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  • Originariamente inviato da papermoon Visualizza il messaggio
    Ma è mooolto meglio lasciar stare la solita fissa per i paragoni, il film ha personalità più che bastante.
    Quoto. Di Philip Ridley s'è perso lo stampo. Ma pure lui se l'è perso, temo. Heartless era una ridda narrativa caleidoscopica e potenzialmente affascinante ma per come lo ricordo aveva un fiato cortissimo. Datava 2009, e poi più nulla, almeno al cinema. Se non sbaglio Ridley è tornato alla scrittura. Favole oscure. Aveva esordito come autore teatrale, qualche sua piece era stata pure tradotta in italiano in un volume che includeva altri tragediografi inglesi suoi coetanei, giovani prodigi e dannati, come la povera Sarah Kane. Cannibalismo, suicidi, neonati lapidati nella propria culla, nichilismo a buttar via. Riflessi sulla pelle l'avevo registrato da Fuori Orario e già alla scena della rana stavo fulminato. Ha uno stile terragno e umoroso ma pure incombe un senso inafferrabile come di shock cosmico che non ti molla fino all'ultima inquadratura, con quell'urlo che tra i tanti urli al cinema è il meno liberatorio si possa concepire. E per un po' manco un bicchiere d'acqua sana da rubinetto son riuscito a bermi senza disagio, bastardo!
    Ultima modifica di Bone Machine; 04 November 20, 08:20.

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    • Ok devo confessare la mia ignoranza: non sapevo che il padre di Robert Downey Jr. fosse un regista, e diamine che gran bel film è Putney Swope, una satira sul razzismo e la sua rappresentazione mediatica che racconta di un nero che viene accidentalmente nominato a capo di un'agenzia pubblicitaria. Un film che andrebbe fatto vedere oggi a tutti quelli che mettono il tema dell'identità davanti al talento: qui di fatto abbiamo un bianco che fa un film sulla comunità nera mettendo alla berlina stereotipi senza ovviamente alcuna preoccupazione circa l'essere o meno scorretto. Un film chiaramente figlio dei tempi che lo hanno prodotto (gli anni Sessanta) e ancora ottimamente godibile. Inutile dire che oggi se a uno venisse solo in mente di concepirlo verrebbe impalato in pubblica piazza. Divertentissimi gli spot a colori (il resto del film è in b/n). Una piacevole e inattesa scoperta

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      • Il padre di Downey Jr. è uno dei fondatori del cinema indipendente americano.

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        • Tampone negativo comunicazione arrivata, evviva!!! Quattro commenti su roba vista di recente.


          La Casa degli Spiriti di Billie August (1993).

          La filmografia di Meryl Streep dalla seconda metà degli anni 80', può essere paragonabile ad una strada lastricata di pura merda, in cui sparutamente affiorano dei pezzettini d'asfalto incontaminato, che consentono allo spettatore, a costo di contosioni con le gambe, di scansare la cacca e poggiare i piedi nella zona incontaminata del manto stradale, però con lo scorrere del tempo, le zone non coperte dagli escrementi non solo sono sempre più rare, ma si allontanano l'una dall'altra sempre di più, con il risultato degradante di dover costringere lo spettatore a dover pestare la cacca per proseguire il cammino.
          Lo so, è una metafora di merda, ma non mi veniva in mente nient'altro per descrivere la qualità della filmografia della "pseudo attrice più grande della storia del cinema", sopratutto perchè questo La Casa degli Spiriti di Bille August (1993), tratto dal capolavoro immane di Isabelle Allende (capolavoro vero ed autentico, no la solita spazzatura spacciata per tale dal mercato editoriale), è uno dei punti più bassi della filmografia dell'attrice (per ora solo Mamma Mia tra quelli da me visti è peggio), ma anche uno dei più brutti film mai realizzati nella storia del cinema, almeno tra quelli a medio budget (ben 40 milioni).
          Bille August non ha una bella fama come regista qui sul sito (sia la rivista Filmtv che l'utente spopola sembrano avere una vera e propria "faida" con lui... direi giustificata seppur alla luce della visione di tale unico film), eppure nei riconoscimenti vedo un oscar e addirittura due palme d'oro, non ho ancora avuto il paicere (o il dispiacere verrebbe da dire) di visionarli, ma credo che finirò per l'accodarmi anch'io alla scadente considerazione verso tale cineasta, che con La Casa degli Spiriti butta all'aria un capolavoro della letteratura mondiale, che narra di circa 30 anni di storia di un Cile inesorabilmente destinato a venir schiacciato dalla dittatura di Pinochet, per ridurre il tutto ad un gigantesco melodrammone dalla durata fluviale senz'anima, con personaggi piatti, una regia accademica ed un super-cast per la maggior parte malamente sprecato, oltre che inadatto, perchè Jeremy Irons, Meryl Streep, Clenn Close e Winona Ryder con il loro bianco accecante, risultano essere ben poco credibili come latino-americani del Cile, mentre Antonio Banderas l'unico accettabile a livello etnico, con il suo Pedro ci consegna l'ennesimo latin lover dall'animo pseudo-rivoluzionario che tanto andava forte negli anni 90' ad Hollywood, ma come al solito molto scialbo e recitato malamente (altro che a Cannes di recente ha vinto il premio come miglior attore di recente a scapito di Favino, lui si veramente eccezionale e molto più bravo di questo sopravvalutato).

          Nell'arco delle due ore e mezza interminabili e senza fine per via di un ritmo che più fiacco non si può ed una sceneggiatura molto debole nonostante il soggetto di partenza, la regia di August non riesce mai a dare un senso di continuità e di unità alla narrazione, che molto spesso risulta essere sfilacciata e frammentata nello sviluppo in compartimenti stagni, dove ogni sequenza inizia e si esaurisce in sè stessa, senza che essa si intersechi con le altre, perchè manca un disegno unificante; melodramma familiare? Lotta politica? Scontro tra irrazionale e razionale? Moltissima carne a fuoco e zero arrosto, perchè August oltre che a tradire il romanzo originale, non ha compreso minimamente lo spirito insito nella scrittura di Allende, carpendone la mera superificie e trasformando l'adattamento in un mero kolossal accademico, un'incomprensione che imbastardisce il romanzo che era quanto più lontano potesse esserci da tale tipo di cinema, essendo invece molto legato ad un realismo magico tipico della letteratura sudamericana, che contamina il crudo realismo del personaggio di Esteban (Jeremy Irons) con l'irrazionalità esoterica derivata dalle doti di chiaroveggenza di Clara (Meryl Streep) e dal legame profondo che lei ha con Ferula (Clenn Close).
          A disagio con le scene "forti" quanto inadatto a rappresentare l'elemento fantastico della vicenda (totalmente al di là della comprensione umana, così come purtroppo lo è del regista), la regia di August affonda minuto dopo minuto nella sua cornice soap operistica, riducendo le doti soprannaturali di Clara a mere scemenze New Age e attaccate malamente alla narrazione, così come scade di brutto nelle scene di crudo realismo, realizzando malamente scene come quella dell'incidente con il treno ed il successivo ritrovamento della testa. Poco può fare il nutrito cast di cui si salva solo Glenn Close tramite i suoi sguardi che esprimono un'interiorità repressa, peggiò và al bravo Jeremy Irons alle prese con un personaggio incostante e tratteggiato male come scrittura, degli altri invece la mia cara Winona Ryder viene confinata nel suo solito ruolo di adolescente ribelle con aggiunta di insulsa storiella d'amore, ma senza la profondità "poetica" dei lavori con Tim Burton, mentre Meryl Streep ci dona una delle sue peggiori interpretazioni, colpa sia di una scrittura ed una regia male assortita, sia della sua incapacità di saper mettere in scena un personaggio complesso e profondo come Clara, tra i più belli, delicati ed eterei della letteratura novecentesca, pensando di riuscire a portarla in scena tramite una lunga sequela di ridicoli sguardi languidi per tutto il film. L'opera della consacrazione di Bille August, fu in realtà un brusco risveglio per un regista che tramite i suoi esordi aveva vinto tutto ed invece si scoprirà essere solo un mediocre con le due prime pellicole inspiegabilmente sopravvalutate.

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          • Enola Holmes di Harry Bradbeer (2020).


            Se prima della pandemia Covid19 le piattaforme streaming erano in forte ascesa, mandando in crisi il cinema sempre più e dando il colpo di grazia definitivo al mercato Home Video oramai morente da anni, in questi pochi mesi del 2020 sono state prese d'assalto da un pubblico per forza di cose chiuso in casa, raccattanfo e distribuendo molti film che in origine erano destinati al normale circuito cinematografico; Enola Holmes di Harry Bradbeer (2020), tratto dagli omonimi romanzi di inizio millennio incentrati sulla figura dell'adolescente Enola, sorella del noto investigatore Sherlock Holmes, causa virus è stato dirottato sulla piattaforma Netflix e oserei dire che ciò è stata la fortuna del film, visto che avrebbe (meritatamente) floppato alla grande se distribuito al cinema. Enola Holmes è un film con un target per ragazzini, che sceglie scientemente di infilarsi in tale gabbia che ne diviene poco a poco la causa primaria del suo fallimento; non c'entra tanto la giovane età dell'attrice protagonista Millie Bobby Brown, la cara "Undici" della sopravvalutata e infima serie TV Stranger Things dei Fratelli Duffer (2017-2020), perché la cosa intollerabile è la presa in giro verso lo spettatore adolescente, di cui ogni singolo componente responsabile di tale operazione è colpevole, data l'evidente operazione di colonizzazione consumistica attuata nelle menti dei giovani fruitori di tale opera, legandoli a sé tramite operazioni-franchising che puntano all'assuefazione della mediocrita' industriale.
            Non sarei così pesante se non avessi per il personaggio di Sherlock Holmes una sincera ammirazione, avendo letto quasi tutti i libri di Conan Doyle legati alla figura del geniale detective, ma voglio scrivere perché tale merdata merita di essere bastonata senza pietà da cima a fondo. Enola Holmes è in primis un veicolo divistico per la giovanissima Millie Bobby Brown, nel tentativo di farla sfondare anche al cinema ed il film sin dal primo all'ultimo secondo svolge tale compito con assoluta dedizione, forse dovuto anche al fatto che l'opera sia stata prodotta dall'attrice, la quale da buona prima donna, praticamente finisce con l'autodirigere sé stessa il film, vista anche l'inesistente regia di Bradbeer che sprofonda nella pura serie tv, colpa anche di una sceneggiatura che apre 200 linee narrative per chiuderne solo una (na merda) e lasciare il resto in sospeso per un futuro franchising, che purtroppo ci sarà date le inspiegabili critiche positive.
            Di solito la scrittura televisiva applicata al cinema, finisce con il generare film decompressi, mentre questo Enola Holmes sembra abbia racchiuso nell'arco delle sue due ore un'intera stagione di una serie tv, il risultato è quindi una narrazione sconnessa, caotica, frammentata, con una sceneggiatura dai dialoghi mediocri, un tono forzatamente leggero e varie linee narrative abbozzate essendo lasciate per lo più in sospeso; si parte con la ricerca della madre (Helena Bonham Carter) scomparsa da parte di Enola, per poi troncare la ricerca di netto per spostarsi sull'indagine su chi voglia uccidere il giovane visconte Tewkesbury (Louise Partridge), intervallando il tutto con apparizioni del Sherlock Holmes (Henry Cavil) più insignificante della storia del cinema e dal fratello Mycroft (Sam Clafin).

            La nostra Enola si muove dalla campagna alla metropoli cartonata di Londra, che per il regista si riduce ad una mera via situata tra due file di palazzine di cartapesta e un green green sparato in bella vista sullo sfondo, compiendo varie indagini costruite sul nulla e deduzioni sviluppate sul niente mascherato da complicato tramite parole crociate ordinate in un puzzle privo di una forma logica, riuscendo però a suon di mazzate (perché siamo moderni e la donna mena come un fabbro) a risolvere il caso impossibile (cioè non lo risolve in realtà, è il colpevole che si autosgama da solo, quindi la fine del giallo), il tutto condito dai continui sguardi in camera di Millie Bobby Brown usati più in modo cazzaro e puerile come Deadpool di Tim Miller (2016), che in modo anarcoide-irriverente di Tom Jones di Tony Richardson (1963) a cui vorrebbe rifarsi, poichè l'attrice alla lunga risulta ridicola nelle espressioni confermando già il calo nella terza stagione di Stranger Things con i sui tic recitativi, che finiscono con l'ammazzare qualsiasi componente emotiva o accenno di dramma, trasformando con tale espediente reiterato all'infinito tutto in farsa, comprese le scene nel pre-finale, che risultano depotenziate di qualsiasi minima profondità, perché i personaggi sono figurine monodimensionali prive di qualsiasi spessore ed impossibilitate a poter cambiare o mostrare un minimo di fragilità autenticamente umana e non forzata dalla scrittura. Per rendere il tutto più cool e in linea con lo spirito dei nostri tempi, viene aggiunta anche una pedante quanto invasiva sottotrama pseudo-femminista sulla figura della donna nella società, con esiti disastrosi sul piano della struttura filmica perché il genere finisce con il venire ammazzato del tutto senza che la componente gialla funzioni, mentre il lato impegnato, risulta così semplicistico ed appiattito in slogan urlati in faccia, banalizzando le lotte femminili dell'epoca per dare il tutto in pasto all'adolescente ignorante. L'esaltazione femminile passa solo ed esclusivamente per la distruzione o alla meglio ridicolizzazione della figura maschile, il visconte Tewkesbury è un essere imbelle, Mycroft viene ridotto ad un truce nazistoide misogino, mentre il nostro Sherlock Holmes interpretato da uno scultoreo ed impettito Henry Cavil, subisce miseramente sul piano dialettico da ogni personaggio senza che mai traspaia il suo genio, costantemente svalutato e per niente percepito. La grandezza di Enola passa quindi per la snaturazione di Sherlock e non per le sue effettive qualità, cosa ha di femminile la protagonista? Direi praticamente nulla, è uno Sherlock Holmes in stile film di Guy Ritche, ma con la vagina al posto del pene. Forse l'esaltazione della donna dovrebbe passare per la trattazione della loro sensibilità e non trasformazione in donne che tali non sono più perché ridotte a meri uomini di azione, come avviene in questo Enola Holmes portatore di un femminismo fascista, che trova la propria unica ragione d'essere nella denigrazione della figura maschile e non nella valorizzazione delle qualità proprie del genere femminile.

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            • La Casa di Jack di Lars von Trier (2018).


              Arte pura o provocazioni fini a sè stesse? Il cinema di Lars von Trier ha da sempre ammiratori ed accaniti detrattori, giudicare il personaggio e di riflesso le sue opere risulta molto difficile, perchè i film del regista danese nascono solo ed esclusivamente dall'urgenza del proprio autore di voler comunicare un qualcosa, poi come tale contenuto venga recepito dal pubblico o scandalizzi le critiche dei festival polarizzandole, è un gioco delle parti che poco ci interessa e anche abbastanza noioso, visto che entrambi ci marciano ampiamente sopra, così come i festival internazionali ospitano le sue pellicole in concorso sapendo benissimo che il gran rumore farà molta pubblicità.
              La Casa di Jack (2018) non è sfuggito di certo a tale rito, anche perchè ad un'analisi meramente di superficie, i cinque incidenti narrati dal serial killer Jack (Matt Dillon), a cui si aggiunge l'epilogo finale, altro non rappresentano che un'autobiografia di Lars Von Trier che espone la propria visione di cinema fortemente provocatoria, anarchica, liberatoria e financo con una sua morale finale (strano a dirsi), identificandosi con il protagonista della sua opera, che nel raccontare tramite dei flashback 5 omicidi chiave, dei numerosi tra quelli da lui compiuti, ha dei discorsi confessori dal tono sarcastico quanto divertito, ma senza essere mai ironico e per questo inquietante nella sua esposizione, con un misterioso soggetto che il killer identifica in Virgilio (Bruno Ganz), famosissimo letterato dell'età augustea ed una delle tre guide del sommo poeta Dante Alighieri, nel suo viaggio attraverso l'inferno ed il purgatorio, al quale il regista sembra rifarsi esplicitamente arrivando a citare chiaramente un noto dipinto di Delacroix.
              Jack ha le fattezze di un uomo di mezza età e dall'aspetto imbolsito come lo è il suo interprete Matt Dillon, nel narrare i propri omicidi concepiti dall'uomo sempre più come espressione della sua creazione artistica, il killer arriva a distaccarsi sempre più maggiormente dal proprio disturbo ossessivo compulsivo (le regole del Dogma95 imposte da Lars Von Trier a metà anni 90' e poi da lui disattese), arrivando ad eseguire omicidi sempre più efferati e violenti, quanto più artistici poichè liberi da qualsiasi costrizione dogmatica e morale, dilettandosi nell'osservare i corpi umani in trasformazione all'interno della propria cella frigorifera, dalla chiara risonanza simbolica con quella del nono cerchio dantesco, dove il ghiaccio, il freddo ed il gelo generato dalle ali di lucifero rende il luogo il più inospitale di tutti.

              Difficile stabilire dove finisce l'arguzia argomentativa di Lars von Trier e dove cominci la provocazione, perchè la Casa di Jack è un'opera metafilmica, dove l'opera e la carriera personale quanto cinematografica del proprio autore coincidono in tutt'uno, forse sarebbe cosa adeguata visionare il film dopo aver visto quasi tutti i lavori precedenti del regista, perchè nei numerosi inseriti di immagini artistiche, icone, dipinti, opere architettoniche e esecuzioni a pianoforte, s'intrecciano pure dei brevissimi frame tratti dai precedenti film del cineasta danese, che sarebbe utile conoscere, così come la sua personalità provocatoria, compreso anche il gossip scandalistico, perchè si, von Trier vi infila addirittura reminiscenze delle sue frasi deliranti sui nazisti che pronunciò nel 2011 a Cannes in occasione della presentazione del film Melanchonia, scadendo forse nell'autoindulgenza difensiva a cui goffamente contrappone la reprimenda di Virgilio su come la creazione artistica debba sottostare all'etica morale, mentre Jack/Lars sostiene tramite i suoi omicidi un'idea di arta libera da ogni restrizione imposta dall'uomo, con tanto di parallelismo abbastanza di cattivo gusto anche per un personaggio negativo come quello del protagonista, tra i suoi cadaveri ed campi di concentramento nazisti degli ebrei, in cui vediamo i nazisti compiacersi di un genocidio perfetto, perchè compiuto in modo scientifico, razionale e soprattutto senza empatia, proprio come Jack, la cui mancanza di sintonia con il prossimo, gli ha consentito di compiere decine e decine di omicidi senza provare alcun rimorso. Lars è questo, prendere o lasciare, se il mondo critico gli rimprovera degli eccessi, il regista danese se ne frega altamente andando per la propria strada, così abbondano le donne dall'intelligenza mediocre o gli omicidi efferati compiuti in molti modi, nei quali però non è il sangue a disturbare, ma l'atto in sè a lasciare turbato lo spettatore, complice anche lo stile asettico e cronachistico della regia di von Trier, il quale gode molto nel riprendere la sofferenza di una vittima strangolata o la freddezza di Jack nell'uccidere con il proprio fucile una famiglia (terrificante), appagando il proprio contrasto tra piacere e dolore brillantemente esplicato nell'aneddoto sul lampione, ma alla fine nella mezz'ora surreale finale, Jack come Trier sono costretti ad ammettere l'inferiorità della materia innanzi all'etica morale, chiudendo il film con un finale "troll", che lascia spiazzato probabilmente lo spettatore non avvezzo al cinema del regista danese, ma in realtà la logica conclusione per un regista da sempre discepolo di Carl Theodore Dreyer, anche se rivisita certi suoi topoi in una chiave surreale, grottesca e quasi da presa in giro, ben lontana dall'austerità che caratterizzavano le sue opere del suo connazionale. Un film non banale per niente, divisivo ovviamente e da rivedere più e più volte, magari dopo aver visionato come detto altri film precedenti del regista.

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              • The Host di Bong Joon-ho (2006).


                Di monster movie se ne sono fatti tanti ed eseguendo una ricerca veloce, si scopre che in oriente c'è una filmografia sterminata sull'argomento, anche se la stragrande maggioranza di questa roba non è mai giusta qui in occidente; Bong Joon-ho non temendo la ricca tradizione di kaiju movie, al suo terzo film dopo lo splendido capolavoro di Memorie di un Assassino (2003), decide di cimentarsi con un monster movie, girando questo The Host (2006), che verrà accolto da critiche più che positive (con tanto di esaggeratissimo 3° posto nella classifica del 2006 dei Cahiers du Cinema), ottenendo all'epoca il record di pellicola più vista in Sud Corea, che grazie a tale fortuna al box-office, è riuscita ad arrivare anche nel resto del mondo.
                Rispetto al thriller socio-antropologico precedente, con The Host siamo più nel territorio del cinema di genere, arrivando a sfruttare la figura del mostro come strumento per descrivere come la società sudcoreana si ritroverebbe ad affrontare una simile emergenza e le implicazioni del paese a livello internazionale, con le intrusioni massive da parte della super potenza degli Stati Uniti, dove questi ultimi di fatti sono a tutti gli effetti i manovratori di tutta la vicenda, a cominciare dalla creazione "involontaria" della creatura, nata a seguito della contaminazione del fiume Han per via di sostanze tossiche riversate in esso da un laboratorio militare USA presente nel paese, per poi voler gestire in prima persona tutti gli aspetti dell'emergenza, durante la quale il personale medico-militare sudcoreano viene visto dagli occhi del regista, come una ridicola massa asservita ad una potenza straniera, incapace di prendere in prima persona le redini del proprio paese. Ne esce un film giustamente anti-americano, come si evince anche dallo straniante finale, nel quale i politici sparano falsità mentre i due personaggi si prestano al bisogno primario di sopravvivere tramite l'atto del mangiare, ma l'invettiva risulta un tantinello ipocrita, poichè alla fine il regista a differenza del precedente e ben più incisivo Memorie di un Assassino, nel quale descriveva in modo eccelso ed inquietante la violenza e la degradazione morale del proprio paese, qui sembra in gran parte assolverlo tramite una mera satira bonaria, per traslare i vari problemi negativi dell'emergenza esclusivamente sulla troppa invadenza USA sulla propria nazione, senza la cui presenza la Sud Corea a suo dire risolverebbe i suoi problemi, quando in realtà tutte le negatività sono in gran parte dovute ad una società ipercompetitiva, che ha abbracciato i precetti del capitalismo di matrice americana in chiave iper-estremista, marginalizzando i più deboli, i quali non a caso sono i vari protagonisti della pellicola.

                Gang (Song Kang ho) e suo padre Hie, gestiscono un negozio di calamari e rivendita di cibo in riva a fiume Han, mentre gli altri due figli sono Nam-il, un laureato spiantato in cerca di lavoro e Nam-joo, una tiratrice con l'arco che soffre sotto pressione quando deve dare il meglio di sè nel momento decisivo. Gang è la pecora nera della famiglia, poco sveglio, non molto intelligente (mancanza di proteine da piccolo secondo il padre), emotivamente instabile come la recitazione troppo caricata e a squarciagola del proprio interprete (ma in realtà di tutto il cast, il tono semi-serio di Bong non sempre risulta ben gestito, la grattata di palle da parte di Gang mentre il fratello si dispera è un tantino fuori luogo, così come la dormiveglia di quest'ultimo e della sorella, mentre il loro padre parla dei problemi di Gang), ben lontana da quella sarcastica intrisa di nero umorismo violento di Memorie di un Assassino, sui cui livelli ritorna solo nella mezz'ora finale purtroppo. L'uomo è stato lasciato dalla moglie e vive insieme a sua figlia Hyun-seo, la quale nel momento dell'attacco della creatura mutante uscita dal fiume, viene catturata dal mostro e portata nelle fogne. Bong mostra l'intera famiglia ed il suo mutamento progressivo legandolo alla ricerca spasmodica della creatura, inserendo di contorno un insieme di tematiche che spaziano dall'inquinamento alla disinformazione sino alla differenze di classe, troppa roba per una pellicola che alla fine poggia su questi quattro "falliti", in situazioni dallo sviluppo sempre più farraginoso quanto improbabile (il mostro e la conseguente emergenza nazionale, sono situazioni troppo grandi per rendere credibili certe ingenuità e svolte narrative), perchè per riuscire al meglio nella trattazione di tali argomenti sarebbe stato meglio adottare una narrazione di stampo altmaniano, con un punto di vista non univoco ma corale, per riuscire quindi a dare un ampio quando esaustivo ritratto sociale del paese alle prese con un'emergenza che non sa affrontare, poichè essa sta sfuggendo sempre più di mano. Bong per lo meno non si dimentica le basi del suo precedente capolavoro, il suo è un cinema sporco, lercio, sanguinolento, rivoltante, fatto di corpi ammassati, sudati, unti, feriti, maciullati, digeriti e quando non servono al momento rigettati per poi essere divorati più avanti; la creatura è il risultato di una mutazione e combinazione di varia fauna del fiume (pesci di acqua dolce, rana pescatrice e zampe di anfibi), che gli donano un design più "realistico" (buoni gli effetti speciali, mostrano il fianco solo nel momento finale, quindi non comprendo le critiche negative in proposito visto che il mostro si lega benissimo con l'atmosfera umida e plumbea dell'ottima fotografia di Kim Hyung-ku, che confeirsce un tono unto e sporco alla messa in scena) ed ancorato alla distruzione materiale e umana provocata dal mostro nelle sue scorribande, a cominciare dal tremendo attacco iniziale che passa da devastazioni inquadrate in tono semi-serio fino all'inquietante mattanza compiuta dalla creatura all'interno di un chiosco dove sono presenti numerose persone impossibilitate a scappare via. E' un buon film nessuno lo vuol negare, sopra la media, ma un passo abnorme indietro rispetto a Memorie di un Assassino e neanche paragonabile a Parasite, siamo più vicini ad una concezione di blockbuster all'americana (con tanto di 10 milioni di budget, una enormità per l'industria cinematografica locale). ma di stampo "autoriale", soprattutto per le scelte estetiche che si discostano nettamente dalle pellicole del genere di matrice Hollywoodiana come i nuovi Jurassick Park, leccati, patinati e tirati così a lucido da non rendere tangibile niente e rendere il tutto stra-finto e plasticoso.
                Ultima modifica di Sensei; 10 November 20, 21:53.

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                • Su Enola, la performance di Millie Bobby Brown (con le sue faccette) è in linea con il registro di riferimento adottato per questi film di stampo disneyano indirizzati ad un target infantile. Vedi Lindsay Lohan in "Genitori in Trappola", gemelle Olsen in "Matrimonio a 4 Mani" etc.
                  Si rivolge a quel pubblico non al fruitore smaliziato con una punta di prostatite.

                  In generale se si analizza con cognizione di causa un prodotto del genere dire che la leggerezza (voluta) ammazza ogni componente emotiva e drammatica equivale ad analizzare un horror imputandogli di ammazzare ogni tentativo di ironia con seriosità e violenza.
                  Così come sforzarsi di volerci trovare in questo film un baluardo impegnato della lotta all'emancipazione femminile è una prerogativa totalmente utopistica figlia di una chiave di lettura in sede d'analisi fallata.
                  Ultima modifica di MrCarrey; 11 November 20, 12:18.
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                  • Originariamente inviato da MrCarrey Visualizza il messaggio
                    Su Enola, la performance di Millie Bobby Brown (con le sue faccette) è in linea con il registro di riferimento adottato per questi film di stampo disneyano indirizzati ad un target infantile. Vedi Lindsay Lohan in "Genitori in Trappola", gemelle Olsen in "Matrimonio a 4 Mani" etc.
                    Si rivolge a quel pubblico non al fruitore smaliziato con una punta di prostatite.

                    In generale se si analizza con cognizione di causa un prodotto del genere dire che la leggerezza (voluta) ammazza ogni componente emotiva e drammatica equivale ad analizzare un horror imputandogli di ammazzare ogni tentativo di ironia con seriosità e violenza.
                    Così come sforzarsi di volerci trovare in questo film un baluardo impegnato della lotta all'emancipazione femminile è una prerogativa totalmente utopistica figlia di una chiave di lettura in sede d'analisi fallata.
                    Sottoscrivo.

                    Sensei, secondo me a volte nelle tue recensioni/critiche pecchi troppo di mancanza di "contestualizzazione" ... non so come spiegarti bene ...
                    Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

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                    • Hunter Killer - Caccia negli abissi (2018)

                      Solito film degli ultimi anni con protagonista Gerardone Butler, eroe figo e senza macchia in stile McClane anni '80-'90.

                      Il film in se non è niente di particolare, però devo dire che alla fine risulta piuttosto godibile se preso per quello che è, ovvero un misciotto middle-low budget di "Allarme Rosso", "Caccia ad Ottobre Rosso" e "Al vertice della tensione".

                      Le 2 ore passano bene, la tensione non manca e la storia/plot è la più classica e lineare che ci si possa aspettare da un film così, con il solito generale russo che da di testa, ritenendo che il presidente russo di turno sia troppo "morbido" e che la Russia debba tornare a fare la cara e vecchia CCCP.
                      A questo punto però la storia prende una piega perlomeno un filo più originale.
                      Il cast fa quello che deve fare, con personaggi abbastanza tagliati con la proverbiale accetta (non che da un film simile ci si possa attendere qualcosa di diverso); unica nota a parte forse un Gary Oldman un pò sopra le righe (strano vederlo in un film così "commerciale").

                      Ah, nota a parte per la colonna sonora ... bella potente anche se a volte forse abusa dei "brooooooom" stile Inception, tanto cari ad alcuni utenti


                      Anni fà qualcuno lo avrebbe definito forse un film quasi da direct-to-dvd, ma alla fine per staccare un paio di ore ci può stare e risulta piacevole.
                      Ultima modifica di Matthew80; 11 November 20, 12:56.
                      Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

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                      • MrCarrey
                        Lo " stampo disneyano" impone Disney , la sua impronta, agli artisti, non il contrario: puoi fare un papero che somiglia a Mick Jagger , ma non puoi fargli fare le orgette con le fan, deve fare appunto, anche esteticamente, robe in " stile" Disney. Invece, così Sembra a Sensei, da un lato l'attrice si è autoprodotta per non farsi mette e i piedi in testa ma poi ha trattato coi piedi un franchise più vecchio e glorioso di lei.
                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        • Non è così, il film è prodotto da lei assieme ad altre 8 personalità tra produttori e produttori esecutivi, quindi il potere decisionale è ripartito. Dire che se lo sia autoprodotto per non farsi mettere 'i piedi in testa" la fa sembrare l'autore cupo ed anticonvenzionale che non trova finanziamenti per creare la sua arte, e non mi pare proprio sia questo il caso. Qui la papera è travestita da Sherlok Holmes e fa tutte cose secondo i crismi di un prodotto Disney per un pubblico under 12. Anche se la Disney di fatto non c'ha messo le mani è pacifico quali siano i modelli di riferimento. Non tiro in ballo Una Serie di Sfortunati Eventi (il film) perchè nonostante le analogie è già una roba molto più cupa.
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                          • New Mutants.

                            Filmetto insignificante, pare una puntata di una serie tv.

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                            • Originariamente inviato da Matthew80 Visualizza il messaggio

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                              Sensei, secondo me a volte nelle tue recensioni/critiche pecchi troppo di mancanza di "contestualizzazione" ... non so come spiegarti bene ...
                              naaaah io ho capito benissimo cosa voleva intendere con la recensione su enola holmes, concordo ogni rigo

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                              • Beh, se siete dei 55enni e pretendavate di vedere un film stile Orient Express, non so che dirvi.

                                Ci troviamo di fronte ed un simpatico divertisment dell'universo di Sherlock Holmes per tredicenni ... non so cosa volevate di diverso ...
                                Ultima modifica di Matthew80; 12 November 20, 18:10.
                                Ex utente Matt80 dall'autunno 2007

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