in una piazza dell'Arabia Saudita, che in una chiave psicanalitica di stampo Freudiano potrebbe simboleggiare una delle paure più profonde dell'uomo, l'evirazione e quindi la propria morte sessuale, che nella pellicola prende forma nel suo tradimento a favore della cugina di lei, Dalia (Francine Racette), dopo che la moglie Nina viene mandata via a causa della situazione di pericolo venutasi a creare.
            Altro simbolismo è ovviamente rappresentato dal teatro che compare nelle battute iniziali della pellicola, dove avviene la collutazione tra Roberto ed il misterioso individuo spione, che finisce con la morte di quest'ultimo sul palcoscenico sotto dei riflettori accesasi, luogo per eccellenza della rappresentazione che nel cinema diventa messa in scena tramite il potere della macchina da presa con cui Argento gioca con buona abilità con le certezze dello spettatore divertendosi successivamente a sovvertirle.
            E' un peccato come queste singole intuizioni vengano devastate da una sceneggiatura sconclusionata, due protagonisti men che mediocri e dei dialoghi imbarazzanti, poichè meritavano miglior fortuna questi tocchi interessanti come i simbolismi della decapitazione e del teatro iniziale, il rallenty finale con l'incidente, le tre sequenze di omicidi e sopratutto l'artifizio visivo che porta alla risoluzione di un caso che non presenta alcun indizio empirico vero e proprio, che seppur risulti una scemenza priva di riscontri reali, alla fine è buono come spunto fantasioso, poichè per assurdo riesce a dare un certezza ad una pellicola che senza di esso non ne avrebbe alcuna, perchè l'immagine più assurda riesce a giustificare più di tante parole mal scritte come quelle nelle motivazioni finali dell'omicida.
            Il successo ai botteghini fu strepitoso, però a livello artistico seppur superiore rispetto al Gatto a Nove code, non raggiunge la qualità dell'esordio, forse perchè la pellicola sembra più girata in taluni punti da un clone "bravo" di Argento che dal regista in persona o forse semplicemente al terzo film semplicemente i topoi di Argento stanno cominciando a diventare dei clichè (soggettiva insita negli omicidi, voce stridula dai toni bassi dell'assassino, look dell'omicida identico, scelte estetiche che pigramente si appoggiano al suo esordio e così via), per fortuna di noi spettatori il regista romano con il successivo Profondo Rosso (1975), intraprenderà una svolta netta a favore dell'impronta visiva con esplosioni di fantastico, portando alla maturità certi elementi che in questa trilogia erano in nuce.




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            • Tenebre di Dario Argento (1982).


              "In un'indagine, eliminato l'impossibile, quello che rimane, per quanto sembri improbabile, deve essere la verità" (Sherlock Holmes)

              Misoginia e sadismo gratuito, sono state le principali accuse negative rivolte al regista Dario Argento nel corso della sua carriera, così il cineasta romano probabilmente stanco per un decennio e passa di critiche su tali argomenti, decide di tornare alle origini, dopo la parentesi horror di Suspiria (1977) ed Inferno (1980), con un giallo-thriller che ha tanto il sapore di una sorta di 8 e 1/2 per il regista, che si deve essere divertito non poco a prendere le argomentazioni dei suoi detrattori, sbatterle in faccia chiaramente tramite le accuse rivolte allo scrittore Peter Neal (Anthony Franciosa) da parte della giornalista lesbica Tilde (Mirella D'Angelo) e del critico Cristiano Berti (John Steiner) sul maschilismo e la perversioni esibita dei suoi lavori letterari, per poi infine divertirsi in una carrellata di suoi topoi cinematografici portati all'eccesso e all'esagerazione tramite virtuosismi tecnici sempre più esibiti, sangue in abbondanza ed una miriade di giovani donne vittime di omicidio.
              Lo spettatore dell'epoca un pochino informato, non faticava molto nel fare un parallelismo tra Argento e Neal, di cui quest'ultimo ne è il perfetto alter ego, capace di trasporre su a parole su carta (e pellicola) cosa si prova ad uccidere :

              "L'impulso era diventato irresistibile. C'era una sola risposta alla furia che lo torturava. E così commise il suo primo assassinio. Aveva infranto il più profondo tabù e non si sentiva colpevole né provava ansia o paura, ma libertà".

              Solo una mente folle e drogatissima come quella di Argento poteva conoscere così a fondo l'oscurità della natura umana nell'atto di compiere un gesto così ripugnante e lacerante, per poi rifarlo e rifarlo ancora senza provare alcun rimorso di tipo morale. La fotografia di Luciano Tovoli qui abbandona l'espressionismo pop claustrofobico di Suspiria, per abbracciare delle immagini asettiche che si intonano perfettamente con il quartiere EUR dove è ambientato gran parte della vicenda, scegliendo di togliere del tutto le ombre, presenti solo nel prologo iniziale in cui la voce narrante di Argento legge una frase del libro Tenebre, optando per l'uso di un'illuminazione costante senza ombre e negli interni colorare di bianco le pareti, dando una sensazione di rilassatezza mentale, proprio come deve essere la psiche dell'omicida capace di trovare un proprio equilibrio, solo nell'eccesso brutale dell'omicidio, di cui dopo l'atto fotografa in un eccesso vouyeristico i corpi delle vittime, in un atto quasi "masturbatorio", che gli provoca estremo piacere, tant'è che conserva in modo feticista le foto dei corpi devastati delle vittime, come se fossero delle riviste pornografiche.

              In Tenebre il piacere puro dell'omicidio tocca probabilmente i picchi più alti di tutto il cinema Argentiano, l'uso insistito della soggettiva, il sadismo estremo e quel continuo "pervertita" che l'assassino pronuncia nei confronti delle vittime femminili prima di ucciderle, provando un piacere quasi sessuale nell'atto, sono provocazioni che il regista rilancia ai suoi detrattori, prendendosi gioco delle loro critiche sopratutto nel finale che non deve essere assolutamente interpretato nei canoni della credibilità narrativa (non ne ha alcuna), ma secondo lo sberleffo meta-cinematografico in cui l'assassino si prende gioco dei protagonisti e degli spettatori tramite un'intuizione che ha ragion d'essere solo se filtrata dalla visione della macchina da presa, che rende tangibile e reale quella che nei fatti è una mera finzione, quindi tutte le accuse secondo la tesi di Argento non hanno ragion d'essere, perchè la settima arte è prima di tutto piacere insito della visione di un qualcosa di ricostruito; quindi falso, ed in quanto tale non si deve prendere troppo sul serio.
              Il cinema sarà anche costruzione di un inganno a cui sottostiamo spesso volentieri per il nostro piacere, però la risposta di Argento non risulta essere appagante o pienamente soddisfacente, poichè sin dall'intervista iniziale tra Peter e Tilde, quest'ultima viene vista con un certo astio dall'agente dello scrittore Bullmer ed il successivo comportamento della donna è quella di un'isterica che vive in funzione dell'amore per la sua partner, in pratica Argento alla critica delle femministe si limita e replicare con un'altra critica opposta e contraria, giungendo così ad un cortocircuito argomentativo che può prestare benissimo il fianco ad accuse di misoginia insito nel cinema argentiano, di cui però non vado oltre per noia assoluta verso tale campo d'indagine.
              Ritorno alle origini, presa in giro dei critici, il risultato è anche una tecnica esibita e spinta all'eccesso sino al manierismo, come quel piano sequenza prima dell'omicidio delle due lesbiche, una mera spacconata tecnica di stile, che di perde nell'inquadrare insistentemente i dettagli del tetto e della camera della partner di Tilde, in un esercizio vouyeristico tipicamente argentiano, ma totalmente indifferente per lo spettatore che viene così sbalzato fuori dal film; in generale si nota comunque una mano molto buona da parte di Argento nelle sequenze di omicidi, che sono numerose, molto sanguinose (compreso un braccio mozzato alla moglie del Berluska) e di varie tipologie (inclusa una all'aperto che sembra tanto fare Intrigo Internazionale, nel voler ribaltare tutte le caratteristiche di una scena di omicidio), ma al tempo stesso si avverte la sensazione di ripetizione e di ispirazione che sta venendo meno, per via di una struttura narrativa già risaputa e vista nelle precedenti opere del regista, oltre al fatto degli eterni problemi in fase di sceneggiatura con dei risvolti veramente poco credibili, se non altro la recitazione funziona (pure Daria Nicolodi, a parte nel finale dove risulta insostenibile se deve andare un pochino oltre il minimo sindacale) e il film risulta buono, seppur il successivo Phenomena (1985) sarà un pochino più interessante, ma non toglierà la sensazione che il meglio del regista sia stato negli anni 70'.
              Ultima modifica di Sensei; 06 October 20, 17:54.

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              • Phenomena di Dario Argento (1985).

                Definito dal critico di youtube Federico Frusciante e da alcuni fan di Argento come un "Suspiria dei poveri", l'etichetta risulta essere un pò ingenerosa per Phenomena (1985), perché in realtà pur avendo molto potenziale che però spreca durante la narrazione, alla fine risulta essere l'ultimo film di Dario Argento sopra la media prima di cominciare a dare segnali di sbandamento e crisi molto preoccupanti con i successivo Opera (1987), di cui non ho ricordi positivi rammentandolo come mero esercizio di stile, per poi crollare definitivamente con l'avvento degli anni 90' perdendo anche la tecnica visiva, avvitandosi in una spirale negativa senza fine, con ogni nuovo film sempre peggiore del precedente. Prima della fine c'è il canto del cigno, Phenomena rappresenta l'ultima scossa di Dario Argento, con i suoi pregi ed i molti difetti.
                Il regista prende spunto dal soggetto di Suspiria, con l'ambientazione del nord Europa (siamo in Svizzera), il collegio femminile, una serie di omicidi in serie e gli insegnanti dell'istituto come principali sospettati. Tolto questo, Argento pur mantenendo una certa componente orrorifica, fonde il tutto con il giallo contaminandolo con il fantastico, tramite l'espediente dei poteri di Jennifer Corvino (Jennifer Connelly), 14enne alto borghese figlia di un noto attore, qui capace di poter comunicare telepaticamente con gli insetti, verso i quali nutre un forte attaccamento, arrivando stringere amicizia con l'entomologo John (Donald Pleasance) e la sua cara scimmia da compagnia, scprendo sempre più cose sugli insetti, che permetteranno alla ragazza di far luce sui misteriosi delitti in serie.
                Per essere una pellicola di metà anni 80' del nostro cinema di genere, il comparto tecnico-estetico risulta di ottimo livello, a differenza di molti film contemporanei ad esso che invece cominciavano a pagare sempre più pesantemente dazio sotto tali profili, fortunatamente Argento all'epoca non solo riusciva a mantenere il suo stile su un piano visivo abbastanza diretto e aggressivo, ma aveva anche ottimi collaboratori come l'esecutore degli effetti speciali Stivaletti ed il direttore della fotografia Romano Albani, capace di catturare ottimamente le atmosfere limpide e montanare tipiche della Svizzera, iniettando perennemente luminosità innanzi all'obiettivo della macchina da presa, ma siamo innanzi ad una luce apparente, perché tale idillio è meramente fittizio, nascondendo il marciume che contamina tale luogo rompendone la quiete, tramite il primo splendido omicidio di una ragazzina (Fiore, la figlia del regista), con tanto di decapitazione e testa che rotola nel fiume sottostante; purezza e marciume viaggiano in parallelo tra loro in questa pellicola, toccando la fusione perfetta nella vasca con i residui umani, liquami ed insetti.

                Purezza esaltata dal bianco candore della splendida e giovane Jennifer Connelly, catturata dalla macchina da presa nell'atto della sbocciatura tra adolescenza e maturazione definitiva in donna, capace di essere in armonia con gli insetti e per questo discriminata dalle compagne e vista con diffidenza dagli insegnanti e dalla preside, in quanto diversa e quindi percepita come malata, venendo così costretta ad analisi e cure coattive.
                Jennifer soffre semplicemente di sonnambulismo, in questo limbo la ragazzina ha delle visioni ed un legame ancora più forte con gli insetti, arrivando infine anche a controllarli.
                I freak argentiani rappresentanti dalla protagonista e dall'entologo colpiscono per incisività, la scimmia che fa da compagnia al professore, finisce con l'aumentare l'aura stramba e difforme di Jennifer e John, ma alla fine ne sancisce la reciproca comprensione, purtroppo non sono ugualmente sfruttate al meglio la compagna di stanza di Jennifer (la nipote di Mastroianni), mera carne da macello da film dell'orrore degli anni 80', così come la preside relegata sullo sfondo e la vicedirettrice Bruckner, interpretata da Daria Nicolodi, come suo solito insostenibile nella recitazione, sbagliando tutti i tempi della pronuncia delle battute ed uccidendo la tensione ed i dialoghi (qui discreti e funzionali per la maggior parte), con la sua solita recitazione da burletta, venendo asfaltata di brutto non solo da Jennifer Connelly, ma anche dalla scimmia, che farà cosa molto gradita nel finale, che sarà trash quando volete voi, ma un deciso toccasana per le mie orecchie. L'atmosfera resta il punto di maggior pregio insieme alle intuizioni come la diversità, la necrofilia, la parapsicologia, il legame intimo ai limiti della sessualità con gli insetti ed un passato morboso da tener celato; troppa roba per Dario Argento, le cui doti di sceneggiatore sono sempre state lacunose e in Phenomena portano ad una narrazione per compartimenti stagni, dove la presenza di Jennifer risulta poco unificante anche per via dei troppi elementi tematici messi insieme che non riescono mai a creare una pellicola unitaria. Come molti film di genere nostrani, anche tra quelli più riusciti, Phenomena funziona per singole scene qua e là, ma non nell'insieme, eppure il soggetto avrebbe permesso di ottenere una pellicola quantomeno ottima se per una volta Argento avesse deciso di lasciare la scrittura ad altri, specie nel triplice finale, dove l'ultimo è veramente di troppo, ed inoltre bisogna dire che si avverte una sensazione di già visto qua e là, con una soggettiva oramai datata nell'uso stilistico e abusata da tanti film, con le musiche dei Goblin, Iron Maiden e Rolling Stone, che tranne una volta, poco si legano con la pellicola risultando fuori luogo e spesso fracassonate rumorose, trasportando lo spettatore fuori dal film più che immergerlo al suo interno. L'immagine infernale delle fiamme che bruciano sul lago è eccessiva, ma esemplifica meglio di tutte che il cinema Argentiano è prettamente sensoriale-visivo, ma a quel punto sarebbe occorso un salto verso l'abbandono definitivo di una narrazione classica, a favore di un approccio puramente teorico-astratto, dove la storia diviene una semplice traccia in cui imbastire la tavola artistica. Un buonissimo successo ai botteghini, critica divisa alla sua uscita come oggi, ma a conti fatti si può definire come l'ultimo film significativo di Argento, che di lì a pochi anni crollerà definitivamente risultando totalmente avvulso dai tempi.


                E' un peccato che nel libro scritto da Gidan 89 non ci sia nulla riguardante Tenebre e Phenomena, due film nettamente migliori e più interessanti di quelli dagli anni 90' in poi di Argento, di cui ho visto solo la morte del cinema; Il Cartaio ed il resto risulta tutto orribile stando alle recensioni che sono unanimi in proposito, senza contare Opera che seppur non l'ho valutato, me lo ricordo come mero esercizio di stile meramente manierista con una trama senza nè capo e nè coda, mentre 4 Mosche è un filmetto troppo sopravvalutato, discreto e sufficiente ok, ma nettamente inferiore a Tenebre e Phenomena, ben più interessanti e meritevoli di analisi.
                Gatto a Nove Code escluso dall'analisi sono contento, è proprio mediocre e avresti perso tempo e sprecato carta.
                Ultima modifica di Sensei; 06 October 20, 17:33.

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                • Phenomena per me è un cult

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                  • Originariamente inviato da Atlantide Visualizza il messaggio
                    Phenomena per me è un cult
                    Si, per ora se dovessi fare una classifica delle opere di Argento direi :

                    - Suspiria 8,5
                    - Profondo Rosso 8
                    - L'Uccello dalle piume di Cristallo 8
                    - Phenomena 7,5
                    - Tenebre 7
                    - Quattro Mosche di Velluto Grigio 6
                    - Il Gatto a Nove Code 5
                    - Il Cartaio 2

                    Su Phenomena mi sono espresso in modo esauriente sopra, è l'ultimo film sopra la media per Argento, perchè per il successivo Opera ho ricordi negativi.
                    Ultima modifica di Sensei; 06 October 20, 19:26.

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                    • E così, Sensei,non ti abbandoni al piacevole inganno della finzione filmica tramite il mantenimento di un distacco cerebrale che definisci con la frase fatta " non prendere sul serio".
                      Magari, quindi, sei forse tra quelli che di un personaggio famoso, per non sembrare del tutto tranciante ed ostile nei suoi confronti , concedi essere " un grande comunicatore".Ossia tolleri una ulteriore quota di ...Balle riversate nel discorso pubblico. Mi spiego poco come mai l' antidoto del disincanto non possa essere semplicemente preceduto dalla sobrietà delle esternazioni, se a maggior ragione sapete andare al sodo delle cose " serie".
                      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                      • Sensei anche io preferisco Tenebre e Phenomena (ma non ne sono un grande ammiratore) ad alcuni film che ho trattato nel mio libro, ma non ho scelto in base alle preferenze personali. La mia analisi si concentra prevalentemente sugli aspetti psicanalitici, e facendo i miei studi sono giunto alla conclusione che determinati film fossero più idonei ed interessanti, aldilà della qualità in sé della pellicola, altrimenti non avrei inserito La terza madre o La sindrome di Stendhal. L'autobiografia del regista è stata fondamentale.
                        4 Mosche non è sopravvalutato perché generalmente è uno degli Argento meno visti. Per tantissimi anni non è stato distribuito né in dvd/vhs né trasmesso in tv, la sua riscoperta è stata una cosa assai recente, tant'è che mi sono regalato la collector's edition in blu ray proprio dopo aver finito gli studi. Nel momento in cui decisi di scrivere la tesi su Argento, ci fu una strana convergenza generale verso la sua figura: nel giro di pochi mesi venne sdoganato 4 Mosche ed uscì la versione restaurata di Suspiria.
                        Ah, personalmente metto 4 Mosche al quarto della mia personale classifica argentiana. Credo che sia una goduria registica.
                        https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                        • A livello psicanalitico Tenebre e Phenomena credo siano stra-pieni di riferimenti in materia, ed essendo più belli credo avrebbero meritato la priorità a livello di trattazione, per questo mi stupisco della loro mancanza anche alla luce del criterio che hai deciso di seguire nel tuo libro. Comunque Inferno conto di vederlo a breve e vedo che lo hai fortunatamente recensito, quindi dopo la visione si và di lettura.

                          A livello Home Video diciamo che preferirei delle edizioni fatte bene per Tenebre e Phenomena rispetto a 4 Mosche ma vabbè ^^, Phenomena lo comprerei senz'altro in BD ad esempio se lo pubblicassero qui in Italia.

                          4 Mosche di Velluto Grigio poggia troppo su una trama giallo di stampo classico nelle indagini a scapito di una soluzione visiva (che per quanto fantasiosa ed improbabile) emerge solo nelle battute finali, inoltre esteticamente la perdita di Storato che c'era nel suo esordio è stato un brutto colpo. Paga inoltre due protagonisti scialbi, non è un caso che Diomede e il detective gay li asfaltino di brutto.
                          Ultima modifica di Sensei; 07 October 20, 12:15.

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                          • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                            A livello psicanalitico Tenebre e Phenomena credo siano stra-pieni di riferimenti in materia, ed essendo più belli credo avrebbero meritato la priorità a livello di trattazione, per questo mi stupisco della loro mancanza anche alla luce del criterio che hai deciso di seguire nel tuo libro. Comunque Inferno conto di vederlo a breve e vedo che lo hai fortunatamente recensito, quindi dopo la visione si và di lettura.

                            A livello Home Video diciamo che preferirei delle edizioni fatte bene per Tenebre e Phenomena rispetto a 4 Mosche ma vabbè ^^, Phenomena lo comprerei senz'altro in BD ad esempio se lo pubblicassero qui in Italia.

                            4 Mosche di Velluto Grigio poggia troppo su una trama giallo di stampo classico nelle indagini a scapito di una soluzione visiva (che per quanto fantasiosa ed improbabile) emerge solo nelle battute finali, inoltre esteticamente la perdita di Storato che c'era nel suo esordio è stato un brutto colpo. Paga inoltre due protagonisti scialbi, non è un caso che Diomede e il detective gay li asfaltino di brutto.
                            Edizioni in blu-ray fatte bene di Tenebre e Phenomena esistono. Che ti frega che l'editore non è italiano, la traccia audio nella nostra lingua c'è.
                            Per quanto riguarda la valutazione di 4 Mosche, ormai ti conosco come utente, sei molto razionale nell'approccio all'arte, ma non tutti gli autori sono fatti per essere apprezzati tramite certi parametri, certe volte bisogna soltanto lasciarsi andare. E' un po' come la musica, o ti piace o non ti piace, le disquisizioni tecniche sono secondarie e spesso anche inutili. Vidi 4 Mosche per la prima volta tanti anni fa ma non ero ancora maturo, tant'è che non mi disse molto. Rivedendolo recentemente (4 anni fa), invece ho goduto molto. Le sequenze bellissime si sprecano. Tutto l'inizio (fino al teatro), l'omicidio nella metropolitana, l'omicidio nel parco, il finale, ma anche i singoli movimenti di macchina sparsi per la pellicola sono di grande gusto. Credo che De Palma c'abbia sguazzato parecchio Inferno ad esempio non segue assolutamente i canoni tradizionali della scrittura cinematografica, ed ancora più che in 4 Mosche non avrai nessun protagonista interessante, anzi, sono meno che monodimensionali. E' tutta una continua invenzione visiva.
                            https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                            "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                              Paga inoltre due protagonisti scialbi
                              questo è un problema atavico di tutto il cinema di Argento, i suoi personaggi (e le interpretazioni dei suoi attori) sono notoriamente "scialbi" nella stragrande maggioranza dei casi. Così come le sue storie sono tipicamente confuse o banali, con soluzioni narrative spesso iperboliche e implausibili. Il problema sta nel manico, nella scrittura, nelle sue "sceneggiature sbrindellate scritte di getto in alberghetti di periferia" (immagino che Gidan 89 apprezzerà molto questa mia citazione ). Argento scrittore non vale molto, diciamo 10 volte di meno di Argento regista. La sua forza, il suo genio è tutto nella stile, nella forma, nelle invenzioni visive. Dario Argento è un manierista!

                              Ora ... nei suoi capolavori il rapporto forma/sostanza si mantiene su livelli comunque alti perchè lo stile vale 10 e la forma arriva anche a 6 o 6.5 o 7. Quindi la cosa funziona. Ma se il voto allo stile scende (perchè magari ancora "acerbo" come nei suoi primi film o del tutto rimosso come nella fase di decadenza post Opera) e/o quello alla forma va a livelli minimi (2 o 3 o 4) allora siamo messi male (o maluccio). Che poi al "Darione" nazionale tutti noi vogliamo un gran bene (per mille motivi) e quindi ci sta pure un po' d'indulgenza e magari qualche mezzo voto in più glielo possiamo anche concedere, chiudendo un occhio qua e là

                              In sintesi questo è il mio pensiero.

                              "4 mosche" ha tante buone trovate visive, il talento dietro alla mdp già si nota ampiamente, ma è ancora acerbo. E la sceneggiatura è quella che è, che te lo dico a fare?
                              Io più di 7 non gli riesco a dare, e io sono uno di quelli che vuol bene al nostro Dario
                              Ultima modifica di David.Bowman; 07 October 20, 14:06.
                              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"


                              Votazione Registi: link

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                              • Secondo me, magari mi sbaglio, verso Bava c'è una maggiore indulgenza. Non è che lì ci siano sceneggiature di ferro e dialoghi indimenticabili, però si è tendenzialmente più buoni nelle valutazioni. Idem per Fulci, anche se non mi riferisco a te David.Bowman. Come se Argento, che è stato vincente, dovesse pagare a posteriori il successo mentre gli outsider debbano essere premiati. Io ho questa sensazione, e lo dico da amante assoluto di Bava. Una dinamica simile potrebbe accadere a Benigni. Non mi meraviglierei, in un possibile futuro duello nel topic dei registi, vederlo come media voto al dì sotto di altri dello stesso genere ma più scarsi (Aldo, Giovanni e Giacomo?). Ripeto, magari mi sbaglio.
                                Su Argento e i problemi del suo cinema abbiamo discusso a suo tempo e siamo tutti d'accordo.
                                Ah, Sensei un altro motivo per cui ho scelto - per dire - 4 Mosche e non Tenebre, sta anche nell'importanza del film all'interno della filmografia del regista. Come avrai letto, 4 Mosche rappresenta già uno spartiacque rispetto alle opere precedenti, è una sorta di antipasto di Profondo Rosso, mentre Tenebre è un ritorno al giallo "violento" senza però nessun rilancio particolare. Anche Phenomena, rispetto a Suspiria, non aggiunge molto (anzi, toglie qualcosa). Ho dovuto fare delle scelte e le ho fatte - credo - in maniera oculata. Tieni conto che il testo nasce come tesi di laurea, avevo delle tempistiche precise e un range di lunghezza. Avrei potuto integrare il testo con ulteriori analisi a posteriori, ma ho ritenuto il lavoro sufficientemente snello ed esaustivo. Spero che possa continuare a piacerti e interessarti.
                                Mi piacerebbe pubblicare anche l'altro testo che ho scritto, quello su Maurizio Nichetti. Lì ho analizzato la filmografia completa (eccetto Palla di neve), però è lungo solo una settantina di pagine e per questo non l'ho mai pubblicato. Potrei integrarlo, ma con cosa? Nichetti ne fu molto contento, ci incontrammo a Roma per regalargliene una copia (della tesi), e la volle autografata. Piccole soddisfazioni della vita. Peccato che per rendere al meglio abbia sempre bisogno di essere messo spalle al muro, tendo alla pigrizia
                                https://www.amazon.it/Dario-Argento-...+il+suo+doppio Il mio saggio sul cinema di Dario Argento.

                                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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