annuncio

Comprimi
Ancora nessun annuncio.

L'ultimo film che hai visto?

Comprimi
X
 
  • Filtro
  • Ora
  • Visualizza
Elimina tutto
nuovi messaggi

  • Qualche mia ultima visione (allarme SPOILER: potrebbero essercene).

    Never Rarely Sometimes Always (2020)

    Una ragazza incinta, Autumn, decide di abortire. Il film procede seguendola da vicino, senza dirci quasi nulla di questa relazione, senza soffermarsi troppo sulla questione spinosa dell’aborto, lasciando comunque intravedere di sfuggita, a dispetto di chi generalizza, che le leggi non sono ferree, ma tengono in considerazione diversi casi.

    Il titolo riguarda un test psicologico a cui è sottoposta Autumn, chiamata a rispondere a delle domande scegliendo una di quelle quattro parole: lei, preoccupata di non essere una brava madre, piano piano finisce per scaricare le colpe del suo malessere sul vecchio partner, sottolineando una mancanza di amore che sarebbe stata poco sana per il bimbo. Pur non essendo oppressivo come 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, questo film ha i suoi momenti e arriva a sferrare qualche pugno nello stomaco che sfonda la quarta parete. Il giudizio finale è lasciato allo spettatore: cosa speravi che accadesse?




    Palm Springs (2020)

    Film davvero divertente che riprende l’idea di Ricomincio da capo, con un ragazzo, Nyles, condannato a vivere ripetutamente lo stesso giorno.

    Sul lato romantico è un film che ribadisce l’importanza di lasciarsi alle spalle il passato e considerarsi per come si è nel presente, concetto evidenziato con una metafora di pancia (non importa ciò che ho mangiato, ma ciò che sto mangiando [quella vera è più succulenta]) pur riconoscendo la difficoltà di separare le due cose, come quei sensi di colpa che Nyles deve fronteggiare dopo ogni atto violento che compie in questo mondo senza senso.

    Sul lato “filosofico”, invece, il film rivendica l’importanza della scoperta come motore della vita umana: la soluzione per superare quel giorno non è fare i buoni o aprire il cuore, si tratta semplicemente di trovare un modo scientifico per uscire dal loop e c’è tutto il tempo del mondo per scoprire come (la soluzione è altrettanto semplice).

    Queste due anime del film convergono nel momento in cui Nyles sceglie l’amore per Sarah (una ragazza rimasta accidentalmente intrappolata nello stesso loop) e rinuncia così al potere di ottenere ciò che vuole in un mondo in cui ormai sa esattamente cosa dire per comandare le persone a bacchetta e ottenere ciò che vuole.




    Notturno (2020)

    Ultimo dei quattro film del filone Welcome to Blumhouse distribuito da Amazon e, visti i commenti poco lusinghieri che ho letto qui dentro sugli altri tre, primo che ho deciso di vedere. Pare sia passato inosservato che la casa di produzione, in realtà, è la Blumhouse Television, quindi tecnicamente i quattro lungometraggi sono da considerarsi film tv, giusto? Questa cosa da un lato mi ha fatto abbassare le aspettative, dall’altra credo abbia instillato in me un pregiudizio che ha limitato il mio apprezzamento. In poche parole, nei prossimi giorni il mio giudizio potrebbe salire.

    Il canovaccio di trama è “una giovane pianista accademica, Juliet, fa un patto con il diavolo per superare l’invidiata sorella gemella” e, al di là di qualche faciloneria per smuovere la trama, il film tiene molto bene la tensione e, soprattutto, suscita interesse per la storia.

    Andando oltre la messa in discussione degli effettivi meriti di chi si limita a riprodurre con grande tecnica invenzioni di altri e, quindi, dell’importanza della spontaneità e dell’ignoto (cosa che mi ricorda un’intervista di Andrè 3000, che pure delle belle cosette in carriera le ha fatte), il fulcro del film è per caso l’egocentrismo? Il finale ambivalente lo interpreto come un sacrificio necessario per la protagonista per raggiungere il suo obiettivo: sul palcoscenico applaudita da tutti, compresa la sorella Vivian che, nonostante il tradimento, le regala un sorriso che appare decisamente sincero; morta invece agli occhi del mondo esterno... o di nessuno, visto che il cadavere all’ingresso della scuola (è seconda anche in questo) è destinato ad essere ignorato.

    Non sono convinto della necessità di questo compromesso, ma, collegandomi alla spontaneità nominata sopra, forse il sacrificio è inevitabile per chi, sprovvisto del sufficiente talento o di una necessaria confidenza, finisce per trasformare la sua passione in un’ossessione.
    Ultima modifica di p t r l s; 30 novembre 20, 08:31.
    'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

    Commenta


    • Molto carino Palm Springs, riprende un canovaccio già usato in lungo e in largo ma lo declina in modo molto personale.
      Ieri ho visto First Reformed di Schrader e mi è piaciuto molto nonostante il film (che inizia benissimo) prometta più di quanto non mantenga. Ho trovato emblematica la scena del "Magical Mystery Tour": lì, semplicemente con un movimento di macchina (forse uno dei pochissimi fino a quel momento, la camera è sempre fermissima) e con una trovata semplice ed estranea dal film come la levitazione, le sensazioni del protagonista arrivano allo spettatore in modo diretto ed efficace. Peccato che da lì a poco, nella stessa scena, Schrader calchi troppo la mano mostrando immagini di repertorio di disastri ambientali sottolineando in modo un po' grossolano e didascalico una delle tematiche del film. Comunque è un ottimo lavoro, strano se ne sia parlato poco quando è uscito.

      Commenta


      • Di First Reformed mi aveva sorpreso la sensazione di dejavu rispetto a Luci d'inverno (al punto che a tratti ne pareva quasi un remake), poi avevo letto che il film di Bergman era stato uno delle principali fonti d'ispirazione assieme a Diario di un curato di campagna di Bresson.
        Luminous beings are we, not this crude matter.

        Commenta


        • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
          Di First Reformed mi aveva sorpreso la sensazione di dejavu rispetto a Luci d'inverno (al punto che a tratti ne pareva quasi un remake), poi avevo letto che il film di Bergman era stato uno delle principali fonti d'ispirazione assieme a Diario di un curato di campagna di Bresson.
          Ammetto la mia ignoranza, non ho visto né l'uno né l'altro. Ma ne approfitto per segnalare che a dicembre su Raiplay verranno caricati diversi film di Bergman

          Commenta


          • Originariamente inviato da Admiral Ackbar Visualizza il messaggio
            Ammetto la mia ignoranza, non ho visto né l'uno né l'altro. Ma ne approfitto per segnalare che a dicembre su Raiplay verranno caricati diversi film di Bergman
            Ottimo. Da poco avevo visto che di Bergman c'è parecchia roba pure su PrimeVideo, se qualcuno vuole recuperare qualcosa, sia i classici che opere meno conosciute.

            EDIT: ho rincontrollato e molti di quelli che prima erano inclusi con Prime ora ci sono ma fanno parte del catalogo Mubi (che risulta come canale Prime a pagamento), tra cui anche Luci d'inverno.
            Ultima modifica di Sir Dan Fortesque; 30 novembre 20, 12:43.
            Luminous beings are we, not this crude matter.

            Commenta


            • Originariamente inviato da Sir Dan Fortesque Visualizza il messaggio
              Di First Reformed mi aveva sorpreso la sensazione di dejavu rispetto a Luci d'inverno (al punto che a tratti ne pareva quasi un remake), poi avevo letto che il film di Bergman era stato uno delle principali fonti d'ispirazione assieme a Diario di un curato di campagna di Bresson.
              Diario di un curato di campagna è uno dei suoi film feticcio, ha detto che lo ha rivisto un sacco di volte anche prima di girare American Gigolò (spero di non confondermi con Pickpocket, ma comunque il riferimento è sempre Bresson).
              https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

              "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

              Commenta


              • Indagine su un Cittadino al di Sopra di ogni Sospetto di Elio Petri (1970).

                Tra i numerosi vincitori dell'oscar come miglior film straniero, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (1970) è sicuramente tra quelli più dimenticati se non il più in disuso di tutti, visto come in realtà tutta la filmografia di questo maestro del cinema sia stata colpevolmente rimossa e anche la critica ufficiale lo tratti con una palese sufficienza (Mereghetti 2.5 stelle nel suo dizionario), come se fosse un regista che ha fatto il suo tempo e che si levi dai coglioni, quando in realtà è un maestro al pari degli altri giganti che dal dopoguerra fino ad inizio degli anni 80', fecero del nostro cinema il migliore al mondo insieme a quelli giapponese.
                Gli aggettivi utilizzati per definire la pellicola, sono stati numerosi, il più gettonato tra tutti è sicuramente profetico, ma Petri in realtà non ha mai previsto nulla, semplicemente ha raccontato con il suo stile intriso di grottesco razionalismo scientifico, le iniquità, le nevrosi e gli abusi del potere, con una pellicola fortemente polemica contro la polizia, che nonostante operasse in uno stato dove vigeva la democrazia da poco meno di 25 anni, in realtà aveva (e tutt'ora ha?) numerose similitudini nei modi di agire con la polizia fascista o le SS naziste, senza contare le connessioni con le istituzioni politiche dominanti, che avevano creato un apposito corpo di polizia con compiti di sorveglianza politica per reprimere l'allora nascente fenomeno terrorista, ma in realtà subito deviato dai propri scopi, per occuparsi in modo illegale di reprimere ogni pensiero politico di colore avverso alla Democrazia Cristiana allora al governo.
                Il "Dottore" (Gian Maria Volontè), entità personificata in un uomo di cui non sapremo mai il nome, perchè simbolo di un sistema corrotto e contorto dal potere e dalla gestione di esso nella sfera pubblica quanto privata. Promosso dal precedente incarico di capo della sezione omicidi a capo della polizia politica, kafkaniamente il dottore in quanto servo della legge risulta soggetto solo ad essa e quindi al di fuori di qualsiasi giudizio umano, quindi gli è concesso fare qualsiasi cosa con l'assoluta insindacabilità delle proprie azioni dal punto di vista penale. L'uccisione da parte dell'uomo della sua amante Augusta Terzi (Florinda Bolkan) ad inizio film, è uno sfregio assoluto verso la legge e le istituzioni che egli rappresenta, eppure nonostante dissemini il luogo del delitto di indizi decisivi sul fatto che il colpevole sia lui, nessuno tra gli addetti alle indagini, tra i suoi colleghi o tra la gente comune, alza un solo dito per accusarlo, poichè il dottore in quanto membro della polizia è un uomo al di sopra di ogni sospetto, il potere non può essere giudicato da sè stesso, perchè altrimenti verrebbe meno l'essenza su cui esso poggia, cioè il rapporto autoritativo tra istituzioni (e le sue ramificazioni, delle quali il corpo di polizia ne è propaggine) ed i cittadini, dove questi ultimi innanzi alle iniquità di esso sbattute in faccia potrebbero ribellarsi o comunque pretendere una radicale riforma delle base su cui esso viene gestito.
                Il potere non può permettersi di essere giudicato dai propri subalterni, nè per sua natura è in grado di auto-riformarsi, così l'unica strada possibile è l'autoassoluzione da tutte le colpe, mettendo a tacere gli oppositori o nascondendo la polvere sotto al tappeto, di segreti irrisolti la repubblica italiana ne ha tantissimi e anche a distanza di decenni dalla morte dei diretti interessati, su molte questioni ci si deve basare su una versione ufficiale che fa acqua da tutte le parte ed una marea di ricostruzioni in parte veritiere, che dato il cospicuo numero, risultano essere troppo frammentate e contraddittorie, tanto da non portare a nessuna verità ed essere tacciate dalle istituzioni e da gran parte della gente comune come complottiste, in modo da squalificarne il valore.

                Il cinema di Petri tramite l'arma del grottesco demistifica il potere e l'esercizio di esso, inserendo nella trattazione numerosi riferimenti a Kafka, Brecht, Marx oltre che citazioni pittoriche a Klimt, riuscendo così a fondere nella propria opere un tono sopra le righe quasi surreale a tratti, con un'incisiva analisi socio-politica, che trova le basi delle propri tesi nella scienza filosofica e letteraria dei suoi riferimenti culturali. Il dottore rappresenta in pieno la condizione post-moderna dell'essere umano detentore del potere, combattuto tra la propria posizione rispettabile che gli deriva dalla sua presenza in pubblico e le perversioni nevrotiche accentuate dal montaggio frammentato e colmo di flashback improvvisi. Il dottore da pieno sfogo nel privato alla propria depravazione, tramite il suo rapporto di "dominato" con Augusta Terzi, che assume le grottesche fattezze di un vero e proprio interrogatorio di polizia, con tutte le sfumature psicanalitiche del caso, i cui risultati più interessanti ma inquietanti, giungono alla considerazione di come l'uomo di potere non sia altro che un bambino piagnucoloso in costante bisogno di affermare sè stesso per ottenere l'approvazione paterna, facendo così assumere un significato più profondo della mera autorità a quella macchina a mano costantemente posizionata dall'alto verso il basso, giungendo poi ad una inquietante sequenza finale intrisa di realismo "istituzionale", che lascia raggelati per le inquietanti commissioni con la realtà in cui viviamo.
                Solo Gian Maria Volontè, il più grande attore della settima arte, poteva portare sullo schermo una figura complessa, stratificata, contraddittoria ed in costante preda delle nevrosi come il dottore, una figura che poteva facilmente scadere in una macchietta farsesca di quart'ordine, distruggendo così l'analisi di Petri che sarebbe diventata una mera barzelletta, perdendo totalmente invece la realtà umana che si cela dietro il grottesco; l'attore milanese è autore di una prova recitativa monumentale, con un personaggio in costante over-acting nella scrittura, le cui eccezionali capacità dell'interprete però sono sempre capaci di non fargli mai sfondare il labile confine con il ridicolo, riportandolo sempre su di un piano umano, con una capacità di controllo che rasenta la non interpretazione data l'assoluta assenza di ogni tic o gestualità che faccia pensare ad una recitazione o ad artifizi costruiti; Gian Maria Volontè è totalmente il suo personaggio, l'aderenza è totale, riportandone in scena la sguaiataggine sfacciata quando urla dando pieno sfogo rivelatorio delle sue origini tramite il dialetto siciliano (un meridionale che difende un potere che in realtà l'ha sempre sfruttato...) del proprio personaggio tenuto invece a bada nei momenti di calma, senza contare l'assoluta credibilità nel riportarne in scena le perversioni morali (ricreare le scene dei delitti) e la lenta trasformazione in un uomo sempre più nevrotico (le sonorità elettroniche del grandissimo Ennio Morricone fanno il resto) e disturbato durante le varie fasi della sua relazione con Augusta Terzi, in pratica se non è la miglior perfomance della storia del cinema, comunque è da TOP 10 di sempre, dispiace quindi che abbia vinto solo dei premi nazionali ma non abbia ricevuto alcun riconoscimento all'estero nè a Cannes, nè vergognosamente l'oscar dal quale venne ignorato e non compreso per via forse dell'ostracismo dovuto alle sue idee comuniste, che negli anni 80' e poi 90', gli costarono una vergognosa quanto totale emarginazione da parte dei produttori nostrani (una decina di film scarsi dal 1980 in poi). Il pubblico dell'epoca rispose bene al film, facendolo giungere nella Top 10 di quell'anno in Italia, i notevoli elogi della critica anche straniera riuscirono inaspettatamente a far giungere questo capolavoro assoluto del cinema mondiale sino alla notte degli oscar, nella quale vinse il premio più importante come miglior film straniero, ma non venne ritirato da Petri, che in quanto iscritto al PCI non poteva mettere piede in america e pare che neanche fu entusiasta di questo premio borghese che avrebbe potuto scalfire a suo dire la potenza rivoluzionaria e anti-sistema della propria opera, mentre le cronache riportano un Gian Maria Volontè contento della vittoria poichè così il film ed il suo messaggio avrebbe potuto raggiungere più persone possibili.

                Commenta


                • Undisputed di Walter Hill (2002).

                  Il pugilato pur avendo origini antiche, è uno sport che ad oggi nei pesi massimi ha la maggiore rappresentanza nei pugili americani, va da se che quindi ci sono una marea di pellicole su tale disciplina, che volendo fare una provvisoria TOP al momento sarebbe così :

                  - Toro Scatenato di Martin Scorsese (1980)
                  - Million Dollar Baby di Clint Eastwood (2004)
                  - Fat City - Città Amara di John Huston (1972)
                  - Stasera ho Vinto Anch'io di Robert Wise (1948)
                  - Alì di Michael Mann (2001)
                  - Lassù Qualcuno mi Ama di Robert Wise (1956)

                  Al settimo posto e quindi dopo la pellicola di Wise con Paul Newman, non c'è il tanto celebrato quanto osannato Rocky di John Avildsen (1976), ma l'ottimo Undisputed (2002) del bravo quanto oramai scomparso nella memoria del pubblico Walter Hill, che in effetti non se la passava benissimo nè a livello artistico e nè commerciale, venendo da oltre 10 anni di filmetti da sequel senza senso di esistere come Ancora 48 Ore (1990), parziali delusioni come Geronimo (1993) e disastri produttivi come Supernova (2000), quest'ultimo disconosciuto dallo stesso cineasta; con Undisputed commercialmente non gli andrà bene comunque, ma per lo meno segna una ripresa netta sul lato artistico da parte di Walter Hill, al suo miglior film da almeno 15 anni. Un budget sui 15 milioni, due attori di colore nonostante le pressioni produttive per mettere come protagonista almeno un bianco (ma il regista sottolinea giustamente come nella boxe negli USA i migliori pugili siano tutti di colore) e crea una bella commissione tra la disciplina della boxe con il genere carcerario da me sempre gradito.
                  Il regista di Long Beach parte da uno spunto "sociale" oserei dire, la storia del campione dei pesi massimi George Chambers detto "Iceman" (Ving Rhames), finito in galera per un'accusa di stupro, ricalca in modo chiaro quella dell'ex campione Mike Tyson, consentendo ad Hill di costruire un qualcosa che vada oltre il mero match finale tra il vero campione dei pesi massimi ed il campione del circuito carcerario Monroe Hutchen (Wesley Snipes) , ponendosi come interessante analisi sull'immagine restituitaci di George come stupratore oppure uomo che si era lascianto "andare" ad un sesso più spinto e violento, venendo accusato ingiustamente di stupro dalla donna e finendo per questo in carcere. Analisi sull'attuale movimento me too a posteriori si sprecherebbero, ma Hill percorre il sentiero dell'analisi su cosa sia vero o falso tramite la società liquida del nuovo millennio, dove non conta la verità, ma la post-verità, cioè la credibilità di colui che afferma qualcosa. A prima vista gli schermi televisivi ed i flashback ci offrono una sentenza netta; Chambers è un omone grande, grosso ed incline alla violenza, mentre la donna è un soggetto chiaramente inferiore dal punto di vista fisico rispetto al campione dei pesi massimi, quindi è scontato che Chambers agli occhi di uno spettatore distratto e dei media sempre a caccia dello scoop, sia per forza il colpevole. Walter Hill non scioglierà mai il dubbio in proposito, nè Chambers in prigione condurrà una permanenza tranquilla, facendo emergere più volte le sue qualità fisiche, che ha adoperato lungo tutto il corso della sua esistenza e lo hanno portato ad essere il campione del mondo dei pesi massimi.

                  Quando sei in cima al mondo, ci vuole poco per passare dall'adorazione al meccanismo inverso e perverso dell'invidia che poi diventa odio, più che concentrarsi su Monroe, persona di poche parole e dedito a coltivare la disciplina pugilistica anche tramite un rigoroso controllo mentale dei propri impulsi violenti, Hill si concentra molto su Chambers e la sua filosofia pessimista dell'essere un vincente, condannato ad una lotta quotidiana per sopravvivere agli attacchi di chi vuole buttarlo giù dal trono conquistatasi.
                  Monroe è tanto meditabondo quanto calorosamente sostenuto da tutta la prigione, mentre Chambers è odiato da tutti i carcerati che hanno avuto la sfortuna di assaggiare i suoi pugni perchè volevano misurarsi con il "campione"; la vita di Iceman è un'esistenza triste e solitaria, una lotta giornaliera per conservare ciò che si è conquistati a suon di cazzotti per evitare che il resto della società ti annienti di brutto e goda nel vederti crollare miseramente dopo averti portato su in cima. Prima o poi tutti perdono, si può solo sperare di essere considerati i migliori per un periodo definito di tempo, ma a Monroe non è concesso neanche questo visto che i suoi incontri senza nessun K.O. non sono conosciuti da nessun altro al di fuori delle quattro mura del carcere, venendo sempre confinato ad essere un campione "sotterraneo", che brilla nell'oscurità dell'ignoranza del mondo, potendo essere apprezzato solo da pochi estimatori presenti nel carcere, in special modo da Mendy Risptein (Peter Falk), un boss mafioso condannato all'ergastolo per evasione fiscale, ma fine esperto e conoscitore della nobile arte del pugilato, per questo combinerà un incontro tra tra il campione del mondo riconosciuto da tutti ed il campione "sotterraneo" delle carceri, per il puro piacere estetico di contemplare uno scontro tra due uomini gustandoselo in ogni secondo pugno dopo pugno.
                  Pur essendo una pellicola prevedibile, i personaggi tratteggiati da Hill non ricadono in eccessivi stereotipi da film carcerari, essendo tutti ambigui e con azioni negative alle spalle conclamate, ma il cineasta ce li restituisce in tutta la loro umanità, cercando tra un'inquadratura prolungata sul volto, uno sguardo catturato e un due intuizioni di dialogo, di dare loro un maggiore spessore. Un tocco di genio resta in questo senso lo scontro finale tra Chambers e Monroe, con la macchina da presa collocata al di fuori delle sbarre di ferro che delimitano il ring, buttandoci in mezzo alla baraonda carceraria tutta schierata per Monroe contro Chambers che rappresenta il sistema ed i privilegi per loro, sottolineando però efficacemente anche la condizione dei due protagonisti, qualunque sarà l'esito l'incontro sarà sempre "undisputed", la verità sarà solo per quei pochi fortunati che erano tra quelle quattro mura, mentre a loro volta osservavano lo scontro tra due pugili rinchiusi anch'essi tra le sbarre. Il pubblico decreterà il flop al cinema del film, la critica gli darà voti ignobili, mentre poi inspiegabilmente esalterà robaccia mediocre di boxe come Creed (2015) e Creed 2 (2018) demolendo invece roba ottima come questo Undisputed che ha un ignobile 48% su Rotten "Pomodoro", ma si sa, oramai la critica ha esaurito la sua funzione storica e con l'avvento di internet alcuni di noi spettatori ne sappiamo molto più di loro.




                  Commenta


                  • Spider-man : Far From Home di Jon Watts (2019).

                    Guardiamola così... se Spider-man Homecoming (2017) era come gustarsi un bicchiere di pipì e popò sciolta, con Spider-man Far From Home (2019) ci fermiamo alla pipì, sempre brutto, insignificante ed orribile rimane, ma almeno rispetto al precedente film qui nel mare del niente, un 10 minuti di roba potenzialmente interessante c'era, ovviamente se il tuo obiettivo è concepire sta roba come un episodio di una serie tv e alla regia c'è una nullità come Jon Watts che pensa solo all'assegno, allora il film brutto te lo vai cercando così come il buttare all'aria degli spinti gradevoli, che a fine film però a pensarci sembrano usciti più per puro culo o mero spettacolo, che per un ragionamento dietro la produzione del film.
                    Tutti ritornati a casa dopo la sconfitta di Thanos, cinque anni e non sentirli, d'altronde casualmente il titano con il guanto eliminando metà della popolazione dell'universo, aveva tolto di mezzo anche Peter Parker e tutti i suoi amici, professori e zia super-gnocca (che fortuita coincidenza...); quindi dopo la devastazione apocalittica, ritorniamo allo status quo e alla noiosa scuola... anzi no! Si và tutti in gita, dove vi chiederete? Di solito quando andavo al liceo si andava nei dintorni, ma ehi ragazzi, questi sono americani e loro fanno le cose in grande, via quindi i noiosi musei locali di New York o la statua della libertà, si và in gita in varie città d'arte europee, per la serie dove la devastazione non è giunta, ce la porta la sfiga di Peter Parker... grazie mille supereroi.
                    Su due ore, all'incirca poco più di metà delle pellicola è il nulla cosmico, assistiamo a questi adolescenti coglioni borghesi americani in gita qua e là per l'Europa a cominciare da Venezia (ma il ciccione filippino come si può permettere il giro in gondola che costa almeno 180 euro? I soldi del papi? Ma non è povero?), passando per Praga e terminare nella più classica ed inflazionata Londra, in tutto questo dobbiamo sorbirci la recitazione tremenda del duo Holland-Zendaya, che dovrebbero far sospirare il pubblico sui primi palpiti d'amore adolescenziali, solo che il personaggio di Peter Parker è devastato dalla tremenda scrittura degli sceneggiatori che evidentemente non conoscono nulla degli adolescenti (si la recitazione sua non aiuta), infarcendo il tutto di dialoghi ridicoli e gridolini che uccidono qualsiasi costruzione per giungere al romanticismo, mentre Michele Jones è conciata come una tossica finto alternativa, con l'appeal di un ferro da stiro e totalmente impedita nell'esprimere un qualsiasi cosa di lontanamente sentimentale (confrontate il tremendo bacio finale con quello presente in Sam Raimi nel primo Spider-man, non c'è proprio confronto con la tensione erotico-sessuale, eppure anche lì erano due liceali, quindi o in poco meno di 20 anni gli adolescenti sono cambiati, oppure Hollywood è sprofondata sempre in peggio e visto che alla produzione c'è la pudica e moralista Disney vince questa seconda opzione).

                    Venezia, Praga e Londra, ma alla fine è come se fossimo in una penosa commedia scolastica inframmezzata da un enorme quantitativo di action in mediocre CGI plasticosa, che pare di non essersi mossi dagli USA, perchè vedere questi mediocri americani devastare le millenaria città d'arte del vecchio continente come se stessero devastando le loro città dall'inesistente storia, fa girare molto le scatole. New York o Venezia (la città più bella del mondo per il sottoscritto) poco cambia per questi bifolchi, è tutto un crash boom, sbangt e crolli di palazzi e ponti (povero Rialto... secoli di storia devastati nel nome di una spettacolarità cafona), per una mera ricerca di scazzottate, con colpi ad effetto per cercare stupire, meravigliare ed ingannare il pubblico, ma la cosa avrebbe richiesto una mano più esperta in regia ed un uso degli effetti speciali dosato con molta più sapienza, perchè alla svolta di Mysterio (Jake Gyllehnall abbonato alle marchette ormai, sua sorella Maggie comparì in un cinecomics, con la differenza che il suo è oramai entrato nella leggenda, quello del fratello... lasciamo stare) non ci credi neanche per un secondo (solo poi Peter Parker poteva credere che fosse uno buono, noi spettatori avevamo capito tutto dal momento della presentazione), data la palese non credibilità della cosa anche per un cinecomics Marvel. Lo spettatore si lascia suggestionare dalla finzione, prendendo per vero cose false, eppure fino a quando vuole farsi inagannare? Questo è lo spunto più interessante dell'opera, ovviamente buttato lì e malamente gestito, però visto il risultato lusinghiero ai botteghini e le ottime critiche, direi che il pubblico pagante è messo molto ma molto peggio dei personaggi del film, di cui però bisogna sottolineare una nuova presa di posizione reazionaria contro gli scarti di Tony Stark, visto oramai come una leggenda senza lati oscuri (la colpa alla fine è dell'antagonista), oltre al fatto di risultare banale un nuovo villain praticamente creato dal miliardario playboy e che si avvale dei suoi strumenti, come se tutto fosse collegato (fastidiosi gli ammiccamenti ai film passati con i personaggi che fanno parte della banda di Mysterio, per il piacere onaista del nerd su come tutto sia collegato e programmato addirittura).
                    Gli stereotipi razzisti sugli europei si sprecano, tralasciando la tipologia di canzoni italiani malamente inserite nell'opera (oltre che sovrabbondanti), irrita l'ennesimo ritratto del vecchio continente visto come un luogo sostanzialmente arretrato a livello tecnologico (la campagna olandese) e fermo sostanzialmente agli anni 50' e 60', in pratica siamo ancora a Vacanze Romane (1953) o Tempo d'Estate (1955), per rimanere più in tema visto che tocchiamo anche Venezia, da sottolineare due cose mentre Zendaya cagneggia recitativamente alla stragrande durante la passeggiata per le calle della città lagunare, ella sostiene che noi italiani abbiamo inventato solo due cose; il caffè espresso (daje) ed una parola per dire tutto, Boh... vorrei far presente agli sceneggiatori del film che tale vocabolo è un'espressione pronunciata quando non sappiamo un qualcosa o in funzione dubitativa, quindi non è una parola che vuol dire tutto (imbarazzante per noi italiani quando assistiamo al suo uso verso il venditore ambulante di rose).
                    Le altri due cose interessanti del film sono relegate ovviamente nei titoli di coda, ma la reazione di Parker che fa il verso a quella del finale del primo film, lascia già presagire la profondità con cui verrà trattata la questione, quindi il giudizio sul film è Boh.
                    Ultima modifica di Sensei; 30 novembre 20, 14:00.

                    Commenta


                    • Per me, il primo Rocky è superiore ad Alì di Mann, che trovo un film non completamente riuscito.
                      https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                      "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                      Commenta


                      • Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                        Diario di un curato di campagna è uno dei suoi film feticcio, ha detto che lo ha rivisto un sacco di volte anche prima di girare American Gigolò (spero di non confondermi con Pickpocket, ma comunque il riferimento è sempre Bresson).
                        Non mi sorprende, visto la sua ossessione per le tematiche cristiane; a volte, quando è lui a dirigere, gli scappa pure un po' la mano, visto che l'hai citato, mi viene in mente proprio il finale di AG:



                        Tra l'altro simile al finale del successivo Light Sleeper:

                        Luminous beings are we, not this crude matter.

                        Commenta


                        • TeneT di Christopher Nolan

                          Ho resistito fino alla fine solo perché l'ho visto in compagnia. Un Nolan con tutti i difetti (o i pregi, per chi lo ama) tipici del suo cinema. Arte ridotta a meri tecnicismi di sceneggiatura, senza nulla da dire, senza personaggi, senza niente.
                          https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                          "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

                          Commenta


                          • Velluto Blu
                            Finalmente ho recuperato questo noir atipico. Premessa, riconosco la maestria di Lynch ma ho qualche problema con la sua filmografia, per via del fatto che ho difficoltà coi film che hanno una impronta "onirica" per tutta la loro durata (e anche per il fatto che, quando sogno, ho il difetto di essere una persona molto quadrata, per cui non mi sono mai riconosciuto nelle esasperazioni che spesso si vedono al cinema quando si prova a "filmare" l'inconscio).
                            Due cose inizialmente saltano agli occhi, e si chiamano entrambe Hopper.
                            La prima, è la performance di Dennis Hopper, davvero magnifica. Non solo è convincente nella sua schizzofrenia (passa rapidamente da una sentita e commossa sensibilità ad una volgare ed arrogante violenza, e l'attore è bravissimo sia nella transizione che nell'incarnare entrambe queste personalità) ma riesce anche ad essere inquietante nonostante non abbia un fisico eccessivamente minaccioso.
                            La seconda cosa che balza agli occhi è che le immagini ricordano (parlo personalmente) o quadri di Hopper (l'artista), per come l'uso dei colori primari venga impiegato per trasmettere solitudine ed inquietudine. La simmetrica geometria con cui Lynch usa i colori è impressionante....se analizziamo la terna primaria rosso-blu e verde, vediamo questa ripartizione ripetuta in continuazione.
                            Se la prima inquadratura mostra una tenda (in realtà una vestaglia) di velluto blu, filmata in maniera quasi Baviana, successivamente vediamo un vicinato anni 50 americano, in cui predominano i colori rossi (il camion dei pompieri, i fiori, gli stop rossi, le lampade rosse, i maglioni rossi) e verde (il prato, il tubo di gomma verde). E' una immagine da cartolina che sembra quasi parodiare il mood revival anni 50 che imperversava in America negli anni 80 (anno in cui è uscito il film), basti pensare a Happy Days (o anche a Ritorno al futuro). Come faranno poi sia Burton che i Coen, Lynch ci mostra in poche inquadrature come questo mondo da cartolina nasconda qualcosa di orrendo. Il primo tempo del film ha mantenuto per me questa linea tra il neo-gotico baviano (l'apparizione di Laura Dern nell'ombra, il ruolo della femme fatale come elemento attrattivo ma anche inquietante, i palazzi ammantati di mistero quasi fossero case stregate) e la "parodia" anni 50 (le auto usate, la pettinatura della Dern, i maglioncini della Dern, le canzoni scelte...etc). Gli stessi dialoghi (che purtroppo, tranne quelli di Dennis Hopper, sono il punto debole del film in quanto troppo banali) sembrano quasi voler scimmiottare certi buonismi dell'epoca (il discorso sul sogno dei pettirossi come simbolo dell'amore che ha lasciato il mondo). Continuerà poi il lavoro sui colori (l'appartamento della Rossellini ha una pavimentazione e una tinta legata al fucsia, quindi rosso+blu, in modo da far risaltare la sua vestaglia di velluto blu ma, al contempo, vicino all'ingresso saranno presente degli elementi verticali in verde, così come verde è la maschera usata da Hopper per inalare gas inebriante). Non a caso uno degli elementi risolutivi sarà legato ad un colore, il giallo - altro colore primario caldo, che si staglia sul fucsia in quanto quest'ultima è una delle gradazioni più "fredde" del rosso") .
                            Il secondo tempo segue il canovaccio di un classico noir, con incontri di personaggi legati alla perdizione, minacce, una femme fatale che ti mette nei guai, etc. Ovviamente girato con lo stile onirico di Lynch.
                            Sul personaggio della Rossellini, interessante ed ambiguo, posso rilevare che sia interessante come le sue azioni siano legate ad una figura di marito e di figlio e che, in parallelismo, Dennis Hopper si faccia chiamare "papà" o tenda a comportarsi come un bambino (notare la sua ossessione per il seno) a seconda di quale lato delle sue due personalità prenda il sopravvento. I tanto chiacchierati nudi, che fecero immotivatamente infuriare Rondi, sono tutti funzionali alla storia e non sono mai volgari.
                            Oltre ai dialoghi, altra nota che non incontra i miei gusti personali è la facilità con cui il protagonista venga "perdonato" per una sua "marachella", diciamo così. Anzi, proprio il finale alla "volemose bene", eccessivamente positivo, mi ha fatto inizialmente storcere il naso ma, ad un secondo ripensamento, ho ipotizzato che diversi "indizi" potrebbero far credere che si tratti di un ennesimo sogno del protagonista:
                            Spoiler! Mostra
                            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
                            Spoiler! Mostra

                            Commenta


                            • La Belle et la Bête di Christopher Gans (2014)

                              Versione che si discosta dal classico Disney e si avvicina molto di più alla fiaba originale. Nonostante qualche difettuccio sul lato narrativo e attori non sfruttati al meglio, devo dire che mi è piaciuto. Comparto visivo eccezionale, con un lavoro eccelso su costumi e scenografie (valorizzati da un altrettanto ottima fotografia) che restituiscono un feeling fiabesco perfetto, senza risultare troppo patinati ed artefatti (come capita ad esempio nei film Disney). Anche l'integrazione con il digitale funziona bene (a parte in un paio di momenti ma nulla di troppo fastidioso). Per curiosità sono andato a guardarmi il budget del film (35 milioni) e sono rimasto sinceramente ammirato dalla capacità di Gans di tirar fuori un film del genere con 1/5 del budget che usano i colleghi americani (non ha nulla da invidiare a produzione ben più costose). Apprezzata, e pure molto, la totale abolizione dei siparietti cantati (che appunto è una roba Disney).
                              E' un peccato che Gans sia fermo da anni ormai, già con Il Patto dei Lupi e Silent Hill aveva dimostrato di avere un ottimo occhio per certe cose e con La bella e la bestia non fa altro che confermare questo suo talento. Spero di rivederlo presto alle prese con un nuovo progetto.

                              Commenta


                              • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                                Spider-man : Far From Home di Jon Watts (2019).

                                Guardiamola così... se Spider-man Homecoming (2017) era come gustarsi un bicchiere di pipì e popò sciolta, con Spider-man Far From Home (2019) ci fermiamo alla pipì, sempre brutto, insignificante ed orribile rimane, ma almeno rispetto al precedente film qui nel mare del niente, un 10 minuti di roba potenzialmente interessante c'era.
                                ma perchè ti ostini a vederli?

                                Originariamente inviato da Gidan 89 Visualizza il messaggio
                                TeneT di Christopher Nolan

                                Ho resistito fino alla fine solo perché l'ho visto in compagnia. Un Nolan con tutti i difetti (o i pregi, per chi lo ama) tipici del suo cinema. Arte ridotta a meri tecnicismi di sceneggiatura, senza nulla da dire, senza personaggi, senza niente.
                                io amo Nolan ma questo l'ho trovato indigeribile come un peperone ripieno di peperone. Ci sono pubblicità di deodoranti che hanno un valore narrativo superiore a sto film


                                Honour to the 26s

                                Commenta

                                In esecuzione...
                                X