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  • Originariamente inviato da Mr. Babeido Visualizza il messaggio

    Grazie del parere Medeis, ieri ero indeciso se registrare o meno, dal momento che cerco di non perdere i film italiani del sabato di Raistoria, e alla fine ho desistito. Ho visto che comunque l'hanno caricato su Raiplay per chi interessa (magari un'occhiata gliela do), assieme al film delle 21.10 Fango bollente, che non conoscevo manco di nome. Questo l'hai visto, invece? Merita?
    Fango Bollente è un cultissimo imperdibile per chi ama il cinema nostrano più segreto e invisibile, sorta di Arancia Meccanica incentrata su tre ragazzi che sfogano frustrazioni con azioni via via sempre più violente. Temo però che la versione mandata sia quella edita qualche anno fa da 01 che mi dicono essere molto tagliata sulle scene più efferate. Io ho una copia presa dal CSC che mi fu data ai bei tempi in cui ci si scambiava rarità (all'epoca era veramente impossibile trovarlo per vie "normali"...), e credo che sia la versione più completa esistente. Cmq dagliela un'occhiata anche se cut, magari ti stuzzica "l'appetito" e ti verrà voglia eventualmente di cercare quella integrale. E cmq un film con Joe Dallesandro lo si guarda a prescindere, è l'emblema di un cinema e di un'era mitica

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    • L'originale di Un colpo all'italiana / The italian job è una piccola perla della commedia britannica di fine anni '60, con un cast interessante su cui spiccano soprattutto Michael Caine e Benny Hill.

      Da piccolo ricordo di averlo visto alcune volte su un canale locale, mi faceva strano vedere un film inglese ambientato a Torino
      Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

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      • Glass di M.Night Shyamalan

        Chi ha seguito il topic delle filmografie si sarà accorto che Shyamalan non è di certo tra i miei registi preferiti Però, visto che Sky Cinema me lo ha proposto - ed avendo visto i due film precedenti - ho deciso di completare la trilogia ugualmente. Mi fanno abbastanza sorridere le tante critiche lette in giro riguardo Glass, non tanto perché il film non le meriti - e non le merita se paragonato alle lodi avute dagli altri - ma perché ritenevo insensate le aspettative a prescindere. Detto questo, Glass ha quantomeno una regia ispirata, una messa in scena generale veramente molto curata, capace di distrarre lo spettatore da una sceneggiatura che non si regge molto in piedi se analizzata un momento. Può darsi anche che Glass sia proprio una risposta a Shyamalan a chi critica i suoi film o a chi, in generale, ha un approccio troppo razionale verso cose che andrebbero recepite diversamente. Anche se fosse e volendo spegnere il cervello, Glass non resta altro che un film d'intrattenimento diretto con gusto, ma con un finale involontariamente comico o comunque mal riuscito e ridondante. Comunque, nonostante tutto, è il film della trilogia che mi è piaciuto di più. Quantomeno il "vaffa" finale lanciato allo schermo a fine visione è stato molto più tiepido e i primi 25 minuti mi sono proprio piaciucchiati.
        https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

        "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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        • Visto che altrove si discute di J.Ford e di capolavori, mi va di nunziare vobis che l'altro giorno ho rivisto in DVD questo film



          E mi ha fatto tanto bene al cuore.
          Mi riferisco a quel che E.T. sta guardando alla TV, naturalmente.

          E' il film fordiano (e forse non solo fordiano) che porterei con me nella classica isola deserta, se mi puntassero una 44 magnum alla tempia e mi costringessero a scegliere.
          E in merito potrei magari cianciare del verde d'Irlanda, del rosso-arancio della chioma di Maureen O'Hara, del Mito e del Rito, di Modernità e Tradizione, della scena più sensuale e della gag più spassosa dell'intera fimografia fordiana, ma mi limito a dire che Innisfree rappresenta per Ford quel che Brigadoon rappresentava per Minnelli, ossia il reame incantato - dichiaratamente tale - in cui realizziamo i nostri desideri più intimi, quelli cui non possiamo rinunciare pena la perdita della parte migliore di noi stessi. Scendiamo dal treno, attaversiamo una soglia, saliamo su un veccho cocchio scalcinato, e finiamo nel regno delle favole. In parole povere, "Un uomo traquillo" non fa altro che assolvere alla funzione più antica, semplice e profonda svolta dalla settima arte: farci vivere per un paio d'ore in un sogno.

          E.T. in versione piccolo cinefilo prometteva benissimo.
          Ultima modifica di papermoon; 16 novembre 20, 18:44.

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          • Unica scena decente di quella mediocrata di ET, la citazione ad Un Uomo Tranquillo di Ford.

            È un capolavoro. Nulla da aggiungere, scena preferita O'Hara che si toglie le calze al ruscello e Wayne si gira rispettando il pudore della donna; scena di puro John Ford al meglio.
            Vabbè ci sarebbe anche l'epica ramazzata che Wyane randella alla moglie, ma passerei per un sessista maschilista violento di questi tempi.

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            • Non so se conosci l'aneddoto dell'incontro tra J.Ford e uno Spielberg giovane & studentello, a me fa sempre ridere.

              Steven Spielberg when he was starting out asked for a interview with John Ford to ask him about movie directing. Ford gave him 1 minute. Spielberg sat in Ford's office and Ford said, "So you want to be a film director." Spielberg said yes he did. Ford said, "Do you see these photos around the room? (They were photos of Fords westerns). Ford said, "What do you see in this photo?" Spielberg said, "I see Indians." Ford said, "NO NO NO, what do you see in this photo?" Spielberg had no answer. Ford took him to the next one and asked what he saw in that picture. Spielberg said, "I see cavalry and......Ford cut him off. "Listen he said....where is the horizon?" Spielberg said it was up top, and on the other photo Spielberg said it was on the bottom. Ford said, "Listen, when you can know the difference of a horizon being on the top of a shot or on the bottom of a shot, and not right in the dam middle, you may one day make a good director. Now get the F**K out of here!"

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              • Mitico, Ford a caso adesso è tra i miei registi preferiti, ave Ford . Non sapevo proprio di questa cosa.
                Gliele canto' bene a Spielberg. Missa' che ancora oggi non ha imparato la differenza .

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                • kingsman 2, grande cagata, il primo film mi era piaciuto ma il sequel entra di diritto nella top 10 dei peggiori sequel della storia del cinema, insieme a sin city 2 che nemmeno le tette di eva green era riuscito a salvare, il film è tutto uno scherzo, un gioco con una storia idiota, veramente troppo sopra le righe e surreale, c'è un limite che il primo film non superava, anzi c'erano anche scene serie e una bella storia

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                  • Un paio di commenti.

                    Pioggia di Ricordi di Isao Takahata (1991).


                    Nella memoria collettiva, ma anche purtroppo da parte della critica ufficiale, il cinema di Isao Takahata resterà sempre l'eterno secondo rispetto a quello del più celebrato quanto osannato collega Hayao Miyazaki, ma evidentemente al regista di essere considerato un "numero 2", non è mai importato più di tanto, specie perchè il suo cinema è molto meno improntato alla ricezione immediata e più un'esigenza comunicativa da esprimere quando aveva effettivamente qualcosa da dire. A tre anni di distanza dal capolavoro La Tomba per le Lucciole (1988), il mai troppo compianto Takahata, sforna quello che risulta essere a tutti gli effetti insieme alla Storia della Principessa Splendente (2013), l'altro suo capolavoro assoluto; vale a dire Pioggia di Ricordi (1991), uno dei più grandi film della storia del cinema e base dal punto di vista tecnico-stilistico di tutta la sperimentazione che si potrà ritrovare nelle sue opere successive. Siamo innanzi ad un film di formazione, costruito con un articolato meccanismo di flashback della vita della 27enne impiegata Taeko (io-narrante della storia), che si alterna tra i ricordi degli anni 60', quando la protagonista aveva 10 anni ed un presente negli anni 80' in cui oramai divenuta adulta, si appresta a compiere un soggiorno in campagna presso la famiglia del cognato, aiutando questi ultimi nella raccolta del cartamo e facendo conoscenza al contempo di Toshio, un uomo dedito allo studio e allo sviluppo dell'agricoltura biologica, come nuovo metodo di coltivazione, che in realtà simbolicamente vuole porsi anche come baluardo della conservazione della simbiosi faticosa quanto laboriosa delle antiche tradizioni del Giappone, minacciate dal capitalismo industriale sempre più crescente, tematica molto cara al regista. Ad una lettura poco attenta del film, verrebbe subito da giudicarlo come una banale quanto semplicistica reprimenda della vita alienante di città e la riscoperta della campagna come eden bucolico in cui sviluppare sè stessi; nulla di più sbagliato, se come Taeko si può restare superficialmente estasiati innanzi al paesaggio che si pone innanzi agli occhi rispetto al grigiore della metropoli urbana di Tokyo (lo sono stato anch'io quando visitai il Giappone qualche anno orsono), Toshio argutamente replica come in realtà la vista della campagna non è altro che una simbiosi tra uomo e natura ed in quanto tale una creazione artificiale dei contadini che hanno sgobbato e lavorato duramente per esso, da qui la conseguenza di come la felicità non esista di per sè dal nulla come se fosse un qualcosa da trovare, ma deve passare per un laborioso lavoro da parte dell'individuo, il che facilmente si lega con il flusso ininterrotto di ricordi di Taeko, che per creare la propria felicità presente, deve necessariamente prendere coscienza delle irrisolte problematiche sopite nella propria psiche e perse nelle pieghe del tempo, probabilmente quando aveva 10 anni e frequentava le elementari e viveva con il proprio nucleo famigliare composto dai genitori, la nonna e le sorelle maggiori Nanako e Yaeko.

                    Takahata tramite un montaggio ellittico o per sovrapposizioni emotive, fonde i piani temporali del presente e del passato, unendo il flusso dei ricordi senza generare confusione e con una sensazione di "linearità" sconcertante, nonostante le insite difficoltà nell'uso di tale tecnica e l'uso pretestuoso che specie dagli anni 2000 se ne è fatto. La ricchezza dei fondali in cui è immersa Taeko negli anni 80', sfuma invece nel bianco ovattato dei ricordi degli anni 60' con le sue notevoli evoluzioni sociali e di costume (programmi TV, film, fenomeni musicali come i Beatles etc...), specie nelle sequenze ambientate in esterna di cui Taeko evidentemente fatica a rammentare i dettagli concentrandosi invece solo sul nucleo emotivo, risultando in contrasto invece con la sua casa d'infanzia della quale ricorda perfettamente la composizione. Assisteremo così agli eventi quotidiani più importanti dal punto di vista della crescita emotiva della donna, come la prima cotta per un compagno di scuola che giocava a baseball o un rapporto poco empatico con il padre sempre freddo e distaccato tanto da essere un vero e proprio anaffettivo emotivo dal punto di vista della protagonista. Takahata narra la quotidianità con uno scandaglio psicologico sorprendente, senza scadere nel cronachismo manierista, riuscendo a donare di incisività in ogni frammento di questi ricordi che si susseguono in modo frammentato e scomposto, come lo d'altronde la vita di ogni essere umano, un qualcosa di irrazionale e contorto, un puzzle esistenziale al quale ognuno tenterà di dare una propria forma, come cerca arduamente di fare Taeko in cerca di spiegazioni di perchè è giunta ad essere la donna che è oggi, cercando la risposta negli strappi emotivi del passato, rovistando tra le rimembranze per i vizi relativi al cibo, l'ostinazione nel mangiare un cibo che non piace, la vergogna sui discorsi riguardanti il ciclo mestruale, il primo (ed unico) ceffone datale dal padre ed infine una carriera da "star mancata" mai intrapresa per la negazione del padre, ma in realtà mai sarebbe andata in porto per mancanza delle necessarie doti.

                    Taeko ricorda e narra tutti questi avvenimenti con malcelata sofferenza, trincerandosi dietro le buone maniere ed un sorriso artificioso, temendo fortemente che qualcuno possa scorgere le sue fragilità dietro la facciata perbenista da ella auto-impostasi, la strada intrapresa dalla donna non potrà che portarla a vivere in modo sempre più alienato, prigioniera delle sovrastrutture della moderna società di massa, sempre eterodiretta dagli altri e con la solita scusa delle proprie mancanze per colpa delle sorelle o dei genitori, quando in realtà Takeo è solo un'ipocrita incapace di ammettere a sè stessa che mai ce l'avrebbe fatta a concretizzare le proprie fantasie adolescenziali, rimanendo ancorata nella propria convinzione fino alla fine, finchè un giorno oramai sola e anziana seduta sul divano ed ipnotizzata dalla TV avrebbe finito con il rimuovere nella memoria tale senso di colpa autoassolvendosi completamente.
                    Giunta a 27 anni Taeko è vicina ad uno di quei bivi posti innanzi dalla vita, continuare a rivangare il passato, oppure risolvere le proprie contraddizioni esistenziali, prendendo in mano la propria vita e costruendo il proprio avvenire, magari sposandosi anche, ma non per via dell'insistenza delle proprie sorelle o per il sentire sociale, ma per libera scelta personale, però come il bruco prima di diventare farfalla, deve passare per la fase della crisalide, Takeo deve dare una forma al puzzle della propria vita, in questo le viene in aiuto Toshio, il quale riscuote la simpatia del regista, perchè pur essendo più giovane della donna, nel suo essere un carattere sempliciotto ha evidentemente risolto i propri conflitti emotivi senza lagnarsi per una felicità che deve cascargli dall'alto così da nulla, ma decide di lavorare sodo rischiando in prima persona per raggiungere essa. Nelle sue confessioni durante le quali Takeo si apre sempre più, Takahata pone l'inquadratura a tre quarti, facendo collimare nella medesima inquadratura sia il volto di Takeo che quello di Toshio, il viso di quest'ultimo si sovrappone parzialmente a quello della donna, simboleggiando in modo efficace una risonanza emotiva con la donna ma anche un interessante sottolineatura psicanalitica dell'universalità della condizione umana di Taeko, rispetto allo spettatore non solo del Giappone, ma di tutto il mondo, il quale potrà facilmente identificarsi nel momento delicato della donna, perchè il travaglio psicologico di Takeo ha natura universale, quindi facilmente identificabile da chiunque, perchè siamo tutti protesi in avanti a cercare un fine, quando esso in realtà andrebbe creato guardandosi indietro, quindi la conclusione coincide con l'inizio, giungendo a collimare tra loro nello strepitoso climax finale dall'alto tasso di poesia emotiva, nel quale Takahata si apre ad una positività che era totalmente assente nel precedente una Tomba per le Lucciole, confezionando un capolavoro assoluto fortunatamente compreso dal pubblico solitamente bue (il più grande successo del 1991 in Giappone), ma giunto estremamente in ritardo qui da noi, riscuotendo fortunatamente il favore della critica nostrana (4 stelle Mereghetti), venendo purtroppo martoriato da un adattamento abbastanza inascoltabile di Cannarsi al quale mai verrà posto rimedio (i sottotitoli sono uguali al doppiaggio italiano).

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                    • Tirate sul Pianista di Francois Truffaut (1960).


                      Abbastanza deludente la seconda prova registica di Truffaut, replicare i fasti dell'esordio I 400 Colpi (1959) era una sfida quasi impossibile, così il cineasta sente il dovere di smarcarsi radicalmente dallo stile e tono di quel capolavoro assoluto, fiondandosi in una storia prettamente di genere che mescola il noir, con stilemi del cinema di serie B, melodramma, romanticismo e addirittura commedia, con delle situazioni sopra le righe e dei dialoghi assurdi dei due killer, che sembrano usciti fuori da un film di Quentin Tarantino, ma quest'ultimo ha sempre amato visceralmente la serie B e nelle sue tre pellicole d'esordio, aveva amalgamato perfettamente il suo stile narrativo anticonvenzionale con un il citazionismo spinto fuso perfettamente alla storia raccontata; l'esatto opposto di Truffaut che mantiene sempre uno sguardo snob e fortemente indeciso su csa i fim voglia essere, non stupisce quindi sapere dell'improvvisazione sul momento di tante scene, così come l'inadeguatezza provata nel tratteggiare i personaggi dei due gangster che non riscuotevano la simpatia del regista.
                      Tirate sul Pianista (1960), tra le cose senz'altro positive ha la figura del protagonista Charlie (Charles Aznavour), un pianista dal carattere introverso e timido, con quel suo sguardo perso e mai partecipe del presente in cui vive, dimostrando di essere incapace di sottrarsi dalle situazioni spiacevoli (viene tirato in mezzo dal fratello in una contesa con dei criminali) quanto agire per come pensa, invece di fare sempre l'esatto opposto, specie nel rapporto con Lena (Marie Dubois), una cameriera del locale in cui lavora ed interessata a lui, oltre ad essere a conoscenza del misterioso passato di Charlie.

                      Se nei primi 30 minuti, Truffaut sembra centrare il bersaglio, bilanciando ottimamente i vari toni, grazie all'uso dei piani sequenza combinati ad un montaggio più serrato nel momento dell'incrocio delle mani tra un Charlie impacciato ed una Lena che sembra sottrarvisi inspiegabilmente, con tanto di complicità tra i due mentre sono stati sequestrati dai due gangster, con tanto di dialoghi grotteschi ma divertenti, il meccanismo narrativo crolla miseramente al momento della lunghissima digressione sul passato del protagonista, una divagazione eccessiva portata per le lunghe, che si avvita in dinamiche melodrammatiche di bassa lega trattate con piglio superficiale ed affrettato, finendo con il togliere gran parte di quell'aria malinconica misteriosa celata dietro quegli occhi sommessi puntati in una direzione senza un focus preciso, mentre si immerge nelle note del pianoforte alle quali si abbandona. Prima di giungere all'immagine finale, vera e propria intuizione di genio, purtroppo ci si deve sorbire tutto un secondo e terzo atto, dove il regista sbanda nelle pieghe di una narrazione sfuggita di mano, come se volesse abbracciare dei topoi del cinema di genere americano, ma con uno stile da nouvelle vague fatto di macchina a mano, voice over, riprese in esterna, scene trasgressive a letto per l'epoca e montaggio ellittico, senza centrare il bersaglio, lasciandosi sopraffare dal tecnicismo e dal citazionismo fine a sé stesso, risultando incapace di gestirlo, girando una noir forse anticonvenzionale, ma alla fine ripiegato in sé stesso nel suo tecnicismo autoindulgente . Sull'amore concepito in modo libero ma con uno sbocco pessimista il regista farà infinitamente meglio in Jules et Jim (1963), autentico capolavoro, che segnerà anche la fine della fase più avanguardista, sperimentale, libera e contestataria del regista.

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                      • I compari (McCabe & Mrs. Miller), di Robert Altman

                        Avevo visto il film per la prima volta diversi anni fa tramite dvd noleggiato, settimana scorsa ho scoperto che esiste un bluray region-free e me lo sono preso al volo, non volevo che mancasse nella mia piccola "videoteca".

                        È uno dei miei "neo-western" preferiti. Altman prende alcuni capisaldi narrativi del genere (in questo caso, lo scontro tra "piccole imprese" e le nascenti grandi società di capitali per l'accaparramento delle risorse), ma costruisce un film dove rovescia alcuni topoi e, soprattutto, ci restituisce visivamente un mondo diverso. Girato a Vancouver e magnificamente fotografato da Vilmos Zsigmond (che gioca molto sui colori freddi degli esterni, un mondo freddo, sporco, violento, e il calore degli interni), è un film di una bellezza e delicatezza encomiabili. Molto lontano dalla retorica dell'epos, al contrario ha tutti i crismi del cinema degli anni '70. Warren Beatty ha una presenza scenica incredibile e lo scontro finale nel villaggio ricoperto di neve è indimenticabile.
                        Ultima modifica di Tom Doniphon; 20 novembre 20, 11:21.

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                        • Sull'infinitezza di Roy Andersson

                          L'ultima pellicola del regista svedese è un po' un more of the same. Appurato che lo stile è ormai questo, appurato che la fotografia è come sempre strepitosa, ho trovato il film meno riuscito dei suoi "simili" precedenti come il capolavoro Canzoni dal secondo piano e il discreto Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza. Il film è volutamente più ermetico, più sfuggente, composto da tanti piccoli frammenti sconnessi tra loro sia per tipologia di situazione che per periodo storico. Non c'è più spazio per l'ironia, è il film di Andersson più drammatico e disperato. Credo però che sia anche il suo meno ispirato, più impressionista e "piccolo" ma anche meno ricco di poesia e di grande cinema. Stanco.

                          A Venezia... un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg

                          Elegantissimo thriller psicologico, quasi tutto ambientato in una Venezia invernale molto gotica e tenebrosa. La fotografia ed il montaggio impressionista sono i punti forti del film, capace di essere coinvolgente nonostante una trama molto sottile, quasi un pretesto per permettere al regista di dar sfogo alle tante suggestioni visive che la location ha da offrire, declinata però egregiamente in chiave orrorifica, dallo stampo polanskiano di Rosemary's Baby e L'inquilino del terzo piano. Funziona tutto. Inquietante, con un finale azzeccato.

                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                          • I Know This Much is True - di Derek Cianfrance (2020)

                            Tecnicamente si tratta di una mini-serie ma la forma è tale che mi viene da considerarla letteralmente un film ad episodi (e sono convinto che vedremo sempre più prodotti simili, scritti e diretti interamente dall'autore e formalmente indiscernibili da un prodotto cinematografico).

                            Scritto e diretto da Derek Cianfrance (che mi aveva conquistato con Blue Valentine e poi ha avuto una carriera discendente), come nei suoi lavori precedenti lo spirito di Cassavetes aleggia potente nella forma e nei contenuti, stavolta ancora di più vista la tematica della follia di un familiare.

                            Mark Ruffalo nel classico "ruolo della vita" a intepretare entrambi i gemelli, ciascuno portatore della propria personale sofferenza.
                            E' un'opera profondamente cristiana (ma non nel senso religioso del termine) e per molti potrebbe risultare insopportabile, risibile o fastidioso il golgota attraverso cui viene fatto passare il protagonista e i personaggi che lo circondano, ma niente è lì per caso.

                            Menzione speciale, specie per noi italiani, per il penultimo episodio con struttura simil-Il padrino Parte II, in cui la storia assume connotazione generazionale/biblica e seguiamo le vicende del nonno siciliano emigrato del protagonista, intepretato dal nostrano Marcello Fonte (che recita in siculo come tutti gli altri suoi coterranei presenti nell'episodio).

                            Luminous beings are we, not this crude matter.

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                            • Un po' di cose viste e riviste nell'ultimo mese:

                              'Round Midnight (B. Tavernier, 1986)

                              E niente, è sempre bello e incredibilmente emozionante questo film sul jazz, che non rivedevo da tantissimo, e mi è venuta voglia dopo aver ascoltato una cosa di Lester Young. Trovo che sia uno dei vertici assoluti nella rappresentazione musicale al cinema, e la storia secondo me è in grado di coinvolgere anche chi non apprezza particolarmente il be-bop o non l'ha mai approfondito, merito di un regista di classe, che sa come rendere autentiche e appassionanti le dinamiche tra i personaggi, oltre che le esibizioni sul palco. Sarebbe bello e utile un confronto con Bird di Eastwood, e se dal punto di vista musicale il film di Tavernier è superiore per i noti motivi, dal punto di vista cinematografico sono a mio avviso due dei film migliori mai fatti su questa epoca musicale, con le dovute similitudini e differenze di approccio culturali fra un europeo e un americano.

                              Mosquito the rapist (M. Vajda, 1976)

                              Non conoscevo questo horror svizzero di lingua tedesca, un cult sotterraneo che merita di essere disseppellito. Storia di un introverso impiegato sordomuto che di notte va in giro nelle chiese per bere il sangue di giovani ragazze fresche cadaveri, afflitto da repressioni sessuali causa padre ubriacone e pedofilo, ha una messa in scena persino elegante e raffinata a dispetto del tema, e seppur in maniera elementare riesce a rendere credibile il viaggio all'interno di questa mente malata e distorta. Il ritmo ogni tanto latita, e qualche passaggio non è chiarissimo, ma è imperdibile per gli amanti del cinema sleazy.

                              Truffaut & Rohmer

                              Dai RaiPlay che dedica un bel ciclo a Truffaut ho ripescato La calda amante e L'amore fugge: il primo torna un po' sui temi di Jules e Jim, ma questa volta con un uomo diviso tra due donne, ma il tutto è trattato da un'ottica piccolo-borghese, in maniera più fredda e distaccata e meno passionale, salvo un finale tragico che mi è parso stonato rispetto alle premesse. Buono ma non il miglior Truffaut secondo me, laddove su queste dinamiche mi pare inferiore a un Rohmer che ho visto negli stessi giorni, L'amore, il pomeriggio, davvero superbo nel raccontare un uomo attratto da un'altra donna ma incapace di dare davvero libero sfogo alle proprie fantasie. Tornando a Truffaut invece, il secondo è l'ultimo film del ciclo di Antoine Donel, e si vede un regista brillante, acuto, meraviglioso nel tratteggiare il suo alter ego filmico, con una menzione per il montaggio davvero superbo. Altro Rohmer visto infine è il corto La fornaia di Monceau, 20 minuti per uno dei vertici massimi secondo me del suo cinema, ancora un uomo, due donne, e tutta la meschinità del nostro essere maschi, ieri come oggi.

                              Se succede qualcosa vi voglio bene

                              Animazione targata Netflix, corto di 10 minuti. Capolavoro, sto ancora piangendo.

                              Il cinema di Edward Young

                              Lo segnalo magari a quei 2-3 utenti che amano il cinema orientale. Nell'ultimo mese ho approfondito questo grande regista della new wave taiwanese, meno noto in Italia rispetto a Hou Hsiao-Hsien e Tsai Ming-Liang, ma assolutamente straordinario nel tratteggiare le dinamiche familiari e sentimentali: per me è forse l'unico vero erede di Ozu, peccato sia scomparso troppo presto. I capolavori sono Taipei Story (1984) e Yi Yi (2000), quest'ultimo distribuito anche in Italia, ma la vera scoperta è stata That day, on the beach (1983), meraviglioso. Ottimo anche The Terrorizers (1986), che vira i suoi temi verso i territori del thriller.

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                              • Eccellente la riproposizione del cinema di Edward Yang, un misto tra una certa radicalità alienante di Antonioni e il lamento dolente per una popolazione strappata alle radici della Cina continentale per via della vittoria dei comunisti e soggiogata da vecchi colonizzatori (Giappone) e nuovi padroni (Stati Uniti), il suo è un cinema difficilissimo e difficile da afferrare, ma se ben decriptato dice molto sulla condizione umana odierna nelle megalopoli odierni.
                                Ho visto solo tre pellicole sue di cui metto i link delle recensioni e tutte e tre con voti massimi :

                                Taipei Story (1985).

                                https://www.filmtv.it/film/28740/tai...nsioni/966049/

                                A Brighter Summer Day (1991).

                                https://www.filmtv.it/film/28850/a-b...nsioni/952205/

                                Yi Yi... E uno e Due (2000).

                                https://www.filmtv.it/film/21536/yi-...nsioni/969901/

                                Poi un paio di pellicole di Hitchcock del periodo inglese che finalmente ho iniziato ad esplorare.


                                La Signora Scompare (1938).

                                Il periodo inglese di Alfred Hitchcock, fino agli anni 60' veniva considerato generalmente il migliore della copiosa produzione filmica del regista, poi con la netta rivalutazione delle sue opere ad Hollywood, i suoi film pre Rebecca (1940), sono stati trattati come minori e relegati a poco a poco nell'oblio o comunque visti come mere copie lavoro in vista dei suoi grandi successi commerciali ed artistici degli anni 40'-50' e prima metà dei 60'.
                                Forse è una valutazione ingenerosa per alcuni, oppure veritiera per altri, fatto sta che oltre ad essere poco noti al giorno d'oggi circolano ben poco in giro e così soltanto in questi giorni grazie ad Amazon Prime ho potuto visionare una pellicola del periodo inglese, collocata nella fase finale della permanenza del regista in Inghilterra; La Signora Scompare (1938), un thriller spionistico tipico del cineasta in quegli anni, con tanti semi e rimembranze dei suoi successivi capolavori.
                                L'inizio con quella gru che dalle montagne mano a mano si avvicina alla finestra di un albergo, per poi sfumare nella dissolvenza e passare all'ampio piano terra del luogo, risulta ingannevole, perchè al posto del consueto thriller ci si ritrova innanzi ad una vera e propria commedia corale, dove Hitchcock ci presenta un ampio e folto gruppo di persone inglese, spazientite quanto irritate per il ritardo del loro treno causa valanga sui binari, che dai Balcani doveva condurli a Londra. Il primo atto è di pura presentazione dei personaggi, ma più che alla suspance mista ad umorismo, il regista spinge in pieno sul pedale della commedia, ma Hitchcock non è un Cukor, Lubitsch o Wilder, nè un abile costruttore di narrazioni corali alla Robert Altman e questa prima parte ingrana con molta fatica trascinandosi anche molto per le lunghe, risultando poi in fin dei conti molto superflua e incongrua ai fini narrativi focalizzandosi molto, tra suonatori molesti di clarinetto come Gilbert (Michael Redgrave), giovani e ricche donne come Iris (Margaret Lockwood) in procinto di sposarsi a Londra, un'adorabile governante anziana di nome Miss Froy (Dam May Whitty), due amanti di alta posizione sociale in vacanza lontani da sguardi indiscreti e un duo di drogati spettatori di crickett.
                                La trama vera e propria si può dire che parta con il viaggio in treno, prima del quale avviene un misterioso incidente, durante il quale un caso di legno invece di cascare sulla testa dell'anziana Miss Froy, finisce per colpire la giovane Iris, procurandole un gran mal di testa. Qui iniziano i primi virtuosismi tecnici per il quale Hitchcock viene ricordato, giocando in modo abile con il montaggio e le dissolvenze per rappresentare il dolore lancinante al capo della donna, la quale al risveglio nella cabina non riesce a trovare più la propria compagna di viaggio misteriosamente svanita, dando il via al mistero del titolo.

                                Seppur molto spinto sul lato comico più che sull'umorismo successivo e dall'infelice scelta narrativa che toglie ogni ambiguità sull'esistenza di Miss Froy, la cui presenza è oggettiva sin da subito e non giocata su una possibile invenzione della mente della donna come cercano di farla passare Gilbert e soprattutto il dottor Hartz (Paul Lukas), il film comunque ingrana sempre di più grazie all'eccellente abilità tecnica del regista, che con piccoli movimenti di macchina, l'abile montaggio e costruzione del mistero (in realtà di facile intuizione il colpevole), ci trascina nell'incubo di Iris alla quale non crede nessuno, presentandoci al contempo un'analisi abbastanza meschina della società del suo tempo, dove a nessuno frega niente della scomparsa dell'anziana donna; anzi, anche se qualcuno di loro ha visto tutti mentono in proposito, perchè altrimenti le indagini farebbero arrivare in ritardo il treno e questo farebbe perdere la possibilità di vedere in tempo la partita di crickett, oppure finirebbe per rendere palese ed esposto il reciproco tradimento coniugale. Hitchcock dismette in parte i suoi soliti panni di "tecnico", per compiere una leggera quanto incisiva analisi sociale del suo tempo, grazie all'espediente di uno spazio ristretto come quello del treno, nel quale Iris tra il mal di testa e la babele linguistica dei passeggeri, prosegue stoicamente la propria indagine in merito non solo alla scomparsa della donna, ma soprattutto alla sua esistenza.
                                Il regista gioca efficacemente con i dialoghi, le attese, gli spiazzamenti di scene classiche (il bicchiere avvelenato) e le immagini che fungono da indizio decisivo (la scritta sul vetro del treno), svelate prima allo spettatore e poi ai personaggi della storia, in modo da incentivare la nostra partecipazione al giallo in corso. La pellicola mano a mano che prosegue, sfocia sempre più in una requisitoria satirica sul terzo Reich, la cui nazione immaginaria in cui è ambientata la storia viene vista come un luogo arretrato sia dal punto di vista civile che umano, contro cui bisogna resistere in ogni modo come nel finale, dove il regista finisce per buttarla troppo sull'action puro con delle sparatore oggi datate a vedersi, nel quale richiama all'unità i vari inglesi presenti nel treno raffigurati fino a quel momento come litigiosi e divisi, mettendo alla berlina persone come quella del neutralista pacifista, che per quanto sia moralmente stronzo professa in realtà un giusto credo e purtroppo farà una brutta fine. Hithcock quando si tratta di gestire meccanismi di genere thriller (per la commedia se non è negato, non lo valorizza il suo stile che funziona però se inserisce tocchi di umorismo all'interno del meccanismo), risulta un fenomeno il migliore in tutta la storia del cinema in tale settore insieme a Fritz Lang, ma quando deve inserire un messaggio di impegno civile, specie se di matrice politica, risulta abbastanza scarso come regista, perchè tutta l'ambiguità e le sottili sfumature psicologiche in grado di rendere i suoi personaggi complessi e costruiti, ma credibili e funzionali come la stupenda regia del maestro inglese, quando c'è da allargare il campo alla società ed in special modo alla politica, il suo cinema perde tutta la sua forza propulsiva, risultando banale ed iper-semplicista, si salva in questo caso solo Notorious - L'Amante Perduta (1946), poichè la politica è solo tangente ad una storia di legami morbosi ed attrazioni fatali.

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