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  • Originariamente inviato da franzo89 Visualizza il messaggio
    Ciao a tutti, frequentavo il forum in passato più o meno attivamente, non so se sarò nuovamente continuativo ma intanto volevo tornare a scrivere qualcosa.

    La visita
    Se invece di parlare delle polemichette da tabloid per le foto scattate ad hoc, il mondo dell'internette ricordasse più spesso questo film di Pietrangeli con Sandra Milo inquisita... vabbè, ovviamente la frase non può continuare senza finire per ricordare l'altra faccia della banalità dei commenti gettati lì perché fin troppo facile farlo.
    Comunque mi è piaciuto moltissimo, consiglio a molti il recupero ( c'è su prime). Un ritratto di provincia più vero del vero, senza carinerie e sconti, che per me, nella mia memoria, si associa al primo film di Olmi "Il posto" per altri motivi, anche questo molto apprezzato di recente. Forse perché riescono a scandagliare il sociale tramite il privato, e l'effetto è molto più dirompente. Vedrei altri film così. Sono aperto a consigli (si sta un po' qui anche per questo, no?)
    Che gran film la visita....quasi un pamphlet sulla solitudine....peccato sia così poco conosciuto.
    Il film, comunque, non è solo un ritratto sui mostri di provincia ma anche su quando possa essere disumanizzante una grande città come Roma (e in questo, per la sua abilità nel trattegiare la solitudine urbana delle grandi metropoli, potrebbe essere affiancato all' Appartamento di Wilder)
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
    Spoiler! Mostra

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    • Vero, è un' ombra sullo sfondo, quello dell'alienazione della grande città, che viene comunque proiettata senza risucchiare le figure di primo piano, che sono comunque i personaggi.. Non è un film "a tesi" però, e il bello è che le contraddizioni dei personaggi emergono e vengono riconosciute, affrontate nei limiti della propria umanità dagli stessi personaggi che trovano un momento di sincerità con se stessi (come nella scena della reciproca "confessione" in stanza da letto, verso il finale), ma non si risolvono, infine.
      [FONT=lucida grande]"Il cinema non fornisce ciò che desideri, ti spiega come desiderare." Slavoj Žižek

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      • Duelle di Jacques Rivette (1976)

        Tralascio qualsiasi tipo di giudizio, dico solo che si gioca un posto nella top 10 o quantomeno nella top 20 dei film più enigmatici e meno fruibili che abbia mai visto. Ha comunque un suo fascino visivo, a prescindere dal resto.

        La mancata conoscenza di altre opere del regista sicuramente non mi ha aiutato.
        Ultima modifica di aldo.raine89; 17 dicembre 20, 07:26.

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        • La Bugia (2020)

          Dei quattro film Amazon/Blumhouse è quello che mostra di più il formato televisivo. Appare tutto di seconda mano, ma la storia mette molta curiosità nel vedere come la verità verrà a galla. Peccato che tutto il film fosse una bugia e che il colpo di scena finale si riveli uno scherzo di cattivo gusto che lascia la sensazione di tempo buttato.




          Maniac (1980)

          Consigliato qui dentro. Non mi dilungo troppo, ma trovo forte il fatto che, nonostante si tratti di una vicenda molto “intima”, con il mondo esterno che viene illustrato solo attraverso pagine di giornale e sporadiche conversazioni tra vittime designate, tutta la storia dia la sensazione di essere molto più ad ampio raggio.




          Drugstore Cowboy (1989)

          Una coppia di schizzati in un film sobrio e di classe. Mi piace la svolta che prendono i fatti ad un certo punto e il codice morale che il protagonista dimostra, che si lascia guidare dal destino per la sua redenzione e spera che il suo perdono possa essere da monito per altri peccatori.




          The Game - Nessuna regola (1997)

          Il gioco è il Cinema, il protagonista lo spettatore, la ragazza la compagna invitata e il film un’esperienza di emozioni costruite ad hoc per chi non vuole assolutamente sperimentarle nella vita vera.
          'They play it safe, are quick to assassinate what they do not understand. They move in packs ingesting more and more fear with every act of hate on one another. They feel most comfortable in groups, less guilt to swallow. They are us. This is what we have become. Afraid to respect the individual. A single person within a circumstance can move one to change. To love herself. To evolve.'

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          • Registro che ha avuto recensioni abbastanza buone, ma a mio avviso Red Post on Escher Street è uno dei film meno riusciti di Sion Sono

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            • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio
              Registro che ha avuto recensioni abbastanza buone, ma a mio avviso Red Post on Escher Street è uno dei film meno riusciti di Sion Sono
              Pensavo che fosse Prisoners of the Ghostland a cui avevano cambiato il titolo invece è proprio un altro film
              Luminous beings are we, not this crude matter.

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              • Ah ma si trova da qualche parte quindi
                https://www.amazon.it/dp/B08P3JTVJC/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&dchild=1&keywords=mau rizio+nichetti+libri&qid=1606644608&sr=8-1 Il mio saggio sul cinema di Maurizio Nichetti.

                "Un Cinema che non pretende, semplicemente è" cit. Roy.E.Disney

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                • Si si, si trova, sub eng... Ho scoperto l'esistenza del film 3 giorni fa e l'ho trovato

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                  • Historias extraordinarias di Mariano Llinás

                    Ce l'avevo in watchlist già da un po', ma l'ho sempre rimandato a causa della sua considerevole durata.
                    Ho diviso la visione su due serate ma voglio assicurarvi che le sue oltre quattro ore potrebbero essere tranquillamente assimilate senza troppa fatica.

                    Venendo al film posso dire che per quanto mi riguarda è una di quelle opere che cambia il mio modo di approcciarmi al cinema, a prescindere dal valore complessivo, che comunque reputo altissimo, è una sensazione che mi capita molto raramente, forse ogni due o tre anni, considerando sia le nuove uscite che i recuperi del passato.

                    Oltre alla durata fuori dai canoni, ciò che rende questo film argentino del 2008 così unico è la sua struttura narrativa, che oserei definire quasi alla stregua di un audiolibro con le immagini. I dialoghi sono infatti ridotti all'osso e quasi tutto ciò che vediamo è filtrato dalla voce narrante. Detto così può sembrare una palla incredibile, ma per quanto mi riguarda è una scelta vincente che aiuta a calarsi perfettamente nelle vicende.

                    Assistiamo infatti agli avvenimenti di tre personaggi ordinari (chiamati X, Z e H) che si troveranno in situazioni molto particolari dietro alle quali si nasconde una storia e più probabilmente un'altra storia e così via, il tutto ambientato nella provincia argentina. Il tutto diventa quindi un omaggio a ciò che è dimenticato e a cui le persone danno importanza con il solo scopo di dare un senso alla propria esistenza.

                    Altra nota di merito è che per ogni segmento del film viene adottato uno stile diverso, ci sono parti documentaristiche, altre che si rifanno alla commedia, alla spy story, all'horror, ecc.

                    Avvicinandosi al finale lo spettatore rischia di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso e ridotto alle sue aspettative, ma se si guarda bene ciò è perfettamente in linea con quanto narrato.

                    Opinione puramente soggettiva ovviamente, ma per una volta lo dico, credo di essermi trovato di fronte a un capolavoro.
                    Ultima modifica di aldo.raine89; 27 dicembre 20, 07:41.

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                    • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio
                      Historias extraordinarias di Mariano Llinás

                      Ce l'avevo in watchlist già da un po', ma l'ho sempre rimandato a causa della sua considerevole durata.
                      Ho diviso la visione due serate ma voglio assicurarvi che le sue oltre quattro ore potrebbero essere tranquillamente assimilate senza troppa fatica.

                      Venendo al film posso dire che per quanto mi riguarda è una di quelle opere che cambia il mio modo di approcciarmi al cinema, a prescindere dal valore complessivo, che comunque reputo altissimo, è una sensazione che mi capita molto raramente, forse ogni due o tre anni, considerando sia le nuove uscite che i recuperi del passato.

                      Oltre alla durata fuori dai canoni, ciò che rende questo film argentino del 2008 così unico è la sua struttura narrativa, che oserei definire quasi alla stregua di un audiolibro con le immagini. I dialoghi sono infatti ridotti all'osso e quasi tutto ciò che vediamo è filtrato dalla voce narrante. Detto così può sembrare una palla incredibile, ma per quanto mi riguarda è una scelta vincente che aiuta a calarsi perfettamente nelle vicende.

                      Assistiamo infatti agli avvenimenti di tre personaggi ordinari (chiamati X, Z e H) che si troveranno in situazioni molto particolari dietro alle quali si nasconde una storia e più probabilmente un'altra storia e così via, il tutto ambientato nella provincia argentina. Il tutto diventa quindi un omaggio a ciò che è dimenticato e a cui le persone danno importanza con il solo scopo di dare un senso alla propria esistenza.

                      Altra nota di merito è che per ogni segmento del film viene adottato uno stile diverso, ci sono parti documentaristiche, altre che si rifanno alla commedia, alla spy story, all'horror, ecc.

                      Avvicinandosi al finale lo spettatore rischia di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso e ridotto alle sue aspettative, ma se si guarda bene ciò è perfettamente in linea con quanto narrato.

                      Opinione puramente soggettiva ovviamente, ma per una volta lo dico, credo di essermi trovato di fronte a un capolavoro.
                      Dai che adesso sei pronto per poter vedere anche Lav Diaz

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                      • Originariamente inviato da Medeis Visualizza il messaggio

                        Dai che adesso sei pronto per poter vedere anche Lav Diaz
                        L'ho visto menzionato in un paio di recensioni, non so se l'unico punto di contatto sia la durata o vi possa essere altro... In ogni caso prima o poi ci proveró.

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                        • Ferro 3 - La Casa Vuota di Kim Ki Duk (2004).

                          La morte per complicanze da Covid-19 del leggendario Kim Ki-duk a soli 59 anni è stata una catastrofe artistica di proporzioni immani, anche se la sua carriera era compromessa a causa del filone sud-coreano del movimento me-too, che ha accusato il cineasta di molestie e violenza contro un'attrice, senza poi che si sia mai giunti a sentenza perchè il tutto è stato archiviato, ma il tribunale dell'opinione pubblica, unito ad un establishment artistico-politico che ha sempre poco sopportato il suo cinema, con varie accuse di misoginia, misantropia e violenza esibita scagliatagli contro sin dai controversi ma rimarchevoli esordi, hanno fatto si che il cineasta venisse ostracizzato totalmente nel paese. Le pellicole di Kim Ki-duk hanno sempre voluto (o comunue cercato di) mostrare l'altra metà dei 180° visibili all'occhio umano, dando forma agli invisibili e agli emarginati della società sud-coreana, ponendosi così in netto contrasto verso il cinema commerciale di Bong Joon-ho, verso il quale aveva ben poco apprezamento perchè perfettamente livellato al basso livello raggiunto dalla società della Sud Corea (e giustamente noi estimatori di Kim non ci siamo fatti fregare dagli elogi sperticati), non è un mistero che le sue pellicole trovassero apprezzamento per lo più all'estero, grazie soprattutto alla vetrina offertagli dal festival del cinema di Venezia sin da inizio del nuovo millennio, che fece scoprire al mondo del opere di questo genio.
                          La recensione di Ferro 3 - La Casa Vuota (2004), non era programmata come tributo alla memoria del miglior regista della storia della Sud-Corea, ma di fatto lo diventa alla luce della morte improvvisa e nel totale riserbo che ha contraddistinto il regista durante la sua vita, restio ad ogni baraonda mediatico sociale come i suoi personaggi, specie nella summa artistica rappresentata dal capolavoro immane di Ferro 3, con un protagonista il cui nome mai viene pronunciato (Lee Seung-yeon) chiuso nel suo mutismo interiore, risultando così impermeabile al mondo e a tutto ciò che lo circonda, vivendo un'esistenza vagabonda, portata avanti tramite l'introdursi in case altrui approfittando dell'assenza dei proprietari, per vivere all'interno di esse approfittando dell'assenza dei padroni, compiendo piccole faccende di casa durante la sua presenza (lavare vestiti e piatti) e riparare eventuali oggetti rotti, in una sorta di "ringraziamento silente" per l'ospitalità non richiesta, che diventa unica testimonianza (mai notata) della permanenza in casa del ragazzo.
                          La regia di Kim Ki-duk riduce i tecnicismi all'essenziale, così come i movimenti di camera e le perfomance sublimi dei suoi due attori protagonisti, facendosi portatore di un cinema che vive di sottrazione per affermare il suo carattere di resistenza al sistema sociale in cui l'individuo è "rinchiuso", giungendo nella ricerca in territori radicali. Il protagonista in tutta l'opera non pronuncia alcuna parola, limitandosi ad andare avanti nella sua routine giornaliera vagabonda, senza meta e senza scopo, intrufolandosi nelle case altrui per trovare un tetto sulla testa con cui ripararsi e garantirsi così una temporanea sopravvivenza, cercando di vivere in tali luoghi con assoluta discrezione senza lasciare alcuna traccia di sè, come se fosse una presenza invisibile, seppur confinata in una corpo "fisico" che vive della propria materialità, della quale il regista tratta la questione con uno stile fresco ed originale, senza sfociare in scemenze new age di certo cinema del nuovo millennio.

                          La pellicola si pone come un elogio del potere illimitato dello spirito, tramite il quale si possono raggiungere possibilità mai varcate in precedenza, ponendosi in tal modo in netto contrasto con la materialità limitata del corpo umano, vista come una prigione fisica per lo sviluppo umano. Un'entità organica fiaccata dal vivere quotidiano quanto dagli odi e le intolleranze che si consumano nelle quattro mura di casa al riparo da occhi indiscreti, contrapponendo alle miserie e alle vessazioni anche fisiche, dei quadri perfetti dei ritratti familiari, di cui il protagonista sembra farsi ironicamente beffa, tramite degli autoscatti con essi in ogni casa che egli visita. La Sud-Corea viene sviscerata in tutte le proprie ipocrisie, tramite il disvelamento di una violenza abilmente occultata ed invece presente largamente all'interno della società, che si consuma di nascosto tra le pareti delle mura domestiche in modo sistematico e ripetuto; l'intrusione del protagonista in una casa lussuosa, è l'occasione propizia da parte di Sun-hwa (Lee Seung-yeon) di sottrarsi al circolo della violenza abituale da parte del ricco marito (si diletta con la sua mazza da golf Ferro 3, nel fare centro contro un bersaglio nel suo giardino), di cui porta i segni visibili sul corpo per compiere una fuga romantica con un possibile "salvatore", cercando di rifondare la sua esistenza su nuove basi, come dei novelli Adamo ed Eva.
                          Spartano dal punto di vista della regia, che sempre più si libra andando di pari passo con l'ascesi immateriale del protagonista, per farsi leggera come puro spirito, finendo con l'abbattere ogni restrizione fisico-materiale, sottraendosi in questo modo alle miserie umane, la prima delle quali è sicuramente la violenza, entità da sempre presente nel cinema di Kim Ki-duk, portatrice di danni devastanti con conseguenze spesso permanenti, giungendo così a costruire un processo di catarsi, sfociando per vie metafisiche intangibili di difficile comprensione per lo spettatore comune, cosa che purtroppo ne sancisce anche il sostanziale disinteresse in patria del suo cinema.
                          Kim Ki-duk comunica un modo di concetti e contenuti, pur non facendo pronunciare alcuna parola ai due personaggi principali, facendo così acquisire a quel sussurrato "ti amo", una profondissima valenza specifica, che spesso risulta sconosciuta nel cinema per via dell'abuso smodato che se ne fà, dandogli una grandissima importanza, imprimendo ad essa il profondo significato sentimentale, con la messa in scena del potere dello "spirito"; suggerendo un'amara verità intrisa di pessimismo; che in fondo per vivere davvero in una società corrotta, ipocrita e violenta, l'unico modo per sottrarsi a tutte queste miserie è scomparire sino a diventare per l'appunto invisibili?
                          Ferro 3 sospeso tra l'umano ed il sovraumano, traendo forza dal puro potere dell'immagine che non cerca alcuna forma di ermetismo, ma punta a disvelarsi in tutta la sua potenza, può risultare spiazzate per lo spettatore abituato a tutt'altro tipo di suggestioni audio-visive (magari alle baraonde rumorose di certa spazzatura spacciata per cinema tanto per cominciare), ma resta l'apice di tutto il cinema di Kim Ki-duk insieme a Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e ancora Primavera (2003), mai più eguagliato successivamente (troppo elevato lo standard raggiunto), regalando all'umanità un autentico capolavoro rivoluzionario ed originale, purtroppo vincitore solo del premio speciale per la regia a Venezia e non di un Leone d'oro che avrebbe assolutamente meritato in quel momento.

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                          • Gone Girl - L'Amore Bugiardo di David Fincher (2014).

                            Zia Pina che odio e butterei volentieri giù da un dirupo, ricordo che qualche anno orsono fracassò le palle al povero sottoscritto con questo Gone Girl - L'amore bugiardo di David Fincher (2014), ciarlando su come fosse una pellicola bella, intelligente e interessante da visionare, quindi siccome sono furbo e faccio tutto il contrario di ciò che lei mi consiglia, a parte sorbirmi la sua solita litania durante le festività natalizie, me ne sono fregato allegramente delle sue chiacchiere ed ho evitato come la peste la suddetta pellicola, anche perchè lessi il romanzo di cui all'epoca si faceva un gran chiacchierare (mentre 6 anni dopo è scomparso nel nulla... come si dice, i soliti fenomeni editoriali che puntano a raccattare soldi, senza lasciare niente) e lo trovai il tipico giallone da supermercato, ma questo è un giudizio che può derivare dalla mia impostazione classica-umanista, poco incline alla letteratura di genere, men che meno a questi thrilleroni best sellers che fanno gran rumore, ma valgono tanto poco, sparendo poi nel giro di un qualche mese o poco più, quindi decisi di tenermi alla larga dall'opera, anche perchè sceneggiata dalla stessa scrittrice Gillian Flynn.
                            La distribuzione su Netflix del film Mank (2020), sempre di Fincher, di cui si fa un gran chiacchierare e che prima o poi vedrò (con molta calma), ha spinto la piattaforma e mettere in catalogo altre pellicole del regista statunitense con l'utile scopo di far recuperare eventuali lacune nella sua filmografia, così ho approfittato per vedere questo Gone Girl, che mi mancava per completare la visione dei suoi film (escluso come già detto prima Mank).
                            David Fincher è un regista tecnicamente bravo, sa mettere la macchina da presa al posto giusto, adopera spesso una buona fotografia e anche nei suoi film peggiori ed inguardabili come The Game (1997), riesce a tenere il senso del ritmo della narrazione, senza far abbandonare allo spettatore la visione della pellicola anche di fronte alla scandente qualità del resto, tra i mestieranti di Hollywood è tra i migliori in assoluto in attività, solo che spesso si lascia prendere la mano dalla tecnica dimenticandosi che all'immagine deve essere data anche una profondità metafisica, che vada oltre la bella inquadratura impeccabile e con tutti i crismi del manuale di regia, perchè questo è poi la differenza tra uno bravo ed un regista veramente grande. Nella prima ora tutto sommato la costruzione di Fincher regge, il mistero della scomparsa di Amy (Rosamund Pike), popolare scrittrice di libri per bambini e per questo ben vista da tutta la nazione, con tanto di confusione del marito Nick Dunne, anche lui scrittore, scritto sulla 'espressione da "tortellino provolone" di un Ben Affleck azzeccato nel ruolo, la cui figura viene decostruita e fatta a pezzi dalla comunità e dai media, complice anche l'ingenuità da coglione, data anche dall'imponente fisicità dell'attore che combinata alle sue scadenti doti espressive, ne fanno un soggetto maschile debole e facile da raggirare sia per la moglie, che un facile bersaglio da parte dei media, quindi una volta tanto credibile come attore (in un film non diretto da lui almeno).
                            Del meccanismo thriller frega abbastanza poco, il tutto risulta abbozzato se non malamente sviluppato nel pre-finale dal punto di vista del procedimento legale quante delle indagini, in effetti Fincher avrebbe fatto molto meglio a tenere il tutto sullo sfondo, concentrandosi sulla ben più interessante tematizzazione del potere dell'immagine all'interno della società della post-verità, dove non conta se affermi il vero, ma importa solo se risulti convincente, così che il meccanismo psicologico di convincimento verrà poi da sè.

                            Un peccato che la regia impeccabile di Fincher, ma distaccata come un chirurgo durante un operazione importante, impedisca di giocare sulla totale ambiguità della situazione, perchè se per i meccanismi di scrittura Nick può risultare agli occhi della popolazione, come il capro espiatorio e presunto omicida, per via degli altarini nascosti del suo non eccezionale status matrimoniale oramai logoratosi dopo 5 anni sposato con Amy, agli occhi dello spettatore egli è al 100% innocente per via della scena iniziale e dei suoi flashback che sono dati tutti per veri, in contrasto con l'interessante espediente diario di Amy, per bilanciare la dialettica coniugale e imbastire una efficace costruzione non lineare, il cui espediente diviene tragicamente debole per come sciaguratamente viene disvelato il tutto a metà film, spiattellando il tutto come falso, riduceno la verità ad un qualcosa di unico ed oggettivo, quando doveva essere lasciata ambigua e frammentata.
                            David Fincher ha raggiunto una perfezione tecnica ragguardevole, a livello di manuale di sceneggiatura e montaggio (interessanti le dissolvenze in nero adoperate in tale modo) non gli si potrebbe imputare nulla, purtroppo come spesso capita il regista si innamora della sua tecnica e del gioco imbastito tramite il meccanismo, fondendosi con l'autocompiacimento onaistico di esso come fa Amy con il suo evidente piano psicotico (in realtà molto intuibile dopo mezz'ora) ed i rimandi evidenti a Vertigo - La Donna che Visse due Volte di Alfred Hitchcock (1957), dimenticandosi, a differenza del grande cineasta inglese, che le storie di impianto narrativo come questo vanno anche raccontate, cosa che purtroppo dimentica peccando nel descrivere i passaggi logico-psicologici di Amy in quanto personaggio e non in quanto marionetta da manovrare nel suo gioco meccanico; ne esce una figura a metà tra Hannibal Lecter, Saw e certe figure invasate femministe, risultando ben poco credibile come personaggio, per via anche della "follia psicotica" troppo esibita nella recitazione da parte di Rosamund Pike, la quale fallisce nel sbozzare una donna affranta dal dolore causatale dal marito tanto da sprofondare nella paranoia marcata per evitare l'annientamento in quanto essere umano, colpa forse anche della scrittura che punta a farsi che Amy debba sorprendere a tutti e forse pure della regia di Fincher un pò univoca nel ritratto e quindi leggermente intrisa di sottile misogina (le donne sono tutte petulanti, galline urlatrici e stronze quanto gli uomini inetti e succubi loro), giungendo al suo classico finale a sorpresa abbastanza sgangherato e ben poco credibile nelle dinamiche, con una (lunga) postilla finale da appendice che spiega in realtà ciò che lo spettatore aveva ben capito in precedenza; il bisogno di sentirsi intelligente e civilmente impegnato a tutti i costi, gioca un brutto scherzo ad un Fincher che se non avesse dato tutto questo spazio agli stilemi da thriller, per concentrarsi più sull'analisi grottesca e nient'affatto conciliante o edulcorante del rapporto di coppia (la parte più riuscita del film), sull'analisi dei media, tramite il potere delle immagine capace di rendere vero le finzioni recitative delle persone (con possibili giochi meta-filmici se avesse giocato meglio sull'ambiguità del soggetto) ed un finale più raggelante giocato di ellissi e non di accumulo di manie psicotiche calcolate quanto fin troppo artifizie e credibili, avremo avuto se non un capolavoro quanto meno un ottimo film.
                            Ci ritroviamo comunque con un buon thriller, dove Fincher riesce a dar fondo a tutta la sua residua abilità di cineasta cavando letteralmente il sangue da una rapa (il romanzo è veramente mediocre ve lo assicuro), tappando quando possibile certe falle della sceneggiatura e portando a casa un film tutto sommato sopra la media del genere, ottenendo il più grande incasso della carriera, anche se troppo osannato dalla critica mondiale con elogi sperticati che non merita affatto, perchè in fondo Fincher comunque si vede come il cineasta risulti inserito molto all'interno del sistema Hollywood e sia in fondo molto commerciale, ma con quel tanto di intelligenza che basta per far sentire molti suoi spettatori appagati, ce lo facciamo bastare, i tempi di Zodiac (2007) e di un possibile balzo in avanti sono lontani per ora.
                            Ultima modifica di Sensei; 17 dicembre 20, 13:50.

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                            • Originariamente inviato da aldo.raine89 Visualizza il messaggio

                              L'ho visto menzionato in un paio di recensioni, non so se l'unico punto di contatto sia la durata o vi possa essere altro... In ogni caso prima o poi ci proveró.
                              Sicuramente nella loro diversità di base condividono, come altri autori molto radicali ed "estremi" del cinema d'essai contemporaneo, l'idea di un linguaggio e di un formato narrativo sostanzialmente impossibile da godere in una sala, ma allo stesso tempo molto distante dall'idea semplicistica di una visione "abbuffata" da binge watching televisivo. Poi io conosco meglio il filippino perché ho visto di più, ma mi sento di poter dire riguardo all'opera da te recensita che entrambi sembrano avvertire una certa influenza dalla letteratura: Linàs nell'uso di una voice over appunto molto da romanzo, Diaz invece spesso si è ispirato a grandi narratori come Tolstoj e Dostojevskij per declinarli nella realtà socio-politica del suo Paese. Bisognerebbe recuperare l'ultimo dell'argentino, altro film fiume diviso in capitoli premiato a Locarno se non ricordo male

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                              • Dopo aver recuperato Sound of Metal e Hostiles mi sono finalmente riappacificato col cinema dopo mesi e mesi di crisi. Quest'ultimo, lasciato ahimè in archivio per anni, western bello come non ne vedevo dal Jesse James di Dominik, tutto girato in luoghi veri come non ne vedevo da altrettanto tempo. Storia funesta di uomini arrivati all'ultimo dei loro giorni, flagellati dalle brutture della guerra e che prima di tirare l'ultimo spiro o finire nelle grinfie di un orribile e torturato futuro devono prima fare i conti con la propria esistenza. L'amore primariamente alla fede può forse confortarli in questa ultima tappa, o almeno levarli dalla solitudine.

                                ​​​​​

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